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sabato 25 novembre 2023

Le società di consulenza privatizzano i governi

 

Intervista di Chiara Giorgi e Nicoletta Dentico all’economista Mariana Mazzucato sul suo ultimo libro «Il grande imbroglio»: “Gli stati sono deboli e si fanno corrompere facilmente”. Il ruolo della società di consulenza McKinsey anche nel vaglio dei progetti del nostro Pnrr.

Sarebbe difficile includerla nel novero delle rivoluzionarie. Ma da tempo il suo lavoro di ricerca illumina alcune storture dell’economia e della politica. Stiamo parlando di Mariana Mazzucato, economista e docente all’University College London, dove dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose. L’abbiamo incontrata a Roma in occasione del lancio del suo ultimo libro scritto con Rosie Collington, Il Grande Imbroglio, tradotto da Laterza. Un’indagine sul ruolo delle società di consulenza, come McKinsey, Deloitte, Kpmg, a cui i governi affidano sempre più spesso il disegno e la gestione degli orizzonti strategici da perseguire.

Questa volta ha deciso di rompere il silenzio su una delle strutture intermedie più influenti e opache che oliano gli ingranaggi del capitalismo contemporaneo.
Tutto il mio lavoro ruota intorno alla stessa domanda: come governiamo e come risolviamo le sfide del nostro tempo (salute, clima, digital divide)? E la questione è sempre la stessa, il ruolo della funzione pubblica, lo Stato che ha smesso di investire sulle proprie capacità e ha preso a imitare il settore privato, con le sue parole d’ordine, le sue logiche, perdendo il controllo della situazione. La pervasiva presenza, del tutto inefficiente e tossica, delle società di consulenza dentro le stanze decisionali della funzione pubblica a livello globale non è che una delle manifestazioni meno conosciute di questo processo di privatizzazione occulta, e in ultima analisi di “infantilizzazione” dei governi e delle loro funzioni.


Quindi sta dicendo che i governi devono recuperare un nuovo senso di sé e delle responsabilità che sono chiamati a esercitare?

Precisamente. Dopo Thatcher e Reagan ai governi è stato riservato il ruolo di riparare i fallimenti del mercato nella migliore delle ipotesi, più spesso di togliersi di mezzo. Ai governi spetta trovare i soldi, spetta facilitare (la più subdola parola al mondo), ridurre i rischi per gli investitori. Ma perché mai lo Stato dovrebbe assorbire il rischio d’impresa? Occorre sovvertire le narrazioni sulle incapacità della funzione pubblica. Dobbiamo esigere una politica che sia capace di rischiare, sperimentare, orientare le proprie azioni verso missioni strategiche. La funzione pubblica deve essere in grado di riprendere la regia rispetto al settore privato, non il rapporto sregolato e parassitario oggi in essere. Altro che società di consulenza, con i loro power point sempre uguali: non capiscono nulla di funzione pubblica!

Eppure sono ovunque ormai, spesso invisibili alla società.
Per questo si affronta il tema nel libro. Sono ovunque, parassiti di sistema. È il motivo per cui non ho firmato il rapporto della Commissione Colao, di cui facevo parte, in pieno Covid-19. Al primo incontro eravamo una quindicina fra accademici ed esperti, ma nella stanza c’erano anche 13 persone di McKinsey, infiltratesi silenziosamente. Ho chiesto conto della loro non neutrale presenza. In tutta risposta, Colao mi ha assicurato che prestavano la consulenza a titolo gratuito e che la funzione pubblica italiana non avrebbe potuto gestire la cosa. Primo, non è vero. Secondo, qui si parlava di fondi, di scelte strategiche, di cosa mettere o non mettere nelle misure del governo. E infatti nel rapporto finale ci avevano messo anche il patent box (agevolazioni fino al 50% dei redditi per incentivare investimenti in ricerca e sviluppo, e l’utilizzo di beni immateriali come i brevetti). Una misura sbagliata di cui ho scritto tutta la vita. Che senso ha incentivare i brevetti, monopoli che già assicurano sconfinati profitti? Certo, ha senso per McKinsey e i suoi clienti privati. E ora la selezione dei progetti del Pnrr è nelle mani di queste società di consulenza.

Una forma di colonizzazione insomma.
Esatto, colonizzatori che riescono a farti parlare la loro lingua, veicolando le loro idee, quelle del settore privato. Perché uno Stato debole e impaurito, un governo che facilita si fa catturare facilmente, si fa corrompere, questo è il problema. Succede in Italia, negli Stati Uniti, in Africa.

Quale è la relazione fra le società di consulenza e la privatizzazione e finanziarizzazione della agenda sociale?
Il libro è pieno di esempi, più o meno recenti, anche nei paesi che hanno investito in capacità pubblica, come l’Australia, dove però hanno elargito a McKinsey 6 milioni di dollari per redigere una strategia climatica notoriamente pessima, piena di conflitti di interesse. Oppure la Gran Bretagna: durante il Covid ha firmato un contratto di 1 milione di sterline al giorno con Deloitte per tracciare i test. Un disastro, che ne capisce questa di contagi?

Dunque, che fare?
Non siamo contro i consulenti, siamo contro l’industria delle consulenze e la sua velenosa pervasività nella funzione pubblica. Il segno di una insicurezza che va sanata. Proponiamo diverse soluzioni. In primis, occorre intervenire sui conflitti di interesse e sui termini della relazione con i privati. Serve re-immaginare il ruolo dello Stato dopo queste catastrofi. Cambiare la cultura dei governi, rendere la pubblica amministrazione creativa e agile, per una economia di missione è possibile. Necessario, direi.

Intervista pubblicata da il manifesto del 22 novembre 2023

da qui

martedì 23 marzo 2021

Lo stolto guarda la McKinsey mentre... - Thomas Fazi

 

Mi fanno un po' sorridere le polemiche intorno alla notizia secondo cui Draghi avrebbe appaltato la stesura del Recovery Plan alla società di consulenza statunitense McKinsey.

Ora, siamo tutti d'accordo che la McKinsey sia il male assoluto e che la decisione conferma al di là di ogni ragionevole dubbio da quale lato della barricata stia Draghi (ma d'altronde chi scrive non ha mai avuto dubbi; piuttosto dovrebbero farsi qualche domanda coloro che vaneggiavano di un Draghi convertitosi al "keynesismo" e ai problemi dell'economia reale).

Ma il punto è un altro: la lettura che molti "indignados" sembrano dare della notizia è quella secondo cui la McKinsey sarebbe stata chiamata dai "poteri forti" per mettere le mani sui fantastiliardi in arrivo dall'Europa. Insomma, la linea è sempre quella per cui il Recovery Fund rappresenterebbe un'"occasione storica" per il nostro paese, a cui il governo precedente avrebbe voluto dare un'impronta "sociale" e che adesso invece sarà cooptata da quei cattivoni di Confindustria.

Come già detto in più occasioni, però, chi accetta la retorica ufficiale sul Recovery Fund ha già perso in partenza, giacché non siamo di fronte a uno strumento che ha una finalità di sostegno economico (anche perché macroeconomicamente irrilevante) ma unicamente di controllo politico-sociale, consistente nel sostanziale commissariamento, de jure o de facto, del paese ricevente e nella subordinazione della sua politica economica alle direttive della Commissione (ancora più di quanto non lo sia già). Basta leggersi le carte, infatti, per rendersi conto che i soldi vanno spesi come dice la UE (ovvero il capitale nordeuropeo, ovvero la Germania) e che la loro ricezione è subordinata al rispetto delle raccomandazioni specifiche per paese della Commissione, che vanno da sempre nella stessa direzione: tagli della spesa pubblica, compressione del salari, deregolamentazione dei mercati del lavoro ecc.

Insomma, il problema è proprio il Recovery Plan, al di là di chi lo gestirà. Fanno dunque sorridere le critiche di coloro che oggi lamentano di aver perso l'occasione, con la caduta del governo Conte, di poter gestire il commissariamento del Recovery Plan in maniera più "sociale". Anzi, semmai Conte è uno dei principali responsabili di questa situazione. Se oggi, infatti, Draghi – letteralmente l’incarnazione vivente del vincolo esterno – può presentarsi come il salvatore della patria che può garantire l’arrivo e il “buon uso” dei fantastiliardi dell’Europa (grazie alla consulenza dei "supercompetenti" della McKinsey) è precisamente perché Conte in primis ha avallato fin dall’inizio la logica del vincolo esterno, presentando il Recovery Fund, per evidenti fini di miope autopropaganda, come un generoso regalo di mamma Europa che lo scolaretto Italia avrebbe dovuto fare di tutto per meritarsi e “spendere bene”, e anzi senza i quali saremmo stati perduti.

Insomma, Conte – sospinto da MoVimento Cinque Stelle e PD – non ha fatto che alimentare l’idea dell’Italia come nazione minus habens incapace di gestire se stessa e perennemente bisognosa dell’aiuto (e a volte della “rieducazione”) di qualche “provvidenziale” attore esterno, per definizione più civilizzato e capace di noi. Chi di vincolo esterno ferisce, di vincolo esterno perisce.

da qui

martedì 9 marzo 2021

Che cosa significa affidare il Recovery Plan a McKinsey - Giuseppe Masala

Secondo fonti di stampa Mario Draghi ha affidato i dossier del Recovery Plan da presentare a Bruxelles alla società di consulenza aziendale McKinsey. Fatto salvo il fatto che il governo precedente ha perso un anno di tempo e ci sono dei tempi strettissimi da rispettare (fine Aprile se non erro), c'è tutto un mondo dietro questa scelta.

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 1.      Il piglio manageriale di Draghi, un piglio chiaramente anni 90. Peccato che siamo nel 2020 e sul mondo degli anni 90 del secolo scorso è calato il sipario;

2.      C'è l'efficientismo anni 90 (again) di McKinsey, gente uscita dalle madrasse neoliberiste con idee stravecchie;

3.      C'è il fatto che lo Stato che si vorrebbe progettare non è un azienda come pensano quelli di McKinsey;

4.      C'è che lo stato andrebbe riprogettato nel riferimento ideale dei principi della nostra Costituzione.

 

E insomma, niente. I progetti che verranno messi a terra saranno vecchi prima di nascere. Occorreva altro, occorreva un dibattito aperto, un dibattito democratico, magari partendo dalle scuole e dalle Università dove si sarebbero dovuti mettere a lavoro i nostri giovani (del resto, il mondo che deve nascere è il loro, o no?). Occorreva interrogarsi sui temi fondamentali, sui principi, sull'uomo-aumentato, e dunque su che cosa è l'uomo, su che cos'è il lavoro del futuro, sulla società che ci attende.

 

Bisognava fare un progetto aperto, democratico, inclusivo ma per davvero, per riprogettare questa nazione. Occorreva che i diversi piani del sapere si incontrassero: filosofico, giuridico, economico, informatico-tecnologico, sociale tutto insieme.

 

Si è deciso di affidare il nostro futuro alla fuffa di un'azienda vecchia dove lavorano dei vecchi e dei giovani vecchi nati bene usciti dalle solite madrasse che hanno gli anni 90 in testa.

 

Nel frattempo lo scontro tra visione centralizzata e decentralizzata continua. Uomini come Andreas Antonopoulos, i fratelli Durov, Nick Szabo, Ralph Merkle e Vitalik Buterin combattono e fanno, così come Zuckerberg, Gates, Musk e Pichai. Chi invece vive nel sistema di valori anni 90 vende consulenze a gonzi. Draghi è vecchio (e non è questione di età, è vecchio dentro).

da qui