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sabato 23 gennaio 2016

Proposta ai colleghi insegnanti "contrastivi" - Pietro Ratto

Gentili Colleghi,
la cosiddetta BuonaScuola ha sottratto a noi insegnanti ogni facoltà decisionale, riducendo Collegi, Consigli e Dipartimenti a contesti in cui i docenti si limitano a ratificare decisioni che, ormai, spettano soltanto ai Dirigenti e ad Enti e individui privati esterni, di fatto estranei al contesto scolastico. Nonostante le solite promesse che, puntualmente, ogni governo recita circa la sua intenzione di“restituire dignità agli insegnanti”, in nessun altro ambito lavorativo un Professionista è tenuto in una così bassa considerazione.
Alla luce di ciò, a chi non si riconosce in questa BuonaDittatura delle BuoneAziende che manipolano i BuoniGoverni che si servono dei loro BuoniDirigenti, propongo di ASTENERSI D’ORA IN POI DA QUALSIASI VOTAZIONE, eventualmente motivando: “Sono un Insegnante. Intendo occuparmi soltanto della mia Disciplina e dei miei Studenti”.
Tutto sommato, la vita è breve. Meglio morire al momento giusto.

prof. Pietro Ratto

lunedì 14 dicembre 2015

La vera protesta è scritta - Pietro Ratto

Insegniamo ai nostri giovani a scrivere, ricominciamo ad insegnar loro a leggere. Non hanno capito che la Tv è una trappola.
La Tv serve a far scendere gli operai dai tetti, dopo giorni e giorni di protesta, con l’illusione di spiegare finalmente a milioni di ascoltatori le loro ragioni, ma, sotto sotto, soprattutto ammaliati dalla segreta speranza di diventare improvvisamente qualcuno, di ottenere la fama ed il successo, abbandonando per sempre la fabbrica. La Tv serve a far sembrare imbecille chi finalmente è riuscito a finire sotto i riflettori, e per la foga di dire tutto ciò che si è sempre tenuto dentro, si mette improvvisamente a balbettare poche e confuse ovvietà, attanagliato dall’ansia di riuscire a narrare le lotte, le ingiustizie, le rinunce di una vita, nei due minuti a lui concessi prima della pubblicità.
Ricominciamo ad aprire i libri, invece. Soprattutto quelli vecchi, pubblicati quando si respirava maggiore libertà, quando le case editrici non esercitavano ancora quella censura che ha dovuto ingoiare chiunque si sia trovato a scoprire o a narrare qualcosa di grande, sì, ma non gradito ai Mangiafuoco chi stringono i fili del teatrino mediatico. Quei libri stampati quando le case editrici cercavano ancora talenti, scoprivano idee. Proviamo a leggerli in classe, quei libri. Come facevano un tempo le mamme coi bimbi, leggiamoli noi, ad alta voce, provando a invogliare qualcuno a cercarli e a sfogliarli, a sfuggire a quella solita, tremenda preoccupazione – sistematicamente tradita da domande come: “ma di quante pagine è?” – che siamo avvezzi a percepire nei giovani tutte le volte che consigliamo loro di leggere un testo, tra i banchi di scuola.
Cerchiamo, a ogni costo, il coraggio di abbattere quel vortice di pigrizia che li trascina sul divano, che li costringe a preferire la passività e il facile incanto di rapide immagini e di esplosivi effetti speciali, alla spontanea, intellettualmente attiva, criticamente impegnativa lettura di un libro.
I romanzi, i saggi, scritti in tempi di libertà, rivelano mille e mille voci diverse, regalano milioni di idee differenti. Quei vecchi libri, sfornati da editori ancora indipendenti, ancora diversi tra loro, potranno ridare alle nostre tavolozze tutti quei colori ormai scomparsi, ormai cancellati dalle cinque o sei tinte di moda, dozzinali e squadrate, che non ammettono più sfumature. Che non permettono più di dipingere la realtà, ma sono adatte soltanto a tratteggiare una finzione, inculcata nelle teste dei giovani dai Mangiafuoco e dalla loro Tv.
Insegniamo ai nostri giovani il coraggio di parlare, di riuscire a dire cosa davvero pensano. Insegniamo loro a saperlo dire con calma e precisione, con rispetto e intelligenza. Calma, precisione, rispetto, intelligenza, sono bandite dal teatrino mediatico di Mangiafuoco. Necessitano di quella serietà, i nostri giovani, di quell’autenticità che solo carta e penna sanno dare. Ritorniamo a far scrivere i ragazzi. Solo così sapranno farsi le proprie ragioni, senza nessuno che li costringa ad esprimersi tra una pubblicità e l’altra, evitando il rischio di quella banalizzazione assicurata in tutte le occasioni in cui ciò che d’importante si riesce a dire si trova a sgomitare tra la reclame di un prosciutto e una puntata del nuovo reality show.
Facciamolo presente, ai nostri giovani. La vera protesta è quella che si scrive. La vera protesta è quella che si legge.
Insegniamo ai nostri ragazzi a leggere e scrivere. Anche servendosi delle nuove tecnologie, certo. Niente sa essere più completo, più ricco di informazioni e di idee, di Internet; per lo meno finché Mangiafuoco non deciderà di oscurare definitivamente anche quello, o stabilirà di filtrarne irrimediabilmente i contenuti, naturalmente “per la nostra sicurezza”. Ma spieghiamo loro la differenza tra il mezzo e il fine. Tra la tecnologia e la felicità. Internet può essere anche un pozzo di verità incontrollabili e di informazioni inafferrabili da parte del potere costituito. Non può ridursi, dunque, al pettegolezzo di un gigantesco bar telematico, in cui si entra solo per passare il tempo snocciolando banalità, consolidando dipendenze. Non va ridotto a una narcisistica vetrina elettronica per guardoni più o meno alienati.
Insegniamo di nuovo ai nostri giovani a leggere e a scrivere. Nessuna rivoluzione è più grande di quella che riconsegni vera dignità alla scuola, permettendole di tornare a insegnare agli uomini ad essere autentici, onesti e concentrati. E nulla è più rivoluzionario di una Scuola che insegni ad essere liberi.
A ben pensarci, esistono due medioevi. Quello che occulta i libri e quello che insegna quanto sia noioso leggerli.

Benvenuti nel secondo!

mercoledì 28 ottobre 2015

Sulla felicità – Pietro Ratto

E’ incredibile come gli uomini, in ogni istante della loro vita, tendano alla Felicità pur non avendo in alcun modo chiaro in cosa essa consista. Com’è possibile cercare qualcosa e, contemporaneamente, non sapere cosa si stia cercando? Inoltre, davvero siamo certi che la felicità sia da “cercare”? Uno dei problemi tipici dell’umanità, d’altra parte, sta proprio nel trascorrere il tempo a cercare ciò che non conosce, a rispondere frettolosamente alla domanda senza averla compresa.
Il termine felice veniva anticamente attribuito agli alberi (“arbor felix”, secondo una dolce espressione di Catone), designando in tal modo piante particolarmente feconde, capaci di produrre molti frutti. L’etimo originario (Féo – in greco Phyô, “produco”), suggerisce proprio l’idea della fertilità, della produttività. Da qui la riflessione. La felicità non ha evidentemente a che fare con ciò che deriva dall’esterno, con ciò che ci viene dato o che possiamo procurarci, bensì è strettamente connessa con la nostra capacità di essere fecondi, creativi; consiste nel dare, insomma. Non nell’avere. Un dare che, però, si traduce nell’offrire ciò che appartiene alla nostra stessa natura, così come l’albero davvero fecondo offre in abbondanza i suoi stessi frutti realizzando pienamente, in tal modo, la sua profonda e particolarissima natura.
La felicità consiste, allora, nell’essere pienamente se stessi e nel donare copiosamente i propri frutti al mondo, non come sacrificio – si badi bene – bensì come unica via per realizzare pienamente la propria personalità.
E’ lo stesso Socrate, autentico padre della filosofia occidentale, a ricordarci che ciò che rende felici è la realizzazione della propria essenza. E a chiamare tale realizzazione virtù (in greco ἀρετή, areté).
Nessun essere vivente fischia come il merlo; il fischiare è quindi la virtù propria di questo animale, una virtù che, tutte le volte che è posta in essere, lo rende felice proprio perché gli permette di sentirsi pienamente se stesso. Nessun essere vivente è così felice come il ghepardo quando corre, perché nessuno corre come il ghepardo. Ecco perché i greci usano la parola areté. Essa designa la capacità stabile di un essere, di eccellere in qualcosa; una capacità che Socrate fa dipendere dalla natura stessa delle cose, riconoscendone una diversa e peculiare in ogni essere.
Tradotto nella parola latina virtus, tale concetto rivela il successivo intento filosofico di restringerne il significato al solo campo umano (da vir, uomo), laddove Socrate aveva riconosciuto una areté in ogni essere vivente. A proposito dell’uomo, l’insegnamento socratico era stato per altro chiarissimo: la sua virtù consiste nel pensare; niente pensa come l’uomo. In altre parole, ciò che ci contraddistingue e che ci permette di produrre i nostri particolare frutti, ciò ce ci rende davvero felici è pensare, riflettere, meditare. Siccome però ognuno di noi possiede inclinazioni ed attitudini diverse, la nostra personale virtù consiste nell’applicazione di tale facoltà razionale ai singoli campi della vita verso cui ci sentiamo maggiormente portati. Comporre sinfonie, costruire finestre, innalzare muri di cinta, insegnare geografia: tutte queste sono attività razionali applicate alle diverse mansioni che – per carattere, per inclinazione ed anche, certamente, per motivazioni legate all’ambiente in cui siamo nati e vissuti – ci sentiamo portati a svolgere.
Riassumendo, allora, la vera felicità sta nel sentirsi fecondi ed in grado di produrre frutti nell’ambito per il quale ci sentiamo naturalmente portati; significa sentirsi se stessi, liberi di fiorire nel modo che più ci contraddistingue e ci permette di contribuire, in maniera del tutto personale, al bene collettivo. Ho sempre in testa la frase che il grande atleta e corridore Eric Liddel pronuncia nel celebre film di cui è protagonista, Momenti di gloria: “Quando corro sento che Dio è felice”. Ognuno di noi è chiamato ad essere se stesso, nulla più; ad ognuno di noi è chiesto di fare ciò per cui è nato. Nulla può renderci più felici, e nulla può rendere più felice Dio – se ci crediamo – che ci ha creati così come siamo e che ci vuole puri, autentici. La purezza tanto venerata dalle religioni nulla ha, infatti, a che fare con l’astinenza sessuale o con la rinuncia di principio a qualsivoglia piacere; essa consiste solo ed unicamente nell’autenticità, nell’essere se stessi, puri nello stesso senso in cui viene detta pural’acqua incontaminata, priva di commistioni con altre sostanze.
E’ un altro gigante della filosofia greca, Platone, ad evidenziare nella sua Repubblicacome ogni cittadino, nella società, debba svolgere il compito verso cui si sente maggiormente portato; solo così uno Stato potrà dirsi veramente giusto, giacché la giustizia, per il grande allievo di Socrate, si può dire che non abbia a che fare con la distribuzione dei beni – così come comunemente ed impropriamente si ritiene – bensì con la “distribuzione delle persone” nei diversi ruoli della comunità. Uno stato in cui ognuno “fa ciò che è” è uno stato felice, composto da persone felici. E’ soltanto per questo, non per chissà quale crisi economica, che il nostro mondo è così infelice.
Perfettamente in linea con questa visione della felicità è anche Epicuro, filosofo ellenistico di grande spessore, convinto che la felicità debba essere considerata il reale obiettivo della ricerca filosofica. Accusato erroneamente di edonismo, Epicuro ritiene, sì, che la felicità consista nel piacere, ma considera altresì il piacere in modo molto diverso da come abitualmente lo si intende. La sua famosa teoria che distingue piaceri in movimento e piaceri stabili afferma infatti che se i primi ci derivano dall’esterno e sono quindi soggetti a mutamento, solo i secondi sono da preferire e sono in grado di accordarci la piena felicità, in quanto si traducono in assenza di dolore e di turbamento (atarassia ed aponia). Non dunque la temporanea gioia procurataci da un avvenimento particolarmente gratificante o fortunato, da un successo o da un qualsiasi bene materiale, può produrre in noi vera felicità, bensì l’estemporanea consapevolezza (che capita ogni tanto, in rari momenti di grazia e di effettivo e profondo piacere), di star bene, di essere vivi, sani e sereni, momentaneamente liberi da dolori fisici e da dispiaceri o preoccupazioni. Una felicità, ancora una volta, che deriva da noi stessi, dal nostro stesso esistere, dall’essere al mondo, e non da qualsiasi causa esterna.
Da tutto ciò l’uomo deve trarre l’insegnamento secondo cui la felicità è a portata di tutti. Ogni essere vivente, e quindi anche ogni uomo, può essere realmente felice se solo ha il coraggio di imparare ad esser se stesso. Ma tutto ciò, per i più, è davvero troppo: l’esser se stessi costa, espone, sbilancia pericolosamente al di là dei rassicuranti confini del gruppo.
Personalmente sono convinto che ciò che veramente ci appartenga sia solo ciò che non possediamo. Tutto quello che consideriamo in nostro possesso può venirci tolto dagli altri, dal caso, dalla malattia; ma solo chi ha vissuto l’esperienza della perdita di quelle cose che possedeva e per le quali aveva lottato anni ed anni, quelle stesse che riteneva indispensabili alla propria esistenza, solo costui conosce bene quel rendersi conto di poter vivere felice anche senza nulla, solo un tale individuo ha assaporato appieno quell’irrinunciabile senso di un vivere autentico, concessogli proprio dal precario equilibrio del trovarsi improvvisamente sulla punta estrema dell’universo, a diretto contatto con l’essere. Gli alberi, le piante, gli uccelli in volo, il vento nei capelli, il senso di libertà di fronte al mare agitato, lo spettacolo meraviglioso di un tramonto infuocato, di una notte disseminata di stelle… Tutto ciò non potrà mai esserci sottratto. Tutto ciò, davvero, ci apparterrà per la vita, proprio perché non è in alcun modo in nostro possesso.
A guardare bene, ogni manifestazione naturale, ogni pianta, ogni animale, rivela la propria profonda felicità derivante dal proprio esser se stesso. Soltanto l’uomo, nel suo costringersi a dissimulare, a far violenza alla propria natura, volontariamente si forza ad adulare gli idoli della convenienza e dell’interesse e a condurre, così, un’esistenza infelice, continuando a sperare in qualcosa o qualcuno che possa un giorno donargli la tanto sospirata, incompresa, costantemente rifiutata felicità.
Così ho imparato a distinguere tra felicità e contentezza; ho capito che si può essere molto felici anche in momenti di profonda tristezza. Felici seppur scontenti e in lotta, come spesso accade a me, nella quotidiana guerra contro un mondo talvolta disumano e ingiusto, un mondo che fa di tutto per ostacolare, invece che favorire, la felicità delle persone. Una guerra, sì. Ma una guerra felice, perché combattuta in maniera autentica e libera, in piena sintonia con il mio io più profondo e più puro.
La felicità, infatti, non ha a che fare con la gioia o l’allegria: essa consiste nel non tradire se stessi, nel rispettare la propria personalità e le proprie inclinazioni, producendo i propri frutti e dando al mondo i propri colori, ottenendo così l’effetto di render contenti gli altri.
Questa divina disposizione, se davvero si ha il coraggio di raggiungerla, costituisce una condizione esistenziale stabile, al di là delle fasi tristi o di quelle gioiose la cui costante alternanza, inevitabilmente, caratterizza il nostro vivere nel mondo.

sabato 19 settembre 2015

In fuga dal pensiero - Pietro Ratto

Me lo vedo benissimo, come se fossi lì, come se la sua figura si stagliasse con forza davanti ai miei occhi adesso. Mi capita spesso. E’ come se ci fossimo già incontrati, come se i nostri sguardi si fossero incrociati, almeno una volta, in un tempo lontano. I nostri sguardi, sì. Pieno di riverenza il mio, denso di compassionevole tenerezza il suo.
Quindi adesso lui è lì, davanti a me. Catapultato in mezzo alla folla di un piccolo centro del Baden Württenberg, la mattina del 30 ottobre 1955, io pendo letteralmente dalle sue labbra. Heidegger, il grande Heidegger, sta parlando ai suoi concittadini, radunati a commemorare il 175esimo anniversario della morte di un musicista del luogo. Non capiscono nulla, tutti questi contadini, ma lo ascoltano distrattamente, sgomitandosi frasi come: “E’ diventato un grande professore, il buon Martin”, oppure: “Ma non era un uomo di Hitler?”. Non lo capiscono, no, ma restano appiccicati a quel suo sguardo ammaliante e profondo, che fa capolino da sopra un paio di lenti scintillanti e nuove di zecca. “L’uomo del nostro tempo è in fuga dinnanzi al pensiero” tuona pacato il Filosofo.
Ci scommetto, ne sono più che certo: in questo preciso momento la sua mente sta sfogliando, rapida, le parole di un altro gigante di quel pensiero da cui ormai l’umanità è in fuga. Sta rileggendo, dietro ai suoi occhi, un breve e dirompente discorso del 1845, senza il quale il suo celebre Essere e tempo mai avrebbe visto la luce. Sì, sono sicuro: Heidegger ha in mente Kierkegaard. Le sue parole commemorano, ricordano, ma ad un tempo accarezzano uno dei tre discorsi edificanti del grande Filosofo danese che, poco più che ventenne, lo aveva conquistato una volta per sempre.
L’uomo è in fuga davanti al pensiero. E lo dice proprio in quel momento, Heidegger. Centodieci anni dopo le parole di Kierkegaard e sessant’anni prima di oggi. Oggi, sì. Oggi che quel pensiero nemmeno più riusciamo a pensarlo.
Il Professore di Me kirch, di fronte ai suoi disorientati compaesani, invita a distinguere pensiero calcolante da pensiero meditante. Da una parte il pensiero che fa i calcoli, che considera le cose e le azioni a seconda della convenienza e della loro utilità; dall’altra, il pensiero che riflette disinteressatamente, che cerca il senso dell’esistenza, che si apre e si abbandona all’urgente Mistero della vita. L’uomo è in fuga dinnanzi a questo tipo di pensiero; dinnanzi alla meditazione, alla riflessione esistenziale, a quell’unico tipo di virtù che lo caratterizza, che costituisce la sua stessa profondissima essenza. In altre parole, drammaticamente: l’uomo è ormai in fuga da se stesso. E se Heidegger lo constata sessant’anni fa, che ne è, oggi, di quella capacità meditativa, di quella ricerca del senso, del rispetto per il Mistero che la nostra vita costituisce, nell’era della tecnologia e dello sfruttamento selvaggio della natura, delle sue risorse e di quella stessa umanità che dovrebbe concepirsi come unico fine di sé?
“La rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, ad incantare, ad accecare l’uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore, ad essere effettivamente esercitato“
Di questa fuga dalla nostra essenza, di questa refrattarietà nei confronti del nostro stesso essere, è responsabile una controcultura che insistentemente insegna a consumare, a calcolare vantaggi e svantaggi, a non far nulla gratuitamente. Un’aberrante mentalità “calcolante” che rivendica il primato della materia sulla forma, dell’apparenza sull’autenticità, del progresso sulla felicità, della velocità sulla qualità, della visibilità sull’essenza. Un contro-pensiero – che Heidegger ha intravisto da lontano – che scaturisce da un’involuzione programmata, e sviluppata fulmineamente nel corso di un solo secolo, dagli interessi economici di chi tiene i fili del teatrino. Di chi non vuole certo che l’uomo mediti, che rifletta sul giusto e sullo sbagliato. Di chi vuole in noi la bestia che agisce, consuma, e che se utilizza il cervello non lo fa per esercitare un controllo su di sé ma, al contrario, per calcolare il modo migliore per ottenere il massimo del vantaggio economico.
E io? Io non ho voglia di guardare sempre nella direzione verso cui mi impongono di voltarmi, quando quelli strillano con i loro apparecchi infernali. Io preferisco fissare negli occhi il Maestro. Preferisco leggere nel riflesso delle sue lenti tutta la banalità e la pochezza che il nostro tempo ha saputo concentrare, da lui fino a me, nel totale disprezzo per la vita, per il suo misterioso significato e per il suo sacro rispetto. Preferisco meditare su cosa significhi, oggi, istruire l’uomo di domani. Oggi che l’unico pensiero che la nostra misera scuola propugna è proprio quel calcolare da quattro soldi. Quel contar debiti e crediti come si stesse in banca, quello studiar solo “ciò che serve”, quel rifiutar discorsi o temi che non si dimostrino in grado di assicurare una smagliante carriera, o un ragguardevole conto in banca, o un minaccioso potere. Preferisco non nascondermi quella generalizzata rinuncia ad educare, come se la morale, persino dopo Kant, potesse ancora dirsi “relativa” e opinabile. Quel computare il comportamento di uno studente nella media del suo profitto (e quindi nel suo bel mucchietto di punti), come se anche l’agire correttamente andasse perseguito solo in cambio di qualche vantaggio.
L’uomo è in fuga dal pensiero. Gli hanno insegnato a sfuggirgli con gli effetti speciali, lo sballo, la moda, le automobili, i cellulari. Glielo hanno insegnato quelli che tirano i fili, gli stessi che fanno dell’esser ostentatamente giovani, costantemente visibili, sfacciatamente ricchi e spudoratamente potenti, l’altare a cui ogni ragazzo debba imparare, tra i banchi di scuola, a sacrificare progressivamente la sua dignità.
E se i nostri giovani non hanno più nulla da meditare, se hanno ormai rinunciato a leggere e a capire, se si curano solo di apparire, se – ancora – vanno in brodo di giuggiole di fronte a una telecamera, disposti a qualsiasi idiozia pur di farsi notare o ammucchiar “mi piace”, se si postano su YouTube mentre guidano contromano in autostrada o si riempiono di birra finendo giù dal balcone di un hotel durante una gita scolastica… Beh, se tutto questo accade è perché c’è una precisa volontà.

Trasformarli tutti in una mandria di patetici bovini che reagiscano d’istinto agli stimoli imposti dai loro padroni e che si tengano, costantemente e prudentemente, in fuga dal pensiero.

lunedì 17 agosto 2015

Spiando serena - Pietro Ratto


Ecco, guarda.. Qui sembra davvero felice. Fa il suo lavoro, quello che ama. Deve aver appena compiuto ventinove anni. Sembra molto soddisfatta, col suo pass al collo! Ha appena ottenuto un ingaggio per Press TV, la nota televisione iraniana. Certo, è stato difficile lasciare il Michigan.. I suoi bimbi: Alì, di quattro anni, Ajmal, di due.. Ha dovuto salutarli in tutta fretta, abbracciando stretto stretto il marito Ibrihim, per poi fiondarsi sul primo aereo per Istanbul.. Però lo vedi che è felice, no? Fa ciò per cui è nata. Fa la giornalista. E lo fa sul serio, perché è una reporter di quelle vere, di quelle che la verità la cercano.. Che la verità la raccontano..Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio, ama sempre dire Serena.
La “giornalista” Serena.. Serena Shim.
E’ bellissima, vero? Uno strano mix di Occidente ed Oriente, con quegli occhi sinceri, aperti, che riflettono tutto il calore del Libano, la sua terra d’origine…
continua qui

(...Il direttore di Press Tv, Hamid Reza Emadi, ha chiesto al governo turco di «accertare cosa sia veramente accaduto», sottolineando come la donna sia morta in «circostanze molto sospette». Il giornalista americano Martin, da parte sua, ha ribadito che «incidenti automobilistici da farsa sono una specialità della Cia e dei loro allievi del Mossad fin dagli anni Cinquanta. Inoltre la Cia ha preso di mira quelli che hanno esposto i loro inganni, e l’Isis è un grande inganno della Cia»...da qui)


martedì 11 agosto 2015

Una vita da precario - Pietro Ratto

Il precario della scuola vive i suoi giorni in attesa di una telefonata. E quando dice che la sua vita gli piace, non dice una verità intera: la dice solo a metà.
Tutti gli anni, a giugno, gli stessi uffici che lo avevano reclutato con urgenza gli danno il benservito e lo rispediscono a casa. Nessuno stipendio durante l’estate, nessuna speranza per l’anno successivo e un terzo dei contributi previdenziali inspiegabilmente non pagato (lo Stato che non paga i contributi?!)… Ogni estate, strisciando sul pavimento, il precario libera in fretta il suo armadietto, quello basso e scomodo che nessun collega vuole. Ancora una volta riempie la sua vecchia utilitaria di libri e compiti, salutando le bidelle che hanno già smesso di chiamarlo professore.Buone vacanze, signor X !
Il precario della scuola passa l’estate al computer. E quando dice alla gente di essere in vacanza, non dice una verità intera: la dice solo a metà.
Il suo vecchio PC è costantemente collegato al sito dell‘ufficio scolastico, che per giunta tenta di sfuggirgli cambiando continuamente nome. Provveditorato, CSA, USP, URP… Ma lui non molla, insegue ordinanze e regole ogni anno sempre più incomprensibili, lotta contro la maleducazione degli impiegati, si cerca disperatamente in graduatorie da cui inspiegabilmente sparisce una volta su due e a cui deve subito re-iscriversi, per sperare di continuare a lavorare. Passa da un ricorso all’altro. Poi scova una convocazione a sorpresa, possibilmente fissata ad agosto, quella in cui, ogni anno, migliaia di persone in attesa di una cattedra si giocano il proprio futuro.
Da lì, se riesce a strappare una manciata di ore di docenza (magari su tre scuole diverse a dieci chilometri l’una dall’altra, magari a centinaia di chilometri da casa sua), corre dai figli a far festa. Da settembre si lavora! E intanto continua l’attesa di un’immissione in ruolo che non arriva mai.
Quando c’è un concorso (in media ogni dieci anni e sempre presentato come l‘ultimo della storia), il numero dei posti disponibili resta un mistero. Così l’impanicato aspirante prof studia per mesi e, se passa l’esame, gli fanno i complimenti e lo rimandano a casa. Ed è di nuovo festa! …Dopodiché ricominciano anni di supplenze, come se nulla fosse accaduto, e molte volte l’età della pensione arriva prima del posto fisso..
In tempi di vacche magre, poi, quando i tagli del ministro creano classi che scoppiano di alunni e cattedre che non bastano nemmeno per quelli di ruolo, al supplente non resta che l’ibernazione, in attesa di giorni migliori.
Il precario della scuola passa mesi di lavoro cercando di fare una buona impressione con tutti. E quando prova a convincere i suoi alunni di essere un professore come gli altri, non dice una verità intera: la dice solo a metà.
Da tanti anni, sempre lo stesso copione. A lui va l‘orario peggiore, quello che nessun altro collega di ruolo tollererebbe mai. Tutti i giorni entrata alla prima ed uscita all’ultima ora, tutti i giorni ore buche passate a girovagare per i corridoi, perché di tornare a casa non se ne parla: in media, dista trenta chilometri dalla scuola in cui lavora. Spesso rinuncia al giorno libero, o accetta quello scartato dai colleghi di ruolo, che magari hanno meno anni di servizio di lui ma lo trattano da clandestino in attesa di rimpatrio. Per non parlare delle classi assegnategli: le più indisciplinate, le più numerose… Gran parte del suo orario è concentrata al sabato, quando i colleghi di serie A sono al mare o in montagna. Al sabato, infatti, le scuole pullulano di precari, neo-immessi in ruolo o altri scarti dell’umanità docente. Si aggirano silenziosi per i corridoi…
Non fa progetti a lunga scadenza, non esprime giudizi su libri di testo, regole, dogmi. Non fa domande, il precario. Pensa solo a contrastare la gelida diffidenza che ogni anno lo circonda, piovuto come un marziano nell‘ennesima scuola sconosciuta.
In questo modo, per decine di anni, il precario della scuola conduce la sua esistenza; senza certezze, senza ambizioni. E quando dice ai suoi figli, alla moglie o al marito, di aver fiducia nel futuro, non dice una verità intera.
La dice solo a metà.
(Articolo tratto da BoscoCeduo.it)

martedì 4 agosto 2015

In quanto padre - Pietro Ratto

Un padre è sempre un padre.
E’ sacrosanto, è inevitabile che mantenga i suoi figli.
E non importa se questi nemmeno sanno che esista, se non vogliono stare con lui, se si tengono ben lontani dalla sua casa da quando, magari fin da piccolissimi, sono stati portati via dalla loro madre. Un padre è sempre un padre, quindi deve pagare per il loro sostentamento.
Deve farlo anche se i suoi figli non gli raccontano mai nulla della loro vita, anche se non gli chiedono mai nemmeno un consiglio, anche se prendono consapevolmente decisioni che lui non condivide. Anche se i figli non si preoccupano mai di come stia, se non sanno nemmeno cosa faccia, come viva.. Non importa mica: lui deve continuare a mandare ogni mese il suo bravo assegno alla donna che in tutti i modi s’impegna, quotidianamente, per cercare di rovinarlo, di screditarlo, di umiliarlo il più possibile, spesso sotto il tacito – se non complice – sguardo di quegli stessi figli di cui lui è pur sempre il padre.
E’ così semplice.. Il mestiere di padre si esercita così: pagando.
Quando una famiglia si dissolve, improvvisamente non è più molto chiaro cosa faccia di una madre “pur sempre una madre”, quale sia il ruolo a cui i figli debbano attenersi “in quanto figli”.. Ma riguardo al padre, nessun dubbio.
Un padre deve comportarsi da padre. E il ruolo di un padre è pagare.
Quindi deve fare il padre, e deve farlo senza chiedere o sperare nulla. Magari completamente a vuoto, meccanicamente, da perfetto autistico. Un semaforo acceso nel mezzo di un deserto, che non ha mai visto nemmeno un’automobile ma che, inesorabilmente, continua ad accendersi.
Rosso, verde, giallo. Rosso, verde giallo…
Nessun figlio è pur sempre un figlio. Nessuna madre è pur sempre una madre.
Solo un padre.
Solo lui è pur sempre un padre.

venerdì 3 luglio 2015

Il piccolo dio col berretto - Pietro Ratto

(Dedicato a Toni Zafra)


Domenica sera, vigilia della fine dei colloqui d’esame. Già, la Maturità… mamma mia! L’apoteosi della vuota burocrazia, dei conti che debbono tornare ad ogni costo, delle ansiose domande senza risposta… Domenica sera. Ci sono i burattini, per le strade del centro. L’ho promesso alle bimbe: ora mi tocca portarcele. Assolutamente.
Sono stanco, svuotato. Guido-parcheggio-passeggio nevroticamente. In piedi, scomodo, in mezzo alla calca… Ho sempre amato burattini e marionette. Le loro sporadiche, vivaci incursioni nella mia quotidianità mi hanno sempre procurato un piacere nascosto, improvviso e variopinto; uno di quei pochi piaceri che abitano in qualche recondito recesso della mia concitata anima, fin dalla prima infanzia. Ma stasera no; stasera mantenere la promessa mi pesa.
Passiamo da un teatrino all’altro, spostandoci per antiche stradine che solcano il cuore di questa elegante, piccola città. Poi, finalmente, ci sediamo di fronte al palco più importante, tra tutti quelli allestiti qua e là. Nel giro di poco, ecco spuntare un tipo un po’ buffo, vestito di nero, con un anonimo berretto con visiera calcato sulla testa. Anche il berretto è nero; tutto nero, naturalmente.
Quando la musica parte, sbigottisco. L’uomo armeggia, sapientemente sinuoso, appeso ai fili delle sue marionette, con una grazia che rapisce, che innamora. Le sue creazioni aprono e chiudono gli occhi; respirano, persino. E lo fanno per lui, solo per lui. Due ballerine di legno compiono fiorite evoluzioni nell’aria, sostenendosi reciprocamente con un realismo che ha dell’impressionante. Par di vedere i muscoli contratti, sotto le colorate tutine. Un giocoliere tira in aria variopinte palline: se le mette sul capo, le prende al volo! Tutto sembra perfettamente vero. Una creazione nella creazione. Il simpatico dio con il berretto nero gode e soffre con loro. Freme, gioisce, piange ed esulta, accompagnando con le sue lunghe, sapienti dita, il fluire leggero dei movimenti delle sue creature.
A cosa serve quest’uomo? Chi lo potrebbe assumere in un’azienda? Con quale curriculum? Cosa diavolo è capitato nel mezzo del suo cervello, per sentirsi spinto a rincorrere una tale perfezione in un lavoro così perfettamente inutile? Cosa ne sa, quel dio piccoletto e nero, di economia globale, di Spread, di Spending Review? Come c’è finito qua sotto? Chi l’ha precipitato in questo lugubre scantinato dell’esistenza? Qui, dove tutto ha un motivo, dove nulla si fa senza una ben precisa utilità?
Il pensiero si tuffa, improvviso, nel vuoto, sfracellandosi ripido al suolo. In un attimo torna al mio sempre più cupo lavoro, alla scuola di oggi. Debiti, crediti… l’orientamento scolastico… dai, che ridere! Voglio vedere chi consiglierebbe agli alunni, nella scuola progettata da banche, gruppi editoriali e industrie, di calcarsi un cappello nero in testa girando per strade e città con un mucchio di marionette sulla schiena. La Crescita economica, lo Sviluppo, il Domani. Bla, bla bla…
Fate bene, Signori, a continuare così. Siete sulla strada giusta. State annullando scrupolosamente ogni minima possibilità che personaggi inutili come questo, persino un tantino fastidiosi e scomodi, possano scendere ancora quaggiù, tra di noi. Continuate così, se volete che gente come lui si trasformi soltanto in un brutto e lontano ricordo. Uccidete anche gli ultimi palpiti di vita, anche gli ultimi sogni. Massacrate, per carità, il Maestro che ancora si annida in alcuni di noi. Sopprimete con cura ciò che resta del vecchio Docente. Idealista, distratto, sognatore… Annientate per sempre la curiosità, la fantasia, la voglia di cambiare qualcosa. Strangolate nel buio l’ultima domanda, l’ultima incertezza; annullate le pause, i silenzi, gli sguardi.
L’insegnante spaventato dalla burocrazia, travolto dalla paura di non timbrare il cartellino in tempo, attanagliato dall’ansia da ricorso… Questo ci vuole! Il docente-impiegato full time. Un tipo così può soltanto produrre soldatini, è evidente. Burattini, ecco sì! (Strani scherzi fa l’inconscio). Burattini, sì. Ma mai, mai più “inutili” e pericolosi burattinai. Un docente come i vostri può formare perfetti burocrati, individui sordi, sensibili al soldo soltanto, votati alla convenienza, all’utile sommo. Può azzerare alla perfezione, nei suoi ragazzi, ogni traccia di riflessione morale, riducendo tutti i loro scrupoli alla sola legalità, la vostra legalità, così come da anni sognate; quella che da decenni ci propinate attraverso un’educazione civica fredda e mnemonica, che ha preso il definitivo sopravvento sull’Etica. Perché tanto le leggi chi le fa, se non voi? Mentre la Morale, quella no. La Morale è pericolosa. La Morale costringe a riflettere. E il pensiero rende troppo, troppo liberi, accidenti!
Un sogno che si avvera, il vostro. Gettare al fuoco anche le ultime tracce di pericolosi modelli stile Mattia Pascal o Winston Smith, gli ultimi incontrollabili riflessi di bizzarre geometrie non euclidee, i residui brandelli delle disubbidienti invettive di un Thoreau… Piazza pulita di tutto ciò che diverge, che non risponde alle vostre direttive, che non si fa trascinare dai vostri fili.
Una sola precauzione vi consiglio di adottare, immaginando di parlarvi in questo strano monologo mentale che mi sto costruendo stasera; in questo fluire di strani pensieri che mi affollano la testa, ora che – pieno di commozione – sto facendo ritorno alla macchina con la mia allegra e più sollevata famiglia.
Ricordatevi sempre di portare con voi la vostra carta di credito, o il denaro, se preferite. Ricordatevene, mi raccomando. Un domani, doveste venir colti da infarto e stramazzare al suolo, doveste aver bisogno di improvviso soccorso, i vostri zelanti burattini vi scavalcherebbero inesorabili, con quella stessa freddezza, con quello stesso utilitaristico cinismo con cui ce li avete fatti allevare. Portateveli dietro, i vostri soldi. E pagateli bene.
Altrimenti nessuno di loro si fermerà mai, nemmeno un istante, a tendervi la sua gelida e anonima mano.

lunedì 8 giugno 2015

Il sorpasso - Pietro Ratto

VerdeNeroVerdeNero.. Il quadretto illuminato sul cruscotto ticchetta al ritmo del mio sorpasso.
L’auto scivola morbida, sulla sinistra, affiancandosi un attimo a quella dell’ennesimo idiota che guida con gli occhi incollati sul cellulare.. Che macabra ironia trovarsi costretti a finire di botto i propri giorni a causa di un coglione che scrive sms al volante.. Solo un attimo: una minima sgasatina, e il cretino sparisce per sempre dal lato destro della mia vita. Sono sempre stato così, cosa ci posso fare? Non sopporto qualcuno davanti. Non è mica per vincere, no: la competizione non mi è mai interessata. È proprio che non tollero intoppi, sul mio cammino. Primo, ultimo.. chissenefrega. L’importante è avanzare libero, senza nessuno tra le scatole. Senza nessuno davanti.
Si torna a casa anche stasera, sediovuole, dopo l’ennesimo scrutinio-farsa.. Un quarto di secolo a insegnare Filosofia con lo stesso stato d’animo di chi non riesce più a scendere dall’ottovolante. Dalle vette della riflessione esistenziale alla voragine degli scrutini, delle riunioni tra colleghi e delle altre ipocrisie più o meno “scolastiche”..
Svuotato è la parola giusta.. VerdeRossoVerdeRosso… Il verde per la sufficienza, il rosso per i votacci.. Ore ed ore a rammendar medie, a limare giudizi, con la sola preoccupazione di evitar ricorsi e di salvare cattedre. Più bocci più ti esponi, no? Soprattutto se si parla di una quinta.
Eh, sì. Perché vuoi mica non ammettere all’esame uno che ha un 4 e due 5, no? Piuttosto gli abbassi il 7 di ginnastica (sorry: Scienze Motorie), gli tiri giù la condotta.. Ma i 4 e i 5 debbono diventar 6, accidenti.. Ora dico, che cazzo glieli date a fare ‘sti 4, se poi vi aspettate che diventino sufficienze? Per non parlare del voto di condotta! Dopo anni e anni di richieste da parte di centinaia di migliaia di insegnanti disperati, la buonanima della Gelmini cosa s’inventa? Il voto di condotta che fa media col profitto! Che figata, veramente! Per la sintesi tra la Ragion Pura e la Ragion Pratica in cui Kant ha fallito, bisognava aspettare quel genio della Mariastella. Così, al tamarro a cui molli un 7 di comportamento fai solo un favore. Lui che un 7 non lo ha mai visto in tutta la sua vita.. Ma dico io, come li scelgono i ministri? Che poi, a ben pensarci, non si tratta mica di sprovveduti.. Dietro questo buonismo da quattro soldi, dietro questo assolvere tutto e tutti, così tipico della nostra Buona scuola, c’è il solito, precisissimo intento di tirar su gente che non sappia controllarsi. Sai cosa se ne farebbe, altrimenti, un ragazzo in grado di ragionare sulle proprie azioni, capace di riflettere autonomamente su cosa sia giusto o no, di tutte quelle loro leggi e leggine da quattro soldi? Sai come smetterebbe di votarli subito, dei “politici” così? Suvvia, dai Pietro.. Cosa pensi? Sei sempre il solito complottista.. Dimenticavo: una cosa buona la Gelmini l’aveva fatta. A tutti i docenti che imploravano criteri di ammissione alla Maturità più severi, aveva risposto: si vada all’Esame solo a patto di avere riportato tutte sufficienze. Bene! E allora eccoli qui, quegli stessi prof, ad affrettarsi a correggere i 4 e i 5 con dei bei 6! Perché poverino, non vorrai mica non ammetterlo, il nostro bimbo, no?
Allora, dai: tutti pronti per l’Esame di Stato, i nostri studenti. Asini o no. Alzi la mano chi se la sente di correre il rischio e di fermare qualcuno!
Così, come d’incanto, lo schermo su cui compaiono i voti diventa tutto verde. Il rosso delle insufficienze (uhm.. che strano, però.. hanno scelto il rosso anche per segnalare gli studenti che non fanno Religione.. sarà un caso? Non avevano proprio altri colori da usare, ‘sti qui che elaborano i programmi per la Scuola statale? Ma va’.. E mollala con ‘sto complottismo, Pietro!) quel rosso, dicevo,  sparisce nel nulla, portandosi dietro le lacune di un anno di autentico cazzeggiamento. Soltanto l’altro rosso, quella specie di studentesca lettera scarlatta, non scompare mai..!
Ecco di nuovo ‘sta maledetta spia gialla. Si inchioda improvvisamente sul cruscotto quando meno te l’aspetti, accidenti! E fosse solo quello, cazzo! Il fatto è che, di colpo, la macchina rallenta! Tu sei lì che magari stai superando (guarda caso, hi hi!) in autostrada, e di colpo ti inchiodi. Roba da finire letteralmente schiacciati dal SUV che hai incollato al paraurti posteriore! E perché, poi? Perché la tua amata casa automobilistica “ti avverte”, no? Non hai capito: quelli “ti coccolano”? No, non ci credo. In realtà si tolgono soltanto ogni responsabilità. E’ il solito scarica-barile.. Non hai cambiato ancora l’olio? Ecco che l’auto ti si inchioda di colpo, con tanto di spia gialla boccheggiante davanti agli occhi. Vuoi mica che rischino un ricorso anche loro, no? Mica si fidano di te, quelli. Metti che tu fonda il motore e poi vada a lamentarti.. No: meglio inchiodarti la macchina. Poi magari sì, schiatti in un incidente con il SUV sulla schiena.. Ma, per lo meno, muori avvisato…
No, non solo svuotato.. anche, e soprattutto, sporco. Così mi sento, stasera..
Da qualche tempo, alla fine di uno scrutinio, è come se non mi lavassi da un anno.. Come abbiamo fatto, dico io, a lordarci così?
L’alunna X non presenta alcun credito relativo all’anno scorso. Tradotto: le mancano i punti che i suoi compagni hanno riportato in quarta, relativi alla media dei voti conseguiti.. E come mai, più? Ah, già. La tipa l’anno scorso non c’era. Alunna bravissima, per carità. Però alla fine della terza se n’è andata un anno in America. Non so se si chiami Comenius, o quale altro più o meno accattivante nome gli abbiano appioppato. Sta di fatto che vai via un anno, e che quando torni continui come se niente fosse, anche se nel lasso di tempo trascorso all’estero non hai fatto una mazza. Se i tuoi compagni si sono fatti regolarmente la quarta a scuola, te li ritrovi in quinta, punto e basta. Nello specifico, l’alunna X – ragazza coscienziosa ed intellettualmente onesta, certamente – una volta tornata ha subito avvisato tutti i docenti: un anno appassionante, sì. Ma di Storia, Filosofia, Latino, Italiano, Storia dell’Arte e chi ne ha più ne metta, neanche l’ombra. Dante? Archiviato con dei dibattiti. Cartesio e Kant? Chi? La Rivoluzione Francese? Prego? Niente! La classica “istruzione” all’americana. Quella che stiamo disperatamente cercando di raggiungere anche qui.
Tanti bei film, quintali di appassionanti dibattiti… E sullo sfondo: il nulla più totale.
Il Preside, a settembre, si era subito raccomandato: espletare la formalità dell’ammissione con un bel colloquio di natura generale: tutto lì. Naturalmente io avevo sbraitato. Nessuno mi aveva dato corda e, come al solito, la cosa era finita così. Mai andar contro gli americani e la loro colonizzazione culturale. Di questi tempi, tanto più se si parla di afro-americani!
E adesso? Adesso il Consiglio propone di integrare il punteggio mancante relativo al quarto anno con il massimo del credito. Cosaaa? Il massimo? Non ha fatto niente, l’ha detto chiaramente. Ma l’esperienza dell’alunna si è rivelata molto formativa sul piano umano: ha vissuto in una casa di coloured, prendendo coscienza delle difficoltà degli afro-americani.. Sì, ma cazzo: ha un buco di quattrocento anni di Storia, di duemila anni di Filo, una voragine di Latino, accidenti!
A quel punto? Il vuoto. Il vuoto! Gli sguardi volano bassi, cercano piastrelle, ti evitano il più possibile, carichi di imbarazzo. Persino gli occhi dei cosiddetti colleghi “di sinistra”, quelli che una volta all’anno si fanno addirittura uno sciopero.. Solo. Mi sento completamente solo. Diamine, ma non vi rendete conto? Significa che se hai i soldi, puoi saltarti un anno senza far nulla. Che cosa diciamo, ad esempio, ad Alice, che è figlia di un elettricista, studia come una matta, ogni anno ha la media del 9 e mezzo, e adesso si vede affiancata – in qualche modo superata – dall’alunna X ? (a cui voglio un bene dell’anima, lo ripeto, ma…) Insomma, vi rendete conto o no? I colouredche tanto vi commuovono potrebbero permettersi un anno di vacanza all’estero, facendoselo computare col massimo del punteggio sul proprio curricolo scolastico? Niente: il vuoto. IL-VUO-TO! … E poi ci vengono a parlare di meritocrazia! Che, a dirla tutta, sarà la rovina definitiva dell’istruzione pubblica: puoi giurarci. La scuola, con tutto il suo sfacelo, se non altro era rimasta l’ultimo ambito privo di corruzione, qui in Italia… Vedrai, adesso, coi Dirigenti scolastici che decideranno chi assumere.. Altro che merito!
Una porcheria, accidenti. ‘Sta macchina fa quello che vuole. Rallenta, accelera… Decide tutto la spia gialla. Ci sono auto che addirittura posteggiano da sole. E che schifo è? Dovrei eccitarmi per ‘ste cose? Fingono di fornirti un servizio e intanto ti derubano della libertà.. Come la faccenda della Privacy, no?, inventata solo per permettere a chi ha il potere di farsi tutti i fatti tuoi. Il Garante della Privacy ci protegge dai cookies su Internet! E come funziona? Semplicemente così: se vuoi navigare accetti di venir spiato, altrimenti chiudi tutto e non rompi le palle! Un po’ come se la polizia ti costringesse a firmare che, continuando a vivere nella tua casa, implicitamente accetti che venga svaligiata..
Una porcheria, accidenti. E’ tutta solo un’unica, ipocrita porcheria. Ma se tu le dici, queste cose, sei subito un complottista. Ti lasciano solo, completamente solo. Guardali lì, i colleghi, a far correre gli occhi sui muri. Eppure non sto mica dicendo niente di così strano, no? Dite qualcosa, accidenti! Quello che sostengo è lapalissiano, no? Quando ero ragazzo, a scuola, ci mettevamo tutti d’accordo: allora facciamo così, ci alziamo tutti in piedi e protestiamo contro la professoressa. Poi, al momento giusto, io mi alzavo e gli altri restavano seduti. Anche quelli fighi, quelli che spaccavano le chitarre nei concerti. Quelli con le creste e la faccia da duri. Seduti, anche loro. Cosa voleva dirmi, Ratto?
Ma come hanno fatto a ridurre la gente così? Come sono riusciti a comprarseli proprio tutti? Con cosa li hanno addormentati?

VerdeNeroVerdeNero.. Finalmente le mie luci, l’amata stradina.. In lontananza, nel buio, affiora il mio bosco. La mia casa, le vocine delle mie bimbe, le raccomandazioni della loro mamma, mi raggiungono dolcissime mentre, sfinito, sbatto la portiera…
Basta. Per questa sera la chiudiamo qui. Che si fottano tutti. Macchine, garanti, ministri e docenti. Una doccia e molti abbracci, ecco quello che mi ci vuole. Molti abbracci, mi raccomando, eh?
Ché domattina ricomincia proprio da qui, questa mia quotidiana, solitaria, disperata lotta.

sabato 23 maggio 2015

Questa Buona Scuola s’ha da fare - Pietro Ratto

Come mai la Buona Scuola di Renzi non incontra ostacoli? Come mai vola incontrastata, superando qualsiasi prova e qualsiasi protesta? Perché scavalca senza indugio le caterve di docenti, di genitori e studenti che, proprio in questi giorni, continuano a manifestare il proprio dissenso nei confronti di questa pericolosa riforma, che pare studiata apposta per consegnare la scuola pubblica in mano alle banche e alle industrie private?
Facciamo così. Chiudete gli occhi e provate a immaginare che ci sia un ente a cui il ministero dell’Istruzione si sia rivolto per ricevere il giusto input in cambio dei giusti finanziamenti. Immaginate, insomma, che il ministro e i suoi collaboratori abbiano attribuito un ruolo di consulenza ad un ente privato capace di esercitare una forte influenza ideologica sul progetto della futura scuola pubblica italiana, così da farne, in qualche maniera, una propria creazione. Immaginate che uno Stato allo sfascio, ostaggio delle banche europee e senza più un centesimo, si tuffi nelle mani di questa potente associazione ottenendo una copertura economica per la sua riforma scolastica e permettendo, in cambio, l’ingresso nel sistema scolastico di tutte quelle logiche aziendali private atte ad assicurare il massimo dei profitti ai soliti noti. Immaginate che di questo misterioso e potente ente facciano parte grandi industriali, sì, ma anche illustri direttori di grandi giornali e di importanti emittenti televisivi, così da assicurare il totale consenso della cosiddetta “critica”, nei confronti delle decisioni del governo. Il tutto – ma siamo in Italia, no? Non è nemmeno il caso di sforzare troppo la fantasia – con la benedizione di santa madre Chiesa e della CEI.
Immaginato? Bene. Adesso apriteli, gli occhi. E sgranateli sulla TREELLLE, un’associazione “no-profit” che ha sede a Genova e che ha giocato e sta giocando un ruolo determinante sulle decisioni del nostro Governo in materia scolastica. Sappiate che questa TREELLLE è stata convocata ripetutamente dal ministero all’Istruzione per far valere il proprio parere su quel progetto Buona Scuola a proposito di cui, invece, le opinioni di sindacati, docenti e studenti sono state – e restano tutt’ora – ignorate.
Sappiate che la TREELLLE, il 10 aprile scorso, si è spinta fino a bacchettare il ministro Giannini, rimproverandola di non aver ancora fatto tutto ciò che l’associazione si aspettava dalla sua equipe.
La TREELLLE, già. Ma di cosa parliamo? Chi sta dietro questo nome? Siete proprio sicuri di volerlo sapere? Ok, allora partiamo.
L’associazione che fornisce le linee guida della Buona Scuola al MIUR è stata fondata da personalità come Umberto Agnelli ed è presieduta da Attilio Oliva, ex Presidente di Confindustria, uomo della Moratti e, naturalmente, personaggio vicino aComunione e Liberazione. La Moratti?, direte. Cosa c’entra un uomo di un ex ministro della Pubblica Istruzione di un governo di destra, in questa Buona scuola tutta “made in PD”? Beh, sappiate allora che nel direttivo TREELLLE c’è posto anche per altri ex ministri all’Istruzione, come Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro. E che ci sono anche politici di destra come Giuseppe Valditara (Futuro e Libertà), Domenico Fisichella(che ha fondato AN per poi spostarsi nella Margherita) o Enzo Carra (UDC), naturalmente tutti dichiaratamente cattolici. Sul cattolicesimo imperante tra i banchi di scuola, d’altra parte, nessuna sorpresa: alla TREELLLE troviamo Maria Grazia Colombo, ex presidente Associazione Genitori Scuole Cattoliche, alla guida delComitato Uno di noi del Movimento per la vita ma anche membro del Consiglio Nazionale Scuola Cattolica, a stretto contatto con la CEI. C’è Carlo Dell’Arringa, professore alla Cattolica ed ex presidente ARAN, o il cattolicissimo Giuseppe De Rita – presidente Censis e grande sostenitore della flessibilità – o, ancora, il ministro della Difesa Mario Mauro – anch’egli molto vicino a CL. Scoviamo la docente e politica cattolica Stefania Fuscagni – presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze, e la cattolica Lia Ghisani – presidente di Piuculture, ex Segretario CISL Scuola, ex commissario straordinario ENPALS nonché forte sostenitrice dei finanziamenti alle scuole private. C’è Lucio Guasti, docente all’Università Cattolica ed ex presidente Indire. Ma soprattutto, c’è monsignor Vincenzo Zani, arcivescovo di Volturno, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI, nonché sottosegretario della pontificia Congregazione per l’Educazione Cattolica. Sono loro a dettare le linee guida della Buona Scuola statale italiana. Una Buona Scuola che, in perfetta linea con la nostra tradizione, si preannuncia decisamente laica.
Come dite? Tutto ciò non vi stupisce? Beh, tutto sommato come darvi torto? Allora procediamo ancora… Che ne dite di metterci dentro un po’ di industriali e di banchieri? Altrimenti come facciamo a trovare i soldi per lavagne e laboratori? Ecco allora sfilare nomi come quelli di Gina Nieri manager Mediaset; Silvio Fortuna, presidente del colosso dell’arredamento Arclinea; Fedele Confalonieri (sì, avete capito bene, proprio lui: l’arcigno presidente di Mediaset); Fabio Roversi Monaco, accademico, sì, ma anche presidente di Bologna Fiere, di Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e di SINLOC SpA. Aggiungete Luigi Maramotti, presidente diMax Mara; Gian Carlo Lombardi, alla guida di Federtessile ma anche direttore (non guasta mai, no?) della rivista dell’AGESCI, l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani;Pietro Marzotto, ex vicepresidente di Confindustria, ex presidente della Marzotto ed ora al vertice della Fondazione Marzotto e dello storico marchio gastronomico milanese Peck. Infilateci ancora Gian Felice Rocca, presidente del Gruppo Techint, dell’Istituto Clinico Humanitas e di Assolombarda, non a caso considerato l’ottavo uomo più ricco d’Italia, o Guido Barilla (che ha forse bisogno di presentazioni?). Non è sufficiente? Rilanciamo con profili come quello di Carlo Callieri – ex capo personaleFiat, storico ispiratore della marcia dei Quarantamila, ex presidente Miroglio SPS, tra l’altro indagato a fine 2012 per la vicenda della scissione Snia/Sorin, con l’accusa di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio – o di Luigi Abete, ex presidente Confindustria, attuale presidente della Banca Nazionale del Lavoro ed editore di ASCA(naturalmente l’Agenzia Stampa Cattolica Associata). E già che ci siete, non vorrete mica farvi mancare primizie come l’ex ministro Domenico Siniscalco, vicepresidenteMorgan Stanley ed ex presidente Assogestioni o come l’immancabile Marco Tronchetti Provera, presidente del Gruppo Pirelli nonché membro italiano della Trilateral Commission?
Non vi basta ancora? Vi interessa per caso capire come fa un Governo a conquistarsi l’appoggio incondizionato dei media? Beh, basta che la “consulente” no-profit TREELLLE apra le porte ad illustri firme come quella di Marcello Sorgi, ex direttoreTg1 e La Stampa, di cui oggi è editorialista; Antonio Di Rosa, direttore dell’agenzia di stampa LaPresse; Carlo Rossella ex direttore Tg5, La Stampa, Panorama, Tg1 ed attuale collaboratore de Il Foglio; Giuliano Ferrara, che de Il Foglio è stato illustre direttore fino a qualche giorno fa: Sergio Romano, noto editorialista del Corriere della Sera; Ezio Mauro, famoso direttore di Repubblica; Giulio Anselmi, presidente ANSA e Ferruccio de Bortoli, fino a venti giorni fa direttore del Corriere della Sera ed attualmente presidente di Longanesi.
E per finire col botto, ecco a voi i “sostenitori” di questa nostra associazione:
COMPAGNIA DI SAN PAOLO, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI BOLOGNA, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI ROMA, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI REGGIO EMILIA, FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI DI SIENA.

Avete capito, adesso, perché questa Buona Scuola s’ha da fare?
Perché s’ha da fare. Punto e basta.