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sabato 26 dicembre 2020

La stupidità al potere - Sergio Benvenuto

1.

 

Alcuni non credono affatto che l’assurda pretesa di Trump di aver vinto le elezioni presidenziali sia effetto di qualche squilibrio mentale, di un ottuso rifiuto della realtà come in tanti negazionismi (Trump nega anche l’importanza dell’epidemia da coronavirus). Anche perché gran parte dell’establishment republican – che non è una banda di psicotici, si presume – ha sostenuto il suo rifiuto di fare concession, come si dice in America, cioè di ammettere sportivamente la sconfitta. Costoro dicono che dietro il comportamento in apparenza quasi-delirante di Trump ci sia invece un abile calcolo politico e personale. Ovvero, Trump vorrebbe “contrattare” la sua partenza dalla Casa Bianca, chiedendo a Biden assicurazioni sulla propria immunità penale, dato che il suo ritorno allo status di comune cittadino farebbe scattare una serie di incriminazioni e processi per quel che fece in passato… E che comunque Trump, anche in questo rifiuto di aver perso, asseconda gli istinti dei suoi elettori, tutti accomunati da varie negazioni della realtà: quella del riscaldamento globale, della pandemia, della globalizzazione, dell’inevitabilità dell’immigrazione…. Non ultima possibilità, il progetto di un colpo di stato, della guerra civile, contro un’America liberal identificata al bolscevismo.

 

Questa tesi sull’”astuzia di Trump” nasce da un presupposto che sembra del tutto verosimile: che se un politico è giunto al massimo del potere in un paese colto e potente, non può essere né uno stupido né un pazzo. Anche quando sembra fare o dire cose stupide o pazze (come faceva Berlusconi, ad esempio), si presuppone che ci sia in esse una sottile e cinica logica politica. Del resto, queste “cose pazze” sono quelle che vuole sentire il proprio elettorato, si dice. Credo però che la vita politica sia molto più irrazionale di quanto non sia disposto ad ammettere chi hegelianamente dà per scontato che “il reale è razionale”.

 

2.

 

Lo storico dell’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, segretamente di idee comuniste, fu obbligato a fare da cicerone a Hitler, venuto in visita in Italia nel maggio 1938. Il libro che descrive il suo incontro con Hitler, Mussolini e altri gerarchi fascisti (Hitler e Mussolini, 1938: il viaggio del Führer in Italia, E/O, 1995) è una testimonianza rivelatrice.

 

Mussolini, commentando la parata navale offerta a Hitler a Napoli per esibire la potenza italiana, disse che la Gran Bretagna era invidiosa della forza della marina italiana, dato lo stato di declino e di degrado del potere navale inglese… Bianchi Bandinelli, che pur non era un esperto di cose militari ma una persona colta e intelligente, notò con stupore quanto lo stesso Mussolini, sparando una sciocchezza del genere di fronte al suo alleato, fosse lui stesso la prima vittima della propaganda auto-compiaciuta del fascismo contro l’Inghilterra. Per Bianchi Bandinelli era evidente che la marina britannica era superiore di gran lunga a quella italiana. Eppure, se Mussolini lo disse con tanta sicumera a Hitler, ci doveva certamente credere.

 

Hitler, che era stato un pittore fallito, amava sinceramente l’arte. Bianchi Bandinelli fu colpito da quante volte Hitler commentasse le bellezze artistiche che vedevano, a Roma e a Firenze, dicendo “Ecco, se ci fossero i bolscevichi, tutto questo sarebbe distrutto!”. Insomma, anche Hitler era stato convinto dalla propria propaganda: che i bolscevichi distruggessero sistematicamente le opere d’arte antiche, confondendoli probabilmente con i futuristi italiani come Marinetti (che volevano davvero distruggerle, e che invece fiancheggiavano il regime fascista). Eppure doveva sapere che l’Hermitage di Leningrado era aperto a tutti. Hitler sembrava assolutamente convinto del fatto che i comunisti fossero barbari distruttori di opere artistiche.

 

Percorrendo via Veneto, all’epoca la più elegante strada romana, Hitler fu colpito dalla bellezza ed eleganza di alcune donne italiane e disse, convinto, che il portamento delle italiane era particolarmente raffinato perché erano abituate a portare cesti in testa. Che le signore che passeggiavano per via Veneto fossero state contadine con panieri in testa, come Hitler aveva probabilmente visto in qualche film folkloristico, era evidentemente un’altra colossale stupidaggine. Il leader politico risultava vittima di immagini turistiche di bassa lega.

 

Mussolini non si preoccupava molto dell’entrata degli Stati Uniti in guerra e ripeteva che la forza militare statunitense era di gran lunga sopravvalutata. Il giornalista Indro Montanelli, che invece era una persona intelligente e viaggiava, disse allora ai suoi amici: “Perché non mostrate a Mussolini l’elenco telefonico di New York?” La sola vista di quell’elenco avrebbe persuaso quel fanfarone a non fare la guerra agli US.

 

Di solito si pensa che Hitler fosse intelligente ma pazzo, mentre Mussolini fosse solo stupido. Ma mi pare che tra i due dittatori anche la stupidità fosse alquanto ben distribuita.

 

3.

 

Invece, la democrazia permette davvero – come dicono i suoi agiografi – di scegliere i propri leader tra la gente migliore, oppure premia spesso dei cialtroni? Forse non c’è una risposta univoca. La democrazia sceglie delle volte il meglio, delle volte il peggio, altre volte la mediocrità. In tanti pensiamo che, eleggendo Trump nel 2016, la democrazia americana abbia scelto il peggio. Dopo Trump, la democrazia americana ha perso gran parte del suo prestigio.

 

Di recente, in una trasmissione televisiva italiana si diceva, tra le altre cose, che Trump sa bene del riscaldamento globale e del ruolo che gli umani giocano in esso, ma lo nega per demagogia, per giustificare la sua politica di sviluppo sfrenato dell’industria americana senza preoccuparsi dell’ambiente.

 

Ma supporre in Trump la conoscenza della verità e pensare che egli la neghi cinicamente giusto per vincere elezioni, è un modo di sopravvalutarlo. Egli guarda unicamente Fox News, il canale ultra-conservatore i cui notiziari sono infarciti di menzogne, manipolazioni dei fatti o semplicemente di stupidaggini. Se Trump fosse un cinico calcolatore intelligente, seguirebbe piuttosto le trasmissioni e la stampa serie, anche se democrat, per informarsi e poter quindi elaborare col suo staff menzogne per nascondere abilmente la verità alle plebi credule. Vedendo come Trump parla e scrive, ho l’impressione che egli sia invece piuttosto come Mussolini e Hitler: un cialtrone vittima per primo della propria stessa propaganda. Ci scommetto che Trump sia il primo a credere che non esista effetto serra, che un muro al confine col Messico sia un modo efficace di evitare l’immigrazione, che l’Unione Europea sia una minaccia per gli Stati Uniti, e che davvero abbia perso le elezioni del 2020 per i brogli dei democrats… Non diversamente da come Mussolini e Hitler credevano alle insulsaggini della propaganda nazista e fascista. Non credo che Trump sia un cinico calcolatore che mente sapendo di mentire, purtroppo è in buona fede.

 

Credere che l’avversario politico sia molto intelligente è un errore in cui cadono spesso gli intellettuali. Ci cadde anche Bertolt Brecht, quando in La resistibile ascesa di Arturo Ui (1941) descrisse i nazisti al potere come una banda di gangster italo-americani nel racket dei cavolfiori. Credo invece che i grandi gangster fossero molto più intelligenti – cioè disincantati – dei capi nazisti. Costoro credevano veramente nei loro ideali deliranti: che ebrei e slavi fossero razze inferiori, che c’era una cospirazione mondiale sionista, che i tedeschi fossero una razza eletta (Hitler prese sul serio anche la ricerca del Sacro Graal…), ecc. A differenza dei mafiosi americani, i nazisti avevano degli ideali. Questi, spesso, producono più danni del semplice calcolo dell’utile personale.

 

4.

 

Proviamo a estendere il nostro ragionamento. Non penso che demagoghi come Salvini, Trump, Le Pen, Boris Johnson, Obrán o Bolsonaro siano davvero dei cinici calcolatori, che dicono anche le cose più strampalate giusto per averne un ritorno in termini di voti. Il leader politico disinformato, gradasso, crede davvero alle corbellerie che racconta. La cosa terribile di tanti leader – anche di alcuni di sinistra– è che sono spesso davvero sinceri. Davvero la pensano come i loro elettori.

 

Insomma, aveva torto Voltaire: quando due preti si incontrano per strada, non scoppiano a ridere. Stessa cosa per due fascisti che si incontrano per strada: non ridono.

 

Credo che non sia diverso con gli animatori televisivi o radiofonici che guidano trasmissioni becere e superficiali. Partecipai qualche volta a qualcuna di queste, e fui colpito da quanto questi animatori fossero sinceri… Si può pensare che questi giornalisti o intrattenitori si rendano perfettamente conto quanto siano cretine le cose che raccontano e lasciano raccontare, e che lo facciano solo per alzare gli indici di ascolto. Sono invece convinto che riescano a versare idiozie perché anche loro ci credono. Non potrebbero fingere a lungo e in modo così convincente.

 

Insomma, tendiamo a sopravvalutare sapere e intelligenza dei nostri leader, anche quando li detestiamo. Invece il loro livello intellettuale e culturale non è molto diverso da quello della maggior parte dei loro simpatizzanti. È l’immagine che ho di quasi tutto lo staff dirigente dei Cinque Stelle, per esempio, oggi principale partito di governo: di incompetenti che a lungo (prima di confrontarsi con la realtà del governare) hanno davvero creduto alla vuota demagogia che ha convinto, nel 2018, un elettore italiano su tre.

 

Vedo molti dei nostri leader attuali come dei giovani sprovveduti che imparano l’ABC del governare man mano che governano, scontrandosi con la prosaica realtà delle cose. Sembrano pescivendoli alla Masaniello che devono rendersi conto, giorno dopo giorno, che l’arte di governare non ha nulla a che vedere con le tirate di propaganda di quando si è all’opposizione (Masaniello non ebbe il tempo di imparare, per cui fu fatto fuori in pochi giorni).

 

5.

 

Ma allora, se tanti nostri leader sono stupidi e ignoranti, come accade che le nostre nazioni non vadano a carte quarantotto?

 

La verità è che, per lo più, le decisioni politiche hanno una scarsa influenza – per fortuna – sul sistema economico e sociale di un paese. Lo abbiamo ben visto in Spagna nel 2016: per oltre un anno il paese è stato privo di un governo, eppure l’economia spagnola non è andata mai tanto bene, oltre il 3% annuo di crescita. Un dato che potrebbe dar ragione ai teorici del liberalismo radicale. Ogni paese è un sistema che, forte o sgangherato che sia, ha i suoi automatismi, e in larga parte fa a meno delle decisioni politiche. La società, l’economia, seguono il loro corso, la politica incide poco su di esse. Tranne in momenti chiaramente catastrofici, quando gli automatismi non possono funzionare più: le crisi del 1929 e del 2008, le aggressioni naziste degli anni 1930, le epidemie come nel 2020… Allora la politica deve fare davvero scelte cruciali, gli automatismi vanno spezzati. Ed è perciò che oggi il neo-liberalismo è in evidente declino: in certi casi, la politica deve intervenire.

 

Per il resto, i politici al governo si concentrano spesso su questioni irrilevanti, ma che hanno un grande impatto emotivo e mediatico: se costruire o meno la TAV, se emanare leggi che proteggano di più chi spari sui ladri, se far restituire ai parlamentari parte del loro stipendio, se ridurre il numero dei parlamentari, se eliminare auto blu, quali dirigenti della RAI scegliere… Tutte questioni che non incidono per nulla sul funzionamento reale della società, ma che sono totem del dibattito politico. Puri vessilli, bandiere, assiomi per cui battersi fino all’ultimo sangue.

 

Eppure alcune decisioni politiche possono avere effetti catastrofici, come ben sappiamo. La stupidità paranoica di Mussolini e Hitler portò alla guerra mondiale, alla loro stessa fine. Nel 2011, far fuori Gheddafi senza cercare di governare il processo di ricostruzione della Libia fu un grande errore delle potenze occidentali (anche se un errore ispirato dalle migliori intenzioni politicamente corrette: non condizionare “da colonialisti” il destino della Libia, non interferire nella sua autonomia…) Ma le scelte sciocche dei nostri politici sono, di solito, di più modeste dimensioni: spesso più demagogia che vere riforme. C’è poi dietro di loro un esercito di tecnici navigati che limano le scempiaggini decise dai politici e le riportano a dimensioni più accettabili. Insomma, il sistema-paese resiste ai fuochi artificiali dei politici andando avanti per la propria strada; o andando indietro per la propria strada. La politica reale è – talvolta per fortuna, talvolta per sfortuna – alquanto indipendente dalla politica mediatica. È l’ambiguità della mediocrità dei politici: da una parte le loro scelte non risultano così dannose perché si concentrano su iniziative di pura facciata che non cambiano veramente il sistema, dall’altra invece alcune scelte possono davvero rivelarsi deleterie.

 

La stupidità e l’ignoranza di tanti leader, eletti proprio perché stupidi e ignoranti, sono quindi a doppia faccia: la stupidità può portare o a immani catastrofi, oppure essa lascia esattamente le cose così come stanno.

 

6.

 

Correlata a questa sopravvalutazione del sapere e dell’intelligenza dei politici è la teoria – che oggi in Italia viene evocata sempre meno – della “stanza dei bottoni”. Se si giunge al potere, si entra nella misteriosa stanza dei bottoni. Un tempo si diceva: si conquista il Palazzo d’Inverno (a San Pietroburgo).

 

Personalmente non ho mai avuto il piacere di entrare in qualche stanza dei bottoni, ma ho frequentato a lungo persone che nella stanza sembravano starci. All’inizio degli anni 1980 entrai nella redazione di una rivista politico-culturale all’epoca molto prestigiosa, “Mondoperaio”, mensile del partito socialista diretto da Federico Coen. Fra le altre cose “Mondoperaio” aveva lanciato negli anni 70 la figura di Norberto Bobbio, e annoverava ottimi collaboratori. Ma soprattutto era organo di un partito di governo. Mi dissi: “Non è che così entrerò nella stanza dei bottoni. Ma certamente capirò finalmente molte cose della politica italiana, e non solo, che da comune mortale che legge i quotidiani non posso capire”. Dopo un po’, mi resi conto che in quella redazione, e in generale nell’élite intellettuale socialista, non si sapeva nulla di più di quel che sapevo io leggendo dei buoni quotidiani e settimanali. Nessun segreto fondamentale emerse in quei più di dieci anni in cui fui redattore di “Mondoperaio”.

 

Certo, c’erano alcuni traffichini che facevano gossip, che sapevano se Craxi aveva attualmente un’amante o meno, o quanto piacesse bere al ministro de Michelis. Ma non ebbi mai quelle “chiavi” che mi aspettavo di avere per il solo fatto di bazzicare il palazzo del Potere. E non le ebbi perché non c’erano. Del resto, è quel che disse anche Pietro Nenni, per tanti anni segretario del partito socialista all’opposizione. Quando entrò nel governo di Centro Sinistra nel 1963 come vicepresidente del consiglio, si disse “Finalmente sono nella stanza dei bottoni!” Ma ben presto si rese conto, e lo scrisse, che la stanza dei bottoni non esisteva. È una fantasia di chi è lontano dal Palazzo, è l’embrione di ogni complottismo. I politici, i leader, si arrabattano non meno di quanto facciamo noi che seguiamo un po’ di politica. Anche loro mi sembravano preda di pregiudizi, partiti presi, chiavi interpretative precostituite, valutazioni generiche o cliché sulla realtà…. Questi politici e leader erano insomma dei poveracci come noi. Certo conoscono tratti personali dei loro avversari che possono essere loro utili quando si tratta di negoziare, a loro la lotta politica appare quasi sempre scontro tra persone. Ma conoscono molto poco la società che devono governare. Quando fanno delle buone analisi, sono analisi che potrebbe fare chiunque segua un po’ la stampa che conta.

 

Lo abbiamo verificato poi a livello planetario con Wikileaks. Mi si citi una sola informazione uscita fuori da Wikileaks che abbia cambiato il nostro modo di vedere un paese o una fase storica! Gran parte erano riassunti informativi che servivano ai politici per avere il quadro di un paese. Ma per chi viveva in quel paese si trattava di banalità, di cose risapute. I Grandi della Terra non ne sanno molto più di noi.

 

7.

 

Per finire. Se la stanza dei bottoni non esiste, anche il potere di Trump è stato esso stesso, nel fondo, inesistente. Certo poteva e può spingere il bottone della bomba atomica, il che non è poco. Non mi stupirebbe se, prima di andarsene, ordinasse un attacco atomico contro l’Iran, da buon paranoico qual è. Allora bisogna sperare in un equivalente americano del generale Dietrich von Choltitz, come nell’agosto 1944 a Parigi… Il potere politico può distruggere intere città, ma di solito non riesce a cambiare nulla. La stanza del bottone atomico non è il Palazzo d’Inverno.

da qui

giovedì 31 ottobre 2019

L’est antisemita e la “risoluzione” del parlamento Ue – intervista ad Alessandro Barbero



(di Natalia Marino)

Lo storico Barbero come valuta la Risoluzione adottata dal parlamento europeo lo scorso 19 settembre, nell’anno in cui “si celebra l’80° dello scoppio della seconda guerra mondiale”?
Prima di tutto segnalo una doppia assurdità nella ricostruzione storica avallata all’Assemblea di Strasburgo. Il documento “sottolinea” infatti che la seconda guerra mondiale “è iniziata come conseguenza immediata del famigerato” patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione siglato il 23 agosto 1939 da “Unione Sovietica comunista e la Germania nazista” e, ancor più incredibilmente, che con quell’accordo i “due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza”. In questo passaggio c’è un equivoco abnorme, peggio un falso, perché in realtà ciò venne deciso molti anni dopo, negli ultimi mesi del conflitto, e non da Stalin e Hitler ma da Stalin insieme a Churchill e Roosevelt nelle Conferenze di Yalta e di Postdam.

Perché la forzatura se non corrisponde ai fatti?
Leggendo la Risoluzione è palese sia stata promossa dagli Stati dell’Europa centrale e orientale dove, dopo il 1945, dominarono regimi dittatoriali sostenuti dall’Urss, e dunque l’intento era di condanna. Bene inteso, non si può dar loro torto perché sono stati regimi impopolari e oppressivi. Tuttavia attestare un interesse all’egemonia mondiale da parte di Stalin è una fandonia totale. È storicamente assodato e risaputo che, in quel 1939, il suo unico obiettivo era evitare a qualsiasi costo una guerra all’Unione Sovietica.

Più volte la Risoluzione ribadisce che il patto indicato col cognome dei due ministri degli Esteri di allora avrebbe invece la responsabilità di aver “spianato la strada allo scoppio della seconda guerra mondiale”.
Stalin fa il patto con la Germania quando sono falliti tutti i tentativi di stringere accordi con l’Inghilterra e con la Francia, quando già Inghilterra e Francia hanno lasciato via libera a Hitler. Per paura, per incapacità, furono anni terribili per fare politica, sia chiaro. Ma certamente prima del Molotov-Ribbentrop, c’è l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, siamo nel marzo 1938, e nessuno dice niente; subito dopo ci sono le rivendicazioni del Terzo Reich sui Sudeti, quindi su un pezzo di Cecoslovacchia, e con gli accordi di Monaco, fine settembre ’38, non solo nessuno dice niente bensì Regno Unito e Francia aiutano Hitler a costringere i cecoslovacchi a cedere quei territori; quindi pochi mesi più tardi, arriviamo al marzo 1939, Hitler invade il resto della Cecoslovacchia e, ancora una volta, Inghilterra e Francia restano alla finestra. Fino a quel momento, l’Unione Sovietica cercò in ogni modo di creare un’alleanza contro Hitler. I governi occidentali non si fidarono, si può anche dire che non avevano torto, però poi Churchill e Roosevelt daranno credito a Stalin e vinceranno la seconda guerra mondiale. In altre parole, affermare che il patto Molotov-Ribbentrop abbia spianato la strada al conflitto bellico ha senso solo se ricordiamo che fu l’ultimo atto di una sequenza di compromessi e cedimenti a Hitler. Tutti hanno ceduto a Hitler. E infine lo fece anche Stalin decidendo, con estremo cinismo, che fosse l’unico modo per salvaguardare il suo Paese da una guerra.

E neppure intendeva conquistare il mondo?
Vedere nel trattato di non aggressione un patto di spartizione tra due dittature, ribadisco, è falso e insensato. Fino ad allora Stalin aveva sostenuto la politica del socialismo in un solo Paese e aveva fatto fuori quanti teorizzavano la rivoluzione permanente e volevano esportarla a livello globale.
Premesso che affrontiamo una vicenda terribilmente complessa, non intendo affatto contestare le responsabilità staliniane: il Molotov-Ribbentrop è una mossa spudorata. Stalin era sempre stato disposto a fare delle giravolte incredibili, interessato unicamente al risultato da ottenere in quel momento. E in quel momento vuole assicurarsi che la Germania non attacchi l’Unione Sovietica e che l’Unione Sovietica non rimanga isolata. Dunque benissimo un patto col diavolo, un “il fine giustifica i mezzi” moralmente e politicamente discutibile, ma sul piano storico è un’alleanza fra due nemici che si odiano, consapevoli che cercheranno di imbrogliarsi l’un l‘altro. Sono assurde e senza fondamento tutte le letture che ritengono simili nazismo e stalinismo e la loro alleanza un fatto naturale.

E Hitler voleva la guerra?
Niente affatto, piuttosto per le sue mire era disposto a rischiare anche una grande guerra mondiale; in realtà avrebbe preferito che Inghilterra e Francia gli lasciassero conquistare la Polonia come aveva già fatto con l’Austria e la Cecoslovacchia. Nessuno lo aveva fermato e lui era andato avanti. Semplicemente. La stessa Polonia dell’epoca mise i bastoni fra le ruote ad un allargato schieramento contro Hitler ed è comprensibile: era nata da appena due decenni dopo una guerra con l’Urss e aveva il terrore di una riconquista. Per lo scoppio del conflitto mondiale l’atteggiamento polacco non fu tuttavia determinante, va messo bene in chiaro. Decisiva fu la debolezza dei governi del Regno Unito e della Francia, lo spettro di una nuova guerra, la diffidenza verso il dittatore sovietico Stalin e il cinismo criminale dello stesso Stalin.

Nei Paesi dell’est Europa, prima del 1939 c’erano simpatie verso il fascismo e il nazismo?
È un argomento molto delicato ed è d’obbligo prendere atto di differenti sensibilità. Prima della seconda guerra mondiale quei Paesi avevano sistemi autoritari e militaristi ma non tutti allo stesso modo. In alcuni ambienti, c’era sì una sorta di attrattiva nei confronti del nazismo ma era l’anticomunismo il denominatore comune, talmente forte da accecare, da non permettere di vedere altro, come accade oggi. Soprattutto, e dispiace doverlo dire, erano Paesi violentemente antisemiti. In Polonia l’occupazione tedesca fu spaventosa, la popolazione resistette con grandissimo impegno e sacrificio, però che i nazisti sterminassero gli ebrei non lo valutò, al tempo, l’aspetto più terribile. I Paesi baltici si sentirono liberati dai nazisti dopo la breve occupazione staliniana e ci furono episodi di collaborazione delle milizie locali alla shoah ebraica. La Romania, che oggi si lamenta, nel 1941 insieme ai nazisti invase l’Unione Sovietica e contribuì al genocidio della comunità ebraica di Odessa. Purtroppo, l’antisemitismo diffuso nei Paesi dell’Europa orientale ha permesso che l’occupazione nazista non incontrasse una netta opposizione.

La Risoluzione è intitolata “Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”.
Il documento concorre a consolidare un distorto e frequente luogo comune, cioè che la memoria da sola, possa unificare, si possa condividere. Ma la memoria non è critica, è parziale per definizione, e spesso infatti è usata per additare nei nemici. Ognuno, legittimamente, ha la sua memoria. Ma senza una visione d’insieme, se non si vuole restare confinati a un circoscritto punto di vista e provare a capire come l’umanità ha attraversato gli eventi, deve essere interpretata dalla storia. In Italia altrimenti ci dovremmo ricordare le stragi nazifasciste e i bombardamenti alleati, fatti che di per sé aiutano ben poco ad amare gli altri popoli… Il parlamento europeo parte dalla memoria e, già che c’è, suggerisce di abbattere i monumenti che ricordano una memoria che non gli piace! Quei monumenti rappresentano una memoria di parte? Certo, dunque abbatterli significa schierarsi dall’altra parte. La memoria del parlamento europeo è insomma brandita “contro” qualcuno.

Nel testo si rimarca l’adesione “all’UE e alla Nato dei Paesi dell’Europa centrale e orientale”, è c’è un appello alla società russa, “la più grande vittima del totalitarismo comunista”, affinché si confronti “con il suo tragico passato”. Cosa ne pensa Barbero?
Quella Risoluzione è chiaramente un documento politico, fabbricato con fini politici e per di più abbastanza mediocri. Mi fa venire in mente quei politici italiani che da quando è nato il nuovo governo gridano ai loro elettori: “Oddio oddio, i comunisti sono andati al potere!”. È un documento dalla visione stranamente provinciale e ristretta, arcaica, perché parla delle conseguenze della seconda guerra mondiale solo da un punto di vista molto localistico. Non c’è una parola sulla fine dell’imperialismo coloniale, sull’indipendenza dell’India e della Cina, per esempio. Anche la visione del comunismo è altrettanto limitata: è come se il comunismo si identificasse con lo stalinismo e con i regimi dei Paesi del Patto di Varsavia, quelli che fino alla caduta del Muro di Berlino facevano parte del blocco sovietico. Qualsiasi parallelo tra comunismo e nazismo è un falso storico. Il nazismo è durato vent’anni e ha governato un unico Paese per tredici anni; regime nazista e ideologia nazista sono la stessa cosa. Invece il comunismo è una realtà storica durata ben un secolo e mezzo, esisteva già alla metà dell’800. Ammettiamo per ipotesi, nonostante forse la Cina non sarebbe d’accordo, che non esista più dall’89, con il crollo dell’Unione Sovietica. Ebbene in tutti i Paesi del mondo ci sono state generazioni e generazioni di comunisti, nella maggior parte dei casi sono stati perseguitati, messi in galera; in altri, come in Italia e Francia, dal secondo dopoguerra sono stati elemento fondamentale della vita democratica. Non c’è alcun dubbio che, diversamente, in Urss il comunismo abbia dato luogo a un regime terribile e nell’Europa centrale e orientale a regimi che, come ho detto, si sono rivelati impopolari e oppressivi. Il punto è un altro però. La falce e il martello non sono simboli della dittatura di Stalin ma di una speranza che per oltre centocinquant’anni ha animato milioni di persone in tutto il mondo. Lo prova il fatto che si può essere comunisti e avere una pessima opinione di Stalin e criticare il suo regime; al contrario, ed è facile verificarlo, non troverà nessuno tra quanti si richiamano al fascismo che abbia la forza di criticare Mussolini e il suo regime; se lo immagina in Germania un neonazista che critichi il Führer? Non esiste fascismo al di là della dittatura di Mussolini, né nazismo al di là di Hitler. Il comunismo invece ha espresso diverse personalità e pensieri. Se avessi una vecchia tessera del Pci, magari firmata da Enrico Berlinguer, mi dovrei forse vergognare?

domenica 7 luglio 2019

Trump e Hitler hanno molto in comune - Burt Neuborne



Odio mettere Donald Trump e Adolf Hitler nella stessa frase. Banalizza gli  osceni crimini di Hitler per confrontarli con le debolezze spesso patetiche di Trump. 
Ma non posso ignorare il fatto che la retorica politica selvaggia di Trump , sia come candidato che come nostro 45 ° presidente, segue da vicino le tesi  che Adolf Hitler usò, dal 1932 al 1936 ,per persuadere una massa critica del popolo tedesco a scambiare i loro democratici diritto di nascita con una miscela nazista di xenofobia, bigottismo e capri espiatori.
Hitler non ha preso il potere con la forza. La Germania lo ha accolto come un frutto maturo, dopo essere stata   rovinata da anni di retorica velenosa e corrosiva. Il vero rischio per la democrazia americana, minata dal talento di Trump per le invettive e le divisioni, non è un colpo di stato militare. È l'erosione dei vincoli di rispetto reciproco e di decenza comune che tengono insieme le democrazie costituzionali.
Una chiave per capire il successo di Hitler  si trova nel Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, dove due piccoli cubetti di plastica verde riposano quasi inosservati su piccoli tavoli espositivi, esempi superstiti delle radio in miniatura distribuite gratuitamente dal Partito nazista negli anni che seguirono il 1932. Le radio ricevevano, in  una singola frequenza,: la voce incessante e non adulterata di Adolf Hitler che vomitava la sua miscela di odio direttamente nelle teste  del popolo tedesco .
La padronanza di Trump su Twitter  corrisponde  al potere di quelle radio di plastica verde, che creano una linea diretta di comunicazione non filtrata con 40 milioni di americani, consentendo a Trump di alimentare paure di massa e di fomentare la rabbia  che divide .
E non dovrebbe sorprendere il fatto che Donald Trump sia così abile nell'imitare la retorica di Hitler.  Sappiamo dalla testimonianza ormai sigillata di Ivana Trump ,al processo di divorzio, che il giovane Donald dormiva con una copia dei discorsi di Hitler sul suo comodino.
Ha fatto bene i suoi compiti ed è diventato un maestro della retorica che divide capace di minare il tessuto sociale di una democrazia tollerante. Un paragone tra i discorsi raccolti nel "My New Order" di Hitler e la retorica politica di Trump evidenzia paralleli agghiaccianti. Qui ce ne sono solo alcuni.

Hitler promise di restituire la Germania la sua antica  grandezza, inveendo contro un oscuro ordine internazionale finalizzato a tenere la Germania in catene. Trump promette di rendere grande l'America ancora una volta, inveendo contro un ordine internazionale oscuro .
Hitler strappò la Germania dalla Società delle Nazioni. Trump ha già strappato gli Stati Uniti dai trattati multilaterali e minaccia di strapparci dalla NATO.
Sia Trump che Hitler hanno dichiarato guerra all'idea di verità oggettiva, diffondendo inesorabilmente  menzogne e mezze verità volte a persuadere una giuria populista della versione distorta della realtà del Leader.
Hitler ha coniato il termine "lugenpresse" (menzognera) per castigare i giornali mainstream intenzionati a smascherare le sue bugie. Trump insiste che è l'obiettivo di "notizie false" inventate da una stampa mainstream bugiarda.

Hitler derise gli esperti scientifici che non erano d'accordo con le sue teorie razziste ed economiche. Trump attacca gli scienziati del clima e gli economisti che non sono d'accordo con le sue politiche.
Hitler demonizzò e sminuì i suoi avversari politici, chiamandoli feccia, parassiti .  Trump  parla di  "stupratori messicani",  di immigrati da "nazioni di cesso" ed esorta  i suoi seguaci a imprigionare i suoi avversari politici per tradimento.

Hitler celebrava la supremazia bianca ariana, avvertendo di un imminente Armageddon culturale quando le forze dell'Occidente (bianco) sarebbero state affrontate da orde inferiori  provenienti dall'est (non bianco). Trump avverte di un imminente armageddon culturale , non perdendo mai l'opportunità di iniettare divisioni razziali nella vita americana.

Sia Hitler che Trump eccellevano nel capro espiatorio. Le invettive velenose di Hitler incolpavano gli ebrei, i rom e le "élite" per i problemi della Germania. Trump incolpa i musulmani, gli immigranti privi di documenti dell'America centrale e "le élite" per i problemi dell'America.

Hitler ha reso più duro il confine con la Germania, limitando i viaggi da e per il paese e impegnandosi in guerre commerciali per rafforzare l' industria tedesca. Trump vieta i musulmani, vuole costruire un muro al confine meridionale e ha avviato guerre commerciali con Cina, India, Europa, Canada e Messico.

Hitler ha usato il pretesto del rogo del Reichstag nel 1933 per dichiarare una "emergenza nazionale" che giustificasse l'esercizio del potere esecutivo unilaterale. Trump ha usato dichiarazioni di inesistenti emergenze nazionali per ignorare il Congresso.

Hitler considerava le donne unicamente come mogli e madri, opponendosi all'entrata delle donne nella forza lavoro. Trump potrebbe essere il presidente  più apertamente misogino, trattando le donne come poco più di oggetti sessuali e facendo guerra alla loro libertà riproduttiva.
Non esiste un antidoto facile al vetriolo trombesco,ma  aiuta il riconoscere che Trump sta giocando come apprendista stregone, facendo incantesimi brutti e divisivi che non capisce e non può controllare. Il destino della democrazia tedesca ci mostra dove questi incantesimi possono portare a meno che non difendiamo la democrazia costituzionale nell'unico forum che conta davvero: la cabina del voto.
Difendere la democrazia costituzionale nel 2020 contro l'erosione dei trumpisti non sarà facile. Ma due generazioni della metà del XX secolo difesero la democrazia in una guerra  contro Hitler e contro Stalin. Tutto ciò che ci viene chiesto di fare è difendere la democrazia nelle cabine elettorali. Non commettere errori nel 2020.


martedì 3 gennaio 2017

Non viviamo in un mondo di “post verità”, viviamo le bugie di altri - Robert Fisk


Non viviamo in un mondo di “post-verità” *, né in Medio Oriente né in Occidente e, peraltro,  neanche in Russia. Viviamo in un mondo di bugie. Abbiamo sempre vissuto in un mondo di bugie.
Date soltanto un’occhiata alla devastazione del Medio Oriente con la sua storia di repubbliche popolari e di odiosi dittatori. Si deliziano della disonestà, anche se tutti loro – tranne il defunto Muammar al-Gaddafi – chiedono elezioni regolari  per fingere  il loro ritorno al potere.
Ora, suppongo, siamo noi che abbiamo elezioni regolari basate su bugie e così, forse
Trump  e gli autocrati arabi andranno piuttosto d’accordo. A Trump già piace il Maresciallo/ Presidente al-Sissi dell’Egitto, e ha già un campo da golf a Dubai. Il fatto che Sissi “traffichi” in bugie, che falsifichi i fatti, dovrebbero far sentire Trump molto a suo agio in Medio Oriente. La misoginia, il bullismo, le minacce ai suoi oppositori politici, l’autoritarismo, la tirannia, la tortura, lo scherno nei riguardi delle minoranze, è parte integrante del mondo arabo.
E guardate Israele. Il futuro ambasciatore degli Stati Uniti che potrebbe essere anche l’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, non può aspettare a spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. Sembra provare maggior antagonismo verso la sinistra ebrea in America che verso i palestinesi che rivendicano Gerusalemme Est come capitale e per il cui stato non ha nessun interesse. Trump farà infuriare gli arabi? Oppure se la caverà con una piccola risistemazione domestica dell’ambasciata israeliana poiché gli Arabi del Golfo, per lo meno, sanno che l’anti-Sciismo contro la Siria, l’Iran ed Hezbollah – si adatta abbastanza bene ai potentati sunniti che hanno continuato a finanziare Isis e Jabhat al-Nusra e tutti gli altri allegri jihadisti?
Suppongo che “post-verità” abbia più a che fare con i media sociali che con le elezioni ingannevoli. L’uso dei media sociali nel raccontare la battaglia di Aleppo Est è stato straordinario, strano, pericoloso, perfino violento, quando non un solo giornalista occidentale ha potuto riferire di persona la guerra ad Aleppo Est. E’ stato fatto un grande danno proprio alla credibilità del giornalismo – e  ai politici – con l‘accettazione di una parte della storia soltanto quando non un/una solo/a giornalista può confermare con i propri occhi che cosa si sta riferendo.
Abbiamo consegnato il giornalismo ai media sociali; gli uomini armati che controllano le zone dalle quali sono arrivati questi rapporti, sanno che possono ricorrere di nuovo allo stesso strattagemma la prossima volta. Lo faranno, a Idlib. Questo problema nella regione è, però, molto molto più grosso di una provincia siriana. Si tratta ora della malleabilità dei fatti nell’intero Medio Oriente.
Le 250.000 persone “intrappolate” ad Aleppo Est, ora che 31.000 hanno scelto di andare ad Idlib, molti di più ad Aleppo Ovest – sembra siano state un po’meno di 90.000. E’ ora possibile che almeno 160.000 dei civili “intrappolati” ad Aleppo Est non esistessero realmente, ma nessuno lo dice. Quella fondamentale statistica di 250.000, proprio la punteggiatura di ogni rapporto sull’enclave assediata,  è ora dimenticato o ignorato (forse saggiamente) da coloro che la hanno citata.
E, inoltre, nessuno ci parla dei civili di Palmira ora che l’Isis è ritornata: E Mosul? Non stavamo per liberare un milione di civili intrappolati là dai jihadisti – certamente non meno meritevoli dei 250.000 o dei 100.000 odei 90.000 o meno, civili intrappolati ad Aleppo Est?
Gli americani ora dicono che le forze irachene si stanno “raggruppando e “posizionando di nuovo” intorno alla seconda città dell’Iraq; “raggrupparsi e “organizzarsi di nuovo” è quello che le Forze di Spedizione britanniche avevano fatto durante la loro ritirata verso Dunkirk.
Come possiamo lamentarci delle bugie di Trump di chi è favorevole alla Brixit, quando noi giornalisti stiamo sminuzzando i fatti del Medio Oriente? Noto, tuttavia, nei nostri giornali e alla televisione, che il muro di Israele è un “recinto di sicurezza”, che le sue colonie sono insediamenti” che sono “controversi”  invece che illegali.
Possiamo davvero scuotere la testa increduli di fronte alle bugie elettorali, quando abbiamo continuato per anni a mentire ai nostri lettori e telespettatori?
Il mio filosofo giornalistico preferito, Fintan O’Toole del giornale The Irish Times, lo ha capito bene questo mese quando ha scritto che la “falsità della politica nel 2016 è stata davvero incredibile sia per la sua sfrontatezza che per la sua efficacia. La dichiarazione della parte favorevole all’uscita,  nel referendum per la Brexit, che sarebbero state presi 350 milioni di sterline alla settimana dal contributo del Regno Unito al bilancio del Regno Unito per metterli nel Servizio Sanitario Nazionale, è stato rapidamente e globalmente demolito. Essere stati “beccati” a mentire  non contava…era una prova di uno strano genere di autenticità. Bugie palesi dimostravano che eri uno degli esperti che il massimo sostenitore della Brexit, Michael Gove invitava gli elettori del Regno Unito a disprezzare e ignorare…”
Raccontare bugie, secondo O’Toole, “fluttua liberamente senza nessuna pretesa di essere ancorato alle prove”. Da nessuna parte questo potrebbe essere rappresentato in maniera più spaventoso che negando l’Olocausto degli Ebrei (o l’Olocausto degli Armeni) quando i media sociali – O’Toole specificamente nomina Facebook e Google – “ora indirizzano gli utenti verso false notizie di cronaca e disgustosa propaganda neo-nazista con appena un’alzata di spalle. Le compagnie invocano, in loro difesa, un’idea della ‘diversità di prospettive’, un eufemismo orwelliano in cui la convinzione che l’Olocausto non era mai avvenuto è valido quanto la cognizione che era avvenuto.”
Non ho mai accettato la sciocchezza del nazismo e della destra americana. Trump non è Hitler, anche se c’è una specie di fascismo teatrale riguardo alla sua interpretazione. E’ più buffone che satanico, più Duce che Fuehrer. Cesare Rossi uno dei primi collaboratori di Mussolini, una volta descrisse il suo leader come una persona che si spostava rapidamente “dal cinismo all’idealismo, dall’impulsività alla prudenza, dalla generosità alla crudeltà…dalla moderazione all’intransigenza. Era come se non avesse mai conosciuto il suo ego genuino e stesse sempre impegnandosi   qualche imitazione falsa.” Poteva esserci una migliore descrizione di Trump? Come disse Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo dell’epoca di Mussolini: “la risata è del diavolo e i veri credenti non sorridono tranne che per amaro sarcasmo.”
Quel cupo uso della parola “risata” è la chiave per comprendere questo. La Seconda Guerra mondiale è finita quando sono nato, ma ci sono abitudini angoscianti che coloro che appartengono alla destra della politica europea dimostrano, quando vogliono schernire i loro nemici, caratteristiche che trovo profondamente inquietanti.    E’ la politica della “ultima risata”, dell’umiliazione di coloro che pensavano di essere più giudiziosi  e che ora devono rimpiangere il giorno della loro ipotetica superiorità. Contate soltanto quanti titoli di prima pagina e quanti scrittori si sono riferiti alla “ultima risata di Trump”. E’ una cosa brutale e vendicativa.
La maggior parte di noi ricorda le parole vergognose e false  di Nigel Farage (politico britannico, capo del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito dal 2006 al 2009 e dal 2010 al 2016, n.d.t.) al Parlamento Europeo il 28 giugno, quando sostenne che la maggior parte dei suoi membri “non ha mai svolto un buon lavoro”. E’ stata, però, l’altra sua osservazione che è stata spaventosa: “Non è un buffo? Quando sono arrivato qui 17 anni fa e ho detto che volevo condurre una campagna per convincere la Gran Bretagna a lasciare l’Unione Europea, tutti avete riso di me – ebbene, devo dire,  che ora non state ridendo, vero?”
Quelle parole hanno rinfrescato la mia memoria. Dove avevo sentito prima questo scherno?
Poi, proprio per caso, eccomi in Polonia pochi giorni fa, a leggere il libro del defunto Martin Gilbert, intitolato Auschwitz and the Allies, che tratta del fallimento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna di reagire militarmente alla notizia dei campi di sterminio nazisti. E lì lessi queste parole, pronunciate da Adolf Hitler il 30 settembre 1942:  “Anche in Germania gli ebrei una volta ridevano delle mie profezie. Non so se stiano ancora ridendo o se hanno perduto la loro propensione alla risata, ma posso assicurarvi che dovunque smetteranno di ridere.” Nel 1925, appena liberato dalla prigione, Hitler aveva scritto un lungo editoriale sul Volkischer Beobachter, attaccando gli ebrei, i marxisti e la Repubblica di Weimar. Accadeva 17 anni prima il suo discorso del 1942 del “non ridere”.
Il disprezzo è radicato nell’anticamera di un uomo arrabbiato. No, Farage non è un nazista e no lo è Trump. E non lo sono i politici europei da quattro soldi, della destra che ci spaventano con i loro discorsi razzisti. Quello che è terrificante – e profondamente simile al fascismo – è la nostra abilità di “pensare” come passare    dalla verità alle bugie.
Oggi non abbiamo bisogno di manifestazioni o di cinegiornali perché abbiamo internet e i media sociali, la dipendenza del nostro tempo. E’ una dipendenza da una droga che sotto la famigerata “diversità di prospettive” presenta la moralità e l’immoralità come parte di un panorama che si estende piatto all’orizzonte. Anche noi, umili giornalisti, sappiamo vedere che cosa accade. In una misura di cui non siamo stati mai testimoni prima, tante persone hanno cominciato a credere a cose che non sono vere. Ed accettabile farlo. E noi li aiutiamo.
Oggi non si può soltanto negare la storia – gli Olocausti armene ed ebrei, il diario di Anna Frank, le camere a gas di Auschwitz – potete anche raccontare frottole, grandi o piccole, su qualsiasi cosa che vi disturba. Il Medio Oriente, con il nostro aiuto giornalistico, affonda nello stesso mondo falso. Ogni dittatore sta ora combattendo il “terrorismo” insieme agli Stati Uniti, alla Nato, all’UE, alla Russia, a Hezbollah, all’Iran, a tutto il Golfo Arabo (meno lo Yemen, per motivi piuttosto imbarazzanti), la Cina, il Giappone, l’Australia e –chissà? – anche la Groenlandia.
La giustizia però, non fa parte del menu. E’ una parola che pochi politici, statisti, perfino giornalisti non usano più. Né Trump, né la Clinton, né  chi è favorevole alla Brexit, ha parlato della giustizia. Non parlo della giustizia per le vittime del “terrore” o dei britannici che pensano di essere stati imbrogliati dall’UE, ma della vera giustizia per intere nazioni, per i popoli,  per il Medio Oriente perfino – posso osare nominarli? – per i palestinesi. Non vivono in un mondo di “post-verità”. Hanno continuato a vivere per decenni tra le bugie di altra gente.
L’unico effetto dei terremoti politici dello scorso anno, è che ci sentiremo meno colpevoli quando ripeteremo tutte queste bugie. Sono ora diventate normali, come la guerra, una “diversità di prospettive”, parte di un noto mondo fraudolento in cui la falsità ha acquisito una “strana autenticità”.
Trump è Hitler. Trump è Gesù. Il suicidio nazionale è la reincarnazione, ma ci sono molti in Medio Oriente che ci comprenderanno. Forse saranno loro a ridere per ultimi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Post-verit%C3%A0
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org


mercoledì 5 agosto 2015

Le deportazioni di Renzi

Dopo Stalin, Mao, Hitler e Pol Pot *, nel suo piccolo, anche Renzi vuole lasciare un segno nella storia delle deportazioni.
Certo non ha la statura di quelli lì, e neanche gli abissi, e però vuole essere ricordato, il nostro Renzie.
La buona scuola è anche questo, qualche migliaio di insegnanti, anche oltre i cinquant’anni, magari con figli, dovranno lasciare casa e famiglia ed emigrare, con costi di tanti tipi (vedi qui), oltre quelli umani.
Intanto, con la fretta dei rivolgimenti rivoluzionari, Bastiglia e Palazzo d’Inverno insegnano, al Muir non sanno bene cosa stanno facendo, nessun dirigente del Miur, quelli periferici a maggior ragione, scommetteranno un euro sulla correttezza di ogni operazione che stanno compiendo, sulla pelle degli insegnanti che diventeranno di ruolo.
E però Renzi e il suo governo sono molto attenti alla famiglia (qui e qui).
Ed è falso che il governo e il parlamento non sono attenti ai bisogni dei lavoratori; davanti alle lamentele dei poveri lavoratori (qui), il governo e il parlamento hanno il coraggio di tornare indietro ammettendo di aver usato troppo rigore (qui e qui).


intanto è pronto lo slogan per l'autunno, per Renzi e i suoi potenti vassalli:



*(qui e qui e qui e qui)

mercoledì 6 novembre 2013

prove tecniche per Hitler, 8 novembre 1923

Ne “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” Marx scrive: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.”
Se Karl Marx avesse saputo della storia del Putsch di Monaco di Hitler, in quel caso avrebbe detto che la prima volta è stata farsa, la seconda tragedia - franz


L’8 novembre 1923, alle 20.45, mentre nella birreria Burgerbraukeller era in corso una conferenza di tre commissari del governo bavarese, Hitler e un manipolo di nazisti irruppero nella sala e lo stesso Hitler sparò un colpo di pistola in aria, prendendo la parola. Egli dichiarò ai presenti che il governo bavarese era stato rovechiato e che aveva personalmente assunto la direzione politica del nuovo governo.
Malgrado la teatralità dell’episodio, si trattava evidentemente di un bluff e nessuno dei presenti si scompose. Lo stesso generale Ludendorff, presente alla riunione, visto che l’uscita di Hitler non aveva sortito una grande impressione, assunse il ruolo di mediatore tra i nazisti e i tre commissari del governo. Hitler dichiarò allora che il suo era stato solo un “avvertimento” al governo e che per l’indomani in mattinata era convocata una grande manifestazione di massa che avrebbe dato corso alla “rivoluzione nazionale”.
La mattina seguente, alla “manifestazione di massa” erano presenti non più di 3000 persone, che cercarono di dirigersi verso il centro di Monaco [nella foto, il corteo dieci minuti prima del suo scioglimento]. Quando la polizia impedì al corteo di raggiungere il palazzo del Governo, dalle file dei militanti del NSDAP partì un colpo di pistola, che diede inizio ad una fitta sparatoria. Nello scontro, rimasero uccisi 3 poliziotti e 14 militanti nazisti.
Hitler al momento riuscì a fuggire, ma venne in seguito arrestato e processato per alto tradimento. Malgrado la gravità delle accuse (che, secondo il codice penale vigente, avrebbe comportato la pena di morte), dopo 24 giorni di dibattimento Hitler venne condannato a soli 5 anni di reclusione, dei quali ne avrebbe scontato soltanto uno [nella foto a destra, Hitler nel carcere di Landsberg nel 1924].
È interessante osservare che al momento dell’uscita dal carcere Hitler trovò ad attenderlo il vecchio amico Ludendorff e persino i giudici che lo avevano condannato si recarono ad accoglierlo e si fecero fotografare in sua compagnia, a testimonianza del fatto che la vecchia burocrazia guglielmina era tutt’altro che determinata a difendere le istituzioni repubblicane dai tentativi di sovversione di destra.
anche qui