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martedì 1 settembre 2026

I muri contro la vita - Francesco Fantuzzi

Il muro si pone come un simbolo vivente di apartheid, di segregazione razziale, un confine invalicabile e spietato che determina un noi e un loro. Un simbolo, come la caduta del Muro di Berlino, che ha rappresento un momento epocale della storia, l’archetipo di un possibile mondo nuovo, migliore di quello che l’umanità si lasciava alle spalle. Ma oggi Israele rischia di tracciare una via senza ritorno per quello stesso Occidente che il 9 novembre 1989 auspicava che quelle picconate fossero preludio di libertà, pace, benessere.

Le barriere erette attorno a Gaza, in Cisgiordania, a difesa della colonie illegali, non sono i muri cui siamo avvezzi, quelli che separano gli stati; essi ne neutralizzano a priori la nascita, privano della speranza chi è stato privato della propria terra, dividono, frammentano, polverizzano legami familiari e comunitari. Il concetto di confine segna con le barriere erette da Israele un salto terribile di qualità: è il muro stesso a stabilire spietatamente dove termina un territorio, non prende atto di ciò che è già oggetto di convenzioni internazionali tra stati.

Il muro non si pone come semplice strumento di divisione: diviene esso stesso generatore di distanza, separatore, confinando chi ne è circondato a una pena mai deliberata da nessun organo giurisdizionale. Ed è proprio questo l’ulteriore paradosso dei muri di Israele: la barriera non ha la finalità di proteggere chi è dentro, bensì di segregarlo, di punirlo. La salvaguardia è per chi è fuori, il cui obiettivo è creare un carcere a cielo aperto dal quale diviene impossibile uscire o, e questa è la tragedia nella tragedia, nel quale è ormai impossibile vivere.

L’esigenza di sicurezza di una parte diventa condanna, senza alcun processo, dell’altra. Zygmunt Bauman così sosteneva nel 2002: “Uno degli effetti forse più importanti di tale nuova situazione è l’endemica porosità e fragilità di tutti i confini e l’intrinseca futilità, o quantomeno la natura irreparabilmente provvisoria e l’insanabile revocabilità, di qualsiasi definizione di confine. Tutti i confini sono labili, fragili e porosi” (1).
Purtroppo, ciò pare non valere per i palestinesi.

I muri eretti da Israele rappresentano il discrimine fra una vita dignitosa e un destino di morte; mai come nella nostra epoca “postmoderna” un apparato statale, territoriale, si impone in maniera violenta e realizza barriere infra-stato e non più tra stati; il muro, così come i check point, concepiti nel laboratorio Palestina definiscono la configurazione spaziale del mondo contemporaneo, quasi prefigurando i fenomeni di distanziamento sociale e le zone rosse cui oggi si tende per risolvere, così almeno si afferma, i problemi peraltro non da sottovalutare della sicurezza.

Quando si stabilisce l’infrastruttura di cemento e metallo come simbolo di affermazione di un suprematismo e se ne accettano le conseguenze, il modello si afferma nel nostro immaginario e lo riplasma rendendolo la sola chiave possibile per una convivenza sicura. Cosa e chi resti al di là di quel confine, non ha più importanza: il noi si afferma come paradigma e ne stabilisce le condizioni non negoziabili.

Come afferma Ernesto Sferrazza Papa ne Le pietre e il potere il muro produce «una doppia gerarchia: endogena, ossia interna alla massa che si accalca sui confini, fra chi può oltrepassare un muro, in che modo, a quali condizioni etc.; esogena, ossia fra la massa migrante – ciò che è al di là del muro – e la cittadinanza – ciò che è al di qua del muro. Intesi come filtri, i muri appaiono come un potente e complesso dispositivo biopolitico, l’elemento materiale che articolando insieme la sovranità statale e la necessità di governare i flussi, mostra la complessità dei rapporti di potere a livello globale. Il muro, da questo punto di vista, è un autentico laboratorio biopolitico, un punto di vista privilegiato dal quale analizzare i rapporti di potere e la loro traduzione spaziale» (2).

Ancora una volta, Gaza e la Cisgiordania rappresentano un laboratorio a cielo aperto cui l’Occidente anela per la risoluzione dei problemi o, meglio, accentuandone le contraddizioni, ad apparente vantaggio di chi sta dalla parte giusta.

I confini, prosegue Sferrazza Papa, «separano, uniscono, mettono in comunicazione, permettono il riconoscimento, assicurano la diversità. Sono l’oggetto per eccellenza della filosofia, dell’antropologia, della psicologia, della politica, di tutto ciò insomma che assume l’esistenza umana come oggetto d’interesse. Non deve dunque in alcun modo stupire il fatto che il controllo dei confini sia da sempre la posta in gioco del potere. Abbiamo detto che la nostra vita è un continuo attraversamento di confini: se ciò è vero, allora chi controlla i confini governa le vite degli altri, perché amministra e regola le modalità di questo attraversamento. Riconoscere non solo l’attualità del tema del confine, ma il suo ruolo performativo nella costituzione della realtà, il suo valore metafisico e politico allo stesso tempo, è forse il primo passo per impedire che i confini, da strumento indispensabile per la coesistenza umana, si trasformino in Schlachtbänke, nuovi “banchi da macello” sui quali, proseguendo la formula hegeliana, “la storia sacrifica i popoli”»(3).

Sin dall’antichità i muri sono l’oggetto di una dialettica spaziale le cui implicazioni vanno svolte per comprenderne meglio le logiche: essi tengono fuori ma, allo stesso tempo, costringono dentro, e non è affatto semplice capire in quale momento una fortezza si trasformi in prigione, come ha rilevato Massimo Cacciari: “tutti i tentativi volti a ‘fortificare’ il luogo, lungi dal rassicurarlo, colpiranno a morte ogni abitare, poiché un luogo che si definisce per esclusione dell’altro, che non vuole che l’altro lo tocchi, che pretende il suo confine immune dall’altro, si trasforma inevitabilmente in prigione per chi vi risiede”(4).

Il muro, principio immunologico di difesa dello spazio vitale attraverso la limitazione del contatto con l’esterno, immunitas antitetica alla communitas: trasuda disumanità per chi è recluso e circondato dalle barriere e non garantisce sicurezza a chi dovrebbe esserne protetto.  
Il simbolo tragico della segregazione in nome della sicurezza porta dunque in sé i prodromi del suo stesso fallimento, basandosi sul mantenimento di un clima di emergenza, incertezza e conflitto permanente interno ed esterno.

In sostanza, Israele conseguirà probabilmente il suo maligno intento di impedire la nascita di uno stato di Palestina ma non godrà mai, per la sua storia e la sua stessa natura, di un clima di distensione e di pace. E l’Occidente rischia di dirigersi nella medesima direzione, cavalcando le paure con i rigurgiti xenofobi dei Vannacci di turno, verso la sua israelizzazione.


1. Z. Bauman, La società sotto assedio (2002), trad. it. S. Minucci, Laterza, Roma-Bari 2008, p. XX

2. E. Sferrazza Papa, Le pietre e il potere. Una critica filosofica di muri. Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2020

3. G.F.W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (1837), trad. it. G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1961, p. 57

4. M. Cacciari, Nomi di luogo: confine, in “Aut-aut”, 299-300, 2000, p. 76.

da qui

venerdì 27 agosto 2021

Il green pass: quando il linguaggio non aiuta a capire - Francesco Fantuzzi

  

Cosa penso del green pass, non da medico ma da studioso del tema?

Nel libro Dentro la zona rossa (Sensibili alle foglie, 2020) Franco Motta ed io abbiamo dedicato un intero capitolo al tema del linguaggio, giungendo a questa conclusione: il linguaggio non descrive la realtà, la plasma a suo piacimento. Non a caso, il linguaggio è il vero trionfatore della e nella pandemia. E la locuzione “green pass” pare proprio non sfuggire alle osservazioni del nostro libro.

A tal proposito, mi domando: perché utilizzare il termine “green” e non, ad esempio, “sanitario”? Cosa c’è di green, ovvero di ecologico, in un pass che attesta una o più vaccinazioni? E per quale motivo non si utilizza l’italiano?

Mi si potrebbe eccepire che si tratti di una sorta di “semaforo” che ha acceso la luce verde e che la stessa parola semaforo (il cui significato dal greco è portatore di segni o significati) sia in sé la risposta corretta. Ma questo semaforo è stato posto, per ora, solo in determinati incroci, temo non casualmente.

Perché il pass riguarda i luoghi dove si svolgono attività economiche e non il trasporto pubblico (su cui è stato rimosso ogni limite) e, a quanto pare, gli istituti scolastici? Nei giorni scorsi ero su un treno regionale per Bologna (per scelta non uso l’auto se non è indispensabile): sembrava di trovarsi su un carro bestiame, per l’affollamento e l’insufficiente osservanza delle norme (che io rispetto sempre e invito a rispettare). Ebbene, dal prossimo 6 agosto la situazione del trasporto pubblico sarà la medesima, mentre al ristorante dovremo presentare il pass anglofono per aver accesso. Eppure, il rischio di contagio è certamente maggiore in situazioni come quella sopra descritta del treno.

Come posso, dunque, essere favorevole a priori, senza pormi alcuna domanda, a uno strumento finalizzato alle attività economiche private e non a quelle pubbliche, ovvero quello stesso sistema che me lo chiede? Perché vengo quotidianamente tirato per la maglietta (siamo in estate) e invitato a schierarmi e, se non lo faccio, considerato un doppiogiochista o un pavido?

Desidero ribadirlo con chiarezza: non sono intenzionato a prendere posizioni di carattere medico e scientifico, non avendone la competenza e l’interesse; il mio ruolo è quello di studioso di fenomeni sociali e politici e su questo aspetto osservo che parlare di “green pass” rappresenti l’ennesimo esempio di alterazione linguistica pandemica.

Perché non dire la verità e chiamarlo “economic pass”? Almeno comprenderemmo i reali motivi di questo strumento e, allora, potremo decidere, se del caso, da che parte stare. Quando il linguaggio plasma e manipola, come è accaduto dentro la zona rossa, porsi qualche domanda è lecito e doveroso.

da qui