sabato 2 marzo 2024

I màrtiri di Gaza non smettono di crescere

 


articoli e immagini di Notangelo, Ilan Pappe, Paolo Voltolini, Piero Orteca, James North, Julian Macfarlane, Andrea Puccio, Raniero La Valle, Susan Abulhawa, Eric Salerno, Tommaso Di Francesco, Giulia Bertotto, Vittorio Bruni



È il buio prima dell’alba, ma il colonialismo di insediamento israeliano è alla fine – Ilan Pappe

L’idea che il sionismo sia un colonialismo di insediamento non è nuova. Gli studiosi palestinesi che negli anni ’60 lavoravano a Beirut nel Centro di Ricerca dell’OLP avevano già capito che quello che stavano affrontando in Palestina non era un progetto coloniale classico. Non inquadravano Israele solo come una colonia britannica o americana, ma lo consideravano un fenomeno che esisteva in altre parti del mondo, definito come colonialismo di insediamento. È interessante che per 20-30 anni la nozione di sionismo come colonialismo di insediamento sia scomparsa dal discorso politico e accademico. È tornata quando gli studiosi di altre parti del mondo, in particolare Sudafrica, Australia e Nord America, hanno concordato che il sionismo è un fenomeno simile al movimento degli europei che hanno creato gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica. Questa idea ci aiuta a comprendere molto meglio la natura del progetto sionista in Palestina dalla fine del XIX secolo ad oggi, e ci dà un’idea di cosa aspettarci in futuro.

Credo che questa particolare idea degli anni ’90, che collegava in modo così chiaro le azioni dei coloni europei, soprattutto in luoghi come il Nord America e l’Australia, con le azioni dei coloni che arrivarono in Palestina alla fine del XIX secolo, abbia chiarito bene le intenzioni dei coloni ebrei che colonizzarono la Palestina e la natura della resistenza locale palestinese a quella colonizzazione. I coloni seguirono la logica più importante adottata dai movimenti coloniali di insediamento, ossia che per creare una comunità coloniale di successo al di fuori dell’Europa è necessario eliminare gli indigeni del Paese in cui ci si è stabiliti. Ciò significa che la resistenza indigena a questa logica è stata una lotta contro l’eliminazione e non solo di liberazione. Questo è importante quando si pensa all’operazione di Hamas e di altre operazioni di resistenza palestinese fin dal 1948.

Gli stessi coloni, come nel caso di molti europei che arrivarono in Nord America, America Centrale o Australia, erano rifugiati e vittime di persecuzioni. Alcuni di loro erano meno sfortunati e cercavano semplicemente una vita e delle opportunità migliori. Ma la maggior parte di loro erano emarginati in Europa e cercavano di creare un’Europa in un altro luogo, una nuova Europa, invece dell’Europa che non li voleva. Nella maggior parte dei casi, hanno scelto un luogo in cui viveva già qualcun altro, i nativi. Quindi il nucleo più importante tra loro era quello dei leader e ideologi che fornivano giustificazioni religiose e culturali per la colonizzazione della terra di qualcun altro. A questo si può aggiungere la necessità di affidarsi a un Impero per iniziare la colonizzazione e mantenerla, anche se all’epoca i coloni si ribellarono all’Impero che li aveva aiutati e chiesero e ottennero l’indipendenza, che in molti casi ottennero e poi rinnovarono l’alleanza con l’Impero. Il rapporto anglo-sionista che si è trasformato in un’alleanza anglo-israeliana è un esempio.

L’idea che si possa eliminare con la forza il popolo della terra che si vuole, è probabilmente più comprensibile – non giustificata – sullo sfondo dei secoli XVI, XVII e XVIII, perché andava di pari passo con la piena approvazione dell’imperialismo e del colonialismo. Era alimentato dalla comune disumanizzazione degli altri popoli non occidentali e non europei. Se si disumanizzano le persone, è più facile eliminarle. L’aspetto unico del sionismo come movimento coloniale di insediamento è che è apparso sulla scena internazionale in un momento in cui le persone di tutto il mondo avevano iniziato a ripensare il diritto di eliminare gli indigeni, di eliminare i nativi e quindi possiamo capire lo sforzo e l’energia investiti dai sionisti e successivamente dallo Stato di Israele nel cercare di coprire il vero obiettivo di un movimento coloniale di insediamento come il sionismo, che era l’eliminazione dei nativi.

Ma oggi a Gaza stanno eliminando la popolazione nativa davanti ai nostri occhi, quindi come mai hanno quasi rinunciato a 75 anni di tentativi di nascondere le loro politiche di eliminazione? Per capirlo, dobbiamo apprezzare la trasformazione della natura del sionismo in Palestina nel corso degli anni…

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Il colonialismo e la Palestina – Paolo Voltolini

Mettiamola così: se della gente venisse a casa vostra un giorno, se avessero fucili, granate, bombe e dicessero: “Questa è casa nostra ora ma non preoccupatevi, siamo magnanimi potete vivere in soffitta o nel seminterrato e se volete spostarvi tra la soffitta e il seminterrato sarete soggetti a umilianti controlli, a perquisizioni corporali, qualcuno dei vostri magari sarà arrestato, di più, se vi troveremo in cucina vi uccideremo”, guardereste a questa gente con gentilezza? Pensereste che abbiano a cuore i vostri interessi? Pensereste che la risoluzione di partizione che vi ha concesso di vivere nel seminterrato o in soffitta quando prima avevate tutta la casa, sia una risoluzione buona e giusta? Certo che no! Accettereste di essere dipinti, stigmatizzati, rappresentati come terroristi o guerrafondai se volete battervi contro questa situazione che vi ha costretto in cattività nel vostro seminterrato, nella vostra soffitta? Certo che no.
Accettereste, come popolo cacciato dalle vostre case, dalle vostre terre, costretto in una parte sempre più piccola della Palestina, di fare la pace con quelli che occupano il soggiorno, la cucina, le camere e il bagno?

La lotta palestinese è la resistenza contro questo stato di cose, contro il fascismo razzista, colonialista e terrorista dello Stato di Israele, uno Stato fondato sull’assunto “una terra senza popolo per un popolo senza terra2, il che ha significato la totale negazione di chi già viveva in quelle terre.
La pulizia etnica del ’47-48 è la diretta conseguenza della mistificazione originaria operata dal Sionismo. Israele è uno Stato concepito su base etnica, sulla continua espropriazione di terra e risorse, sulla violenta, violentissima repressione di ogni istanza di liberazione palestinese. Il ricorso alla guerra, ai bombardamenti, a ogni forma di devastazione e di annientamento della vita dei palestinesi è sistematico, pianificato e, quel che è infame per ciò che ci riguarda, sostenuto ipocritamente dai suoi amici e alleati, Italia compresa e sempre in prima fila nell’assecondare e giustificare di fatto ogni azione, anche la più turpe.

Israele, lo vediamo da decenni, fa uso del terrore a piene mani, lo rivendica perfino legittimandolo col racconto biblico, il popolo eletto, la Terra promessa, il riferimento compiaciuto e paradigmatico allo sterminio di Amalek, fatto pubblicamente dallo stesso primo ministro israeliano.

La realtà viene ribaltata, il linguaggio oscenamente mistificato, l’anima venduta alla sporcizia di una storia scritta, narrata e imbevuta nel sangue degli oppressi, definiti di volta in volta animali, barbari, primitivi, senza anima, oggi terroristi. La disumanizzazione dell’altro, degli altri, è l’essenza di ogni colonialismo, che sia di rapina, sfruttamento, o di insediamento.

Noi occidentali riconosciamo lo sterminio degli ebrei avvenuto sul territorio europeo, abbiamo istituito la Giornata della memoria, i 6 milioni di vittime comprensive di ebrei, rom e Sinti, disabili, gay, oppositori politici, prigionieri di guerra, sono un macabro numero acquisito, interiorizzato, ma, badate bene, in quanto attribuibile alla follia nazionalsocialista del regime hitleriano. Concepito quest’ultimo come una mostruosa parentesi nel percorso di progressiva emancipazione della storia europea e non, viceversa, come la sua inconscia, mai ammessa e mai elaborata, ombra nera. Che invece si dispiega, con continuità, nel secolare colonialismo agito dal mondo anglosassone, da Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo e, buona ultima, ma solo in termini cronologici, l’Italia. Quando parliamo di colonialismo, parliamo della linfa vitale di una modernità inestricabilmente legata alla rapina, ai massacri, agli stermini in ogni parte del globo.

Aime Cesaire scrive una riflessione illuminante in Discorso sul colonialismo:

“Bisognerebbe innanzitutto studiare in che modo la colonizzazione contribuisce a decivilizzare il colonizzatore, ad abbrutirlo nel vero senso della parola, a degradarlo, a risvegliare in lui quegli istinti reconditi di cupidigia, di violenza, di odio razziale, di relativismo morale e mostrare come, ogni volta che in Vietnam si taglia una testa o si strappa un occhio e in Francia lo si accetta; ogni volta che una ragazzina viene stuprata e in Francia lo si accetta; ogni volta che un malgascio subisce un supplizio e in Francia lo si accetta vi sia una conquista della civiltà che pende dal suo peso morto, il verificarsi di una regressione universale, l’infiltrazione di una cancrena, l’estendersi di un focolaio di infezione; e come in fondo a tutti i trattati violati, a tutte le bugie diffuse, a tutte le spedizioni punitive tollerate, a tutti i prigionieri legati e ‘interrogati’, a tutti i patrioti torturati, in fondo a questo incoraggiamento dell’odio razziale e dell’ostentazione dell’arroganza vi sia il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro, dell’imbarbarimento del continente. E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata improvvisamente da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori creano, si perfezionano, discutono intorno alle macchine di tortura. Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: ‘Com’è strano! Ma sì, è il nazismo, passerà anche questo!’. E si aspetta, e si spera; e si nasconde a se stessi la verità, che siamo di fronte alla barbarie, ma a una barbarie suprema, quella che corona e riassume la quotidianità di tutte le barbarie; che si tratta di nazismo, certo, ma che prima di esserne le
vittime ne siamo stati dei complici; che quel nazismo lo si è sostenuto prima di subirlo, lo si è assolto, si è chiuso un occhio, lo si è legittimato, perché, sino a quel momento, era stato esercitato con i popoli non europei; che quel nazismo lo si è alimentato, se ne è responsabili, e che sgorga, penetra, sgocciola, prima di inondare con le sue acque insanguinate tutte le fessure della civiltà occidentale e cristiana…”.

Il colonialismo di insediamento dello Stato di Israele si inserisce nella storia che, a partire dal 1492, contraddistingue il nostro mondo, la nostra civiltà. Non esiste una giornata della memoria sul colonialismo, nemmeno si immagina di parlarne, è come il quadro di Dorian Gray che deve rimanere nascosto sotto una tela, invisibile, ma che, una volta scoperto, mostra tutto il suo cuore di tenebra. In Occidente il colonialismo non è mai stato elaborato, mai guardato in faccia, mai davvero riconosciuto, al contrario sempre minimizzato, “gli abbiamo fatto le strade”, “italiani brava gente”, ecc. Questa è una delle ragioni per cui il nostro mondo mediatico-politico-accademico e militare non ce la fa proprio a dire la verità su Israele e le sue pratiche genocide. Anzi, ne è complice, a piene mani, naturalmente non solo per la ragione appena detta, vi sono consistenti motivazioni legate alla intensa collaborazione in diversi campi sensibili, sicurezza, controllo, sorveglianza, alta tecnologia, intelligenza artificiale e via dicendo. Insomma, la modernità, questo tipo di modernità e di progresso si sposa perfettamente con la guerra permanente. Vince il più forte, per gli altri lo spazio è ridotto.

Bene, questo spazio ridotto però non è vuoto, al contrario, per chi vuole guardare e ascoltare attentamente, empaticamente, è pieno della dignità del popolo palestinese, del suo orgoglio, della sua determinazione. Dignità, orgoglio, determinazione, come forma di lotta, di resistenza, di speranza dei popoli oppressi. Dice benissimo una compagna: “Chi vuole vedere una Palestina pacifica dovrà parlare prima di tutto di una Palestina libera”.

da qui



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