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lunedì 2 marzo 2026

89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola

 

Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti.

A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.

La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese. 

Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.

Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno. 

La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.

Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.

Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi. 

Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.  

Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.

Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò.

Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI.

Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.

Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito. 

La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.

A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000. 

Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi.

Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.

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mercoledì 21 maggio 2025

La signora Meraviglia - Saba Anglana

Saba Anglana è una cantante ormai affermata, anche attrice, ma non si ferma lì.

ha scritto un libro che racconta, fra le altre storie, le fatiche di Sisifo (troppo spesso) di chi vuole ottenere la cittadinanza italiana, con mille ostacoli frapposti da una delinquenziale e razzista burocrazia.

Saba racconta la storia della sua famiglia, la vita a Mogadiscio, le peripezie della nonna Abebech, l'incontro della mamma etiope con un italiano, che porta tutta la famiglia in Italia, tutto il libro è scritto con realismo, amarezza e a volte un sorriso.

conosciamo la famiglia di Saba, mamma, zie e zio, ce li presenta con amore e dolore.

è un libro da non perdere, se ci si vuol bene, e magari provare a immedesimarsi negli altri senza pregiudizi, con empatia.


 

 

 

 

Un uomo insegue una giovane, poco più di una bambina, che corre disperata per salvarsi la vita. Lui è somalo, lei etiope, si chiama Abebech, e verrà abbandonata in Somalia con una figlia e un vuoto incolmabile dentro di sé. Nel 1938 l’Africa Orientale Italiana è un regno coloniale, un nuovo impero nato da pochi anni. Molti decenni dopo, nel 2015 a Roma, Dighei è una signora etiope dal carattere ribelle. Ha bisogno di prendere la cittadinanza, il governo ha imposto nuove regole per gli stranieri, anche per chi è in Italia da quarant’anni insieme al resto della famiglia. La nipote Saba aiuta la zia a muoversi nella burocrazia di una città faticosa e contraddittoria: dipendenti comunali confusi, documenti impossibili da reperire, barriere di ogni tipo, situazioni talmente assurde da diventare comiche. Questo percorso frustrante alla ricerca della agognata signora Meraviglia – come in casa chiamano la cittadinanza italiana – si rivela decisivo per comprendere la natura di un turbamento che da nonna Abebech fino a Saba stessa ha infestato tutte loro. Un sentimento oscuro, un senso martellante e oppressivo di vuoto, forse un bisogno insoddisfatto di capire chi si è davvero, la paura raggelante di non essere niente e nulla.
Dal passato emerge la storia di una famiglia sin dall’inizio sradicata: Abebech giunge a Mogadiscio seguendo il caso e la necessità, e in ascolto dei presagi di un indovino. Qui conosce il suo futuro marito e finalmente, con i loro otto figli, sembra possibile una parvenza di felicità, di serenità familiare. Almeno fino a quando Abebech non inizia a scivolare in un abisso dove le parole e il senso della vita svaniscono. Forse è posseduta da uno spirito pericoloso e inquietante, che solo una donna può aiutarla ad affrontare. Questa donna ha un nome che tornerà molti anni dopo: Wezero Dinkinesh, letteralmente signora Meraviglia.
Saba Anglana ha scritto un romanzo di verità violentissima e un memoir pieno di dolcezza, di ironia, a tratti picaresco. Nelle sue pagine che si muovono tra il presente e la Storia tutto è nuovo, diverso, inaspettato: gli spettri esistono davvero, la frustrazione quotidiana si scioglie in risata, il dolore viene condiviso senza vergogna, la violenza del passato si può disinnescare, tramutandola in una energia inattesa.

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Romanzo e memoir famigliare, cronologia di oggi e del passato si aggrovigliano in modo vorticoso, un momento sei nei vicoli di Mogadiscio e la pagina dopo su un tram romano a Piramide. S'intrecciano riflessioni sull'identità, sul razzismo, sull'Italia fascista e coloniale e sull'Italia odierna. Soprattutto sui malesseri e disagi di chi è stato costretto a lasciare un terra considerata 'casa' per affrontare le incognite di un nuovo paese, lingua e cultura.

Ma qui le cose si complicano per questa saga famigliare: tutto comincia con una ragazzina etiope, Abebech, inseguita da un ascaro somalo durante la seconda guerra mondiale e la lotta tra italiani e inglesi. Preda di guerra non può fare altro che opporre un ostinato silenzio, “ una resistenza esibita senza clamori” all'uomo che la rende madre di una bambina, Maryam, e di un maschietto che morirà neonato. Condotta in Somalia, alla mercé di una famiglia che non l'accetta, abbandonata poi dall'uomo, ad un certo punto la ritroviamo a Mogadiscio, dove, in seguito, l'etiope Worku Haftermariam, più vecchio di lei, se ne innamora : lui, bello ed elegante, con il fascino dell'uomo che ha fatto la resistenza agli italiani in Etiopia e ha subìto un duro campo di concentramento a Mogadiscio, per tutta la vita non si adeguerà mai alla lingua somala e parlerà con la moglie esclusivamente nell'amarico della terra d'origine. In 19 anni metteranno al mondo 8 figli e cercheranno sempre di affrontare insieme tutto ciò che il destino porrà loro davanti…

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…La penna dell’autrice è agile, vibrante d’affetto nei ritratti dei personaggi, donne ferme, antiche, a volte malinconiche, regali nei loro dirac colorati (altra nota di merito va al glossario familiare).

È un romanzo intimo, denso, che mescola il profumo delle spezie del berberè a quello dei gerani sui balconi di Ostia, confonde i pini marittimi di Roma e gli arbusti di caffè in Etiopia, sovrappone i vicoli stretti di Mogadiscio ai corridoi gremiti degli Istituti di patronato.
L’invito finale è a raccontarsi per poter guarire, a scoprirsi tra le radici che affiorano, ad andare avanti sospinti dal vento.

da qui

 

 

 



lunedì 14 aprile 2025

Ambasciatore israeliano in Etiopia allontanato da un incontro dell’Unione africana dedicato al genocidio ruandese - Giuseppe Gagliano

Ma guarda un po’. L’ambasciatore israeliano allontanato a pedate da un convegno dell’Unione Africana sul genocidio del Ruanda. Motivo? La sua sola presenza offendeva la memoria delle vittime. Roba che nemmeno i peggiori bar di Caracas. Non perché l’uomo avesse detto qualcosa di inopportuno, non perché avesse sventolato la bandiera del Likud durante il minuto di silenzio. No. Era lì, con la sua faccia e la sua cravatta, ed era abbastanza. Fuori.

Ora, proviamo un piccolo esercizio di memoria, quella vera. Israele, nel 2021, ottiene lo status di osservatore all’Unione Africana dopo pressioni degne di un’asta del Fantacalcio. Ma dura poco. Troppi Paesi africani non ci stanno. Dicono: non possiamo celebrare la lotta contro l’apartheid e poi fare entrare chi di apartheid è accusato. Non si può parlare di autodeterminazione con chi bombarda i civili a Gaza come se fosse il tiro al piattello olimpico. Già, Gaza. La parola che nessuno vuole pronunciare nei salotti buoni, ma che ad Addis Abeba risuona forte come una condanna.

L’ambasciatore israeliano si chiama Avraham Neguise, discendente di ebrei etiopi, e ironia della storia è stato scaricato proprio nella terra d’origine. Una metafora? Una sceneggiatura scritta da qualche regista con il dente avvelenato? Chissà. Ma se perfino l’Ua, quella stessa Ua che a volte si accorge dei problemi con dieci anni di ritardo, decide che Israele non è gradito, un motivo ci sarà. E no, non è l’antisemitismo: quello è il rifugio degli ipocriti. Qui c’entra il genocidio. O meglio: due genocidi.

Quello del 1994, con 800.000 morti in Ruanda, e quello che molti – anche in Africa – accusano oggi di essere in corso a Gaza. Due eventi che non si possono mettere sullo stesso piano? Vero. Ma si possono mettere nella stessa stanza, se la memoria ha senso. E la memoria, in teoria, serve proprio a questo: a impedire che certi orrori si ripetano. Non a decidere chi può parlarne e chi no, in base al passaporto.

E invece eccoci qui, con le delegazioni africane che insorgono, i lavori sospesi, e i tweet indignati di Hamas che plaudono alla “decisione coraggiosa”. E qualcuno dirà: ma allora siamo d’accordo con Hamas? No, siamo d’accordo con la coerenza. Che è merce rara. Mentre qui, da noi, la coerenza sta come un pasticcino in un’assemblea Weight Watchers.

L’episodio ha del tragico ma anche del farsesco. Perché mostra due cose: primo, che l’isolamento internazionale di Israele cresce, nonostante la propaganda da salotto; secondo, che la diplomazia africana, quella tanto snobbata in Europa, non si piega al politicamente corretto quando in gioco c’è la dignità. E magari, dico magari, se l’Europa avesse la metà della spina dorsale dell’Ua su questi temi, oggi non ci troveremmo a giustificare l’ingiustificabile con la solita retorica dei “diritti di Israele”.

Ma tranquilli, domani un giornalone titolerà: “Antisemitismo in Africa”. E tutto tornerà a posto. Tranne la memoria. Quella resta selettiva, come sempre.

da qui

venerdì 11 aprile 2025

Le atrocità di Mussolini – i crimini di guerra rimossi dell'Italia fascista - Michael Palumbo

(traduzione di Paola Tornaghi, Edizioni Alegre, 2024, 20€, prefazione di Eric Gobetti, postfazione di Ivan Serra)

 

Questo libro non è stato scritto recentemente, pubblicato da Rizzoli nel 1992 col titolo L’olocausto rimosso, non arrivò nelle librerie, fu mandato al macero prima della diffusione (anche se qualche copia si è salvata).

Dell’ottobre 2024 il libro è riapparso grazie alle Edizioni Alegre di Roma, con un titolo diverso, ma il contenuto non è cambiato, la storia è sempre quella.

I cittadini di Libia, Etiopia, Grecia, Albania, Slovenia, Croazia, furono le vittime del maledetto impero italiano, con più di un milione di morti causati dagli aguzzini italiani, senza dimenticare i crimini della repubblica di Salò.

Si tratta un libro intenso e denso di fatti, tratti da documenti che aspettavano solo di essere letti e diffusi, e si legge senza mai un momento di stanchezza o di noia, come un libro dell’orrore.

L’autore racconta anche, come in un giallo che si rispetti, il modo nel quale molti documenti sono stati riscattati dall’oblio, da un armadio della vergogna, nella sede dell’ONU di New York.

Il libro, che smonta la leggenda falsa di italiani brava gente, leggenda alla quale ha contribuito un film come Mediterraneo, di Gabriele Salvatores.

Purtroppo ai fatti isolati di soldati italiani che si ribellano contro il fascismo, episodi spesso richiamati, sottolineati e lodati, si contrappone il silenzio e la censura dei crimini e criminali dell’esercito italiano.

L’auspicio è che questo libro (come pure quelli di Angelo Del Boca) diventi un libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grrado, ma può essere possibile se in Italia la seconda carica dello Stato ostenta orgogliosamente il busto di Mussolini, e gli eredi del fascismo sono al governo?

 

Gli israeliani si sono certamente ispirati ai crimini dell’Italia fascista, ci sono tante somiglianze, ci sono i criminali di guerra, come Graziani (e non solo) e Netanyahu (e non solo), ci sono i genocidi nelle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale, ma anche in Grecia (i soldati tedeschi, in confronto ai maledetti italiani, erano dei gentiluomini), ci sono i campi di sterminio nei paesi occupati dall’Italia e Gaza (secondo il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres), e tra le enormi infamie sono da considerare il divieto di fornire cibo a chi muore, letteralmente, di fame, in Grecia gli italiani osteggiavano la Croce Rossa, a Gaza è l’ONU a essere perseguitato, in tutti i modi possibili.

 

 

QUI si può leggere un’interessante intervista con Michael Palumbo

QUI un’intervista apparsa in bottega

 

QUI si può vedere Fascist legacy (L’eredità fascista), prodotto dalla BBC, con regia di Ken Kirby

 

“Il documentario Fascist Legacy (l’eredità fascista) dello storico italoamericano Michael Palumbo e dell’inglese Ken Kirby ha posto fine per sempre alla leggenda degli “italiani brava gente”. Ma che si trattasse, appunto di un mito senza alcun fondamento lo sapevano bene non solo gli storici, ma le vittime (libiche, etiopiche, greche, jugoslave) e, com’è ovvio, gli stessi carnefici”.

Così scriveva L’Unità il 10 giugno 1990,  mezzo secolo dopo l’annuncio della dichiarazione di guerra nel secondo conflitto mondiale e pochi mesi dopo la messa in onda del documentario da parte della Bbc in due puntate, il 1 e 8 novembre 1989, suscitando le proteste diplomatiche italiane, presentate dall’ambasciatore a Londra Boris Biancheri ed un ampio dibattito in Italia. (Si vedano ad esempio due articoli di Repubblica del 10 novembre 1989, “Italia, ecco i tuoi crimini di guerra” e “E’ vero, e Londra sapeva. Gli storici italiani rispondono“).

Il 2 dicembre 1989 vi fu una proiezione al Festival dei Popoli di Firenze e la Rai il 1 gennaio 1990 ne acquisì i diritti esclusivi per l’Italia facendoli però scadere il 30 settembre 1994 senza che il filmato fosse mai programmato (vedi interrogazione parlamentare del 25 novembre 1997).  Nel corso del 2004 l’emittente La7 ne trasmise ampi stralci e in seguito History Channel una versione integrale (si può visionare qui).

Fin dalla prima apparizione del documentario, era prevista la realizzazione da parte di Michael Palumbo, sulle cui ricerche era basato, di un libro sui crimini di guerra italiani.

Un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 17 aprile 1992 (Quel libro non si stampi!) ci spiega perché fino ad oggi non ci fosse traccia del libro, arrivato ad una fase di produzione avanzato per la Rizzoli ma poi abortito per la minaccia di querela da parte di Giovanni Ravalli, ex ufficiale ai tempi dell’occupazione in Grecia, che respingeva le accuse sul suo conto rinvenute nelle prime bozze del libro fatte circolare. Nell’articolo la direttrice editoriale smentiva quanto riportato da una prima notizia secondo la quale “la Rizzoli aveva deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese”, affermando che ”non ne era stata stampata neppure una copia”.

Oggi – per la prima volta dopo 28 anni, per quanto ne sappiamo – siamo in grado di presentare pubblicamente una copia sopravvissuta di quel volume, evidentemente scampata al macero, dimostrando che la prima notizia nell’articolo “Quel libro non si stampi!” era quella veritiera.

Come si lamentava Palumbo: “E’ una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni”. Era il 1992 e si riferiva alla documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra rimasta sepolta fino al 1980.

Però la stessa sorte è purtroppo toccata al suo libro, censurato e dimenticato fino ad ora.

Forse, come riportato da Mimmo Franzinelli nel numero 3 del mensile Millenovecento del gennaio 2003, non fu il solo Ravalli ad interessarsi al futuro del libro:

“La minaccia di querela per autore ed editore, con le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare [corsivo nostro], indussero i dirigenti della Rizzoli a riconsiderare il libro in uscita e a toglierlo dalla programmazione editoriale. Il tenace e combattente Ravalli è scomparso nel 1998, all’età di 89 anni, ed è inumato in un cimitero della capitale, nel loculo di famiglia. Dove sia sepolto il libro inedito di Palumbo è invece un mistero: le bozze di stampa sono scomparse dagli stessi archivi Rizzoli”.

Per ora si può solo raccontare della sfortuna editoriale di Michael Palumbo in Italia e approfondire il caso del tenente Ravalli…

continua qui

 

 

QUI si può vedere Il leone del deserto, un film del 1980 diretto da Mustafa Akkad.

Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto ritenuto “lesivo all’onore dell’esercito italiano”, e non è mai stato mai trasmesso dalla RAI.

 

In bottega (QUI) avevamo ricordato Angelo Del Boca, il primo storico a pubblicare libri sul criminale colonialismo italiano.

lunedì 27 maggio 2024

La memoria rimossa del massacro di Debre Libanos e dell’età coloniale italiana - Ilaria Sesana

 

Tra il 20 e il 29 maggio 1937 le truppe italiane massacrarono più di duemila monaci e pellegrini al monastero etiope. Una strage che, come altri crimini di guerra commessi nelle colonie, trova spazio a fatica nel discorso pubblico, nonostante i passi fatti da storiografia e letteratura. Con quel passato il nostro Paese non ha mai fatto i conti, né sul piano giuridico né su quello materiale

“Questo avvocato militare mi ha comunicato proprio in questo momento che habet raggiunto la prova assoluta della correità dei monaci del convento di Debra Libanos con gli autori dello attentato. Passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore. Prego farmi assicurazione comunicandomi il numero di essi”.

È il 19 maggio 1937. Con queste poche parole Rodolfo Graziani, “viceré d’Etiopia”, dà il via al massacro dei monaci di Debre Libanos, uno dei monasteri più importanti del Paese, il cuore della chiesa etiopica. Solo tre mesi prima Graziani era sopravvissuto a un attentato da parte di due giovani eritrei, ex collaboratori dell’amministrazione coloniale italiana, che agirono isolatamente, seppur vicini alla resistenza anti-italiana. La reazione fu spietata: tra il 19 e il 21 febbraio le truppe italiane, appoggiate dai civili e dalle squadre fasciste, uccisero quasi 20mila abitanti di Addis Abeba.

Le violenze proseguirono per mesi e si allargarono in tutta la regione dello Scioa fino a raggiungere la città-monastero di Debre Libanos, a circa 150 chilometri dalla capitale etiope dove tra il 20 e il 29 maggio 1937 ebbe luogo il più grande eccidio di cristiani mai avvenuto nel continente africano.

“Vennero massacrate circa duemila persone tra monaci e pellegrini perché ritenuti in qualche modo conniventi con l’attentato a Graziani -spiega ad Altreconomia Paolo Borruso, docente di storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano e autore del saggio “Debre Libanos 1937” (Laterza, 2020)-. Si è trattato di un vero e proprio crimine di guerra, poiché l’eccidio è stato qualcosa che è andato al di là della logica militare, andando a colpire dei religiosi, peraltro cristiani e inermi”.

Al pari di molte altre vicende legate al passato coloniale italiano, a partire proprio dal massacro di Addis Abeba, anche la tragica vicenda di Debre Libanos è rimasta ai margini del discorso pubblico. Manca una memoria consapevole sulle responsabilità per gli eccidi e le violenze commesse dagli italiani nel corso della loro “avventura” coloniale per andare alla ricerca di un “posto al sole” in Libia, in Eritrea, Somalia ed Etiopia al pari delle altre nazioni europee, vengono ancora oggi occultate dalla coscienza pubblica.

“La storiografia, a partire dal lavoro di Angelo Del Boca, ha fatto enormi passi avanti. Non c’è un problema di ricerca storica sul tema, quello che manca, piuttosto, è la conoscenza di quello che è avvenuto in quella fase storica al di là dei circoli degli addetti ai lavori”, puntualizza Valeria Deplano, docente di storia contemporanea all’Università di Cagliari e autrice, assieme ad Alessandro Pes di “Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni” (Carocci, 2024).

Se da un lato è molto difficile oggi trovare chi nega pubblicamente l’uso dei gas in Etiopia, dall’altro è ancora molto diffusa l’idea che le violenze furono delle eccezioni riconducibili alle decisioni di pochi, dei vertici: il mito degli italiani “brava gente”, dunque, resiste ancora a ben sedici anni di distanza dalla pubblicazione dell’omonimo libro di Angelo Del Boca.

Che l’Italia non abbia ancora fatto compiutamente i conti con il proprio passato coloniale lo dimostrano, ad esempio, le accese polemiche attorno alle richieste avanzate da attivisti e comunità afro-discendenti per modificare e contestualizzare la toponomastica delle nostre città o per una ri-significazione dei di monumenti che celebrano il colonialismo italiano (ad esempio l’obelisco che celebra i cinquecento caduti italiani nella battaglia di Dogali a Roma, nei pressi della Stazione Termini). Temi che vengono promossi, tra gli altri, dalla rete Yekatit 12-19 febbraio il cui obiettivo è quello contribuire a un processo di rielaborazione critica e collettiva del ruolo del colonialismo nella storia e nel presente dell’Italia e che vorrebbe il riconoscimento di una giornata nazionale del ricordo delle oltre 700mila vittime del colonialismo italiano.

“C’è un rifiuto a riconoscere il fatto che i monumenti e le strade intitolate a generali e luoghi di battaglia sono incompatibili con i valori di cui la Repubblica dovrebbe farsi garante”, sottolinea Deplano ricordando come fu proprio nel secondo Dopoguerra che si costruì un racconto del colonialismo finalizzato a separare quello “cattivo” del regime fascista da quello “buono” dell’Italia liberale. Una narrazione funzionale all’obiettivo di ottenere dalle Nazioni Unite un ruolo nella gestione di alcune ex colonie alla fine della Seconda guerra mondiale: se l’Eritrea (la “colonia primigenia”) nel 1952 entra a far parte della Federazione etiopica per decisione dell’Onu, Roma ottenne invece l’Amministrazione fiduciaria della Somalia, esercitando un impatto significativo sulle sorti di quel Paese per decenni.

“Invece ci fu continuità -sottolinea Deplano-. Furono i governi liberali a occupare l’Eritrea nel 1882 e ad aprire le carceri dove vennero rinchiusi i dissidenti eritrei, a dichiarare guerra all’Impero ottomano per occupare la Libia nel 1911 dove l’Italia fu il primo Paese a utilizzare la deportazione della popolazione civile come arma di guerra. Il fascismo ha proseguito lungo questa linea con ancora maggiore enfasi, applicando in Africa la stessa violenza che aveva già messo in atto sul territorio nazionale”.

Con quel passato l’Italia non ha mai fatto i conti, né sul piano giuridico né su quello materiale. Come ricorda Paolo Borruso in un articolo pubblicato su Avvenire, Graziani venne condannato a 19 anni di reclusione per collaborazionismo con la Repubblica sociale italiana, ma non per i crimini commessi in Africa. Le ex colonie ricevettero indennizzi irrisori e persino gli oggetti sacri trafugati a Debre Libanos e portati in Italia non furono mai ritrovati.

“Gli italiani non possono ricordare solo quelle pagine della loro storia funzionali alla costruzione di un’immagine positiva, serve una consapevolezza nuova”, riflette Borruso. Che mette l’accento anche su una “discrasia pericolosa: da un lato la giusta memoria delle stragi nazi-fasciste commesse ‘in Italia’ e dall’altro la pubblica amnesia sulle violenze commesse ‘dall’Italia’ nelle sue colonie in Africa. Questo distacco dalla storia è molto preoccupante perché lascia la coscienza pubblica in balìa di pericolose derive disumanizzanti, aprendo vuoti insidiosi e facilmente colmabili da slogan e da letture semplificate del passato, fino alla riemersione di epiteti e attributi razzisti, che si pensava superati e che finiscono per involgarire la coscienza civile su cui si è costruita l’Italia democratica”.

Se agli storici spetta il compito di scrivere la storia, agli scrittori spetta quello di tracciare fili rossi tra passato e presente, portando alla luce memorie sepolte per analizzarle e contestualizzarle. Lo ha fatto, ad esempio, la scrittrice Elena Rausa autrice di “Le invisibili” (Neri Pozza 2024), un romanzo che si apre ad Addis Abeba, durante la rappresaglia del 1937 per concludersi in anni più recenti e che dà voce a uno dei “reduci” dell’avventura coloniale italiana e a suo figlio. “Ho voluto indagare in che modo le memorie negate dei traumi inflitti o subiti continuano a influenzare l’oggi -spiega ad Altreconomia-. Tutto ciò che non viene raccontato continua a esercitare delle influenze inconsapevoli: si stima che un italiano su cinque abbia nella propria storia familiare dei cimeli legati alle campagne militari per la conquista dell’Eritrea, della Libia, della Somalia e dell’Etiopia. In larga parte sono uomini che hanno fatto o, più facilmente, hanno visto cose di cui pochi hanno parlato”.

A confermare queste osservazioni, Paolo Borruso richiama il suo ultimo saggio “Testimone di un massacro” (Guerini 2022), relativa al diario di un ufficiale alpino che partecipò a numerose azioni repressive in Etiopia, al comando di un reparto di ascari (indigeni arruolati), fino alla strage di Debre Libanos, sia pur con mansioni indirette di sorveglianza del territorio: una testimonianza unica, mai apparsa nella memorialistica coloniale italiana.

Un altro filo rosso è legato alle date: l’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe dell’Italia fascista ebbe inizio il 3 ottobre 1935. Quasi ottant’anni dopo, nel 2013, in quello stesso giorno più di trecento profughi, in larga parte eritrei ed etiopi, perdevano la vita davanti all’isola di Lampedusa. Migranti provenienti da Paesi che hanno con l’Italia un legame storico.

E se oggi la migrazione segue una rotta che va da Sud verso Nord, in passato il percorso è stato inverso: “Come il protagonista del mio romanzo, anche il mio bisnonno è partito per l’Etiopia, ma non per combattere -racconta-. Migliaia di persone lasciarono l’Italia per lavorare in Etiopia e molti rimasero anche dopo il 1941. Anche in quel caso a partire furono persone che si misero in viaggio alla ricerca di condizioni migliori di vita per sé e per i propri figli. Ricordare anche quella parte di storia migratoria italiana significa riconoscere la radice inconsapevole del nostro modo di guardare chi oggi lascia la propria terra per compiere un viaggio inverso”.

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domenica 16 aprile 2023

Una foto oscena – Djarah Kan

 


D’istinto ci è venuto in mente lo stesso pensiero. Ma preferiamo che ad esprimerlo sia Djarah Kan, una scrittrice di origini ghanesi che sulla propria pagina Instagram, a commento di questa vomitevole istantanea Ansa da Addis Abeba, scattata nella scuola coloniale italiana Galileo Galilei per bambini etiopi “scelti”, ha scritto :

“Che scatto osceno…

“Una cosa che ho imparato da bambina nera poverissima e coccolata anche dai peggiori fascisti è questa: sei carinissima finché sei un esemplare di piccola taglia perché non riconosci il bene dal male, non sai cosa voglia dire giustizia ed equità, e inoltre non hai la più pallida idea di cosa sia il fascismo, o il razzismo, o il capitalismo rapace e più furioso che spolpa il tessuto della tua gente da secoli, fino al midollo, lasciando in terra solo le ossa e la disperazione di chi vive con l’incubo di essere stato maledetto dalla povertà.

“Quando sei una persona nera di piccola taglia e i bianchi più razzisti non si fanno alcun problema a coccolarti, a stringerti, promettendoti il Mondo e il migliore dei futuri possibili, nei loro occhi quello che vedono non è una figura adulta da respingere, rimpatriare ed affondare al costo di imporre un brutale blocco navale. Sei un tenero bambino nero. E non si può dire di no ad un bambino nero. I bambini neri sono il tropo narrativo preferito dalla retorica fascista, perché mostrare tenerezza nei loro confronti significa costruire una narrazione più sopportabile e al passo con i tempi, in cui desiderare i cancellare i neri dalla faccia della Terra, è no. Espellerli dal Paese in nome della sicurezza degli italiani, rispedendoli in Libia dove potranno essere sottoposti a incarcerazioni, venduti come schiavi oppure abusati in tutte le salse, invece è un sì. Più accettabile, più elegante.

“Oggi è importante essere razzisti senza sembrarlo. Ne va del futuro del razzismo stesso, che come si vede chiaramente da scatti come questi, tende sempre a negare la sua vera natura. Giorgia Meloni non direbbe mai di sé stessa che è una persona razzista. E ad oggi, per quanto mi riguarda, i negazionisti del razzismo fanno più danni di quelli che hanno il coraggio di dire che quelli come me gli fanno schifo. I fascisti di oggi non sono i fascisti di ieri. Sono più furbi. Dicono che non sono razzisti, ma solo favorevoli al rispetto delle regole e alla protezione dei propri confini. Tutto in difesa della Patria. E non c’è niente di male a farsi una foto con il futuro che farai annegare nel Mediterraneo. Che scatto osceno.”

A Cutro, nell’ultimo naufragio voluto dal governo Meloni, su 91 corpi recuperati, 35 erano di bambini: afghani, palestinesi, somali, pakistani. Altre migliaia sono stati colati a picco dai governi precedenti, di tutti i “colori”. Con in prima fila il partito della Schlein che ora affetta di scandalizzarsi per la soppressione della “protezione speciale”… (che riguarda appena qualche migliaio di immigrati/e, solo il 5% dei quali ha poi avuto regolare accesso al lavoro, gli altri/le altre destinati dagli apparati dello stato all’irregolarità e quindi al super-sfruttamento).

Oscenità della Meloni, ipocrisia professionale dell’anti-Meloni.

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lunedì 14 marzo 2022

I crimini degli altri e i nostri: ricordare l’Etiopia - Rocco Artifoni

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004, n. 92). Lo confesso: ogni anno la “celebrazione” del 10 febbraio mi lascia un po’ perplesso. Ovviamente la perplessità non riguarda il ricordo delle vittime delle foibe (circa 8 mila persone) o l’esodo giuliano dalmata (circa 300 mila persone), che ovviamente è doveroso ricordare. Sono infastidito invece da quello che non si ricorda, cioè quello che la memoria non dovrebbe tralasciare: le colpe e i crimini degli italiani. Perché anzitutto dovremmo ricordare il programma dichiarato del fascismo per voce del suo capo Benito Mussolini: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500mila slavi barbari a 50mila italiani». E non dovremmo dimenticare che gli slavi ci chiamavano “italijanski palikuce” (italiani bruciatetti).

La stessa perplessità mi sovviene quando ricordiamo i caduti italiani della seconda guerra mondiale. Una domanda sorge spontanea: che cosa ci facevamo, noi italiani, in Russia, Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia ecc.? Prima ancora di ricordare i nostri morti, dovremmo ricordare quelli che abbiamo provocato. Lanza del Vasto, apostolo della nonviolenza, sosteneva che i torti degli altri non ci giustificano. Ogni popolo, ogni nazione dovrebbe fare memoria dei propri errori, dei crimini che ha compiuto, dei morti che ha causato. Noi italiani dovremmo anzitutto chiedere scusa per le stragi e per i lager che abbiamo realizzato in Jugoslavia, per l’aggressione militare nell’Epiro in Grecia, per il colonialismo in Africa, per i gas asfissianti che abbiamo utilizzato in Eritrea ecc.

Proprio la vicenda dell’Etiopia dovrebbe interrogarci come popolo e potrebbe darci lo spunto per cambiare prospettiva. Dovremmo anzitutto imprimere nella consapevolezza e nella coscienza nazionale le parole pronunciate dall’imperatore etiope Hailé Selassié alla Società delle Nazioni il 30 giugno 1936: «È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l’Etiopia. Il Governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. […] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. […] A parte il Regno di Dio, non c’è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un Governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest’ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio».

E se proprio vogliamo ricordare che cosa hanno fatto gli altri a noi, prima dei torti dovremmo elencare i meriti. Quando l’imperatore dell’Etiopia ritornò dall’esilio in patria, il 20 gennaio 1941, emanò un decreto in cui faceva appello alla popolazione perché, malgrado i numerosi lutti, agisse con rispetto verso i prigionieri italiani: «Io, Hailé Selassié, vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non saccheggiate i beni altrui anche se appartengono al nemico. Non incendiate le case».

Ecco: si potrebbe inserire la data del 20 gennaio nel Calendario civile italiano, perché la vicenda etiopica ci insegna che la vendetta non è un obbligo e che la memoria storica deve essere considerata e valutata anzitutto dalla parte degli altri. Soltanto in questa prospettiva anche il ricordo dei nostri morti potrebbe assumere un significato meno parziale e più degno.

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mercoledì 23 febbraio 2022

Eppure non si muove neanche una mosca per la guerra nel Tigray, mentre per l’Ucraina... – Marco Barone

 

 

Forse non sono situazioni comparabili, forse sono due situazioni completamente diverse, ma in comune hanno l’odore, la puzza, la violenza, della guerra. Nel mondo ci sono guerre e guerre. Guerre che non interessano e non sconvolgono l’umanità, guerre che fanno perdere il sonno all’umanità. Dipende. Da una molteplicità di fattori, di interessi, in campo. Nel Tigray, dal un paio d’anni, si stanno registrando dei massacri enormi. Conflitto iniziato dopo che il TPLF (Tigray People’s Liberation Front) ha vinto elezioni definite illegale nella regione del Tigray.


Ed il presidente etiope, premio nobel per la pace, che dovrebbe restituire, Ahmed, dopo aver definito come illegale quel governo, che si è costituito con delle elezioni contestate, ha scatenato una durissima repressione militare. E come in tutte le guerre, non si salva nessuno. Atrocità avvengono su entrambi i fronti come denuncia l’ultimo rapporto pubblicato da Amnesty International. 

In tutto ciò, nonostante a fasi alterne qualche media si ricorda di quanto lì sta accadendo, per poi spegnere nuovamente i riflettori, il mondo teme uno scoppio di una guerra come se queste già non ci fossero. Come se nel mondo non ci fossero guerre. Nel Donbass dal 2014 ci sono state quasi 15 mila vittime, tra militari e civili. Si rischia uno scontro militare tra NATO e Russia come mai successo nella storia, vero. Ognuno avrà le sue ragioni, o torti, come sempre, la Russia di non voler essere assediata dalla NATO e di volere una zona cuscinetto, la NATO, che ha ritrovato un proprio senso di esistenza, sostiene che la Russia è una minaccia per l’Occidente, e nel mentre di tutto ciò, tra forze nazionaliste reazionarie che si fronteggiano, come sempre, chi ci va di mezzo, sono i civili e la povera gente.

Nel mondo non tutte le guerre hanno lo stesso peso, la stessa valenza, dipende se si combatte sotto casa o meno in una società che continua a ripetere sistematicamente sempre gli stessi errori, sarà forse perché alla fine siamo maledettamente diabolici.

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martedì 8 febbraio 2022

Il Nobel senza Pace - Alessandro Ghebreigziabiher


Pronto? Qui è il Tigray.
Parlo con la Norvegia?
Sì, sì, lo sappiamo.
Sappiamo tutto, forse troppo.
Anzi, senza forse.
Per esempio sappiamo che in questo caso è a voi che dobbiamo rivolgerci invece che all’Accademia svedese.
Sì, certo, vado al sodo.
Allora, parlo a nome di due milioni di persone, okay? In tutto nove se contiamo pure le regioni di Afar e Amhara, ma abbiamo chiamato noi, quindi… restiamo sul due.
Sono comunque tante, vero?
Eh già, ora sono quindici mesi che il cibo è sempre di meno, ogni giorno di meno, come una clessidra che perde e dentro c’è la tua vita.
Anzi, no, non rende: c’è quella dei tuoi figli.
Capite allora perché ogni granello che fugge via è una tragedia?
Nel dettaglio, da quando è scoppiato ancora una volta questo inferno il 37% di noi salta spesso il pasto un giorno o anche due.
Ecco, senza che prendete la calcolatrice.
Immaginatevi una colossale platea di quelle vostre premiazioni illustri ricolma di centinaia di migliaia di persone, magari rimaste in piedi e a cui non interessa applaudire chicchessia, giacché alle loro mani aperte sarebbe sufficiente anche solo pane e acqua.
Ma se non basta, figuratevi altrettante migliaia di bambini e due terzi delle donne in gravidanza con serie condizioni di malnutrizione.
Perché ho chiamato voi?
Sì, certo, ci arrivo subito.
È solo che c’è una donna, qua, una madre single di ben sei figli piccoli la quale considera il farli mangiare perlomeno una volta al giorno qualcosa di estremamente difficile. E che quella volta che considera fortunata è perché qualche vicino o amico le presta del cibo.
Ora non c’è neanche più qualcosa da prestare, gli hanno risposto.
Che?
Le Nazioni Unite?
Sicuro, ci abbiamo parlato eccome, sono pure venuti, hanno visto e denunciato la cosa. Hanno preparato aiuti e organizzato i convogli ma il blocco dei trasporti che esiste da mesi ne impedisce il transito.
Cosa?
Parlare con chi può farlo sbloccare?
Ecco, è questo il motivo della chiamata.
L’ONU ci ha già provato, ma l’interessato nicchia oppure nega.
Allora, in caso vi fosse possibile far qualcosa…
Perché proprio voi?
Be’, magari a voi risponde, anche solo per non fare brutta figura, ecco.
Il suo numero?
Ma ce l’avete già, controllate sulla vostra rubrica, sì…
Nel gruppo con la lista dei Premi Nobel per la Pace.
L’anno è il 2019.
Hai visto mai che si ricordi le ragioni per le quali gliel’avete dato: per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea.

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mercoledì 22 dicembre 2021

Parlano le donne migranti, quei viaggi segnati da violenze e abusi - Katie Kuschminder

  

[Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale di Katie Kuschminder pubblicato su The Conversation]

 

C’erano sette donne e tre bambini tra le 27 persone che hanno tragicamente perso la vita nella Manica questa settimana [l’articolo è stato pubblicato il 26 novembre, NdT].

Moltissime donne, con i loro bambini, cercano una nuova vita in Europa: al 21 novembre di quest’anno, il 27,1% dei migranti giunti via mare nel Mediterraneo sono donne o bambini.

Il canale della Manica rappresenta un’ultima pericolosa traversata dopo viaggi che spesso sono lunghi, insidiosi e violenti.

La recente notizia di queste tragiche morti è arrivata alla vigilia del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La triste ironia è che la violenza è una delle principali ragioni per cui le donne scelgono di intraprendere pericolosi viaggi di migrazione, incontrando però spesso violenze anche durante il percorso e a destinazione.

In molti casi, questa violenza non viene denunciata per paura di rappresaglie o stigma. Questo non solo impedisce loro di ricevere il sostegno di cui hanno bisogno, ma ostacola anche la raccolta di dati accurati a riguardo.

È il motivo per cui con altre sette esperte (nel team è presente anche un ricercatore) del World Universities Network ci siamo riunite per lavorare a un progetto che riguarda le donne, la migrazione e le loro storie di resilienza; abbiamo intervistato circa 150 donne e stiamo pubblicando i loro racconti in un progetto di storytelling collaborativo.

Violenza a casa

Una delle mie colleghe, Marina de Regt, ha condotto uno studio sulle giovani ragazze in Etiopia che decidono di emigrare lontano da casa. Principalmente, queste donne si allontanano dal Paese di origine per sfuggire alla violenza di genere per mano dei loro patrigni, zie o zii, o per evitare i matrimoni forzati. Più del 40% delle donne etiopi sono sposate, o hanno una relazione, prima dei 18 anni.

All’età di 13 anni, a Selam è stata data una scelta: “Lasciare la scuola, sposarsi o andare con sua zia a Khartoum“. La giovane donna ha spiegato:

“Le ragazze che avevano 15 anni e non erano sposate, erano considerate vecchie. Inoltre, c’erano molte ragazze che venivano violentate a scuola e rimanevano incinte. Molto probabilmente i miei nonni volevano proteggermi: avevano paura che rimanessi incinta e che nessuno poi volesse sposarmi.”

Selam ha scelto di emigrare per sfuggire al matrimonio infantile. Nonostante fosse un’eccellente studentessa, la famiglia di Selam vedeva la scuola come un rischio per la sua castità. In Etiopia, le ragazze sono vulnerabili alla violenza sessuale anche a scuola; se fosse stata violentata, Selam avrebbe perso ogni prospettiva di matrimonio.

In Etiopia, i matrimoni combinati sono ancora comuni, soprattutto nelle zone rurali dove le ragazze spesso non prendono autonomamente la decisione di convolare a nozze e sono obbligate a sposare uomini molto più grandi.

Così lei si è trovata di fronte a ben poche opzioni: essere una sposa bambina o correre il rischio di emigrare in Sudan.

Violenza in viaggio

La mia ricerca, condotta con la collega Talitha Dubow, esamina i viaggi dei rifugiati che arrivano in Europa tramite la rotta del Mediterraneo centrale, percorrendo la Libia, o la rotta del Mediterraneo orientale, attraversando la Turchia e i Balcani occidentali. Le donne ci hanno raccontato che, in diverse fasi del viaggio, sono state soggette a violenti abusi da parte di guardie di frontiera, trafficanti o rapitori, trovandosi faccia a faccia con la morte per annegamento, subendo maltrattamenti e soffrendo la fame.

Bahar, una giovane afghana intervistata in Turchia, ha spiegato che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) le aveva recentemente offerto il reinsediamento negli Stati Uniti. Il processo avrebbe richiesto dai quattro ai cinque anni e, in quel momento, Bahar stava ricevendo minacce dal suo ex-marito violento che aveva già aggredito lei e la sua famiglia in Afghanistan.

Bahar stava quindi pianificando un viaggio irregolare verso l’UE perché, anche se avrebbe preferito scegliere l’opzione statunitense, aveva paura di quello che il suo ex-marito avrebbe fatto a lei e a suo figlio se fossero rimasti ancora in Turchia.

Sapeva che il suo viaggio verso l’UE avrebbe potuto essere fatale ma, ha affermato: “Devo davvero correre questo rischio. Non ho altra scelta“.

Violenza a destinazione

Anche una volta arrivate a destinazione, le donne migranti non sono necessariamente libere. La marriage migration – migrazione a scopo di matrimonio –  è aumentata negli ultimi anni. Questo aumento ha avuto luogo soprattutto in Asia. Per le donne vietnamite in condizioni di  povertà, ad esempio, la migrazione per matrimonio a Taiwan rappresenta la possibilità di una vita migliore.

La mia collega Su-Lin Yu ha condotto un’ampia ricerca sulle vietnamite che emigrano a Taiwan per sposare uomini taiwanesi. Dal 1997, più di 520.000 donne si sono recate a Taiwan per sposarsi, un numero significativo per una popolazione di circa 24 milioni di persone.

Su-Lin Yu ha scoperto che le donne vietnamite sono vulnerabili a molteplici forme di violenza, compresi gli abusi psico-fisici da parte dei loro mariti e, in alcuni casi, anche le molestie sessuali da parte di altri membri maschili della famiglia. Un’intervistata ha dichiarato:

“A volte tornava a casa verso le due o le tre del mattino e litigava con me. Ha iniziato a picchiarmi verso il terzo mese di gravidanza. Mi picchiava quando ero incinta. I miei suoceri lo sapevano, ma non mi hanno aiutato.”

Le donne migranti dipendono dai loro mariti. Si è scoperto che i mariti violenti trattengono i passaporti delle loro mogli come mezzo di controllo per impedire loro di richiedere la cittadinanza taiwanese e per trattenerle all’interno di un ciclo di abusi. Queste donne sono spesso isolate, con pochi mezzi per cercare aiuto.

A livello globale, esse hanno molte più probabilità, rispetto agli uomini, di essere uccise dai partner: costituiscono circa l’82% delle vittime per violenza di genere.

Porre fine alla violenza

La morte di 27 persone nella Manica, tra cui una donna incinta e diversi bambini, è tragica. Dobbiamo riconoscere che le donne migrano ogni giorno per sfuggire alla violenza e a una probabile morte, rischiando consapevolmente la loro vita per trovare luoghi sicuri e la possibilità di vivere una vita libera. Troppo spesso si tratta di sforzi vani, poiché finiscono in situazioni di ulteriore violenza o perdono la vita nel tragitto o a destinazione.

Noi tutti possiamo aiutare sostenendo le donne migranti. Dobbiamo creare insieme spazi sicuri per loro, luoghi che possano fornire servizi di supporto incentrati sulla sopravvivenza e dove si sentano protette e libere di condividere le loro storie.

Ci si augura che, condividendo alcuni dei racconti delle donne con cui abbiamo parlato, la consapevolezza di questa crisi – e il desiderio di fare qualcosa al riguardo – aumenti, ponendo i presupposti per azioni concrete di prevenzione, supporto e protezione.

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