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giovedì 17 settembre 2026

Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia - Michele Calamaio

  

Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni criminali

Jacqueline è seduta a gambe incrociate su una piattaforma di legno, all’interno di una maloka asháninka appena illuminata. È la capanna cerimoniale indigena, carica dell’odore resinoso e dolciastro delle piante messe a macerare per il rituale.

Fuori, il Río Hirviente, ossia il “Fiume Bollente”, scorre in sottofondo. Dentro, la sua voce si alza in un’ícaro lungo e tremolante, un canto di potere, una formula viva che mette insieme preghiera, medicina e dichiarazione di identità. Per Jacqueline Flores ha una funzione precisa: ancorare sé stessa e chi la ascolta a qualcosa di più antico della memoria.

«Sono una studentessa delle piante», dice, «voglio aiutare l’umanità, tutte quelle persone che hanno bisogno di “guarire”».

In breve

·         Quando la cultura si indebolisce, la foresta diventa vulnerabile. Anche fattori di erosione culturale, come la perdita di lingua, di rituali e di governance comunitaria, possono aprire la strada alla deforestazione, alle coltivazioni di coca e alle occupazioni illegali

·         Allevamento, miniere d’oro e nuovi insediamenti avanzano lungo fiumi e corridoi all’interno della foresta amazzonica, con perdite di centinaia di migliaia di ettari all’anno

·         Le comunità indigene, spesso titolari di diritti per lo sfruttamento della foresta, diventano il bersaglio di trafficanti di legname che “riciclano” i loro permessi per tagliare illegalmente legname in aree protette

·         Dove le comunità indigene si incontrano col mondo esterno, come nella famosa area del Río Hirviente, una zona che attrae molto turismo, tanto i fenomeni di erosione culturale quanto di penetrazione criminale sono accelerati

·         All’interno di alcune comunità però, ci sono persone che lavorano per ricostruire i legami con la cultura ancestrale. Proprio nell’area del Río Hirviente, c’è chi cerca di rimettere in piedi pratiche tradizionali, recuperare la lingua e la responsabilità collettiva, per tutelare la foresta e riparare le fratture generazionali

Il suo percorso è iniziato molto presto, nella scuola informale di suo padre, Juan Flores Salazar, curandero della comunità di Mayantuyacu. Flores, oggi scomparso, è stato uno degli sciamani più rispettati della zona e il fondatore di un centro di medicina forestale diventato noto a livello internazionale per le sue acque termali e per gli insegnamenti sulle piante lungo il corso del Fiume Bollente.

La famiglia di Jacqueline in passato ha dovuto abbandonare il territorio asháninka della selva centrale per sfuggire alla violenza degli anni del terrorismo di Sendero Luminoso. «Molto è andato perduto», dice. Lo vede nella frammentazione delle comunità vicine, nelle divisioni interne, nella perdita di riferimenti condivisi.

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Jacqueline Flores mentre canta una preghiera, un connubio tra medicina e dichiarazione di identità

Il lavoro che porta avanti oggi con il proprio centro di ritiro curativo, Pumayacu, rafforzando il legame con il territorio e recuperando la lingua madre andata persa negli anni, è la sua risposta a quella perdita.

Nell’Amazzonia peruviana, l’erosione culturale sta trasformando la foresta con la stessa forza di qualsiasi processo di globalizzazione. Le culture tradizionali si assottigliano, le lingue si perdono e le strutture di governo comunitario si frammentano. L’indebolimento della cultura, causato da pressioni economiche, istituzionali e sociali, sta anche rendendo la terra più facile da sottrarre.

«Le popolazioni indigene, se lasciate a sé stesse, mantengono le foreste intatte. Ma quando entra il capitalismo, il loro sistema ecologico e sociale collassa» e permette l’ingresso di economie illegali come il disboscamento, l’occupazione predatoria dei terreni e le coltivazioni di coca, spiega l’antropologo Glenn Shepard.

«L’erosione culturale genera deforestazione, e la deforestazione genera ulteriore erosione culturale», sintetizza Enrique Ortiz, Senior Program Director dell’Andes Amazon Fund. E mette in guardia dal romanticizzare le comunità come naturalmente protettive: «Non bisogna cadere nella visione ideologica dell’indigeno “puro”. Sono persone come noi».

Le comunità indigene non sono monoliti, né entità “eco-perfette” nate fuori dal tempo, né vivono in una bolla impermeabile alle stesse forze che attraversano ogni società. 

Fratture interne alle comunità indigene hanno portato alcuni apus, i leader eletti, a vendere terre, a firmare concessioni forestali fraudolente o a stringere accordi con taglialegna illegali e imprese estrattive. Decisioni spesso dettate da precarietà economica, pressione esterna e cooptazione politica.

La stessa logica si manifesta anche sul piano culturale: centri di cura gestiti da stranieri spingono spesso i curanderos, ossia i guaritori indigeni, a seguire copioni occidentali in cui pratiche ancestrali vengono rimodellate per adattarsi alle aspettative di chi arriva da fuori.

L’etnobotanico Mark Plotkin, presidente dell’Amazon Conservation Team, collega questa rottura culturale alla scomparsa degli anziani che «custodivano le storie, i protocolli e le conoscenze botaniche» capaci di mantenere in equilibrio sia la comunità che la foresta.

«Ogni volta che muore un anziano, brucia una biblioteca», dice, riprendendo una frase dello scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ. E quando queste biblioteche scompaiono, il sapere che dovrebbe passare alle nuove generazioni non arriva con la stessa forza. Il collasso ecologico della foresta diventa inseparabile dallo sgretolamento linguistico delle comunità che la abitano.

Il linguista Roberto Zariquiey ricostruisce la perdita linguistica a partire dalle pressioni sociali che molti giovani indigeni subiscono quando si trasferiscono nelle città, pressioni segnate soprattutto dal razzismo, dalla discriminazione e dalla necessità di “mimetizzarsi”.

Il risultato, spiega, sono comunità intere in cui «solo pochi anziani parlano ancora la lingua, mentre tutti gli altri non la usano più». L’impatto va ben oltre la grammatica: molte piante medicinali «non hanno un nome in spagnolo» e, senza i termini indigeni, «un bambino non dispone delle risorse lessicali per nominare quella pianta».

In questo quadro, i governi peruviani che sulla carta sostengono l’autogoverno indigeno, allo stesso tempo approvano megaprogetti realizzati senza consultazione previa e leggi pensate per limitare l’attivismo indigeno. Diversi report mostrano come comunità abbandonate o indebolite diventino punti di ingresso ideali per l’espansione della coca, per le reti di riciclaggio del legname e per schemi di frode fondiaria.

Dati e testimonianze: come le comunità indebolite percepiscono l’erosione culturale

Il pomeriggio di Jacqueline ha qualcosa di disarmante nella sua normalità. Rimprovera i figli perché hanno lasciato le infradito nel fango, sciacqua i piatti insieme a sua madre e poi torna a tagliare le verdure selvatiche per la cena. Nulla di lei richiama l’immagine da cartolina della “purezza ancestrale” che molti, da fuori, continuano ad aspettarsi.

A quell’aspettativa, Jacqueline reagisce con una risata. Per lei il cambiamento, spiega, deve cominciare da piccoli. I suoi figli partecipano già alle pratiche legate alle piante e crescono con un senso di responsabilità verso la terra e verso la comunità.

Lo stesso equilibrio lo pretende anche quando il sapere arriva dall’esterno. «Se è costruttivo, è un contributo», dice. A una condizione semplice: rispettare le regole, non snaturare le pratiche e non trasformare la cura ancestrale in uno spettacolo.

Jacqueline si immagina una comunità in cui la lingua si trasmette tra le generazioni; in cui i rituali contano davvero per la vita quotidiana e non per il turismo; in cui gli anziani insegnano con continuità; le assemblee prendono decisioni realmente determinanti; e i conflitti trovano un percorso possibile di ricomposizione.

Interviste raccolte da IrpiMedia con una dozzina di leader Shipibo-Conibo, Awajún, Asháninka e Kakataibo in contesti urbani e ancestrali rendono più chiara la realtà che Jacqueline tenta di difendere.

Tutti i partecipanti concordano su un punto: lingua e vita rituale devono essere trasmesse alle generazioni più giovani se la continuità culturale vuole sopravvivere. Sulla governance, invece, non emerge un modello unico: circa la metà descrive processi decisionali condivisi dall’intera comunità, mentre gli altri indicano un’autorità concentrata soprattutto nell’apu o in un consiglio ristretto.

Anche le definizioni di erosione culturale divergono. Alcuni la descrivono come la perdita del rispetto tra generazioni, altri come l’indebolimento del lavoro collettivo, mentre altri ancora come la scomparsa progressiva di pratiche culturali specifiche. Infine, quando si parla di attori esterni, la frattura si accentua.

Circa il quaranta per cento vede Ong, missionari o guaritori in visita come opportunità di apprendimento e di rafforzamento delle pratiche culturali, mentre il sessanta per cento li considera soltanto una fonte di rischio.

Come scompare la foresta

Per capire come l’erosione culturale si trasformi in criminalità forestale, bisogna partire dal protagonista più anonimo dell’Amazzonia: la burocrazia. Eduardo Nina Cruz, procuratore della Prima procura specializzata in materia ambientale (Fema) della regione di Ucayali, ha spiegato a IrpiMedia come il riciclaggio del legname inizi spesso da autorizzazioni forestali usate in modo fraudolento.

Infatti, ogni operazione di disboscamento autorizzata produce anche una Guida di trasporto forestale (Gtf), un documento che permette il trasporto legale di altrettanto legname.

In diversi casi però, racconta Nina Cruz, da successivi controlli si scopre che l’area autorizzata non era mai stata veramente disboscata, ma che i documenti per il trasporto di legname erano stati “rivenduti” a terze parti.

«Quella guida di trasporto vale moltissimo», spiega. «È come un assegno in bianco», che può servire da copertura per legname proveniente da aree protette, spiega il procuratore. 

Questo schema può innestarsi direttamente nei sistemi di governance delle comunità indigene.

Secondo documenti raccolti da IrpiMedia presso l’Organismo di supervisione delle risorse forestali e faunistiche (Osinfor), la Comunità nativa di Santa Rosa de Sarayacu, una comunità amazzonica legalmente riconosciuta e raggiungibile dopo circa otto ore di navigazione dal distretto di Contamana verso Loreto, era titolare di un piano di gestione forestale intermedio (Pmfi).

Sulla carta, la comunità stava gestendo la propria foresta. Nei fatti, il suo nome e il suo permesso venivano utilizzati come strumento di riciclaggio del legname.

Un’ispezione urgente dell’Osinfor condotta nel dicembre 2023 ha accertato che, nell’ambito di quel piano, erano stati dichiarati come estratti 635 tronchi e 500.047 metri cubi di legno di capinurí.

Quando l’Osinfor ha incrociato le Guide di trasporto forestale e le relative liste di carico con gli alberi effettivamente autorizzati, nessuno dei codici risultava corrispondente. Sul terreno, gli ispettori hanno riscontrato che solo due alberi di quella specie erano stati realmente abbattuti e trasportati.

Altri 15.609 metri cubi di capinurí risultavano registrati nel libro delle operazioni come “estratti” da alberi che erano ancora in piedi. Nel complesso, 515.656 metri cubi di legname sono stati considerati privi di giustificazione e classificati come estrazione non autorizzata, un “danno grave” su 8,6 ettari, che ha portato all’avvio di sanzioni alla comunità stessa.

Nina Cruz è diretto nel descrivere come avviene questo meccanismo. Le comunità titolari di permessi in regola spesso non tagliano legname affatto. I loro apu, i capi comunitari, finiscono invece per affittare o vendere i permessi, o addirittura singole Guide di trasporto forestale, a taglialegna esterni, che le usano per riciclare legname abbattuto illegalmente altrove.

I numeri della deforestazione

«A quei leader interessa una sola cosa: i soldi. Soldi facili», afferma Nina Cruz.

Secondo un funzionario dell’Osinfor che ha parlato con IrpiMedia, «fino all’80 per cento del legname estratto lo scorso anno all’interno di aree di gestione ufficiale era illegale».

Secondo l’agenzia peruviana, le comunità vengono trascinate in queste reti non tanto per avidità quanto per vulnerabilità strutturale: mancanza di accesso al credito, assenza di macchinari, nessun potere contrattuale. «Io ti do il 20 per cento e tengo l’80», è la formula che sintetizza molti degli accordi che finiscono per accettare.

Il punto “bollente” dell’Amazzonia

Pucallpa è il punto in cui l’Amazzonia incontra le macchine del mondo esterno. È un nodo migratorio e, più di Lima, l’epicentro di una particolare forma di distorsione culturale alimentata dai mestizos, persone di origine mista indigena e non indigena che si muovono con disinvoltura tra il potere urbano e le economie della foresta.

La strada a sud della città conduce a Honoria, porta d’accesso al Fiume Bollente, o Shanay Timpishka, che in lingua locale significa “bollito dal sole”.

Si tratta di un’anomalia idrotermale a lungo considerata leggendaria. Dal punto di vista scientifico, questo tratto di foresta è unico. Le acque del fiume qui possono raggiungere i 99 gradi Celsius, rendendolo uno dei più grandi fiumi termali non vulcanici documentati al mondo. È una finestra unica sui processi geologici profondi della Terra, ha spiegato a IrpiMedia il geologo Andrés Ruzo.

Ma anche la realtà che lo circonda sta collassando rapidamente. La deforestazione ha avanzato a un ritmo tale che, avverte Ruzo, se l’area dovesse restare nelle condizioni attuali, trascurata e dimenticata, «potremmo raggiungere un punto di non ritorno nel giro di tre anni».

Per le comunità locali, il fiume è da sempre un centro antico di apprendimento sciamanico. Eppure le stesse forze che stanno trasformando la vita cerimoniale di Pucallpa, la pressione del turismo, l’emergere di sciamani “contemporanei” e la frammentazione delle comunità hanno iniziato a penetrare anche qui.

Il risultato è l’apertura di insediamenti senza regole, la speculazione fondiaria e il disboscamento illegale, che stanno erodendo sia il tessuto culturale che il sapere ancestrale che un tempo proteggevano la foresta attorno al fiume.

Sulla carta, il Fiume Bollente ricade all’interno di un mosaico di aree protette e spazi regolamentati. L’area rientra però nel Lotto 87 di PeruPetro, una concessione per idrocarburi attualmente in fase di valutazione da parte della società Upland Oil Co.

In superficie, ampie porzioni del territorio sono classificate come Foresta di produzione permanente (Bpp), una categoria che consente allo Stato di rilasciare concessioni quarantennali per l’agroforestazione su terreni che restano formalmente di proprietà pubblica e non dei concessionari.

All’interno di questo assetto frammentato si inseriscono anche porzioni di territorio titolate, appezzamenti acquistati legalmente da individui o comunità e detenuti a titolo permanente.

Ma nemmeno la terra titolata, la forma di proprietà più solida prevista dall’ordinamento peruviano, è al sicuro. Tutti i proprietari terrieri legali intervistati da IrpiMedia a Honoria hanno riferito la stessa cosa: se non si presidiano i confini, qualcun altro arriverà a occupare la tua terra e a sfruttarne le risorse.

Accanto ai terreni titolati e alle concessioni statali esiste infatti una terza categoria, quella delle “possessioni”. Si tratta di occupazioni di fatto, in cui coloni si insediano su terreni senza alcun diritto reale. Sono proprio queste occupazioni irregolari a diventare la porta d’ingresso per l’accaparramento illegale di terreni, l’espansione dell’allevamento bovino e le attività estrattive che operano fuori dai radar delle autorità.

Michel Douglas Rivera, uno dei quattro imprenditori locali che detengono legalmente una concessione ecoturistica e di conservazione nel corridoio del Fiume Bollente, ha osservato questo schema ripetersi sulle sue terre.

Secondo le prove esaminate da IrpiMedia, tra cui fascicoli della procura di Ucayali e verbali di ispezione dell’Atffs, la concessione di Rivera è stata ripetutamente presa di mira da occupanti abusivi guidati da una figura mestiza accusata di vendere terreni forestali statali a operatori di segherie senza contratti e di rilasciare falsi “certificati di residenza” all’interno della concessione di Rivera per consentire occupazioni illegali.

«Arrivano con documenti falsi, tagliano tutto ciò che possono vendere e lasciano il territorio devastato», racconta Rivera. «E poi siamo noi a dover lottare per mantenere la foresta in piedi».

Una volta aperta la breccia, le occupazioni si moltiplicano. «Quello che accade nella foresta segue spesso questa dinamica: coca, appezzamenti agricoli, disboscamento.

La causa principale della perdita di foresta è la povertà delle persone che vivono lì», osserva Franz Orlando Tang Jara, responsabile dell’ufficio forestale e faunistico regionale di Ucayali. E se queste occupazioni iniziano spesso in modo silenzioso, con il tempo si consolidano in sistemi paralleli e informali di pagamento. Sotto pressione economica, alcune comunità indigene finiscono per negoziare canoni annuali con coloni che non hanno alcun titolo legale.

«Pagano 5.000 o 10.000 soles all’anno», spiega Tang Jara, trasformando di fatto un’occupazione illegale in un mercato nero degli affitti. Indica il caso avvenuto nei pressi della comunità indigena Shipibo-Conibo di Caimito, dove gruppi mennoniti si sono insediati su terre che la comunità stava cercando di ottenere ufficialmente dallo Stato, sostenendo però di aver pagato le autorità indigene locali per poter rimanere nell’area stessa.

Questa dinamica ha raggiunto l’area del Fiume Bollente già da anni, rimodellando la foresta e, soprattutto, ridefinendo chi può rivendicare il controllo del territorio per il turismo ecologico e quello ancestrale.

È il caso di luoghi come il Santuario Huishtin, un centro di medicina delle piante gestito dal fondatore mestizo e maestro guaritore Enrique Paredes. Paredes afferma di operare in nome della conservazione e dell’ecoturismo, dopo aver lavorato come apprendista con il padre di Jacqueline e aver acquisito il terreno in modo legittimo.

Tuttavia, il procedimento che descrive ricalca da vicino le pratiche di compravendita illegale di terre all’interno delle Foreste di produzione permanente del Fiume Bollente. «Vai dal notaio, si preparano i documenti e sei a posto così», ha raccontato a IrpiMedia durante una visita al suo centro di conservazione. Si tratta però di una transazione privata che non ha alcun valore legale quando riguarda terreni forestali di proprietà dello Stato.

Infatti, dopo aver esaminato i registri pubblici delle concessioni disponibili presso l’agenzia governativa responsabile del disboscamento illegale, il Servizio nazionale forestale e faunistico del Perù (Serfor), e il registro ufficiale delle concessioni forestali dell’Osinfor, non risulta alcuna concessione intestata al Santuario Huishtin, nonostante Paredes sostenga di essere in fase di ottenimento dell’autorizzazione.

«Il Fiume Bollente sta diventando una terra di nessuno», dice Glen Larson Arriaga Silva, operatore turistico di Yanesha Tour che lavora da anni nell’area. Ha raccontato a IrpiMedia che a lui stesso è stato offerto «un appezzamento di dieci ettari nella zona del Fiume Bollente per 5.000 soles», nonostante «tutte le risorse naturali appartengano allo Stato».

Allo stesso tempo, il turismo legato all’ayahuasca si è progressivamente allontanato da qualsiasi presunta missione ecologica. «Lì non c’è più ecoturismo», dice. «Vendono un’immagine “verde”, ma non la praticano davvero».

Fa notare che ai visitatori stranieri vengono chiesti fino a 80 dollari a notte per ritiri di dieci giorni, ma che «non esiste un vero lavoro di conservazione condivisa»: nessun reinvestimento in sentieri o ripristino degli habitat, mentre rituali e cerimonie sono sempre più mediati da organizzatori stranieri e sciamani non locali.

El Cóndor Pasa

All’inizio del 2025, il Fiume Bollente è stato inserito nell’inventario ufficiale delle risorse turistiche del ministero della Cultura. Compare inoltre sul sito turistico del governo regionale di Huánuco. Ma, al di là di questi riconoscimenti formali, il Fiume Bollente ha urgente bisogno di una reale protezione giuridica garantita dallo Stato, per impedire che la deforestazione continui ad avanzare.

Secondo Rafael Pino Solano, responsabile della Zona Riservata della Sierra del Divisor presso il Servizio nazionale delle aree naturali protette del Perù (Sernanp), una possibile strada sarebbe la designazione del Fiume Bollente come Area di conservazione regionale (Acr), una categoria di area naturale protetta che consente «l’uso e l’estrazione delle risorse naturali», purché tali attività non danneggino l’ecosistema.

E mentre le tutele istituzionali avanzano lentamente sulla carta, sul terreno sono persone come Jacqueline a portare avanti il lavoro lento e invisibile di tenere insieme e ricucire una linea culturale.

«L’obiettivo è creare un centro di guarigione ancestrale», spiega, «ma anche preservare la natura, lottare perché la deforestazione si fermi». «I miei figli devono imparare», aggiunge, «perché io non vivrò per sempre».

In questo percorso è sostenuta da Mercedes Karina García Ríos, insegnante indigena Shipibo-Konibo impegnata nella conservazione culturale presso la scuola Isa Weni.

Attraverso laboratori del fine settimana dedicati alla lingua shipibo, ai racconti, ai rituali, al ricamo e alle piante medicinali, García Ríos lavora per riportare i bambini indigeni verso la propria identità. «È per permettere ai bambini di riconnettersi con la loro cultura, per non dimenticare chi sono», spiega.

Anche alcune iniziative istituzionali nella capitale stanno contribuendo a questo sforzo.

La Mochila Forestal dell’Osinfor è uno strumento di formazione interculturale pensato per rafforzare la capacità delle comunità indigene e rurali di gestire le foreste in modo legale e sostenibile, intervenendo sui gravi vuoti informativi che alimentano l’estrazione non autorizzata.

Attraverso moduli partecipativi dedicati alla gestione forestale comunitaria, alla vigilanza contro la corruzione e alla tracciabilità del legname, il programma ha formato 9.460 persone in 11 regioni, di cui il 79 per cento appartenenti a comunità indigene, e ha creato 652 formatori comunitari.

In diversi casi, le valutazioni ufficiali mostrano un miglioramento misurabile, con comunità passate da livelli di conformità “insufficienti” a “buoni” dopo cicli ripetuti di formazione.

In un luogo in cui così tanto sta andando perduto, Jacqueline e altre persone come lei stanno ricostruendo una continuità fragile ma ostinata, quella che le nuove generazioni di giovani indigeni stanno iniziando a riconoscere di nuovo come propria. Non è una soluzione miracolosa, ma un «dovere culturale» che, come lei stessa dice, tiene aperta un’altra possibilità narrativa per questa terra.

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno del Pulitzer Center. Michele Calamaio è il Pulitzer Center Post-Grad Reporting Fellow del 2025.

da qui

mercoledì 30 ottobre 2024

Amazzonia – James Rollins

un'avventura in Amazzonia alla ricerca della sostanza che ha fatto ricrescere un braccio a chi non ce l'aveva.

senza risparmio di colpi di scena, un gruppo guidato dalla CIA (maledetti!) e dalle imprese farmaceutiche a stelle e strisce contribuisce al genocidio amazzonico, alla ricerca dell'elisir rigenerativo.

resistono gli indigeni e alcuni loro alleati.

un libro appassionante da cui non ti stacchi fino alla parola fine.


 

 

 

E’ uno spettacolo orribile quello che si presenta a padre Garcia, il sacerdote della missione di Wauwai, in Amazzonia: un uomo emaciato e coperto di piaghe esce dalla giungla e si accascia ai suoi piedi, esalando poco dopo l’ultimo respiro. Padre Garcia non sa che, quattro anni prima, quell’uomo faceva parte di una spedizione scientifica poi svanita nel nulla. La CIA, invece, lo identifica come Gerald Clark, un ex agente delle Forze Speciali, la cui carriera era stata stroncata dalla perdita di un braccio durante una missione in Iraq. Adesso, però, Clark ha entrambe le braccia. Per trovare una spiegazione a un evento così sconvolgente, il governo incarica Nathan Rand di organizzare una nuova missione per seguire l’itinerario della prima spedizione che sembra condurre al villaggio di una leggendaria tribù. Ma il cuore della giungla nasconde un segreto inviolabile, un segreto che genera paura, follia e morte.

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Uno dei romanzi meglio riusciti di Rollins. Una storia così avvincente che ti tiene incollato al libro fino all'ultima pagina, con un finale per nulla scontato. Il ritmo è incalzante. Ci ricorda la grande responsabilità a cui siamo chiamati rispetto agli ultimi paradisi del nostro pianete e come sia fondamentale considerare alcuni luoghi e alcuni valori beni comuni globali perché il loro danneggiamento o deterioramento sono a detrimento dell'intera umanità. L'ambientazione del testo è meravigliosa e intrigante.

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È uno dei miei libri preferiti ed ogni tanto lo rileggo. La trama è avvincente, i personaggi interessanti e la parte naturalistica eccezionale. La base è d'avventura, ma con quel tocco di fantascientifico che caratterizza Rollins. Mi piace molto quando questi due mondi si mischiano, perché non sai mai che risultato aspettarti. E vi assicuro che il risultato di Amazzonia merita!

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martedì 9 novembre 2021

Quel problema innominabile - Claudia Fanti

  

Il grido dell’indigena brasiliana Txai Suruí, figlia di uno dei leader più rispettati del suo paese, Almir Suruí, è risuonato proprio in apertura della Cop 26: «Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo ascoltare le stelle, la luna, gli animali, gli alberi. Oggi, il clima sta cambiando, gli animali stanno scomparendo, i fiumi muoiono, le nostre piante non fioriscono più come prima. La Terra ci sta dicendo che non abbiamo più tempo».

 

Ma è già troppo tardi per cambiare strada? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione, quella dei poveri e del «grande povero» che è il nostro pianeta devastato e ferito, il cui duplice – e congiunto – grido ha occupato il centro della sua intera riflessione.

 

Tra i firmatari dell’accordo sulla deforestazione raggiunto alla Cop 26 c’è anche Bolsonaro. Il trionfo dell’ipocrisia?

Nulla di minimamente credibile può venire dal governo Bolsonaro: con lui la menzogna è diventata politica di stato. Solo su un punto ha detto la verità: «Il mio governo è venuto per distruggere tutto e per ricominciare da capo». Peccato che questo reinizio sia nel segno dell’oscurantismo e del negazionismo scientifico, che si tratti di Covid o di Amazzonia. La sua opzione economica va in direzione esattamente opposta a quella per la preservazione ecologica: Bolsonaro ha favorito l’estrazione di legname, l’attività mineraria all’interno delle aree indigene, la distruzione della foresta per far spazio alla monocoltura della soia e all’allevamento. Solo da gennaio a settembre, l’Amazzonia ha perso 8.939 km² di foresta, il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e l’indice peggiore degli ultimi 10 anni. La sua adesione al piano di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 è pura retorica. In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che proseguirà sulla strada della deforestazione continuando a mentire al Brasile e al mondo.

L’Amazzonia potrà sopravvivere ad altri 10 anni di deforestazione?

Il grande specialista dell’Amazzonia Antônio Nobre afferma che, al ritmo attuale di distruzione, e con un tasso di deforestazione già vicino al 20%, in 10 anni si potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, con l’avvio di un processo di trasformazione della foresta in una savana appena interrotta da alcuni boschi. La foresta è lussureggiante ma con un suolo povero di humus: non è il suolo che nutre gli alberi, ma il contrario. Il suolo è soltanto il supporto fisico di un complicata trama di radici. Le piante si intrecciano mediante le radici e si sostengono mutuamente alla base, costituendo un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

Siamo ancora in tempo per intervenire?

I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli.

Ha sempre affermato che senza un vero cambiamento nella nostra relazione con la natura non avremo scampo. L’umanità è pronta per questo passo?

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla. Sono le esperienze dal basso a offrire speranze di alternativa: dal buen vivir dei popoli indigeni all’ecosocialismo di base fino al bioregionalismo, il quale si propone di soddisfare le necessità materiali rispettando le possibilità e i limiti di ogni ecosistema locale, creando al tempo stesso le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali, come il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, l’amore e la cura per tutto ciò che vive.

Fonte: il manifesto

da qui

lunedì 26 aprile 2021

i fatti separati dalle domande

*


a proposito della Val di Susa e di Genova 2001, arrivando anche in Palestina e in Amazzonia



A proposito della Val di Susa

Scrive la Corte d’Appello di Torino:

…le Forze dell’Ordine in alcuni casi utilizzarono i gas lacrimogeni fuori dalle direttive ricevute, quantomeno con riguardo alle traiettorie di lancio ed agli obbiettivi individuati, giungendo inoltre a lanciare sassi dal cavalcavia autostradale sui manifestanti sottostanti” (pag.164-165 della sentenza)…

https://www.notav.info/post/la-cassazione-conferma-dalla-polizia-sassi-e-lacrimogeni-ad-altezza-duomo-contro-i-notav/

 

scrive Riccardo Noury, di Amnesty

…“I gas lacrimogeni non possono essere sparati ad altezza uomo. Lo scopo del loro utilizzo deve rimanere quello di disperdere la folla e non di ferire persone”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce dell’organizzazione.

Come richiesto dai Princìpi base delle Nazioni Unite sull’uso della forza, inoltre, il dispiegamento di armi cosiddette non letali dovrebbe essere attentamente valutato al fine di ridurre al minimo il rischio di mettere in pericolo persone non coinvolte e l’uso di tali armi dovrebbe essere attentamente controllato.

“Dispositivi che hanno effetti indiscriminati e un alto potenziale di danno, come i gas lacrimogeni, devono essere utilizzati solo quando tutti gli altri mezzi non siano riusciti a contenere minacce o violenza. Inoltre, le persone devono essere avvisate sull’imminente uso di tali armi e autorizzate a disperdersi. Le cartucce, contenenti sostanze chimiche irritanti, non possono mai essere sparate direttamente contro le persone”, ha concluso Noury…

https://www.amnesty.it/attivista-ferita-da-una-cartuccia-di-gas-lacrimogeno-durante-manifestazione-no-tav/

 

i legali no Tav ricordano che:

“I lacrimogeni sono considerati, anche dal diritto, armi chimiche.

Il loro uso è vietato negli scenari bellici dalla Convenzione di Parigi del 1995 sulle armi chimiche. Qualora utilizzati in particolari contesti, devono essere sparati con modalità di lancio a parabola, e non con lancio teso verso chi si intenda contrastare, proprio per impedire o ridurre il pericolo di danni dovuti al lancio di una granata a forte energia cinetica.

In altre parole, non possono essere utilizzati come proiettili destinati a colpire gli avversari (o i nemici).”

https://www.notav.info/post/appello-dei-legali-no-tav-sul-ferimento-di-giovanna/

 

a proposito di Genova 2001

continuano le promozioni dei macellai della “macelleria messicana”

(leggi qui e qui)

 

Come non farsi qualche domanda?

il Parlamento deve approvare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

“La resilienza è la capacità di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato”, scrive wikipedia)

Quindi il governo e il Parlamento sostengono la lotta noTav?

 

Nelle forze del (dis)ordine ci sono anche cecchini che agiscono in Val di Susa?

 

Come è possibile che alcuni condannati (fra le forze dell’ordine) PER GRAVISSIMI REATI vengano promossi come se fossero integerrimi funzionari (scuola Diaz e caserma Bolzaneto non hanno insegnato niente)?

 

Fra gli istruttori delle forze dell’ordine (quando sono ancora nelle scuole di formazione) ci sono militari che arrivano dai teatri di guerra (per esempio Afghanistan, Iraq o Somalia)?

 

Alle reclute (e non solo) si insegna che in Italia in piazza vanno cittadini che manifestano o nemici da abbattere?

 

Negli Usa anche il presidente Biden ha utilizzato parole chiare a sostegno dei giudici che hanno condannato il poliziotto assassino di Minneapolis (qui);

quando “la I Corte di assise di Roma ha riconosciuto i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannandoli a 12 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici” (qui), il Presidente del Consiglio o il presidente della repubblica sono intervenuti in tv per sostenere i giudici e condannare gli assassini di Stefano Cucchi?

 

Fra i deputati e i senatori italiani CHI negli ultimi 10 anni ha criticato qualche volta, pubblicamente, le forze dell’ordine quando si trasformano in forze del disordine?

 

Avere una coscienza sotto la divisa… pare che sia rischioso e che si paghi caro denunciare i colleghi, almeno in termini di mancate promozioni (all’interno delle forze dette dell’ordine); perché invece non dare a chi denuncia tutte le protezioni in qualità di collaboratore di giustizia?

 

Si è capito che i noTav che lottano in Val di Susa sono i veri “conservatori”, come i palestinesi, d’altronde, o gli indios dell’Amazzonia, comunità e popoli che vogliono conservare le terre dove hanno sempre vissuto, proteggerle da espropri, rapine e devastazioni, mettendo in gioco i loro corpi tutti i giorni? E che quelli a favore della Tav sono invece gli eversori di un equilibrio fragile, alfieri di un disordine che chiamano crescita (velocità e crescita insieme ricordano più le cellule cancerogene che un sano sviluppo)?

E per cosa, poi? Perché le mutande che si producono in Cina, in India e in Bangladesh arrivino nei centri commerciali un giorno prima?

Infine, tutti gli amanti della TAV si sono fatti sentire quando le delocalizzazioni e la globalizzazione (pessimamente gestita) hanno creato e creano eserciti di disoccupati?

 

“Quante vicende, tante domande”, scrive(va) Bertolt Brecht.

 

*l’immagine nel post è quella di Rachel Corrie (chi non sa chi è, o non si ricorda, può leggere qualcosa qui)


da qui

domenica 21 febbraio 2021

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO LE FORESTE INIZIANO A EMETTERE PIÙ CO2 CHE OSSIGENO. È UN DISASTRO - Silvia Granziero

 


La foresta amazzonica emette anidride carbonica. Per quanto assurda e contro intuitiva possa sembrare questa affermazione, vale per circa il 20% della sua estensione; che, da importante aiuto al rallentamento della crisi climatica, sta diventando un produttore di Co2. Questo avviene perché gli alberi quando muoiono rilasciano anidride carbonica nell’atmosfera, secondo un meccanismo già noto che si sta però verificando a un ritmo più elevato di quanto si pensasse. A portarlo alla luce è stato in particolare uno studio degli scienziati dell’Istituto Nazionale Brasiliano per la Ricerca Spaziale, che per dieci anni hanno misurato regolarmente i gas serra presenti in diverse aree del Pianeta, analizzando le modalità di crescita e morte di 300mila alberi in 500 aree di foresta pluviale in Africa e in Amazzonia. 

I vegetali producono biomassa legnosa, nella quale si accumula anno dopo anno il carbonio sottratto dall’atmosfera attraverso la fotosintesi clorofilliana: questo è solo uno dei meccanismi del carbon sink – l’assorbimento di Co2 – intensificato dalla rigenerazione del suolo, altro magazzino di carbonio, attuata dalle piante. Così, nel complesso, una foresta assorbe varie tonnellate di anidride per ettaro ogni anno. Ora siamo vicini al punto in cui i vegetali perdono la capacità di rinnovarsi, producendo più anidride carbonica di quanta non riescano a immagazzinarne. La notizia più allarmante di questo scenario – che rovescia l’immaginario che tutti abbiamo di piante e alberi come produttori benefici di ossigeno in grado di contrastare il surriscaldamento delle città e l’inquinamento atmosferico – è che tutto questo si verificherà prima del 2050. Già nel prossimo decennio, infatti, potremmo vederne gli effetti, come ha evidenziato lo studio brasiliano lo scorso anno. 

 

Dagli anni Novanta – quando è stato raggiunto il picco dell’assorbimento di anidride carbonica – la capacità delle foreste pluviali di assorbirne e stoccarne è diminuita di un terzo. Mentre fino a circa vent’anni fa le foreste riuscivano a catturare il 17% dell’anidride carbonica (circa 46 miliardi di tonnellate) prodotta dalle attività antropiche, ora siamo appena al 6% (25 miliardi di tonnellate). La causa di questo fenomeno è dovuta al rallentamento della crescita degli alberi e dalla loro mortalità, connessi all’aumento delle temperature medie mondiali e alla siccità, e quindi, come sottolinea l’ecologo Tom Crowther, a deforestazione e cambiamenti climatici. È un circolo vizioso che vede da un lato la crisi climatica, con temperature più calde e periodi siccitosi sempre più frequenti anche nelle regioni umide del Pianeta, e dall’altro l’intensificarsi di questi stessi fenomeni mano a mano che le foreste smettono di assorbire anidride e iniziano a rilasciarne. 

Il fenomeno non si sta verificando allo stesso ritmo in tutte le foreste pluviali del mondo: a essere più colpita sembra l’Amazzonia, perché più colpita da deforestazione e incendi. Il polmone verde del Pianeta si sta trasformando in una camera a gas, danneggiando il Brasile in primo luogo, ma anche – nonostante quanto sostiene il presidente Jair Bolsonaro, per il quale, parafrasando, “l’Amazzonia è nostra e quindi ne facciamo ciò che vogliamo” – tutto il resto del mondo. Proprio da quando Bolsonaro, che si segnala per il suo negazionismo climatico, è al governo, la deforestazione in Amazzonia ha raggiunto il picco dai primi anni 2000. Le foreste africane, per ora, stanno meglio, perché meno soggette al disboscamento selvaggio promosso per fare spazio al “progresso” e perché in media sono situate a 200 metri sopra il livello del mare, quindi in aree più protette dall’aumento delle temperature. C’è poco da rallegrarsi, però, perché questo stesso fattore fa sì che anche la loro crescita sia più lenta. Inoltre, seppure meno drammatica che in Amazzonia, anche nelle grandi foreste dell’Africa tropicale la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica sta rallentando e si prevede che entro il 2030 diminuirà ancora del 14%, mentre in Brasile il picco pare essere già stato raggiunto tra il 2000 e il 2010. Così, già oggi, ogni anno le foreste producono più anidride di quanta ne emetta l’intero settore dei trasporti pubblici degli Stati Uniti e, se non interverremo con forza, dobbiamo aspettarci, entro il 2030, il sovvertimento dell’effetto benefico della fotosintesi.


In sostanza, dobbiamo prendere consapevolezza che per compensare le emissioni su larga scala non possiamo fare più tanto affidamento sulle foreste tropicali, fino a questo momento considerate i polmoni del Pianeta. Non se non iniziamo seriamente a proteggerle. Un motivo in più per salvaguardare boschi e foreste in tutti i continenti, Europa compresa, dove invece le foreste primitive sono prese di mira dai traffici, legali e non, dell’industria del legname. Se il patrimonio forestale fosse gestito in modo sostenibile – cioè applicando la silvicoltura a basso impatto ambientale e aumentando le aree protette – ogni anno le foreste europee potrebbero assorbire fino al doppio dell’anidride carbonica attuale, come sottolinea uno studio realizzato dall’istituto tedesco Naturwald Akademie per Greenpeace, per il quale sarebbe sufficiente ridurre di un terzo lo sfruttamento delle aree boschive del continente per portare la capacità di assorbimento dai 245 milioni di tonnellate di Co2 annui a 487 milioni di tonnellate. Allo stesso tempo contribuiremmo così all’adattamento e alla resilienza degli ecosistemi nei confronti dei cambiamenti climatici e al mantenimento della biodiversità. 

In Italia, fortunatamente, l’Ispra rileva un dato positivo: il carbonio immagazzinato dalle foreste italiane è​ aumentato negli ultimi anni grazie all’espansione delle superfici boschive, per lo più per effetto della riconversione di terre non più coltivate. La quantità di anidride assorbita dagli alberi nel nostro Paese varia tra 19 e 33 milioni di tonnellate a seconda della numerosità e dell’ampiezza degli incendi, che in Italia sono la maggior minaccia al contributo delle foreste all’assorbimento di anidride. Purtroppo, allargando lo sguardo ci si rende subito conto che altrove la situazione non è altrettanto rosea: come emerge dall’ultimo Global Forest Resources Assessment della Fao, dal 2010 nel mondo abbiamo perso circa 4,7 milioni di ettari di foreste ogni anno a causa della deforestazione, per una perdita complessiva di oltre 178 milioni di ettari dal 1990 a oggi, anche per i terreni convertiti ad altro uso. Non è un caso che l’impatto della deforestazione – che contribuisce a una quantità di emissioni carboniche compresa tra il 6 e il 20%, un range la cui ampiezza è legata alle variabili esistenti nelle varie regioni terrestri – colpisca in particolar modo Stati Uniti, Brasile, Cina e Indonesia, i leader mondiali delle grandi coltivazioni di monocolture.

 

È già noto che tutti gli sforzi per tagliare le emissioni, per quanto seri e coerenti possano essere, non sono sufficienti a risparmiarci la catastrofe climatica. Smettere di inquinare non basta: bisogna anche velocizzare e intensificare gli impegni per catturare Co2 dall’atmosfera, compito nel quale le foreste sono l’aiuto più efficiente ed economico. Eppure continuiamo a distruggerle e a non dar loro l’attenzione che meritano: le politiche di rimboschimento, come quella attuata dalla Cina, che pure sono necessarie, impiegheranno anni a sortire effetti tangibili, perché il maggiore aiuto nella lotta alla crisi climatica è fornito dai boschi più antichi, che continuano a essere vittima di deforestazione. Inseguendo l’obiettivo non delle “emissioni zero” – che non sarebbe abbastanza – ma delle “emissioni negative”, il problema rappresentato dalle foreste che, rischiano ora di soffocarci è serio e urgente. Le grandi estensioni boschive stanno iniziando a fare l’opposto di quello che ci aspettiamo da loro e iniziamo a esserne consapevoli, tanto che nel suo piano per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 la Commissione europea nel 2018 non le ha incluse tra i metodi per catturare Co2. Gli interrogativi e gli scenari che si aprono davanti al ribaltamento del ruolo delle foreste sono inquietanti e chiedono una risposta urgente. Una sfida che ancora una volta dimostra quanto sia necessario l’impegno concreto di tutta la comunità internazionale.

da qui