Visualizzazione post con etichetta Guerre di Rete. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerre di Rete. Mostra tutti i post

lunedì 13 luglio 2026

È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?

 

Organizzazioni e collettivi non occidentali vogliono sfruttare le potenzialità delle intelligenze artificiali generative svincolandosi però da Big Tech. Ma devono scontrarsi con la disparità di potere

 

Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.

Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AIper perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.

 

I limiti e i bias dei modelli commerciali

L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.

In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono. Sono in gran parte addestrati da team dislocati negli Stati Uniti e istruiti per operare su varianti non specificate di testi in inglese”.

“La diffusione globale degli LLM, un prodotto ‘WEIRD’ (western, educated, industrialised, rich and democratic) rischia quindi di perpetuare i pregiudizi inconsci e i punti ciechi dei suoi creatori”, proseguono gli autori. “Il pericolo è che la loro visione del mondo venga presentata come la visione del mondo a una base di utenti globale, che si aspetta invece risultati neutrali da un programma informatico. Ma che dire del resto della popolazione mondiale, i cui repertori linguistici scritti e parlati non includono l’inglese? E che dire di quegli aspetti della cultura, della lingua e dell’esperienza che non sono ancora stati digitalizzati?”

Di opinione simile è Dima Saber, direttrice esecutiva di Meedan, un’organizzazione non-profit che sviluppa strumenti open source, programmi e ricerche per un’infrastruttura digitale più efficace ed etica. “Internet è fatto per uomini bianchi, della classe media, che parlano inglese. Di conseguenza, gli LLM o i bot vengono addestrati sugli stessi dati presenti in rete, riproducendo così le medesime disuguaglianze”, spiega Saber a Guerre di rete. “Esistono prove del fatto che gli LLM non solo funzionano meno bene nelle lingue diverse dall’inglese, ma anche che le risposte fornite sono piuttosto distorte e riproducono le disuguaglianze già esistenti sul web”.

 

Riprogettare i sistemi

Proprio per offrire alternative tecnologiche più trasparenti, situate e rispettose delle diversità, Dima Saber e il suo team hanno creato Suwali, un servizio di chatbot pensato per organizzazioni della società civile, redazioni indipendenti e altre realtà di pubblico interesse. L’obiettivo è permettere a queste organizzazioni di archiviare, valorizzare e rendere interrogabili patrimoni di conoscenza spesso sottorappresentati nei modelli mainstream, anche in lingue diverse dall’inglese. Utenti e lettori possono così rivolgere domande al chatbot e ottenere risposte in linguaggio naturale, basate però su un corpus circoscritto e verificabile.

È qui che Suwali si distingue dai servizi commerciali. Il sistema non attinge indistintamente a tutto il materiale disponibile online, ma lavora su una selezione di dati appartenenti alle singole organizzazioni: archivi, report, articoli e altri documenti da loro prodotti o scelti. Suwali è già utilizzato da diverse realtà, soprattutto nel Sud globale. In Libano, la non-profit OMGYNOlo impiega per fornire informazioni affidabili sulla salute riproduttiva delle donne; in India, la redazione di The Quint lo usa per rispondere ai dubbi dei lettori su disinformazione e truffe.

“Un chatbot che utilizza i dati dell’organizzazione e il suo corpus di conoscenze per formulare le risposte permette di aggirare la riproduzione delle stesse disuguaglianze che esistono online”, spiega Saber. “È qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno. Inoltre, non stiamo cedendo i dati a nessuno, non cerchiamo di venderli agli inserzionisti e le organizzazioni mantengono la proprietà delle informazioni. Questo è un altro aspetto che, per quanto riguarda la sovranità dei dati, per noi è davvero imprescindibile”. I server di Meedan sono ospitati in Irlanda, in modo che la legislazione applicabile sia quella del GDPR europeo, al momento la più avanzata al mondo in termini di tutela dei dati personali.

L’obiettivo centrale è quello di restituire alle organizzazioni, anche quelle con poche risorse, una agency nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, offrendo al contempo elevati standard di trasparenza. Suwali permette infatti, attraverso la dashboard degli amministratori, di analizzare il percorso logico compiuto dal chatbot, risalendo al “ragionamento” effettuato dal modello per capire quali fonti ha utilizzato e che sintesi ha compiuto. Si può insomma guardare dentro la “black box” del pensiero algoritmico.

Meedan non ha costruito un proprio large language model da zero, ma si appoggia a quelli commercialmente disponibili. “Facciamo uso dei modelli linguistici, tra cui quello di OpenAI, esclusivamente per la formulazione finale delle risposte” spiega Haramoun Hamieh, senior partnership manager. “Il corpus di riferimento, il recupero delle informazioni e il processo con cui vengono selezionate le fonti restano invece interamente gestiti dai sistemi di Meedan. L’ottimizzazione dei modelli open-weight è nei nostri piani per il prossimo futuro”.

 

Un’intelligenza artificiale femminista?

Su una filosofia simile è costruito il chatbot AfroféminasGPT, sviluppato dal collettivo omonimo con l’obiettivo di raccogliere e rendere accessibile il pensiero femminista decoloniale. La postura delle sviluppatrici è molto chiara: usare gli strumenti attualmente disponibili e sfruttarne le potenzialità per raggiungere i propri obiettivi.

“L’IA convenzionale ha come norma implicita la persona bianca e riproduce questo pregiudizio in modo sistematico”, spiega la fondatrice Antoinette Torres Soler. “AfroféminasGPT rompe questa logica. Col tempo abbiamo osservato che il pubblico apprezza molto anche la capacità di basarsi sul lavoro di pensatrici e pensatori afrodiscendenti e afro-femministi. Un elemento particolarmente significativo è che, quando le persone del Sud globale interagiscono con lo strumento, questo assume una prospettiva più vicina alla loro esperienza e restituisce risposte con una precisione e una pertinenza che il mainstream dell’IA non offre”.

“La critica più ricorrente è che lo strumento operi all’interno dell’ecosistema di OpenAI, il che pone limiti reali in termini di sovranità tecnologica. È una critica legittima e me ne assumo la responsabilità” continua Torres Soler. “La posizione da cui lavoro è pragmatica e strategica: bisogna utilizzare gli strumenti disponibili e scalare, progressivamente, verso maggiori livelli di autonomia”…

continua qui

martedì 7 aprile 2026

L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust - Marco Boscolo

 


Il 10 febbraio scorso la Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari. Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali.

Teresa Ribera Rodriguez, commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che “Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato, quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain View. 

Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre autori definiscono “l’impero nascosto di Google”. 

Secondo gli autori – Aline Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni.

Google controlla oltre 6000 aziende

La base di dati principale usata nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google (DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa Bloomberg.

Dai dati risulta che negli ultimi 15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto, coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad alcun tipo di supervisione”.

Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024. 

I dati raccontano un incremento della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo. 
Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il radar delle autorità di controllo.

Delle quasi 6000 aziende in cui ha investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema.

Il risultato è una forma di “controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato. Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo, l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa grandemente senza incontrare ostacoli.

Il caso di DoubleClick

All’interno della strategia di Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante, nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick avvenuta nel 2007. 

DoubleClick era un’azienda americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta alta. 

In particolare, la Federal Trade Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo. Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti sanzioni dell’antitrust.

Secondo Blankertz e gli altri autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle “acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta troppo grossa, penalizzando la concorrenza. 

Le “acquisizioni verticali” sono invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo: “L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio ecosistema.

Il caso FitBit

Acquisire una tecnologia entrando in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e monitorando le loro abitudini. 

Seppure con alcune riserve, sia la Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei dispositivi indossabili. 

Google ha accettato senza troppi problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile.

Questo risultato suggerisce che l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”, neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema, quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia “classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie.

Il ruolo della politica e della policy

Attraverso questo “impero nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro. Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che viene rilevato.

Fino a pochi anni fa, Google provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI, dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche nell’acquisizione appena confermata di Wiz.

Inoltre, Google sta acquisendo ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso, “l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è intenzionata a operare Google.

Si può intervenire in termini di policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile.

da qui

domenica 8 marzo 2026

L’AI va in guerra (c’era già, ma qualcosa è cambiato?) - Carola Frediani

È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.

Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.

Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società econche produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.

Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra AI e sistemi d’arma e d’intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.

E dunque veniamo all’analisi di chi questo cielo di carta, nelle ultime settimane, lo ha preso a mazzate: lo scontro Anthropic-Pentagono, che ha portato alla messa al bando della società dai contratti governativi americani. Partendo però dalla fine. Perché secondo il WSJ, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha ancora utilizzato l’intelligenza artificiale di Anthropic durante gli attacchi in Iran, poco dopo il ban. Del resto, Trump aveva specificato che ci sarebbe stata una fase di transizione di sei mesi per il Dipartimento della Difesa e le altre agenzie che utilizzano i prodotti dell’azienda. Nel mentre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato al Pentagono di designare Anthropic un “rischio per la catena di approvvigionamento”, come una qualsiasi azienda hi tech cinese o russa sospettata di avere backdoor nei suoi prodotti (e infatti sulla dubbia legalità di questa mossa senza precedenti, rimando a questo articolo).

“Con effetto immediato, nessun appaltatore, fornitore o partner che intrattiene rapporti commerciali con l’esercito degli Stati Uniti può svolgere alcuna attività commerciale con Anthropic”, ha scritto Hegseth in un post sui social.

Su come Claude sia utilizzato dai militari si sa ovviamente poco. Sappiamo che Anthtropic è stata la prima società di modelli di AI ad ottenere un contratto da 200 milioni di dollari col Pentagono, la scorsa estate, creando dei modelli ad hoc, come Claude Gov, con meno restrizioni. E che fino a pochi giorni fa è stata l’unica a poter lavorare con sistemi classificati. Secondo fonti di Wired Usa, Claude Gov sarebbe utilizzato principalmente per compiti di routine, come la redazione di rapporti e la sintesi di documenti, ma anche per l’analisi delle informazioni e la pianificazione militare. “Da quanto ne sappiamo - scrive la newsletter AI Update - viene utilizzato per elaborare dati di intelligence, identificare pattern nelle immagini satellitari e nelle comunicazioni intercettate, eseguire simulazioni e generare briefing. Pensatelo come l’assistente di ricerca più costoso al mondo, non come un Terminator. Ma il confine tra “supportare le decisioni” e “prendere decisioni” diventa rapidamente sfumato quando si elaborano i dati che determinano dove cadrà il prossimo missile”.

Inoltre Claude è integrato in una piattaforma di Palantir, società di analisi dei dati ben nota per i molteplici contratti col governo Usa: si tratta del Maven Smart System, uno strumento di AI che fornisce alle truppe un quadro unificato delle informazioni di intelligence provenienti da più sensori.

Ed è proprio questa partnership che ha portato alle prime avvisaglie dello scontro Anthropic-Pentagono, quando a gennaio è emerso sui media che nella cattura di Maduro sarebbe stato usato anche Claude. Un dipendente di Anthropic avrebbe chiesto chiarimenti sull’operazione a una controparte in Palantir, che a sua volta avrebbe informato il Pentagono, che si sarebbe alquanto irritato. Anche perché probabilmente erano già in atto delle tensioni e negoziazioni con la società cofondata da Dario Amodei sulle restrizioni volute dalla stessa società nell’utilizzo di Claude da parte dei militari. Fra queste, due apparivano come non negoziabili per Amodei: no all’uso per fare sorveglianza di massa sui cittadini Usa; no all’uso in armi completamente autonome (senza supervisione umana).

Due questioni che erano già state sottolineate da Amodei in un saggio pubblicato a gennaio. E che sono francamente diventate una sorta di limite etico minimo, una specie di palizzata disperata contro i carri armati della distopia. Per questo Amodei, e Anthropic, che hanno costruito la loro società sull’idea, se volete sul brand, di essere migliori di OpenAI, di pensare di più alla sicurezza e all’etica, non avrebbe mai potuto cedere alle minacce del Pentagono. È stata la cronaca di una spaccatura annunciata.

Ora Anthropic, che combatterà in tribunale la designazione di rischio nella catena di fornitura, è diventata un paria per il governo ma si è guadagnata il rispetto di molti nel settore. E ha generato delle scosse telluriche in altre aziende, dove i dipendenti di sono messi a firmare petizioni per chiedere di opporsi all’uso dei loro strumenti di intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e per la produzione di armi in grado di uccidere senza il controllo umano. E mentre Claude balza in cima ai download sull’App Store Usa, c’è chi chiede di boicottare ChatGPT dopo la notizia che OpenAI avrebbe invece trovato un accordo con il Pentagono per usare i suoi modelli in reti militari classificate. Un accordo che non convince anche molti esperti di tecnologia.

E quindi, siamo di fronte a una Authoritarian AI Crisis, come ha scritto Casey Newton? Non lo so, ma certo ci voleva una buona dose di ingenuità (o un fitto strato di prosciutto sugli occhi) per pensare che si potessero fare contratti coi dipartimenti della difesa senza che questi sollevassero grossi problemi etici per aziende private nate come laboratori di ricerca per costruire una tecnologia che migliorerà il mondo.

Ma almeno ora alcune delle contraddizioni sono più visibili per tutti. Come è palese che i margini di azione in questo campo da parte della società civile e di chi si preoccupa di diritti umani e legalità si stanno restringendo sempre più velocemente, se non si agisce subito.

da qui

domenica 1 febbraio 2026

Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti - Carola Frediani

 


Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.

Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link:
https://www.guerredirete.it/download-ebook-2025/

Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.
É scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie. Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.

L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.


Cosa è e come funziona la newsletter Guerre di Rete
Specie per i nuovi, ricordo che questa newsletter (che oggi conta 15mila iscritti - ma molti più lettori, essendo pubblicata anche online) è gratuita e del tutto indipendente, non ha mai accettato sponsor o pubblicità, e viene fatta nel mio tempo libero. Se vi piace potete contribuire inoltrandola a possibili interessati, o promuovendola sui social.

Il progetto editoriale Guerre di Rete
In più, il progetto si è ingrandito con un sito indipendente e noprofit di informazione cyber, GuerrediRete.it. Qui spieghiamo il progetto. Qui l’editoriale di lancio del sito.
Qui una lista con link dei nostri progetti per avere un colpo d’occhio di quello che facciamo.

da qui