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giovedì 30 luglio 2020

La Sardegna dei militari e dei veleni - recensione di Daniela Pia



«Sono morto come un vietcong»: questo il titolo del breve romanzo-denuncia di Giulia Spada, per le edizioni Sensibili alle foglie.
Scenari di guerra quelli che si svelano lentamente, attraverso la vita delle persone intente a preparare una focaccia al pomodoro che profuma di sole.
Donne sorprese mentre lavano i panni agli uomini del posto o ai militari, con quelle divise piene di una polvere strana. Oppure scenari raccontati attraverso gli occhi di un ragazzino che si spegne piano come una ciminiera silenziosa. 
Uomini e donne che attribuiscono alla terra “malata” le colpe di un male oscuro, una condanna per non si sa quali colpe, mentre intorno fiorisce la Base militare che promette lavoro e prosperità.
Che la Sardegna sia sempre stata terra di conquista lo testimonia in modo inequivocabile la sua storia. Fra i conquistatori più rapaci e tossici si annoverano le numerose  basi militari presenti nel territorio. Quella del Salto di Quirra vanta sicuramente un nefasto primato: il Pisq – «Poligono missilistico sperimentale Interforze salto di Quirra» – è il più grande poligono d’Europa.
«Settemiladuecento ettari di terreno, settantacinquemila ettari […] di zone di restrizione dello spazio aereo e della navigazione. Ecco la geografia della morte. Un’ampia fetta di territorio che abbraccia tutti i tipi di paesaggio. L’aspra rocciosità della montagna granitica, la dolcezza delle valli incurvate, l’estensione trasparente del mare. I carri armati equipaggiati di tutto punto, missili compresi. Come potrebbe essere altrimenti visto che la nostra terra è calcata da american boots».
Situata in una zona poco popolata, questa riserva militare ha una percentuale spaventosa di leucemie e alterazioni genetiche legate alle esercitazioni e all’interramento di sostanze pericolosissime per l’uomo e per la natura. È dal 2001 che viene denunciata – e documentata (*) – quella che è conosciuta ormai con il nome di «Sindrome di Quirra».
Ne parla in modo doloroso l’autrice, Giulia Spada, attraverso la voce narrante del padre, professore di una scuola media in un paesino che potrebbe orbitare fra Perdasdefogu, Escalaplano, San Vito.
Il professore riflette a lungo sul perpetrarsi di morti continue fra gli studenti e i loro familiari. Quando poi viene in possesso di una serie di documenti lasciatigli in eredità dal maestro del paese – morto di leucemia – al fine di testimoniare le innumerevoli morti per «mancanza di globuli rossi» che, nei paesi vicini al Poligono, si sgranano come i semi di un rosario, sa che dovrà raccoglierne in pieno il testimone, sino alle estreme conseguenze.
Bella figura quella del professore, piena di umanità, attento alle storie dei suoi ex studenti, soprattutto di quelli che sono finiti intrappolati nella Base militare – dove il lavoro si scambia inconsapevolmente con la salute – con le evidenze di morte a denunciare l’incompatibilità fra le attività della popolazione e le continue attività di guerra che nel Poligono si svolgono.
Con orrore, il professore scopre che la sua scuola è fiorita sopra fusti di napalm interrato e non riesce a rassegnarsi all’omertà che circonda la malattia diffusa.
«Le donne del paese preparano caffè con napalm e acqua. Le famiglie impastano il pane con farina e acqua e napalm. I pastori hanno le ossa fluorescenti, gli agnelli hanno due teste, le persone muoiono di leucemia perché respirano uranio e calpestano napalm». 
Ma da dove è arrivato il napalm nell’Isola? Quest’arma chimica che tanta morte ha seminato in Vietnam…
«Abbiamo un problema con il materiale, signore […]».
«Parli sergente non perda tempo».
«Gli ultimi fusti arrivati si sono rivelati fragili a un controllo […]».
«Ebbene questo implica che la tenuta non è sicura è che i ragazzi potrebbero essere in pericolo se li maneggiano senza protezione alcuna, insomma il napalm potrebbe fuoriuscire e non sappiamo cosa possa succedere».
«Ho capito sergente, che alternative abbiamo? […]».
«Ci sarebbe una soluzione signore».
«Quale sergente?».
«Beh, potremmo preparare una spedizione segreta e farli interrare nel nostro Poligono più lontano».
«Quello sull’Isola» dissero i due.
«Molto bene sergente, dia disposizioni affinchè la spedizione abbia priorità immediata. Che un aereo sia pronto in venti minuti, seguirò le operazioni personalmente. Comunichi lei le nostre decisioni e si preoccupi che il contenuto della telefonata e della nostra conversazione smetta di esistere dal momento in cui mette giù la cornetta».
Tante, troppe le evidenze di una morte che passeggia fra la gente poggiandosi sulle loro spalle, sino a ghermirle affondando nelle vene la leucemia. Incontrovertibili le omissioni, i tentativi di mettere a tacere le responsabilità delle gerarchie militari.
«I dottori della base fingevano sorpresa. Mangiano bene qui da noi, dicevano. Fanno attività fisica, due o tre ore almeno, tutte le mattine […]».
E a ogni “che strano” preannunciato da questi servi della morte, un assegno veniva staccato in tutta fretta e penne svolazzanti sparavano numeri con zeri a ripetizione […].Un figlio morto, tre zeri. Due figli morti, sei zeri. E chi li aveva mai visti tutti quei soldi!».
Trovare qualcuno che parli, dentro la Base, è ciò che si propone allora il professore: cerca il numero di un suo vecchio studente ma il telefono rimarrà muto per lungo tempo. Si incontreranno poi dove nessuno dei due avrebbe mai voluto essere, nel luogo in cui si trovano coloro che hanno il tempo contingentato.
La storia non si conclude: ha trovato in Giulia e in tanti altri/e la volontà di denunciare perché non accada più. Questo piccolo libro prezioso che si lascia leggere facilmente è un libro che merita di essere diffuso anche nelle scuole; i giovani cui tanto teneva il professore possono essere coloro che, prendendo in mano il loro destino, si faranno difensori della loro terra e della salute anche per le generazioni che verranno. 
Per farlo però bisogna conoscere, è necessario essere consapevoli che la Sardegna è una «graziosa pattumiera per mercanti di cannoni»: lo denunciava anche un approfondito reportage di Radio France – citando il “Comitato scienziate/i contro la guerra” (del 2005) – trasmesso lo scorso febbraio, nel quale si definisce lo scempio compiuto nell’isola «Il male invisibile sempre più visibile, la presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali».

martedì 12 maggio 2020

lettere di una professoressa e di un professore


LETTERA AI MIEI STUDENTI/ESSE - Daniela Pia
Carissimi ragazzi e ragazze
Questi due mesi e mezzo di didattica d'emergenza hanno cambiato il nostro modo di vivere la quotidianità: la scuola, luogo di incontro, scontro e confronto ha dovuto fare i conti con l'assenza.
Ci è stato sottratto il luogo in cui il dialogo educativo si svolgeva in presenza di voi, studenti/esse dei docenti e di tutto il personale scolastico; una sottrazione necessaria a tutela della salute di tutti ma tremenda per le implicazioni che ne sono derivate.
Già Isaac Asimov, nel 1951, in un racconto intitolato " chissà come si divertivano" aveva anticipato uno scenario in cui una scuola meccanizzata, una scuola in cui la tecnologia si prendeva il ruolo principale, lasciava due fanciulli alle prese con la loro solitudine : nell'anno 2157, Tommy e Margie, abituati ad usare solo il computer, ritrovano un libro il fatto costituisce un evento eccezionale. Per loro, infatti, un libro stampato è un oggetto antichissimo, sconosciuto e buffo che genera curiosità e perplessità, diventa però anche lo strumento che porta Margie a riflettere sulla sua scuola e a confrontarla con quella del passato e ne emerge il rimpianto di non poter avere il contatto con compagni e insegnanti.
Ebbene questa pandemia ha anticipato gli scenari, come vi siete sentiti me lo avete raccontato -almeno quelli di voi che hanno interagito in modo proficuo- perché diciamocelo sinceramente, tanti di voi sono scomparsi dal rapporto che abbiamo cercato di mantenere con quella che impropriamente viene chiamata DAD.
Alcuni ci stanno mettendo l'anima, altri lavorano ad intervalli e certi risultano non pervenuti. Questo mi addolora, lo sento come una sconfitta nostra, di tutti noi. Era il momento in cui assumersi la propria responsabilità era una scelta davvero indispensabile, non tanto per il voto ma per cercare di investire nella formazione, mettere cioè i mattoni per la costruzione del vostro/nostro essere futuro.
Ho letto lavori belli e toccanti che mi hanno dato speranza, ma anche quelli che non ho letto mi hanno raccontato molto, comunque: mi hanno raccontato che bisogna trovare la forza dentro di noi per cercare di fronteggiare l'emergenza senza farsi furbi, sperando in una sanatoria che promuoverà tutti/e.
Se il prossimo anno ci chiederà conto delle competenze che siamo stati in grado di costruire saremo anche chiamati ad aprire gli occhi per guardare in modo diverso a quello che sarà e questo non sarà possibile se abbiamo dedicato il nostro tempo al materasso o ai video games. Più dipendiamo dalla tecnologia più siamo fragili, esseri vulnerabili che hanno bisogno di strumenti critici per interpretare la realtà che stiamo vivendo. Ce lo siamo detti tante volte che uno degli obiettivi principali della scuola è formare cittadini consapevoli, sappiamo bene che è un obiettivo raggiungibile soltanto attraverso un paziente e capillare lavoro che continui in modo coerente anche in questa fase.
La DAD fa quel che può, i protagonisti però dovete essere voi con tutte le vostre forze con tutta vostra intelligenza, non siate indifferenti; Antonio Gramsci in " odio gli indifferenti" nella lettera del novembre 1917 intitolata "Occorre cambiare noi stessi" diceva: <Scontiamo la nostra leggerezza di ieri, la nostra superficialità di ieri. Disabituati al pensiero, contenti della vita giorno per giorno ci troviamo oggi disarmati contro la bufera, avevamo meccanizzato la vita, avevamo meccanizzato noi stessi[---] rifuggivamo dagli sforzi! ci sembrava inutile porre delle ipotesi lontane e risolverle! sia pure provvisoriamente [---] e non vedevamo che l'avvenire sprofonda le sue radici nel presente e nel passato».
Ecco siate consapevoli di questo carissimi ragazzi e ragazze queste parole, che sono distanti quasi un secolo, sono oggi estremamente attuali per iniziare a riflettere su cosa vogliamo essere.
Ho sentito il bisogno di scrivervi perché mi mancate tanto, mi mancano le domande, la vostra presenza allegra o problematica, mi mancate tanto nel vostro essere umani, nel vostro cammino di costruzione del sé e dei se.
Spero di potervi abbracciare presto e di leggere prestissimo i vostri lavori.
Vi voglio bene.



Lettera di un prof ai suoi studenti - Nicola Limonta

Ragazze e ragazzi,
come state? Questa domanda, che spesso in classe tralasciamo, troppo presi dalle scadenze e dalle tempistiche di lezioni, verifiche e interrogazioni, oggi mi sembra una forma di cura nei vostri e nei miei confronti.
Vi scrivo dopo numerosi giorni chiuso in casa, a parte qualche uscita per fare la spesa. Non so più quanti giorni siano passati.
Ci siamo salutati un sabato, presi dalla nostra quotidianità, convinti di rivederci il lunedì.
Invece tutto è cambiato, di colpo, come un fulmine a ciel sereno.
E’ come se quella domenica 23 febbraio, in cui tutto per noi è iniziato, avesse stabilito un prima e un dopo: nelle nostre abitudini, in come ci relazioniamo, in ciò di cui parliamo e nel modo in cui parliamo. Uno spartiacque delle nostre certezze e delle nostre paure.
Penso che valga per tutti noi.
Anche se è vero che non tutto è cambiato immediatamente. Ci è voluto tempo, forse troppo, per evitare uscite inutili. All’inizio non abbiamo compreso fino in fondo. Io per primo, nella settimana precedente, ho sottovalutatato a potenza di questo virus, non ne avevo capito la gravità.
Abbiamo visto tanti mettere davanti gli interessi personali a quelli della collettività: chi per una corsa, chi per rientrare nei paesi d’origine percorrendo l’Italia intera, chi – ancora più colpevole e ancora oggi – difende i profitti senza tutelare la salute dei propri lavoratori e quella pubblica.
Alla fine siamo arrivati alla condizione di oggi: chiusi in casa, le relazioni ridotte a zero, guardiamo fuori dalla finestra perché il futuro ci appare un po’ diverso da come lo pensavamo solo un mese fa.
I pensieri e le menti, le vostre ma, in tutta onestà anche la mia, ora sono occupati per la maggior parte del tempo dalla preoccupazione per quello che sta accadendo, dall’ignoto che ci è davanti, da quando torneremo a scuola o come concluderemo l’anno scolastico, come sarà la maturità, cosa potremo fare questa estate. E questo è uno shock, perché da un giorno all’altro cambia la quotidianità e la nostra capacità di immaginarsi nel futuro.
Non vedervi in questi giorni per me non è semplice. Lo capite da quanto tempo occupa questo discorso nelle mie lezioni online (e chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo visti per mesi online).
Credo che in questa situazione non ci sia qualcuno che ha capito tutto, le cattedre dalle quali spesso noi insegnanti ci innalziamo, distanziandoci da voi, sono state distrutte.
È un’occasione da saper utilizzare, valorizzando questo desiderio di confrontarci che le contingenze fannno irrompere: un desoderio che vedo nei vostri sguardi dallo schermo, leggo nelle vostre parole sulle chat e si rispecchia, identico, nel mio sentire.
Le disequazioni e le parabole possono passare in secondo piano, le ritroveremo lì ad aspettarci fra i banchi di scuola.
Ragionare insieme serve a contaminarsi nel sapere, avere spirito critico su ciò che accade attorno a noi, ci aiuta ad avere meno paura per quello che abbiamo davanti. Probabilmente questa pandemia cambierà il mondo in molti aspetti, non so se in meglio o in peggio. E non so neanche se andrà tutto bene, non riesco a dirvelo.
Non riesco nemmeno a cantare dai balconi, perché in molte città, tra cui la mia, Bergamo, si soffre. Davanti a tutte queste incertezze che condivido con voi, posso promettervi che proveremo ad attraversare questo deserto insieme, ad affrontare insieme uno degli  esame di maturità più difficili che la storia ci mette di fronte, a guardare negli occhi ciò che non ci sta bene e a cambiarlo, se necessario.
Ci daremo una mano, perché questo ve lo devo. Non perché io sia un saggio, ma perché, come diceva sempre un amico che mi ha insegnato a guardare negli occhi le ingiustizie e le storture del mondo: “siamo vecchi arnesi, dobbiamo lasciar il meglio di noi a chi viene dopo”.
Che mondo volete domani? Come lo sognate?
Cosa significa anteporre la comunità all’io?
Immaginiamo un mondo ancora iper accelerato o vogliamo sentire un battito diverso del tempo?
Di questo voglio parlare con voi. Questo vi devo, perché così ne usciremo uomini e donne migliori.
Avanti!


domenica 10 novembre 2019

Le scritte sui muri, Liliana Segre, la scuola - Daniela Pia



Ore 8 e 30, mentre mi trovavo in auto per andare a scuola, la fila mi ha fatto volgere lo sguardo sui muri del quartiere di Is Mirrionis (a Cagliari): prima scritta: «unwanted migrants» e al semaforo successivo «via i negri da questa città».
Is Mirrionis il luogo dove ho scelto di lavorare: famigerato per le devianze poste in essere da una minoranza di personaggi e per i frequenti, conseguenti blitz delle forze dell’ordine. Ma anche luogo in cui, dal 1970 al 1975, è stata creata una scuola popolare dei lavoratori, autogestita e autofinanziata, che accompagnò molti adulti sino al conseguimento della licenza media grazie al contributo di 150 giovani insegnanti volontari.
Quartiere che rappresenta una sfida, per chi pensa con orgoglio di essere «una insegnante di strada» dentro mura arraffazzonate nelle quali lavorare per promuovere l’acquisizione di una coscienza civica, di cultura; dove i percorsi di socializzazione e giustizia sociale – di cui la scuola deve farsi promotrice – possano rappresentare l’antidoto alla devianza e alla scarsa considerazione di sè.
Il campanello di allarme mi risuona dentro incessante, da più di un anno. Un anno in cui in un’aula è anche comparsa una svastica. 
Così oggi, 8 novembre, dopo essere entrata in una di quelle aule, ho tralasciato la mia lezione sul teatro, ho tirato su la manica del mio maglione e ho scoperto il braccio.
Settantacinquemilacentonovanta. Non era un tatuaggio. Ho usato il pennarello.
Sono rimasta in silenzio e ho atteso.
«Prof ma è stata in discoteca?».
«No, no, lo dico io, è la sua data di nascita?».
«Dai prof, sono forse le persone morte nei bombardamenti in Siria?».
«Lager» ha poi detto uno.
Nel frattempo avevo silenziato l’unica che aveva capito cosa significasse quel numero: «Liliana Segre» mi avevasussurrato.
Così ho iniziato a leggere la lettera scritta dalla collega Claudia Pepe e pubblicata dall’Huffingtonpost:
«Come faremo noi insegnanti a spiegare ai nostri studenti che Liliana Segre, testimone dell’efferatezza del più feroce nazismo, perseguitata dalle leggi razziali del 1938, sfollata in altri Paesi che non l’accolsero e poi deportata dal binario 21 di Milano per il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove perse il padre e i nonni uccisi dalla follia umana, e da dove si salvò a un soffio dalla morte, che in questa Italia devastata dal razzismo, da un’onda nostalgica di quella destra che ha calpestato tutti i diritti umani, ora deve essere un’altra volta difesa?».
Ho raccontato loro un poco di cose e li ho invitati a essere vigili, e amorevoli affinché in «questa l’Italia che si inchina davanti ai vigliacchi, ai codardi, agli ignoranti» giunga alla senatrice Liliana Segre un segnale, importante, ecumenico, morale: quello che sarà la scuola a farle da scorta, con il libro in mano, senza moschetto. Ce lo ha insegnato lei, questa donna di 89 anni, un esempio di coraggio che, nel suo spendersi nelle scuole d’Italia, ha raccomandato ai nostri studenti e studentesse: «non siate indifferenti, ascoltate la vostra coscienza» e ancora «Anche adesso c’è l’indifferenza. Questa indifferenza è la mia nemica personale». Ricordando: «Io avevo 8 anni e avrei dovuto fare la III elementare. Sentirsi dire che si era stati espulsi è una cosa molto grave. Io chiesi subito: Ma perché? Che cosa ho fatto?».
Spero che sappiano indagare dentro e fuori dalle aule, uomini e donne in divenire, i miei studenti e le mie studentesse su cosa avesse mai fatto la bimba Liliana Segre per meritarsi quel numero e tutto l’orrore che ne derivò.
Spero riescano a chiedersi cosa abbiano fatto quei migranti che sono in città per meritarsi le scritte sui muri che trasudano odio.
Spero sappiano ringraziare, prima o poi, la senatrice Segre per essersi spesa, per tutti noi, per la creazione di una Commissione contro il razzismo e l’antisemitismo, un importante osservatorio per segnalare casi di intolleranza, di istigazione all’odio e alla violenza.
Rimanere indifferenti non è più possibile e se lo dice lei, Liliana Segre, che l’odio ce l’ha stampato sul braccio, forse dovremo ascoltarla.

sabato 4 maggio 2019

Sardegna: esercitazioni militari e silenzi franti - Daniela Pia



Riflessioni mentre gli aerei militari sfrecciano sul mio capo ininterrottamente. 
«Tu prova ad avere la natura nel cuore e non riesci ad esprimerla con le parole». E allora cerchi un posto ameno, lontano dalla folla e dai rumori molesti. Ti viene in mente un luogo poetico: Torre dei corsari, Pistis e il villaggio silenzioso di Marceddì. Scappi per qualche giorno: l’incanto delle dune maestose che giocano con le nuvole e rispecchiano le ombre del cielo riempie tutti i sensi, è una distesa di piante fiorite, un trionfo di canto di uccelli, di risacca gentile. Un’oasi, il balsamo che cercavi per riconciliarti con il mondo.
Così pensi. Quando all’improvviso, verso le nove del mattino soleggiato, un rombo di tuono che tuono non è, spacca il tremolio dei canti e il frusciare del vento fra gli steli dei giunchi: aerei a reazione, militari, sfrecciano ininterrottamente frantumando la bellezza: giochi di guerra, sino alle 17, con l’aggiunta di alcune sventagliate di un’arma da fuoco. 
Il silenzio franto, rubato.
Lo sconcerto attraversa le ore e ti chiedi «contro chi stanno combattendo? Quanto costano questi giochi, che chiamano esercitazioni? Cosa riceve il mare come dono da questi uccelli neri e rapaci?».
Non trovi risposta, ma un nome ti viene in mente Capo Frasca. Sì, ci siamo sotto. La cartina non mente.
Non mentono nemmeno le notizie che affannosamente cerchi su internet; il 15 febbraio 2019 La Nuova Sardegna ne dava notizia: «Durerà 23 giorni, da mercoledì 20 febbraio a giovedì 14 marzo la nuova sessione di esercitazioni di tiro a fuoco dell’Aeronautica militare nell’Area regolamentata Nuova Tango 812 del poligono di Capo Frasca […] Con l’avvio delle esercitazioni scatta, per ordine della capitaneria di Oristano, il divieto di svolgere all’interno dell’Area regolamentata, qualsiasi attività di uso pubblico del mare, in particolare il divieto di pesca, di navigazione e sosta di ogni genere di navi e o natanti, di balneazione e di turismo nautico. I divieti scatteranno tutti i giorni, sabato e festivi esclusi, alle 7 e 30 e termineranno alle 17 e 30. Per i trasgressori sono previste pesanti sanzioni».
Marzo è ormai trascorso e dunque? Cerchi ancora notizie e scopri che «riprendono le esercitazioni» secondo quanto afferma Linkoristano, da lunedì 29 Aprile al 10 Maggio. 
Questi cieli non conoscono pause: giorni come il primo Maggio non rientrano in questi protocolli. 
Indefessi questi velivoli molesti hanno lavorato per spezzare l’armonia di un tempo che non ci appartiene. 
Ripensi alla narrazione che faceva tuo padre del rombare continuo, nel 1943, quando gli americani bombardavano Cagliari. Pensi ai suoi occhi che rivivevano la paura d’un bimbo di dieci anni, terrorizzato dagli spezzoni che cadevano come coriandoli. E non capisci il senso che oggi può avere questa rapina della pace.
Schiavitù militari, quelle di cui la Sardegna conosce bene il peso e dalle quali non sa affrancarsi. Questo è il non senso, il marchio che ci portiamo sulle spalle come un epitelioma di pirandelliana memoria. Un cancro le cui implicazioni ancora non conosciamo del tutto.
Sentirne il suono lugubre ti ha fatto prendere per mano tuo padre con il quale hai condiviso una paura vecchia e nuova.

venerdì 15 marzo 2019

Poligono di Quirra: lo stage e la strage - Daniela Pia


  
L’istituto Primo Levi di Quartu Sant’Elena, pare con l’accordo dei genitori, aveva scelto di mandare alcune terze classi al Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra, in località Perdasdefogu.
La scuola ha come obiettivo principale quello di favorire la crescita di cittadini consapevoli, promuovendo competenze critiche che, partendo dalla Costituzione, sviluppino le ragioni storiche, culturali ed etiche che rendono gli uomini e le donne di domani capaci di discernere fra la cultura della pace e i cultori della guerra e delle armi. Mettere l’accento sui disastri che la guerra ha inflitto, nelle diverse parti del mondo è un dovere morale.
Come questo possa conciliarsi con l’accettazione di stages nei poligoni militari è cosa di ardua comprensione. Cercare di sistemare studenti-studentesse per far fronte all’alternanza “scuola lavoro” richiederebbe un discernimento maggiore.
La prima considerazione riguarda l’intitolazione della scuola: Primo Levi. A quale scopo una scuola che lo ricorda mostra di ignorare, nei fatti, il vissuto e la sofferenza della guerra vissuta dallo scrittore di «Se questo è un uomo» accettando di indirizzare ragazze e ragazzi in un luogo in cui alla guerra si addestra? Fosse anche «per far acquisire agli studenti competenze tecniche e professionali, tipiche del settore amministrativo, gestionale e informatico, all’interno di un’organizzazione complessa e ben strutturata»?
La seconda considerazione riguarda il fattore salute. Già nel maggio 2012 il procuratore della Repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi, aveva affermato: «La Sindrome di Quirra oggi non è più un fatto misterioso, perché finalmente si conoscono le fonti del pericolo per la pubblica incolumità che sono rimaste coperte da un alone di mistero per tanto tempo». Non ha dubbi perchè la Procura di Lanusei ha ricostruito «un quadro di evidente contaminazione da attività militari e di sperimentazione» svolte per decenni all’interno del Poligono del Salto di Quirra. Il tutto senza che militari o civili impegnati nel poligono fossero stati adeguatamente informati o protetti verso i gravi rischi sanitari che potevano correre in determinate aree».
Spiegava il magistrato, supportando le sue argomentazioni con le conclusioni dei consulenti scientifici, che «la fonte di questo pericolo è costituita da una o più sostanze radioattive che creano, specialmente per le emissionidi radiazioni alfa, una pericolosità così lunga nel tempo che sono necessari 30/35 anni per esprimere tutta la loro potenzialità nociva. Significa che negli anni 2000 stiamo subendo i possibili effetti negativi, in termini di danni al DNA delle persone viventi e degli animali, per condotte poste in essere negli anni 1970/1980». (*)
Non è forse la salute, nelle sue varie sfaccettature, una delle emergenze educative cui la scuola deve far fronte?
Quali dunque le spiegazioni possibili per una scelta così poco oculata? Da qui dovremo ripartire, cercando di operare scelte di alternanza che non tralascino mai di operare in sintonia con l’articolo 11 della nostra carta Costituzionale laddove si recita che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Un’alternanza scuola-lavoro in questi contesti stride fortemente con troppi degli obiettivi che la scuola della Repubblica dovrebbe perseguire. Anche per questo, l’Istituto Levi ha dovuto correre repentinamente ai ripari annullando l’attività che tanto clamore ha destato.
«Non omne quod licet honestum est». Imparare dagli errori si deve, perché non si ripetano.

mercoledì 18 luglio 2018

Josephine - Daniela Pia


Due giorni in mare Josephine
A tenerla a galla i suoi occhi
Smarriti
Nessuna stella polare a guidarne il legno
Dai porti di Leptis, e Sabratha.
Chiusi gli empori dell'impero.
Sbarrata l'umana pietà
Murato il senno
Da Leptis Magna una donna e suo figlio
Fuscelli ostaggio dei marosi,
Di barrosi, bavosi, lividi scettri e
Spettri dis-umani,
Furono cibo al mare..mortum
E morti noi siamo
Innanzi a quei corpi
A quegli occhi
Ai rintocchi del mementomo.

mercoledì 16 maggio 2018

Gloria Anzaldúa: chicana, donna, lesbica - Daniela Pia



«Non lascerò più che mi si faccia vergognare. Avrò la mia voce: india, spagnola, bianca. Avrò lamia lingua di serpente, la mia voce di donna, la mia voce sensuale»: così parlava di sé l’autrice, di Terre di Confine/La Frontera, considerato uno dei migliori libri del XX secolo.
Gloria Anzaldúa era nata il 26 settembre 1942 a Harlingen (Texas). Il padre era figlio di un giudice della corte hidalga, discendente di famosi esploratori baschi arrivati in America nei primi anni del diciassettesimo secolo. Ha solo undici anni quando inizia a sentire sulla propria pelle gli effetti di quella discriminazione razziale che fu uno dei temi della sua riflessione letteraria.
Donna capace di dare voce alla poesia che le scorreva dentro e ripercorrere la storia della “espropriazione” materiale e culturale – fatta dagli anglos – delle terre Aztlán, luoghi d’origine della cultura azteca appartenute agli indigeni messicani sino al 1848 e sottratte loro (con il trattato di Guadalupe-Hidalgo) dagli Stati Uniti.
Nelle sue opere Gloria Anzaldúa ha recuperato e reinventato alcuni miti femminili nati dal contatto/scontro della civiltà nativa con quella europea: come Malinche, la traduttrice-amante di Cortés a lungo ritenuta dai discendenti degli aztechi una “traditrice”, presentata invece come esempio di una faticosa intermediazione linguistico-culturale.
Non ha trascurato nemmeno la Virgen de Guadalupe, la Madonna messicana frutto della fusione sincretica con la divinità azteca Coatlique. Ha riportato poi la sua esperienza personale di donna lesbica e chicana – ruoli faticosi da far rispettare – e si è soffermata a mettere in luce l’arcobaleno delle lingue variegate  che hanno contraddistinto il panorama linguistico delle borderlands, fra Messico e Stati Uniti, partendo dalle contaminazioni presenti nella sua complessa biografia. «Le parole sono lame d’erba che attraversando gli ostacoli, germogliano sulla pagina; lo spirito delle parole che si muove nel corpo è concreto e palpabile come la carne; la fame di creare è altrettanto materiale quanto le dita e la mano. Guardo le mie dita, vedo crescervi piume. Dalle dita, mie piume, inchiostro nero e rosso cola sulla pagina». (in Terre di confine).
Un vero e proprio inno alla mescolanza: non solo per i temi affrontati ma anche nella struttura dove i confini tra i generi letterari sfumano l’uno nell’altro (saggio teorico e biografia, poesia e storiografia, antropologia e romanzo) come quelli fra i codici linguistici (castigliano, chicano, inglese standard e slang, nahuatl).
Parola e frontiera dunque sono i concetti su cui si è sviluppata tutta la sua poetica: «luogo o stato della coscienza dove tutti possiamo ascoltare e parlarci, dove le divisioni possono essere colmate, forse persino sanate».
Luogo simbolico ma anche di transito. Luogo delle anime in cerca di sé. 
Con la frontiera i messicani hanno dovuto fare i conti, e ancora li stanno facendo, costretti a lasciare affetti e casa per adottare una nuova realtà che li avrebbe voluti sempre sottomessi e subalterni.
La capacità della Anzaldua di tramutare il luogo di oppressione coloniale in qualcosa di magico la si avverte nel momento in cui la frontiera viene tracciata e ridefinita quale simbolo di libertà e resistenza. 
Se al confine si vogliono  costruire muri e separare culture, escludendole l’una dall’altra, lei ha tentato di costruire ponti per disinnescare il meccanismo di separazione, invitando ad abitare la frontiera per attraversarla mille e mille volte. 
È infatti la mescolanza delle culture, del sudore, delle sofferenze che può creare una possibile relazione fra le genti. «There is the queer of me in all races» (C’è la mia “stranezza” in tutte le razze) afferma con orgoglio. Riconoscere questa stranezza aiuta a superare gli steccati che circondano la vita di ognuno di noi, dalle origini alla sessualità, dalla lingua alla religione. 
Il concetto di new mestiza sviluppato con la sua scrittura ha avuto come obiettivo  anche quello di spezzare qualsiasi forma di contrapposizione assoluta (filoamericano-amerindio) per cercare di disegnare una cartografia nuova di luoghi fisici ed emotivi.
E’ scomparsa il 15 maggio 2004. Durante la sua esistenza ha cercato sempre di coniugare mondi che, se apparivano ancestralmente differenti, potevano comunque incontrarsi. Anzaldùa è stata una donna capace di ridefinire le frontiere mettendo in luce soprattutto le sorti di un gruppo di esseri umani tre volte penalizzato: le donne di “razza” meticcia e dall’orientamento sessuale non tradizionale.
da qui

giovedì 8 marzo 2018

“Lottomarzo”: la scuola, le parole, i diritti - Daniela Pia


Stamane a scuola si è celebrata la Giornata internazionale delle donne, in aula magna era presente un nutrito pubblico di studentesse e studenti delle classi quarte e quinte.
La prima parte, prevedeva la proiezione del film “Suffragette”. Mentre la storia si dipanava sullo schermo la sala, di tanto in tanto, veniva illuminata come a un concerto da tante fiammelle. Non certo lumicini a ricordare il sacrificio di tante donne ma cellulari accesi. Alcuni inviavano messaggi, altri mostravano giochini.
Noi insegnanti abbiamo più volte invitato a spegnerli: una lotta. Uno si spegneva e l’altro si accendeva.
Mi sono avvicinata a due studenti, che hanno opposto resistenza, fingendo di spegnere. Ho ricordato che si trattava di attività didattica a tutti gli effetti, che non era consentito loro fare ciò che volevano. Uno dei due giovanotti mi ha risposto “Uffa ma cosa vuole che me ne importi di queste femmine, tutta cosa di femmine. Io sono un maschilista. Un vero maschilista.”
Tutto ciò mentre sullo schermo una delle protagoniste, Maud veniva nuovamente arrestata e, come moltissime suffragette prima di lei, iniziava  lo sciopero della fame il quale dopo cinque giorni di digiuno veniva brutalmente interrotto con la forza costringendo la donna ad alimentarsi. Una violenza tremenda.
Meditavo sul fatto che la frase dello studente dovesse essere rimarcata (senza citarne l’autore). Finito il film non ho potuto trattenermi. Mi si imbiancheranno anche i capelli ma non perdo il vizio. Chiedo la parola e  racconto l’accaduto, partendo dal significato della parola maschilismo di cui il giovane si fregiava con tanto orgoglio e provo ad evidenziare il fatto che si tratta di una forma di sessismo che inneggia a una presunta superiorità dell’uomo nei confronti della donna. Lo studente comincia ad agitarsi, borbotta, rivelando così di essere l’autore dell’infelice uscita.
Continuo soffermandomi sulla parola femminicidio, cerco di richiamare l’attenzione sui sacrifici cui la storia ha sottoposto le donne, ribadisco che i diritti conquistati con la vita, dalle antesignane di quelle battaglie, sono gli stessi di cui godiamo tutte, compresa la madre dello studente in questione. Il ragazzo a sentire nominare la madre si agita sempre più, intuisco che mi stia dicendo di non nominare la mamma. Lo invito a spiegarsi: gli chiedo cosa stia dicendo ma non parla. Borbotta .
La sala è tutta un brusio.
Una pietra è stata lanciata nello stagno, i cerchi già si allargano.
Intanto però questo modo di usare le parole in modo così sbrigativo e superficiale non può non addolorarmi.
Così prima che iniziasse  la seconda parte delle attività previste, tornata sulla mia sedia, ho iniziato a riflettere sulla questione delle parole: quante e quali parole posseggono oggi questi nostri studenti mi chiedevo. Già nel 1976 Tullio De Mauro, l’esimio linguista poi ministro della Pubblica Istruzione, evidenziava, attraverso una ricerca, che gli studenti del ginnasio possedevano un vocabolario composto da 1600 parole. Vent’anni dopo il bagaglio si era dimezzato. Oggi pare che si aggiri intorno alle trecento parole. Trecento: delle quali non sempre si possiede il significato. Lo chiamano analfabetismo funzionale. Un dramma con il quale nelle scuole ci confrontiamo quotidianamente: durante le verifiche orali e le conversazioni in aula, sempre più spesso la gestualità viene invocata da studenti/esse per accompagnare un significato che non si riesce a esprimere.
Così avviene che si usi con orgoglio la parola maschilismo per contrapporla a femmina, chè femminismo è faccenda troppo impegnativa,
Si ha difficoltà a percepire cosa sia un diritto, che ci sono diritti a compartimenti stagni: i diritti delle donne e quelli dei maschi; i diritti dei bianchi e quelli dei “negri”; i diritti degli italiani e quelli degli “invasori”.
Il vocabolario viene sostituito dagli slogan – usati in modo strumentale anche da certa politica-  e si diffonde uno scarso senso critico; Facebook diventa la Bibbia e si allarga l’incapacità di distinguere le notizie vere da quelle false.
Un lavoro immane attende la Scuola – maiuscola – fagocitata da attività che fanno dimenticare come si costruiscono cittadini consapevoli.
Disarmata mi sono sentita.
Ho però preso una decisione, compirò una azione di protesta. Domani mi armerò di tinta e pennellessa, con l’aiuto dei miei studenti/esse, ci riapproprieremo di un poco di nobili parole, cancelleremo assieme una scritta che è comparsa da una settimana dentro la scuola e che, preceduta da una svastica, recita  “viva Salvini, fuori i Negri da questa scuola”.
Di quel muro faremo lavagna e tutti assieme, in bella grafia, scriveremo: “”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Articolo 3 della Costituzione, prima parte).
Ognuna delle  parole che vi compaiono necessiterà di  lunga meditazione, visto che sancisce uno dei princìpi più significativi della Costituzione repubblicana ed essendo il portato dei valori che discendendo dalla rivoluzione francese sono poi ribaditi nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Ma la parola uomo non significa maschio e nemmeno maschilista o razzista.
Spero non se ne abbiano a male gli estimatori di Salvini, che hanno imbrattato la scuola; nel caso ce lo appunteremo come medaglia sul petto.