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venerdì 4 febbraio 2022

Che fare? - Gustavo Esteva

 

 

E sì, si tratta della vecchia domanda. Ma le risposte sono completamente diverse. Come al solito, Raúl Zibechi mette il dito nella piaga descrivendo le impotenze dei movimenti sociali o della cosiddetta sinistra di fronte alla situazione attuale. Completa così i percorsi che aveva aperto settimane prima (vedi qui e qui).


Quel che si è chiamato “sinistra” è andato perdendo per strada la sua ragion d’essere e il suo significato. Negli anni ’50 ha cominciato a fare dello sviluppo, invece che della giustizia, il motivo e il traguardo della sua esistenza. Per “fare la rivoluzione”, la cui forma ha cambiato continuamente, è rimasta attaccata all’ossessione di “prendere il potere”, cosa che in pratica ha voluto dire semplicemente prendere le redini del governo.

Esistono ancora gruppi organizzati che aspirano al proposito originale: stabilire il socialismo, anche se l’idea stessa di una società socialista s’è modificata fino ad assomigliare ogni volta più al capitalismo e persino al modello che definiva lo sviluppo: gli Stati Uniti. Questo ha segnato profondamente, per esempio, l’evoluzione dell’Unione Sovietica. Cuba ha mostrato per decenni la soddisfazione di aver fatto il suo dovere, potendo contare su un sistema educativo e sanitario che per molti versi supera quello degli Stati Uniti.


Negli ultimi tre decenni, quel che ancora si chiama sinistra è stato in una crisi permanente di orientamento e carattere. In generale, si è adattato al sistema dominante e al gioco democratico. Per i suoi militanti, “prendere il potere” significa vincere le elezioni e ricoprire cariche pubbliche. Si sentono particolarmente soddisfatti se la retorica degli interessi al cui servizio si trovano ha un tono progressista, sebbene non si pronunci mai contro il patriarcato o il capitalismo.


Quella sinistra ha giocato un ruolo decisivo nello smantellamento e nella liquidazione dei movimenti sociali. Quando non può usarli per i suoi fini, li esclude e li limita il più possibile, spesso riesce a dividerli, secondo uno schema che la caratterizza da sempre.

Per queste e altre ragioni, come sottolinea bene Zibechi, risulta in pratica impossibile per i movimenti sociali e per coloro che ancora appartengono a tutto ciò pretende di essere “di sinistra”, unificarsi e persino coordinare le azioni per affrontare il sistema dominante e le ondate di orrore che ha scatenato attualmente. Per inquadrare queste ragioni, Zibechi fa riferimento al Forum sullo Stato del Mondo che si è svolto a San Francisco nel 1995. Lì, un orientamento politico delle élite è stato definito in relazione ad una nuova classe sociale, quella che gli zapatisti hanno chiamato los desechables (gli eliminabili, gli “usa e getta”, ndr): persone che non hanno più alcuna utilità per le élite. Li vedono come “popolazione in eccesso”, di cui possono fare a meno, ma che devono comunque necessariamente sottomettere e controllare. Di fronte a sfide come queste, relativamente nuove, le risposte leniniste sul da farsi, quelle che aspettano che un gruppo di intellettuali guidi “le masse”, hanno perso ogni significato e sostegno.


La speranza di un mondo nuovo non emerge più dalla “sinistra” o dai movimenti sociali, ma dalle persone comuni ben organizzate che per necessità di mera sopravvivenza o per antichi ideali si è messa in movimento e si occupa – ancora Zibechi – di costruire autonomie territoriali e propri sistemi di governo.


Quando gli zapatisti avranno terminato la loro valutazione interne, renderanno certo noti i risultati del loro Viaggio per l’Europa. Per quanto si è saputo mentre era in corso, il proposito di ascoltare una moltitudine di gruppi di ogni tipo e condizione, andati a riceverli con entusiasmo e impegno, è stato ampiamente raggiunto. E sono state create le condizioni per scambi intensi.


Ogni volta, nelle conversazioni, è emersa la crescente distanza delle persone da tutte le forme di quello che ancora si chiama “Stato” e la loro disillusione nei confronti di tutti i governi del più ampio spettro ideologico. Ovunque si segnala l’emergere pericoloso di gruppi di inclinazione fascista, che associano le loro minacce a quelle rappresentate dal collasso climatico e dalla crisi generalizzata.

Ogni volta si è sentita la voce delle donne, che esercitano nuove forme di leadership, assumono iniziative radicali di enorme valore e contribuiscono molto chiaramente alla costruzione di un’autonomia che si estende. Sta iniziando una discussione sul governo: dobbiamo continuare a usare quella parola per forme di organizzazione in cui non ci sono già più governanti e governati, ma è la gente stessa a condurre la propria vita?

Siamo di fronte a un’incertezza radicale. I collassi in corso e l’irresponsabilità criminale delle élite, che ovunque intensificano le loro attività di espropriazione e distruzione, mettono a rischio persino la sopravvivenza della specie umana.

In un senso molto reale, dobbiamo ritornare dal futuro. Invece di continuare a immaginare utopie, che sono inevitabilmente proiezioni di percezioni del mondo che muore, abbiamo bisogno di trasformare in modo creativo il presente. Invece di fare affidamento su messia o cataclismi liberatori, dobbiamo confidare nella capacità che tutti abbiamo quando ci mettiamo all’opera. Ecco dove ci troviamo.

Fonte: “Qué hacer”, in La Jornada, 24/01/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando

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venerdì 24 dicembre 2021

Tempo di catastrofe - Gustavo Esteva

 

Non possiamo lasciarci ingannare. Abbiamo ricevuto un avvertimento esplicito. È essenziale prenderlo sul serio per resistere a ciò che implica e sopravvivere. L’alleanza tra il grande capitale transnazionale, il governo messicano e alcuni attori locali che promuove i megaprogetti ha un obiettivo assai chiaro: colonizzare il sudest. Non sono semplici progetti di investimento. Come tutte le imprese coloniali, anche questa afferma di cercare il beneficio di coloro che saranno colonizzati. Come ha detto il direttore del progetto principale, ci vorrà un genocidio: liquidarli per quello che sono per trasformarli in qualcosa di meglio. Ogni mezzo è stato utilizzato per convincere le persone dei benefici del piano. Oltre alla propaganda di massa, sono stati utilizzati tutti i tipi di risorse legittime e illegittime di persuasione. Sono stati comprati sostegni di ogni tipo. Si dice che molti abbiano venduto la loro primogenitura per un piatto di lenticchie, ma il fatto è che l’hanno venduta, che stanno aspettando le lenticchie e che adesso sostengono l’idea e aggrediscono coloro che resistono.


Questo è il problema. Nonostante tutto, ci sono molti che resistono. Ci sono intere comunità che si oppongono e non vogliono smettere di essere ciò che sono in nome delle illusioni dello sviluppo. Sanno di cosa si tratta; ne hanno sofferto per molti anni. Coloro che si aggrappano ai propri modi di vivere, basati sull’autonomia, si alleano con ecologisti di tutti i generi che lottano contro l’immenso danno ambientale che i progetti comporteranno. Non sono solo organizzati e determinati a resistere. C’è chi è disposto a perdere la vita sul campo pur di riuscire nell’impresa… come sta già avvenendo, perché ci sono aggressioni quotidiane. Consapevole di questa prospettiva, il governo annuncia ora che la realizzazione dei progetti sarà garantita dalle forze armate, considerandoli di interesse pubblico e di sicurezza nazionale. La violenza che il paese sta subendo oggi, quella che lo rende il più violento del mondo, sarà ora realizzata legalmente e in nome del progresso.

Il Comitato contro la Tortura dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu, dopo aver ascolato la testimonianza di Gallardo Martínez (nella foto), insegnante nelle comunità indigene dello Stato di Oaxaca, ha chiesto al Messico di “smetterla di torturare i difensori dei diritti umani e di criminalizzare la protesta sociale”.


Il 26 novembre scorso, 
un articolo notevole e coraggioso di Abel Barrera, direttore del Centro per i diritti umani di Tlachinoyan, nella Montagna del Guerrero, è stato pubblicato su queste pagine (quelle de la Jornada, ndr). Illustra bene il modo in cui operano queste forze armate, gli estremi a cui possono giungere per realizzare i loro compiti. Questo è ciò che dovranno ora affrontare coloro che continuano a resistere ai grandi progetti del sud-est.
Non si tratta di qualcosa di eccezionale o esclusivamente messicano, e neppure di una cospirazione o di un gesto arbitrario isolato. È uno stato di cose. Per imporre la volontà delle élite, disposte a tutto pur di rimanere tali e continuare con l’espropriazione, sono necessarie condizioni speciali.

L’espressione stato di eccezione è particolarmente infelice. Altrettanto lo è la versione inglese, stato di emergenza. Lo Stato-nazione, la forma politica del capitalismo, è stato costruito con un sistema legale e politico adeguato al funzionamento del capitale. Periodicamente, tuttavia, è stato necessario rinunciare alle regole concordate. Come ricorda Agamben, il cosiddetto stato di eccezione è una condizione in cui la legge viene utilizzata per garantire l’impunità a coloro che violano le norme sociali stabilite, spesso risultato di prolungate lotte sociali. È l’impunità a cui ha fatto allusione la Missione delle Nazioni Unite nella sua visita in Messico.
In Occidente, la giustizia è raffigurata come una donna bendata, per alludere alla sua presunta imparzialità. Montesquieu ha dato un’altra interpretazione. Era necessario mettere bende sull’immagine che rappresenta la giustizia in modo che non vedesse gli orrori che sarebbero stati commessi durante lo stato di eccezione. Questa è la prospettiva attuale.

 


In tutto il mondo, il virus è stato usato come pretesto per stabilire la società del controllo, la cui costruzione è iniziata molto tempo fa e ha raggiunto differenti livelli di avanzamento in diversi paesi. In tutti i casi c’è è un dispositivo di coercizione. È importante notare che questo dispositivo possiede attualmente una varietà di strumenti che perfezionano tradizioni di esercizio autoritario molto antiche. È diventato sempre più difficile tracciare una linea di demarcazione tra il mondo della criminalità e il mondo delle istituzioni. Si possono usare gruppi d’assalto, paramilitari, “cartelli” e molti altri attori, mentre polizia e militari sono solo complici o testimoni indifferenti, come abbiamo visto con tutta chiarezza negli attacchi effettuati in Chiapas contro le comunità zapatiste.


Una settimana fa, in Belgio, in una delle innumerevoli mobilitazioni che esprimono la resistenza sempre più generale e attiva al regime di controllo in uno stato di eccezione che si estende e si stabilizza, è circolato uno striscione che dobbiamo prendere molto sul serio: Quando la tirannia diventa legge, la ribellione diventa un dovere (La Jornada, 22/11/21, p. 4).
Nonostante le molteplici minacce, correndo rischi enormi, la base sociale è convinta che il sole non può più essere coperto con un dito e che non possiamo lasciarci ingannare da una propaganda sfrenata e da una retorica liberatoria. È tempo di lottare.

gustavoesteva@gmail.com

Fonte: “Tiempo de catástrofe”, In La Jornada, 29/11/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

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mercoledì 11 agosto 2021

Voti, consultazioni e il giudizio delle vittime - Gustavo Esteva

Le recenti restrizioni alla facoltà di voto di ampi settori della popolazione[1] comportano la necessità della difesa della democrazia negli Stati Uniti, ha recentemente commentato Harry Cleaver. Cleaver è ben noto per la sua critica radicale al capitalismo e alle sue espressioni nella società statunitense. Il suo archivio sul marxismo autonomista non ha rivali. Nel 2019 ha pubblicato una versione per le nuove generazioni della sua classica opera Reading Capital Politically (1979). Sembra strano che ora inviti a difendere ciò che ha sempre criticato.

Cleaver, in realtà, starebbe esprimendo una preoccupazione crescente tra gli statunitensi per quella che molti considerano già una nuova versione della guerra civile del XIX secolo. Trump non sarebbe stato la malattia, ma il sintomo di gravi mali che hanno sempre afflitto la società statunitense e che oggi si manifestano in un autoritarismo pericoloso e in espansione. Le nuove restrizioni alla facoltà di voto si aggiungono ad estremi senza precedenti nella riconfigurazione truffaldina dei collegi elettorali allo scopo di favorire il Partito Repubblicano. La cosa più grave è l’ampliarsi delle fasce “popolari” di un settore particolarmente aggressivo dell’estrema destra. Tutto ciò darebbe sostegno giuridico e sociale a un regime atroce. L’attuale lotta cercherebbe di impedirne l’installazione.


Forse questo è un buon momento per ricordare la natura di quel regime. I federalisti che l’hanno concepito all’epoca hanno spiegato che nella nuova nazione che avrebbe unito le 13 colonie il potere non poteva essere dato al popolo, nel quadro di una vera democrazia, a causa dei rischi che ciò comportava per il paese che volevano creare. Ecco perché hanno concepito una repubblica, in cui il potere rimane sotto il controllo di un’élite, anche se una parte di esso viene ceduta alla gente attraverso il voto. Questo regime, del tutto compatibile con la monarchia, la schiavitù o il sistema delle caste, e aperto a tutti i tipi di razzismo e di sessismo, è stato chiamato democrazia solo quando la schiavitù è stata abolita dopo la guerra civile statunitense. Sebbene la sua natura dispotica non sia stata modificata, è diventato un modello universale di democrazia moderna.


Nel chiarire queste caratteristiche del regime dominante, si potrebbe anche esaminare un’altra opzione. A causa delle condizioni in cui gli Stati Uniti sono stati costituiti, ai suoi Stati e alle sue municipalità sono stati concessi poteri molto ampi. Sono i poteri che il capitalismo elettorale utilizza ora per smantellare il sistema elettorale esistente. Potrebbero anche essere messi in gioco per il contrario: promuovere una vera forma di democrazia, a livello di base, in cui i cittadini stessi possano occuparsi delle questioni di governo, anziché rinunciare a tale potere attraverso il regime della rappresentanza.


La lotta contro quello che è stato definito in modo equivoco “fascismo” non deve concentrarsi tanto sugli Hitler, sui Mussolini, sui Trump, quanto sulle persone che li seguono, spesso in modo fanatico e fondamentalista. Deve concentrarsi, soprattutto, su quello che Foucault chiamava il fascista che portiamo dentro, quello che ci fa amare il potere che ci opprime. E non dobbiamo dimenticare che il fascismo degli anni ’30 si è dichiarato vicino al programma socialista, sia in Italia che in Germania, cosa che non ha equivalenti nella situazione attuale.


Il razzismo e il sessismo sempre più violenti che si manifestano oggi nella società statunitense sono in realtà molto vecchi, caratteristiche che ha avuto da quando è nata. Qualcosa di simile si può dire per ciò che sta accadendo oggi in Messico. Non è una novità, ma gli estremi che ha raggiunto lo rendono del tutto intollerabile. Assumere iniziative per reagire è diventata una questione di sopravvivenza, di fronte a una realtà atroce che tende a peggiorare.

Lo sforzo, qui e dovunque, dovrebbe concentrarsi su ciò che abbiamo a portata di mano, sull’azione concreta in ogni luogo e contesto, per la costruzione autonoma di un modo di vivere che vada al di là del patriarcato e del capitalismo, il che costituisce la forma più efficace di resistenza. Questo significa, naturalmente, intrecciarsi passo dopo passo con gruppi che portano avanti la stessa ribellione, per imparare da loro e praticare solidarietà, come stanno provando a fare oggi gli zapatisti in Europa.

L’enfasi su questa dimensione, tuttavia, non deve escludere iniziative ad altri livelli. Le reazioni critiche suscitate dall’invito zapatista a partecipare alla consultazione del 1° agosto [2] sono per lo meno strane. Si dice che contraddica la loro ben nota posizione, cioè l’aver abbandonato da molti anni ogni speranza di cambiamento nelle sfere governative.

 


Nessuno può dire seriamente in anticipo cosa accadrà dopo la consultazione, che si tratti dell’esercizio di giustizia nella transizione che continua a chiedere Javier Sicilia, oppure di un ulteriore gioco pirotecnico da parte dell’attuale governo, oppure di qualche altra cosa ancora. Ma un’affluenza massiccia al voto del 1° agosto, con un risultato importante del Sì, sarebbe di per sé un giudizio storico delle vittime su ciò che hanno sofferto nell’ultimo mezzo secolo a causa delle azioni o delle omissioni di un regime in agonia che include l’attuale governo. Quel giudizio avrebbe di per sé un immenso valore politico.
E in questo modo, forse, potremmo iniziare il nostro stesso viaggio.

gustavoesteva@gmail.com

Fonte: “Nuestra travesía”, in La Jornada, 26/07/2021
Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Ndt – Negli Usa, alcuni Stati del Sud stanno introducendo leggi che restringono la platea degli aventi diritto al voto: cambiano le regole di identificazione del votante, riducono le sedi dove votare (così che uno debba fare anche 200 km per votare), aboliscono o limitano il voto postale. In uno Stato hanno addirittura inserito una norma che proibisce la distribuzione di acqua e viveri alle persone in coda per votare.

[2] Ndt – Si tratta di una consultazione nazionale a cui gli zapatisti hanno invitato a partecipare, seppure in modo molto autonomo e originale, sulla possibilità di rendere giustizia alle vittime dei massacri che prevede, tra le altre opzioni, anche quella di processare gli ex-presidenti della Repubblica per i loro misfatti.

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lunedì 1 marzo 2021

Non avrai nulla e sarai felice - Gustavo Esteva

Non ci sarà “normalità”. Né nuova né vecchia. E sappiamo poco di quello che sarà. Prima di tutto, resistiamo a quello che ci viene imposto invece di cercare di tornare a quel che c’era. Morire è l’unica cosa del tutto prevedibile nella nostra vita. L’arte di morire è parte centrale dell’arte di vivere. È inaccettabile venire privati della capacità di morire con dignità, come si fa oggi con coloro che muoiono negli ospedali. È altrettanto inaccettabile vietare i funerali. È inaccettabile e non lo accettiamo. Un numero crescente di persone con il virus si rifiuta di andare in ospedale… e, in generale, sta andando bene. Si svolgono riti e celebrazioni per accompagnare i propri cari fino alla tomba. A volte si deve farlo sfidando apertamente le autorità, proprio come in tante altre cose.

Però la resistenza non è sufficiente; dobbiamo reinventarci. Le strade di ieri non portano più da nessuna parte. Non ha senso continuare a cercare lavori che non esistono più e non esisteranno, oppure bussare alle porte che un tempo soddisfacevano richieste. Non ha senso nemmeno fare affidamento sulle promesse di un futuro sempre rinviato. Oggi, per sopravvivere, la prima cosa è rendersi conto appieno della radicale novità della situazione attuale.

Per scrutare l’orizzonte, ad esempio, è utile tener conto di ciò che i signori di Davos hanno annunciato a fine gennaio nel loro Forum Economico Mondiale, il luogo da dove ogni anno dettano la direzione delle politiche globali. Quelli che rappresentano e ostentano i principali poteri economici e politici del mondo hanno deciso di togliersi le maschere e annunciare, con incredibile cinismo, cosa intendono fare. Accelereranno bruscamente Il Grande Reset che avevano anticipato e programmato per il 2030. Il Covid ha accelerato il processo. È per oggi.

Uno degli slogan che hanno lanciato tre anni fa è stato aggiornato e ha acquistato pieno significato: “Non avrai nulla e sarai felice“. Risistemare tutti i pezzi, come stanno facendo e cercheranno di fare sempre di più, significa che vogliono portare la loro rapina alle sue ultime conseguenze. Per decenni ci hanno tolto diritti, libertà, posti di lavoro, salari, pensioni, terre, territori, foreste, acqua, piante, semi, tutto ciò che potevano strapparci, spesso con
immensa violenza. Vogliono continuare a farlo finché non avremo più niente.

Hanno anche annunciato come potranno farlo: con dispositivi che consentano alle persone di accettare docilmente questo destino e persino di gradirlo, di sentirsi “felici” per quello che lasciano, per poter restare incollati a uno schermo, per trasformare la propria casa in ufficio, per ricevere qualche soldo o per sottomettersi alla società della sorveglianza nella quale ogni gesto, atteggiamento e comportamento delle persone sarà controllato.

Klaus Schwab, il fondatore del Forum di Davos e principale portavoce del Grande Reset lo ha detto: “Un aspetto positivo della pandemia è che ci ha insegnato che possiamo introdurre cambiamenti radicali nel nostro stile di vita molto rapidamente. I cittadini hanno dimostrato di essere disposti a fare sacrifici per favorire l’assistenza sanitaria”. Schwab pensa che i cittadini,
così come hanno docilmente accettato il confinamento e altre misure, siano “già pronti” per affrontare quello che li si costringerà a fare.

I signori di Davos non si mordono la lingua quando riconoscono che “il capitalismo… è morto…”. Sono consapevoli del fatto che “la loro ossessione di massimizzare i profitti degli azionisti ha portato a orribili disuguaglianze”. Il loro ospite d’onore è stato, questa volta, Xi Jinping, il presidente della Cina, che ha pronunciato un discorso trionfalista e ha descritto le istruzioni che detterà. Ma il Forum non ha adottato il “socialismo moderno” che Xi afferma di star realizzando.

Il Grande Reset riscatterà la parola capitalismo dalla tomba degli orrori in cui si trova, lo farà cancellando le libertà ed eseguendo innumerevoli esercizi autoritari o realizzando megaprogetti come il treno Maya o il Corridoio Transoceanico. Il nuovo regime sarà “includente” ed egualitario, come la 4T [La Quarta Trasformazione del paese promessa dal presidente del Messico, López Obrador, ndt]. Tutte le “parti interessate” parteciperanno all’operazione, in modo che non ci sia alcuna opposizione al nuovo mondo felice che si starebbe creando, ad esempio, nel sud-est del Messico.

Vale la pena di fare un’attenta analisi dell’agenda del Grande Reset. I suoi promotori non traducono questa espressione come faccio io: per loro quella sarebbe la grande ripartenza oppure il grande ricettario (sic), formule meno forti di quella inglese. È raccapricciante vedere il progetto completo, ma è anche molto illuminante. Permette di capire meglio cosa sta succedendo… e precisa ciò che bisogna invece fare.

 

Ricordiamo ancora una volta la frase zapatista: “Ci hanno tolto così tanto che ci hanno tolto perfino la paura“. Senza paura alcuna, iniziamo a far crescere speranze e trasformiamo la resistenza in liberazione. Per costruire il mondo nuovo e fondare possibilità reali di condivisione e convivialità su nuove relazioni sociali reali, ci stiamo collegando, unendoci ad altre e altri che a loro volta combattono questa lotta decisiva. Cominciamo così a imparare dalle altre e dagli altri, a offrirci solidarietà e a praticare insieme un’azione politica che si basa soprattutto sull’ascolto. Che è poi, tra l’altro, quello che stanno per fare in Europa, insieme con gli zapatisti, il Congresso Nazionale Indigeno e il Consiglio Indigeno di Governo.

Fonte: “El gran reacomodo (The Great Reset)”, in La Jornada.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

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giovedì 29 ottobre 2020

Imparare cos’è il capitalismo - Gustavo Esteva

In questi mesi così significativi molta gente ha scoperto la natura incorreggibile del regime dominante. Sta già cercando altre modalità di esistenza sociale. Il capitalismo e la sua forma politica si sono presentati sempre come una maniera desiderabile di vivere. Allorché il percorso socialista sembrò fallito o perse attrattiva, negli anni ‘80 e ‘90, la via capitalista sembrò non solo desiderabile ma anche la sola possibile. Fukuyama divenne famoso proclamando la fine della storia. Arrivò a dire che il matrimonio del capitalismo con la democrazia liberale era il culmine della storia umana e che non avremmo potuto neanche immaginare nulla di migliore. Molta gente gli ha creduto.

L’idealizzazione del capitalismo viene da molto lontano. La formulazione di Marx nel descrivere – nel Manifesto del partito comunista – le prodezze della nuova classe dominante non ha rivali: “La borghesia ha creato forze produttive più ingenti e più colossali di quanto abbiano fatto insieme tutte le generazioni passate. (…) Ha realizzato ben altre meraviglie che le piramidi egizie, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; ha compiuto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le Crociate” [Manifesto del partito comunista, trad. di Domenico Losurdo, pp. 9.12]. Fra le sue creazioni ci sarebbe il moderno Stato rappresentativo, che sarebbe il consiglio di amministrazione delle sue attività.

Per buone ragioni Marx non ha mai usato la parola “capitalismo”. Si è attenuto alle condizioni del suo tempo, per rifererirsi solo al modo capitalista di produzione. Attualmente, l’intera società, in tutti i suoi aspetti, è modellata dal capitale. Perfino i nostri desideri più intimi ne possono essere determinati da quest’ultimo, è il capitale che definisce il modo di vivere della maggioranza della popolazione. I difetti di questo regime, sebbene siano sempre apparsi evidenti a quasi tutte le persone, non gli toglievano la sua magia, la sua forza di attrazione; in generale si pensava che fosse possibile correggerli per mezzo di riforme nelle quali era impegnata la lotta politica.

 

È questo che per molta gente sarebbe finito in questi mesi. È apparso chiaro che questo modo di vivere è insopportabile. Che non vi è modo di giustificare le condizioni imposte alla maggioranza. Sebbene il confinamento abbia causato serie difficoltà domestiche, come la violenza contro le donne, le bambine e i bambini, è altrettanto certo che ha dischiuso, per milioni di persone, altri modi di vivere, altre esperienze di vita quotidiana, forme più piacevoli e creative di amare, di giocare, di mangiare, di vivere, di sperimentare la famiglia, cose che prima dovevano essere riservate solo ai fine-settimana o alle vacanze.

Allo stesso tempo, nel corso della stessa esperienza, si è mostrato il carattere profondamente immorale e irresponsabile delle classi dominanti. Sono circolate prove chiare e inoppugnabili di quello che tutto il mondo sospettava: ormai è impossibile tracciare una linea che distingua chiaramente il mondo del crimine dal mondo delle istituzioni.

 

Ayotzinapa [località messicana dove polizia, esercito e altre forze oscure, in combutta fra loro, uccisero 43 studenti che il 23 settembre 2014 in autobus andavano a una manifestazione di protesta. La strage è tuttora impunita – ndt] continua ad essere il detonatore di una chiara consapevolezza: non c’è area o settore della società e del governo che sia estranea a condotte criminali. Così, emergono prove di quello che tutto il mondo sospettava: il legame profondo fra i cartelli della droga e le banche, ad esempio. Allo stesso modo, si è resa manifesta la voracità criminale e irresponsabile dell’industria della salute, che subordina ai propri scopi un servizio medico che fa ammalare e un sistema sanitario smantellato.


Poche cose hanno reso più evidente la natura di questo regime di quanto non abbia fatto il suo comportamento nel settore del cibo. Già ha un carattere criminale il fatto che i capitalisti producano alimenti che sono causa di ogni genere di infermità e disfunzioni, e che nel farlo distruggano l’ambiente e contaminino tutto al loro passaggio, ma è criminale anche il modo col quale generano i modelli di consumo di questi alimenti. È risultato impressionante il modo in cui i responsabili di questa attività criminale si sono impegnati a difenderla di fronte ad alcuni timidi tentativi legali contro il cibo spazzatura o per l’etichettatura degli alimenti. Il carattere osceno e ingannevole dei loro argomenti è apparso subito evidente agli occhi di tutte e di tutti.

Nulla di tutto ciò è nuovo. Era una realtà nota e riconosciuta, sebbene non tutte le persone lo percepissero con chiarezza. Ma non per questo tentennava la credenza nella bontà del sistema, quando non nella sua onnipotenza. Né i fatti né gli argomenti erano riusciti a confutare questa credenza, formatasi e affermatasi in un ordine diverso da quello della realtà. Ed è qui, in questo ordine, che l’esperienza di questi mesi alla fine sarebbe riuscita a minare e per moltissima gente smantellare quella credenza.

Oggi un numero crescente di persone si unisce a coloro che cercano, più con le mani ed il cuore che con la testa, un diverso modo di vivere, un mondo che non continui a essere prigioniero di queste condizioni disumane e insopportabili. Cresce l’urgenza di arrestare il “terricidio” che continua ad essere praticato insensatamente. E soprattutto si moltiplicano, perfino nei luoghi più impensati, le iniziative di coloro che per stretta necessità di sopravvivenza o per dovere morale hanno deciso di iniziare un cammino che fino a poco tempo addietro appariva impensabile, un cammino che va al di là del capitalismo.

Fonte: “Aprender capitalismo”, in La Jornada, 05/10/2020.
Traduzione a cura di 
Camminardomandando.

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sabato 12 settembre 2020

Imparare (a vivere con) la guerra - Gustavo Esteva

 

Non abbiamo voluto crederci. Ci aveva avvertito, oltre vent’anni fa, il defunto subcomandante Marcos, ma non abbiamo voluto dargli ascolto. Ci sembrò una metafora utile per l’analisi, non quel che era, un avvertimento. Siamo di fronte a una guerra. Non possiamo continuare a comportarci come se non lo fosse o non ci toccasse direttamente.

La guerra ha aspetti apertamente criminali. Il Messico è già il paese più violento del mondo, in particolare per certe categorie di persone, come i giornalisti, i dirigenti sociali e i difensori dei diritti umani. Con l’attuale amministrazione (quella progressista guidata da Andrés Manuel López Obrador, AMLO, ndt), si verificano già quattro assassinii ogni ora. Zone sempre più ampie del paese vengono controllate con la forza. In alcune di esse a farlo sono i cosiddetti “cartelli”, che distribuiscono risorse o impongono il coprifuoco. In altre c’è la Guardia Nazionale, che ha un numero di effettivi tre volte superiore a quello della guerra di Calderón, oltre alle forze paramilitari e alle squadre d’assalto. Alcune di queste sono una metamorfosi grottesca di organizzazioni sociali, come quelle che hanno appena attaccato le basi di appoggio zapatiste; altre sono frammenti agguerriti usciti dai sindacati confederali, che controllano lo stesso opere pubbliche e sistemi di trasporto. Nulla di tutto questo, naturalmente, si considera corruzione. Viene consentito e promosso dal governo.

La guerra modifica le relazioni sociali e i modelli di vita. Riduce le modalità classiche della condizione operaia ed emergina il sindacalismo, che negli Stati Uniti è già tornato ai livelli degli inizi del XX secolo. In Messico la guerra ha smantellato le nostre capacità produttive mediante il “libero commercio”, che fu siglato da Salinas (il presidente che allora AMLO indicava come “il capo di tutte le mafie”, ndt) e si è approfondito lo scorso anno (con AMLO presidente, ndt) con grande entusiasmo di Trump. I lavoratori del settore manifatturiero si trovano soprattutto nelle maquiladoras, nelle quali prevalgono le donne, molte di loro indigene.

Dagli anni Novanta la guerra ha creato una nuova classe sociale: gli scartabili, coloro che mai vorrà impiegare o usare il capitale. La Banca Mondiale ha progettato, per loro, quelli che saranno di troppo, programmi che li manterranno sotto stretti livelli di sussistenza e permetteranno loro di compiere qualche funzione di consumo. Nell’amministrazione del governo di AMLO chiamano questo programmi sociali.

Già nel 2003, il defunto Marcos sembrava anticipare la forma-pandemia di praticare la guerra, quando descriveva la nuova forma del complesso industriale: “Alcune pecore si tosano e altre vengono sacrificate per ottenere alimenti, le “inferme” vengono isolate, eliminate e ‘bruciate’ perché non contaminino il resto“. In questa guerra, “la dignità, la resistenza, la solidarietà, disturbano”. Non si distrugge fisicamente il genere umano, però lo si distrugge “in quanto essere umano”. Non sono solo i funzionari etnocidi e i sicari a perdere la condizione umana. La perdono anche coloro che si attaccano a dispositivi elettronici che li formattano e li controllano. Nel 2011, poco prima di morire, in una lettera a Luis Villoro, il defunto Marcos mostrava come si impone la paura, l’incertezza e la vulnerabilità, una imposizione che da gennaio ha preso la forma pandemia e ha provocato l’esercizio dell’obbedienza passiva più grande della storia umana, per imporre condotte che dissolvono l’umano. Il confinamento esaspera tutti gli individualismi. La mascherina impedisce di vedere le persone sorridere.

La guerra ha trasformato in nemici le persone di uno stesso settore sociale, nel quale si potevano condividere interessi, essere amici, compagni. Sono, in primo luogo, i desaparecidos che si vedono obbligati ad agire come sicari, oppure coloro che nella vita non trovano altra opzione che una forma di delinquenza, ma sono anche quelli che affidano le proprie illusioni all’apparizione di un qualche messia e poi trasformano in nemici quelli che non ne condividono la fede. Altri ancora formano le onde contrapposte di quello che oggi si chiama “polarizzazione” e che in paesi come gli Stati Uniti prende già forme di guerra civile.

Fin dal 1997, però, lo scomparso Marcos aveva aperto la porta alla speranza. “L’impero delle borse finanziarie affronta la ribellione delle borse della resistenza”, diceva. E aggiungeva: “Se l’umanità ha ancora speranze di sopravvivenza, di essere migliore, quelle speranze sono riposte nelle borse che formano gli esclusi, gli avanzi, gli scartabili”. (Per questa e tutte le citazioni precedenti: Le 7 tessere ribelli del rompicapo globale – La IV guerra mondiale è cominciata a cura di Camminar Domandando).

Nel 2019 quelle borse si stavano moltiplicavano già da ogni parte. Estese mobilitazioni hanno scosso molti paesi. Si sono formati collettivi sempre più autonomi, che presto si consolideranno come nuclei molto solidi di resistenza. L’8 di marzo di quest’anno la speranza ha acquisito un significato nuovo, di peculiare radicalità. Le donne hanno fatto il passo avanti. Hanno rotto coraggiosamente la presunta “normalità” patriarcale, quella che per migliaia di anni ha “naturalizzato” la gerarchia maschile e il suo esercizio violento e distruttivo. Con loro, dal basso e a sinistra, si tesse ogni giorno il limite della guerra e si creano piccole isole di vita nelle quali entrano ancora il piacere e la speranza, sebbene intorno continuino a perseguitare la pandemia e la violenza, in questa guerra opprimente che sembra senza fine.

Fonte: La Jornada. Titolo originale: Aprender guerra

Traduzione per Comune-info: marco calabria

https://comune-info.net/imparare-a-vivere-con-la-guerra/

domenica 29 dicembre 2019

Resistere alla prepotenza e al panico - Gustavo Esteva




Il pianeta è in fiamme, non bruciano solo l’Amazzonia o la California. Ardono la rabbia e l’insofferenza. L’America Latina è solo la punta del proverbiale iceberg. La sua ebollizione è la più visibile, ma non è l’unica e nemmeno la principale. Il prolungato accumulo di iniquità, la compulsione a distruggere, l’arroganza, il cinismo e la prepotenza delle élite, e in molti casi il semplice istinto di sopravvivenza continuano ad alimentare un’immensa ondata di ribellione in tutto il mondo.
Le espressioni di malcontento non sono tutte dello stesso tipo. Alcune gocce che fanno traboccare il vaso, come l’aumento del prezzo dei trasporti o dei carburanti, si assomigliano, ma i vasi sono molto diversi. Il Libano e Haiti non sono la stessa cosa, come non lo sono il Cile e l’Argentina, Hong Kong e la Catalogna. Lo stato d’animo generale – rabbia, insofferenza – assume forme politiche molto diverse. Non c’è ancora un comune denominatore in questa immensa e poliedrica reazione allo stato di fatto.
Nelle strutture di potere le cose sono più chiare ed omogenee. Hanno in comune modelli di risposta che combinano pericolosamente prepotenza e panico.
Il modo di produzione capitalistico si è trasformato in una modalità di spoliazione, con lo smantellamento di buona parte di quanto era stato ottenuto in secoli di lotta e con il deterioramento delle condizioni materiali di vita della maggioranza. Si è cercato attivamente di provocare la frammentazione delle strutture comunitarie e l’indebolimento delle organizzazioni di lotta.
È morto così lo Stato-nazione democratico, la forma politica del capitalismo. Il suo intrinseco dispotismo si è accentuato nello Stato di sicurezza. Il terrorismo e altre minacce reali o inventate hanno costituito il pretesto per estendere e rafforzare dispositivi autoritari. Poiché neppure questo è stato sufficiente, in questo secolo si è cominciato a costruire la società del controllo. Nuove tecnologie sono state messe al servizio di dispositivi il cui obiettivo ultimo è il controllo di tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Da tutte le parti i governi hanno imparato a non fare caso allo scontento. Ci sono molteplici esempi delle loro reazioni prepotenti e ciniche di fronte a mobilitazioni di qualsiasi genere. Quando queste ultime sono più pericolose o più intense, la risposta generale è stata la repressione diretta, arricchita con procedure standardizzate che includono sempre più spesso l’impiego di agenti provocatori. È apparso evidente che organizzazioni forti e con una grande esperienza, come la Conaie dell’Ecuador, sono in grado di affrontare meglio queste strategie governative rispetto ai giovani cileni o alle prime ondate di gilè gialli.
Quando la pratica repressiva arriva ai suoi limiti e diventa controproducente, stimolando e intensificando la mobilitazione, i governi reagiscono con concessioni, sia retoriche che reali. Per prima cosa ritirano le direttive che hanno scatenato le mobilitazioni (ad esempio gli aumenti dei prezzi), poi cominciano ad accumulare altre concessioni che soddisfino rivendicazioni esplicite. Il loro panico aumenta quando nessuna di queste misure riesce a contenere la ribellione. Cominciano allora a potenziare i dispositivi di controllo e manipolazione, come la “società di vigilanza” che è stata recentemente proposta da Macron in Francia.
Molte reazioni popolari seguono schemi convenzionali. La ribellione si esprime in occasioni come una semplice tornata elettorale o assume forme apparentemente molto radicali… che pretendono di cambiare tutto perché niente cambi. Nessuna organizzazione sembra preparata all’esigenza crescente di un cambiamento profondo, mentre il grido argentino: “Che se ne vadano tutti!” significa realmente disfarsi delle strutture dominanti in tutti i loro aspetti. Scarseggiano le proposte anche solo per la transizione.
A livello di base, tuttavia, nei villaggi e nei quartieri popolari, si va sempre più costruendo un modo diverso di reagire, che non rompe col passato (come ha fatto la modernità) ma neppure si radica in esso. Per esperienza si sa che le modalità convenzionali di lotta risultano obsolete e persino controproducenti. La primavera araba e l’era dei governi progressisti insegnano che cambiare un governo non è la soluzione. Si usano gli strumenti convenzionali solo in determinate circostanze e per obiettivi specifici. Altrimenti si fanno altre cose. Le comunità prendono le distanze e si scollegano dalle strutture di potere. Senza terre promesse e senza fantasie utopiche, seminano continuamente embrioni di futuro. Coltivano l’idea che i ponti si costruiranno quando verrà il momento di attraversarli.
Poiché si generalizza quella che sembra un’insurrezione e ci si accorge di possedere forze e passioni che sembravano irraggiungibili a livello generale, cresce una nuova speranza e la si recupera come forza sociale. Vecchie inerzie e nuove ambizioni limitano tuttavia le capacità di affrontare quello che abbiamo sopra la testa. La distruzione che accompagna il collasso climatico e socio-politico e le reazioni spesso devastanti che il panico dei governi porta con sé pongono sfide immense. Non si può anticipare i tempi né cantare vittoria. Niente ormai ci fermerà, ma siamo solo alle prime battaglie.
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Fonte: “Resistir la prepotencia y el pánico”, in La Jornada.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

martedì 18 giugno 2019

La corruzione del linguaggio - Gustavo Esteva




E’ senza dubbio la più grave. Ma non ne parliamo quasi mai. Noi sperimentiamo il mondo in base alle parole che usiamo. Non possiamo separare il linguaggio dalla condizione umana. Alludere alla corruzione del linguaggio significa quindi parlare di un danno profondo alla nostra esistenza. Denunciare, come faccio qui, che questa corruzione è diventata lo stile dell’attuale governo messicano è soltanto un modesto tentativo di richiamare l’attenzione su uno dei mali più gravi che gravano su di noi.
Il controllo del linguaggio è sempre stato uno strumento di dominio. Il capitalismo ha semplicemente approfondito ed esteso pratiche precedenti. Questo esproprio ha assunto un significato particolarmente pernicioso dopo la seconda guerra mondiale.
Il linguista tedesco Uwe Pörksen ha documentato il modo in cui è stata imposta al linguaggio vernacolare [ndt: dal vocabolo latino vernaculum, che si riferisce a tutto ciò che è indigeno e casalingo – fatto in casa, allevato, coltivato o prodotto sul posto] la tirannide di un linguaggio modulare fatto di parole che egli chiama ‘di plastica’ [ndt: parole che hanno molte accezioni e incutono rispetto, ma non hanno nessun significato chiaro e concreto]. Il suo studio è affascinante ma molto deprimente. Fa vedere come siamo stati spogliati di parole buone e solide, con cui davamo pieno significato alle interazioni fra di noi. Al loro posto ci sono oggi termini vuoti che non significano nulla ma sono pieni di connotazioni. Quelli che le usano credono di star dicendo qualcosa di molto importante e possono ricevere segnali di approvazione da parte di chi li ascolta, ma si stupirebbero se un esperto spiegasse loro il significato del termine: non ha nulla a che vedere con ciò che credono di stare dicendo.
Pörksen spiega il modo in cui si è instaurata questa tirannide: quando la scienza si impadronisce di una parola vernacolare per costruire una metafora, questa parola, tornando sul terreno vernacolare, perde il suo significato tecnico ma porta con sé uno straordinario potere colonizzatore, diventa di uso comune e distrugge la conversazione, riempiendola di parole vuote.
Il linguaggio, spiega Pörksen, cristallizza la coscienza e costituisce un mondo che svolge un ruolo di intermediazione. Probabilmente non è quello che volevano i romantici, lo spirito di un popolo, ma è chiaro che questo mondo che fa da intermediario istituzionalizza e impone pratiche sociali e storiche. Secondo Pörksen, la parole di plastica che egli studia non sono in se stesse il male, ma mascherano la brutalità. «Con una parola come ‘sviluppo’ è possibile mandare in rovina un’intera regione» (Plastic Words, Pennsylvania State University, p. 7).
Sul terreno minato dalle parole di plastica circola ora la corruzione del linguaggio, rivolta a dissimulare la rapina patrocinata dal capitale e dal governo. Si usano parole che conservano ancora un certo prestigio, come la parola ‘scienza’, per nascondere sotto la sua veste l’intenzione atroce.
Alcuni anni or sono venne denunciata la ricerca che alcuni scienziati statunitensi realizzavano nella Sierra Norte dello Stato di Oaxaca, finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Uno studio di notevole importanza documenta ora la spoliazione che si prepara nella Sierra Mazateca. Sotto la maschera legittima della speleologia, lo studio delle grotte, le corporation e il governo scavalcano la volontà delle popolazioni per organizzare la loro spoliazione e il saccheggio dei loro tesori. Un accurato articolo di Saraí Piña e Federico Valdés documenta il modo in cui «grandi progetti stranieri stanno esplorando le estese e profonde grotte della regione mazateca (…) in assenza di etica, in modo menzognero e con poca trasparenza».
Si potrebbero elencare molti esempi di questo tipo, in cui il governo e gli scienziati sono complici del saccheggio messo in atto dalle corporation. Ancora più grave è l’uso di termini come ‘sviluppo’. Sotto questo ombrello, il governo prepara azioni che rovineranno regioni intere, come segnalava Pörksen.

Il linguaggio politico, diceva Orwell, è ideato per far sì che le menzogne sembrino verità e che l’assassinio appaia rispettabile. La menzogna come forma di governo si estende di giorno in giorno, come dimostra bene il signor Trump. In Messico, l’esempio migliore è la parola ‘consultazione’. Si pretende di legittimare decisioni che incontrano un’immensa resistenza con sondaggi di opinione che vengono presentati come consultazioni dei cittadini. Le convocazioni di consultazioni dei popoli indigeni sono un esempio in perfetto stile Trump: nella prima parte affermano il loro diritto a una consultazione previa, libera e informata, e nella seconda parte descrivono come questo diritto sarà violato. Il suo esercizio non è previo (la decisione è già stata presa, come il governo riconosce), non è libero (le consultazioni sono manipolate) e non è neppure informato (la presentazione è ingannevole e insufficiente).
Si adotta così il ‘modello Orbán’ di governo, che presenta la consultazione dei cittadini come democrazia diretta per dissimulare la tirannide ungherese, denunciata dalla Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo e celebrata dal signor Trump.

Per il nostro bene, per alleviare la povertà e proteggere la natura, dice il governo, dobbiamo accettare atrocità come il Corridoio Transistmico o il Treno Maya. Poche spoliazioni sono più gravi della corruzione del linguaggio, quando le parole si usano per manipolare e dare sembianze democratiche a un esercizio tirannico.

Fonte: “La corrupción del lenguaje”, in La Jornada, 3 giugno 2019.
Traduzione a cura di Camminardomandando

giovedì 21 settembre 2017

L’altra faccia della guerra - Gustavo Esteva


C’è un’immensa dose di cinismo, di ignoranza e di incompetenza nel governo messicano e in quello di Trump. Ma non si tratta solo di questo. Si sta attuando anche una manovra perversa.
La polarizzazione sociale negli Stati Uniti c’è sempre stata. Ma nei mezzi di comunicazione appariva come qualcosa di isolato e marginale; non sembrava che esistesse una violenza esercitata continuamente contro quelli che stanno in basso, con una linea di demarcazione di colore e di genere molto accentuata. Quello che oggi vediamo è un confronto aperto fra settori diversi della società, che diventa sempre più radicale e violento. Non è una cosa sorta per caso. È un clima sociale creato dal signor Trump, che accentua la visibilità pubblica di ciò che abitualmente non appariva e rende evidente la grande estensione del sostrato razzista e sessista che da sempre ha caratterizzato la società statunitense.
In Messico, il repertorio della polarizzazione è vastissimo. È in continua crescita l’irritazione dei cittadini di fronte ai blocchi stradali e alle innumerevoli marce e manifestazioni. Ogni settimana si verifica un linciaggio. La violenza domestica si accentua, così come le risse per la strada. In molte parti del paese è già in atto il peggior tipo di guerra civile, quella in cui non si sa chi combatte contro chi. Dilagano le forme di autodifesa, parallelamente all’interminabile proliferazione di comportamenti criminali di ogni genere, che spesso raggiungono atroci livelli di degradazione umana. Tutti i giorni si scoprono fosse clandestine, per le quali autorità e criminali si contendono il primato per numero e orrori.
Nulla di tutto ciò è accettabile; non è uno stato di cose con cui dobbiamo convivere. Ma neppure dobbiamo vederlo come un fatto contingente o patologico. Quello che oggi sta succedendo rende più che mai evidente la natura del regime dominante e il modo in cui ci divide e ci combatte.
La società greca, che coniò il termine democrazia, era misogina, sessista ed escludente. Concesse una qualche partecipazione alle decisioni pubbliche a un certo numero di cittadini maschi. Oltre alle donne e agli schiavi, apertamente subordinati, escluse innumerevoli ‘barbari’, che considerava balbuzienti perché non parlavano la lingua greca.
La società statunitense, che diede forma moderna alla democrazia, aveva le stesse caratteristiche. Le demarcazioni di colore e di genere erano molto marcate. Misogini e padroni di schiavi erano coloro che diedero forma alla costituzione e al sistema politico, concedendo la partecipazione politica a uomini con determinate caratteristiche ed escludendo ampie fasce della società, in particolar modo coloro che non fossero né bianchi né maschi.
Niente di tutto questo appartiene ormai al passato. Il fatto che le donne, i neri e altri settori abbiano conquistato il diritto di voto e che alcune ed alcuni di loro occupino posizioni di rilievo non ha eliminato i lineamenti di questo regime politico che si continua a chiamare democrazia, ma che è irrimediabilmente un dispositivo di oppressione e di asservimento per la maggior parte della popolazione.
Attualmente, nella misura in cui dilaga lo scontento, e non solo i partiti politici ma anche lo stesso regime dominante perdono legittimità e credibilità, i suoi manovratori ricorrono a un meccanismo perverso: incentivano o provocano artificialmente scontri fra settori diversi della popolazione. È l’altra faccia della guerra di oggi. Siamo indotti a vedere il nemico fra di noi, in modo che non ci occupiamo della spoliazione a cui siamo sottoposti. La guerra attuale uccide, fa scomparire o mette in carcere un numero crescente di persone e sottrae a settori sempre più ampi quello che possiedono ancora: terre e territori, mezzi di sussistenza, capacità produttive… o diritti di ogni genere, pensioni, sussidi, condizioni di lavoro. Per evitare che affrontiamo gli autori e i responsabili della rapina, si fa in modo che ci scontriamo fra di noi, ad esempio nel confronto non sempre pacifico fra partiti e candidati che dividono popolazioni e comunità in forme che arrivano ad essere molto intense.
Tuttavia nessuna esperienza, nessuna evidenza del carattere reale di questo regime riesce a convincere tutte e tutti della necessità di abbandonarlo. Persiste un immaginario molto radicato che permette di esprimere un profondo malcontento per come vanno le cose e di avere consapevolezza delle insormontabili deficienze del regime… ma senza andare oltre. Si direbbe che spingendo all’estremo la critica si produce un’angosciante sensazione di vuoto, che induce a tornare alla zona delle consuete sicurezze.

Un passo dopo l’altro, tutti i giorni, stiamo smantellando questo immaginario. Stiamo facendo vedere che gli estremi a cui stanno arrivando i governi non sono anomalie contingenti o provvisorie. Sveliamo che non sono soltanto cinici, ignoranti o incompetenti, né semplicemente corrotti e irresponsabili. Sono tutto questo, ma sono anche la fonte di buona parte dei nostri scontri e delle nostre divisioni. È sempre più evidente che nessun candidato o partito può correggere questo regime o metterlo al nostro servizio. Smantellarlo diventa sempre più una questione di sopravvivenza. Soltanto noi possiamo fermare la sua spinta devastatrice. Ed è proprio questo ciò che comincia a profilarsi come una possibilità reale, nella misura in cui si estende a livello di base, nei villaggi e nei quartieri, la spinta organizzativa innescata dalla proposta del Congresso Nazionale Indigeno degli zapatisti. Ogni giorno ci uniamo di più, ci organizziamo.

(Fonte: la Jornada - Traduzione a cura di Camminardomandando)


venerdì 2 giugno 2017

La tenuta recintata dai muri - Gustavo Esteva


I nostri modi di comprendere quello che avviene divengono rapidamente obsoleti, di fronte ad avvenimenti privi di precedenti che non rientrano nel quadro mentale dominante. Lo stesso avviene per le forme di lotta convenzionali, che diventano inefficaci o addirittura controproducenti. Al medesimo tempo, poiché si stanno scuotendo fino alle fondamenta le anchilosate strutture dominanti ed entrano in crisi credenze ben radicate, compaiono reazioni fondamentaliste pericolose. La confusione cresce.
Abbiamo bisogno di luci che ci permettano di vedere in questa oscurità. Quelle accese nel seminario di riflessione critica, I muri del capitale, le crepe della sinistra, convocato in aprile dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, illuminano molti aspetti della complessa realtà che abbiamo di fronte, sempre più violenta e cinica. Il 12 aprile il subcomandante insurgente Moisés ha spiegato come e perché “il mondo capitalista è una tenuta recintata dai muri“. Ha raccontato quello che gli avevano detto le nonne e i nonni, i bisnonni e le bisnonne. In tempi come questi, è necessario guardare il passato per poter scrutare il futuro.
Le une e gli altri gli avevano ricordato com’era lavorare nelle tenute, svolgere il compito assegnato, subire le punizioni dei caporali, dei maggiordomi [funzionari di fiducia del proprietario, ndt], dei capataz. Come il padrone – il proprietario della tenuta – a volte si travestisse da soldato. E come la resistenza a tutto questo non andasse molto lontano quando si cercava di affidarsi a qualcuno che facesse il capo, per questo si dovette imparare a condurre la resistenza in modo collettivo.
Di tutto questo ha parlato il subcomandante Moisés, perché le zapatiste e gli zapatisti vedono “che oggi stiamo tornando di nuovo a questo. Nel capitalismo di oggi non esistono paesi. […] Si sta trasformando il mondo in una tenuta. Si farà il mondo a pezzi, d’altronde è già così […]. Ci sarà solo un gruppo di padroni-governo. […] Quello che comanda, non è più chi comanda. Quello che comanda è il padrone capitalista. Questi governi […] sono solo capataz. I maggiordomi: i governatori. I presidenti dei municipi sono i caporali. Tutto è al servizio del capitalismo”. 
La contesa per le risorse pubbliche è parte della lotta sociale e politica. Per molti anni, numerosi gruppi hanno concentrato il loro impegno nell’ottenere risorse dal governo e nell’influenzare gli orientamenti politici e i programmi. Dobbiamo continuare a farlo, soprattutto per resistere a ciò che fanno i governi. Ma dobbiamo tener presente che siamo di fronte a una nuova situazione. Da un lato, i governi hanno imparato a ignorare le rivendicazioni popolari, quale che sia la pressione che viene esercitata su di essi. Dall’altro, i cosiddetti “programmi sociali” sono strumenti di controllo e manipolazione. Cercano l’addomesticamento della gente e in molti casi hanno carattere contrainsurgente. La spoliazione che caratterizza la fase attuale dell’accumulazione del capitale, e che si estende dai territori indigeni fino ai diritti dei lavoratori, viene compiuta con il supporto di tutti gli strumenti legali e illegali dei governi. Lo stesso “Stato-nazione”, che fu il terreno privilegiato di espansione del capitale, oggi è di ostacolo per il capitale globalizzato, che lo sta smantellando. Dobbiamo tener conto di tutto questo quando oggi concepiamo e organizziamo le lotte.
Dobbiamo agire con la consapevolezza che il capitalismo, come ci dicono gli zapatisti, sta trasformando il mondo in una tenuta. Trasforma tutti i governi in semplici amministratori delle frazioni di questa tenuta. Essi ricevono le briciole della torta per adempiere la loro funzione, sia direttamente, con la malversazione delle risorse pubbliche, sia indirettamente, con operazioni come quella del narcotraffico.
La disputa elettorale, in queste condizioni, si svolge fra coloro che aspirano a diventare capataz, maggiordomi o caporali. Nessuno di loro sarà un padrone. Resteranno agli ordini dei padroni nazionali e transnazionali, che hanno trasformato ciò che continuiamo ancora a chiamare “Stato” in una società anonima nella quale i partiti rappresentano gruppi di azionisti, non la gente. Si riuniscono periodicamente per eleggere un consiglio di amministrazione al servizio di un padrone, del capitale, che ha un carattere sempre più transnazionale.
“Che possiamo fare? … Il mondo si va trasformando, il capitalismo vuole trasformarlo nella sua tenuta. Che faremo?, ci chiede il sub Moisés. “Vedete cosa potete fare là dove vivete, là dove siete, se siete nella merda del capitalismo, considerate il da farsi nella vostra situazione. Perché questo è ciò che sfa facendo oggi il capitalismo”.
Le elezioni nello stato del Messico si riempiono sempre più di parole vuote, di promesse e inganni. Hanno chiaramente un carattere nazionale. Ha senso continuare a giocare a questo gioco? Possiamo ancora mettere le uova in questa cesta, con l’illusione di “recuperare lo Stato”, semplici pezzi della tenuta? Dobbiamo partecipare all’elezione di caporali, maggiordomi o capataz con l’illusione, alimentata nonostante tutte le esperienze, che i nuovi eletti renderanno meno aggressiva e deleteria l’amministrazione della tenuta?
Fino a poco tempo fa non sembrava ci fosse scelta. Si votava per il male minore o per evitare che arrivasse qualcuno ancora peggiore. Oggi invece esiste un cammino alternativo. La resistenza organizzata sta prendendo forma e consistenza. La risposta è nell’aria. Viene dal basso.