La lotta degli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme contro gli
sgomberi forzati operati dalle forze israeliane ha creato un momentum: è tempo di ascoltare queste nuove voci
palestinesi in cerca di unità e dignità, che parlano con un tono molto libero e
rifiutano le affiliazioni politiche.
A Gaza, il bombardamento israeliano della torre residenziale Al Jalaa, che ospitava le redazioni
dell’Associated Press e di Al Jazeera, preceduto due giorni prima dal
bombardamento della torre Al Shorouq, che ospitava altri sette mezzi
d’informazione locali e internazionali, ha portato a un totale di 23 sedi
giornalistiche distrutte nel giro di una settimana dall’esercito
israeliano, denuncia Reporters sans frontières.
Con meno di tre ore di elettricità al giorno e la maggior parte delle
infrastrutture dei provider di internet distrutta, Gaza – e i suoi due milioni
di abitanti – ha perso la voce, scrive l’attivista per i diritti umani Mustafa
Ibrahim nella sua lettera da Gaza, pubblicata dal sito
Daraj. Ibrahim descrive il suo terrore durante i bombardamenti, scusandosi per
l’editing del suo testo mentre il suo computer si spegne per mancanza di
elettricità.
Gli abitanti della Striscia, i gazawi, si sono così impossessati, per
quanto possibile, dei social network per raccontare l’inferno che stanno
vivendo tra i bombardamenti e la pandemia. I sopravvissuti raccontano gli
ultimi minuti con i loro cari: un ragazzo voleva chiedere la sua fidanzata
Shaima in matrimonio poche ore prima di perderla nel bombardamento; un padre di
famiglia filma la stanza da letto mentre i bambinisi svegliano per il rumore delle bombe.
Molti utilizzano i social network per consegnare le loro ultime parole,
come riporta il sito +972 Magazine: un ragazzo di Gaza chiede perdono per le
offese fatte, un altro dice di azzerare i conti dei suoi debitori. Altri fanno
le liste dei morti con nomi e cognomi, nell’ultimo tentativo di umanizzare i
defunti: si leggono i necrologi di medici, del più importante specialista di covid di Gaza e di
almeno 48 bambini.
Ma se gli abitanti di Gaza provano nell’emergenza a rendere leggibile
dall’esterno la loro esistenza, le parole sono usate anche per creare un “nuovo
dizionario che racconti il trauma mentale ed emotivo che viviamo, la
distruzione che ci circonda”, spiega Abier al Masri, ricercatrice di Human rights watch residente a Gaza. Questo nuovo
vocabolario si sta facendo strada in una nuova narrativa di palestinesi che
lottano per i loro diritti a Gerusalemme e in Cisgiordania.
La terribile guerra di Gaza non deve tuttavia nascondere il ruolo centrale
che riveste Gerusalemme per questo nuovo movimento di protesta pacifico che
cerca l’unità di tutti i palestinesi – palestinesi d’Israele, residenti dei
territori occupati, rifugiati in Giordania o in Libano, nonché la diaspora
sparsa per il mondo – dando luce a nuovi input intellettuali e politici, come
testimoniano lo sciopero generale del 18 maggio in tutte le città della
Cisgiordania e le grandi manifestazioni pacifiche a sostegno della Palestina
nel mondo.
La chiave del futuro
Il contrattacco palestinese si rivela prima di tutto nella presenza di
attivisti e intellettuali nelle tv statunitensi. Intervistati dalla Cnn e dalla
Cbs rifiutano di piegarsi all’esercizio della “simmetria”, cioè alla condanna
che equipara le due parti del conflitto. La loro strategia ricorda molto quella
del movimento Black lives matter. Sulla Cnn, Mohamed al Kurd, un giovane poeta
palestinese che appartiene a una delle quattro famiglie che resistono agli
sgomberi forzati nel quartiere di Sheikh Jarrah, si è rifiutato di condannare
le proteste di chi sostiene le famiglie palestinesi. Mohamed risponde chiedendo all’intervistatrice: “E lei condanna lo
sgombero violento della mia famiglia da casa nostra?”. Silenzio imbarazzato
della giornalista. La notte successiva all’intervista, Mohamed al Kurd è stato
arrestato in casa dalle forze di sicurezza israeliane.
Questa nuova generazione tra diaspora e Cisgiordania parla benissimo
l’inglese, padroneggia i codici culturali occidentali e sta tentando di
cambiare la narrativa dei mezzi di comunicazione occidentali e soprattutto
statunitensi, perché l’appoggio statunitense alla politica di Benjamin
Netanyahu è la chiave del loro futuro. Pochissima attenzione, giustamente,
dedicano alla silenziosa Europa.
È anche una nuova generazione di palestinesi che sa di dover combattere da
sola, spiega il ricercatore Mouin Rabbani: abbandonati dalla comunità
internazionale che rinnega, quando si tratta di Palestina, anche i princìpi
basilari del diritto umanitario e internazionale, recentemente
abbandonati anche dai paesi arabi che hanno accettato la
normalizzazione del piano Trump, ora hanno conquistato una certa libertà di
azione e di espressione.
Mariam Barghouti, ricercatrice palestinese, una delle voci più ascoltate di
questa nuova generazione, spiega la forza di questo movimento anche con la
consapevolezza di non avere più niente da perdere: “Questa generazione non
vuole solo criticare la copertura mediatica, intende rovesciare decenni di
negazioni: apartheid, colonialismo, occupazione, repressione militare. Non
riusciamo più a respirare, e l’ultima cosa che ci è rimasta è che il mondo ci
accetti per quel che siamo”.
Recuperare la narrativa storica
Questa nuova narrazione palestinese esiste da decenni, ma gli eventi di Sheikh
Jarrah creano le condizioni per sentirla nella sua complessità.
Innanzitutto, ricorda il sito di approfondimento Raseef22, questo periodo
corrisponde all’anniversario della nakba del 1948,
quando 250mila palestinesi – la metà della popolazione della Palestina storica
– furono sgomberati dalle loro case. Se il mondo ha dimenticato, il trauma è
ancora molto presente nella psiche palestinese, e anche nel mondo digitale si
stanno organizzando per ricordarlo, scrive Saeed Amouri: “I palestinesi che nel
1948 sono stati cancellati dalla carta geografica, ora si stanno organizzando
per digitalizzare la loro storia e, in un certo modo, scriverla”. Dopo la nakba, lo stato israeliano ha costruito la sua storia
sulla narrativa del sionismo, che unisce tutti gli ebrei israeliani, mentre
“finora i palestinesi non erano ancora riusciti a produrre una storia unita del
loro popolo. Questo sta cambiando”.
Diversi progetti storici ambiziosi come il Palestine digital activism aorum
del 7amleh Center o ancora il sito Untold
Palestine hanno cominciato a digitalizzare la memoria
palestinese, per poterla raccontare, ma anche creare un legame tra “i
palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania, Gaza e l’importante diaspora
palestinese”. Salim Abu Zahir, direttore del progetto Palestinian
museum digital archive presso il Palestinian museum, a Bir
Zeit, ha digitalizzato quasi duecentomila documenti dal 2018, per “creare una
nuova prospettiva che rafforzi un’identità nazionale inclusiva”.
Suicidio morale
Su un altro sito di approfondimento, Arabi 48, Gad Qadan, un dottorando
palestinese all’università di Tel Aviv, spiega quanto sia importante riuscire a
rovesciare la narrazione odierna sul conflitto, anche per gli stessi
israeliani: “Quello che sta accadendo in Palestina oggi mostra quanto
l’occupazione abbia un prezzo morale molto alto che non lascia indenne la
società occupante. Questa mentalità patologica è evidente nelle strade e nei
mezzi di comunicazione israeliani. La chiamerei ‘isteria di massa’, un
movimento in cui un consistente gruppo di persone perde il contatto con la
realtà e vive secondo la propria logica di illogicità totale”.
“I gruppi che non conoscono la loro storia si somigliano”, continua Qadan.
“Se i gruppi dell’estrema destra israeliana avessero più cultura storica, si
vergognerebbero della strana similitudine tra le loro azioni attuali e ciò che
i loro antenati hanno affrontato nella Germania nazista durante la notte dei
cristalli. La scena di cento ebrei che tentano il linciaggio di un arabo a Bat
Yam solo perché arabo è orribile, e spiega come la costruzione del nemico sotto
l’occupazione finisca per far dimenticare la sua umanità”.
L’uso dei social network non è sempre facile per i palestinesi. Molti
account degli attivisti di Sheikh Jarrah sono stati chiusi mentre erano in diretta streaming.
La presa di posizione di Bella Hadid – la modella statunitense di origine
palestinese che ha postato sul suo account Instagram seguito da 42
milioni di persone le foto della sua partecipazione alla manifestazione per la
Palestina – è stata accompagnata da molte critiche. È invece essenziale
ricordare l’importanza dell’attivismo delle donne palestinesi e la creatività
digitale dei giovani manifestanti, che hanno saputo replicare e distribuire su
diverse piattaforme – con meme o video su TikTok – le proprie rivendicazioni.
Negli Stati Uniti, dalle tv nazionali ai think tank di Washington,
dall’aula del congresso alle proteste di strada a Boston, Chicago, New York,
Los Angeles, Washington e perfino Miami, Porto Rico, Cleveland e Oklahoma, “il
dibattito sta cambiando”, spiega il sito americano Prospect. “Lontano dalle difese del ‘diritto di
Israele a esistere’, dalle accuse di ‘terrorismo’ e ‘antisemitismo’ si fa
strada un nuovo riconoscimento dei diritti dei palestinesi”.
Dopo essersi mostrati divisi sull’argomento al momento del dunque, con
cinque giocatori che hanno aderito all’iniziativa e
il resto no – tipico atteggiamento nostrano – la nazionale italiana di calcio,
dopo molte polemiche, ha deciso che in occasione
dell’imminente partita agli Europei con l’Austria la scelta di inginocchiarsi
sarà lasciata agli atleti. Tale gesto, ricordo, consiste in una simbolica presa
di posizione contro il razzismo all’insegna del movimento Black Lives
Matter, nato in precedenza sempre negli USA e man mano diffusosi nel resto
del mondo. Sino a oggi il dibattito, a volte particolarmente acceso,
sull’opportunità e la libertà di inginocchiarsi o meno non è stato solo una
questione italiana. Tuttavia, malgrado sia convinto che il mero atto simbolico
valga poco se non accompagnato da una contestuale azione quotidiana, attiva e
concreta, a differenza di alcuni non sono affatto sorpreso da chi preferisca
vedere i calciatori in piedi prima del fischio di inizio. Perché storicamente
il cittadino medio italico non si inginocchia mai innanzi agli ideali forti,
casomai obbedisce loro perché si sente obbligato. Al contrario, si getta letteralmente
in terra, facendosi addirittura zerbino, di fronte agli uomini che ritiene
tali. E in ogni epoca lo fa in particolare per determinate ragioni…
Angela Davis
discute su Trump, sul divorzio tra capitalismo e democrazia, sul nuovo
abolizionismo, sulla lezione del movimento Black Lives Matter e sulla necessità
di un socialismo in cui il potere sia davvero condiviso
A metà ottobre, la rinomata regista e scrittrice Astra Taylor ha dialogato
con la leggendaria pensatrice radicale Angela Davis in un evento in live
streaming promosso da Jacobin e Haymarket Books. Il tema: «La
loro e la nostra democrazia». In questa discussione ad ampio raggio, le due
hanno parlato del rapporto tra democrazia e socialismo, del ruolo storico dei
radicali nelle lotte democratiche, della necessità di un rinnovato
internazionalismo e di molto altro ancora.
Vorrei parlare del concetto di democrazia dei Padri fondatori e di come il
sistema politico in cui operiamo si fondi su diverse forme di esclusione:
quella degli schiavi e quella delle donne e degli uomini senza proprietà.
Volevano proteggere i diritti di una minoranza di opulenti, proprietari
terrieri e schiavisti. Le strutture che hanno messo in piedi sono ancora
davanti a noi. Vorrei parlare anche dell’orizzonte dell’abolizionismo, penso che dobbiamo essere consapevoli
del fatto che i progressi compiuti possono essere annullati. Questo è ciò che
ci insegna il precedente della Ricostruzione. Guarda alla persecuzione degli elettori
che sta avvenendo nel North Carolina. In Florida, chi ha debiti non potrà
votare. Cosa possiamo fare, considerando questi livelli di oppressione?
Se guardiamo semplicemente alla democrazia come forma di governo,
escludiamo tutta una serie di questioni che dovrebbero essere affrontate.
Perché il mito degli Stati uniti come prima democrazia continua ad avere così
tanto credito? Come hai detto, in realtà era una democrazia della minoranza, il
che dovrebbe essere un ossimoro.
Sarebbe interessante parlare delle applicazioni economiche della
democrazia. Cosa comporterebbe una democrazia economica? E rispetto alle
dimensioni sociali della democrazia? E come è cambiata la democrazia in
relazione al sistema economico che costituisce il fondamento di quella
democrazia stessa? È possibile immaginare una democrazia in cui tutti possano
partecipare sulla base dell’uguaglianza economica, culturale, sociale e
politica? Se sostenessimo che tutti, in virtù del fatto di vivere in una
determinata area, dovrebbero essere considerati cittadini e dovrebbero essere
in grado di partecipare al governo e all’economia, ciò cosa significherebbe?
Amo questo tipo di domande. Quando intervistavo gente per il mio film What
Is Democracy?, in particolare quando intervistavo giovani conservatori, mi
aspettavo che mi dicessero quanto il capitalismo fosse democratico e usassero
la retorica della democrazia. Ma ho scoperto, soprattutto nei giorni successivi
alla vittoria di Donald Trump, che erano consapevoli del fatto che non
sarebbero mai stati maggioranza. Dimentica il matrimonio tra capitalismo e
democrazia: hanno preso la parte capitalista e sono diventati consapevolmente
elitari. [Il mese scorso], abbiamo visto il repubblicano [il senatore Mike Lee]
affermare su Twitter che non siamo una democrazia.
Dall’altro lato, sempre più gente si sta convincendo della necessità di
tenere insieme socialismo e democrazia. Abbiamo bisogno di una base economica
per l’uguaglianza. Non abbiamo i diritti e le libertà liberali che dovremmo
avere perché c’è troppa disuguaglianza. Ma non credo che ciò risponda a tutte
le nostre domande. Dobbiamo prevenire le questioni sulla democrazia nel
socialismo. Come condividiamo il potere? Come viviamo un mondo in cui la
ricchezza è messa in comune, in cui vogliamo che le persone abbiano il
controllo sulle loro vite? Come stabiliamo chi deve essere a prendere una
decisione? Penso che le questioni sulla democrazia sarebbero molto ricche e
profonde.
Mi chiedo se il risultato delle elezioni del 2016 avrebbe potuto essere
diverso se fosse stata prestata maggiore attenzione a coloro che stanno vivendo
l’impatto del capitalismo globale: le famiglie bianche povere che ora
riconoscono che i loro figli non staranno meglio di quanto stessero loro. Il
risultato avrebbe potuto essere diverso se avessimo sviluppato strategie che ci
avrebbero consentito di riconoscere che molti dei problemi esistenti in questo
paese sono direttamente collegati all’ascesa e alla diffusione del capitalismo
globale.
In effetti, prima avevamo più democrazia economica. Una volta le persone
potevano aspettarsi di essere curate in qualsiasi ospedale se erano malate. Gli
ospedali e l’intero sistema sanitario non erano stati privatizzati, come lo
sono ora, il che è uno dei motivi per cui la pandemia Covid-19 ha generato lo
stato di emergenza, in particolare per quanto riguarda i posti in ospedale,
perché i letti in corsia vuoti non sono redditizi.
Se si guarda all’impatto del capitalismo globale, si spiega in gran parte
l’ascesa del complesso carcerario industriale, così come la soppressione di
molte istituzioni che fungevano da rete di sicurezza economica per la gente. Il
mancato sviluppo di più istituzioni dedite al bene pubblico ha creato un
terreno in cui la povertà si è espansa non solo tra le comunità nere,
anche tra i bianchi.
Donald Trump ha fatto leva su quelli che soffrivano fornendo false
soluzioni, come il ritorno a un’epoca in cui l’economia industrializzata di
questo paese rispondeva ai bisogni della gente. Non succederà. I posti di
lavoro che si sono sparpagliati in tutto il mondo, in particolare al Sud, non
torneranno negli Stati uniti. È importante considerare il modo in cui le
trasformazioni economiche hanno un impatto diretto sulla democrazia.
Voglio farti una domanda sulla storia della persecuzione e degli attacchi
alla sinistra e sul ruolo che questi hanno svolto nel minare la democrazia.
Penso che ciò si riferisca a quello che stavi dicendo: la mancanza di sindacati
solidi, di associazioni in cui le persone normali possono ottenere
un’educazione politica radicale ed essere trattate come partecipanti attivi e
riflessivi.
Per decenni, le persone coinvolte nelle lotte socialiste e comuniste hanno
fatto riferimento all’«altra America». C’era l’America rappresentata da chi era
al potere, e poi c’erano i sindacati e le lotte contro il razzismo e il
sessismo. Quello che abbiamo perso nei nostri resoconti storici è il ruolo che
i comunisti e i socialisti hanno svolto nell’espansione delle possibilità di
democrazia in questo paese. Abbiamo un sussidio contro la disoccupazione come
conseguenza delle lotte negli anni Trenta. I comunisti neri nel sud [aiutarono]
a creare il terreno per il movimento per i diritti civili.
Oggi, visto che ci stiamo impegnando in quello che la gente chiama una
«resa dei conti razziale», la nostra terminologia dovrebbe essere più ampia.
Non è semplicemente una resa dei conti razziale. È una resa dei conti con la
storia di questo paese, non solo la storia del razzismo e la storia dello
sfruttamento di classe, ma anche la storia della resistenza. Se non siamo
consapevoli di coloro le cui lotte hanno creato la democrazia come concetto
mosso da aspirazioni, non come il modo per tenere insieme gli affari – ossia
non semplicemente come il modo in cui il governo è organizzato, ma come lotta
per una società più giusta, più equa – allora non abbiamo da dove cominciare. Non
riconosciamo il continuum su cui si svolgono le nostre lotte.
Puoi riflettere un po’ sulla connessione tra carcerazione e democrazia?
Stiamo andando a un’elezione in cui la privazione del diritto di voto in
Florida potrebbe avvantaggiare i repubblicani. Questo è quello che è successo
nel 2000. Ma è molto più profondo. Hai sottolineato che La democrazia
in America di Alexis de Tocqueville è stato scritto dopo un giro nelle
carceri della nazione. Hai detto che la reclusione è una negazione che la
democrazia liberale richiedeva come prova della sua esistenza. Questa negazione
– sono libero se non sei libero – è intrinseca alla democrazia o appartiene
solo alla versione della democrazia in cui viviamo adesso?
Nel suo libro sulla schiavitù e la morte sociale, Orlando Patterson
ipotizza che la democrazia occidentale debba nascere dalle aspirazioni degli
schiavi a essere liberi. Il concetto stesso di libertà con cui lavoriamo
richiede un senso di non libertà per spiegare la sua comparsa. La schiavitù era
la prova tangibile della libertà per quelli che non erano ridotti in schiavitù.
Ma con l’emergere delle carceri come punizione, in concomitanza con l’ascesa
degli ideali rivoluzionari e la nascita della prigionia democratica, la
punizione è diventata il ventre della democrazia.
Serve la democrazia capitalista per immaginare la reclusione come
punizione, perché la reclusione implica la cessione dei diritti. Non avrebbe
senso in una società che non riconosce i diritti individuali. Non avrebbe senso
al di fuori del contesto di una società democratica. Penso che sia davvero
importante tenere presente che quella negazione costitutiva della democrazia in
realtà costruisce una democrazia che quindi deve essere negata a coloro che
sono in prigione.
Voglio invitarti a dire qualcosa sull’idea del «femminismo abolizionista».
Le femministe sociali, come molte altre, hanno pensato all’importanza della
riproduzione sociale, che a volte implica il lavoro di cura. M’è sembrato un
problema democratico, poiché siamo governati da un’amministrazione che sembra
sprezzante della vulnerabilità. Debolezza, malattia e disabilità vengono
derise. Mi piacerebbe sentire i tuoi pensieri sul femminismo, la democrazia e
l’importanza della cura in una società democratica.
Generalmente presumiamo che quando parliamo di femminismo, affrontiamo
questioni di genere. Naturalmente, dobbiamo affrontare le questioni di genere.
Ma gli approcci femministi sono molto più ampi del semplice coinvolgimento del
genere. Il «femminismo abolizionista» ci spinge a pensare a cosa potrebbe
servire per iniziare a muoverci in una direzione democratica, vale a dire di
cosa potremmo aver bisogno di gettare nella pattumiera della storia.
Consentitemi di usare un esempio di violenza di genere. Se non assumiamo
l’idea che le istituzioni di polizia e carcerazione siano lì per risolvere
questo problema, dobbiamo adottare un approccio molto più complesso. Questo è
ciò che apprezzo del femminismo: mette in crisi la nostra analisi. Ci fa
riconoscere che le realtà sociali non riflettono sempre la chiarezza delle
categorie analitiche, che dobbiamo essere disposti ad accostarci al disordine
della realtà sociale. Quando diciamo che la polizia e le carceri sono due istituzioni
che devono essere gettate nella pattumiera della storia, come affrontiamo i
problemi che queste istituzioni pretendevano di affrontare ma non potevano?
Il politico costruisce il personale e costruisce ciò che spesso assumiamo
essere idee generate dalle nostre individualità. Una femminista sosterrebbe che
non possiamo ottenere l’abolizione di polizia e carcere senza riconoscere anche
che dobbiamo adattare un atteggiamento critico alle nostre emozioni e alle idee
che pensiamo siano nostre. Mentre spesso sono le idee dello stato che lavorano
attraverso di noi. Penso che queste intuizioni femministe siano essenziali
quando si tratta di reinventare una democrazia maggiormente egualitaria e
giusta per tutti.
Adesso parliamo di animali non umani. Il Covid non è un disastro naturale.
Il salto di specie del virus è dovuto al fatto che gli esseri umani, sotto il
capitalismo, stanno divorando il mondo naturale. Usiamo il 40% della superficie
terrestre per le scorte di cibo. La prossima pandemia probabilmente emergerà da
un allevamento industriale statunitense, perché stipiamo migliaia di animali in
queste gabbie. C’entra anche il clima.Può essere utopistico pensare di
includere la vita non umana nella nostra politica democratica. Personalmente
sento che le nostre vite dipendono da questo. Con la distruzione dell’ambiente,
le malattie aumentano di numero e di virulenza. La gente dice che dobbiamo dare
la priorità agli umani come se la solidarietà fosse un gioco a somma zero, ma
mi sembra che dobbiamo rifiutarlo ed espandere il cerchio delle nostre
preoccupazioni. Che ne pensi?
Sono completamente d’accordo. Stabilire la priorità degli esseri umani
porta anche a definizioni restrittive di chi è considerato umano, e la
brutalizzazione degli animali è correlata alla brutalizzazione degli animali
umani. Questo terreno di lotta sarà molto importante nel prossimo futuro.
Se vogliamo lottare per la libertà e la democrazia, dobbiamo riconoscere
che le questioni diventeranno sempre più ampie, perché inizialmente la democrazia
aveva a che fare solo con un piccolo sottogruppo di uomini bianchi e ricchi.
Non sto dicendo che la traiettoria della storia sia automatica. Ma abbiamo
visto come il concetto di democrazia sia andato allargandosi. E non vedo come
possiamo escludere i nostri compagni non umani con cui condividiamo questo
pianeta.
In precedenza, durante la pandemia, ho fatto un webinar con persone
dell’Amazzonia brasiliana. Devono fare i conti col razzismo, ma anche con
l’incendio dell’Amazzonia. Ciò suggerisce che bisogna evitare approcci
ristretti. Dobbiamo lavorare contro la sindrome di Blinder, il che significa
che non possiamo pensare solo alle persone in questo paese.
Per quanto riguarda il voto, gli immigrati che vivono in questo Paese
dovrebbero poter votare perché fanno parte della comunità. Dovremo anche
affrontare l’obsolescenza dello Stato-nazione. Sto pensando a questioni che
molto probabilmente si presenteranno in futuro. Non so se ci sarò quando
diventeranno mainstream. In fondo non pensavo che sarei stata in grado di
assistere al mainstreaming dell’abolizione della polizia. Ma
eccoci qui.
Nonostante tutte le esclusioni della democrazia, ci sono alcuni comuni in
cui la residenza è l’unico requisito di voto. Ci sono altri paesi in cui non è
necessario essere cittadini per votare. In alcuni stati, le persone in prigione
potevano votare. E i candidati dovevano andare a visitare la prigione.
La nostra immaginazione è chiusa a cose che nel passato sono realmente
esistite. Amo questa visione della democrazia come un cerchio in espansione:
ciò che evoca sono le persone che si guardano indietro e dicono: «Vivevamo
nell’età oscura della democrazia». Insieme a Critical Resistance, hai fatto un lavoro
straordinario portando il concetto radicale di abolizione della prigione nel
mainstream. Voglio che tu mi dica un po’ cosa si prova. E puoi anche parlare
della tua straordinaria apertura ai nuovi attivisti e della tua volontà di
imparare da loro?
Dobbiamo sfidare le gerarchie, comprese le gerarchie che sembrano scolpite
nella pietra – come quelle che garantiscono agli anziani più potere e influenza
in virtù dell’età e quelle che impongono alle giovani generazioni di seguire le
orme degli anziani. Penso che dovremmo essere più egualitari.
Questo è uno dei modi in cui possiamo mettere in atto relazioni
democratiche nel corso della lotta per il cambiamento, non solo nella
relazionalità delle generazioni, ma anche in relazione a chi è in carcere e chi
è fuori. Spesso, coloro che abitano il cosiddetto mondo libero presumono di
avere una maggiore capacità di dare leadership rispetto a coloro che sono
imprigionati. E sono grato a Critical Resistance, perché fin dall’inizio
l’organizzazione ha insistito per portare coloro che erano effettivamente in
prigione nella leadership.
Non credo che abbiamo abbastanza occasioni per creare la democrazia mentre
lottiamo per la democrazia. Ma penso che anche questo sia un approccio
femminista. Ci aiuta non solo a immaginare un nuovo mondo, ma a diventare degni
di partecipare a quel mondo nel corso della lotta per esso.
È una risposta così meravigliosa. E penso che nello spirito della
democrazia ora risponderemo ad alcune domande dal pubblico. Cosa ti ispira di
Black Lives Matter? Cosa possiamo imparare dall’esperienza della Nuova Sinistra
e dalle lotte dei movimenti sociali degli anni Sessanta?
Quel movimento è così eccitante. Le proteste di Ferguson e l’emergere di
Black Lives Matter hanno avuto un impatto non solo in tutto il paese, ma in
tutto il mondo: la comprensione del significato della «materia delle vite
nere», che era stata così spesso interpretata erroneamente come «tutte le vite
contano». La tirannia dell’universale, come mi piace chiamarla, è stata un modo
per ignorare l’impatto e le esperienze particolari dei neri in questo paese.
Ho imparato tanto dalle tre donne che hanno fondato la rete Black Lives
Matter e il Movement for Black Lives. I miei mentori durante questo periodo
sono stati i giovani che hanno ripreso le lotte del passato e dato loro molta
più sostanza. Mi ispira perché vedo una generazione che non dà per scontato
quanto a lungo e duramente abbiamo lottato. Non solo sanno come articolare
quella storia, sanno come espanderla e come sviluppare modi per trasformare il
mondo che siano fonte di ispirazione.
Spesso, impariamo molto di più dai nostri errori che da ciò che abbiamo
fatto correttamente, e le giovani generazioni devono essere preparate a
sperimentare nel tentativo di capire come si costruiscono i movimenti. Qual è
la lingua che piace alle persone? Anche se viviamo in un mondo fatto dal
capitalismo razziale, come creiamo comunque una risposta critica? Come
incoraggiamo le persone, i movimenti e le organizzazioni a riconoscere che alla
fine dovremo smantellare questo sistema e muoverci in una direzione socialista?
Quando pensiamo a ciò che ha sostenuto le generazioni dalla Vecchia
Sinistra alla Nuova Sinistra e oltre, vediamo che spesso avevano organizzazioni
«centraliste democratiche» troppo rigide. Ma queste organizzazioni avevano un
certo senso di appartenenza, di dibattito sul loro programma e la capacità di
prendere le energie degli attivisti e incanalarle in veicoli organizzativi.
Ora, vediamo la crescita diffusa di diverse organizzazioni a sinistra, ma
sembra che siamo molto più dispersi. C’è qualcosa che abbiamo perso e che
dobbiamo ritrovare?
Posso parlare di una serie di cose, ma per il momento mi concentrerò
sull’internazionalismo. A volte mi chiedo perché non siamo stati in grado di
creare un senso di connessione emotiva con persone in altre parti del mondo.
Perché le donne nere in questo paese non sono più legate al movimento delle
donne nere brasiliane? C’è così tanto che possiamo imparare dalle lotte delle
donne nere in Brasile.
Desidero ardentemente il tipo di internazionalismo che ci fa sentire forti,
ci fa riconoscere come i nostri desideri sono desideri che animano le persone
in tutto il mondo. Non sto sostenendo che non ci sia internazionalismo oggi,
perché ad esempio la Palestina ha certamente svolto un ruolo nell’indicare la
via alle nostre lotte abolizioniste in questo paese. L’abolizione non significa
sbarazzarsi delle prigioni; riguarda l’intero regime carcerario, e lo vediamo
nella Palestina occupata. Per questo serve l’internazionalismo adesso.
*Angela Davis è professoressa emerita all’Università della California, a
Santa Cruz. Astra Taylor è una scrittrice, regista di documentari e
organizzatrice. Il suo ultimo film è What Is Democracy? e il suo
prossimo libro è Democracy May Not Exist, but We’ll Miss it When It’s
Gone.Questo testo è apparso su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
La lotta per
cambiare il mondo secondo Angela Davis
(intervista di Lanre Bakare)
È il 1972. Angela Davis sta rispondendo alle domande di un
giornalista svedese che le ha chiesto cosa pensa del ricorso alla violenza da
parte delle Pantere nere. Alle sue spalle c’è il muro della cella di una
prigione statale della California. Davis indossa un dolcevita rosso e porta la
sua classica pettinatura afro. Con una sigaretta accesa tra le dita, fissa il
giornalista con uno sguardo penetrante, poi risponde: “Mi chiede se approvo la
violenza? Per me è una domanda senza senso. Mi chiede se approvo l’uso delle
armi? Sono cresciuta a Birmingham, in Alabama. Alcuni miei amici sono stati
uccisi dalle bombe fatte esplodere dai razzisti. Del periodo in cui ero molto
piccola ricordo il rumore delle bombe che esplodevano, la casa che tremava. Per
questo motivo, quando qualcuno mi chiede di parlare della violenza, mi sembra
incredibile. Significa che la persona che mi sta davanti non ha la minima idea
di cosa abbiano subìto gli afroamericani in questo paese dal momento in cui il
primo nero è stato rapito sulle coste dell’Africa”.
Osservando il breve filmato si capisce perché Angela Davis
è diventata un’icona. L’immagine, la determinazione, l’intelligenza. Davis è
stata immortalata nel documentario del 2011 The black power mixtape,
e alcuni spezzoni dell’intervista sono stati diffusi sui social network dopo
che George Floyd, un nero di 46 anni, è stato ucciso da un poliziotto a
Minneapolis, scatenando proteste in tutto il mondo. Oggi il suo libro Donne, razza e classe (Alegre
2018), pubblicato nel 1981, è considerato una lettura essenziale per chiunque
voglia capire cos’è l’attivismo antirazzista, insieme a La prossima volta il fuoco di
James Baldwin (Fandango 2020) e all’autobiografia dell’abolizionista Frederick
Douglass.
Angela Davis ha 76 anni. È collegata via Zoom dal suo
ufficio, in California. Le chiedo se dopo tutti questi anni ha la sensazione
che un cambiamento concreto sia possibile. “Certo, la situazione oggi potrebbe
essere diversa”, risponde. “Ma non è scontato”. Davis, comprensibilmente, si
mostra prudente. D’altronde nella sua vita ha visto di tutto, dalle rivolte del
1965 a Watts, un quartiere di Los Angeles, alla guerra in Vietnam fino
all’invasione dell’Iraq e ai disordini di Ferguson. “Dopo tutti i momenti
segnati da una grande consapevolezza e dalla volontà di cambiamento, le riforme
che sono state introdotte hanno cancellato qualsiasi possibilità di un
cambiamento radicale”.
Davis, nel complesso, trova incoraggianti le proteste
innescate dalla morte di Floyd. Non è la prima volta che gli Stati Uniti
assistono alla nascita di movimenti su larga scala – l’ultima volta nel 2014,
dopo la morte di Michael Brown, Tamir Rice ed Eric Garner – ma Davis pensa che
oggi qualcosa sia cambiato: i bianchi stanno cominciando a capire.
“Non avevamo mai visto manifestazioni così prolungate,
partecipate e diversificate”, sottolinea. “Penso che questo stia dando molta
speranza alla gente. In passato, quando dicevamo Black lives matter (le vite
dei neri sono importanti), c’era sempre qualcuno che diceva: ‘Ma non sarebbe
meglio dire che tutte le vite sono importanti?’. Ora finalmente hanno capito.
Si sono resi conto del fatto che fino a quando i neri verranno trattati in
questo modo, fino a quando la violenza del razzismo resterà inalterata, nessuno
sarà al sicuro”.
Se c’è una persona adatta a valutare la situazione attuale
è sicuramente Angela Davis. Per cinquant’anni è stata una delle intellettuali
più importanti della campagna per la giustizia razziale, anche se le cause che
ha difeso – riforma carceraria, riduzione dei fondi della polizia,
riorganizzazione del sistema di rilascio su cauzione – sono state sempre
considerate troppo radicali. A un certo punto è sembrato che Davis fosse
rimasta congelata nel passato, vincolata allo stile “radical chic” degli anni
sessanta e sostenitrice di idee ormai fuori moda. Nel 2016 un giornalista del
Wall Street Journal scrisse un ritratto dell’attivista in cui chiedeva ai suoi
colleghi se conoscessero Davis. Tra quelli che non avevano ancora compiuto 35
anni nessuno sapeva chi fosse.
Oggi, a cinquant’anni dall’inizio della sua lotta, Davis
sembra improvvisamente diventata il simbolo della giustizia sociale, ma ci
tiene a riconoscere i meriti della nuova generazione di attivisti e pensatori
politici. “Osservo questi ragazzi, così intelligenti e capaci di apprendere dal
passato per creare nuove idee. Imparo molto anche da persone che hanno
cinquant’anni meno di me. È emozionante, mi spinge a continuare la lotta”.
“Anche se la portata della reazione è sicuramente nuova, la
causa non lo è, e penso sia importante sottolinearlo”. Davis non vuole che si
dimentichi l’impatto dell’impegno sociale delle Pantere nere negli anni
sessanta, in particolare dell’attivismo di comunità, dei laboratori formativi e
dei banchi alimentari. “La causa va avanti da molto tempo. Ciò che osserviamo
oggi nasce da un lavoro che è stato fatto per anni e che non ha ricevuto la
giusta attenzione da parte dei mezzi d’informazione”.
Davis parla della militarizzazione della polizia
statunitense dopo il Vietnam e dell’apertura per una riforma carceraria dopo la
rivolta nel penitenziario di Attica del 1971, che però non è mai arrivata,
almeno non nella forma che lei aveva immaginato. All’epoca della rivolta la
popolazione carceraria degli Stati Uniti era di 200mila detenuti. Alla fine
degli anni novanta è arrivata a più di un milione. “Ripensando a quel periodo
ci siamo accorti che le riforme non hanno fatto altro che consolidare il
sistema. Oggi abbiamo il timore che succeda di nuovo”.
Quale consiglio ha dato al movimento Black lives matter?
“Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su
come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile
da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il
mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un
commissariato a Minneapolis o la rimozione della
statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta
definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non
porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della
statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a
lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per
trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.
Angela Yvonne Davis è nata a Birmingham, in Alabama, nel
1944. All’epoca uno dei politici più potenti della città e dello stato era il
suprematista bianco Bull Connor. Conosceva alcune delle quattro ragazze che
morirono nell’attentato realizzato dal Ku Klux Klan nel 1963 contro una chiesa
battista, un crimine per cui le prime incriminazioni arrivarono solo nel 1977.
“Sapevamo che il ruolo della polizia era quello di proteggere i bianchi”,
ricorda Davis.
A 15 anni si trasferì a New York per frequentare le scuole
superiori, per poi spostarsi in Germania Ovest e studiare filosofia e marxismo
seguendo Herbert Marcuse e la scuola di Francoforte. Tornata negli Stati Uniti alla fine degli
anni sessanta, entrò nel partito delle Pantere nere e nel Partito comunista. A
causa dei suoi legami con il comunismo, il governatore della California
dell’epoca, Ronald Reagan, la fece licenziare dall’incarico di assistente di
filosofia all’università della California (Ucla).
Poi, nel 1970, la vita di Davis cambiò radicalmente. Un
fucile che aveva comprato legalmente fu usato in un tentativo di fuga da un
tribunale. La vicenda si concluse con la morte di un giudice che era stato
rapito, oltre che di Jonathan Jackson (lo studente che aveva tentato la fuga) e
altri due imputati. Davis fu accusata di “rapimento aggravato e omicidio di
primo grado” perché aveva comprato il fucile, e dopo una breve latitanza fu
arrestata a New York. Aretha Franklin contribuì a pubblicizzare il suo caso
offrendosi di pagare la cauzione, mentre i Rolling Stones e John Lennon
scrissero canzoni su di lei. La causa di Davis diventò famosa in tutto il
mondo, fino a quando fu assolta dopo 18 mesi di carcere. Quell’episodio la
trasformò nel simbolo internazionale dell’attivismo politico di ogni genere.
“Sono felice di essere ancora viva. Sono testimone di tutto ciò che sta
accadendo, anche per conto di quelli che non ce l’hanno fatta”.
Davis sa che ha rischiato di essere tra quelli che non ce
l’hanno fatta. All’epoca dell’intervista con il giornalista svedese, nel 1972,
era ancora in carcere con l’accusa di omicidio e rischiava la pena di morte.
Molti esponenti delle Pantere nere sono morti in modo violento: Fred Hampton fu
ucciso durante una retata della polizia a Chicago, mentre Bobby Hutton fu
assassinato a Oakland anche se si era arreso agli agenti (Marlon Brando pronunciò il suo elogio
funebre). Altri sono ancora in carcere (Mumia Abu-Jamal) o in esilio (Assata
Shakur). “So che avrei potuto fare la stessa fine”, ammette Davis. “Potrei
essere in prigione, avrei potuto essere condannata all’ergastolo. A salvarmi la
vita è stato l’impegno di molte persone in tutto il mondo. In un certo senso il
mio lavoro si è sempre basato sulla consapevolezza che sono qui solo perché
molte persone hanno fatto lo stesso lavoro per difendermi. Continuerò a fare
quello che faccio, fino al giorno in cui morirò”.
Come avviene il cambiamento
Dopo essere uscita dal carcere, Davis ha fatto di tutto per evitare che il
contributo delle donne alla causa per i diritti civili fosse ignorato. Oggi
vede lo stesso impegno da parte degli attivisti che combattono per fare in modo
che le donne vittime della violenza della polizia – come Breonna Taylor, uccisa
a Louisville, in Kentucky, da agenti che avevano fatto irruzione nel suo
appartamento – abbiano la stessa visibilità dei maschi. “La maschilizzazione
della storia va avanti da decenni, da secoli”, sottolinea Davis. “I racconti
dei linciaggi, per esempio, tralasciano spesso il fatto che molte vittime erano
donne nere, così come donne e nere erano molte persone che si sono battute
contro i linciaggi, come Ida B Wells”.
“È importante cogliere la tendenza alla maschilizzazione
della lotta e chiedersi perché non riusciamo a riconoscere che le donne sono
sempre state al centro della causa, sia come vittime sia come attiviste”.
In questo momento ad affermarsi non sono solo le idee di
Davis sulla riforma della polizia e la giustizia sociale, ma anche le sue
riflessioni su come realizzare il cambiamento. Per decenni Davis ha promosso un
pensiero femminista che si oppone alla leadership e alle forme di resistenza
iper-maschiliste. Secondo Davis, i movimenti Occupy e Black lives matter hanno
portato una grande novità con il loro rifiuto di darsi una leadership
riconoscibile.
“In questo paese molti si chiedono dove siano i nuovi
Martin Luther King, Malcolm X e Marcus Garvey. Naturalmente quando pensano ai
leader immaginano uomini neri e carismatici. Ma i movimenti radicali più
recenti creati dai giovani hanno avuto un’impronta femminista e hanno
privilegiato la leadership collettiva”.
Le chiedo se non
esiste un conflitto tra il suo approccio al cambiamento – comunitario e senza
leader – e il suo status personale. “Non posso prendermi troppo sul serio”,
risponde. “Lo ripeto continuamente. Da sola non avrei potuto ottenere niente di
tutto questo. Il merito è del movimento e del suo impatto”.
Già in passato Davis ha cercato di portare il movimento
antirazzista al centro del dibattito pubblico. Nel 1980 si candidò alla
vicepresidenza degli Stati Uniti con il Partito comunista statunitense. In un
intervento del 2006 ha attaccato l’amministrazione di George W. Bush. Oggi
non vuole nemmeno pronunciare il nome di Donald Trump e preferisce definirlo
come “l’attuale inquilino della Casa Bianca”. Le chiedo se la democrazia
statunitense, allo stato attuale, lasci spazio a idee radicali sul cambiamento
sociale. “Non credo che possa accadere”, risponde. “Almeno non con gli attuali
dirigenti dei due partiti politici principali”.
Cosa pensa Davis del fatto che alcuni democratici si siano
inginocchiati per esprimere solidarietà ai manifestanti? Di recente Nancy
Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi
di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato
regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era
mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il
candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo
hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non
è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo
distacco.
Durante le sue conferenze Davis racconta spesso di quando,
da bambina, chiedeva alla madre perché non potesse andare al parco giochi o
alle librerie di Birmingham. La madre, che era un’attivista, le spiegava come
funzionava la segregazione, ma non si fermava lì. “Ci ripeteva continuamente
che le cose sarebbero cambiate e che noi avremmo fatto parte del cambiamento.
Così ho imparato fin da piccola a vivere in un contesto di segregazione
razziale, ma anche, contemporaneamente, a immaginare un nuovo mondo, con la
certezza che la situazione non sarebbe rimasta la stessa per sempre. Mia madre
ce lo diceva sempre: ‘Non è così che dovrebbero andare le cose, non è così che
dovrebbe essere il mondo.’”
La rivista
americana TIME ha inserito tra le 100 persone più
influenti dell’anno Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, le tre donne
fondatrici del movimento Black Lives Matter, tornato al centro delle
mobilitazioni questa primavera dopo l’uccisione da parte della polizia di George Floyd a Minneapolis.
"Quelle tre parole sono diventate un grido di battaglia per migliaia di
persone in tutto il mondo che protestano contro la violenza e il razzismo sistemico
contro i neri", si legge sulla rivista. Oggi, Black Lives Matter "è
cresciuto, fino a diventare uno dei gruppi più influenti al mondo per quanto
riguarda la giustizia sociale".
C’è chi ne
parla come del movimento più grande della storia americana:
alle manifestazioni in seguito alla morte di Floyd hanno partecipato tra i 15 e
i 26 milioni di persone; tra maggio e agosto sono state organizzate negli USA
7.750 proteste in 50 stati, e in 60 paesi a livello internazionale. Secondo il
professore di sociologia dell'University of North Carolina Kenneth Andrews, «la
diffusione geografica delle proteste è una caratteristica importante e aiuta a
individuare la profondità e l'ampiezza del sostegno guadagnato dal movimento».
“La prima
volta che ho sentito parlare di Black Lives Matter è stato nell’anno in cui mio
figlio Trayvon è stato ucciso”, ha scritto Sybrina Fulton, madre di Trayvon
Martin, 17enne afroamericano ucciso il 26 febbraio 2012 da un
vigilante volontario di quartiere mentre rientrava a casa. In quel momento,
ricorda Fulton, non si trattava di un movimento a livello nazionale, ma di
qualcosa di cui la gente parlava all’interno di cerchie ristrette.
Intorno alle
sette di sera del 26 febbraio 2012, Martin stava camminando in una strada di
Sanford, in Florida. Indossava una felpa con il cappuccio sollevato sulla
testa, era disarmato, e nelle mani aveva una bibita e delle caramelle. È stato
notato da George Zimmerman, un vigilante volontario delle ronde di quartiere di
29 anni, che ha chiamato il 911 e l’ha segnalato alla polizia perché
“sospetto”. Successivamente, ha iniziato a seguirlo con la macchina e poi gli è
andato incontro a piedi, convinto che si trattasse di un ladro. Tra i due c’è
stato un alterco, al termine del quale Zimmerman ha sparato a Martin,
uccidendolo. Il 29enne ha ammesso l’omicidio sin dal primo interrogatorio, ma è
stato portato in carcere solo sei settimane dopo.
Nel 2013, al
termine di un processo seguitissimo da tutti i media americani, Zimmerman è stato dichiarato non colpevole per
l’omicidio del 17enne. Secondo la Corte l’uomo aveva agito per legittima
difesa. La decisione del tribunale scatenò proteste e indignazione. L’attivista
Alicia Garza, di Oakland, ha postato un messaggio su Facebook,
che si concludeva con queste parole: “Persone nere. Vi amo. Le nostre vite
contano”.
Patrisse
Cullors, amica di Garza, ha condiviso il post aggiungendo l’hashtag
#BlackLivesMatter, diventato in pochissimo tempo virale. Opal Tometi, attivista
per i diritti degli immigrati a New York con la Black Alliance for Just
Immigration, è la terza fondatrice, che ha costruito la piattaforma BlackLivesMatter.com.
«Ho aperto una pagina Facebook e un account Twitter», ha spiegato Tometi, che si è messa in
contatto con altri attivisti neri chiedendo loro di utilizzare
#BlackLivesMatter come ombrello. Il riconoscimento a livello nazionale è
arrivato nel 2014, dopo le proteste in seguito agli omicidi di due uomini
neri, Michael Brown a Ferguson e Eric Garner a New York.
I social
hanno avuto un ruolo importante nella crescita di BLM, soprattutto in un primo
momento. Secondo Tometi, si sono rivelati molto più di uno strumento efficiente
per diffondere il messaggio: sono stati un modo per approfondire la
comprensione da parte delle persone del razzismo
strutturale, mostrando connessioni
tra episodi apparentemente non correlati. «Non si trattava solo
di Mike Brown, Trayvon Martin, Renisha McBride... Non si trattava solo di
singoli nomi, che sono comunque estremamente importanti. Non potrei mai
e poi mai omettere le loro individualità e l’amore che le loro famiglie e
comunità hanno per loro», ha spiegato in una lunga intervista
al Guardian. «Quello che era
importante però è il fatto di vivere in una società in cui i nostri
cari possono essere sistematicamente portati via da noi. E non ci sarebbe
giustizia».
Tometi
descrive Black Lives Matter come un movimento senza leader. La
pratica è quella del community organizing, che parte dal
sostegno delle comunità locali. Il non avere un leader non significa che
BLM sia in balia di disordinate esplosioni di rabbia sociale: è
organizzato volutamente attraverso una struttura decentralizzata e
orizzontale, che raccoglie insieme esperienze e realtà molto diverse tra
loro. Non è una mancanza, ma un punto di forza: «Abbiamo visto cosa è
accaduto in passato, quando ci sono state una o due figure di spicco e sono
state assassinate. Ha destabilizzato le loro organizzazioni. Quindi quello che
stiamo provando a fare adesso è essere più forti di quanto lo siamo stati in
passato. I leader sono ovunque. Sì, uno può anche andare via, ma ne spunteranno
altri dieci». Già nel 2015 Garza aveva spiegato al Guardianche il movimento ha
«molti leader», solo che «non si trovano dove li cercheresti. Se cerchi
soltanto il predicatore maschio nero eterosessuale non lo troverai».
Una
caratteristica fondamentale del movimento è infatti l’inclusività. Sin
dall’inizio, precisa Tometi, «questo movimento riguarda tutti noi e riconosce
che le persone nere non sono un monolite»: «Io sono figlia di immigrati, Alicia
e Patrisse sono queer. Naturalmente le nostre identità hanno
un’influenza». Le fondatrici insistono sul fatto che Black Lives Matter
sia sempre stata una “frase ombrello”, intenzionalmente ampia per includere le
lotte non solo contro il sistema di giustizia e carcerario, ma anche il
razzismo nell’istruzione, nella sanità e in altri ambiti sociali. Dal
sito della piattaforma, la missione di BLM è "sdradicare il
suprematismo bianco e costruire potere a livello locale per intervenire sulla
violenza inflitta alle comunità nere dallo Stato e dai vigilantes civili".
“Sono solo
tre, ma sono ovunque. Fanno in modo che la gente pensi: che succederebbe se mio
figlio 17enne avesse un cappuccio sulla testa, fosse disarmato, avesse in mano
solo caramelle e una bibita e giacesse morto sull’asfalto? Se tua figlia stesse
dormendo nel suo letto e la polizia buttasse giù la porta e la uccidesse? Come
ti sentiresti? Questo è quello che ‘Black Lives Matters’ chiede”, ha scritto
Fulton, madre di Trayvon Martin, in un ritratto delle tre fondatrici di BLM
su TIME.
Dopo
l’omicidio di suo figlio, ci sono stati molti altri
casi: Eric Garner, Mike Brown, Tamir Rice, Jordan Davis, Dontre
Hamilton, Oscar Grant e, solo nei mesi più recenti, George Floyd, Ahmaud
Arbery, Breonna Taylor e altri. Ma, afferma Fulton, “quest’anno sembra
diverso. Da quando ha iniziato a circolare il video dell’uccisione di George Floyd, le
persone stanno effettivamente assistendo a ciò che gli afroamericani hanno
vissuto per la maggior parte delle loro vite. Una volta che lo vedi, non
puoi continuare a non vederlo. Una volta che senti quel dolore nel
petto, non puoi smettere di sentirlo. Sono contenta che ci siano più giovani
coinvolti, più nazionalità, più etnie. Le proteste adesso sono un arcobaleno di
persone di ogni estrazione sociale, in diversi paesi, che si uniscono e dicono:
‘Le vite dei neri contano’”.
Secondo la storica attivista
afroamericana per i diritti civili Angela Davis, «non abbiamo mai assistito a
manifestazioni prolungate di queste dimensioni e di questa varietà. Perciò
ritengo che questo stia dando alla gente una grande speranza. Prima molte persone
allo slogan Black Lives Matter rispondevano: 'Ma non dovremmo dire che tutte le
vite contano?' Adesso finalmente lo stanno capendo. Che finché le persone nere
continueranno a essere trattate in questo modo, finché la violenza del razzismo
rimarrà tale, nessuno sarà al sicuro».
Dire
"Black Lives Matter" non significa stabilire una gerarchia secondo
cui le vite dei neri contano più di quelle degli altri, o le altre vite non
contano affatto - come vorrebbe far intendere chi propone di sostituire lo slogan
con "All Lives Matter". Utilizzare una frase del genere - fatta
propria da chi esprime visioni perlopiù razziste - manca completamente il
punto: nega l'esistenza del razzismo sistemico, le esperienze vissute ogni
giorno dalle persone nere a causa del colore della propria pelle (e non da
quelle bianche) e le lotte che da anni le comunità nere portano avanti. Come si
legge su Vox, "gli attivisti di Black Lives
Matter ritengono che ad esempio la frequenza con cui le forze dell'ordine uccidono i
neri americani e le circostanze di quelle morti siano la prova
che la polizia non si preoccupa abbastanza delle vite dei neri da proteggerle
tanto quanto quelle bianche. Tutte le vite contano, ma le vite nere sono più
minacciate. Quindi pensano che sia necessario un promemoria esplicito".
Negli ultimi
sette anni Black Lives Matter si è evoluto in qualcosa di molto più grande di
quanto fosse all'inizio: è diventato "un movimento di liberazione ampio,
multietnico, focalizzato sulla riforma della giustizia, sulle politiche
razziste e altre cause correlate", scrive Sean Illing su Vox.
Ma durante questo passaggio, BLM non si è solo allargato, “è anche diventato
più radicale nella sua richiesta di uguaglianza. Eppure, sorprendentemente,
questo ha accresciuto il suo fascino, invece che diminuirlo”.
In un
articolo suThe Atlantic la giornalista
Syreeta McFadden si è interrogata sul futuro di Black Lives Matter dopo lo
straordinario impulso per un cambiamento culturale e politico dato dalle
manifestazioni di quest’estate. Nelle comunità sparse per il paese, sui muri ci
sono i ritratti di George Floyd e Breonna Taylor, cartelli ‘Black Lives Matter’
sono affissi su finestre o vetrine dei negozi e la stessa scritta campeggia per
le strade delle città, sono state tirate giù statue che ricordavano personaggi
razzisti e segregazionisti, grandi marchi hanno dichiarato di riconoscere
l’esistenza di un razzismo sistemico, il dipartimento di polizia di Minneapolis
è stato smantellato.
La
giornalista osserva che già a giugno – all’apice delle proteste – si è
avvertita la mancanza nel paese di una volontà condivisa di riforma della
polizia. Il ferimento di Jacob Blake a Kenosha, e le
proteste che sono seguite, hanno riportato la questione all’attenzione
pubblica, e potranno esercitare nuova pressione sui legislatori per agire. Ma
nel frattempo, il movimento è certamente entrato in una seconda fase. Quest'ultima
si concretizza in una piattaforma che tiene insieme istanze che riguardano la
violenza della polizia, la giustizia riproduttiva, il cambiamento climatico,
l'immigrazione, i diritti delle persone disabili e di quelle transgender. Oltre
alla "fine della guerra ai neri", il
movimento chiede l'approvazione del "Breathe Act", una legislazione che
vorrebbe chiudere i centri di detenzione per migranti, togliere i fondi ai
dipartimenti di polizia e ripristinare programmi sociali per gli ex detenuti.
Altre richieste riguardano forme di riparazione nei confronti delle comunità
indigene e dei contadini neri deprivati delle loro
terre e difesa e protezione delle persone trans.
Ma l'azione,
scrive McFadden, è solo una parte delle componenti che costituiscono la
longevità dei movimenti, che spesso affrontano battute d'arresto o pause lunghe
decenni: "Quando Black Lives Matter ha catturato per la prima volta
l'attenzione nazionale e si è diffuso nelle città americane alla fine dell'estate
del 2014, c'erano stati tre grossi casi di persone nere uccise: John Crawford
III in Ohio, Eric Garner a New York, e Michael Brown in Missouri. È stato
l'omicidio del 18enne Brown da parte di un agente di polizia a Ferguson che ha
segnato un punto di svolta nel movimento: il paese ha visto diverse settimane
di rivolte e proteste, che chiedevano di riformare la
polizia e un'assunzione di responsabilità per quelle morti. Quell'energia si è
propagata a Chicago, New York, Baton Rouge, Dallas, Minneapolis, Milwaukee,
Oakland, St. Louis e altre città fino al 2016".
Le proteste
in strada si sono placate con l'avvento della presidenza Trump. Ma, sottolinea
la giornalista, questo non significa che gli attivisti non stessero continuando
a lavorare dietro le quinte: il "Movement for Black Lives" per
esempio nel 2016 ha creato una piattaforma con l'obiettivo di
influenzare maggiormente la politica elettorale, facendo campagna per
investimenti nell'istruzione e nella sanità, giustizia economica; gli attivisti
di Ferguson hanno lanciato "Campaign Zero", un progetto basato sui
dati che pone l'attenzione sui contratti dei sindacati di polizia e su come
questi rendano difficile indagare sugli agenti o licenziarli in caso di accuse
ripetute di cattiva condotta.
"Gli
attivisti di questi gruppi, insieme a quelli del network globale di Black Lives
Matter, hanno mantenuto per anni obiettivi chiari", afferma McFadden,
secondo cui questo alla lunga ha pagato. Nel 2016, solo il 43% degli americani supportava il
movimento Black Lives Matter. "Quattro anni dopo, l’ago si è spostato
significativamente. La maggioranza degli americani – e più
della metà dei bianchi – sostiene le proteste così come una più
ampia riforma della polizia". Per la giornalista, idee che una volta erano
considerate troppo radicali sono entrate in modo significativo nel discorso
mainstream. BLM è un “network decentralizzato e interdipendente di
organizzazioni e individui che canalizzano le loro energie verso la costruzione
di una società dove le persone nere possono prosperare". L'impronta
inclusiva e intersezionale - "Tutte (cis/trans/queer/disabili) le vite
nere contano" -, può essere la cifra che può permettergli di durare ancora
nel tempo.
Il fertile
dibattito sviluppatosi intorno a #BlackLivesMatter, a partire dall’assassinio
di George Floyd da parte di un poliziotto suprematista bianco con precedenti
specifici per razzismo, e poi slittato su questioni collaterali, quali (in
Italia) le vestigia del fascismo o una presunta egemonia del cosiddetto “politicamente
corretto”, tocca a mio avviso aspetti cardine del rapporto tra gli storici e le
fonti altre rispetto al documento tradizionale. Sento il bisogno di fare delle
considerazioni iniziali e infine soffermarmi su quello che per me è un caso di
scuola: l’American Museum of Natural History di New York, interessante ben
oltre la statua di Theodore Roosevelt che è stato deciso di rimuovere. Anticipo
un punto: non è il vecchio Teddy in discussione, è la statua a essere
impresentabile.
Anche
all’interno della SISSCO, la società scientifica degli storici
contemporaneisti, si discute, in particolare partendo da due interventi
dell’ex-presidente Raffaele Romanelli, trascesi sulla stampa nazionale.
Preferisco però riflettere sul nostro rapporto con le fonti per studiare il
passato più che sul documento dell’Harper’s Magazine, noto anche come #cancelculture, che con le più grandi firme egemonizza
da giorni il dibattito del mainstream, in meritoria difesa del free speech,
come faceva prima di George Floyd e continuerà a fare domani, in genere senza
contradittorio. Tale dibattito rischia di occultare il fatto che ci troviamo di
fronte a una inestimabile opportunità di riflettere sull’intenzionalità di
agenti di memoria e di storia quali l’architettura, i monumenti, la
toponomastica, la museografia, per tacere dell’universo audiovisuale, ben
rappresentato dal caso “Via col vento”, sul quale l’americanista Arnaldo Testi
ha ricordato cose a mio parere sostanziali. Non è da oggi, non è una moda, non
è dalla nostra sensibilità del XXI secolo che le “rappresentazioni
discriminatorie” siano considerate inaccettabili. In questo senso le richieste
di #BLM sono tutt’altro che presentiste, ma frutto di una riflessione e di una
militanza di lungo periodo, spesso sottovalutate, che metterebbero insieme
Frederick Douglass con Martin Luther King e i ragazzi di oggi, compresi i
neo-italiani privati di cittadinanza, sulla base di impostazioni e perfino di
piattaforme comuni. Infine, in qualunque contesto umano, ma in particolare in
quello discriminatorio è fondamentale ricordare che chi non è vittima di
discriminazione, anche se aperto e sensibile e probabilmente ha letto più
libri, visto più mondo e conosce la grammatica meglio di chi è discriminato, ha
comunque difficoltà a capire cosa duole, cosa faccia davvero male al
discriminato stesso.
La
professione di storico si sta modificando. Si è sempre modificata – come tutto
– ma negli ultimi decenni è andato mutando l’oggetto di attenzione degli
storici e lo stesso statuto epistemologico della disciplina. Eravamo la
“Scienza della Nazione”, ora siamo una scienza del passato che dialoga col
presente e con altri saperi. I nostri colleghi del passato avevano
probabilmente un atteggiamento più pacificato del nostro. La Storia, ancora
fino all’altro ieri, era innanzitutto incarnata dai “grandi uomini della
Nazione”. Tra archivio e monumento c’era una relazione diretta: se in una
piazza c’era un monumento equestre, allora doveva esserci un archivio che
parlava di quel cavaliere. Da tempo non è più così. Molti di noi si occupano
d’altro, di masse, genere, consumi, differenze, incontri più che di scontri,
diritti conquistati e diritti conculcati, temi transnazionali; soprattutto
molti di noi si occupano di soggettività non egemoni, che non lasciano tracce
né negli archivi né nella toponomastica. È proprio lo studio di tali
soggettività a riconsiderare criticamente la consacrazione che avviene
attraverso la monumentalità celebrativa, ovvero i
grandi uomini e/o il “popolo di eroi” identificato con le forze armate. Non è
un caso che, a tale monumentalità, se ne sia affiancata una commemorativa. Penso ovviamente ai muri della memoria (o alle pietre d’inciampo), con
la restituzione almeno del nome alle vittime; della Shoah, dei linciaggi negli
USA, del Piano Condor in America latina, della pulizia etnica a Srebrenica. A
volte dobbiamo prendere atto che i grandi uomini da celebrare siano gli stessi
che hanno lasciato anche lunghe liste di vittime da commemorare.
Tale
riformulazione, sulla quale nelle università credo si possa riflettere
tranquillamente, ha il grave difetto di non essere affatto condivisa (e forse
neanche compresa) da una società della comunicazione e un’opinione pubblica che
sembrano andare da tutt’altra parte, afferrandosi ai “grandi uomini” come unico
strumento di sintesi che paiono in grado di decodificare. Per stare all’Italia
unita, sembra non esserci altro che Benito Mussolini e poco più. La dinamica è
binaria, e non sai più se a discutere con te sia un essere umano o un troll
programmato dalla Bestia: “if Montanelli then Pasolini”, “if Marzabotto then
foibe”. Più la società chiede di tagliare con l’accetta, per santificare o
dannare senza mediazioni, è anche il caso di #BLM, più il ruolo degli storici
diviene interstiziale tra complessità e semplificazione. Siamo obbligati a
dialogare con entrambe, non foss’altro perché altrimenti la pubblicistica ci
renderebbe ancora più marginali.
Trovandoci
di fronte ad agenti di memoria diversi, elaborare una teoria generale è ben
difficile: gli edifici si usano e raccontano a volte più e più storie
sovrapposte, i monumenti celebrano e disegnano egemonie politiche e culturali,
i musei ieri conservavano e oggi insegnano.
Un edificio racconta proprio perché ha un valore
d’uso, che può cessare, modificarsi o divenire inadeguato. Un monumento, come la toponomastica, serve a celebrare, onorare, glorificare. Non sono
d’accordo che serva a “riflettere sul passato”, altrimenti molti di noi
avrebbero un bel busto di Mussolini in soggiorno. L’ambito pubblico che produce
monumenti esprime un “esprit du temps” che dobbiamo identificare, studiare e
preservare, ma anche l’iconoclastia è legittima
espressione di un altro spirito del tempo, a volte controegemonico, a volte
espressione di una nuova egemonia.
Vi fu uno
spirito del tempo che elevò statue a Saddam Hussein o a Francisco Franco e un
altro che le rimosse. Se una cosa non ho visto rimarcare nel dibattito è il
grande potere riparatorio dell’abbattimento dei simboli dei carnefici. Per le
vittime è enorme, taumaturgico, e può elaborare lutti e sanare ferite aperte da
decenni, se non intergenerazionali. Possiamo allora tenerci o rimuovere
Cristoforo Colombo, a patto di sapere che i motivi per i quali si celebra il
Columbus day sulla Quinta strada non abbiano alcuna attinenza né con quelli per
i quali lo celebrò Karol Wojtyla nel 1992 a Santo Domingo, né con quella
italianista dello spirito magno. E possiamo tenerlo e abbatterlo a patto di
sapere che vi siano infiniti argomenti e riflessioni anche nelle controcelebrazioni
e nelle richieste di rimozione perché queste possano essere liquidate come
violente o illiberali (Cfr. L. Ruberto, J. Sciorra, ‘Columbus might be dwarfed to obscurity’: Italian Americans’
Engagement with Columbus Monuments in a Time of Decolonization, Palgrave
2019).
Vado dunque
al mio punto: l’American Museum of Natural History di
New York. Per capirci è quello del dinosauro in biglietteria, affacciato su
Central Park West. Come detto, nel nostro presente, il museo ha modificato la sua funzione, per organizzare vestigia del passato per trasmetterne la conoscenza.
Per tanti nostri laureati è uno sbocco professionale possibile, anche nel
contesto della Public History. Concepito nei decenni a cavallo del 1900,
fondato nel ’69 e terminato nel ’36, ospita in centinaia di sale dalla storia
della paleontologia a quella delle esplorazioni spaziali. È visitato da cinque
milioni di persone l’anno e, per i bambini o adolescenti di mezzi Stati Uniti,
è un luogo emozionante, votato a svelare e toccare con mano i segreti del
mondo. Fin dall’uscio vi è il celebre monumento equestre a Theodore Roosevelt del quale le proteste di
#BlackLivesMatter hanno ottenuto la rimozione dopo decenni di polemiche:
Teodoro a cavallo, con l’elemento nativo e quello afrodiscendente in posizione
indiscutibilmente subalterna. Il monumento è purtroppo solo il preludio.
L’intero museo è, nel suo insieme, un inno alla supremazia dell’uomo bianco,
unico protagonista della Storia ed eroico dominatore della Natura.
Non lo dice
chi scrive: il bello (o il brutto) è che siano tutti coscienti da decenni
dell’insostenibilità di tale impalcatura discriminatoria, se è vero che basta
aggirarsi per le sale per scoprire che i curatori siano già intervenuti in
decine di punti a spiegare, contestualizzare, giustificare, perfino scusarsi
nel rattoppare quella visione di mondo, e coprire le vergogne come il
Braghettone fece con i nudi della Cappella Sistina. Un solo esempio: a fianco
di un enorme affresco che, in modo per nulla todoroviano, rappresenta l’incontro
tra europei e nativi, c’è un cartellino. Vi si legge in piccolo (vado a
memoria): “Non è vero che gli indiani Lenape (quelli che popolavano Manhattan)
fossero nudi quando sbarcarono gli olandesi; si sarebbero ibernati. Neanche gli
olandesi erano vestiti così eleganti, anzi. Quando fu fatto l’affresco si
rappresentavano gli uni e gli altri così per far capire chi comandava e la
legittimità della costruzione razzista della società”.
Immagino
che, se tutto va bene, la precisazione sia letta e compresa da una frazione di
quanti si soffermano sull’affresco (peraltro di scarso valore artistico). Per
tutti gli altri continua a essere vigente la narrazione nazionale
discriminatoria. Questo schema si ripete in decine di punti del Museo, anche in
relazione ad Asia, Africa e Americhe. Chi ha contezza delle polemiche intorno
al Museo del Quai Branly a Parigi, ch’è di tutt’altro impianto ed epoca, già
che fu inaugurato nel 2006, può moltiplicarle per cento. È evidente che
l’intero impianto del Museo sia oggi più che pericolante, e quella funzione
eminentemente didattica di quelle sale dove tutti i giorni dell’anno
scorrazzano decine di migliaia di ragazzi non possa prescindere da una radicale
revisione della “costruzione di senso” pensata dai fondatori, e che guardi a un
presente dove la costruzione di una visione discriminatoria non abbia alcuno
spazio.
È un po’
come per i Washington Redskins, la celeberrima squadra di football. Se non ti
duole nella carne viva ti domanderai perché mai avranno deciso di cambiare un
nome così simpatico e apparentemente neutro. Peccato che quel nome
identificasse i nativi come “nostro nemico” in diecimila film. E che la nostra
scienza, in particolare l’antropologia evoluzionista, li ha identificati a
lungo come selvaggi per antonomasia, ovvero il gradino più basso della natura
umana, e che già dal 1850 in alcuni dizionari l’espressione pellerossa venisse
considerata offensiva. Allora, cosa c’è che non va – se non ti duole
personalmente – nel dare del pellerossa a un pellerossa o del terrone a un
terrone?
In quanto
storici possiamo essere molto interessati a una ricostruzione filologica degli
imbarazzi vissuti dai curatori del museo nei decenni, ma non c’è alcun motivo
logico del perché un bambino discendente dei nativi Delaware debba vedersi
tirato il sasso di una costruzione sociale nella quale lui è rappresentato come
inferiore, perché così la pensavano i padri pellegrini, e in piccolo si
nasconda la mano con una toppa che ammette che quella narrazione sociale sia
discriminatoria. E lo stesso vale per un ragazzo afrodiscendente di Harlem
erede di Frederick Douglass. O per un bianco Knickerbocker dell’Upper East
Side, che magari è proprietario di un intero isolato di Manhattan da duecento
anni, ma deve pur capire che non è padrone del mondo intero. O per un
ashkenazita di Brooklyn, venuto tre o quattro generazioni fa dalla Bielorussia
o per un turista cinese o brasiliano. Possiamo, e concludo, discutere
sull’opportunità o meno che mezza capitale d’Europa sia intitolata a un
genocida come Leopoldo, che sicuramente “avrà fatto anche cose buone”, o sulla
Disneyland del fascismo di Predappio (meno sul mausoleo a Graziani che può solo
essere abbattuto essendo un’offesa e un crimine revanscista in sé). Ma non possiamo accettare che la costruzione discriminatoria si
poggi sull’intangibilità della supremazia del maschio bianco perché tale
supremazia sarebbe vestigia del passato in sé e come tale da preservare. È la
statua di Teodoro a nascere discriminatoria, come l’intero Museo,
indipendentemente dalla complessità del personaggio o di Woodrow Wilson e non
possiamo permettere che la discriminazione continui a essere agente educativo
per il presente. Dobbiamo accettare che vi siano vestigia che non sono né
neutre né in buona fede e, soprattutto, non siano più adeguate né ai tempi né
all’educazione delle nuove generazioni. E non ci dovrebbe essere bisogno che ci
versino sopra della vernice rosa per considerarle disfunzionali.