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martedì 10 marzo 2026

Trump, la “sicurezza nazionale” e la guerra economica: lettura psico-economica di uno shock tariffario - Giuseppe Gagliano

 

 

Da misura tecnica a conflitto strategico

L’annuncio di nuove tariffe da parte di Washington — 100% sui farmaci di marca importati, 25% sui camion pesanti, 50% su cucine e bagni, 30% sui mobili imbottiti — non è un semplice ritocco doganale. Rientra in una strategia di guerra economica, dove lo strumento commerciale viene usato per rimodellare le catene del valore a vantaggio degli Stati Uniti, invocando la Sezione 232 (sicurezza nazionale) come base legale. La regola “100% salvo se l’azienda apre una fabbrica sul suolo americano” trasforma la barriera doganale in un mezzo di industrializzazione condizionata.

Le regole del gioco secondo la Scuola di guerra economica

Nella griglia analitica della Scuola di guerra economica di Parigi (Harbulot), l’economia è uno spazio di rivalità di potenza, strutturato su tre piani:

1. Coercizione normativa (leggi, standard, regolamenti) per imporre vincoli asimmetrici agli avversari;

2. Manovra informativa (narrazioni, segnali, minacce credibili) per influenzare aspettative e comportamenti;

3. Conquista di posizioni critiche (tecnologie, capacità industriali, risorse) per limitare l’accesso degli altri.

I dazi americani spuntano tutte e tre le caselle: sfruttano il diritto interno (232), lanciano un segnale psicologico (“rilocalizzate o pagate”) e colpiscono settori nodali — farmaceutica, logistica, arredamento — che incidono su costi, salute e consumi.

La dimensione psico-economica: costruire la percezione di dipendenza

Il messaggio non è rivolto solo ai partner stranieri: mira soprattutto all’elettorato interno, ri-inquadrando la dipendenza dalle importazioni come un rischio esistenziale. La minaccia tariffaria diventa strumento di persuasione: investitori, manager e sindacati interiorizzano l’idea che l’accesso al mercato USA sia condizionato alla produzione locale. In questa logica, l’incertezza fa parte dell’arma: più le regole appaiono mobili, più le imprese “sovrainvestono” negli Stati Uniti per proteggersi.

La guerra delle norme e l’arte di dividere le coalizioni

La contromossa di europei e giapponesi si fonda sui tetti tariffari negoziati (15% massimo sulla farmaceutica), che Washington dice di rispettare per queste aree — segno che la coercizione è accompagnata da esenzioni stratificate per dividere i partner (chi ha la deroga e chi no). Il Regno Unito, il cui accordo bilaterale non copre esplicitamente i farmaci, appare più esposto. Risultato: una coalizione teoricamente allineata (UE, Giappone, UK) finisce con l’avere interessi divergenti, indebolendo la capacità di risposta coordinata.

Il diritto come campo di battaglia

Lo spostamento verso basi giuridiche “collaudate” (232) riduce il rischio di annullamento interno, mentre altre offensive si preparano tramite nuove indagini 232 su robotica, macchine industriali ed equipaggiamenti medici. La giuridicizzazione del conflitto è tipica della guerra economica: non si sospende lo scambio, si ri-codifica lo scambio in un quadro che favorisce chi impone la regola.

Effetti sistemici: filiere, inflazione, scelte di investimento

Nel settore farmaceutico, l’impatto immediato è attenuato da due fattori: (a) la quota già domestica degli input; (b) l’accelerazione dei progetti di impianti negli USA da parte dei grandi gruppi, proprio per neutralizzare il 100%. Ma l’asimmetria psicologica resta: la minaccia può riattivarsi, perciò i piani industriali si ridisegnano attorno a un rischio politico americano divenuto strutturale.

Per i camion pesanti, l’aumento del 25% rincara il trasporto e alla fine si riflette sui prezzi al consumo: ne deriva un rischio di inflazione ritardata ma persistente se la misura diventa permanente. I mercati hanno reagito con calma nel breve termine, ma gli economisti avvertono del trasferimento di costi su famiglie e PMI della logistica.

Riflusso, elusione, spostamento: tre risposte dei partner

Sotto pressione tariffaria durevole, i partner adottano tre vie:

Riflusso: scelta di “produrre in USA” per garantirsi l’accesso al mercato (caso previsto nella farmaceutica);

Elusione: triangolazioni via Paesi terzi, frammentazione delle forniture, “kitizzazione” dei prodotti (classico dei conflitti doganali);

Spostamento: dirottamento dei flussi verso altri bacini (es. mobili asiatici verso l’UE), con rischio di shock d’offerta sull’industria europea del mobile e rafforzamento speculare della posizione USA come calamita per investimenti.

La logica di logoramento: erodere l’avversario nel tempo

Nella dottrina della Scuola, la guerra economica funziona anche per attrito: non mira a “vincere” subito, ma a consumare margini finanziari, giuridici e politici dell’altro. Le tariffe, combinate a indagini successive (robot, dispositivi medici, macchinari), creano un gradiente di pressione che spinge i gruppi a scegliere la soluzione politicamente meno rischiosa — localizzarsi negli USA — anche se non è economicamente ottimale nel breve periodo.

Dissuasione economica e messaggio agli emergenti

Il segnale inviato a Cina ed emergenti è chiaro: l’accesso preferenziale al primo mercato mondiale sarà condizionato a localizzazione e conformità normativa americane. È una forma di dissuasione economica: non si vieta, si rende più costosa l’opzione di restare fuori dall’orbita produttiva statunitense. L’effetto collaterale è la frammentazione della globalizzazione in sotto-regimi: un blocco USA ad alta integrazione verticale, un blocco sino-asiatico che accelera l’autonomia e, in mezzo, un’Europa costretta a scegliere tra allineamento regolatorio e difesa del proprio mercato interno.

Indicatori di allerta a 12–18 mesi

Per valutare se la manovra USA funziona, tre indicatori chiave:

1. Investimenti e fusioni in pharma/med-tech negli USA (messa in opera delle fabbriche annunciate, consolidamento intorno ad asset “localizzati”);

2. Diffusione dei prezzi: camion → trasporto → grande distribuzione; mobili → beni durevoli delle famiglie; farmaci di marca → ticket sanitario (monitorare l’indice PCE “core goods”);

3. Spostamenti commerciali: aumento della quota asiatica in UE su mobili e attrezzature, segnale che l’onda d’urto si scarica sul mercato europeo.

Conclusione: l’economia come teatro d’operazioni

da qui

mercoledì 5 novembre 2025

paradisi fiscali e nebbie

Il rapporto di Tax Justice Network: Italia rapinata dai paradisi fiscali. Saccheggio da 22 miliardi – Chiara Brusini

Il sistema. L’elusione fiscale delle multinazionali ha tolto 1.700 miliardi ai Paesi. Con Trump gli Usa sono diventati la meta dei colossi a suon di favori

 

Tra il 2016 e il 2021 l’Italia ha perso 22,3 miliardi di dollari di tasse che sarebbero dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le imposte sono più leggere: non solo Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma anche – e per una fetta importante – Stati Uniti. Il nuovo rapporto State of Tax Justice 2025 di Tax Justice Network, rete internazionale che da anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, aggiorna le stime sul costo globale degli abusi delle grandi imprese. E arriva alla conclusione che il mancato gettito sia ammontato solo in quei sei anni all’astronomica cifra di 1.700 miliardi di dollari, poco meno del Pil della Spagna, di cui 495 miliardi (il 29% del totale) per effetto delle strategie fiscali delle sole multinazionali statunitensi. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per finanziare sanità, istruzione e altri servizi pubblici…

continua qui

 

 

Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata - Mario Sommella

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

da qui

domenica 10 marzo 2024

Le flat tax che sono tra noi: la tassazione dei redditi da capitale - Antonio Semproni

 

Dire – mutuando il gergo giornalistico – che il governo Meloni mira all’introduzione della flat tax equivale a dire una verità parziale: il nostro diritto tributario, infatti, prevede già fattispecie di flat tax! Piuttosto, questo governo punta a convertire in una flat tax l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), storicamente connotata dalla progressività. Sulla (infelice) parabola dell’IRPEF torneremo a breve.

Intanto, basti dire che il nostro sistema fiscale è informato dal criterio della progressività secondo Costituzione: ciò comporta che a una maggiore ricchezza debba corrispondere l’applicazione di aliquote più elevate e, dunque, un’imposizione fiscale più gravosa. Si può obiettare che, all’incremento del reddito, le imposte si aggravano anche qualora si opti per un’aliquota fissa o invariabile: il 20% di 10.000 è in ogni caso un decimo del 20% di 100.000. Tuttavia, chi possiede 100.000 può contribuire alla spesa pubblica non solo con una contribuzione maggiore, ma anche in proporzione maggiore: quest’ultima è la scelta fatta dalla nostra Assemblea Costituente – ove socialisti e comunisti ebbero una parte preponderante – con l’adozione del principio della progressività. In particolare, la progressività che informa l’IRPEF è detta “per scaglioni”, perché consiste nella suddivisione del reddito in scaglioni e nell’applicazione a ciascuno di essi di una diversa aliquota, in modo che le aliquote aumentino passando dal primo scaglione ai successivi.

La progressività delle imposte è garanzia della loro reale capacità redistributiva, cioè di ridurre la concentrazione dei redditi e dei patrimoni onde destinarli alla spesa pubblica: dunque, essa corregge quegli squilibri capitalistici che tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi e con ciò a deprivare lo Stato delle risorse necessarie a assicurare la soddisfazione dei diritti sociali e perseguire la piena occupazione. La progressività o meno della tassazione risponde dunque a una precisa scelta di politica fiscale, che, proprio per la sua natura politica, si ripercuota sulla collettività e sugli interessi delle parti che la compongono. Quando una cerchia di ricchi può operare sul mercato a condizioni fiscali iniquamente vantaggiose, non ci vuole molto che costoro potranno dirigere la vita economica del Paese secondo i propri interessi, tra i quali non rientra certo la piena occupazione: essi avranno anzi cura di creare un esercito industriale di riserva da cui trarre manodopera a buon mercato (e non solo nei settori a bassa intensità di capitale, ove cioè i processi produttivi sono affidati in maggior misura al lavoro dell’uomo), con conseguente disoccupazione e deflazione salariale; questa depressione comporterà un impoverimento delle casse dello Stato, che indirizzerà le proprie spese su interventi-tampone di welfare anziché su investimenti (produttivi, ma anche di conversione ecologica o nell’economia della cura) miranti a soddisfare i diritti sociali e a impiegare forza lavoro a salari conformi alla Costituzione.

La progressività in Italia è un’arma spuntata; essa informa sì l’IRPEF, ma con un ventaglio di aliquote che nel corso del tempo si è fatto sempre più ridotto e ristretto; inoltre, incontra vistose deroghe: alcune tipologie di reddito percepibili dalle persone fisiche sono soggette a flat tax.

Nel 1973 – anno di istituzione dell’IRPEF – contavamo ben trentadue scaglioni di reddito, il primo dei quali era colpito da un’aliquota del 10% e l’ultimo dei quali era colpito da un’aliquota marginale del 72% (il termine “marginale”, riferito a un’aliquota, indica che è essa l’ultima, dunque la più elevata applicabile). Nel 2023 gli scaglioni erano soltanto quattro e all’ultimo di essi si applicava un’aliquota marginale del 43%, mentre sul primo scaglione di reddito (0 – 15.000 Euro), sul secondo scaglione di reddito (15.000 – 28.000 Euro) e sul terzo scaglione di reddito (28.000 – 50.000 Euro) rispettivamente le aliquote del 23%, 25% e 35%. A partire da quest’anno il governo Meloni ha ridotto gli scaglioni a tre: fino a 28.000 euro si applica l’aliquota del 23%; fra 28.000 e 50.000 euro l’aliquota del 35%; oltre 50.000 euro l’aliquota del 43%. Ci siamo mossi nel verso di un serio ridimensionamento della funzione redistributiva e quel che è peggio è che ci si prepara a spazzare via quel poco che resta della progressività in favore di un’unica aliquota fissa: così è nelle dichiarate intenzioni del governo stesso.

La progressività è stata ulteriormente mutilata da numerose eccezioni che contemplano l’applicazione di una flat tax, cioè di un’imposta calcolata applicando alla manifestazione di ricchezza da tassare un’aliquota fissa, a determinate tipologie di reddito, così sottratte al computo negli scaglioni di reddito dell’IRPEF.

Sono soggetti a flat tax i redditi di capitale, colpiti con un’aliquota del 26% a prescindere dalla ricchezza del percettore. Si intuisce subito che questa aliquota è inferiore alla seconda aliquota IRPEF e all’aliquota IRPEF marginale: di questo sconto d’imposta si avvantaggia la classe medio-alta e alta, che, disponendo di capitali più o meno ingenti, sovente li mette a reddito. Sono redditi di capitale, per esempio, gli utili derivanti da partecipazioni societarie e gli interessi maturati su obbligazioni e titoli similari. Si noti che sugli interessi maturati sui titoli di Stato l’aliquota è del 12,50% e così intorno a questi strumenti si consuma un vero e proprio dilemma di classe: è bene che essi non siano o almeno non siano in larga parte nelle mani di investitori stranieri, ma i cittadini che, avendo la materiale possibilità di acquistarli, effettivamente li acquistino si troveranno a godere di fatto di un trattamento fiscale agevolato rispetto a chi quei titoli non può acquistarli o può acquistarli solo per un minimo ammontare e comunque da quest’anno pagherà sul secondo scaglione di reddito un’aliquota del 35%.

Sono soggetti a flat tax i canoni di locazione che il proprietario dell’abitazione, ricorrendone le condizioni di legge, scelga di assoggettare a cedolare secca: l’aliquota che si applica sui canoni è del 21% ma, se si stabilisce un canone concordato, scende addirittura al 10%.

Sono soggette a flat tax con aliquota del 26% le plusvalenze (cioè le differenze tra l’originario prezzo di acquisto e il prezzo di cessione ottenuto), realizzate tanto su beni immobili quanto su attività finanziarie. Le plusvalenze sono subdolamente definite dalla nostra legge redditi diversi: a ben vedere, in termini economici costituiscono reddito di capitale, non provenendo da lavoro; la stessa osservazione vale per i redditi da locazione, qualificati ai sensi di legge come redditi di fabbricati.

Nel nostro Paese la progressività gioca dunque un ruolo sempre più limitato, i cui margini sono ridotti in particolare dalle eccezioni in tema di redditi da capitale. Che la maggior parte di questi redditi (canoni di locazione, interessi da prestiti obbligazionari, utili distribuiti da società, plusvalenze) sia tassata con una flat tax, ben più bassa non solo dell’aliquota marginale del 43% ma anche della seconda aliquota del 35%, non è circostanza neutrale agli interessi delle classi dominanti. Una simile impostazione della tassazione del reddito delle persone fisiche, infatti, non fa altro che rafforzare il capitale e la sua intrinseca capacità auto-germinativa, contribuendo così all’inveramento della legge di Piketty secondo cui il tasso di rendimento del capitale sorpassa nel lungo periodo il tasso di crescita del reddito.

Una bassa imposizione sui redditi da capitale è logicamente complementare alla visione, tipicamente liberale, del risparmio quale presupposto di investimenti e dunque, tramite essi, di aumento della produzione e del reddito.

Questa visione, che si fonda sull’ipostatizzazione dell’imprenditore altruista tipica della c.d. trickle-down economics, è tanto più fuorviante in un contesto – come quello attuale – finanzcapitalistico, di estrazione di capitale da capitale, dove agli investimenti produttivi, creatori di lavoro e dunque di reddito, si preferiscono movimentazioni di denaro sui mercati finanziari (v. da ultimo l’acquisto di pacchetti azionari di società dell’intelligenza artificiale a prezzi stellari da parte di fondi di investimento); il capitale può così continuare a crescere e a offrire rendimenti senza dover generare lavoro (e correlativo reddito).

La distribuzione della ricchezza viene orientata a favore di pochi capitalisti e tutte quelle misure volte a ridurre le disuguaglianze reddituali (legge sul salario minimo, parità di genere, tetto agli stipendi di manager pubblici, etc.) risulteranno palliativi: meritevoli sì, ma non in grado di incidere seriamente sui meccanismi redistributivi a causa dello strapotere del capitale e della sua impunità, garantita, tra l’altro, proprio dalla flat tax.

da qui

venerdì 2 giugno 2023

Le parole del Pnrr e il diritto alla casa - Sarah Gainsforth*


 

L’attacco di interessi privati alle risorse pubbliche per il diritto alla casa e allo studio si manifesta nel linguaggio del Pnrr e dei suoi decreti attuativi, con la comparsa di nuove definizioni e di dati che non tornano.

 

La vicenda dei posti letto per studenti finanziati con 960 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finora destinati soprattutto a studentati privati anziché agli enti per il diritto allo studio, consente di osservare all’opera, nei dettagli, l’espansione dell’ideologia neoliberale.
La lettura del Pnrr e dei suoi decreti attuativi è un esercizio che vale la pena fare perché consente di cogliere i meccanismi di penetrazione parassitaria di interessi privati che colonizzano la sfera pubblica per appropriarsi delle sue risorse.
Questi meccanismi si manifestano nel linguaggio: congiunzioni e avverbi che compaiono da un decreto attuativo all’altro in paragrafi altrimenti identici, nuove definizioni che entrano nel lessico istituzionale, sfumature, piccoli aggiustamenti; la scomparsa di parole che vincolano le risorse economiche a un obiettivo preciso e di pubblico interesse, come il diritto allo studio e all’abitare. Ancora: parole che creano incertezza e che aprono a nuovi principi e interessi. Così le norme dello stato diventano espressione di interessi privati. L’avanzata avviene nei dettagli, nella discrepanza di dati, nel loro occultamento, e produce effetti devastanti. La scelta della lingua, poi, è determinante: tutto quello che è poco chiaro, perché così deve restare, poco chiaro, lo si nomina in inglese. Questa è la sfera dove avviene la colonizzazione. «Abitare» diventa «housing», come se si trattasse di un’innovazione. Il diavolo sta nei dettagli.

 

Giochi di parole 

La premessa è questa: il Pnrr ha stanziato 960 milioni di euro per triplicare il numero di posti letto per studenti universitari, portandoli da 40mila a 100mila entro la metà del 2026. La prima fase della misura si è conclusa a febbraio con l’assegnazione a soggetti pubblici e privati di 287 milioni di euro per la «creazione» di oltre 9mila posti. Due terzi di queste risorse sono andate a gestori privati come Camplus e Campus X.
La seconda fase del Pnrr prevede l’assegnazione di 660 milioni di euro, confluiti in un fondo che si chiama Fondo «housing» universitario, per circa 52mila posti: si tratta di un contributo di 12mila euro a posto letto, o 350 euro a posto per tre anni, l’arco temporale per cui il Pnrr prevede la copertura dei costi di gestione dei posti. Questo contributo, erogato a gestori di studentati, agirebbe con un «effetto leva»: non coprirà infatti i costi di realizzazione di nuovi posti, ma sarà un incentivo al finanziamento dei posti da parte di privati che beneficiano anche di importanti agevolazioni fiscali e la possibilità di locare le stanze ad altri utenti, come turisti
Secondo il ministero anche gli enti pubblici potrebbero partecipare al bando per l’assegnazione delle risorse del Fondo housing universitario. Ma non lo faranno, perché gli enti pubblici non hanno la disponibilità economica per creare nuovi posti con un contributo che copre solo una parte delle spese. Così le risorse saranno destinate ai soggetti privati «anche in convenzione» con le università e gli enti per il diritto allo studio». La comparsa di «anche», congiunzione che esprime possibilità, prima di «in convenzione» significa che i privati potranno beneficiare delle risorse anche non in convenzione con gli enti pubblici: con quella congiunzione piazzata al posto giusto questo vincolo è caduto.
Infine, se il ministero parla di partenariato pubblico-privato, con il Fondo housing universitario la maggior parte delle risorse le metterebbe il privato; il pubblico si limiterà a erogare un contributo. Non si tratta, insomma, di un partenariato ma della destinazione di risorse pubbliche a soggetti privati a scopo di lucro, senza alcun vincolo sulla destinazione dei posti agli studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio.

 

L’obiettivo non è il diritto allo studio 

Per comprendere l’assenza di un vincolo torniamo all’inizio. Il primo problema riguarda l’interpretazione delle parole del Pnrr. Quale obiettivo intende realizzare il Pnrr con queste risorse e come lo esprime? La Riforma 1.7 è effettivamente una misura per il diritto allo studio?

Nella prima versione del Pnrr approvata dal Consiglio dei ministri del governo Conte il 12 gennaio 2021 nel titolo della Riforma 1.7 compaiono le parole «diritto allo studio». Nella versione definitiva queste parole sono scomparse. Leggiamo il testo: l’obiettivo della riforma è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Da nessuna parte c’è scritto «diritto allo studio». La riforma non ha l’obiettivo di incentivare il diritto allo studio, perché questo obiettivo non è mai citato. Gli studenti definiti «capaci e meritevoli se pur privi di mezzi», quelli più poveri insomma, che hanno diritto a una borsa di studio e a un alloggio se sono fuorisede, non sono mai menzionati.
Così nei decreti di attuazione del Pnrr è scomparsa la quota del 20% di posti cofinanziati dal pubblico che i privati devono riservare agli studenti meno abbienti, che era invece presente nei bandi precedenti negli articoli sulla destinazione dei posti. Adesso questa percentuale di posti riservati agli studenti più poveri è stata sostituita con le diciture «prioritariamente» e «ove possibile».
Il Pnrr parla di «incentivare la realizzazione» e di «creazione» di «nuove strutture di edilizia residenziale universitaria». I target sono «almeno 7.500 posti letto aggiuntivi» il primo, e «creazione e assegnazione di almeno 60.000 posti letto aggiuntivi» il secondo. Nelle schede inviate alla Commissione europea si parla di posti sia «nuovi» che «aggiuntivi». Non ci sono dubbi: l’obiettivo è per posti nuovi. «Se l’italiano non inganna, creare significa produrre dal nulla», si legge nel report «Diritto al profitto, come sperperare i fondi del Pnrr» presentato a Roma il 18 maggio dall’Unione degli universitari.
Ma nei decreti attuativi le parole «creare» e «nuovi», riferito ai posti letto, sono scomparse, sostituite dalla definizione di posti letto «aggiuntivi». Così i primi 278 milioni di euro del Pnrr hanno finanziato posti già esistenti, perlopiù in studentati privati, per rispettare formalmente la scadenza del primo target (dicembre 2022, prorogata a febbraio 2023) e non perdere i fondi.
Il criterio applicato è stato questo: se al momento della presentazione dei progetti i posti letto fossero o meno già censiti nella banca dati del ministero.
Questo è detto esplicitamente in un decreto di luglio: «nel caso di ristrutturazione di immobili già nella disponibilità dei soggetti proponenti deve essere specificato nella manifestazione di interesse che i posti letto non sono stati computati nella baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza».
Erano dunque ammessi a cofinanziamento posti già esistenti.
Il ministero ha equiparato tutti i posti negli studentati privati non censiti nella propria banca dati come «nuovi». E quindi li ha finanziati. Alcuni di questi posti sono gestiti dagli stessi operatori, negli stessi edifici, a volte da oltre dieci anni.
La differenza è che adesso rientrano nel perimetro dell’offerta «istituzionale» (definizione mia): restano privati, ma ricevono contributi pubblici che sono serviti all’acquisto e alla locazione di immobili, da parte dei gestori privati.
I fondi pubblici sono finiti a banche, società edili, fondi immobiliari (come a Milano, Ferrara e Torino) per l’acquisto e l’affitto degli edifici da parte di gestori come Camplus e Campus X che poi locano le stanze agli studentati.
Si tratta di immobili che restano di proprietà dei soggetti gestori degli studentati e hanno un vincolo d’uso che dura nove anni.

 

L’offerta di posti prima del Pnrr

Questi posti letto, si legge nei decreti, sarebbero «aggiuntivi».
Aggiuntivi a cosa?
Qual è la «baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza»?

L’obiettivo definito nel Pnrr è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Il dato di partenza sono quindi 40mila posti: sembrerebbero quelli degli enti per il diritto allo studio. I posti degli enti regionali per il diritto allo studio (Dsu) nell’anno accademico 2019-2020 (anno accademico di riferimento per il Pnrr) erano infatti 42.732 (erano 41.500 l’anno successivo), si legge nel focus annuale 2019-2020 sul diritto allo studio.

Di fatto l’offerta è composta anche da posti resi disponibili in maniera autonoma da alcuni atenei, «seppur in misura minore». Poi ci sono i posti nei Collegi universitari di merito, statali e accreditati: «centri per gli studenti universitari che alla funzione abitativa associano un progetto di formazione umana, accademica e professionale».
Tre collegi di merito sono pubblici, mentre gli altri sono privati. I posti nei collegi di merito sono censiti nella banca dati Ustat divisi per ogni città: nel 2019-2020 erano 4.475 (5.056 l’anno successivo).
Di questi, non si sa quanti siano stati destinati a studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio (questo dato è pubblicato solo per gli enti pubblici, le Dsu). In ogni caso, i posti nei collegi universitari sono riservati ai soli ospiti dei collegi. Ricapitolando, l’offerta di posti letto è costituita da alloggi gestiti da tre soggetti: gli enti per il diritto allo studio (gli unici che sarebbero considerati dal Pnrr), gli atenei, e i collegi di merito.

I collegi di merito sono definiti come «legalmente riconosciuti» e se posseggono determinati requisiti possono essere accreditati e quindi accedere al contributo statale (circa 11 milioni di euro l’anno).
La Conferenza dei Collegi universitari di merito (Ccum) è stata fondata nel 1997 da Maurizio Carvelli, l’amministratore delegato della Fondazione Ceur, dietro il marchio Camplus. Oggi gli enti gestori dei collegi di merito privati accreditati sono 17. Gli enti che hanno più collegi accreditati sono la Fondazione Ceur (proprietaria del marchio Camplus) con dieci collegi, e la Fondazione Rui con 13. Le fondazioni stipulano convenzioni con le università per l’erogazione di borse di studio per studenti meritevoli.
La Fondazione Rui, per esempio, ha una convenzione con l’università La Sapienza per dieci borse di studio annuali che prevedono un’agevolazione di mille euro della retta per un posto letto. La retta per un posto presso un collegio della Fondazione Rui a Roma costa fino a 15mila euro l’anno; comprende una varietà di servizi e un progetto formativo personalizzato.

L’invenzione dell’offerta «strutturata» e i collegi di «ispirazione cristiana» 

La seconda fase del Pnrr, quella legata al Fondo housing universitario, prevede «la ricognizione dei fabbisogni territoriali dei posti letto, funzionali alla assegnazione delle risorse, in base all’offerta oggi disponibile».
Che non coincide, però, con la «baseline» individuato dal Pnrr (40mila posti).
Nel decreto che istituisce il Fondo housing universitario, infatti, compare per la prima volta una nuova definizione dell’offerta esistente: si chiama offerta «strutturata» e, si legge nel decreto, è composta di strutture pubbliche e/o convenzionate.
I posti di questa offerta «strutturata» (riportati nell’allegato A al decreto) sono molti di più dei 40mila usati come «baseline» del Pnrr: sono 54.810 posti (secondo il mio calcolo, perchè nell’allegato al decreto manca la somma totale dei posti elencati per città).
Si tratta di 12mila posti in più rispetto a quelli degli enti per il diritto allo studio disponibili nel 2020; 15mila in più rispetto alla «baseline» del Pnrr (40mila posti).
È una differenza sostanziale.
Perché l’offerta di posti esistenti è aumentata così tanto?
E come è stata calcolata?
In nota nell’allegato che quantifica la nuova offerta «strutturata» si legge che i dati sono relativi all’anno accademico 2019-2020 perché «la baseline adottata ai fini del Pnrr» è stata calcolata con dati di giugno 2020. Ma questa baseline, di oltre 54mila posti, non ha nulla a che fare con quella del Pnrr (40mila posti). Perché è cambiata? E se proprio si poteva cambiare, perché non usare dati aggiornati (il decreto è del 27 dicembre 2022), includendo anche i posti finanziati con il primo bando del Pnrr, i 4.478 posti ammessi a finanziamento a novembre?

L’offerta «strutturata», si legge nel decreto, include i posti degli enti per il diritto allo studio, ma anche i posti degli atenei e dei collegi di merito. Per tutti questi posti «si fa riferimento agli open data del Mur (base dati Ustat)». Ma accanto a questi tre soggetti, che tradizionalmente compongono l’offerta di posti, nel decreto è comparso un quarto soggetto i cui posti sarebbero adesso parte dell’«offerta strutturata»: le strutture dell’Associazione Collegi e Residenze Universitarie (Acru). Ma il ministero non pubblica e non ha mai pubblicato i dati su questi posti: qual è allora la fonte di questi dati? Quanti e dove sono questi posti, a chi sono destinati, a quali condizioni, da chi sono gestiti? Nel decreto questo non è specificato.
L’Acru, si legge sul sito dell’Associazione, «riunisce i Collegi e le Residenze universitarie che si riconoscono nella Charta dei Collegi Universitari di ispirazione cristiana». Ancora: «l’Associazione opera in costante collegamento con l’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università (Unesu) della Conferenza Episcopale Italiana (Cei)». L’Unesu «ha lo scopo di approfondire l’insegnamento cristiano attinente l’educazione e la scuola» e «assicura particolare attenzione alla Scuola Cattolica di ogni ordine e grado e alla Formazione Professionale» si legge sul suo sito web.
I posti dell’Acru, scopriamo nel decreto che istituisce il Fondo per l’Housing universitario, sono ora «convenzionati» con il pubblico. Eppure – ripetiamolo – questi posti non sono mai stati censiti nella banca dati Ustat del Mur. Meglio: non lo sono ancora. Perché il fatto che non siano ancora censiti, come sappiamo, significa che sono buoni candidati a essere considerati dal ministero come «nuovi», e dunque finanziabili con fondi del Pnrr.

I conti, peraltro, non tornano neanche confrontando la nuova offerta «strutturata» con i dati del ministero sugli altri tre soggetti gestori tradizionali (quindi posti Acru a parte) che sarebbero stati usati come base di calcolo secondo la nota. Secondo l’allegato A che quantifica l’offerta «strutturata» nel 2019-2020 a Chieti c’erano zero posti letto; eppure i dati Ustat-Mur per quell’anno registrano 65 posti alloggio, gestiti dall’ente per il diritto allo studio, di cui 27 assegnati a borsisti. Infatti la residenza pubblica Benedetto Croce di Chieti ha 65 posti, creati con un finanziamento pubblico di 1.415.000,00 euro nel 2012, a valere sul terzo bando di attuazione della legge 338. Di più, nel corso del 2020 era programmato l’avvio della ristrutturazione in un’altra residenza universitaria di 149 posti. Erano dunque 214 i posti letto pubblici a Chieti, di cui 65 in funzione, a cui si sommano 79 posti convenzionati presso la residenza di Campus X. C’è anche da dire anche che Campus X ha beneficiato di oltre 3 milioni di euro di fondi del Pnrr per la locazione di una residenza di 450. Ma l’offerta «strutturata» sarebbe zero. L’Aquila, di contro, avrebbe un’offerta «strutturata» di 295 posti;  ma secondo i dati del ministero nel 2020 i posti erano 326 (nel 2022 ne aveva zero). In altre città come Roma e Milano la discrepanza dei dati è macroscopica: se Roma nel 2020 contava 2.550 posti pubblici e 594 posti nei collegi di merito censiti dal ministero, l’offerta «strutturata» sarebbe il doppio: 4.787 posti. Milano avrebbe addirittura 8.344 posti.
Con il trucco di far aumentare l’offerta di 15mila posti che il ministero considera disponibili (includendo quelli nei collegi «cristiani»)  il «gap» rispetto al target da raggiungere (ovvero la copertura del 20% del fabbisogno di posti degli studenti fuorisede) diminuisce: si devono realizzare meno posti «nuovi» entro il 2026, e a parità di importo totale disponibile (660 milioni di euro) il contributo pubblico per ogni posto «nuovo» aumenta.

 

Camplus ne sa una più del ministero 

La nuova definizione di offerta «strutturata» è comparsa pochi mesi dopo la pubblicazione del decreto in un report di Scenari Immobiliari e Camplus, presentato a Roma il 13 aprile. Di più: il report quantifica questa offerta: sarebbero 9.120 i posti nelle Acru, e poi 4.660 quelli dei collegi di merito e 40.000 (cifra tonda) quelli degli enti per il diritto allo studio. Iil report non considera però quelli degli atenei.
Il totale dei posti nel rapporto Camplus è molto simile al totale nell’Allegato A.
Forse anche nell’offerta «strutturata» ufficiale, quella citata nel decreto che stanzia le risorse per il Fondo housing universitario e che non sappiamo in base a quali dati sia stata calcolata, i posti negli atenei sono scomparsi dall’offerta pubblica?

Il fatto che la definizione di offerta «strutturata» compaia sia nell’allegato al decreto ministeriale, a dicembre 2022, che nel rapporto curato da Camplus, presentato ad aprile 2023, fa riflettere, perché in nessuno dei focus annuali sul diritto allo studio pubblicati dal ministero ed elaborati con dati della sua stessa banca dati Ustat, compare la definizione di offerta «strutturata»: i posti dei collegi Acru non sono inclusi né menzionati. Come sono finiti nel decreto che stanzia 660 milioni di euro per il Fondo housing universitario? E perchè, se questi posti fanno parte dell’offerta «pubblica e/o convenzionata» non ci sono dati pubblici? Perchè questi dati si trovano solo nell’elaborazione «su fonti varie» di Scenari Immobiliari e Camplus, due soggetti privati?

Che ci sia stato un rapporto tra il mondo Camplus, il principale operatore privato nel settore dell’ospitalità studentesca, e il ministero dell’università non è una novità.
Da alcuni decreti pubblicati sappiamo che il presidente della Fondazione Ceur, Patrizio Trifoni, ha fatto parte su nomina dello stesso ministero della Commissione paritetica alloggi e residenze: si tratta della commissione ministeriale che ha il compito di verificare le proposte di cofinanziamento, la scelta degli interventi ammissibili, la formulazione delle graduatorie e il loro monitoraggio.

La commissione, istituita in applicazione della legge 338 del 2000, è stata rinnovata nel corso degli anni. Trifoni ha dunque fatto parte della commissione ministeriale che ha valutato e approvato finanziamenti per almeno 84 milioni di euro al marchio Camplus della Fondazione Ceur da lui presieduta. Alla galassia Camplus sono andati anche altri 108 milioni di euro del Pnrr.

La necessità di aprire i servizi pubblici al mercato viene sempre giustificata con l’argomento secondo cui «il pubblico non ce la fa». Ma se il pubblico oggi funziona poco e male è anche perché le sue istituzioni sono state parassitate da rappresentanti di interessi privati che stanno possibilmente cambiando i dati e drenando le risorse necessarie a garantire diritti, come il diritto allo studio, al di fuori della sfera di un mercato privato, che campa sulle nostre spalle.


* Tratto da Jacobin Italia.
Sarah Gainsforth, giornalista freelance, scrive di trasformazioni urbane e abitare. È autrice di 
Airbnb città merce (DeriveApprodi 2019), Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni 2020) e Abitare stanca. La casa: un racconto politico (Effequ, 2022).

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domenica 16 aprile 2023

Degrowth communism - Paolo Cacciari

 


La ripresa di interesse al pensiero ecomarxista – penso ad autori come John Bellamy Foster, Ian Angus, Paul Burket, Michael Löwy, Jason W. Moore, Andreas Malmo – con al vertice il caso dello straordinario successo dei libri di Kohei Saito, il giovane studioso giapponese che ha portato in luce una vena protoecologista del pensiero marxiano (Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, di Kohei Saito, Università di Tokyo), ci riporta alla vexata questio che ha tormentato le avanguardie politiche rosso-verdi fin dagli anni Settanta del Novecento: come riuscire a connettere i diversi aspetti della critica al capitalismo? Come fare in modo che il “rosso” e il “verde”, ma anche il “rosa” del femminismo, il “bianco” del pacifismo antimilitarista, antinucleare e nonviolento, il “nero” dell’antiautoritarismo libertario, la “linea del colore” contro cui si scontano le lotte di liberazione postcoloniali, l’“arcobaleno” delle lotte per i diritti civili e le libertà individuali… insomma, l’intero spettro delle resistenze alle pluriverse contraddizioni scatenate dal sistema capitalista possa connettersi e convergere in un movimento d’opinione, culturale e politico capace di impensierire il comune nemico?

Ognuno capisce da sé che le dolorose crisi finanziarie, economiche, sociali, demografiche, alimentari, migratorie, ambientali… sono concatenate e hanno un’origine comune. C’è una fonte avvelenata che origina ogni male; ci sono un insieme di relazioni (non solo produttive), c’è un ordine sociale (non solo economico) e un potere simbolico che sfibrano i tessuti della solidarietà sociale e minano la convivenza civile, che generano insopportabili discriminazioni e ingiustizie, che mettono a repentaglio le stesse basi biologiche della vita, che mortificano gli individui fino a metterne in discussioni l’esistenza, la “nuda vita”. La guerra è forse l’esito finale, l’apoteosi di una logica di violenza ubiquitaria e strutturale.

Non è questa la sede per dimostrare questa realtà. Ci basti qui ricordare la fallacia della teoria di base del liberalismo secondo la quale il commercio globale e il desiderio di benessere materiale dei popoli avrebbero pacificato i rapporti tra gli stati moderni. Non serve qui elencare le molte evidenze fattuali per dimostrare che vale esattamente il contrario. È proprio la competizione economica tra le imprese di capitale finalizzata alla massimizzazione dei profitti, all’accumulazione “primitiva” permanente, all’aumento della produttività e alla crescita a tassi compositi del valore delle merci sui mercati a creare uno stato permanete di prevaricazione, sfruttamento dei “fattori” di produzione, espropriazione, estrazione e dissipazione dei beni comuni naturali. Un sistema che cannibalizza – per dirla con Nancy Fraser (Il capitale cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Laterza, 2023) – i supporti stessi del suo funzionamento.

Come fermare la bestia biblica, il mostro leviatano?

Nel corso della storia a ogni fase di espansione della marcia trionfale del capitalismo (del processo di occidentalizzazione del pianeta) si sono affacciate varie forze di opposizione e resistenza. Innanzitutto le comunità autoctone, indigene e contadine che, difendendo il loro territorio, hanno tentato di impedire la predazione coloniale dei mezzi naturali di sussistenza. Poi le masse proletarie inurbate attraverso le varie formazioni del movimento operaio hanno tentato di contrastare l’estrazione diretta di plusvalore. Le donne, per parte loro, hanno da sempre denunciato il disconoscimento del “lavoro riproduttivo” e di cura, la divisione sessista dei ruoli sociali, il patriarcato come forma primaria di dominio. Inoltre, con l’evidenziazione della “frattura metabolica” (per usare il linguaggio marxiano) provocata dall’industrializzazione gli abitanti dei territori in tutti i luoghi del pianeta hanno manifestato la loro contrarietà alla deturpazione e alla mercificazione della natura. Aggiungiamoci i gruppi di pressione e i movimenti che sono mossi direttamente da motivazioni etiche, come gli animalisti antispecisti, i pacifisti nonviolenti, la cittadinanza attiva impegnata nel far valere i diritti civili individuali… e raggiungeremo a contare quel 99% della popolazione della Terra che viene costantemente depredato dal’1% dei super-ricchi.

Come è possibile che si verifichi una tale schiavitù di massa (più o meno) volontaria?

Sono due le principali abilità con cui il capitalismo supera le sue criticità: da una parte la capacità plastica di assorbire e trasformare le disfunzioni che genera in stimoli di cambiamento (innovazioni organizzative e tecnologiche) spostando sempre in avanti la frontiera delle condizioni di riproducibilità del sistema; dall’altra la capacità di rovesciare e distribuire i costi delle crisi sui diversi costrutti sociali (classi, nazioni, etnie, generazioni, generi…) in modo da mettere in contrasto gli uni agli altri. Non serve ricordare casi già noti come il ricatto costante esercitato dal sistema imprenditoriale sulle forze del lavoro poste di fronte all’alternativa tra accettare condizioni di lavoro insalubri e la perdita del reddito. “Lavoro contro salute è una partita impossibile da giocare, perché i giocatori appartengono a entrambe le squadre – Ha scritto Stefania Barca (Ecologia operaia, in Trame, Tamu, nov. 2021, p.78) – L’unico modo di vincere è non giocare”. Scrivevano, tanti anni fa, i pionieri dell’ecologismo operaio del collettivo di medicina democratica di Castellanza: “La minaccia del posto di lavoro spinge gli operai a una oggettiva alleanza con il padrone. […] L’operaio come figura sociale entra in conflitto con sé stesso: la sua lotta contro l’inquinamento prodotto dalle aziende entra in contraddizione con le sue possibilità di occupazione” (Edoardo Bai, Una nuova ecologia, Cooperativa Smemoranda, Milano, 1983).

Analoghe situazioni conflittuali si trovano abitualmente nelle comunità urbane schiacciate tra una condizione abitativa che obbliga gli abitanti a consumi energetici assurdi (mobilità privata, raffrescamento, servizi tecnologici sempre più raffinati) e l’avvelenamento dell’aria, la scarsità idrica, la perdita degli spazi comuni e della biodiversità.

La progressiva dipendenza delle singole vite umane dalla disponibilità economica individuale porta le persone a introiettare fino ad accettare condizioni e stili di vita autodistruttivi oltre che alienanti. L’ordine economico capitalista non ha solo diviso le popolazioni a seconda delle funzioni loro assegnate nella catena di produzione del valore economico, ma è penetrato fin dentro i singoli individui riuscendo a suddividere il loro quadrante biologico in comparti separati: lavoro, consumo, spostamenti, cura, svago. A ogni dimensione del vivere vengono assegnati tempi, dosi di risorse psicofisiche da impegnare, modelli comportamentali, rituali. Il tutto mediato indissolubilmente dal denaro a disposizione, o meglio, dall’accesso al credito, dai limiti di solvibilità del ricorso al debito. Ordini sociali e sistemi di vita non capitalisti non sono tollerati, ovvero, costituiscono il campo su cui le imprese – come tanks in battaglia – penetrano, distruggono, conquistano, investono, colonizzano; in competizione tra loro. L’economia di mercato mutua i propri modelli di azioni da quelli della guerra. “La competizione – ha affermato qualche tempo fa una commissaria europea per la ricerca, Máire Geoghegan-Quinn (citata da Alice Benessa e Silvio Funtowics in L’innovazione tra utopia e storia, Codice edizioni, 2013) – è la nuova legge di gravità dell’economia, che nessuno può sfidare”.

Per coloro che desiderano tentare una fuoriuscita politica dal presente ordine sociale si pone quindi la necessità di ricondurre a unità le identità sociali frammentate, di superare le separazioni, di unificare le opposizioni, le lotte, le proposte alternative. Per riuscirci servono una teoria critica generale capace di cogliere la centralità del sistema che domina le relazioni sociali esistenti e un progetto di emancipazione che vada bene per tutte le popolazioni variamente soggiogate dal sistema; una visione e un progetto di società alternativa, plausibile, desiderabile oltre che necessaria, capace di mobilitare i soggetti della trasformazione.

Come noto, i molti tentativi fin qui prodotti non hanno dato buon esito. Perché? Quali sono stati i loro limiti? Ogni movimento antagonista ha creduto di aver trovato il bandolo giusto della matassa. Cosicché ognuno ha tirato il suo rendendo la matassa ancora più intricata. Le organizzazioni politiche del movimento operaio hanno pensato che il motore del processo di trasformazione fosse il proletariato industriale, liberato il quale tutti ne avrebbe tratto beneficio. Scrisse Giuseppe Prestipino a proposito delle pretese universalistiche della teoria marxista ortodossa: “I vecchi marxisti ripetevano che la classe operaia, in quanto ‘classe generale’, avrebbe avuto il compito di abolire tutte le classi e che, liberando se stessa, avrebbe liberato tutta l’umanità da ogni forma di servaggio” (in Accadde domani, Centro per la filosofia italiana, Aracne 2005).

I partiti verdi, dal canto loro, hanno ritenuto che la preservazione dell’ambiente naturale avrebbe dovuto interessare e mobilitare l’intera umanità. I movimenti femministi, come quelli anticoloniali e antirazzisti, hanno creduto che senza l’abbattimento delle discriminazioni di genere, razza, religione nessuna persona si sarebbe mai potuta sentire davvero libera.

Soffermiamoci sulle ragioni dei “rossi” e dei “verdi”.

C’è uno scritto illuminante di Alex Langer del 1985 (Il verde non passa per la cruna dell’ago rosso, pubblicato su “il manifesto” del 26/01/85) che spiega molto chiaramente la situazione. Come noto, Langer rifiutava di schiacciare il neopartito verde sul lato della sinistra parlamentare, non solo o tanto per ragioni tattiche di opportunità elettorale e nemmeno per la differenza di contenuti, alle volte davvero grande (pensiamo al nucleare), ma su questioni più di fondo. Scrive il fondatore dei Verdi italiani: “Bisognerà interrogarsi anche sull’utilità pratica di certe classificazioni, e trarne le conseguenze. […] Ci sono oggi più cose tra cielo e terra di quante non se ne riescono ad afferrare con categorie politiche che già in passato faticavano a rendere l’idea e oggi sono manifestazioni in crisi”. Langer rinfaccia alle sinistre di aver perduto una dimensione utopica ed etica e di occuparsi solo di “giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale” rinunciando alla “critica di fondo alla civiltà dominante”. Per contro Langer paragonava la battaglia dei verdi per la “sopravvivenza della specie” a quella dei cristiani delle origini che scelsero il Nuovo Testamento e rifiutano i profeti e le leggi di Israele. I verdi quindi non si consideravano una “terza posizione” tra le destre e le sinistre, ma una cosa altra, un’altra categoria politica alla ricerca di un “proprio progetto complessivo” che Langer delinea attorno ad alcune missioni di base: dare risposte a “una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell’iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell’’ente pubblico’; una ricerca di comunità non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra…”. Da qui l’inevitabile profetico pessimismo: “A ben guardare e per tutto un periodo non breve l’approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai più marcate tra ‘verde’ e ‘rosso’ di quanto oggi non si pensi, e i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla ‘fuoriuscita dall’industrialismo’, sul sindacato e più in generale sulla concezione del ‘progresso’ che si preannunciano saranno assai dolorosi”.

A Langer, quindi, (ma anche a Ernesto Balducci e alla corrente cattolica che militava nel Pci, Franco Rodano, Claudio Napoleoni, Raniero La Valle) non bastavano né le risposte apparentemente inoppugnabili, neutrali che venivano dall’“ambientalismo scientifico”, né quelle dell’ecomarxismo di James O’Connor (teorico della “seconda contraddizione” tra capitale e natura)e dell’”ecologismo sociale” di Barry Commoner, Richard Levins e altri. Le prime finivano nell’affidare le sorti del pianeta alla tecnoscienza, le seconde all’automatico rovesciamento dei rapporti di potere tra le classi sociali.

Era quindi chiaro fin dall’inizio della storia del pensiero politico ecologista che la convergenza tra verdi e rossi, tra l’ecologia pura (conservazionista, profonda) e l’ecologia sociale (operaia), non si sarebbe potuta realizzare per giustapposizione aritmetica, ma attraverso un processo alchemico, fusionale che avrebbe dovuto modificare la natura stessa delle parti coinvolte e dei loro punti di vista.

Il pensiero ecologico stesso (sistemico, complesso, relazionale) è un modo di pensare il mondo e di pensare sé stessi in rapporto a ogni altro ente. È una “scienza sovversiva”, diceva Giorgio Nebbia, poiché riunisce le conoscenze fisiche, geologiche, biologiche, climatiche… e le pone in relazione con le scienze che studiano i comportamenti umani. L’ecologia non è una branca della biologia è piuttosto una “superscienza”, una “filosofia globale”, poiché “nella grande concatenazione di causa ed effetto nessuna materia, nessuna attività può essere considerata isolatamente” (Ludwig Trepl, in Profeti verdi, a cura di Gianfranco Bettin, 2022). Se presa sul serio, l’ecologia rimette in discussione alla base i miti fondativi della civiltà occidentale, la separazione tra essere umano e natura, la cosificazione della natura e così via. “In questo universo tutto ha a che fare con tutto, formando una incommensurabile rete di relazioni” (Leonardo Boff, La terra è nelle nostre mani, edizioni Terra Santa, 2017).

L’ecologismo, quindi non è solo anticapitalista, anche se per andare oltre dovrà necessariamente abbatterlo.

Un primo tentativo di connessione tra le istanze ecologiste e sociali venne dalla proposta ecosocialista (vedi, di Antunes, Jaquin, Kemp, Krieger, Stengers, Telkamper, Wolf, Ecosocilaismo, Per un’alternativa verde in Europa, pubblicato in Metafora verde, n.1 1990) che si ispirava alle posizioni di Barry Commoner, Gorz e che in Italia prese la via dei Verdi Arcobaleno, dove confluivano spezzoni della “nuova sinistra”.

L’ecosocialismo, il bio-umanesimo, il “comunismo di base” di Luis Munford (Tercnica e potere), il “comunismo dei beni fondamentali” di Giorgio Nebbia, l’“ecologia rivoluzionaria” e ora il “comunismo decrescente” di Saito indicano sentieri di riconciliazione della società umana con la natura che implicano una rivoluzione antropologica. Una rivoluzione del sentire comune, nel senso di coscienza di specie che si recepisce come parte integrante della rete della vita, non soggetti esterni superiori. E ciò può avvenire solo riscoprendo un rapporto empatico, emozionante (non solo razionale e utilitaristico) con la natura, a partire dal proprio corpo. Nulla di new age. Nessuna fuga nell’intimismo individuale o nel metafisico. Al contrario, un processo di liberazione – non solo dell’immaginario – dalle costrizioni materiali che compromettono le possibilità di una vita piena e sana, ricca e soddisfacente. Timothée Parrique, commentando i lavori di Saito ha confermato che non potrà esserci mai un ridimensionamento pianificato democraticamente delle produzioni e dei consumi (al fine di alleggerire le pressioni ambientali) senza fare uno “sforzo di condivisione delle ricchezze e del benessere”. Il “regno della libertà” auspicato dal comunismo è quindi un mondo liberato dall’ossessione della crescita, della produttività, del denaro. Un “socialismo senza crescita”, un “comunismo decrescente”.


Testo, rivisto dall’autore, dell’intervento al seminario Decrescita: una via ecosociale al cambiamento, promosso a Brescia dalla Fondazione Micheletti il 31 marzo 2023.

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giovedì 13 aprile 2023

L’imperialismo d’Oriente e quello d'Occidente: dalla padella alla brace

 

Gli applausi non mancano (anche se qualcuno nasconde le mani dietro la schiena…) approvando i recenti accordi commerciali stipulati fra l’impero “socialista” cinese e alcuni Stati in via di sviluppo (…come il Brasile) verso quel modo e quei rapporti di produzione che vengono spacciati per socialismo secondo l’interpretazione di Pechino e della banda politica di Xi Jinping. Contribuirebbero - ci raccontano alcune anime belle che si spacciano per intellettuali o esponenti del moderno pensiero di… “sinistra”! - a risanare gli sconvolgimenti del mondo attuale. Assesterebbero una serie di colpi, certamente non graditi, a quel dollaro americano che starebbe per essere messo in secondo piano da parte dello yuan e del _rea_l brasiliano in una serie di importanti transazioni commerciali.

Gli estimatori delle imprese pechinesi – a cui dovrebbe andare l’entusiastico appoggio di un… multiforme movimento “comunista” sparso nel mondo – vanno in brodo di giuggiole davanti agli affari collegati agli scambi di merci tra Cina e Brasile: ben 150 miliardi di dollari nel 2022. E sarebbero stati più di 70 miliardi (sempre e ancora dollari dell’imperialismo Usa!) gli investimenti cinesi in America Latina tra il 2007 e il 2020… Alla ricerca di quote di quel plusvalore - derivante dallo sfruttamento di forze-proletarie sparse nel mondo del capitale – che la Cina accumula per… costruire il socialismo!

Altri accordi sono stati stipulati con Argentina e Russia, con lo scopo – sempre nei racconti ufficiali – di minare la centralità economica occidentale e assestare una serie di sonori schiaffi alla “arroganza statunitense”, facendo aumentare la…. semplicità e la modestia del “capital-socialismo” cinese.

Per questi obiettivi, il PCc non fa che incitare le imprese affinché possano acquisire una maggiore forza produttiva e competitiva, entrando nella fascia alta della catena del valore globale. Dalle sfere del governo arrivano in continuazione appelli, e direttive, affinché si faccia solida la base “per costruire una superpotenza economica, quella di una nazione socialista modernizzata ricca, forte, democratica, civile, armoniosa”… Si potenziano così le nazionali “catene del valore” , si riducono le dipendenze dai mercati esteri e si amplia la competizione (rigorosamente “mercantile”) a livello globale.

Dopo di che si alza l’ammirazione per i successi dell’economia dei BRICS, un “sistema” (?) che viene valutato superiore a quello occidentale e che quindi farebbe ben sperare in un capitalismo “riveduto e corretto”, capace – in connessione con la Shanghai Cooperation Organization (SCO) – di rinnovare e rafforzare il commercio internazionale… capitalista. Semplicemente cambiando la valuta (yuan invece che dollari) per il comando degli scambi di merci.

Dunque – avanti verso il “socialismo del XXI° secolo”. Un capitalismo non più unipolare bensì multipolare, capace finalmente di espandersi con uno sviluppo accelerato… Buon ultima l’adesione, a pensieri di questo livello, da parte di personaggi (è la volta di Ferrero, ex segretario di Rifondazione ed ex ministro) che dichiarano di scavare nel “pluralismo economico” di questa ”fase di passaggio” che starebbe attraversando il capitalismo (di grazia: verso cosa?). E vedono, al posto della Madonna, centri imperialisti come Cina e Russia che reclamano spazi nel campo di quella finanza che – dato il ruolo centrale (“di comando nel modo di produzione capitalistico”…) - avrebbe anche nel “socialismo del XXI° secolo”.

Si tratterebbe di “un mutamento degli equilibri di potere”, oltre che di “un fatto politico”…: verso il socialismo? Già, una “posizione di rendita” che Pechino e Mosca reclamano e non vogliono lasciarsi sfuggire nella conquista di un loro più elevato posto della gerarchia mondiale imperialistica. Nel nome – s’intende… - di una “nuova cooperazione tra i popoli e paesi”. Sempre, e questo sia chiaro, restando immutati i rapporti di produzione che oggi stanno portando verso un baratro senza fondo il futuro degli uomini e della stesso pianeta che li ospita.

Basta – dunque – con i “vantaggi politici, militari, commerciali e geostrategici “ degli Usa. Vogliamo – si richiede a gran voce - mercati normali e liberi, che consentano anche alla Cina (che “ha forza, saggezza storica e una crescente capacità di stringere alleanze”) e alla Russia (che “stava ricostruendo la sua economia, il suo tessuto produttivo, il suo efficiente complesso militare-industriale”) di soddisfare i “reciproci interessi e vantaggi”. Che diamine, le merci si scambiano a questo scopo! Avanti, dunque, verso una riorganizzazione del capitalismo nel nome degli interessi nazionali di ciascun paese e – soprattutto – verso un obiettivo che la “nuova sinistra” definisce di portata storica: la fine del dominio politico-militare e culturale dell’Occidente affinché prevalga e s’imponga quello dell’Oriente: da un centro imperialistico ad un altro. Lunga vita al capitale!

A noi il difficile compito di risparmiare al proletariato una tragica caduta in quest’altra trappola mortale, che il capitale tinto in giallo sta allestendo, questa volta ad Oriente!

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