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sabato 12 agosto 2023

Il pane e le rose

una recensione del film di Ken Loach:

Maya, ha raggiunto Los Angeles in forma clandestina correndo anche dei gravi rischi e ha trovato un lavoro in un'impresa di pulizie grazie alla sorella Rosa. Un giorno aiuta uno sconosciuto a sfuggire dalle mani di Perez, il capo degli operai. Si tratta di Sam, un sindacalista che vorrebbe che i lavoratori scioperassero contro un'impresa che aumenta gli introiti e diminuisce gli stipendi. Ma non è facile spingere alla protesta chi ha assoluto bisogno di quel lavoro e, come Rosa, non vuole tornare a vivere in una condizione di cui Maya non ha mai saputo nulla..
Ken Loach attraversa per la prima volta i confini degli Stati Uniti per proporre una vicenda che trae origine da una protesta avvenuta a Los Angeles. La terra della libertà per eccellenza diviene così oggetto di una lettura non certo tenera nei confronti dei processi di coercizione a cui vengono sottoposti coloro i quali ancora credono al 'sogno americano' partendo da posizioni decisamente svantaggiate. Il titolo è di per sé già un manifesto: si tratta dello slogan che contrassegnò la lotta degli operai tessili nel 1912. Essi reclamavano per sé non solo il pane quotidiano ma anche il diritto a poter godere della bellezza senza che quest'ultimo venisse annullato da una vita in cui contasse solo il lavoro. Loach, anche in questa occasione, ci vuole 'vicini' ai suoi personaggi e per far questo utilizza tecniche che lascino al contempo spazio interpretativo agli attori e prossimità allo spettatore. Perché il suo stare a fianco degli umili di (per noi) manzoniana memoria respinge la retorica in favore di uno sguardo carico di umanità. Lui e Laverty (sceneggiatore d'elezione) non portano sullo schermo dei personaggi ma delle persone. Questo fa la differenza.

da qui 


La calda estate del lavoro in California. Continua lo sciopero negli hotel - Ezio Boero

 

I manifestanti per i diritti dei lavoratori degli hotel del Sud California hanno inviato una  lettera alla famosa cantautrice Taylor Swift. Solidale con molte battaglie per i diritti civili, lo fu anche nel 2017 con due lavoratrici di un hotel di Los Angeles (LA) oggetto di molestie sessuali. Ad essa si sono rivolte, con una lettera aperta pubblicata sul Los Angeles Times del 27 luglio e visibile per intero sul sito del Sindacato, 50 lavoratrici degli hotel del Sud California, in sciopero da inizio luglio, chiedendole di postporre i suoi concerti a LA di questi giorni, che potrebbero essere il tour di maggior incasso di tutti i tempi. Allo stato attuale, non è noto se la cantante abbia espresso una qualche solidarietà.

Cara Taylor,

ci piaci perché sei una donna forte e coraggiosa. I tuoi concerti portano un sacco di soldi agli hotel dove lavoriamo, ma non c’è alcun ritorno per noi. Dopo la pandemia, gli alberghi hanno aumentato i carichi di lavoro e diminuito le paghe. Non troviamo alloggio vicino al lavoro, così molte di noi dormono in auto tra un turno e un altro. Stiamo lottando per le nostre vite in modo da guadagnare un salario per sopravvivere! Faremo sciopero. Stai dalla nostra parte! Posticipa i tuoi concerti!

Dopo la manifestazione del 22 giugno di donne e uomini che lavorano negli hotel, in gran parte latinos, e dei loro supporter nella comunità e nelle Istituzioni, durante il cui sit-in di fronte all’aeroporto internazionale di LA sono state arrestate quasi 200 persone, e il successivo accordo provvisorio con un solo hotel cittadino, il Westin Bonaventure, la local 11 del Sindacato UNITE HERE ha indetto lo sciopero di 32.000 dipendenti di una sessantina di hotel. Così come deciso col voto degli iscritti.

Dopo i primi 3 giorni di sciopero, in concomitanza con la festa del 4 luglio, gli hotel hanno assunto lavoratori sostitutivi (come possono fare per legge). Una seconda ondata di scioperi si è svolta dal 10 luglio presso Disneyland e l’aeroporto, ed una terza il 20 luglio a Hollywood e Pasadina. UNITE HERE Local 11 ha promesso prossimi scioperi negli hotel delle contee di Los Angeles e Orange.

Oggi il contratto prevede un minimo orario di 20 dollari per le donne delle pulizie e di 22 per lavapiatti e cuochi. La richiesta contrattuale è di un aumento immediato di 5 dollari l’ora e di 3 dollari l’ora per gli anni successivi. Una retribuzione che consenta di vivere dove si lavora, non a chilometri di distanza, alla ricerca di appartamenti meno cari. Mentre gli affitti di Los Angeles, tra i più alti della Nazione e spesso di 2.000-3.000 dollari al mese, impongono il doppio lavoro o la coabitazione, anche di colleghi che utilizzano il letto a seconda dei turni dell’altro. Oppure, peggio ancora, il dormire in macchina durante i giorni lavorativi. Il costo di un alloggio sta ulteriormente aumentando, e così pure gli sfratti per l’impossibilità a pagarlo, mentre le protezioni per gli affittuari stabilite durante la crisi Covid sono state via via eliminate. Il Sindacato ha sostenuto durante le trattative l’imposizione di una tassa del 7% sugli ospiti che soggiornano in hotel onde finanziare l’alloggio della forza lavoro, nonché l’uso di camere d’albergo vacanti per ospitare temporaneamente i senzatetto, che crescono sempre di più.

Inoltre, approfittando del ritorno in attività dopo il picco della pandemia, in molti hotel sono stati riassunti solo una parte dei licenziati, costringendo il personale rimasto a carichi di lavoro molto più pesanti. Dunque è necessario anche un aumento degli organici.

Su tutti questi argomenti la trattativa si è arenata.

La lettera alla cantante non è stata però l’unica spedita: 16 esponenti del clero californiano hanno scritto all’Associazione proprietari di alberghi chiedendole di negoziare un contratto equo e anche di assumere lavoratori neri, che sono sottorappresentati nel personale degli hotel rispetto alla loro presenza nella popolazione. Pure 25 deputati californiani sono intervenuti sulla questione.

UNITE HERE ha infatti accusato gli hotel Laguna Cliffs Marriott e Fairfield Inn di non assumere lavoratori neri a tempo pieno, per chiedere poi, soprattutto a loro, di prestarsi al ruolo di sostituti degli scioperanti (la normativa prevede che le aziende possano assumere crumiri nel caso di scioperi come quelli di stipulazione del contratto di lavoro). Il Sindacato ha chiesto di integrare poi a tempo indeterminato questi lavoratori temporanei afroamericani assunti durante gli scioperi.

Durante lo sciopero è emersa anche una questione riguardante l’uso delle tecnologie per le assunzioni di personale temporaneo. Uno degli hotel, il Laguna Cliffs, che ha camere fino a 2.000 dollari a notte, ha utilizzato l’App Instawork per contrastare la manifestazione sindacale. Uno  dei chiamati al lavoro, un afroamericano, si è trovato di fronte al picchetto e, memore dei suoi trascorsi sindacali, si è unito allo sciopero. L’App lo ha allora automaticamente cancellato da tutti gli altri lavori per cui aveva dato la propria disponibilità. Il Sindacato ha identificato almeno sei hotel che utilizzano Instawork per assumere crumiri e ha presentato una denuncia per violazione dei diritti contro Instawork al National Labour Relations Board (NLRB), l’agenzia federale che vigila sulle norme a tutela del lavoro. Nello stesso hotel del licenziamento tramite App, è avvenuta anche un’aggressione ad un’organizzatrice sindacale e la direzione dell’hotel si è rifiutata di identificare l’ospite violento. In risposta alla due questioni emerse al picchetto, il Sindacato ha indetto il successivo lunedì un ulteriore sciopero. Anche il NLRB, con una nota dell’ottobre scorso, aveva posto all’attenzione dei legislatori il pericolo che “strumenti di gestione algoritmica interferiscano con l’esercizio dei diritti della Sezione 7”. Quella che garantisce il diritto allo sciopero.

L’uso senza regole delle nuove tecnologie è anche attualmente al centro dello sciopero contemporaneo dei lavoratori del cinema e della televisione negli studios di Hollywood (e di New York) che coinvolgono da quasi 3 mesi 11.500 sceneggiatori e dal 14 luglio 160.000 attori. L’incontro del Sindacato sceneggiatori con la controparte, svoltosi il 5 agosto dopo 3 mesi di stallo, si è rivelato inutile. Una delle questioni in ballo è appunto l’utilizzo di forme di intelligenza artificiale, che riducono il lavoro umano e potrebbero tendere poi, senza una normativa di tutela, progressivamente a sostituirlo, riducendo i posti di lavoro di attori, sceneggiatori, comparse e addetti alle mansioni dietro la camera da presa.

Per fortuna però ci sono ancora persone in carne e ossa con dignità e inventiva. Come i giovani sceneggiatori che marciano sotto il sole da giorni e giorni di fronte ai cancelli dei ricchissimi studi di produzione, o le vigorose donne latine addette alla pulizia delle camere di albergo. Le quali, indossando la camicia rossa del Sindacato e dotate di cartelli bilingui (in inglese e spagnolo), usano i fischietti, percuotono tamburi, secchi, pentole e padelle e gridano slogan nel picchetto di fronte alle porte girevoli di uno degli hotel che rifiuta il rinnovo del contratto: “Sheraton, escucha! Estamos en la lucha”. “Sheraton, ascolta! Noi siamo in lotta!”.

Fonti:

https://www.unitehere11.org/

Helen Li, Hotel workers near LAX walk out in second wave of strikes e Hotel workers kick off third wave of strikes in Hollywood, Los Angeles Times, 10.7 e 20.7

Alex N. Press, Southern California Hotel Workers Are on Strike Against Automated Management, Jacobin, 28.7

Marc Wutschke, A Third Wave of Strikes Crests at Los Angeles Hotels, Labor Notes, 31.7

Jenny Brown, Hotel Workers Strike against Scab Staffing App and Anti-Black Racism, Labor Notes, 1.8

da qui

 

 

 

 

Aggressioni ai lavoratori in sciopero davanti agli hotel di Los Angeles - Ezio Boero

 

Abbiamo già parlato recentemente su Pressenza della vertenza in corso dei lavoratori alberghieri di Los Angeles e dintorni, che sono soprattutto donne latine. A più di un mese dall’inizio delle ondate intermittenti di scioperi, alcuni casi di violenza contro i lavoratori, in occasione dei picchetti, hanno coinvolto polizia, Agenzia federale per il diritto al lavoro (NLRB) e amministrazioni locali di Los Angeles (LA).

Le prime violenze si sono verificate il 5 agosto di fronte al Fairmont Hotel di Santa Monica, dove infine la proprietà ha fatto intervenire la polizia.

Il Sindacato Unite Here Local 11, che rappresenta 15.000 lavoratori dell’ospitalità in 60 hotel della California meridionale i cui contratti sono scaduti il 30 giugno, ha citato nelle accuse di “pratiche di lavoro sleale” contro la rappresentanza padronale nelle trattative, scritte nel ricorso immediatamente presentato al NLRB, la sequela di aggressioni di lavoratori. Il 5 agosto, come anzidetto, da parte delle guardie di sicurezza del Fairmont, durante una manifestazione attraverso il quartiere verso l’hotel. Poi da parte di un ospite del Maya Hotel di Long Beach che, mentre un manager spostava con la forza gli scioperanti utilizzando una rete metallica, feriva un lavoratore alla testa. I partecipanti ai picchetti sono stati anche “ripetutamente aggrediti e minacciati” di fronte al Laguna Cliffs Marriott Dana Point, che è di proprietà del Fondo pensioni dell’Università della California.

Due giorni dopo, l’8 agosto, centinaia di lavoratori hanno picchettato l’hotel InterContinental nel centro di LA. Nel corso della manifestazione, le lavoratrici, che cantavano e portavano cartelli, hanno bloccato il traffico, con un grande cerchio, all’incrocio tra Wilshire Boulevard e 7th Street. Lo slogan più gettonato era “Que queremos? Contrato! Cuando? Ahora!» (Cosa vogliamo? Un contratto! Quando? Adesso!). Coppie improvvisate hanno poi eseguito lo Zapateado, una danza tradizionale messicana, al ritmo di un’orchestrina presente sul posto. Anche in quell’occasione, le lavoratrici hanno affermato di non guadagnare abbastanza per permettersi un alloggio vicino al posto di lavoro e neanche in città. Cosa confermata anche da un sondaggio sindacale tra gli iscritti che ha rilevato che il 53% di loro si è trasferito fuori LA negli ultimi cinque anni o ha intenzione di farlo, a causa dei costi degli alloggi a LA.

Dopo la dichiarazione dell’Associazione alberghiera di LA che gli interventi delle guardie private da essa assoldati hanno lo scopo di mantenere la sicurezza e l’ordine nei confronti di lavoratori che suonano sirene e allarmi a tutte le ore e cercano di abbattere le barricate poste di fronte agli hotel, Kurt Petersen, co-presidente del sindacato Unite Here Local 11, da detto nel comizio: “Non saremo vittime di bullismo al tavolo dei negoziati e sicuramente non saremo vittime di bullismo durante i picchetti”. Alcuni rappresentanti comunali hanno portato la loro solidarietà al corteo, ricordando la crescita di sfratti e tendopoli dei senzatetto in città.

La vicenda ha anche un risvolto istituzionale: la maggioranza dei componenti del consiglio comunale del distretto di Anaheim (dove ha sede Disneyland e numerosi alberghi) ha respinto a maggioranza l’unificazione, con la data delle elezioni generali, del referendum che dovrà decidere sulla proposta sindacale per l’aumento del salario minimo dei lavoratori alberghieri del posto a 25 dollari. La decisione serve evidentemente a diminuire l’affluenza ad un voto che i suoi detrattori considerano contrario agli interessi dell’economia locale.

Non è sfuggito a nessuno il fatto che le campagne elettorali di alcuni consiglieri che sostengono questa posizione sono state sostenute proprio dalle proprietà alberghiere. Un’indagine sulla corruzione politica locale, effettuata dalla FBI, ha confermato ciò che da tempo sostengono settori della comunità. E cioè che le politiche del Municipio sono da tempo indirizzate dagli interessi delle proprietà alberghiere (rappresentate dalla Camera di commercio locale), senza tener conto dei bisogni della popolazione povera e anziana e soggetta a sfratti.

Infine, non sembra abbia ricevuto risposta della destinataria l’invito pubblico dei lavoratori (e anche di alcuni rappresentanti politici dello Stato, in primis la ViceGovernatrice) alla famosa cantante Taylor Swift di rinviare i propri concerti a LA dal 3 al 9 agosto per sostenere le rivendicazioni sindacali. I concerti hanno procurato un massiccio introito alla città (per meglio dire, a quella parte delle città proprietaria di strutture turistiche e del suo indotto), introito che ben difficilmente giungerà alla popolazione delle tendopoli dei senza casa se non si attueranno politiche antispeculative. Politiche che dovrebbero tener conto degli interessi popolari finora non previsti all’interno del previsto boom urbanistico e alberghiero procurato dalla Coppa del mondo di calcio del 2026 e dalle Olimpiadi del 2028, che si svolgeranno entrambe a Los Angeles. Tali eventi, pur procurando occupazioni temporanee, faranno salire alle stelle gli affitti e saranno un ulteriore fattore di espulsione dalla città dei poveri ed anche dei lavoratori con salari di povertà (come gli alberghieri, che stanno lottando in questi giorni).

 

FONTI

https://www.unitehere11.org

Hosam Elattar, Anaheim Voters To Decide if Hotel Workers Get $25 Minimum Wage in October, Voice of OC, 27.6

Kevin Smith, Striking hotel workers denounce violence on the picket lines, LA Daily News, 7.8

Helen Li, Suhauna Hussein, L.A.’s striking hotel workers are being roughed up by employers’ security, Union says, LA Times. 7.8

da qui

mercoledì 21 giugno 2023

Tredici canzoni urgenti - Vinicio Capossela


scrive Vinicio Capossela:

Questi tredici brani, scritti fra Febbraio e Giugno 2022, sono stati composti tutti insieme, generati da un sentimento di urgenza nata dal pericolo e insieme dalla necessità di opporvi una reazione in affermazione della vita.

Sono diretta conseguenza del momento storico che stiamo vivendo, momento che faccio partire dall’osceno plauso in Senato alla bocciatura del progetto di legge contro i reati di odio e discriminazione razziale (ottobre 2021). Momento storico in cui diritti costantemente elusi, ma permanenti nella loro urgenza di soluzione, dallo ius soli al diritto di scegliere il fine vita, rimangono privi di un riconoscimento.

Sono problemi stringenti, il cui violento epilogo si prepara in una cultura tossica nella quale maturano la violenza di genere, l’abbandono della scuola, la cultura usata come mezzo di separazione sociale, la cattiva educazione alla gestione delle emozioni, la delega all’intrattenimento digitale in cui versa l’infanzia. E poi la situazione emergenziale delle carceri, lo stato di minorità in cui versiamo, massimamente rappresentato dalla reclusione senza riabilitazione. E ancora, i nuovi modelli predatori di consumo sintetizzati nella formula all you can eat.

L'affermazione dei populismi, del neo liberismo, del post fascismo, il cortocircuito del sistema dei valori etici. Un campionario di mali che abbiamo quotidianamente davanti ai nostri occhi ma che – schiacciati dall’incessante berciare della società dello spettacolo (che è sempre più la società dell’algoritmo) – affrontiamo ciascuno chiuso nel proprio guscio, indifferenti, spesso appiattendoci su facili posizioni da tifosi più che da cittadini.

Su tutto questo mondo giacente supino sul divano occidentale, un mondo ripetitivo e immobile in cui ogni cosa è stata domiciliarizzata, si è andata abbattendo la peggiore delle catastrofi: la guerra, con tutto il corollario di avvelenamento, di semplificazione, di inflazione, di vanificazione di ogni sforzo “culturale”. Se Brecht poteva dire che «dato che i posti buoni erano occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto», oggi il torto non è più appannaggio delle forze che lottano per la libertà. La parte del torto, orgogliosamente rivendicata ora da destra, è quella in cui ci siamo messi tutti, in una lotta di mera contrapposizione che vanifica e neutralizza il concetto stesso di “parte del giusto”.

La guerra di oggi richiama all’appello i valori di quanti l’hanno combattuta, esempi di resistenza come le staffette partigiane, la componente femminile, il lato umano della resistenza.

La guerra che ci fa tornare a lucidi decodificatori della Storia come Bertolt Brecht. O addirittura all’opera di Lodovico Ariosto, che individua l’inizio di nuove più terribili forme di devastazioni nella rivoluzione operata dalla invenzione delle armi da fuoco, che secoli più tardi porteranno agli ordigni di distruzione di massa. E che ponendo il senno sulla luna denuncia la follia di cui è caduta preda la terra.

Viviamo in una condizione di costante crisi, parola che contiene la parola Scelta. Restringere le possibilità vuol dire abituarsi a fare con quello che si ha, a scegliere che valore dare alle cose, a stabilire quali sono i nostri “beni rifugio”.

Nella convinzione che le sole cose che contano sono quelle che non hanno prezzo, quelle che vengono donate, quelle che ci permettono, guardando al corso delle nostre vite, di comprendere quale è stato il nostro “tempo dei regali”, auspicando che altri regali verranno ancora, perché è solo la crepa che permette di ricucire il cuore nella Grazia.

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scrive Vincenzo Mollica:

Le 13 canzoni urgenti, scritte cantate e musicate da Vinicio Capossela sono parte e sostanza di un’opera d’arte magnifica che vive al crocevia dei nostri spaesamenti, dei nostri turbamenti, dei nostri sentimenti, delle nostre paure invadenti, delle nostre speranze sorprendenti, dei nostri amori incandescenti e fluorescenti, delle nostre malinconie travolgenti, delle nostre allegrie impenitenti. Tutti noi, devoti viandanti di questa vitaccia, siamo diventati urgenti. Ci muoviamo come se avessimo un segnale di pericolo incorporato, come se avessimo perso il senso del fatato ingabbiati in un mondo decomposto e squilibrato. Ostinati fummo, siamo e saremo nel cercare di capire perché le nostre menti sono diventate urgenti, smarrite in una nebbia in cui le domande e le risposte  ondeggiano inconcludenti. Tutto questo fino a quando la voce limpida e poetica di Vinicio Capossela ci attraversa ed entra nel nostro cuore come una goccia di acqua pura che cade nell’inferno.

Allora, in quel preciso momento, la sua voce allontana ogni scoramento e risveglia come in un ringraziamento la voglia di pensare, cantare, ballare, fantasticare, pacificare, musicare e poetare rivelando così finalmente la vera essenza di ogni esistenza. Quando canta Capossela lo fa orchestrando tutti i sentimenti, mescolando musica e letteratura, teatro e cinema, pittura e balletto e il risultato è necessariamente qualcosa di perfetto. Ascoltando più volte con godimento queste 13 canzoni urgenti ho pensato che Vinicio le lanciasse come salvagenti per mitigare il naufragar delle nostre menti. Il brano che amo di più di questo album si intitola: “Il tempo dei regali“. Su questa scia, con tutta la passione che mi è rimasta in corpo, voglio dire che considero questa nuova opera d’arte di Capossela un regalo splendido e vitale che al cuore porta ristoro perché profuma di capolavoro. 

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una recensione a Tredici canzoni urgenti (di Stefano Solventi)

Urgere: incalzare, spingere fuori. Ma anche: stringere, varcare. L’etimologia a volte aiuta e a volte non aiuta. In ogni caso, l’urgenza è un parametro delicato, applicato alla canzone significa quasi sempre stabilire una connessione forte con il (suo) presente, quindi storicizzarla, vincolarla al flusso degli eventi. La delicatezza, il rischio, sta nel senso che questo vincolo determina rispetto al contesto, a come cioè la negoziazione culturale e politica del presente invada forma e sostanza della canzone. Che non sempre ha la forza per resistere a questo processo di, come dire, megafonizzazione, che tende appunto a renderla megafono di una qualche istanza prima che… Cosa? 

Bisogna chiedersi a questo punto cosa sia davvero una canzone. Esistono risposte esaurienti o che comunque vadano vicino a esserlo? Non mi sembra. Nel caso specifico, intendo questo disco, a un certo punto sentiamo Vinicio Capossela cantare: “Questa è la libertà: azione e responsabilità”. Ecco, forse potremmo ipotizzare che per Tredici canzoni urgenti il cantautore di Hannover abbia sentito il bisogno (l’urgenza) di sovrapporre il senso del fare musica (canzoni) col senso stesso della libertà, finendo quindi per pensare la canzone come un esercizio di “azione e responsabilità”. Che per un artista, ovviamente, significa innanzitutto “forma e sostanza”.

Il rischio è appunto come te le giochi, la forma e la sostanza. Il rischio è che l’invasione dell’urgenza possa sovrastarle (forma, sostanza e canzone) e farne il megafono di messaggi o, peggio ancora, di cause. Quanto alla canzone, chissà cos’è (anzi: chissà coss’è), ma di certo è un manufatto fragile, materia volatile, basta un soffio appena troppo forte o contrario a pregiudicarne la forza, a svuotarla da quel po’ di magia che sta nel non dicibile se non sotto forma – appunto – di canzone.

E Vinicio cosa fa? Emerge dalla Cùpa (anche questa, chissà davvero coss’è) per uscire allo scoperto, salire su un palco bene illuminato e mettere in scena lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato comunque della vita, smanioso di elaborare l’allarme scattato per fuga di senso, di verità, di valori, di futuro, presente e – peggio – passato (“Il mondo cade a pezzi”). L’urgenza è il tema, il sibilo muto sullo sfondo che forza il disco in direzione del concept lasciando però ad ogni canzone-sfaccettatura una perfetta autonomia. 

L’effetto collaterale è il rischio di cui sopra: i temi in ballo – la guerra, il consumismo, la crisi della politica e dell’informazione, il sessismo e il femminicidio, la condizione carceraria, il revisionismo (l’oblio) storico, l’ossessione salutista, la liberalizzazione delle armi… – tendono inevitabilmente a didascalizzare, conferiscono le canzoni a un fine che quindi le impacchetta in un perimetro, le imbozzola in una confezione. 

E come ne esce, Vinicio? Tutto sommato bene, grazie alla sua innocenza raffazzonata ma – perciò – credibile, grazie alla parziale intangibilità che gli proviene dalla nuvolaglia patafisica – un po’ banditesca e un po’ bislacca – che lo riveste, grazie a quello sguardo che sa sprofondare prima e riemergere dopo la filiera ideologica standard ed è quindi capace di sottrarsi alle pantomime istituzionali (sacrosante o meno) per mirare dritto al cuore delle questioni.

Drittezza che nel caso specifico significa immediatezza, un livello di radiofonia potenziale che forse mai in un album di Capossela avevamo percepito, in virtù di melodie ora accattivanti e ora commoventi dentro a strutture ora atmosferiche e ora esuberanti, soprattutto capaci quasi sempre di rimanere al di qua della linea di demarcazione tra piacevolezza e piacionismo. Insomma, se c’è mestiere – e ce n’è a iosa – è di quello che regola pressione, convergenza e alesaggio, lubrifica gli ingranaggi e in definitiva fa cantare il motore. E se c’è impegno, è di quello che non si accontenta di prendere a noleggio posizioni, concetti e slogan, ma cerca parole e percorsi inediti, le chiavi per aprire spiragli e pazienza se sono stretti, angusti, ambigui, scomodi.

La scaletta si apre con Il bene rifugio, un valzerino tutto apprensione chiaroscurale in punta di pianoforte, tastiere (organo, Fender Rhodes) e fiati (trombone, clarinetto, flicorno) che ipotizza una rivincita del cuore sulla finanziarizzazione della vita, anche se il tono intimo e dimesso fa pensare a una guerra già perduta, mentre la successiva All You Can Eat scozza blues stomp e latinerie febbricitanti per una satira waitsiana sul consumismo frenetico/famelico (di cui l’ossessione per il cibo è un paradigma eclatante). 

Si capisce già come andranno le cose nel resto del programma: un carosello, una sarabanda, un rollercoaster che modulerà forme e registri con la grazia sgraziata di un saltimbanco proteiforme. Che è, d’accordo, un po’ il marchio della casa, qui però il pedale affonda sull’acceleratore col preciso scopo di farne strategia, di aggredire gli airplay e le playlist, di bussare alle porte dell’attenzione con la maggiore risonanza possibile. L’urgenza dei temi corrisponde insomma a quella progettuale (dal punto di vista stilistico e sonoro): la nota dominante è un trepido “adesso o mai più”.

Se La parte del torto beccheggia con ghigno desertico e cavernoso spremendo paradossi dall’attrito tra le post-ideologie, Minorità carezza con trasporto indolenzito il tema del carcere e della (mancata) rieducazione, mentre La crociata dei bambini (testo ispirato liberamente a La crociata dei ragazzi, un poema di Bertolt Brecht pubblicato nel 1939) è una struggente ballata in 3/4 sul bordo dell’apocalisse. Colpisce soprattutto l’apparente facilità con cui anche gli episodi meno intensi possono contare su intuizioni melodiche azzeccate, vedi il folk agrodolce di Ariosto Governatore e la mattoide Cha cha chaf della pozzanghera (notevole la variazione rumba del ritornello – o è uno special?), oppure vedi come la conclusiva Con i tasti che ci abbiamo si rivela in grado di allestire con pochi ingredienti un congedo tanto disarmante quanto accorato. 

Detto di una circense e rutilante Il tempo dei regali (forse la più apocalittica del lotto, a dispetto dell’aspetto) e di una madrigalesca Gloria all’archibugio (che pare essersi coagulata in qualche confraternita confinante con la taverna più alcolica della città), e sottolineata la nevrastenia oriental-post-punk (con escursione dub) di Sul divano occidentale (ospiti Raiz, Bunna e Sir Oliver Skardy), forse i due perni poetici del disco vanno individuati in Staffette in bicicletta (camerismo incalzante e cinematico in duetto con Mara Redeghieri) e La cattiva educazione (filastrocca in bilico tra incubo e rassegnazione, voce principale affidata a Margherita Vicario), la prima che rievoca il contributo eroico delle staffette partigiane e la seconda che dà voce alle vittime dei femminicidi, quest’ultima che si riflette nell’altra ovvero nel messaggio di libertà ed equità della Resistenza (“Questa mattina non mi son svegliata/e l’invasore ce l’avevo in casa”) drammaticamente disperso.

Disco composito quindi, attraversato da molti umori e (perché) abitato da tanti collaboratori – Alessandro “Asso” Stefana, Don Antonio, Marc Ribot, Enrico Gabrielli, Vincenzo Vasi… -, da cui la trama vivida, mutevole, quasi schizoide, tenuta assieme con padronanza e disinvoltura da un Capossela ispirato cerimoniere, a cui va riconosciuto tra le altre cose il merito di prediligere la generosità all’autorevolezza, il prodigarsi da artigiano – primus inter pares nella maestranza – alla sicumera da Maestro. Essendolo, comunque, nell’anima.

da qui

lunedì 24 gennaio 2022

Ritorno a Reims - Alberto Prunetti

 

 

Recensendo «Retour à Reims (Fragments)» Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate. Eppure queste biografie operaie aiutano a liberarsi dalle zavorre che ci portiamo dietro

 

Da un po’ di giorni ricevevo inviti a guardare il documentario francese Retour à Reims (Fragments) di Jean-Gabriel Périot. E sempre mi sottraevo. Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente. 

Certo, me n’ero andato dalla mia città natale, con il suo altoforno che languiva e gli alti tassi di disoccupazione. Ma ero rimasto nella classe lavoratrice, saltando dalla padella alla brace, finendo a pulire cessi a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale. E quando ho provato a raccontare le mie disavventure working class in Gran Bretagna, un giornale conservatore, il Daily Mail, mi ha descritto come un «very sweary, grizzled old Italian Lefty», ossia un «volgare sinistrorso attempato», con il sottinteso che gente come me non dovrebbe scrivere libri ma stare al suo posto, a condire pizze con l’ananas e il prosciutto cotto.

 

Prima della visione

L’altro elemento che mi preoccupava era la ricezione da parte della classe media di opere culturali prodotte da autori con un background working class. Non è un problema solo delle opere di Eribon o Éduard Louis. Riguarda in forme diverse un po’ tutti. La narrativa working class rischia una paradossale eterogenesi dei fini. I memoir di donne proletarie abusate, che per le autrici hanno un valore terapeutico, alimentano il voyerismo middleclass di chi compatisce le vite dei poveri. Trainspotting di Irvine Welsh ha spedito nel fine settimana tour di studenti universitari ricchi a fare il poverty safari in Scozia per poi tornarsene con l’hangover nelle loro confortevoli case del sud dell’Inghilterra. E una mia inchiesta sulla malattia professionale di mio padre, Amianto, spesso mi garantisce una serie di pacche sulle spalle da persone che mi vogliono vedere come una vittima e non come uno che vorrebbe mettere a fuoco i privilegi di classe.

Stiamo insomma attraversando un periodo interessante per la letteratura working class, ma la strada è tutt’altro che in discesa. Aumenta l’impatto nell’industria culturale mainstream delle storie working class (penso a Maid di Stephanie Land e a Shuggie Bain di Douglas Stuart); si abbassa il livello di testosterone delle storie proletarie e la classe si intreccia sempre di più con altre forme di oppressione, come quelle di genere e di race. Viene meno la narrativa della rissa fuori dal pub e si mette in discussione la mascolinità tossica anche in ambiente operaio. Il rischio però è che queste storie di classe operaia passino attraverso un processo di normalizzazione che le renda accettabili agli occhi dei lettori di classe media, togliendo loro ogni elemento sovversivo. La storia di un ragazzo che soffre perché vede la propria omosessualità stigmatizzata in ambiente operaio e accettata nel passaggio verso la classe media, come accade nei memoir di Eribon e in quello di Eduard Louis, rischia di confortare il lettore middleclass sulla propria superiorità morale, demonizzando la classe operaia e presentando la borghesia come un luogo di emancipazione (Il film Pride in questo senso va nella direzione opposta, perché mostra la possibilità di cercare un’alleanza tra politiche di classe e di identità). 

Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere. Ma dobbiamo riflettere sulla possibilità che la middleclass si appropri delle nostre storie e le usi per fini diversi da quelli per cui le abbiamo scritte. Ad esempio, raccontando storie working class, rischiamo di entrare nel paradigma della vittima, o del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta» (in cui mi espongo con il mio 108 metri), o del criminale che si mette il passato alle spalle (The Young Team di Graeme Armstrong, altro libro grandissimo di questa stagione di letteratura working class). Insomma, qualsiasi mossa facciamo come autori di classe operaia, ci esponiamo alla possibilità di alimentare il mito del deserving poor vs l’underdeserving poor, del cherry picking, della ciliegia buona nel mazzo delle cattive.

Dobbiamo cominciare a combattere contro questo rischio, cercando di fissare dei paletti per evitare che le nostre opere subiscano un framing middleclass. Non è sempre possibile, ovviamente. Lo fa bene Cash Carraway, quando si rivolge al lettore di classe media del suo memoir Skint Estate accusandolo di voyerismo. Lo fa Éduard Louis riprendendo il filo della sua storia e raccontando quel padre, presentato come un perpetratore dell’ideologia reazionaria e eteronormata, in maniera completamente diversa, più umana, in un’opera successiva a quella del suo esordio: Chi ha ucciso mio padre (Qui a tué mon père). Lo fa spiegando come l’adesione del padre operaio a ideali di suprematismo bianco e di nazionalismo e di omofobia era il risultato di una pressione enorme esercitata sulla classe operaia: il tentativo di cooptare una parte della classe operaia bianca, legandola a quello che più assomigliava ai suoi sfruttatori, ossia il fatto di essere maschi. Depistando la violenza di classe verso il basso. Patriarcato, razzismo e suprematismo bianco sono forze che possono distruggere la solidarietà di classe. Come ci spiega benissimo questo adattamento cinematografico del notevole memoir di Didier Eribon.

 

Primo movimento

Ma cominciamo con ordine. Tutte queste cose alla prima visione non mi sono venute in mente. Anche perché il film mi ha preso assolutamente in contropiede. Invece di una narrazione solista, mi sono trovato di fronte un racconto corale, polifonico, raccontato col montaggio – suprema arte proletaria, da Eizenstejn fino all’ultimo dei saldatori – di voci di archivio, prelevate da materiale documentaristico e cinematografico francese, sorrette da un frame teorico che risente della lezione di Bourdieu. Voci che risuonano nella mia testa con timbro fin troppo familiare. Scene di famiglia. Endogamia di classe. Gli operai si sposano tra di loro perché la classe media non spreca il capitale familiare accumulato. Gli operai e le operaie si innamorano ai balli popolari. Scene di balli, interviste a giovani donne di classe operaia.

Non posso non pensare alla mia famiglia. Mio padre e mia madre si sono conosciuti proprio in un posto come questo: una sala da ballo popolare. Un’operaia bella dice che vuole sposare un operaio, ma deve essere bello anche lui. Non posso non pensare ancora alle foto di famiglia. Alla bellezza strafottente di mio padre, che a vent’anni sembrava un cowboy del metallo e che alla fine dei suoi giorni in tuta blu diventerà un rottame da cui la sanità pubblica si sbrigherà a togliersi il peso con la diagnosi di un tumore polmonare. Il corpo degli operai ci dice la verità sulle loro vite. La loro bellezza si consuma, raschiata via dalle macchine, troppo presto. Essere di classe operaia non è solo una definizione da salario e indicatori economici: vuol dire essere qualcuno a cui è stata rubata la bellezza dalla vita.

Il film continua ma ormai la mia visione segue le dinamiche di contemplazione di uno sguardo interno. Le immagini sulla pellicola rimbalzano dalla mia retina al cervello e non riesco a permettermi lo sguardo esterno, oggettivo, borghese, di chi può guardare un film del genere a titolo informativo, espositivo o militante. Detta in altro modo, per me ogni fotogramma è una ferita di classe che sanguina e la voce off, femminile, assume una forza ipnotica e fa da contrappunto alla coralità delle voci proletarie dell’archivio.

Adesso – Bourdieu docet – si continua con la riproduzione sociale e l’esclusione dei figli dei proletari dal mondo della cultura. Sono immagini di bambini francesi quelle sullo schermo ma io continuo a pensare a mia madre, ai suoi racconti sulle medie separate, al suo desiderio di studiare che si è arenato nel sapere utilitaristico di una scuola professionale in cui anche la matematica era insegnata, come recitava il titolo di un suo vecchio manuale che ho trovato in un cassetto, «per l’avviamento industriale femminile». Mentre mio padre esce dalla scuola a testa alta, da uomo fatto, per iniziava a lavorare a 14 anni. Ingiustizie, un mondo di ingiustizie. La madre di Eribon commenta un licenziamento e la voce off ci dice: «da allora provo odio per le relazioni gerarchiche e di potere». Quanta empatia c’è in quell’odio di classe.

I fotogrammi scorrono. Arriva il momento più commovente. La situazione delle donne operaie è ancora più oppressiva di quella dei loro mariti. Le donne proletarie si fanno carico del lavoro di cura domestico e non retribuito e mancano di quei momenti fondamentali di socialità operaia che permette ai lavoratori maschi di andare avanti, con qualche sollievo emotivo: il bar, il bistrot, le sigarette con gli amici parlando di calcio e politica. Il sabato pomeriggio degli operai.

Ma la depressione operaia è dietro l’angolo. La voce di un operaio, associato a un’immagine di catena di montaggio, mi fa venire in mente Lulù di La classe operaia va in paradiso. Ma è meno spaccone del personaggio di Gian Maria Volonté. Le sue parole scavano dentro la coscienza ferita: «Sei come una macchina. Le mani mi fanno male. Quando cambio la bambina, non riesco a slacciarle i bottoni. Ci hanno mangiato le mani. Faccio fatica a scrivere, è difficile esprimersi. Quando non parli per 9 ore di seguito, hai così tanto da dire che non riesci a dire nulla. Hai paura. Noi sopravviviamo. In media un operaio vive 59 anni».

59 anni. Mio padre, dopo aver lavorato una vita da saldatore, è morto a 59 anni per un tumore professionale causato dall’amianto. 59 fottuti anni. Un operaio vive in media quindici anni meno di un impiegato, anche di piccola classe media. 

A 50 anni mio padre ne dimostrava 70. A 20 anni era bello come un cowboy del metallo. A 50 anni aveva la tavola di Mendeleiev tatuata sui polmoni e sembrava un vecchio devastato, con gli occhi spenti, senza più la luce piena di irriverenza verso i quattrinai degli anni della sua giovinezza. 

La classe sta nel corpo, è embodied, sta sotto la pelle, under your skin, come ha scritto la femminista britannica Annette Kuhn. A chi vi dice che le classi sociali non esistono, fate vedere il corpo di un operaio, di un’operaia di sessant’anni. Le ferite di classe incistate nel corpo degli operai che invecchiano. «Il corpo di una donna operaia quando invecchia mostra tutta la verità dell’esistenza delle classi», dice la voce off di Retour a Reims. Mi infilo in una deriva di pensieri, incalzato dalla voce di un adolescente che declama parole meravigliose: penso che una società sarà giusta quando anche gli operai saranno felici. Qui finisce il primo movimento dedicato alla classe operaia, quella classe destinata ad abolire lo stato delle cose presenti nel nome del suo universalismo. 

 

Secondo movimento

E comincia il secondo movimento. Meno emotivo. Più espositivo-argomentativo. Il tema diventa quello della rappresentanza politica del mondo operaio. Del tradimento dei partiti e dei sindacati che, nati nel movimento operaio, hanno virato verso la classe media, sulla base del presupposto che «la classe operaia non esiste più». In realtà in tanti hanno fatto il funerale alla classe operaia – come ci ricorda Richard Hoggart nella sua introduzione all’edizione del 1989 di The Road to Wigan Pier di George Orwell – ma la bara era sempre vuota. Eppure in lustri di neoliberismo si è ripetuto come una litania il mantra tatcheriano per cui le classi non esistono: la società è un sistema omogeneo, da gestire con tecniche di management, senza che ci sia un conflitto di interessi contrapposti tra gruppi sociali distinti. Smantellata la classe e atomizzati i lavoratori, la forza operaia si spegne e si scopre impotente. L’impotenza genera rabbia e frustrazione. La forza di un tempo si rivolgeva contro il padrone e l’oppressore; la rabbia e la frustrazione sono incanalate contro i deboli e gli impotenti. La forza degli operai diventa maschilismo che colpisce le donne operaie, o i deboli della propria classe: i lavoratori immigrati. Così, spinti dalle destre, si finisce per diventare traditori di classe. E quando si cerca una ricomposizione nell’astrazione generale, invece che alla classe si guarda alla nazione. Di qui le tendenze verso il suprematismo bianco di certi settori della classe operaia. La destra in fondo ha fatto il suo gioco: ha colto la disperazione della gente comune e ha provato a deviarla verso i propri obiettivi, a difesa dei ricchi. La sinistra istituzionale, gentrificata, se ne sbatte della disperazione della gente, è diventata un partito di persone istruite che fanno scelte di consumo illuminate. Alimentando sempre di più il rancore degli oppressi.

Cattivi umori attraversano il secondo movimento della pellicola. Mark Fisher parlerebbe di giustizia negativa: che capiti agli altri quel che è capitato a me. Il razzismo, soffiato sulle ceneri del rancore dalla destra, guadagna campo. Non che elementi di conservatorismo – e il film lo spiega bene – non esistessero da sempre nel mondo operaio. Ma erano sussurri che non diventavano la base per campagne di mobilitazione politica, perché i partiti e i sindacati mobilitavano le energie dal basso verso l’alto, contro le imprese e il padronato. Oggi la destra cerca di occupare lo spazio retorico della sinistra per «difendere i lavoratori», dividendo la classe operaia sul fronte della linea del colore, per mobilitarla contro gli stranieri.

Un tempo famosi per la loro generosità e solidarietà, così lontane dall’utilitarismo commerciale e dall’individualismo dei borghesi, oggi gli operai sono raccontati come gretti, ignoranti e meschini. Ma non è così: ci stanno demonizzando. Mi viene in mente una citazione di Dorothy Allison. «Ci chiamano anche ceti bassi, plebaglia, classe operaia, poveri, proletari, pezzenti, rifiuti umani o feccia. Da tutto questo so far nascere storie», scriveva Allison in Due o tre cose che so di sicuro.

Ecco, di sicuro io so che dobbiamo tornare a Reims, alle nostre dannate città operaie, e riprendercele.  Dobbiamo raccontare della classe operaia anche la luce e non solo le ombre e smettere di pensare che la borghesia possa essere un luogo di emancipazione. Dobbiamo pensare a una classe operaia che sia anche intersezionale e queer, che lotti contro il patriarcato e l’eteronormatività. Con l’immaginario, con l’attivismo, con la forza delle nostre storie. Perché siamo il fottuto sale della terra e dobbiamo avere l’orgoglio di resistere a una sinistra di persone bennate che ci tratta con condiscendenza e a una destra che avvelena i pozzi della solidarietà operaia. 

Non so se è uno spin off del film che ho visto io, ma mi immagino che le storie raccontate da Didier Eribon, da Éduard Luis, dalla stessa Annie Ernaux, invece di rassicurare il lettore middleclass sulla presunta superiorità etica della classe media, servano a spronare la classe operaia sulla necessità di liberarsi dalle zavorre del sessismo, dell’eteronormatività, del razzismo, del patriarcato. Che esistono in tutte le classi, non solo in quella operaia. Mi immagino questi autori e queste autrici francesi lottare per una classe operaia nuova che può illuminarsi dalle loro traiettorie biografiche, senza sentirsene schiacciata. Che in queste opere veda la possibilità di ricostruire un nuovo immaginario. Come diceva David Graeber, lui stesso nato in una famiglia della working class statunitense, con l’immaginario le classi popolari si prendono cura di sé stesse. Prendersi cura di sé, fare della working class una caring class, riprendere percorsi di coscienza e di solidarietà di classe, lottando contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’eteronormatività e i ricchi di merda. Ecco due o tre cose che di sicuro dobbiamo fare, con i conflitti sociali e con i romanzi, con gli scioperi e con l’immaginario working class. Coi piedi sempre dentro la classe. 

*Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore di Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2020), 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (Alegre, 2014). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.

da qui

 

 

QUI il film completo, con sottotitoli in italiano

giovedì 27 aprile 2017

Jenin non dimenticherà il massacro israeliano - Ilan Pappe


Quindici anni fa, questo mese, l’esercito israeliano ha bombardato e assaltato il campo profughi di Jenin per oltre dieci giorni. Era parte dell’operazione israeliana “Scudo Protettivo” durante la quale Israele ha inviato truppe nel cuore delle sei principali città della Cisgiordania occupata e nei villaggi e i campi profughi vicini, che erano sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.
In un rapporto sull’assalto le Nazioni Unite hanno concluso che l’esercito israeliano ha ucciso decine di palestinesi in un campo grande solo 0,4 km quadrati e che ospita circa 15mila persone.
Dopo l’assalto, un lungo dibattito è nato intorno al numero delle vittime. Nell’urgenza immediata che regnava nel campo, i numeri parevano essere molto alti. Israele impedì ai membri di una commissione d’inchiesta Onu inviata dal Consiglio di Sicurezza di condurre un’indagine, ma un rapporto successivo compilato dal segretario generale concluse che almeno 52 palestinesi erano stati uccisi nel campo profughi di Jenin. Almeno 500 palestinesi furono uccisi e altri 1.500 feriti nel corso della campagna israeliana in Cisgiordania dal marzo al maggio 2002.
Tuttavia non furono solo i numeri a scioccare il mondo all’epoca, ma la natura brutale dell’assalto israeliano che non aveva precedenti neppure nella dura storia dell’occupazione.
Questa brutalità può essere compresa al meglio visitando il campo. Il quartiere affollato è stato preso d’assalto dal cielo con gli elicotteri, colpito dai carri armati dalle colline intorno e invaso da veicoli mostruosi, un ibrido tra un tank e un bulldozer che gli israeliani hanno soprannominato Achzarit, “il brutale”, perché ha raso al suolo le case e trasformato gli stretti vicoli in superstrade attraverso le quali i carri armati potessero passare.
I carri armati hanno di nuovo fatto visita al campo dopo l’operazione, in genere in piena notte, traumatizzando i bambini per anni con il loro boato.
Geografia di un disastro
Sono stato al campo la scorsa settimana durante una visita della filiale di Jenin della Al-Quds Open University. Siamo corsi in città e siamo tornati nella Palestina ’48 (l’attuale Stato di Israele) perché la compagnia privata che gestisce il checkpoint di Jalameh avrebbe chiuso il passaggio nei giorni successivi così che gli ebrei israeliani avrebbero potuto celebrare la Pasqua dimenticando i palestinesi sotto assedio in Cisgiordania.
L’esercito ha imposto chiusure ai villaggi e i quartieri della Cisgiordania e incarcerato milioni di persone in piccole enclavi così che i coloni israeliani possano muoversi come se questa fosse una terra nullius – una terra senza popolo, una terra di nessuno.
La Al-Quds Open University ha offerto cibo e bevande ai bambini, tra gli altri, dei prigionieri politici e dei martiri. Al momento ha sede in un edificio in affitto, nella speranza che un giorno possa spostarsi in un campus vero e proprio, se i milioni di dollari necessari al suo completamento saranno trovati.
Oltre 50mila palestinesi usano i servizi dell’università nelle sue filiali in giro per Cisgiordania e Gaza, in una realtà geopolitica di frammentazione imposta da Israele e di controllo che richiede che sia l’università ad andare dai suoi studenti perché gli studenti non possono andare all’università.
Resilienza e resistenza possono essere portati avanti in tanti modi e nel 2017 – diversamente dalla resistenza armata del 2002 – passa per questo tipo di determinazione: all’attuale regime in Israele viene ricordato che non può cancellare, o totalmente ignorare, i milioni di persone che opprime ogni giorno dal 1967.
All’interno della geografia del disastro, ci sono diversi gradi di povertà e oppressione. C’è una divisione chiara tra la città di Jenin e il campo. Capisci quando hai lasciato la città per entrare in questo enorme campo, costruito sul versante di una ripida collina sul lato occidentale della città. È anche molto facile da vedere quali delle case del campo furono demolite durante il massacro del 2002: sono quelle ricostruite con l’aiuto del denaro arrivato dal Golfo.
Sono molto poche le case uscite indenni dall’assalto feroce del 2002. Quando sali in cima alla collina, vedi il luogo in cui i carri armati israeliani erano posizionati, facendo piovere il loro fuoco sul campo senza difesa appena sotto, infliggendo caos e morte, tattiche troppo familiari dei ripetuti assalti israeliani contro Gaza.
Visione chiara
Tuttavia, c’è qualcos’altro che noti quando sei sulla collina. Puoi vedere l’intera regione che parte da Jenin, nel nord della Cisgiordania, e arriva al Mar Mediterraneo. Puoi vedere da Marj Ibn Amr – la fertile regione anche nota come piana di Esdrelon – fino ad Haifa sulla costa.
I villaggi e le città che erano lì prima del 1948 sono stati spazzati via durante la Nakba – la pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste. La maggior parte di coloro che ci vivevano sono stati cacciati e possono vedere dalla collina come le loro case e le loro terre siano state trasformate in colonie ebraiche e “foreste” del Jewish National Fund.
Il collegamento tra quello che vedi dalla collina e gli orrori dell’aprile 2002 è chiaro. È solo un altro promemoria ci quello che il defunto studioso Patrick Wolfe articolò così bene quando notò che il colonialismo di insediamento è una struttura, non un evento.
Nel caso del sionismo, si tratta di una struttura di sfollamento e rimpiazzamento o, per parafrasare le parole di Edward Said, di sostituzione di un’assenza con una presenza. È cominciata nel 1882 con le prime colonie sioniste e ha raggiunto il suo apice nel 1948, per continuare poi con veemenza nel 1967 e mantenersi viva fino ad oggi.
Il tentativo di distruggere la resistenza allo sfollamento è quanto accaduto nel campo 15 anni fa. Le foto dei martiri del 2002 coprono ancora i muri e le strade. Sotto, siede un grande numero di giovani disoccupati: il campo di Jenin è uno di quelli con il più alto tasso di disoccupazione in Cisgiordania.
Parlando con loro è chiaro che sono determinati a non soccombere alla disperazione e all’apatia. L’educazione offerta dalla Al Quds Open University è uno dei modi per reagire alla vita nel campo e all’oppressione. Ma la resistenza è ancora un’opzione.
Dopotutto, questa è la zona da cui le più significative spinte anti-coloniali da parte palestinese si sono diffuse nei primi anni Trenta: la ribellione guidata da Izz al-Din al-Qassam. Simbolico che in questa mia visita abbia incontrato suo nipote, Ahmad. Abbiamo parlato brevemente su come l’immagine storica del nonno sia distorta da cui lo paragona ai jihadisti di oggi. Era molto lontano da esserlo.
Se i britannici non lo avessero ucciso nel 1935, sarebbe diventato il Che Guevara palestinese. Era un carismatico leader anti-colonialista che operava tra la gente che è stata la prima vittima del sionismo negli anni Trenta, i contadini e i mezzadri sfollati e cacciati dalle terre che avevano coltivato per secoli.
Una sola patria
La geografia e la topografia del campo ci dicono qualcos’altro: la soluzione a due Stati è un’idea assurda. Il campo si trova vicino al checkpoint di Salem tra Cisgiordania e l’attuale Stato di Israele. Il viaggio in auto da Jenin a Haifa attraverso questo passaggio durava 20 minuti negli anni passati.
Prima che gli Accordi di Oslo fossero firmati da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1993, c’era libertà di movimento per la gente e le merci in questa parte settentrionale della Palestina, fino al 1948 amministrata come una regione unica.
Anche dopo la firma dell’accordo – quando il checkpoint di Salem era il solo punto di passaggio tra Jenin e il resto del mondo – era ovvio che l’intera area era parte della stessa patria. Gli architetti di Oslo sperarono di rompere questa integrità storica, culturale ed economica e chiudere il passaggio, costringendo la gente ad usare il checkpoint settentrionale di Jalameh. Questo ha trasformato un viaggio molto breve in un viaggio molto lungo, con Salem che diventava una corte militare dove oggi i palestinesi vengono mandati in prigione senza processo o dopo un processo-farsa.
Oslo doveva anche risolvere l’eterno problema sionista: come avere il territorio senza la sua gente. La “soluzione” fu quella di confinare i palestinesi in enclavi controllando il loro spazio e usando la forza bruta, come ha fatto Israele a Jenin nell’aprile 2002, ogni qualvolta la gente ne aveva abbastanza, chiedeva un cambiamento o combatteva.
Quel progetto coloniale sionista continua, ma sarà oggetto di resistenza nella terra di Izz al-Din al-Qassam e in un campo dove la gente non dimentica e ha ben poco da perdere.
*Autore di numerosi libri, Ilan Pappe è professore di storia e direttore del Centro Europeo per gli Studi Palestinesi all’università di Exeter.
Traduzione a cura della redazione di Nena News

da qui


"Jenin Jenin", di Muhammad Bakri (con sottotitoli in italiano)





"Jenin Jenin", di Muhammad Bakri (con sottotitoli in inglese, migliore qualità)