Visualizzazione post con etichetta Black Lives Matter. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Black Lives Matter. Mostra tutti i post

lunedì 26 luglio 2021

Le nuove voci palestinesi - Catherine Cornet

 

La lotta degli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme contro gli sgomberi forzati operati dalle forze israeliane ha creato un momentum: è tempo di ascoltare queste nuove voci palestinesi in cerca di unità e dignità, che parlano con un tono molto libero e rifiutano le affiliazioni politiche.

A Gaza, il bombardamento israeliano della torre residenziale Al Jalaa, che ospitava le redazioni dell’Associated Press e di Al Jazeera, preceduto due giorni prima dal bombardamento della torre Al Shorouq, che ospitava altri sette mezzi d’informazione locali e internazionali, ha portato a un totale di 23 sedi giornalistiche distrutte nel giro di una settimana dall’esercito israeliano, denuncia Reporters sans frontières.

Con meno di tre ore di elettricità al giorno e la maggior parte delle infrastrutture dei provider di internet distrutta, Gaza – e i suoi due milioni di abitanti – ha perso la voce, scrive l’attivista per i diritti umani Mustafa Ibrahim nella sua lettera da Gaza, pubblicata dal sito Daraj. Ibrahim descrive il suo terrore durante i bombardamenti, scusandosi per l’editing del suo testo mentre il suo computer si spegne per mancanza di elettricità.

Gli abitanti della Striscia, i gazawi, si sono così impossessati, per quanto possibile, dei social network per raccontare l’inferno che stanno vivendo tra i bombardamenti e la pandemia. I sopravvissuti raccontano gli ultimi minuti con i loro cari: un ragazzo voleva chiedere la sua fidanzata Shaima in matrimonio poche ore prima di perderla nel bombardamento; un padre di famiglia filma la stanza da letto mentre i bambini si svegliano per il rumore delle bombe.

Molti utilizzano i social network per consegnare le loro ultime parole, come riporta il sito +972 Magazine: un ragazzo di Gaza chiede perdono per le offese fatte, un altro dice di azzerare i conti dei suoi debitori. Altri fanno le liste dei morti con nomi e cognomi, nell’ultimo tentativo di umanizzare i defunti: si leggono i necrologi di medici, del più importante specialista di covid di Gaza e di almeno 48 bambini.

Ma se gli abitanti di Gaza provano nell’emergenza a rendere leggibile dall’esterno la loro esistenza, le parole sono usate anche per creare un “nuovo dizionario che racconti il trauma mentale ed emotivo che viviamo, la distruzione che ci circonda”, spiega Abier al Masri, ricercatrice di Human rights watch residente a Gaza. Questo nuovo vocabolario si sta facendo strada in una nuova narrativa di palestinesi che lottano per i loro diritti a Gerusalemme e in Cisgiordania.

La terribile guerra di Gaza non deve tuttavia nascondere il ruolo centrale che riveste Gerusalemme per questo nuovo movimento di protesta pacifico che cerca l’unità di tutti i palestinesi – palestinesi d’Israele, residenti dei territori occupati, rifugiati in Giordania o in Libano, nonché la diaspora sparsa per il mondo – dando luce a nuovi input intellettuali e politici, come testimoniano lo sciopero generale del 18 maggio in tutte le città della Cisgiordania e le grandi manifestazioni pacifiche a sostegno della Palestina nel mondo.

La chiave del futuro
Il contrattacco palestinese si rivela prima di tutto nella presenza di attivisti e intellettuali nelle tv statunitensi. Intervistati dalla Cnn e dalla Cbs rifiutano di piegarsi all’esercizio della “simmetria”, cioè alla condanna che equipara le due parti del conflitto. La loro strategia ricorda molto quella del movimento Black lives matter. Sulla Cnn, Mohamed al Kurd, un giovane poeta palestinese che appartiene a una delle quattro famiglie che resistono agli sgomberi forzati nel quartiere di Sheikh Jarrah, si è rifiutato di condannare le proteste di chi sostiene le famiglie palestinesi. 
Mohamed risponde chiedendo all’intervistatrice: “E lei condanna lo sgombero violento della mia famiglia da casa nostra?”. Silenzio imbarazzato della giornalista. La notte successiva all’intervista, Mohamed al Kurd è stato arrestato in casa dalle forze di sicurezza israeliane.

Questa nuova generazione tra diaspora e Cisgiordania parla benissimo l’inglese, padroneggia i codici culturali occidentali e sta tentando di cambiare la narrativa dei mezzi di comunicazione occidentali e soprattutto statunitensi, perché l’appoggio statunitense alla politica di Benjamin Netanyahu è la chiave del loro futuro. Pochissima attenzione, giustamente, dedicano alla silenziosa Europa.

È anche una nuova generazione di palestinesi che sa di dover combattere da sola, spiega il ricercatore Mouin Rabbani: abbandonati dalla comunità internazionale che rinnega, quando si tratta di Palestina, anche i princìpi basilari del diritto umanitario e internazionale, recentemente abbandonati anche dai paesi arabi che hanno accettato la normalizzazione del piano Trump, ora hanno conquistato una certa libertà di azione e di espressione.

Mariam Barghouti, ricercatrice palestinese, una delle voci più ascoltate di questa nuova generazione, spiega la forza di questo movimento anche con la consapevolezza di non avere più niente da perdere: “Questa generazione non vuole solo criticare la copertura mediatica, intende rovesciare decenni di negazioni: apartheid, colonialismo, occupazione, repressione militare. Non riusciamo più a respirare, e l’ultima cosa che ci è rimasta è che il mondo ci accetti per quel che siamo”.

Recuperare la narrativa storica
Questa nuova narrazione palestinese esiste da decenni, ma gli eventi di Sheikh Jarrah creano le condizioni per sentirla nella sua complessità.

Innanzitutto, ricorda il sito di approfondimento Raseef22, questo periodo corrisponde all’anniversario della nakba del 1948, quando 250mila palestinesi – la metà della popolazione della Palestina storica – furono sgomberati dalle loro case. Se il mondo ha dimenticato, il trauma è ancora molto presente nella psiche palestinese, e anche nel mondo digitale si stanno organizzando per ricordarlo, scrive Saeed Amouri: “I palestinesi che nel 1948 sono stati cancellati dalla carta geografica, ora si stanno organizzando per digitalizzare la loro storia e, in un certo modo, scriverla”. Dopo la nakba, lo stato israeliano ha costruito la sua storia sulla narrativa del sionismo, che unisce tutti gli ebrei israeliani, mentre “finora i palestinesi non erano ancora riusciti a produrre una storia unita del loro popolo. Questo sta cambiando”.

Diversi progetti storici ambiziosi come il Palestine digital activism aorum del 7amleh Center o ancora il sito Untold Palestine hanno cominciato a digitalizzare la memoria palestinese, per poterla raccontare, ma anche creare un legame tra “i palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania, Gaza e l’importante diaspora palestinese”. Salim Abu Zahir, direttore del progetto Palestinian museum digital archive presso il Palestinian museum, a Bir Zeit, ha digitalizzato quasi duecentomila documenti dal 2018, per “creare una nuova prospettiva che rafforzi un’identità nazionale inclusiva”.

Suicidio morale
Su un altro sito di approfondimento, Arabi 48, Gad Qadan, un dottorando palestinese all’università di Tel Aviv, spiega quanto sia importante riuscire a rovesciare la narrazione odierna sul conflitto, anche per gli stessi israeliani: “Quello che sta accadendo in Palestina oggi mostra quanto l’occupazione abbia un prezzo morale molto alto che non lascia indenne la società occupante. Questa mentalità patologica è evidente nelle strade e nei mezzi di comunicazione israeliani. La chiamerei ‘isteria di massa’, un movimento in cui un consistente gruppo di persone perde il contatto con la realtà e vive secondo la propria logica di illogicità totale”.

“I gruppi che non conoscono la loro storia si somigliano”, continua Qadan. “Se i gruppi dell’estrema destra israeliana avessero più cultura storica, si vergognerebbero della strana similitudine tra le loro azioni attuali e ciò che i loro antenati hanno affrontato nella Germania nazista durante la notte dei cristalli. La scena di cento ebrei che tentano il linciaggio di un arabo a Bat Yam solo perché arabo è orribile, e spiega come la costruzione del nemico sotto l’occupazione finisca per far dimenticare la sua umanità”.

L’uso dei social network non è sempre facile per i palestinesi. Molti account degli attivisti di Sheikh Jarrah sono stati chiusi mentre erano in diretta streaming. La presa di posizione di Bella Hadid – la modella statunitense di origine palestinese che ha postato sul suo account Instagram seguito da 42 milioni di persone le foto della sua partecipazione alla manifestazione per la Palestina – è stata accompagnata da molte critiche. È invece essenziale ricordare l’importanza dell’attivismo delle donne palestinesi e la creatività digitale dei giovani manifestanti, che hanno saputo replicare e distribuire su diverse piattaforme – con meme o video su TikTok – le proprie rivendicazioni.

Negli Stati Uniti, dalle tv nazionali ai think tank di Washington, dall’aula del congresso alle proteste di strada a Boston, Chicago, New York, Los Angeles, Washington e perfino Miami, Porto Rico, Cleveland e Oklahoma, “il dibattito sta cambiando”, spiega il sito americano Prospect. “Lontano dalle difese del ‘diritto di Israele a esistere’, dalle accuse di ‘terrorismo’ e ‘antisemitismo’ si fa strada un nuovo riconoscimento dei diritti dei palestinesi”.

da qui

domenica 27 giugno 2021

Italia: inginocchiarsi contro il razzismo? La vera storia - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Dopo essersi mostrati divisi sull’argomento al momento del dunque, con cinque giocatori che hanno aderito all’iniziativa e il resto no – tipico atteggiamento nostrano – la nazionale italiana di calcio, dopo molte polemiche, ha deciso che in occasione dell’imminente partita agli Europei con l’Austria la scelta di inginocchiarsi sarà lasciata agli atleti. Tale gesto, ricordo, consiste in una simbolica presa di posizione contro il razzismo all’insegna del movimento Black Lives Matter, nato in precedenza sempre negli USA e man mano diffusosi nel resto del mondo. Sino a oggi il dibattito, a volte particolarmente acceso, sull’opportunità e la libertà di inginocchiarsi o meno non è stato solo una questione italiana. Tuttavia, malgrado sia convinto che il mero atto simbolico valga poco se non accompagnato da una contestuale azione quotidiana, attiva e concreta, a differenza di alcuni non sono affatto sorpreso da chi preferisca vedere i calciatori in piedi prima del fischio di inizio. Perché storicamente il cittadino medio italico non si inginocchia mai innanzi agli ideali forti, casomai obbedisce loro perché si sente obbligato. Al contrario, si getta letteralmente in terra, facendosi addirittura zerbino, di fronte agli uomini che ritiene tali. E in ogni epoca lo fa in particolare per determinate ragioni…

continua qui

 

giovedì 12 novembre 2020

intervistano Angela Davis


La loro e la nostra democrazia

(intervista di Astra Taylor)


Angela Davis discute su Trump, sul divorzio tra capitalismo e democrazia, sul nuovo abolizionismo, sulla lezione del movimento Black Lives Matter e sulla necessità di un socialismo in cui il potere sia davvero condiviso

A metà ottobre, la rinomata regista e scrittrice Astra Taylor ha dialogato con la leggendaria pensatrice radicale Angela Davis in un evento in live streaming promosso da Jacobin e Haymarket Books. Il tema: «La loro e la nostra democrazia». In questa discussione ad ampio raggio, le due hanno parlato del rapporto tra democrazia e socialismo, del ruolo storico dei radicali nelle lotte democratiche, della necessità di un rinnovato internazionalismo e di molto altro ancora.

Astra Taylor ha scritto Democracy May Not Exist, But We’ll Miss It When It’s Gone ed è coautrice del manifesto di Debt Collective, Can’t Pay, Won’t Pay: The Case for Economic Disobedience and Debt Abolition. Angela Davis è professoressa emerita all’Università della California, Santa Cruz e ha scritto diversi libri tra i quali Donne, Razza e Classe. La loro conversazione è stata rivista ai fini della divulgazione.

Vorrei parlare del concetto di democrazia dei Padri fondatori e di come il sistema politico in cui operiamo si fondi su diverse forme di esclusione: quella degli schiavi e quella delle donne e degli uomini senza proprietà. Volevano proteggere i diritti di una minoranza di opulenti, proprietari terrieri e schiavisti. Le strutture che hanno messo in piedi sono ancora davanti a noi. Vorrei parlare anche dell’orizzonte dell’abolizionismo, penso che dobbiamo essere consapevoli del fatto che i progressi compiuti possono essere annullati. Questo è ciò che ci insegna il precedente della Ricostruzione. Guarda alla persecuzione degli elettori che sta avvenendo nel North Carolina. In Florida, chi ha debiti non potrà votare. Cosa possiamo fare, considerando questi livelli di oppressione?

Se guardiamo semplicemente alla democrazia come forma di governo, escludiamo tutta una serie di questioni che dovrebbero essere affrontate. Perché il mito degli Stati uniti come prima democrazia continua ad avere così tanto credito? Come hai detto, in realtà era una democrazia della minoranza, il che dovrebbe essere un ossimoro.

Sarebbe interessante parlare delle applicazioni economiche della democrazia. Cosa comporterebbe una democrazia economica? E rispetto alle dimensioni sociali della democrazia? E come è cambiata la democrazia in relazione al sistema economico che costituisce il fondamento di quella democrazia stessa? È possibile immaginare una democrazia in cui tutti possano partecipare sulla base dell’uguaglianza economica, culturale, sociale e politica? Se sostenessimo che tutti, in virtù del fatto di vivere in una determinata area, dovrebbero essere considerati cittadini e dovrebbero essere in grado di partecipare al governo e all’economia, ciò cosa significherebbe?

Amo questo tipo di domande. Quando intervistavo gente per il mio film What Is Democracy?, in particolare quando intervistavo giovani conservatori, mi aspettavo che mi dicessero quanto il capitalismo fosse democratico e usassero la retorica della democrazia. Ma ho scoperto, soprattutto nei giorni successivi alla vittoria di Donald Trump, che erano consapevoli del fatto che non sarebbero mai stati maggioranza. Dimentica il matrimonio tra capitalismo e democrazia: hanno preso la parte capitalista e sono diventati consapevolmente elitari. [Il mese scorso], abbiamo visto il repubblicano [il senatore Mike Lee] affermare su Twitter che non siamo una democrazia.

Dall’altro lato, sempre più gente si sta convincendo della necessità di tenere insieme socialismo e democrazia. Abbiamo bisogno di una base economica per l’uguaglianza. Non abbiamo i diritti e le libertà liberali che dovremmo avere perché c’è troppa disuguaglianza. Ma non credo che ciò risponda a tutte le nostre domande. Dobbiamo prevenire le questioni sulla democrazia nel socialismo. Come condividiamo il potere? Come viviamo un mondo in cui la ricchezza è messa in comune, in cui vogliamo che le persone abbiano il controllo sulle loro vite? Come stabiliamo chi deve essere a prendere una decisione? Penso che le questioni sulla democrazia sarebbero molto ricche e profonde.

Mi chiedo se il risultato delle elezioni del 2016 avrebbe potuto essere diverso se fosse stata prestata maggiore attenzione a coloro che stanno vivendo l’impatto del capitalismo globale: le famiglie bianche povere che ora riconoscono che i loro figli non staranno meglio di quanto stessero loro. Il risultato avrebbe potuto essere diverso se avessimo sviluppato strategie che ci avrebbero consentito di riconoscere che molti dei problemi esistenti in questo paese sono direttamente collegati all’ascesa e alla diffusione del capitalismo globale.

In effetti, prima avevamo più democrazia economica. Una volta le persone potevano aspettarsi di essere curate in qualsiasi ospedale se erano malate. Gli ospedali e l’intero sistema sanitario non erano stati privatizzati, come lo sono ora, il che è uno dei motivi per cui la pandemia Covid-19 ha generato lo stato di emergenza, in particolare per quanto riguarda i posti in ospedale, perché i letti in corsia vuoti non sono redditizi.

Se si guarda all’impatto del capitalismo globale, si spiega in gran parte l’ascesa del complesso carcerario industriale, così come la soppressione di molte istituzioni che fungevano da rete di sicurezza economica per la gente. Il mancato sviluppo di più istituzioni dedite al bene pubblico ha creato un terreno in cui la povertà si è espansa non solo tra le comunità nere,  anche tra i bianchi.

Donald Trump ha fatto leva su quelli che soffrivano fornendo false soluzioni, come il ritorno a un’epoca in cui l’economia industrializzata di questo paese rispondeva ai bisogni della gente. Non succederà. I posti di lavoro che si sono sparpagliati in tutto il mondo, in particolare al Sud, non torneranno negli Stati uniti. È importante considerare il modo in cui le trasformazioni economiche hanno un impatto diretto sulla democrazia.

Voglio farti una domanda sulla storia della persecuzione e degli attacchi alla sinistra e sul ruolo che questi hanno svolto nel minare la democrazia. Penso che ciò si riferisca a quello che stavi dicendo: la mancanza di sindacati solidi, di associazioni in cui le persone normali possono ottenere un’educazione politica radicale ed essere trattate come partecipanti attivi e riflessivi.

Per decenni, le persone coinvolte nelle lotte socialiste e comuniste hanno fatto riferimento all’«altra America». C’era l’America rappresentata da chi era al potere, e poi c’erano i sindacati e le lotte contro il razzismo e il sessismo. Quello che abbiamo perso nei nostri resoconti storici è il ruolo che i comunisti e i socialisti hanno svolto nell’espansione delle possibilità di democrazia in questo paese. Abbiamo un sussidio contro la disoccupazione come conseguenza delle lotte negli anni Trenta. I comunisti neri nel sud [aiutarono] a creare il terreno per il movimento per i diritti civili.

Oggi, visto che ci stiamo impegnando in quello che la gente chiama una «resa dei conti razziale», la nostra terminologia dovrebbe essere più ampia. Non è semplicemente una resa dei conti razziale. È una resa dei conti con la storia di questo paese, non solo la storia del razzismo e la storia dello sfruttamento di classe, ma anche la storia della resistenza. Se non siamo consapevoli di coloro le cui lotte hanno creato la democrazia come concetto mosso da aspirazioni, non come il modo per tenere insieme gli affari – ossia non semplicemente come il modo in cui il governo è organizzato, ma come lotta per una società più giusta, più equa – allora non abbiamo da dove cominciare. Non riconosciamo il continuum su cui si svolgono le nostre lotte.

Puoi riflettere un po’ sulla connessione tra carcerazione e democrazia? Stiamo andando a un’elezione in cui la privazione del diritto di voto in Florida potrebbe avvantaggiare i repubblicani. Questo è quello che è successo nel 2000. Ma è molto più profondo. Hai sottolineato che La democrazia in America di Alexis de Tocqueville è stato scritto dopo un giro nelle carceri della nazione. Hai detto che la reclusione è una negazione che la democrazia liberale richiedeva come prova della sua esistenza. Questa negazione – sono libero se non sei libero – è intrinseca alla democrazia o appartiene solo alla versione della democrazia  in  cui viviamo adesso?

Nel suo libro sulla schiavitù e la morte sociale, Orlando Patterson ipotizza che la democrazia occidentale debba nascere dalle aspirazioni degli schiavi a essere liberi. Il concetto stesso di libertà con cui lavoriamo richiede un senso di non libertà per spiegare la sua comparsa. La schiavitù era la prova tangibile della libertà per quelli che non erano ridotti in schiavitù. Ma con l’emergere delle carceri come punizione, in concomitanza con l’ascesa degli ideali rivoluzionari e la nascita della prigionia democratica, la punizione è diventata il ventre della democrazia.

Serve la democrazia capitalista per immaginare la reclusione come punizione, perché la reclusione implica la cessione dei diritti. Non avrebbe senso in una società che non riconosce i diritti individuali. Non avrebbe senso al di fuori del contesto di una società democratica. Penso che sia davvero importante tenere presente che quella negazione costitutiva della democrazia in realtà costruisce una democrazia che quindi deve essere negata a coloro che sono in prigione.

Voglio invitarti a dire qualcosa sull’idea del «femminismo abolizionista». Le femministe sociali, come molte altre, hanno pensato all’importanza della riproduzione sociale, che a volte implica il lavoro di cura. M’è sembrato un problema democratico, poiché siamo governati da un’amministrazione che sembra sprezzante della vulnerabilità. Debolezza, malattia e disabilità vengono derise. Mi piacerebbe sentire i tuoi pensieri sul femminismo, la democrazia e l’importanza della cura in una società democratica.

Generalmente presumiamo che quando parliamo di femminismo, affrontiamo questioni di genere. Naturalmente, dobbiamo affrontare le questioni di genere. Ma gli approcci femministi sono molto più ampi del semplice coinvolgimento del genere. Il «femminismo abolizionista» ci spinge a pensare a cosa potrebbe servire per iniziare a muoverci in una direzione democratica, vale a dire di cosa potremmo aver bisogno di gettare nella pattumiera della storia.

Consentitemi di usare un esempio di violenza di genere. Se non assumiamo l’idea che le istituzioni di polizia e carcerazione siano lì per risolvere questo problema, dobbiamo adottare un approccio molto più complesso. Questo è ciò che apprezzo del femminismo: mette in crisi la nostra analisi. Ci fa riconoscere che le realtà sociali non riflettono sempre la chiarezza delle categorie analitiche, che dobbiamo essere disposti ad accostarci al disordine della realtà sociale. Quando diciamo che la polizia e le carceri sono due istituzioni che devono essere gettate nella pattumiera della storia, come affrontiamo i problemi che queste istituzioni pretendevano di affrontare ma non potevano?

Il politico costruisce il personale e costruisce ciò che spesso assumiamo essere idee generate dalle nostre individualità. Una femminista sosterrebbe che non possiamo ottenere l’abolizione di polizia e carcere senza riconoscere anche che dobbiamo adattare un atteggiamento critico alle nostre emozioni e alle idee che pensiamo siano nostre. Mentre spesso sono le idee dello stato che lavorano attraverso di noi. Penso che queste intuizioni femministe siano essenziali quando si tratta di reinventare una democrazia maggiormente egualitaria e giusta per tutti.

Adesso parliamo di animali non umani. Il Covid non è un disastro naturale. Il salto di specie del virus è dovuto al fatto che gli esseri umani, sotto il capitalismo, stanno divorando il mondo naturale. Usiamo il 40% della superficie terrestre per le scorte di cibo. La prossima pandemia probabilmente emergerà da un allevamento industriale statunitense, perché stipiamo migliaia di animali in queste gabbie. C’entra anche il clima. Può essere utopistico pensare di includere la vita non umana nella nostra politica democratica. Personalmente sento che le nostre vite dipendono da questo. Con la distruzione dell’ambiente, le malattie aumentano di numero e di virulenza. La gente dice che dobbiamo dare la priorità agli umani come se la solidarietà fosse un gioco a somma zero, ma mi sembra che dobbiamo rifiutarlo ed espandere il cerchio delle nostre preoccupazioni. Che ne pensi?

Sono completamente d’accordo. Stabilire la priorità degli esseri umani porta anche a definizioni restrittive di chi è considerato umano, e la brutalizzazione degli animali è correlata alla brutalizzazione degli animali umani. Questo terreno di lotta sarà molto importante nel prossimo futuro.

Se vogliamo lottare per la libertà e la democrazia, dobbiamo riconoscere che le questioni diventeranno sempre più ampie, perché inizialmente la democrazia aveva a che fare solo con un piccolo sottogruppo di uomini bianchi e ricchi. Non sto dicendo che la traiettoria della storia sia automatica. Ma abbiamo visto come il concetto di democrazia sia andato allargandosi. E non vedo come possiamo escludere i nostri compagni non umani con cui condividiamo questo pianeta.

In precedenza, durante la pandemia, ho fatto un webinar con persone dell’Amazzonia brasiliana. Devono fare i conti col razzismo, ma anche con l’incendio dell’Amazzonia. Ciò suggerisce che bisogna evitare approcci ristretti. Dobbiamo lavorare contro la sindrome di Blinder, il che significa che non possiamo pensare solo alle persone in questo paese.

Per quanto riguarda il voto, gli immigrati che vivono in questo Paese dovrebbero poter votare perché fanno parte della comunità. Dovremo anche affrontare l’obsolescenza dello Stato-nazione. Sto pensando a questioni che molto probabilmente si presenteranno in futuro. Non so se ci sarò quando diventeranno mainstream. In fondo non pensavo che sarei stata in grado di assistere al mainstreaming dell’abolizione della polizia. Ma eccoci qui.

Nonostante tutte le esclusioni della democrazia, ci sono alcuni comuni in cui la residenza è l’unico requisito di voto. Ci sono altri paesi in cui non è necessario essere cittadini per votare. In alcuni stati, le persone in prigione potevano votare. E i candidati dovevano andare a visitare la prigione.

La nostra immaginazione è chiusa a cose che nel passato sono realmente esistite. Amo questa visione della democrazia come un cerchio in espansione: ciò che evoca sono le persone che si guardano indietro e dicono: «Vivevamo nell’età oscura della democrazia». Insieme a Critical Resistance, hai fatto un lavoro straordinario portando il concetto radicale di abolizione della prigione nel mainstream. Voglio che tu mi dica un po’ cosa si prova. E puoi anche parlare della tua straordinaria apertura ai nuovi attivisti e della tua volontà di imparare da loro?

Dobbiamo sfidare le gerarchie, comprese le gerarchie che sembrano scolpite nella pietra – come quelle che garantiscono agli anziani più potere e influenza in virtù dell’età e quelle che impongono alle giovani generazioni di seguire le orme degli anziani. Penso che dovremmo essere più egualitari.

Questo è uno dei modi in cui possiamo mettere in atto relazioni democratiche nel corso della lotta per il cambiamento, non solo nella relazionalità delle generazioni, ma anche in relazione a chi è in carcere e chi è fuori. Spesso, coloro che abitano il cosiddetto mondo libero presumono di avere una maggiore capacità di dare leadership rispetto a coloro che sono imprigionati. E sono grato a Critical Resistance, perché fin dall’inizio l’organizzazione ha insistito per portare coloro che erano effettivamente in prigione nella leadership.

Non credo che abbiamo abbastanza occasioni per creare la democrazia mentre lottiamo per la democrazia. Ma penso che anche questo sia un approccio femminista. Ci aiuta non solo a immaginare un nuovo mondo, ma a diventare degni di partecipare a quel mondo nel corso della lotta per esso.

È una risposta così meravigliosa. E penso che nello spirito della democrazia ora risponderemo ad alcune domande dal pubblico. Cosa ti ispira di Black Lives Matter? Cosa possiamo imparare dall’esperienza della Nuova Sinistra e dalle lotte dei movimenti sociali degli anni Sessanta?

Quel movimento è così eccitante. Le proteste di Ferguson e l’emergere di Black Lives Matter hanno avuto un impatto non solo in tutto il paese, ma in tutto il mondo: la comprensione del significato della «materia delle vite nere», che era stata così spesso interpretata erroneamente come «tutte le vite contano». La tirannia dell’universale, come mi piace chiamarla, è stata un modo per ignorare l’impatto e le esperienze particolari dei neri in questo paese.

Ho imparato tanto dalle tre donne che hanno fondato la rete Black Lives Matter e il Movement for Black Lives. I miei mentori durante questo periodo sono stati i giovani che hanno ripreso le lotte del passato e dato loro molta più sostanza. Mi ispira perché vedo una generazione che non dà per scontato quanto a lungo e duramente abbiamo lottato. Non solo sanno come articolare quella storia, sanno come espanderla e come sviluppare modi per trasformare il mondo che siano fonte di ispirazione.

Spesso, impariamo molto di più dai nostri errori che da ciò che abbiamo fatto correttamente, e le giovani generazioni devono essere preparate a sperimentare nel tentativo di capire come si costruiscono i movimenti. Qual è la lingua che piace alle persone? Anche se viviamo in un mondo fatto dal capitalismo razziale, come creiamo comunque una risposta critica? Come incoraggiamo le persone, i movimenti e le organizzazioni a riconoscere che alla fine dovremo smantellare questo sistema e muoverci in una direzione socialista?

Quando pensiamo a ciò che ha sostenuto le generazioni dalla Vecchia Sinistra alla Nuova Sinistra e oltre, vediamo che spesso avevano organizzazioni «centraliste democratiche» troppo rigide. Ma queste organizzazioni avevano un certo senso di appartenenza, di dibattito sul loro programma e la capacità di prendere le energie degli attivisti e incanalarle in veicoli organizzativi. Ora, vediamo la crescita diffusa di diverse organizzazioni a sinistra, ma sembra che siamo molto più dispersi. C’è qualcosa che abbiamo perso e che dobbiamo ritrovare?

Posso parlare di una serie di cose, ma per il momento mi concentrerò sull’internazionalismo. A volte mi chiedo perché non siamo stati in grado di creare un senso di connessione emotiva con persone in altre parti del mondo. Perché le donne nere in questo paese non sono più legate al movimento delle donne nere brasiliane? C’è così tanto che possiamo imparare dalle lotte delle donne nere in Brasile.

Desidero ardentemente il tipo di internazionalismo che ci fa sentire forti, ci fa riconoscere come i nostri desideri sono desideri che animano le persone in tutto il mondo. Non sto sostenendo che non ci sia internazionalismo oggi, perché ad esempio la Palestina ha certamente svolto un ruolo nell’indicare la via alle nostre lotte abolizioniste in questo paese. L’abolizione non significa sbarazzarsi delle prigioni; riguarda l’intero regime carcerario, e lo vediamo nella Palestina occupata. Per questo serve l’internazionalismo adesso.

*Angela Davis è professoressa emerita all’Università della California, a Santa Cruz. Astra Taylor è una scrittrice, regista di documentari e organizzatrice. Il suo ultimo film è What Is Democracy? e il suo prossimo libro è  Democracy May Not Exist, but We’ll Miss it When It’s Gone. Questo testo è apparso su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui




La lotta per cambiare il mondo secondo Angela Davis

(intervista di Lanre Bakare)

 

È il 1972. Angela Davis sta rispondendo alle domande di un giornalista svedese che le ha chiesto cosa pensa del ricorso alla violenza da parte delle Pantere nere. Alle sue spalle c’è il muro della cella di una prigione statale della California. Davis indossa un dolcevita rosso e porta la sua classica pettinatura afro. Con una sigaretta accesa tra le dita, fissa il giornalista con uno sguardo penetrante, poi risponde: “Mi chiede se approvo la violenza? Per me è una domanda senza senso. Mi chiede se approvo l’uso delle armi? Sono cresciuta a Birmingham, in Alabama. Alcuni miei amici sono stati uccisi dalle bombe fatte esplodere dai razzisti. Del periodo in cui ero molto piccola ricordo il rumore delle bombe che esplodevano, la casa che tremava. Per questo motivo, quando qualcuno mi chiede di parlare della violenza, mi sembra incredibile. Significa che la persona che mi sta davanti non ha la minima idea di cosa abbiano subìto gli afroamericani in questo paese dal momento in cui il primo nero è stato rapito sulle coste dell’Africa”.

Osservando il breve filmato si capisce perché Angela Davis è diventata un’icona. L’immagine, la determinazione, l’intelligenza. Davis è stata immortalata nel documentario del 2011 The black power mixtape, e alcuni spezzoni dell’intervista sono stati diffusi sui social network dopo che George Floyd, un nero di 46 anni, è stato ucciso da un poliziotto a Minneapolis, scatenando proteste in tutto il mondo. Oggi il suo libro Donne, razza e classe (Alegre 2018), pubblicato nel 1981, è considerato una lettura essenziale per chiunque voglia capire cos’è l’attivismo antirazzista, insieme a La prossima volta il fuoco di James Baldwin (Fandango 2020) e all’autobiografia dell’abolizionista Frederick Douglass.

 

Angela Davis ha 76 anni. È collegata via Zoom dal suo ufficio, in California. Le chiedo se dopo tutti questi anni ha la sensazione che un cambiamento concreto sia possibile. “Certo, la situazione oggi potrebbe essere diversa”, risponde. “Ma non è scontato”. Davis, comprensibilmente, si mostra prudente. D’altronde nella sua vita ha visto di tutto, dalle rivolte del 1965 a Watts, un quartiere di Los Angeles, alla guerra in Vietnam fino all’invasione dell’Iraq e ai disordini di Ferguson. “Dopo tutti i momenti segnati da una grande consapevolezza e dalla volontà di cambiamento, le riforme che sono state introdotte hanno cancellato qualsiasi possibilità di un cambiamento radicale”.

Davis, nel complesso, trova incoraggianti le proteste innescate dalla morte di Floyd. Non è la prima volta che gli Stati Uniti assistono alla nascita di movimenti su larga scala – l’ultima volta nel 2014, dopo la morte di Michael Brown, Tamir Rice ed Eric Garner – ma Davis pensa che oggi qualcosa sia cambiato: i bianchi stanno cominciando a capire.

“Non avevamo mai visto manifestazioni così prolungate, partecipate e diversificate”, sottolinea. “Penso che questo stia dando molta speranza alla gente. In passato, quando dicevamo Black lives matter (le vite dei neri sono importanti), c’era sempre qualcuno che diceva: ‘Ma non sarebbe meglio dire che tutte le vite sono importanti?’. Ora finalmente hanno capito. Si sono resi conto del fatto che fino a quando i neri verranno trattati in questo modo, fino a quando la violenza del razzismo resterà inalterata, nessuno sarà al sicuro”.

Se c’è una persona adatta a valutare la situazione attuale è sicuramente Angela Davis. Per cinquant’anni è stata una delle intellettuali più importanti della campagna per la giustizia razziale, anche se le cause che ha difeso – riforma carceraria, riduzione dei fondi della polizia, riorganizzazione del sistema di rilascio su cauzione – sono state sempre considerate troppo radicali. A un certo punto è sembrato che Davis fosse rimasta congelata nel passato, vincolata allo stile “radical chic” degli anni sessanta e sostenitrice di idee ormai fuori moda. Nel 2016 un giornalista del Wall Street Journal scrisse un ritratto dell’attivista in cui chiedeva ai suoi colleghi se conoscessero Davis. Tra quelli che non avevano ancora compiuto 35 anni nessuno sapeva chi fosse.

 

Oggi, a cinquant’anni dall’inizio della sua lotta, Davis sembra improvvisamente diventata il simbolo della giustizia sociale, ma ci tiene a riconoscere i meriti della nuova generazione di attivisti e pensatori politici. “Osservo questi ragazzi, così intelligenti e capaci di apprendere dal passato per creare nuove idee. Imparo molto anche da persone che hanno cinquant’anni meno di me. È emozionante, mi spinge a continuare la lotta”.

“Anche se la portata della reazione è sicuramente nuova, la causa non lo è, e penso sia importante sottolinearlo”. Davis non vuole che si dimentichi l’impatto dell’impegno sociale delle Pantere nere negli anni sessanta, in particolare dell’attivismo di comunità, dei laboratori formativi e dei banchi alimentari. “La causa va avanti da molto tempo. Ciò che osserviamo oggi nasce da un lavoro che è stato fatto per anni e che non ha ricevuto la giusta attenzione da parte dei mezzi d’informazione”.

Davis parla della militarizzazione della polizia statunitense dopo il Vietnam e dell’apertura per una riforma carceraria dopo la rivolta nel penitenziario di Attica del 1971, che però non è mai arrivata, almeno non nella forma che lei aveva immaginato. All’epoca della rivolta la popolazione carceraria degli Stati Uniti era di 200mila detenuti. Alla fine degli anni novanta è arrivata a più di un milione. “Ripensando a quel periodo ci siamo accorti che le riforme non hanno fatto altro che consolidare il sistema. Oggi abbiamo il timore che succeda di nuovo”.

Quale consiglio ha dato al movimento Black lives matter? “Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un commissariato a Minneapolis o la rimozione della statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.

Angela Yvonne Davis è nata a Birmingham, in Alabama, nel 1944. All’epoca uno dei politici più potenti della città e dello stato era il suprematista bianco Bull Connor. Conosceva alcune delle quattro ragazze che morirono nell’attentato realizzato dal Ku Klux Klan nel 1963 contro una chiesa battista, un crimine per cui le prime incriminazioni arrivarono solo nel 1977. “Sapevamo che il ruolo della polizia era quello di proteggere i bianchi”, ricorda Davis.

A 15 anni si trasferì a New York per frequentare le scuole superiori, per poi spostarsi in Germania Ovest e studiare filosofia e marxismo seguendo Herbert Marcuse e la scuola di Francoforte. Tornata negli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta, entrò nel partito delle Pantere nere e nel Partito comunista. A causa dei suoi legami con il comunismo, il governatore della California dell’epoca, Ronald Reagan, la fece licenziare dall’incarico di assistente di filosofia all’università della California (Ucla).

Poi, nel 1970, la vita di Davis cambiò radicalmente. Un fucile che aveva comprato legalmente fu usato in un tentativo di fuga da un tribunale. La vicenda si concluse con la morte di un giudice che era stato rapito, oltre che di Jonathan Jackson (lo studente che aveva tentato la fuga) e altri due imputati. Davis fu accusata di “rapimento aggravato e omicidio di primo grado” perché aveva comprato il fucile, e dopo una breve latitanza fu arrestata a New York. Aretha Franklin contribuì a pubblicizzare il suo caso offrendosi di pagare la cauzione, mentre i Rolling Stones e John Lennon scrissero canzoni su di lei. La causa di Davis diventò famosa in tutto il mondo, fino a quando fu assolta dopo 18 mesi di carcere. Quell’episodio la trasformò nel simbolo internazionale dell’attivismo politico di ogni genere. “Sono felice di essere ancora viva. Sono testimone di tutto ciò che sta accadendo, anche per conto di quelli che non ce l’hanno fatta”.

Davis sa che ha rischiato di essere tra quelli che non ce l’hanno fatta. All’epoca dell’intervista con il giornalista svedese, nel 1972, era ancora in carcere con l’accusa di omicidio e rischiava la pena di morte. Molti esponenti delle Pantere nere sono morti in modo violento: Fred Hampton fu ucciso durante una retata della polizia a Chicago, mentre Bobby Hutton fu assassinato a Oakland anche se si era arreso agli agenti (Marlon Brando pronunciò il suo elogio funebre). Altri sono ancora in carcere (Mumia Abu-Jamal) o in esilio (Assata Shakur). “So che avrei potuto fare la stessa fine”, ammette Davis. “Potrei essere in prigione, avrei potuto essere condannata all’ergastolo. A salvarmi la vita è stato l’impegno di molte persone in tutto il mondo. In un certo senso il mio lavoro si è sempre basato sulla consapevolezza che sono qui solo perché molte persone hanno fatto lo stesso lavoro per difendermi. Continuerò a fare quello che faccio, fino al giorno in cui morirò”.

Come avviene il cambiamento
Dopo essere uscita dal carcere, Davis ha fatto di tutto per evitare che il contributo delle donne alla causa per i diritti civili fosse ignorato. Oggi vede lo stesso impegno da parte degli attivisti che combattono per fare in modo che le donne vittime della violenza della polizia – come Breonna Taylor, uccisa a Louisville, in Kentucky, da agenti che avevano fatto irruzione nel suo appartamento – abbiano la stessa visibilità dei maschi. “La maschilizzazione della storia va avanti da decenni, da secoli”, sottolinea Davis. “I racconti dei linciaggi, per esempio, tralasciano spesso il fatto che molte vittime erano donne nere, così come donne e nere erano molte persone che si sono battute contro i linciaggi, come Ida B Wells”.

“È importante cogliere la tendenza alla maschilizzazione della lotta e chiedersi perché non riusciamo a riconoscere che le donne sono sempre state al centro della causa, sia come vittime sia come attiviste”.

In questo momento ad affermarsi non sono solo le idee di Davis sulla riforma della polizia e la giustizia sociale, ma anche le sue riflessioni su come realizzare il cambiamento. Per decenni Davis ha promosso un pensiero femminista che si oppone alla leadership e alle forme di resistenza iper-maschiliste. Secondo Davis, i movimenti Occupy e Black lives matter hanno portato una grande novità con il loro rifiuto di darsi una leadership riconoscibile.

“In questo paese molti si chiedono dove siano i nuovi Martin Luther King, Malcolm X e Marcus Garvey. Naturalmente quando pensano ai leader immaginano uomini neri e carismatici. Ma i movimenti radicali più recenti creati dai giovani hanno avuto un’impronta femminista e hanno privilegiato la leadership collettiva”.

Le chiedo se non esiste un conflitto tra il suo approccio al cambiamento – comunitario e senza leader – e il suo status personale. “Non posso prendermi troppo sul serio”, risponde. “Lo ripeto continuamente. Da sola non avrei potuto ottenere niente di tutto questo. Il merito è del movimento e del suo impatto”.

Già in passato Davis ha cercato di portare il movimento antirazzista al centro del dibattito pubblico. Nel 1980 si candidò alla vicepresidenza degli Stati Uniti con il Partito comunista statunitense. In un intervento del 2006 ha attaccato l’amministrazione di George W. Bush. Oggi non vuole nemmeno pronunciare il nome di Donald Trump e preferisce definirlo come “l’attuale inquilino della Casa Bianca”. Le chiedo se la democrazia statunitense, allo stato attuale, lasci spazio a idee radicali sul cambiamento sociale. “Non credo che possa accadere”, risponde. “Almeno non con gli attuali dirigenti dei due partiti politici principali”.

Cosa pensa Davis del fatto che alcuni democratici si siano inginocchiati per esprimere solidarietà ai manifestanti? Di recente Nancy Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo distacco.

Durante le sue conferenze Davis racconta spesso di quando, da bambina, chiedeva alla madre perché non potesse andare al parco giochi o alle librerie di Birmingham. La madre, che era un’attivista, le spiegava come funzionava la segregazione, ma non si fermava lì. “Ci ripeteva continuamente che le cose sarebbero cambiate e che noi avremmo fatto parte del cambiamento. Così ho imparato fin da piccola a vivere in un contesto di segregazione razziale, ma anche, contemporaneamente, a immaginare un nuovo mondo, con la certezza che la situazione non sarebbe rimasta la stessa per sempre. Mia madre ce lo diceva sempre: ‘Non è così che dovrebbero andare le cose, non è così che dovrebbe essere il mondo.’”

 

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

da qui


domenica 18 ottobre 2020

Black Lives Matter, il movimento di protesta contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico - Claudia Torrisi

La rivista americana TIME ha inserito tra le 100 persone più influenti dell’anno Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, le tre donne fondatrici del movimento Black Lives Matter, tornato al centro delle mobilitazioni questa primavera dopo l’uccisione da parte della polizia di George Floyd a Minneapolis. "Quelle tre parole sono diventate un grido di battaglia per migliaia di persone in tutto il mondo che protestano contro la violenza e il razzismo sistemico contro i neri", si legge sulla rivista. Oggi, Black Lives Matter "è cresciuto, fino a diventare uno dei gruppi più influenti al mondo per quanto riguarda la giustizia sociale".

C’è chi ne parla come del movimento più grande della storia americana: alle manifestazioni in seguito alla morte di Floyd hanno partecipato tra i 15 e i 26 milioni di persone; tra maggio e agosto sono state organizzate negli USA 7.750 proteste in 50 stati, e in 60 paesi a livello internazionale. Secondo il professore di sociologia dell'University of North Carolina Kenneth Andrews, «la diffusione geografica delle proteste è una caratteristica importante e aiuta a individuare la profondità e l'ampiezza del sostegno guadagnato dal movimento».

“La prima volta che ho sentito parlare di Black Lives Matter è stato nell’anno in cui mio figlio Trayvon è stato ucciso”, ha scritto Sybrina Fulton, madre di Trayvon Martin, 17enne afroamericano ucciso il 26 febbraio 2012 da un vigilante volontario di quartiere mentre rientrava a casa. In quel momento, ricorda Fulton, non si trattava di un movimento a livello nazionale, ma di qualcosa di cui la gente parlava all’interno di cerchie ristrette.

Intorno alle sette di sera del 26 febbraio 2012, Martin stava camminando in una strada di Sanford, in Florida. Indossava una felpa con il cappuccio sollevato sulla testa, era disarmato, e nelle mani aveva una bibita e delle caramelle. È stato notato da George Zimmerman, un vigilante volontario delle ronde di quartiere di 29 anni, che ha chiamato il 911 e l’ha segnalato alla polizia perché “sospetto”. Successivamente, ha iniziato a seguirlo con la macchina e poi gli è andato incontro a piedi, convinto che si trattasse di un ladro. Tra i due c’è stato un alterco, al termine del quale Zimmerman ha sparato a Martin, uccidendolo. Il 29enne ha ammesso l’omicidio sin dal primo interrogatorio, ma è stato portato in carcere solo sei settimane dopo.

Nel 2013, al termine di un processo seguitissimo da tutti i media americani, Zimmerman è stato dichiarato non colpevole per l’omicidio del 17enne. Secondo la Corte l’uomo aveva agito per legittima difesa. La decisione del tribunale scatenò proteste e indignazione. L’attivista Alicia Garza, di Oakland, ha postato un messaggio su Facebook, che si concludeva con queste parole: “Persone nere. Vi amo. Le nostre vite contano”.

Patrisse Cullors, amica di Garza, ha condiviso il post aggiungendo l’hashtag #BlackLivesMatter, diventato in pochissimo tempo virale. Opal Tometi, attivista per i diritti degli immigrati a New York con la Black Alliance for Just Immigration, è la terza fondatrice, che ha costruito la piattaforma BlackLivesMatter.com. «Ho aperto una pagina Facebook e un account Twitter», ha spiegato Tometi, che si è messa in contatto con altri attivisti neri chiedendo loro di utilizzare #BlackLivesMatter come ombrello. Il riconoscimento a livello nazionale è arrivato nel 2014, dopo le proteste in seguito agli omicidi di due uomini neri, Michael Brown a Ferguson e Eric Garner a New York.

I social hanno avuto un ruolo importante nella crescita di BLM, soprattutto in un primo momento. Secondo Tometi, si sono rivelati molto più di uno strumento efficiente per diffondere il messaggio: sono stati un modo per approfondire la comprensione da parte delle persone del razzismo strutturale, mostrando connessioni tra episodi apparentemente non correlati. «Non si trattava solo di Mike Brown, Trayvon Martin, Renisha McBride... Non si trattava solo di singoli nomi, che sono comunque estremamente importanti. Non potrei mai e poi mai omettere le loro individualità e l’amore che le loro famiglie e comunità hanno per loro», ha spiegato in una lunga intervista al Guardian. «Quello che era importante però è il fatto di vivere in una società in cui i nostri cari possono essere sistematicamente portati via da noi. E non ci sarebbe giustizia».

Tometi descrive Black Lives Matter come un movimento senza leader. La pratica è quella del community organizing, che parte dal sostegno delle comunità locali. Il non avere un leader non significa che BLM sia in balia di disordinate esplosioni di rabbia sociale: è organizzato volutamente attraverso una struttura decentralizzata e orizzontale, che raccoglie insieme esperienze e realtà molto diverse tra loro. Non è una mancanza, ma un punto di forza: «Abbiamo visto cosa è accaduto in passato, quando ci sono state una o due figure di spicco e sono state assassinate. Ha destabilizzato le loro organizzazioni. Quindi quello che stiamo provando a fare adesso è essere più forti di quanto lo siamo stati in passato. I leader sono ovunque. Sì, uno può anche andare via, ma ne spunteranno altri dieci». Già nel 2015 Garza aveva spiegato al Guardian che il movimento ha «molti leader», solo che «non si trovano dove li cercheresti. Se cerchi soltanto il predicatore maschio nero eterosessuale non lo troverai».

Una caratteristica fondamentale del movimento è infatti l’inclusività.  Sin dall’inizio, precisa Tometi, «questo movimento riguarda tutti noi e riconosce che le persone nere non sono un monolite»: «Io sono figlia di immigrati, Alicia e Patrisse sono queer. Naturalmente le nostre identità hanno un’influenza». Le fondatrici insistono sul fatto che Black Lives Matter sia sempre stata una “frase ombrello”, intenzionalmente ampia per includere le lotte non solo contro il sistema di giustizia e carcerario, ma anche il razzismo nell’istruzione, nella sanità e in altri ambiti sociali. Dal sito della piattaforma, la missione di BLM è "sdradicare il suprematismo bianco e costruire potere a livello locale per intervenire sulla violenza inflitta alle comunità nere dallo Stato e dai vigilantes civili".

“Sono solo tre, ma sono ovunque. Fanno in modo che la gente pensi: che succederebbe se mio figlio 17enne avesse un cappuccio sulla testa, fosse disarmato, avesse in mano solo caramelle e una bibita e giacesse morto sull’asfalto? Se tua figlia stesse dormendo nel suo letto e la polizia buttasse giù la porta e la uccidesse? Come ti sentiresti? Questo è quello che ‘Black Lives Matters’ chiede”, ha scritto Fulton, madre di Trayvon Martin, in un ritratto delle tre fondatrici di BLM su TIME.

Dopo l’omicidio di suo figlio, ci sono stati molti altri casi: Eric Garner, Mike Brown, Tamir Rice, Jordan Davis, Dontre Hamilton, Oscar Grant e, solo nei mesi più recenti, George Floyd, Ahmaud Arbery, Breonna Taylor e altri. Ma, afferma Fulton, “quest’anno sembra diverso. Da quando ha iniziato a circolare il video dell’uccisione di George Floyd, le persone stanno effettivamente assistendo a ciò che gli afroamericani hanno vissuto per la maggior parte delle loro vite. Una volta che lo vedi, non puoi continuare a non vederlo. Una volta che senti quel dolore nel petto, non puoi smettere di sentirlo. Sono contenta che ci siano più giovani coinvolti, più nazionalità, più etnie. Le proteste adesso sono un arcobaleno di persone di ogni estrazione sociale, in diversi paesi, che si uniscono e dicono: ‘Le vite dei neri contano’”.

Secondo la storica attivista afroamericana per i diritti civili Angela Davis, «non abbiamo mai assistito a manifestazioni prolungate di queste dimensioni e di questa varietà. Perciò ritengo che questo stia dando alla gente una grande speranza. Prima molte persone allo slogan Black Lives Matter rispondevano: 'Ma non dovremmo dire che tutte le vite contano?' Adesso finalmente lo stanno capendo. Che finché le persone nere continueranno a essere trattate in questo modo, finché la violenza del razzismo rimarrà tale, nessuno sarà al sicuro».

Dire "Black Lives Matter" non significa stabilire una gerarchia secondo cui le vite dei neri contano più di quelle degli altri, o le altre vite non contano affatto - come vorrebbe far intendere chi propone di sostituire lo slogan con "All Lives Matter". Utilizzare una frase del genere - fatta propria da chi esprime visioni perlopiù razziste - manca completamente il punto: nega l'esistenza del razzismo sistemico, le esperienze vissute ogni giorno dalle persone nere a causa del colore della propria pelle (e non da quelle bianche) e le lotte che da anni le comunità nere portano avanti. Come si legge su Vox, "gli attivisti di Black Lives Matter ritengono che ad esempio la frequenza con cui le forze dell'ordine uccidono i neri americani e le circostanze di quelle morti siano la prova che la polizia non si preoccupa abbastanza delle vite dei neri da proteggerle tanto quanto quelle bianche. Tutte le vite contano, ma le vite nere sono più minacciate. Quindi pensano che sia necessario un promemoria esplicito".




Negli ultimi sette anni Black Lives Matter si è evoluto in qualcosa di molto più grande di quanto fosse all'inizio: è diventato "un movimento di liberazione ampio, multietnico, focalizzato sulla riforma della giustizia, sulle politiche razziste e altre cause correlate", scrive Sean Illing su Vox. Ma durante questo passaggio, BLM non si è solo allargato, “è anche diventato più radicale nella sua richiesta di uguaglianza. Eppure, sorprendentemente, questo ha accresciuto il suo fascino, invece che diminuirlo”.

In un articolo su The Atlantic la giornalista Syreeta McFadden si è interrogata sul futuro di Black Lives Matter dopo lo straordinario impulso per un cambiamento culturale e politico dato dalle manifestazioni di quest’estate. Nelle comunità sparse per il paese, sui muri ci sono i ritratti di George Floyd e Breonna Taylor, cartelli ‘Black Lives Matter’ sono affissi su finestre o vetrine dei negozi e la stessa scritta campeggia per le strade delle città, sono state tirate giù statue che ricordavano personaggi razzisti e segregazionisti, grandi marchi hanno dichiarato di riconoscere l’esistenza di un razzismo sistemico, il dipartimento di polizia di Minneapolis è stato smantellato.

La giornalista osserva che già a giugno – all’apice delle proteste – si è avvertita la mancanza nel paese di una volontà condivisa di riforma della polizia. Il ferimento di Jacob Blake a Kenosha, e le proteste che sono seguite, hanno riportato la questione all’attenzione pubblica, e potranno esercitare nuova pressione sui legislatori per agire. Ma nel frattempo, il movimento è certamente entrato in una seconda fase. Quest'ultima si concretizza in una piattaforma che tiene insieme istanze che riguardano la violenza della polizia, la giustizia riproduttiva, il cambiamento climatico, l'immigrazione, i diritti delle persone disabili e di quelle transgender. Oltre alla "fine della guerra ai neri", il movimento chiede l'approvazione del "Breathe Act", una legislazione che vorrebbe chiudere i centri di detenzione per migranti, togliere i fondi ai dipartimenti di polizia e ripristinare programmi sociali per gli ex detenuti. Altre richieste riguardano forme di riparazione nei confronti delle comunità indigene e dei contadini neri deprivati delle loro terre e difesa e protezione delle persone trans.

Ma l'azione, scrive McFadden, è solo una parte delle componenti che costituiscono la longevità dei movimenti, che spesso affrontano battute d'arresto o pause lunghe decenni: "Quando Black Lives Matter ha catturato per la prima volta l'attenzione nazionale e si è diffuso nelle città americane alla fine dell'estate del 2014, c'erano stati tre grossi casi di persone nere uccise: John Crawford III in Ohio, Eric Garner a New York, e Michael Brown in Missouri. È stato l'omicidio del 18enne Brown da parte di un agente di polizia a Ferguson che ha segnato un punto di svolta nel movimento: il paese ha visto diverse settimane di rivolte e proteste, che chiedevano di riformare la polizia e un'assunzione di responsabilità per quelle morti. Quell'energia si è propagata a Chicago, New York, Baton Rouge, Dallas, Minneapolis, Milwaukee, Oakland, St. Louis e altre città fino al 2016".

Le proteste in strada si sono placate con l'avvento della presidenza Trump. Ma, sottolinea la giornalista, questo non significa che gli attivisti non stessero continuando a lavorare dietro le quinte: il "Movement for Black Lives" per esempio nel 2016 ha creato una piattaforma con l'obiettivo di influenzare maggiormente la politica elettorale, facendo campagna per investimenti nell'istruzione e nella sanità, giustizia economica; gli attivisti di Ferguson hanno lanciato "Campaign Zero", un progetto basato sui dati che pone l'attenzione sui contratti dei sindacati di polizia e su come questi rendano difficile indagare sugli agenti o licenziarli in caso di accuse ripetute di cattiva condotta.

"Gli attivisti di questi gruppi, insieme a quelli del network globale di Black Lives Matter, hanno mantenuto per anni obiettivi chiari", afferma McFadden, secondo cui questo alla lunga ha pagato. Nel 2016, solo il 43% degli americani supportava il movimento Black Lives Matter. "Quattro anni dopo, l’ago si è spostato significativamente. La maggioranza degli americani – e più della metà dei bianchi – sostiene le proteste così come una più ampia riforma della polizia". Per la giornalista, idee che una volta erano considerate troppo radicali sono entrate in modo significativo nel discorso mainstream. BLM è un “network decentralizzato e interdipendente di organizzazioni e individui che canalizzano le loro energie verso la costruzione di una società dove le persone nere possono prosperare". L'impronta inclusiva e intersezionale - "Tutte (cis/trans/queer/disabili) le vite nere contano" -, può essere la cifra che può permettergli di durare ancora nel tempo.

da qui

lunedì 27 luglio 2020

#BlackLivesMatter, la Storia, i Washington Redskins e il Museo di storia naturale di New York - Gennaro Carotenuto


Il fertile dibattito sviluppatosi intorno a #BlackLivesMatter, a partire dall’assassinio di George Floyd da parte di un poliziotto suprematista bianco con precedenti specifici per razzismo, e poi slittato su questioni collaterali, quali (in Italia) le vestigia del fascismo o una presunta egemonia del cosiddetto “politicamente corretto”, tocca a mio avviso aspetti cardine del rapporto tra gli storici e le fonti altre rispetto al documento tradizionale. Sento il bisogno di fare delle considerazioni iniziali e infine soffermarmi su quello che per me è un caso di scuola: l’American Museum of Natural History di New York, interessante ben oltre la statua di Theodore Roosevelt che è stato deciso di rimuovere. Anticipo un punto: non è il vecchio Teddy in discussione, è la statua a essere impresentabile.
Anche all’interno della SISSCO, la società scientifica degli storici contemporaneisti, si discute, in particolare partendo da due interventi dell’ex-presidente Raffaele Romanelli, trascesi sulla stampa nazionale. Preferisco però riflettere sul nostro rapporto con le fonti per studiare il passato più che sul documento dell’Harper’s Magazine, noto anche come #cancelculture, che con le più grandi firme egemonizza da giorni il dibattito del mainstream, in meritoria difesa del free speech, come faceva prima di George Floyd e continuerà a fare domani, in genere senza contradittorio. Tale dibattito rischia di occultare il fatto che ci troviamo di fronte a una inestimabile opportunità di riflettere sull’intenzionalità di agenti di memoria e di storia quali l’architettura, i monumenti, la toponomastica, la museografia, per tacere dell’universo audiovisuale, ben rappresentato dal caso “Via col vento”, sul quale l’americanista Arnaldo Testi ha ricordato cose a mio parere sostanziali. Non è da oggi, non è una moda, non è dalla nostra sensibilità del XXI secolo che le “rappresentazioni discriminatorie” siano considerate inaccettabili. In questo senso le richieste di #BLM sono tutt’altro che presentiste, ma frutto di una riflessione e di una militanza di lungo periodo, spesso sottovalutate, che metterebbero insieme Frederick Douglass con Martin Luther King e i ragazzi di oggi, compresi i neo-italiani privati di cittadinanza, sulla base di impostazioni e perfino di piattaforme comuni. Infine, in qualunque contesto umano, ma in particolare in quello discriminatorio è fondamentale ricordare che chi non è vittima di discriminazione, anche se aperto e sensibile e probabilmente ha letto più libri, visto più mondo e conosce la grammatica meglio di chi è discriminato, ha comunque difficoltà a capire cosa duole, cosa faccia davvero male al discriminato stesso.
La professione di storico si sta modificando. Si è sempre modificata – come tutto – ma negli ultimi decenni è andato mutando l’oggetto di attenzione degli storici e lo stesso statuto epistemologico della disciplina. Eravamo la “Scienza della Nazione”, ora siamo una scienza del passato che dialoga col presente e con altri saperi. I nostri colleghi del passato avevano probabilmente un atteggiamento più pacificato del nostro. La Storia, ancora fino all’altro ieri, era innanzitutto incarnata dai “grandi uomini della Nazione”. Tra archivio e monumento c’era una relazione diretta: se in una piazza c’era un monumento equestre, allora doveva esserci un archivio che parlava di quel cavaliere. Da tempo non è più così. Molti di noi si occupano d’altro, di masse, genere, consumi, differenze, incontri più che di scontri, diritti conquistati e diritti conculcati, temi transnazionali; soprattutto molti di noi si occupano di soggettività non egemoni, che non lasciano tracce né negli archivi né nella toponomastica. È proprio lo studio di tali soggettività a riconsiderare criticamente la consacrazione che avviene attraverso la monumentalità celebrativa, ovvero i grandi uomini e/o il “popolo di eroi” identificato con le forze armate. Non è un caso che, a tale monumentalità, se ne sia affiancata una commemorativa. Penso ovviamente ai muri della memoria (o alle pietre d’inciampo), con la restituzione almeno del nome alle vittime; della Shoah, dei linciaggi negli USA, del Piano Condor in America latina, della pulizia etnica a Srebrenica. A volte dobbiamo prendere atto che i grandi uomini da celebrare siano gli stessi che hanno lasciato anche lunghe liste di vittime da commemorare.
Tale riformulazione, sulla quale nelle università credo si possa riflettere tranquillamente, ha il grave difetto di non essere affatto condivisa (e forse neanche compresa) da una società della comunicazione e un’opinione pubblica che sembrano andare da tutt’altra parte, afferrandosi ai “grandi uomini” come unico strumento di sintesi che paiono in grado di decodificare. Per stare all’Italia unita, sembra non esserci altro che Benito Mussolini e poco più. La dinamica è binaria, e non sai più se a discutere con te sia un essere umano o un troll programmato dalla Bestia: “if Montanelli then Pasolini”, “if Marzabotto then foibe”. Più la società chiede di tagliare con l’accetta, per santificare o dannare senza mediazioni, è anche il caso di #BLM, più il ruolo degli storici diviene interstiziale tra complessità e semplificazione. Siamo obbligati a dialogare con entrambe, non foss’altro perché altrimenti la pubblicistica ci renderebbe ancora più marginali.
Trovandoci di fronte ad agenti di memoria diversi, elaborare una teoria generale è ben difficile: gli edifici si usano e raccontano a volte più e più storie sovrapposte, i monumenti celebrano e disegnano egemonie politiche e culturali, i musei ieri conservavano e oggi insegnano.
Un edificio racconta proprio perché ha un valore d’uso, che può cessare, modificarsi o divenire inadeguato. Un monumento, come la toponomastica, serve a celebrare, onorare, glorificare. Non sono d’accordo che serva a “riflettere sul passato”, altrimenti molti di noi avrebbero un bel busto di Mussolini in soggiorno. L’ambito pubblico che produce monumenti esprime un “esprit du temps” che dobbiamo identificare, studiare e preservare, ma anche l’iconoclastia è legittima espressione di un altro spirito del tempo, a volte controegemonico, a volte espressione di una nuova egemonia. 
Vi fu uno spirito del tempo che elevò statue a Saddam Hussein o a Francisco Franco e un altro che le rimosse. Se una cosa non ho visto rimarcare nel dibattito è il grande potere riparatorio dell’abbattimento dei simboli dei carnefici. Per le vittime è enorme, taumaturgico, e può elaborare lutti e sanare ferite aperte da decenni, se non intergenerazionali. Possiamo allora tenerci o rimuovere Cristoforo Colombo, a patto di sapere che i motivi per i quali si celebra il Columbus day sulla Quinta strada non abbiano alcuna attinenza né con quelli per i quali lo celebrò Karol Wojtyla nel 1992 a Santo Domingo, né con quella italianista dello spirito magno. E possiamo tenerlo e abbatterlo a patto di sapere che vi siano infiniti argomenti e riflessioni anche nelle controcelebrazioni e nelle richieste di rimozione perché queste possano essere liquidate come violente o illiberali (Cfr. L. Ruberto, J. Sciorra, ‘Columbus might be dwarfed to obscurity’: Italian Americans’ Engagement with Columbus Monuments in a Time of Decolonization, Palgrave 2019).
Vado dunque al mio punto: l’American Museum of Natural History di New York. Per capirci è quello del dinosauro in biglietteria, affacciato su Central Park West. Come detto, nel nostro presente, il museo ha modificato la sua funzione, per organizzare vestigia del passato per trasmetterne la conoscenza. Per tanti nostri laureati è uno sbocco professionale possibile, anche nel contesto della Public History. Concepito nei decenni a cavallo del 1900, fondato nel ’69 e terminato nel ’36, ospita in centinaia di sale dalla storia della paleontologia a quella delle esplorazioni spaziali. È visitato da cinque milioni di persone l’anno e, per i bambini o adolescenti di mezzi Stati Uniti, è un luogo emozionante, votato a svelare e toccare con mano i segreti del mondo. Fin dall’uscio vi è il celebre monumento equestre a Theodore Roosevelt del quale le proteste di #BlackLivesMatter hanno ottenuto la rimozione dopo decenni di polemiche: Teodoro a cavallo, con l’elemento nativo e quello afrodiscendente in posizione indiscutibilmente subalterna. Il monumento è purtroppo solo il preludio. L’intero museo è, nel suo insieme, un inno alla supremazia dell’uomo bianco, unico protagonista della Storia ed eroico dominatore della Natura.
Non lo dice chi scrive: il bello (o il brutto) è che siano tutti coscienti da decenni dell’insostenibilità di tale impalcatura discriminatoria, se è vero che basta aggirarsi per le sale per scoprire che i curatori siano già intervenuti in decine di punti a spiegare, contestualizzare, giustificare, perfino scusarsi nel rattoppare quella visione di mondo, e coprire le vergogne come il Braghettone fece con i nudi della Cappella Sistina. Un solo esempio: a fianco di un enorme affresco che, in modo per nulla todoroviano, rappresenta l’incontro tra europei e nativi, c’è un cartellino. Vi si legge in piccolo (vado a memoria): “Non è vero che gli indiani Lenape (quelli che popolavano Manhattan) fossero nudi quando sbarcarono gli olandesi; si sarebbero ibernati. Neanche gli olandesi erano vestiti così eleganti, anzi. Quando fu fatto l’affresco si rappresentavano gli uni e gli altri così per far capire chi comandava e la legittimità della costruzione razzista della società”.
Immagino che, se tutto va bene, la precisazione sia letta e compresa da una frazione di quanti si soffermano sull’affresco (peraltro di scarso valore artistico). Per tutti gli altri continua a essere vigente la narrazione nazionale discriminatoria. Questo schema si ripete in decine di punti del Museo, anche in relazione ad Asia, Africa e Americhe. Chi ha contezza delle polemiche intorno al Museo del Quai Branly a Parigi, ch’è di tutt’altro impianto ed epoca, già che fu inaugurato nel 2006, può moltiplicarle per cento. È evidente che l’intero impianto del Museo sia oggi più che pericolante, e quella funzione eminentemente didattica di quelle sale dove tutti i giorni dell’anno scorrazzano decine di migliaia di ragazzi non possa prescindere da una radicale revisione della “costruzione di senso” pensata dai fondatori, e che guardi a un presente dove la costruzione di una visione discriminatoria non abbia alcuno spazio. 
È un po’ come per i Washington Redskins, la celeberrima squadra di football. Se non ti duole nella carne viva ti domanderai perché mai avranno deciso di cambiare un nome così simpatico e apparentemente neutro. Peccato che quel nome identificasse i nativi come “nostro nemico” in diecimila film. E che la nostra scienza, in particolare l’antropologia evoluzionista, li ha identificati a lungo come selvaggi per antonomasia, ovvero il gradino più basso della natura umana, e che già dal 1850 in alcuni dizionari l’espressione pellerossa venisse considerata offensiva. Allora, cosa c’è che non va – se non ti duole personalmente – nel dare del pellerossa a un pellerossa o del terrone a un terrone? 
In quanto storici possiamo essere molto interessati a una ricostruzione filologica degli imbarazzi vissuti dai curatori del museo nei decenni, ma non c’è alcun motivo logico del perché un bambino discendente dei nativi Delaware debba vedersi tirato il sasso di una costruzione sociale nella quale lui è rappresentato come inferiore, perché così la pensavano i padri pellegrini, e in piccolo si nasconda la mano con una toppa che ammette che quella narrazione sociale sia discriminatoria. E lo stesso vale per un ragazzo afrodiscendente di Harlem erede di Frederick Douglass. O per un bianco Knickerbocker dell’Upper East Side, che magari è proprietario di un intero isolato di Manhattan da duecento anni, ma deve pur capire che non è padrone del mondo intero. O per un ashkenazita di Brooklyn, venuto tre o quattro generazioni fa dalla Bielorussia o per un turista cinese o brasiliano. Possiamo, e concludo, discutere sull’opportunità o meno che mezza capitale d’Europa sia intitolata a un genocida come Leopoldo, che sicuramente “avrà fatto anche cose buone”, o sulla Disneyland del fascismo di Predappio (meno sul mausoleo a Graziani che può solo essere abbattuto essendo un’offesa e un crimine revanscista in sé). Ma non possiamo accettare che la costruzione discriminatoria si poggi sull’intangibilità della supremazia del maschio bianco perché tale supremazia sarebbe vestigia del passato in sé e come tale da preservare. È la statua di Teodoro a nascere discriminatoria, come l’intero Museo, indipendentemente dalla complessità del personaggio o di Woodrow Wilson e non possiamo permettere che la discriminazione continui a essere agente educativo per il presente. Dobbiamo accettare che vi siano vestigia che non sono né neutre né in buona fede e, soprattutto, non siano più adeguate né ai tempi né all’educazione delle nuove generazioni. E non ci dovrebbe essere bisogno che ci versino sopra della vernice rosa per considerarle disfunzionali.