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lunedì 17 agosto 2026

Perché l'emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media? - Lavinia Marchetti

Perché dobbiamo pagare il Riarmo e sovvenzionare l'Ucraina e quindi non ci sono soldi per un'emergenza che riguarda tutti noi.

Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi climatica, ma il costo delle bollette. Il clima, si per sé, arriva dopo, e se ne parla in tantissimi modi, tranne l’unico che servirebbe e di cui parlano gli scienziati: il problema delle soluzione che sono già lì, disponibili, ma costano. Si parla di agricoltura che cambia i ritmi, delle giornate afose, del turismo, insomma se ne parla come se fosse una notizia tra le altre, fa caldo sì, va bene, prima o poi troveremo una soluzione, oppure speriamo che tutto si risolva da solo. A me sembra un po’ che la stampa e la politica facciano esattamente come un paziente che fa finta di ignorare un infarto in corso. Perché? Ma perché i soldi europei andranno in riarmo e in Ucraina e quindi nessuno potrà permettersi di portare avanti politiche antiemergenza. Semplice no? Quindi si aspetta che passi e si spera. Per questo mi sono messa a cercare un po’ di dati, già da soli, questi che ho recuperato io in mezz’ora di ricerche, basterebbero ad aprire le prime pagine per mesi, invece stiamo aspettando metà settembre, quando le temperature caleranno e così si potrà finalmente rimandare il problema al maggio prossimo. Lo fanno da 20 anni, un anno più un anno meno…ma quest’anno è diverso e vi mostro perché con questo elenco:


Metto in fila alcuni dati aggiornati al 14 agosto. L’estate ha ancora parecchie settimane davanti.

·         Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale: 20,74 °C di media, 3,06 sopra il periodo 1991-2020.

·         Il bimestre giugno-luglio è stato il più caldo della serie: 21,62 °C, quasi nove decimi oltre il precedente primato del 2022.

·         Luglio è stato il secondo più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. A livello globale ha eguagliato il 2024 al secondo posto, dietro al 2023.

·         In Francia luglio ha raggiunto una media di 24,9 °C. È stato il mese più caldo, considerando tutti i mesi dell’anno, dall’inizio delle misurazioni nel 1900.

·         Sempre in Francia, luglio ha avuto il 38 per cento di pioggia in meno ed è risultato il terzo luglio più secco della serie storica.

·         La canicola francese di giugno è durata 14 giorni. Quella di luglio ne è durata 16. L’ondata iniziata il 28 luglio aveva raggiunto il diciassettesimo giorno il 13 agosto.

·         Il 24 giugno la temperatura media dell’intera Francia, calcolata fra giorno e notte, ha raggiunto per la prima volta 30 °C.

·         In Germania sono stati registrati provvisoriamente 41,5 °C, nuovo primato nazionale.

·         La Danimarca ha raggiunto 37 °C, il valore più alto dall’inizio delle misurazioni nel 1874.

·         L’Austria ha stabilito il proprio primato assoluto con 41,2 °C. Il record precedente, 41 °C, risaliva al giorno prima.

·         Il 13 agosto Londra ha raggiunto 38,1 °C. È il quinto valore più alto mai misurato nel Regno Unito e il più alto del 2026.

·         Quella di agosto è stata la quinta ondata di calore britannica dall’inizio dell’estate.

·         Nella sola settimana dal 22 al 28 giugno EuroMOMO ha registrato 10.650 morti in eccesso in 27 paesi europei. Oltre 9.000 avevano almeno 65 anni.

·         Il Robert Koch Institut stimava già a fine luglio circa 11.900 morti legate al caldo in Germania.

·         In Inghilterra e Galles sono state stimate oltre 2.700 morti da caldo durante le ondate di maggio e giugno. Il 42 per cento viene attribuito al calore aggiuntivo dal riscaldamento prodotto dalle attività umane.

·         In Belgio la mortalità durante la canicola è salita del 48 per cento sopra il livello atteso. È stata l’ondata più letale dall’inizio del monitoraggio nazionale.

·         Alla prima settimana di agosto gli incendi avevano percorso 489.826 ettari nell’Unione europea. Una superficie superiore del 13 per cento alla media dello stesso periodo fra il 2012 e il 2025.

·         La Spagna aveva già perso 185.948 ettari, oltre il doppio della sua media. Da sola rappresentava il 38 per cento della superficie colpita nell’Unione.

·         In Francia il conteggio europeo indicava 99.092 ettari, oltre tre volte la media nazionale. Per il paese è il dato peggiore dal 2012.

·         In Italia gli ettari percorsi dal fuoco erano 79.084. Il quinto risultato peggiore degli ultimi quindici anni.

·         Entro la fine di luglio oltre 320.000 persone erano state evacuate in Francia e Spagna.

·         L’incendio di Huelva ha distrutto 31.000 ettari e costretto 700 persone a lasciare le proprie case.

·         Il 14 agosto un incendio presso la città croata di Omiš ha causato una morte e quaranta feriti. Gli evacuati sono stati 1.200.

·         In Calcidica più di 300 persone sono state portate via dalle spiagge con barche da pesca e mezzi della guardia costiera.

·         In Germania oltre 2.000 abitanti hanno dovuto lasciare il villaggio di Gey. Le operazioni sono ostacolate dalle munizioni della Seconda guerra mondiale che esplodono con gli incendi.

·         Il suolo ha raggiunto minimi record in ampie zone della Penisola Iberica, della Francia e dell’Europa centrale.

·         Senna, Reno e Danubio hanno registrato portate eccezionalmente basse. Il trasporto fluviale è stato ridotto e diverse centrali elettriche hanno dovuto limitare la produzione.

·         Alla fine di giugno la portata del Po era scesa da circa 1.000 a meno di 300 metri cubi al secondo in due settimane. L’acqua salata era risalita per 18 chilometri dentro il Delta.

·         Ad agosto il Lago Maggiore è entrato in una condizione di siccità estrema. A Cremona il Po ha raggiunto il minimo stagionale della serie.

·         Oltre cento comuni fra Piemonte e Lombardia segnalano difficoltà nell’approvvigionamento potabile. In Piemonte circa cinquanta comuni riforniscono con autobotti i serbatoi destinati a 25.000 persone.

·         La siccità sta colpendo 235.000 ettari di risaie italiane. Nella sola provincia di Pavia le perdite potrebbero superare cento milioni di euro.

·         In Inghilterra circa 45 milioni di persone vivono in territori dichiarati in siccità. Ventisette milioni sono soggette a restrizioni nell’uso dell’acqua.

·         La Romania ha spento entrambi i reattori della centrale di Cernavodă per il livello record del Danubio. Quei reattori fornivano circa un quinto dell’elettricità nazionale.

·         La centrale ungherese di Paks è scesa al 25 per cento della capacità. Il governo ha deciso di affondare due chiatte nel Danubio per alzare temporaneamente l’acqua di venti centimetri.

·         Alla centrale francese di Gravelines una massa di meduse ha bloccato le pompe di raffreddamento. Tre reattori sono stati fermati e un quarto è stato dimezzato.

·         Il 14 agosto EDF prevedeva sei reattori francesi completamente fermi a causa del caldo, con una riduzione pari al 15 per cento della capacità nucleare del paese.

·         Nel Mediterraneo, alla fine di giugno, la temperatura superficiale superava la media fino a 8 °C presso la Francia meridionale, la Corsica, la Sardegna e diverse coste italiane.

·         A luglio la temperatura media degli oceani extrapolari ha raggiunto 20,96 °C, il valore più alto mai registrato per quel mese.

·         Dal 19 giugno la temperatura oceanica giornaliera ha stabilito un primato per ciascun giorno dell’anno.

·         In Valmalenco il Rifugio Marco e Rosa è stato chiuso per il caldo anomalo. Si trova a 3.609 metri. Lo zero termico sulle Alpi è salito fra 4.200 e 4.500 metri.

·         La produzione europea di mais e girasole aveva già perso fra il 6 e il 7 per cento delle rese previste.

·         Il raccolto britannico di cereali si avvia a essere il peggiore dall’inizio delle rilevazioni comparabili, nel 1984.

da qui

mercoledì 24 dicembre 2025

Fare la guerra ai migranti fa male a tutti - Guido Viale

 

È inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione: al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero (quello ricco è sempre bene accetto). Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei paesi sviluppati è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre culture; a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza.

La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi; rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere; o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine.

In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi?

Le pressioni verso paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora. Ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata: aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stato un laboratorio per la guerra dei droni; Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati Uniti che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel paese che abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump…

Neanche per i “nativi” di Europa e Stati Uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente.

La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. È con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. È per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti.

https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/17/fare-la-guerra-ai-migranti-fa-male-a-tutti/

mercoledì 5 febbraio 2025

L’uomo che resta – Marco Niro

 

                                                          Marco Niro e il suo libro

Il libro è denso di avventure, che ruotano intorno alla possibilità dell’estinzione del genere umano, o di buona parte di esso, dovuta all’innalzamento delle temperature e quindi alle condizioni di vivibilità del pianeta.

Ci sono tre storie che vanno avanti in parallelo, e sono legate da alcuni oggetti che appaiono sempre, e alla fine si capirà tutto, niente resterà avvolto nel mistero.

La prima storia si svolge nella Preistoria, quando i primi esseri umani cominciarono a evolversi (a parlare e disegnare, per esempio).

La seconda storia si svolge ai nostri tempi, corrotti e ingiusti.

La terza storia si svolge nel futuro, quando gli esseri umani sono tornati indietro nello sviluppo umano, e vivono quasi come ai tempi della Preistoria.

Nella copertina del libro (edito da Les Flâneurs Edizioni, 19 €) ci sono gli oggetti intorno ai quali si svolge la storia (le storie):il libro di Bruno Respighi (una ribellione all’estinzione), delle uova nere (che appaiono anche nel film Arrival, di Denis Villeneuve, QUI il trailer), un cd di Glenn Gould (QUI il pianista interpreta le Variazioni Goldberg, di Johann Sebastian Bach) e una memoria esterna, dove si conserva il contenuto della mente di Bruno.

 

Ps:    per chi crede che in cambiamento climatico non esiste, provi a leggere questo articolo di Ilaria Cagnacci, del 2021 (qui)

 

Scrive Marco Niro

S’intitola “L’uomo che resta” ed è un’avventura epica che, nel segno del cambiamento climatico, unisce a doppio filo la preistoria, i giorni nostri e un domani lontano, ma non troppo.

Di cosa e di chi si parla: uno zoppo, due archeologi e molte rovine

“L’uomo che resta” si apre nel paleolitico, laddove il clima è glaciale e una piccola banda di cacciatori-raccoglitori tenta di sopravvivere. Ne fa parte anche Artzai, un ragazzo emarginato per via della sua zoppia, che un giorno, nel ventre di una grotta, fa una scoperta straordinaria.

Poi si passa ai giorni nostri: il clima si surriscalda, ma l’umanità non sa trovare la risposta al problema. Due archeologi, Bruno e Glenda, provano a cercarla sottoterra, e la loro tenacia li condurrà a un’antica verità sepolta.

Infine il salto nel futuro, fra alcuni secoli: il clima si è fatto torrido, ma gli abitanti di Gilanos hanno imparato a conviverci. Tra loro c’è Clizia, una ragazza curiosa, attirata dalle rovine del vecchio mondo, piene di oggetti tanto incomprensibili quanto affascinanti. Saranno proprio alcuni di essi a metterla in guardia dal pericolo che incombe.

Un viaggio nel tempo, alla ricerca dell’uomo

Nella narrazione passato, presente e futuro si alternano costantemente, intrecciandosi in modo sempre più stretto e svelando sempre più chiaramente il filo rosso che unisce le tre vicende, dando vita a un’unica storia che finisce per sovrapporsi, come una metafora, a quella dell’uomo.

I personaggi, seppur appartenenti a epoche diverse, vivono le medesime situazioni, spinti dalle medesime motivazioni: inquieti, vanno alla ricerca di qualcosa d’ignoto che, quando finalmente viene scoperto, inizia a muovere meccanismi più grandi di loro, costringendoli ad affrontare, nel lungo periodo, cambiamenti sconvolgenti e pericoli in grado di condizionare la loro stessa sopravvivenza…

da qui

 

Buona lettura!



sabato 4 maggio 2024

Speriamo in un clima di guerra - Andrea Baranes

 

Vale tutto. Nella frenesia della corsa al riarmo, ogni idea per finanziare produzione e commercio di armi è buona. Soluzioni considerate improponibili di colpo diventano non solo possibili ma addirittura auspicabili. Autorevoli editorialisti che sostenevano l’austerità a ogni costo e si scagliavano contro qualsiasi possibilità di aumentare i debiti pubblici, ci spiegano oggi che fare nuovo debito non è poi cosi male. Ci viene detto che «il debito pubblico non deve necessariamente essere “ripagato” […] può sempre essere rimborsato ri-emettendo altri titoli».

Un mercato comune, ma solo per le armi

Soluzioni considerate blasfeme più che eterodosse quando si trattava di contrarre debito per tutelare sanità o istruzione, di colpo oggi sono plausibili. Ma unicamente per costruire «un’Europa forte», «un sistema di difesa che ci renda indipendenti». 

È solo l’ultimo esempio in ordine di tempo, ma non certo l’unico. Nelle ultime settimane si è discusso di creare un mercato comune in Europa, di trovare meccanismi speciali per aumentare la spesa, di scorporare gli investimenti dal computo del Patto di Stabilità, di emettere obbligazioni comuni dell’Unione europea (i cosiddetti eurobond). Sempre e solo riguardo le armi. 

Il celebre paradosso di Carl Sagan su armi e clima

Se rispetto agli anni dell’austerità si è riusciti a ottenere un minimo di flessibilità in più, nulla di lontanamente paragonabile è stato preso seriamente in considerazione per fronteggiare le emergenze che ci troviamo davanti. A partire dai cambiamenti climatici. Perché le armi si e il clima no?

Una domanda che è stata affrontata in maniera magistrale, oltre trent’anni fa, dallo scienziato e divulgatore Carl Sagan. In un suo celebre discorso, Sagan è partito da una domanda: «Quanto hanno speso gli Stati Uniti nella Guerra Fredda dal 1945 al 1990?». La risposta era 10mila miliardi di dollari di allora.

 

Se l’invasione russa era solo un’ipotesi…

Una cifra sufficiente per comprare tutto, ma davvero tutto negli Stati Uniti, tranne la terra. Come spiegava Sagan, con quei soldi si sarebbe potuto comprare ogni casa, ogni costruzione, ogni automobile, camion, treno e relative stazioni, aeroplano, fino a ogni matita o pannolino per neonati. 

Domanda successiva: «E quanto era certa un’invasione russa? Ovviamente non era certa al 100%, visto che l’invasione non c’è stata. Ma anche se fosse stato solo il 10%, cosa avrebbero detto i sostenitori di un deciso potenziamento militare? Dobbiamo essere prudenti. Dobbiamo prepararci al peggio. Questo è il classico pensiero militare: prepararsi sempre all’evenienza peggiore – continua Sagan -. Anche se è solo una possibilità remota, è comunque fondamentale essere preparati per una minaccia estrema ed esistenziale».

… la catastrofe climatica invece è sicura al 100%

Passiamo ora al clima. Qual è la probabilità di una catastrofe? Ecco la risposta di Sagan: «Non siete convinti che sia il 100%. Bene. È un vostro diritto. Ma anche se la probabilità che ciò accada fosse solo minima, dal momento che le conseguenze sarebbero così gravi, non è necessario realizzare investimenti seri per prevenirla o per lo meno mitigarla?» Carl Sagan sui cambiamenti climatici. Era il 1990 quando Sagan tenne questo discorso. Nel frattempo si sono moltiplicate le evidenze scientifiche riguardo l’emergenza climatica. Così come il fatto che sta scadendo il tempo a disposizione per agire e che la situazione è molto, ma molto peggiorata. E siamo ancora qui a domandarci perché. Perché per finanziare strumenti di distruzione come le armi siamo pronti a tutto, ma per salvare la vita sul nostro Pianeta invece no? Purtroppo negli editoriali dei nostri giornalisti e nelle dichiarazioni dei nostri politici – nazionali ed europei – è sempre più difficile trovare non una risposta, ma almeno una qualche logica e buon senso.

da qui

martedì 9 gennaio 2024

2024: L’ANNO IN CUI PRENDERÀ FORMA IL GOVERNO GLOBALE - Kit Knightly

Il governo globale è il punto di arrivo. Lo sappiamo.

Il controllo totale di ogni aspetto della vita di ogni singola persona sul pianeta, questo è l’obiettivo.

Questo è evidente da anni, se non da decenni, a chiunque abbia prestato attenzione e ogni minima parte di dubbio residuo era stata eliminata dal ‘lancio’ del Covid, quando i membri dell’establishment avevano iniziato a dirlo apertamente.

Il Covid aveva segnato un’accelerazione dell’agenda globalista, una folle corsa verso il traguardo che sembrerebbe aver perso slancio prima della vittoria, ma la corsa è ancora in pieno svolgimento. L’obiettivo non è cambiato, anche se negli anni successivi l’agenda si è leggermente ritirata nell’ombra.

Teoricamente sappiamo cosa vogliono, ma cosa significa in pratica?

Che aspetto avrebbe un possibile “governo globale”?

Innanzitutto, parliamo di ciò che NON vedremo.

1 – Non lo dichiareranno apertamente. No, quasi certamente non ci sarà mai un “governo mondiale” ufficiale, almeno per molto tempo ancora. È una lezione che hanno imparato dal Covid: dare un nome e un volto al globalismo non farebbe altro che fomentare la resistenza collettiva nei suoi confronti.

2 – Non aboliranno gli Stati nazionali. Potete star certi che Klaus Schwab (o chiunque altro) non apparirà mai in simulcast su tutte le televisioni del mondo annunciando che ora siamo tutti cittadini del mondo e che gli Stati nazionali non esistono più.

In parte perché ciò potrebbe suscitare resistenze (vedere punto 1), ma soprattutto perché il tribalismo e il nazionalismo sono troppo utili a tutti gli aspiranti manipolatori dell’opinione pubblica. E, naturalmente, il permanere degli Stati nazionali non preclude in alcun modo l’esistenza di un sistema di controllo sovranazionale, così come l’esistenza del Rhode Island, della Florida o del Texas non preclude l’esistenza del governo federale.

3 – Non ci sarà mai una dichiarazione esplicita di un cambiamento di sistema. Non ci verrà detto che siamo uniti sotto un nuovo modello, al contrario, l’illusione della regionalità e della varianza superficiale camufferà la mancanza di una vera scelta nel panorama politico. Una sottile pelle polisistemica tesa su uno scheletro monosistemico.

Capitalismo, comunismo, socialismo, democrazia, tirannia, monarchia… queste parole perderanno progressivamente sempre più significato, ancor più di quanto non abbiano già fatto, ma non saranno mai abbandonate.

Ciò che il globalismo ci porterà – secondo me – sarà un insieme di Stati-nazione, in gran parte solo di nome, dove opereranno sistemi di governo superficialmente diversi, ma tutti costruiti sugli stessi presupposti di base e tutti rispondenti ad un’autorità superiore non eletta e non dichiarata.

…e se questo vi sembra familiare, è perché, essenzialmente, è quello che abbiamo già.

Gli unici aspetti importanti che mancano sono i meccanismi con cui questo modello approssimativo potrà essere trasformato in una rete fluida, in cui tutti gli angoli sono smussati e tutti i veri poteri sovrani sono solo residui del passato.

È qui che entrano in gioco i tre pilastri principali del governo globale:

1. Moneta digitale

2. Identità digitale

3. “Azione sul clima”

Vediamoli uno alla volta.

1. MONETA DIGITALE

Oltre il 90% delle nazioni del mondo è attualmente in procinto di introdurre una nuova valuta digitale emessa dalla propria banca centrale. OffG – e altri – si sono occupati per anni della spinta verso le valute digitali delle banche centrali (CBDC), al punto che non è necessario ripetere i vecchi discorsi in questa sede.

In poche parole, una moneta interamente digitale consente una sorveglianza totale di ogni transazione. Se la moneta fosse programmabile, permetterebbe anche il controllo di ogni transazione.

Per maggiori dettagli, potete leggere il nostro vasto elenco di articoli sulle CBDC.

È chiaro che le CBDC sono un incubo potenzialmente distopico che violerà i diritti di chiunque sarà costretto a usarle…. ma in che modo sono un elemento costitutivo del governo globale?

La risposta è “interoperabilità“.

Anche se le varie CBDC nazionali saranno teoricamente separate, la maggior parte di esse è stata codificata per riconoscersi e interagire reciprocamente. Sono quasi tutte sviluppate secondo le linee guida prodotte dalla Banca dei Regolamenti Internazionali e da altre istituzioni finanziarie globaliste, e sono tutte programmate dai soliti, pochi, giganti della tecnologia.

Un rapporto del giugno 2023 per il World Economic Forum aveva sottolineato l’importanza dei “Principi di interoperabilità globale delle valute digitali delle banche centrali” e aveva concluso:

È fondamentale che le banche centrali diano priorità alle considerazioni sull’interoperabilità fin dalle prime fasi del processo di progettazione, aderendo ad una serie di principi guida. Per facilitare il coordinamento a livello mondiale e garantire un’attuazione armoniosa delle CBDC, diventa imperativo sviluppare un insieme completo di principi e standard. Basandosi su precedenti ricerche e collaborazioni, questo insieme di principi potrà servire da solida base, guidando le banche centrali a considerare proattivamente l’interoperabilità fin dall’inizio delle loro iniziative sulle CBDC. Adottando questi principi, le banche centrali potranno collaborare alla creazione di un ecosistema CBDC coeso e interconnesso.

Commentando il rapporto, il sito web del World Economic Forum aveva osservato che [grassetto aggiunto]:

Per garantire uno sviluppo di successo e promuovere l’interoperabilità, il coordinamento globale diventa fondamentale […] aderendo ai principi di interoperabilità, le CBDC potranno avanzare armoniosamente, portando a sistemi di pagamento digitali efficienti e interconnessi.

Non ci vuole un genio per capire il senso di “coordinamento globale”, “ecosistema coeso”, “avanzamento armonioso” e “sistemi di pagamento interconnessi”.

Non c’è alcuna differenza pratica tra 195 valute digitali “interoperabili” e interconnesse e un’unica valuta globale.

In effetti, “interoperabilità” è la futura parola d’ordine di tutte le strutture di potere globaliste. Il che ci porta senza dubbio alla…

2. IDENTITÀ DIGITALE

La spinta globale per le identità digitali obbligatorie è ancora più antica dell’agenda delle valute digitali, in quanto risale all’inizio del secolo e alle “carte d’identità nazionali” di Tony Blair.

Per decenni è stata una “soluzione” proposta per ogni “problema”.

Terrorismo? L’identità digitale vi terrà al sicuro.

Immigrazione illegale? L’identità digitale proteggerà il confine.

Pandemia? L’identità digitale terrà traccia di chi è vaccinato e di chi non lo è.

IA? L’identità digitale dimostrerà chi è umano.

Povertà? L’identità digitale “promuoverà l’inclusione finanziaria”.

È chiaro che, proprio come nel caso delle CBDC, un ubiquitario sistema di identità digitale rappresenta una minaccia per i diritti umani. E, proprio come nel caso delle CBDC, se si interconnettono le piattaforme nazionali di identità digitale si può costruire un sistema globale.

Anche in questo caso, si tratta di “interoperabilità”. Usano lo stesso identico linguaggio.

Il programma Identity4Development della Banca Mondiale sostiene che:

L’interoperabilità è fondamentale per sviluppare ecosistemi di identità efficienti, sostenibili e utili.

I ministri dei Paesi Nordici e Baltici per la digitalizzazione hanno chiesto pubblicamente ID digitali operativi “transfrontalieri”.

ONG come Open Identity Exchange (OIX) stanno pubblicando rapporti sulla “necessità di standard di dati per consentire l’interoperabilità degli ID digitali sia nelle federazioni all’interno di un ecosistema di ID, sia tra gli ecosistemi di ID“.

L’elenco dei governi nazionali che hanno introdotto l’ID digitale, che “collaborano” con i colossi aziendali per farlo e/o che promuovono l'”interoperabilità transfrontaliera” è lungo e vi si aggiungono in continuazione nuovi membri.

Nell’ottobre 2023 il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite aveva pubblicato le proprie “linee guida” per la progettazione e l’utilizzo delle identità digitali.

Non c’è alcuna differenza pratica tra 195 piattaforme di identità digitale in rete e un unico programma di identità globale.

Ok, quindi hanno messo in atto una moneta e un programma di identità globali. Ora possono controllare e monitorare i movimenti, le transazioni finanziarie, la salute e altro ancora di tutta una popolazione. Questo è un meccanismo di sorveglianza e controllo, gestito in un modello distribuito e progettato per nascondere l’esistenza stessa di un governo globale.

Ma che dire della politica?

Come farebbe questo governo globale a promuovere politiche e ad approvare leggi senza svelare la propria esistenza?

Utilizzando il cambiamento climatico, ecco come.

3. “AZIONE PER IL CLIMA”

Il cambiamento climatico è da anni in prima linea nell’agenda dei globalisti. È il cavallo di Troia della tecnocrazia antiumanista.

Già nel 2010, noti “esperti” di cambiamento climatico suggerivano che “gli esseri umani non sono abbastanza evoluti” per combattere il cambiamento climatico e che “potrebbe essere necessario mettere in pausa la democrazia per un po’ di tempo“.

Più di recente, nel 2019, Bloomberg pubblicava articoli con titoli come “Il cambiamento climatico ucciderà la sovranità nazionale così come la conosciamo“, e gli accademici ci dicevano che:

“Gli Stati non saranno in grado di risolvere crisi globali come il cambiamento climatico finché non rinunceranno alla loro sovranità”.

Per anni il cambiamento climatico è stato venduto come la ragione per cui potremmo essere “costretti” ad abbandonare la democrazia o la sovranità.

Parallelamente, c’è una prolungata narrazione propagandistica dedicata a trasformare il “cambiamento climatico” da problema ambientale a questione omnicomprensiva.

A questo punto, tutti i governi nazionali concordano sul fatto che il “cambiamento climatico” è un problema urgente che richiede una cooperazione globale per essere risolto. Organizzano enormi vertici in cui firmano accordi internazionali che vincolano gli Stati nazionali a determinate politiche, per il bene del pianeta.

Avendo stabilito questo modello, ora stanno ampliando la portata del “cambiamento climatico”. Trasformando il “cambiamento climatico” nella risposta a ogni domanda:

È ovvio che il “cambiamento climatico” avrà un impatto sull’energia e sui trasporti.

Sulle orme del Covid, il “cambiamento climatico” è già stato ribattezzato in “crisi sanitaria“.

Ora ci viene detto che il “cambiamento climatico” sta generando una crisi alimentare.

Ci viene detto che il commercio internazionale deve essere attento al clima.

La Banca Mondiale ci dice che la riforma dell’istruzione aiuterà a combattere il cambiamento climatico.

Il Fondo Monetario Internazionale ci dice che ogni Paese del mondo dovrebbe tassare l’impronta di carbonio e, unificando la narrazione, che le CBDC possono essere positive per l’ambiente.

Vedete come funziona?

Agricoltura e alimentazione, salute pubblica, energia e trasporti, commercio, politica fiscale e tributaria, persino istruzione. Quasi ogni settore del governo è ora potenzialmente coperto dall’ombrello del “cambiamento climatico”.

Non hanno più bisogno di un governo unico mondiale, ma solo di un unico gruppo di “esperti internazionali imparziali in materia di cambiamenti climatici” che lavorino per salvare il pianeta.

Attraverso la lente del “cambiamento climatico”, questi esperti avrebbero il potere di dettare – scusate, raccomandare – le politiche governative in quasi tutti i settori della vita di ogni nazione del pianeta.

Lo vedete già?

Questo è il governo globale del mondo moderno, non centralizzato ma distribuito. Cloud computing. Un alveare sovranazionale di imprese e tecnocrati. Senza esistenza o autorità ufficiale, e quindi senza responsabilità, che incanala tutte le sue decisioni politiche attraverso un unico filtro: il cambiamento climatico.

Non ci sarà un’unica valuta globale, ma decine e decine di valute digitali “interoperabili” che creeranno un “ecosistema armonioso di pagamenti“.

Non ci sarà un unico servizio di identità digitale globale, ma una serie di “reti di identità interconnesse” che si impegneranno nel “libero flusso di dati per promuovere la sicurezza“.

Non ci sarà un governo globale, ma pannelli internazionali di “esperti imparziali“, nominati dall’ONU, che esprimeranno “raccomandazioni politiche“.

Quasi o tutti i Paesi del mondo seguiranno la maggior parte o tutte le raccomandazioni, ma a chiunque chiamerà “governi globali” questi gruppi di esperti verranno inoltrate le verifiche di Snopes o Politifact, che evidenzieranno il fatto che “i gruppi di esperti delle Nazioni Unite NON costituiscono un governo globale perché non hanno potere legislativo“.

Questo, secondo me, è il modo in cui il governo globale prenderà forma nel 2024 e oltre.

Compartimentato, assolutamente negabile… ma molto, molto reale.

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