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domenica 7 giugno 2026

La strage di Amendolara



“Strage di Amendolara: pulire e dimenticare” - Martino Ciano

Cosa vuoi che siano quattro extracomunitari bruciati in un’auto perché chiedevano un trattamento da lavoratori e non da bestie. È successo in Calabria, nel cosentino. È accaduto l’uno giugno 2026, vigilia dell’ottantesimo compleanno della Repubblica italiana, quella Repubblica che si dice sia fondata sul lavoro.

Capito che beffa è avvenuta. E le telecamere hanno ripreso tutto. Si vedono due tizi, anche loro extracomunitari, che tengono le portiere dell’autoveicolo per evitare che quelli dentro escano. Hanno dato dimostrazione di come allestire velocemente una camera a gas. Ma tranquilli, si sono soffermati poco su certi aspetti. Tutti hanno condannato la strage di Amendolara senza condannare per davvero. È stato un po’ come il gioco delle tre carte: c’è sempre quello che pensa di vincere facile, di indovinare stando attento, invece è il primo a restare ipnotizzato dai movimenti fluidi del prestigiatore.

Alcuni hanno commentato che «se importi il Terzo Mondo, diventi come il Terzo Mondo». In questo modo pensavano di spostare la questione sulla solita necessità di reimigrare. Ma che dite, qui è sempre stato il Terzo Mondo, solo che, a tanti, non interessa emancipare né gli immigrati né gli autoctoni, perché quello che è avvenuto sulla costa jonica, in una stazione di servizio sulla Statale 106, all’altezza del comune di Amendolara, è una cosa che appartiene anche a un tribalismo nostrano.

E poco importa se questi extracomunitari abbiano raccolto fragole nella vicina Basilicata e che risultassero contrattualmente in regola. Qui parliamo di metodi conosciuti e molte volte accettati, quindi appartengono a una forma mentale.

Non se ne parla perché dobbiamo fare passare tutto come qualcosa di «non italiano», di importato da terre selvagge. Invece non c’era regione migliore della Calabria in cui questo episodio potesse avvenire. Si è assistito a un rito ancestrale, ben conosciuto, sepolto in qualche archetipo. Ma non scomodiamo i Totem e i Tabù di Freud, basta infatti rifarsi alla necessità di negare che questa cosa sia anche nostra. E più lo neghiamo, più riemerge.

Quanti innocenti mangiati dai porci, fatti a pezzi, infilati in pilastri di cemento? Quanti ammazzati per sete di giustizia o per aver chiesto dignità?

Ma certo, noi dobbiamo difendere gli onesti imprenditori agricoli, quelli che mettono in regola chiunque. C’è una parte di Calabria che davvero prova orrore, che si dissocia, che non farebbe male a una mosca, che protegge l’immigrato, che accoglie senza remore. Ma c’è anche quella parte che liquida la strage di Amendolara con frasette da semplice lotta tra civiltà. Invece, ciò che dimentichiamo in fretta è che “questa civiltà” di cui ci vantiamo è presente solo in alcune zone e se ne parla come se fosse un privilegio.

Ecco, nel Terzo Mondo calabrese la normalità è un privilegio. Il lavoro a norma è fortuna per pochi. E pensare che un discorso del genere qualcuno lo addita come la solita “autopunizione” che siamo abituati a somministrarci, invece è chiaro, perché molti hanno sperimentato certi tipi di sfruttamento e non ne fanno mistero. Anzi, molti sono morti senza conoscere nulla di diverso.

Allora, il Terzo Mondo calabrese è più di una realtà, ma addirittura uno degli incubi più vividi che si possono ancora vivere. Ma come tutte le cose brutte si tende a dimenticare. Chiedete alla politica, sia essa di destra che di sinistra; nessuno sa dare risposte. O sei un privilegiato o te ne vai altrove.

Ecco, quell’esecuzione pubblica, avvenuta davanti alle telecamere, forse proprio per essere immortalata, è stata solo una delle tante facce di una Calabria che vive quotidianamente di peggio… a telecamere spente, però, e senza scene eclatanti.

da qui

 

Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni - Davide Mattiello

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

da qui

 

 

Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole - Lucio Musolino

“Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

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martedì 15 luglio 2025

‘Ucraina offresi’ per l’ignoto dopoguerra - Ennio Remondino

                                                               (disegno di Notangelo)


Ricostruzione a guerra in corso che sta andando molto male. Armi e fondi subito per un Paese che ormai vive con le donazioni e con un esercito armato dai fondi di mille arsenali. Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, gli invitati (Italia in testa) con smodate mire economiche. Ma gli Usa di Trump vorrebbero prendersi tutto. l’Ucraina in bancarotta.

 

Ucraina in offerta al mercato di Roma

Per Volodymyr Zelensky è l’appuntamento decisivo, avverte Sabato Angieri, che senza remore denuncia: «Mentre gli altri invitati alla Conferenza di Roma sulla ricostruzione dell’Ucraina penseranno a come lucrare al meglio sulle future ceneri del suo Paese, per il presidente si tratta di ottenere armi e soldi ora». Difficile ci riesca, ma anche per lui personalmente rischia di essere l’ultima speranza.

Solidarietà o bramosie

Domanda chiave che resta irrisolta e che grava su qualsiasi soluzione futura: se la guerra dovesse durare ancora molto e gli ucraini continuassero ad acquistare armi a debito utilizzando il fondo sovrano istituito per l’Accordo sulle terre rare imposto da Trump, alla fine cosa resterà a parte le briciole?

Europa alla prova di esistenza

Per l’Europa non si tratta solo di investimenti, ma una dimostrazione di esistenza. Per questo Macron e Starmer (a differenza di Merz e Tusk) hanno snobbato la Conferenza di Roma e si sono invece riuniti nei pressi di Londra per organizzare un incontro dei «Volenterosi». Ora che la conferenza non si tiene in casa loro, ‘bisogna parlare di armi e di passi concreti, non di ricostruzione’. Ma che senso aveva negli equilibri interni europei questa separazione? «Di certo non riguarda l’Ucraina, non direttamente almeno, ma il modo in cui i nostri governanti vorrebbero disegnare un’Europa a propria immagine utilizzando la guerra con Putin solo come un pretesto», il severo Angeri.

Drammatica l’analisi del professor Emiliano Brancaccio

«Dire che l’iniziativa parte in salita è un eufemismo. Sul paese ancora piovono le bombe russe ed è un azzardo prevedere persino i suoi confini futuri. Ma soprattutto, c’è un problema finanziario a monte. Dopo tre anni e mezzo di aggressioni da parte dell’esercito di Putin e un’escalation militare a mezzo di debiti verso l’Occidente, di fatto l’Ucraina è in bancarotta», scrive sul Manifesto.

Il racconto diretto

La spesa militare del paese ammonta a circa 60 miliardi di dollari, oltre la metà della spesa pubblica e più di un terzo del Pil. A causa del boom militare e del crollo causato dalla guerra, il debito pubblico è più che raddoppiato: se un decennio fa non arrivava al 40%, oggi è destinato a superare il 100% del Pil.

Ucraina già conquistata dai ‘donatori’

Di questo debito, oltre due terzi sono in mano a creditori esteri: fondi privati per il 18%, FMI e Banca Mondiale per il 33% e, soprattutto, Unione europea per il 44%. Quando Trump ha preteso dall’Ucraina le terre rare in cambio delle armi americane, Zelensky ha tentato di obiettare che in origine le forniture militari Usa erano state concepite come donazioni. Ebbene, con la Ue quella obiezione non è neppure ammissibile. In genere noi europei non abbiamo donato, abbiamo prestato. Per giunta, gli interessi che l’Ucraina deve pagare ai creditori esteri non sono sempre a buon mercato. Emblematici sono i contratti di debito stipulati nel 2015. Quei prestiti sono agganciati al Pil, nel senso che impongono il pagamento di interessi molto alti ma solo se la crescita supera determinate soglie.

Debiti da usura

In effetti, nel 2023 il Pil ucraino è aumentato di oltre il 5%, il che ha fatto scattare l’obbligo di pagamento di interessi elevati. A prima vista sembra un accordo ragionevole: sei cresciuto molto, quindi puoi permetterti di pagare molto per il prestito. Il guaio è che la crescita del 2023 è solo una tipica, modesta ripresa successiva a un pesantissimo crollo: quello del 2022 causato dalla guerra, che aveva fatto precipitare il Pil ucraino di quasi 30 punti.

«Il rimbalzo del gatto morto»

Gli economisti, con metafora eloquente, lo chiamano «il rimbalzo del gatto morto». Il governo ucraino è stato già costretto a dichiarare l’ovvio: non può onorarli. Le cose non vanno molto meglio per gli altri contratti. Su tutti pende una spada d’incertezza: i dubbi sulle aspettative di crescita del paese, e il timore che questa si situi durevolmente al di sotto dei tassi d’interesse. La conseguenza sarebbe disastrosa: un debito che cresce più del reddito, fino a diventare insostenibile. Ecco perché Blackrock e gli altri investitori privati scalpitano per sfilarsi dal garbuglio ucraino. Meloni li supplica di fare almeno presenza alla cena di gala a Roma. Ma non basterà un pasto gratis per ammorbidirli. Le loro richieste per tornare in partita sono precise. Visto che non può pagare i debiti, all’Ucraina resta solo una via: liberalizzare per svendere.

Creditori privati?

Alla conferenza di Roma il governo italiano cercherà in tutti i modi di promuovere la soluzione dei creditori privati. Senza darlo troppo a vedere, però. Basti notare che sul sito ufficiale della conferenza è espressamente indicato l’obiettivo di «affrontare gli eccessi di regolamentazione sui mercati e sul mercato del lavoro». Mentre sul sito del nostro ministero degli esteri la frase viene tradotta con un più mite «semplificazione delle regole», senza attardarsi sui dettagli.

Tra Occidente e Russia chi si mangia di più d’Ucraina?

Sotto il fumo dei nascondimenti, comunque, l’arrosto verrà servito come si deve. Con un piatto forte a centrotavola: cancellare la “legge marziale” che aveva rinviato le bancarotte. In questo modo si faciliteranno le liquidazioni e le acquisizioni. In una fase di prezzi ai minimi, oltretutto. Come da richiesta, svendite a vantaggio dei capitali esteri.

Se la Russia punta a mangiarsi l’Ucraina coi massacri delle armi militari, l’Occidente ci prova con le sottigliezze delle armi finanziarie. Con mani sporche di sangue o con guanti bianchi, sempre di spartizione si tratta. Eppure Meloni farà di tutto per mostrare che i “volenterosi” per l’Ucraina sono innanzitutto “generosi”. La celebrata generosità dei creditori.

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lunedì 23 giugno 2025

Israele chiagne e fotte

  


articoli di Gianni Lixi, Tomaso Montanari, Domenico Gallo, Sergio Labate, Francesco Masala, Ennio Remondino, Haggai Ram, Giorgio Ferrari, Riccardo Noury, Lorenzo Borrè, Michele Agagliate, Craig Mokhiber, Dalia Ismail, Antonio Castronovi, disegno di Notangelo (dossier a cura di Francesco Masala)

sabato 2 marzo 2024

I màrtiri di Gaza non smettono di crescere

 


articoli e immagini di Notangelo, Ilan Pappe, Paolo Voltolini, Piero Orteca, James North, Julian Macfarlane, Andrea Puccio, Raniero La Valle, Susan Abulhawa, Eric Salerno, Tommaso Di Francesco, Giulia Bertotto, Vittorio Bruni



È il buio prima dell’alba, ma il colonialismo di insediamento israeliano è alla fine – Ilan Pappe

L’idea che il sionismo sia un colonialismo di insediamento non è nuova. Gli studiosi palestinesi che negli anni ’60 lavoravano a Beirut nel Centro di Ricerca dell’OLP avevano già capito che quello che stavano affrontando in Palestina non era un progetto coloniale classico. Non inquadravano Israele solo come una colonia britannica o americana, ma lo consideravano un fenomeno che esisteva in altre parti del mondo, definito come colonialismo di insediamento. È interessante che per 20-30 anni la nozione di sionismo come colonialismo di insediamento sia scomparsa dal discorso politico e accademico. È tornata quando gli studiosi di altre parti del mondo, in particolare Sudafrica, Australia e Nord America, hanno concordato che il sionismo è un fenomeno simile al movimento degli europei che hanno creato gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica. Questa idea ci aiuta a comprendere molto meglio la natura del progetto sionista in Palestina dalla fine del XIX secolo ad oggi, e ci dà un’idea di cosa aspettarci in futuro.

Credo che questa particolare idea degli anni ’90, che collegava in modo così chiaro le azioni dei coloni europei, soprattutto in luoghi come il Nord America e l’Australia, con le azioni dei coloni che arrivarono in Palestina alla fine del XIX secolo, abbia chiarito bene le intenzioni dei coloni ebrei che colonizzarono la Palestina e la natura della resistenza locale palestinese a quella colonizzazione. I coloni seguirono la logica più importante adottata dai movimenti coloniali di insediamento, ossia che per creare una comunità coloniale di successo al di fuori dell’Europa è necessario eliminare gli indigeni del Paese in cui ci si è stabiliti. Ciò significa che la resistenza indigena a questa logica è stata una lotta contro l’eliminazione e non solo di liberazione. Questo è importante quando si pensa all’operazione di Hamas e di altre operazioni di resistenza palestinese fin dal 1948.

Gli stessi coloni, come nel caso di molti europei che arrivarono in Nord America, America Centrale o Australia, erano rifugiati e vittime di persecuzioni. Alcuni di loro erano meno sfortunati e cercavano semplicemente una vita e delle opportunità migliori. Ma la maggior parte di loro erano emarginati in Europa e cercavano di creare un’Europa in un altro luogo, una nuova Europa, invece dell’Europa che non li voleva. Nella maggior parte dei casi, hanno scelto un luogo in cui viveva già qualcun altro, i nativi. Quindi il nucleo più importante tra loro era quello dei leader e ideologi che fornivano giustificazioni religiose e culturali per la colonizzazione della terra di qualcun altro. A questo si può aggiungere la necessità di affidarsi a un Impero per iniziare la colonizzazione e mantenerla, anche se all’epoca i coloni si ribellarono all’Impero che li aveva aiutati e chiesero e ottennero l’indipendenza, che in molti casi ottennero e poi rinnovarono l’alleanza con l’Impero. Il rapporto anglo-sionista che si è trasformato in un’alleanza anglo-israeliana è un esempio.

L’idea che si possa eliminare con la forza il popolo della terra che si vuole, è probabilmente più comprensibile – non giustificata – sullo sfondo dei secoli XVI, XVII e XVIII, perché andava di pari passo con la piena approvazione dell’imperialismo e del colonialismo. Era alimentato dalla comune disumanizzazione degli altri popoli non occidentali e non europei. Se si disumanizzano le persone, è più facile eliminarle. L’aspetto unico del sionismo come movimento coloniale di insediamento è che è apparso sulla scena internazionale in un momento in cui le persone di tutto il mondo avevano iniziato a ripensare il diritto di eliminare gli indigeni, di eliminare i nativi e quindi possiamo capire lo sforzo e l’energia investiti dai sionisti e successivamente dallo Stato di Israele nel cercare di coprire il vero obiettivo di un movimento coloniale di insediamento come il sionismo, che era l’eliminazione dei nativi.

Ma oggi a Gaza stanno eliminando la popolazione nativa davanti ai nostri occhi, quindi come mai hanno quasi rinunciato a 75 anni di tentativi di nascondere le loro politiche di eliminazione? Per capirlo, dobbiamo apprezzare la trasformazione della natura del sionismo in Palestina nel corso degli anni…

continua qui

 

 

Il colonialismo e la Palestina – Paolo Voltolini

Mettiamola così: se della gente venisse a casa vostra un giorno, se avessero fucili, granate, bombe e dicessero: “Questa è casa nostra ora ma non preoccupatevi, siamo magnanimi potete vivere in soffitta o nel seminterrato e se volete spostarvi tra la soffitta e il seminterrato sarete soggetti a umilianti controlli, a perquisizioni corporali, qualcuno dei vostri magari sarà arrestato, di più, se vi troveremo in cucina vi uccideremo”, guardereste a questa gente con gentilezza? Pensereste che abbiano a cuore i vostri interessi? Pensereste che la risoluzione di partizione che vi ha concesso di vivere nel seminterrato o in soffitta quando prima avevate tutta la casa, sia una risoluzione buona e giusta? Certo che no! Accettereste di essere dipinti, stigmatizzati, rappresentati come terroristi o guerrafondai se volete battervi contro questa situazione che vi ha costretto in cattività nel vostro seminterrato, nella vostra soffitta? Certo che no.
Accettereste, come popolo cacciato dalle vostre case, dalle vostre terre, costretto in una parte sempre più piccola della Palestina, di fare la pace con quelli che occupano il soggiorno, la cucina, le camere e il bagno?

La lotta palestinese è la resistenza contro questo stato di cose, contro il fascismo razzista, colonialista e terrorista dello Stato di Israele, uno Stato fondato sull’assunto “una terra senza popolo per un popolo senza terra2, il che ha significato la totale negazione di chi già viveva in quelle terre.
La pulizia etnica del ’47-48 è la diretta conseguenza della mistificazione originaria operata dal Sionismo. Israele è uno Stato concepito su base etnica, sulla continua espropriazione di terra e risorse, sulla violenta, violentissima repressione di ogni istanza di liberazione palestinese. Il ricorso alla guerra, ai bombardamenti, a ogni forma di devastazione e di annientamento della vita dei palestinesi è sistematico, pianificato e, quel che è infame per ciò che ci riguarda, sostenuto ipocritamente dai suoi amici e alleati, Italia compresa e sempre in prima fila nell’assecondare e giustificare di fatto ogni azione, anche la più turpe.

Israele, lo vediamo da decenni, fa uso del terrore a piene mani, lo rivendica perfino legittimandolo col racconto biblico, il popolo eletto, la Terra promessa, il riferimento compiaciuto e paradigmatico allo sterminio di Amalek, fatto pubblicamente dallo stesso primo ministro israeliano.

La realtà viene ribaltata, il linguaggio oscenamente mistificato, l’anima venduta alla sporcizia di una storia scritta, narrata e imbevuta nel sangue degli oppressi, definiti di volta in volta animali, barbari, primitivi, senza anima, oggi terroristi. La disumanizzazione dell’altro, degli altri, è l’essenza di ogni colonialismo, che sia di rapina, sfruttamento, o di insediamento.

Noi occidentali riconosciamo lo sterminio degli ebrei avvenuto sul territorio europeo, abbiamo istituito la Giornata della memoria, i 6 milioni di vittime comprensive di ebrei, rom e Sinti, disabili, gay, oppositori politici, prigionieri di guerra, sono un macabro numero acquisito, interiorizzato, ma, badate bene, in quanto attribuibile alla follia nazionalsocialista del regime hitleriano. Concepito quest’ultimo come una mostruosa parentesi nel percorso di progressiva emancipazione della storia europea e non, viceversa, come la sua inconscia, mai ammessa e mai elaborata, ombra nera. Che invece si dispiega, con continuità, nel secolare colonialismo agito dal mondo anglosassone, da Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo e, buona ultima, ma solo in termini cronologici, l’Italia. Quando parliamo di colonialismo, parliamo della linfa vitale di una modernità inestricabilmente legata alla rapina, ai massacri, agli stermini in ogni parte del globo.

Aime Cesaire scrive una riflessione illuminante in Discorso sul colonialismo:

“Bisognerebbe innanzitutto studiare in che modo la colonizzazione contribuisce a decivilizzare il colonizzatore, ad abbrutirlo nel vero senso della parola, a degradarlo, a risvegliare in lui quegli istinti reconditi di cupidigia, di violenza, di odio razziale, di relativismo morale e mostrare come, ogni volta che in Vietnam si taglia una testa o si strappa un occhio e in Francia lo si accetta; ogni volta che una ragazzina viene stuprata e in Francia lo si accetta; ogni volta che un malgascio subisce un supplizio e in Francia lo si accetta vi sia una conquista della civiltà che pende dal suo peso morto, il verificarsi di una regressione universale, l’infiltrazione di una cancrena, l’estendersi di un focolaio di infezione; e come in fondo a tutti i trattati violati, a tutte le bugie diffuse, a tutte le spedizioni punitive tollerate, a tutti i prigionieri legati e ‘interrogati’, a tutti i patrioti torturati, in fondo a questo incoraggiamento dell’odio razziale e dell’ostentazione dell’arroganza vi sia il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro, dell’imbarbarimento del continente. E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata improvvisamente da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori creano, si perfezionano, discutono intorno alle macchine di tortura. Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: ‘Com’è strano! Ma sì, è il nazismo, passerà anche questo!’. E si aspetta, e si spera; e si nasconde a se stessi la verità, che siamo di fronte alla barbarie, ma a una barbarie suprema, quella che corona e riassume la quotidianità di tutte le barbarie; che si tratta di nazismo, certo, ma che prima di esserne le
vittime ne siamo stati dei complici; che quel nazismo lo si è sostenuto prima di subirlo, lo si è assolto, si è chiuso un occhio, lo si è legittimato, perché, sino a quel momento, era stato esercitato con i popoli non europei; che quel nazismo lo si è alimentato, se ne è responsabili, e che sgorga, penetra, sgocciola, prima di inondare con le sue acque insanguinate tutte le fessure della civiltà occidentale e cristiana…”.

Il colonialismo di insediamento dello Stato di Israele si inserisce nella storia che, a partire dal 1492, contraddistingue il nostro mondo, la nostra civiltà. Non esiste una giornata della memoria sul colonialismo, nemmeno si immagina di parlarne, è come il quadro di Dorian Gray che deve rimanere nascosto sotto una tela, invisibile, ma che, una volta scoperto, mostra tutto il suo cuore di tenebra. In Occidente il colonialismo non è mai stato elaborato, mai guardato in faccia, mai davvero riconosciuto, al contrario sempre minimizzato, “gli abbiamo fatto le strade”, “italiani brava gente”, ecc. Questa è una delle ragioni per cui il nostro mondo mediatico-politico-accademico e militare non ce la fa proprio a dire la verità su Israele e le sue pratiche genocide. Anzi, ne è complice, a piene mani, naturalmente non solo per la ragione appena detta, vi sono consistenti motivazioni legate alla intensa collaborazione in diversi campi sensibili, sicurezza, controllo, sorveglianza, alta tecnologia, intelligenza artificiale e via dicendo. Insomma, la modernità, questo tipo di modernità e di progresso si sposa perfettamente con la guerra permanente. Vince il più forte, per gli altri lo spazio è ridotto.

Bene, questo spazio ridotto però non è vuoto, al contrario, per chi vuole guardare e ascoltare attentamente, empaticamente, è pieno della dignità del popolo palestinese, del suo orgoglio, della sua determinazione. Dignità, orgoglio, determinazione, come forma di lotta, di resistenza, di speranza dei popoli oppressi. Dice benissimo una compagna: “Chi vuole vedere una Palestina pacifica dovrà parlare prima di tutto di una Palestina libera”.

da qui



sabato 17 febbraio 2024

Se il mondo diventasse tutto occidentale…

 ...dove andrebbe a nascere il sole? (J. Baudrillard)

articoli, video disegni e canzoni di Jeffrey Sachs, Clara Statello, Stefano Orsi, Francesco Dall’Aglio, Giacomo Gabellini,Roberto Buffagni, Maurizio Vezzosi, Ezequiel Bistoletti, Fiammetta Cucurnia, Nicolai Lilin, Giorgio Bianchi, Marcus Klöckner, Jesús López Almejo, Ariel Umpièrrez, Fernando Moragón, Pasquale Pugliese, Manlio Dinucci, Francesco Galofaro, José Antonio Zorrilla, Gianandrea Gaiani, Notangelo, Jean Baudrillard, Jorge Zepeda, Fabrizio De Andrè, Francesco Masala, Tucker Carlson, Nicolai Lilin, Fiammetta Cucurnia

martedì 5 dicembre 2023

Il contatore dei morti palestinesi gira, senza pietà

 

articoli, video, disegni di Alberto Negri, Scott Ritter, Alessandro Orsini, Miguel Martinez, Chris Hedges, Gianni Lixi, Davide Malacaria, Giacomo Gabellini, Paolo Barnard, Max Blumenthal, Amanda Gelender, Roberto Iannuzzi, Zena Al Tahhan, Alastair Crooke, Ted Rall, Jonathan Cook, Alessandra Ciattini, Raniero La Valle, Triestino Mariniello, Christian Elia, Francesca Albanese, Ilan Pappé, Chiara Cruciati, Carlos Latuff, Francesco Masala, Notangelo


Alberto Negri – Netanyahu non si ferma: c’era una volta Gaza

SECONDO ATTO. Deve finire presto, con un cessate il fuoco permanente, ma i nostri governi qui in Italia e in Europa (e tanto meno gli Usa) non hanno il coraggio di chiederlo

Ma che sorpresa… Alla fine spunta il documento che aspettavamo: come riportava ieri il New York Times il governo israeliano da oltre un anno sapeva dei piani di Hamas persino nei dettagli (40 pagine esaustive denominate “Muro di Gerico”). Ma li hanno ignorati.

È così particolareggiato da sembrare fabbricato ex post. In sintesi: la guerra ad Hamas Netanyahu poteva farla prima ma hanno lasciato che cominciassero gli altri. E ora, come ci informa il Wall Street Journal, inizierà anche la campagna all’estero per uccidere i leader di Hamas ospitati in Qatar, Libano, Turchia, così come sono stati eliminati in questi decenni leader dei palestinesi, dei libanesi Hezbollah e ufficiali dei pasdaran iraniani. Useranno tutti i mezzi, da quelli più sofisticati ad altri tradizionalmente insidiosi: nel 1997 il Mossad, ad Amman, tentò di far fuori con il veleno il capo Hamas Khaled Meshal. «Hanno i giorni contati», aveva avvisato il premier Netanyahu il 22 novembre riferendosi a loro e anche ai tre capi di Hamas a Gaza (Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwari Issa).

Cosa significa questo? Che il futuro di Gaza e del Medio Oriente potrebbe essere ancora peggiore di questo tragico presente.

In mezzo alle tregue, l’offensiva israeliana ora riprende – « la guerra deve continuare», insiste il gabinetto di guerra a Tel Aviv – puntando decisamente su Gaza Sud dove sono affluiti capi e militanti di Hamas insieme a oltre un milione e mezzo di profughi dal Nord della Striscia.

Significa, scrive il Financial Times, citando fonti israeliane, che continueranno le operazioni militari – un eufemismo per dire i bombardamenti – almeno fino all’inizio del 2024, se non oltre.

Sarà una strategia «flessibile», sostengono i vertici militari di Tel Aviv, dettata da molteplici condizionamenti: l’andamento delle operazioni sul terreno, i negoziati per la liberazione degli ostaggi, le pressioni internazionali, soprattutto americane perché le altre contano ben poco.

E anche le pressioni di Washington sono accompagnate dalla usuale e mortale ambiguità: nelle ultime settimane il Pentagono ha inviato un flusso costante di armi e munizioni a Israele, cui la Casa Bianca ha promesso 14 miliardi di dollari di aiuti.

Insomma siamo alle solite: qui si prendono lupi per agnelli. «Niente ci fermerà», ha detto il premier Netanyahu, alle prese con i suoi guai giudiziari, nel suo ultimo incontro con il segretario di stato Usa Antony Blinken.

La guerra sarà lunga, secondo i generali israeliani, perché non sono stati raggiunti «neppure la metà degli obiettivi». Ma alla fine, tentano di rassicurare, arriverà una fase di «transizione e stabilizzazione» i cui obiettivi non sono ben chiari ma tra questi ci potrebbe essere anche una pulizia etnica di Gaza su larga scala, oltre allo sbandierato «sradicamento» di Hamas, un piano che l’ex capo del Mossad Efraim Halevy ha definito «mal consigliato» e che potrebbe ulteriormente radicalizzare Gaza e la Cisgiordania con scenari ancora peggiori degli attuali.

Mentre a Gaza Nord si prevede nei documenti israeliani una sorta di «fascia di sicurezza» senza entrate e uscite, lo «svuotamento» del sud della Striscia, almeno dei militanti e delle famiglie, dipende dai negoziati dietro le quinte con l’Egitto che finora ha respinto ufficialmente e con forza l’insediamento di una parte dei gazawi in Sinai…

da qui

 

 

Usa e Israele, nazioni gemelle – Francesco Masala *

Quando Israele fu creato dall’Onu il vero motivo, da parte di Usa e GB, era quello di avere un controllo su quel mare di petrolio che stava sotto i deserti del Medio Oriente (o Proche-Orient, come lo chiamano i francesi). Pensavano di controllare quello stato nato terrorista, cresciuto colonialista, invecchiato genocida, tutto il cursus honorum dell’Occidente concentrato in un unico stato, in così poco tempo.

In realtà, come dice Scott Ritter, sono gli (ebrei) israeliani quelli che controllano il parlamento degli Usa.

Quando gli Usa hanno imparato la lezione Israeliana, i sei milioni di morti della Shoah che gli davano il via libera per fare quello che avessero voluto, qualche Think Tank neocon avrà pensato che con le Torri gemelle in diretta tv in tutto il mondo avrebbero conquistato il diritto, al modico costo di tre o quattromila morti e due grattacieli, di conquistare il Mondo (poi le cose non sono andate al meglio, ma qualche milione di morti e qualche stato in macerie gli Usa e la Nato, i volenterosi per la libertà li hanno lasciati sul terreno), Adesso è stato il turno di Israele, con un’operazione stile Torri Gemelle, il Muro di Gerico l’hanno chiamato, al prezzo di qualche centinaio di civili israeliani ammazzati avrebbero conquistato il diritto di espellere tutti i Palestinesi da quella terra che il loro padrone aveva promesso ai loro antenati tremila anni prima, dicono loro.

Cossiga fra qualche anno ci avrebbe raccontato la verità, era sempre Kossiga, ma di Gladio, Ustica e delle Torri gemelle era stato lui a parlarne.

Ridateci Cossiga!

 

Alessandro Orsini – “L’Occidente non è un’orrenda civiltà razzista e criminale?”

Vorrei spiegare, precisamente, le ragioni per cui reputo che i media italiani siano stracorrotti e in che senso.

Ursula von der Leyen, Stoltenberg e Biden, che insieme prendono il nome di “blocco occidentale”, hanno causato la distruzione dell’Ucraina con le loro politiche sciagurate. Il numero degli ucraini morti inutilmente in guerra è spaventoso e la controffensiva è stata un fallimento colossale. Mi fa rabbia che il blocco occidentale si vanti delle sue politiche in Ucraina anziché scusarsi.

Penso che i media italiani siano stracorrotti perché dovrebbero svolgere una funzione di controllo e di critica del potere politico. Dovrebbero incalzare i potenti affinché si scusino per le loro politiche in Ucraina, ma non possono perché gli stessi media italiani le hanno promosse. Il che dà un’idea della compenetrazione tra potere politico e potere mediatico in Italia che produce tutta la corruzione del sistema dell’informazione. Quando utilizzo l’espressione “corruzione”, come ho spiegato nei miei articoli, mi riferisco non alle “bustarelle”, bensì al comportamento di una categoria professionale che viola le proprie regole di condotta etica. I conduttori televisivi e i direttori di giornali non dovrebbero parlare come se fossero un’agenzia della Nato diffondendo la sua propaganda, né dovrebbero distorcere i fatti per creare consensi intorno alle politiche mortifere del blocco occidentale. In questo senso affermo che il sistema dell’informazione in Italia è “corrotto”. A giudicare dal modo in cui stanno coprendo il massacro a Gaza – “coprendo” in tutti i sensi – direi che i media italiani sono diventati ancora più corrotti.

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Ostaggi di noi stessi

Scusate se non sono bravo a fare i calcoli. Mi pare che la vita di un uomo bianco occidentale valga la vita di circa 1000 palestinesi con la pelle più scura e musulmani. L’Occidente non è un’orrenda civiltà razzista e criminale?

Lo è, lo è.

Hitler è ancora tra noi.

I valori politici che hanno consentito l’ascesa del nazismo sono ancora vivi nell’Unione europea.

Un tempo i Paesi dell’Unione europea sterminavano gli ebrei.

Oggi sterminano i palestinesi.L’Europa passa da uno sterminio all’altro, ma non perde il vizio di sterminare i popoli.

*Post Facebook del 28 novembre 2023

da qui

 

 

“E i bambiniiii?!!!!” – Miguel Martinez

…In tutto il Medio Oriente, esiste un’unica Democrazia. E avrà pure qualcosa da insegnarci.

Qui vediamo uno Sfratto Esecutivo in corso in questi giorni a Gaza:

Tra la notifica di sfratto (peraltro comunicata impeccabilmente sui telefoni privati degli inquilini, mica con raccomandate che si perdono) e l’esecuzione, non passano i lunghi mesi, se non gli anni, cui siamo abituati in Italia.

Il calvario dei ricorsi, che fanno perdere anni di reddito a un aspirante affitta-Airbnb, si evita del tutto.

Poi guardate bene questa foto: vedete cartelli di protesta, gente che si mette provocatoriamente davanti ai poliziotti?

No.

Quando una Democrazia agisce con mano ferma, gli inquilini, anziché lamentarsi, partecipano attivamente al proprio sgombero.

E mentre in Italia, frignano subito “perché c’era un bambino“, nell’Unica Democrazia del Medio Oriente, i bambini li rimuovono gli stessi inquilini.

Vivi o morti.

Il ministro della cultura del nostro paese, Gennaro Sangiuliano, l’altro giorno, ha dichiarato:

“Israele è l’avamposto della democrazia e dell’Occidente, è la patria del meraviglioso popolo ebraico. Difendere Israele equivale a tutelare i nostri principi di civiltà.”

Facile applaudire a un paese in guerra, dalle retrovie dell’Occidente.

Vorremmo invece che il ministro iniziasse a seguire l’esempio dell’avamposto della democrazia, applicando i “nostri principi di civiltà” anche ai recalcitranti che non vogliono andarsene per fare posto alla Firenze del Futuro.

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