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venerdì 18 aprile 2025

Un paese che si identifica con ordine e polizia - Alessandra Algostino

 

C’era un disegno di legge in discussione in parlamento, detto «sicurezza», espressione del peggiore populismo penale, incostituzionale nell’anima e nelle disposizioni; il governo, con un golpe bianco (…invero nero), lo ha trasposto in un decreto legge. Al contenuto eversivo si aggiunge l’eversione nei rapporti fra governo e parlamento.

Troppo forte il termine eversione? Il passato non si ripresenta allo stesso modo, ma la mutazione della democrazia in regime autoritario attraverso vie legali non è un pericolo astratto; il suo progressivo svuotamento sostanziale sotto l’involucro è un percorso in atto. Il parlamento discute, o tenta di farlo, vista la scarsa disponibilità alla mediazione politica (nel senso di effettivo processo di integrazione politica), ma «i tempi si sarebbero prolungati troppo» (citazione del ministro Piantedosi). E allora interviene il governo, «nella sua più alta ma anche più concreta significazione di istituto atto a risolvere nel modo più rapido, fermo e univoco tutte le molteplici questioni che nell’azione quotidiana si presentano, non impacciato da preventive compromissioni, non impedito da divieti insormontabili, non soffocato da dissidi, non viziato nella origine da differenze ingenite di tendenze e di indirizzi» (Mussolini, dibattito sulla legge Acerbo).

Iniziamo da qui: quali sono i motivi di necessità e urgenza? Leggendo la bozza compare solo un elenco tautologico di «considerata» e «ritenuta» «straordinaria necessità e urgenza»: mere clausole di stile, nulla di più. Come la Corte costituzionale ha ricordato più volte (da ultimo, sentenza 146 del 2024), il decreto legge è «uno strumento eccezionale», «la pre-esistenza di una situazione di fatto comportante la necessità e l’urgenza… costituisce un requisito di validità costituzionale»: in gioco sono gli «equilibri fondamentali della forma di governo». Con quanto ne consegue sulla forma di stato. L’abuso del decreto legge, stravolgendo il sistema delle fonti, viola la separazione dei poteri, che assicura la limitazione del potere: elemento imprescindibile di una democrazia costituzionale. È l’ennesimo atto di asservimento e annichilimento del parlamento. Ennesimo, e «pesante»: per i diritti su cui incide il provvedimento, per il suo essere oggetto di una forte contesa politica, perché si tratta di materia in discussione nelle aule parlamentari, per l’insussistenza palese della necessità e urgenza (a meno che non le si voglia ridurre al meschino mercanteggiamento di interessi tra le forze di maggioranza).

Veniamo al contenuto. Lo schiaffo al parlamento – in violazione della Costituzione e inaccettabile in ogni caso – salvaguarda almeno dalle innumerevoli incostituzionalità del disegno di legge? Dalla bozza che è dato leggere, no.

I rilievi del Quirinale sono recepiti al minimo possibile. Alcune norme sono semplicemente ammorbidite, come nel caso delle madri detenute o della richiesta di documento per la vendita della Sim agli stranieri (non è necessario il permesso ma c’è l’obbligo di un documento di identità). Altre sono oggetto di interventi di plastica facciale, come nelle ipotesi della punizione degli atti di resistenza anche passiva: si specifica che gli ordini la cui disobbedienza è punita riguardano il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, concetti passepartout. Sfiora il ridicolo la modifica della norma che riguarda l’aggravante «grandi opere», dove il riferimento alle opere pubbliche o infrastrutture strategiche è sostituito con «infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici». Di maggior rilievo, e indubbiamente positivo, lo stralcio della collaborazione di pubbliche amministrazioni e università con i servizi segreti, in deroga al diritto di riservatezza.

Restano, immutati, il reato di blocco stradale, la ridondante punizione dell’occupazione di immobili, l’ampliamento del daspo urbano, etc. La cappa illiberale e repressiva del provvedimento non muta: criminalizzazione e repressione del dissenso, stigmatizzazione e punizione del disagio sociale e della solidarietà, neutralizzazione del conflitto sociale. E restano il diritto penale dell’amico, i privilegi per la polizia, con il sotteso di uno stato che si identifica con le forze dell’ordine e l’obbedienza.
È sufficiente il restyling per tacitare – ed esautorare – l’opposizione e giustificare il silenzio calato sulla notizia? Il presidente della Repubblica, come garante della Costituzione, non dovrebbe domandare – cito Matteotti – «alla maggioranza che essa ritorni all’osservanza del diritto»?

Lungo la china del male minore, si scivola nel baratro.

Ancora una volta è dalla piazza, che si vuole chiudere in una zona rossa del dissenso e del pensiero, che può venire una risposta.


Pubblicato sul manifesto del 6 aprile

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martedì 24 dicembre 2024

Quali linee guida per insegnare l’educazione civica? - Giancarlo Burghi


lettera al Ministro Valditara

Egregio Ministro,

Le scrivo di nuovo dalla desolazione della “trincea”: quella in cui ogni giorno, con le studentesse e gli studenti, combattiamo l’eterna guerra contro la semplificazione e la superficialità. Oggi, però, le scrivo per ringraziarla delle Linee guida sull’insegnamento dell’educazione civica che ci ha inviato all’inizio dell’anno scolastico. Da oggi abbiamo un punto fermo nel nostro lavoro di docenti ed educatori: ci dirigeremo nella direzione esattamente opposta a quanto ci indica.

L’educazione civica, secondo lei deve «incoraggiare lo spirito di imprenditorialità, nella consapevolezza dell’importanza della proprietà privata». In modo quasi ossessivo nel documento traccia l’idea di una sorta di “educazione alla proprietà ”. Ma cosa dovremmo farci di questo slogan vuoto? Stiamo oltrepassando finanche il senso del ridicolo, andando oltre la teoria delle tre “i” di berlusconiana memoria (inglese, impresa, internet). Ai nostri studenti, signor Ministro, l’articolo 42 della Costituzione lo leggiamo e lo spieghiamo: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge […] allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti […]. La proprietà privata può essere [..] espropriata per motivi di interesse generale». Dice proprio questo la Costituzione! Però non si ispira a Pol Pot ma alla dottrina sociale della Chiesa, al cristianesimo sociale di Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti.

Nelle Linee guida Lei continua, poi, con l’affermazione di sapore thatcheriano, ma in realtà generica e vuota quanto la prima, per cui dovremmo insegnare che «la società è in funzione dell’individuo (e non viceversa)». Vede Ministro, se le dovesse capitare di sfogliare la Costituzione italiana scoprirebbe che il termine “individuo” semplicemente non compare. E questo perché la rinuncia a questo concetto (l’angusto “io” paleo-liberale chiuso nella rivendicazione egoistica dei propri diritti) faceva parte del patto tra i social-comunisti e i cattolici democratici, che lo sostituiscono con la nozione di “persona” che indica «il singolo nelle formazioni sociali» in cui solo si può realizzare.

La questione della patria, che lei intende come appartenenza identitaria e suggerisce di mettere al centro dell’educazione civica, merita da sola una prossima lettera. Mi consenta però di farle notare che, se sfogliasse la Costituzione, scoprirebbe che il termine “patria” compare solo una volta (perché Mussolini lo aveva profanato e disonorato) e per di più non ha niente a che fare con “i sacri confini nazionali” da difendere o l’italianità quale identità da salvaguardare contro la minaccia della sostituzione etnica. La patria è il patrimonio dei padri e delle madri costituenti, vale a dire le istituzioni democratiche non separabili dai valori costituzionali: l’eguaglianza, la libertà, la pace, la giustizia, il diritto di asilo per lo straniero «che non ha garantite le libertà democratiche». I patrioti non sono quelli che impediscono lo sbarco dei migranti, ma coloro che ogni giorno testimoniano il rifiuto della discriminazione. Cosi come patrioti non erano i fascisti che hanno svenduto la patria a Hitler e l’hanno profanata costringendo milioni di italiani ad offendere altre patrie, ma i membri dei GAP (che non erano i “gruppi di azione proletaria” come ebbe a dire, per dileggio, Berlusconi), ma i “gruppi di azione patriottica” (appunto), che operavano nella Brigate Garibaldi dei patrioti comunisti italiani, protagonisti della Resistenza quale secondo Risorgimento.

Ci consenta di formare i nostri studenti ispirandoci a chi di patria si intendeva: non a Julius Evola o Giorgio Almirante, ma a Giuseppe Mazzini che ha ripetuto per tutta la vita che la patria non è un suolo da difendere avidamente ma una «dimora di libertà e uguaglianza» aperta a tutti: «Non vi è patria dove l’eguaglianza dei diritti è violata dall’esistenza di caste, privilegi, ineguaglianze. In nome del vostro amore di patria, combattete senza tregua l’esistenza di ogni privilegio, di ogni diseguaglianza sul suolo che vi ha dato vita» (Dei doveri dell’uomo). Mazzini non contrapponeva la patria all’umanità, ma la considerava il mezzo più efficace per tutelare la dignità di ogni essere umano: «I primi vostri doveri, primi almeno per importanza, sono verso l’Umanità. Siete uomini prima di essere cittadini o padri. […] In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte per il diritto, per il giusto, per il vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall’errore, dall’ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli» (Dei doveri dell’uomo). E ci consenta, da educatori democratici, di trascurare le sue Linee guida, per illuminare le coscienze dei giovani con le parole di don Milani: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Egregio Ministro, dal momento che la costruzione di una cittadinanza consapevole avviene anche attraverso l’esercizio della memoria storica e civile, Lei ci ha inviato a una circolare con cui ha bandito un concorso per le scuole con lo scopo di celebrare la «Giornata Nazionale delle Vittime Civili delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo». Il titolo del concorso: «1945: la guerra è finita!». Incredibile! Il 25 aprile 1945 che, prima dell’era Valditara, era semplicemente e banalmente la «liberazione dal nazifascismo» ora diventa un momento della «Giornata Nazionale delle Vittime Civili delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo». Cosa dovrebbero ricordare le giovani generazioni nella sua bizzarra idea di memoria civile? Ecco il suo testo: «il popolo che ha subito sulla propria pelle gli orrori di quel tremendo conflitto, dai bombardamenti degli alleati alle rappresaglie nazifasciste [equiparati!] fino agli ordigni bellici inesplosi che, nei decenni a venire, hanno continuato a produrre invalidità e mutilazioni». E tutto per andare «al di là della tradizionale lettura vincitori-vinti», opposizione che attentamente sostituisce quella di antifascisti/liberatori e fascisti. Si tratta dunque, secondo lei, di ricordare una guerra tra tante, quasi un ineluttabile evento naturale in cui tutti sono cattivi (i liberatori, gli aguzzini e i partigiani) e dunque tutti ugualmente assolti nel tribunale della neostoria.

Del resto, Ministro, devo darle atto di una certa garbata compostezza sulla memoria del 25 aprile. La sua sottosegretaria (la nostra sottosegretaria all’Istruzione) Paola Frassinetti la Festa della Liberazione l’ha festeggiata al campo 10 del Cimitero maggiore di Milano per onorare i volontari italiani delle SS. È immortalata in un video in mezzo a un drappello di camerati che sfidano, tra insulti e minacce, alcuni manifestanti antifascisti. Frassinetti si lascia andare alla rabbia ed esclama «ma vai aff…». Sempre a proposito di Linee guida per l’educazione civica… Da sottosegretaria del suo Ministero Paola Frassinetti, il 28 ottobre del 2024, anniversario della marcia su Roma, ha celebrato il «fascismo immenso e rosso».

Capisce, signor Ministro, perché ci sentiamo soli nella trincea? E perché le ho detto che è “passato al nemico” (il nemico è la parzialità, la manipolazione, la contrapposizione faziosa). Ma noi siamo combattenti testardi. Non avendo capi politici da lusingare, la nostra coscienza e la Costituzione antifascista sono le nostre uniche e inderogabili “linee guida” da seguire nel formare cittadine e cittadini liberi e consapevoli.

Egregio Ministro, spero che queste parole non mi costino quella decurtazione dello stipendio che ha inflitto a un mio collega per aver pronunciato delle parole che Lei non ha gradito. Sarebbe non solo grave ma anche di cattivo gusto anche perché di recente insieme ad altri ministri lei lo stipendio ha cercato di aumentarselo.

P. S.

Le sue Linee guida stanno conseguendo i primi risultati. Qualche giorno fa uno studente che aveva studiato la divisione dei poteri di Montesquieu ha osservato che se un ministro fa una manifestazione sotto un tribunale per difendere un altro ministro sotto processo viola la separazione dei poteri. Aggiungendo che un ministro non è un semplice cittadino ma un membro dell’esecutivo, cioè di un potere dello Stato. Gli ho risposto che ha ragione e gli ho dato un ottimo voto in educazione civica.

Con cordialità

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martedì 17 dicembre 2024

Salva-Milano, era difficile fare peggio. Ecco tutti gli articoli costituzionali che la legge viola - Paolo Maddalena

Un atroce tentativo di distruggere l’urbanistica italiana.

Una incredibile proposta di legge (formulata in un articolo unico, suddiviso in 9 commi), caratterizzata da una sua intrinseca illiceità avente come fine la distruzione urbanistica dell’Italia, è stata approvata il 21 novembre 2024 dalla Camera dei Deputati, ed ora rischia il voto favorevole del Senato, che la potrebbe trasformare in legge, favorendo i distruttori dell’ambiente naturale e urbano del nostro Paese, e distruggendo i legittimi interessi del Popolo sovrano.

Il comma 2 di questa proposta di legge intende eliminare un caposaldo della tutela urbanistica: la sottoposizione all’approvazione di un “piano particolareggiato” o di “lottizzazione convenzionata” dei casi di superamento dei limiti volumetrici o di altezza delle costruzioni edilizie, mentre il comma 4 della stessa proposta sancisce che “costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia” (con tutti i benefici che ciò comporta), gli interventi che consentono di realizzare, “all’interno del medesimo lotto, organismi edilizi che presentino sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche, funzionali e tipologiche, differenti da quelli originari”. Dunque, come si accennava, una débâcle totale e perenne del nostro ordinamento urbanistico, ai danni dell’ “ordine”, dell’”armonia” e del “decoro” dei nostri Centri abitati.

Tutto in palese contrasto con i “principi fondamentali” della nostra Costituzione.

Innanzitutto è violato l’articolo 3 Cost., per vari motivi, e soprattutto “per illogicità manifesta”. Non può infatti sfuggire che la legge proposta è totalmente priva dei caratteri della “interpretazione autentica”. In effetti, non solo i contrasti giurisprudenziali (presupposto per una legge di interpretazione autentica) ricordati nella relazione di accompagnamento sono assolutamente insignificanti, ma, d’altro canto, non si ravvisa in tutta la proposta di legge nessuna “disposizione” di carattere realmente “interpretativo”, una disposizione cioè che privilegi una tra le tante interpretazioni possibili, in modo che “coesistano” due norme: quella precedente e quella successiva che ne chiarisca il significato.

Estremamente palese è poi la violazione dell’articolo 9 Cost., che “tutela il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, l’ambiente (naturale e urbano), la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. Basti pensare che questa proposta di legge, consentendo di costruire edifici di “altezza” e “volume” superiori a quelli degli “edifici preesistenti e circostanti”, oppure edifici che presentano “sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche, funzionali e tipologiche, anche integralmente differenti da quelli originari”, rompe l’”ordine”, l’”armonia” e il “decoro” dei Centri abitati, e crea un caos edilizio di immani proporzioni.

Un’altra palese violazione è quella dell’art. 42 Cost., il quale assegna alla “funzione sociale” della proprietà privata, il compito di “assicurare” la salvaguardia della “proprietà pubblica” della Collettività. Non è dubbio, infatti, che, nel nostro caso, l’ “ordine”, l’ “armonia” e il “decoro” dei Centri abitati sono da considerare “beni giuridici” in “proprietà pubblica” degli abitanti, e la loro salvaguardia rientra tra i “limiti” che i proprietari privati devono rispettare, per assicurare la “funzione sociale” della loro proprietà.

Le “incostituzionalità” non finiscono qui. Ma si può concludere rimarcando che si tratta di una proposta di legge che viola in pieno anche l’articolo 41 Cost., il quale, è vero, riconosce la “libera iniziativa economica privata”, ma impedisce che questa sia in contrasto con “l’utilità sociale” del Popolo sovrano. Di peggio era difficile fare.

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mercoledì 5 giugno 2024

Premierato, nessuno dei senatori si è accorto che sta discutendo un’atroce menzogna - Paolo Maddalena

 

Tra polemiche e inverecondi scontri verbali, sta andando avanti al Senato l’approvazione del disegno di legge sul cosiddetto “premierato”, presentato dalla presidente del Consiglio dei ministri Senatrice Giorgia Meloni e dal ministro senza portafoglio per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa, senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati sul cosiddetto “premierato”. Quello che, tuttavia, più sorprende è il fatto che nessuno dei senatori si accorge che stanno discutendo di un disegno di legge assolutamente privo di “consistenza giuridica”, e come tale “improponibile”, “improcedibile” e, in fin dei conti, assolutamente “inammissibile”, in quanto contrario, oltre che a un insanabile errore procedurale, anche all’invalicabile principio della “verità”, cui devono attenersi soprattutto i parlamentari e il governo, come si evince dagli articoli 3, e 54 della Costituzione, nonché dalla XVIII disposizione transitoria e finale della Costituzione stessa.

E non è fuor di luogo porre subito evidenza, che se, per assurdo, questo disegno potesse essere validamente trasformato in una reale modifica della Carta costituzionale, esso cambierebbe i “principi fondamentali” della nostra Costituzione, spoglierebbe i cittadini dei loro fondamentali diritti civili e politici, trasformerebbe il nostro “Stato comunità” in uno Stato “autocratico” e, in ultima analisi, travolgerebbe definitivamente la nostra democrazia.

Mi limito, comunque a indicare, tra i moltissimi motivi di “inammissibilità”, che impongono, ripeto, l’immediato “ritiro” di questo disegno dalla bagarre parlamentare in corso, soltanto due, che riporto di seguito.

Innanzitutto è da porre in somma evidenza che questo disegno “ignora” che, ai fini della sua approvazione, non è possibile utilizzare, come invece è stato fatto, il procedimento di “revisione costituzionale” previsto dall’art. 138, Cost. Lo afferma una costante giurisprudenza costituzionale, secondo la quale, per cambiare i “principi fondamentali” della Costituzione, occorre un diverso orientamento del “Potere costituente”, una “nuova Assemblea costituente”, e quindi una “diversa” Costituzione.

In secondo luogo è da far capire agli illustri senatori che stanno discutendo di una atroce “menzogna”: quella di far credere agli elettori in un “aumento” del “peso e del valore” del loro voto, con il quale designano il Presidente del Consiglio dei Ministri, là dove si tratta dello “svuotamento” del contenuto del “diritto di voto”. In effetti, con questo disegno di legge costituzionale si impone ai compilatori della “legge elettorale” di prevedere un “premio” che attribuisca la maggioranza dei seggi a quel partito o a quella coalizione collegato al candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che sia arrivato primo alle elezioni, indipendentemente dal numero di voti ottenuto. Dunque, non più un “premio di maggioranza” a quel partito o a quella coalizione che abbia raggiunto la “soglia” prevista dalla legge elettorale per essere considerato (in modo ovviamente fittizio) “la maggioranza” degli elettori, ma, un “premio di governabilità”, meglio si direbbe un “premio elettorale”.

Ripeto: è sufficiente arrivare primi, al resto pensa la legge Meloni-Casellati. E ciò comporta, anche la gravissima conseguenza secondo la quale il “programma di governo” non sarà più il frutto di una “dialettica parlamentare”, e sarà quello presentato prima e fuori del Parlamento da quella lista o coalizione collegato al candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, risultato “primo” alle elezioni stesse. Insomma, il Popolo non “concorre” più alla “determinazione della politica nazionale”, mentre le “elezioni” divengono un vero e proprio “ludo cartaceo”.

Non occorre dire altro per indurre gli Organi responsabili (presentatori e governo) a “ritirare” questo insano disegno, che, a parte tutto, risuona come una offesa alla dignità del Popolo sovrano.

 

Attuare la Costituzione

Associazione di promozione sociale

 La Segreteria

 

www.attuarelacostituzione.it

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-non_c_niente_da_gioire_per_loperazione_kkrtim/11_55021/

 

sabato 1 giugno 2024

Ciò che vorrei vedere il 2 giugno - Tomaso Montanari

  

«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Cosa rimane, in questo 2 giugno 2024, dell’incipit della nostra Costituzione?

Il primo a cadere è stato il lavoro: è quello che si sta tirando dietro tutto il resto. La precarizzazione, il Jobs Act, il capitale umano, il ‘mercato del lavoro’, i lavoratori carne da macello in un rosario infinito di ‘morti sul lavoro’: la conosciamo la storia degli ultimi trent’anni. Ed è stato proprio il tradimento del progetto politico della Costituzione (violentemente negato in ciò che affermano gli articoli 3, 9, 32-34, 41… e tanti altri) a trascinarsi dietro il resto di quelle parole cruciali. Ripercorriamole.

«Democratica»: la marginalità del Parlamento, le leggi elettorali incostituzionali, le letali elezioni dirette di presidenti di regione e sindaci… Già oggi ci sono molti dubbi sull’effettività della nostra sgangherata democrazia. Ma se passasse il ‘premierato’, e insieme anche la riforma della giustizia, quell’aggettivo – ‘democratica’ – cadrebbe anche formalmente. Un unico potere mangerebbe gli altri due: il Governo svuoterebbe il Parlamento (e con esso gli organi di garanzia, dalla Presidenza della Repubblica alla Corte Costituzionale) e controllerebbe la magistratura. Solo l’esecutivo: fine del legislativo, fine del giudiziario. Eccoli, i ‘pieni poteri’: cioè la concentrazione in unico potere, in un assetto addirittura preilluministico, da antico regime. E, poi, quale potere esecutivo! Nemmeno la collegialità di un governo, no: un capo, plebiscitato da una folla informe. Neanche l’Ungheria, oggi, versa in tali condizioni.

«Una Repubblica»? No, l’autonomia differenziata sta per cancellarlaVenti repubblichette con i loro capetti, senza vincoli di solidarietà, in una giungla competitiva in cui si salvi chi può (cioè chi è ricco). La fine di un progetto di Paese: ogni regione la sua scuola, la sua università, i suoi musei in una regressione tribale spaventosa. E naturalmente le sue alluvioni e le sue frane, nella fine vera di ogni tutela di ambiente e territorio: basta con le odiate soprintendenze, ognuno padrone in casa propria, e balliamo liberi verso una tomba di cemento. Un progetto scellerato innescato dall’ennesimo tradimento del Centrosinistra, che nel 2001 ha piazzato nella Costituzione la mina che ora una destra oscena fa brillare, tirando giù tutto. Il bersaglio grosso, è chiaro, è proprio la Costituzione, antifascista e solidale, del 1948: relitto inservibile al tempo della scuola del merito e della competitività, al tempo della guerra che torna, al tempo del fascismo al governo.

E poi, l’Italia: anche la prima parola della Carta tra un po’ non indicherà più nulla. Non quella per cui offrivano la loro vita i condannati a morte della Resistenza. Non quella di Mazzini, o Garibaldi. Una espressione geografica, di nuovo: per mano nostra, stavolta. Anzi, peggio. Perché, si chiedono gli ingenui, il partito di matrice fascista, che ci allaga con la retorica della nazione, accetta di distruggere l’identità italiana in nome della quale colonizza biennali e musei? Uno scambio con i secessionisti, si dice. Non solo, non basta. La verità è che della storia e della cultura italiane, ciò che davvero ci fa nazione (in una identità plurale e aperta, che muta nel tempo), a costoro nulla cale: nulla ne sanno, ancor prima. A loro interessa il sangue: ciò che nessun migrante (anzi nessun nero) potrà mai avere. E, dunque, che patrimonio, scuola e cultura siano fatti pure in venti frammenti irrilevanti e irrelati. Perché «il razzismo nostro è quello del sangue», scriveva Giorgio maestro di Giorgia, sull’immonda rivista che ‘difendeva la razza’. E oggi questi grotteschi epigoni del peggio, questi «figli di fogna» (per usare un’espressione di santa Caterina da Siena), parlano appunto di ‘sostituzione etnica’, in un concentrato di ignoranza e orrore senza pari: «il razzismo nostro è quello del sangue».

Ciò che vorrei vedere, il 2 giugno, non è l’oscena parata di armi (ancor più insensata e oscena mentre i capi dell’Europa ci trascinano verso l’abisso nucleare), né la bandiera stampata in aria con strazio dell’ambiente, no. Una parata di maestri e maestre, vorrei: di professori e professoresse, infermiere e infermieri, medici del corpo e della mente, artisti e musicisti, studentesse e studenti… Perché è da ciò che resta del prendersi cura, del costruire bellezza, conoscenza e pensiero critico, che può venire il riscatto.

Avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza collettiva se vogliamo che il popolo – sì, quello a cui appartiene la sovranità, secondo le parole che continuano l’articolo 1 – torni ad esercitarla in referendum capaci di riportare quella sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Solo così quell’articolo esisterà ancora. E noi con lui.

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venerdì 10 maggio 2024

Una memoria che parla di conflitto - Alessandro Portelli

 

Se l’Italia fosse davvero il paese immaginato nella sua lodata Costituzione, il monumento all’unità nazionale sarebbe a Roma, alle Fosse ArdeatineIn quelle cave di pozzolana c’è tutta l’Italia: furono uccisi italiani di tutte le regioni, da Trieste a Trapani, dal Piemonte alla Puglia, dalla Sardegna alle Marche. Furono uccisi uomini di tutte le classi sociali, dagli aristocratici piemontesi agli ambulanti del ghetto romano. Furono uccisi cristiani, ebrei, laici, atei. Furono uccisi comunisti, liberali, socialisti, ex fascisti, apolitici. Furono uccisi perché avevano resistito – con le armi o senza – all’occupazione nazista di Roma, o furono uccisi perché (come in tutte le stragi nazifasciste di quel tempo) la loro sola presenza sul territorio intralciava le operazioni militari. Uccisero tutti uomini (una donna, Celeste Rasa, la uccise una sentinella tedesca fuori delle grotte, forse perché aveva visto), e perciò a sopravvivere e ricordare sono rimaste soprattutto donne.

Dico unità d’Italia, ma di un’Italia che sta tutta dentro una storia europea. Una dozzina degli uccisi erano nati all’estero, e avevano creduto di trovare rifugio in Italia dai pogrom dell’Europa orientale. Ma secondo la Carta di Verona, il documento fondativo della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, alleata dei nazisti, non era italiano nessuno dei 72 ebrei uccisi alle Fosse Ardeatine: l’articolo 7 di quel documento, infatti, recitava: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». E come tali li hanno uccisi. In questo modo, come ha ricordato recentemente lo storico Lutz Klinkhammer, le Fosse Ardeatine (insieme alla Risiera di San Saba) segnano l’estensione della Shoah sul territorio italiano e fanno della nostra storia una parte della storia di tutti.

Tutto questo si riflette nella Costituzione nata dopo la Resistenza: un’idea di cittadinanza inclusiva e partecipata, di sovranità popolare basata sull’uguaglianza, di comunità internazionale fondata sul ripudio della guerra. Il problema è che fra quel generoso progetto democratico e la nostra realtà di oggi (ma anche negli ottant’anni trascorsi da allora) è venuto crescendo un divario che si avvicina ormai molto a un rovesciamento secco: chi governa l’Italia oggi sono gli eredi politici di quella repubblica mussoliniana il cui ministro degli Interni quel 24 marzo del 1944 consegnò ai nazisti una lista di 50 antifascisti da uccidere alle Fosse Ardeatine.

E allora il significato di quel monumento cambia: non è più un simbolo di unità ma di conflitto. Lo confermano, ancora di recente, i goffi tentativi di disinnescarlo da parte della destra «post»fascista al potere associandolo al vittimismo nazionalista («massacrati solo perché erano italiani»: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio) o, per evitare di guardare in faccia la strage, spostando ancora una volta uno sguardo ignorante su via Rasella («hanno ucciso solo vecchi musicanti», Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato). Per questo, oggi più ancora che in passato, ricordare le Fosse Ardeatine non è questione di commemorazione cerimoniale. Come già il 25 aprile, dall’era di Berlusconi a oggi, al cuore di queste ricorrenze nazionali sta una domanda elementare: da che parte stai?

A questo infine serve la memoria: non a farci sentire bene e in pace con noi stessi (quanto siamo stati eroici, quanto abbiamo sofferto) ma a disturbarci, a smuovere il rimosso, a ribadire il negato, a dire la verità al potere. Per questo, la stagione che va dal 24 marzo al 25 aprile, dalle Fosse Ardeatine alla Liberazione è una stagione di lotta, che rinnova sul piano democratico della memoria, della storia, della partecipazione la dolorosa e sanguinosa lotta antifascista di allora. La domanda allora è: su che terreno si svolge oggi questa lotta? Non credo che basti ribadire la verità dei fatti (non erano anziani musicisti, avevano sui trent’anni ed erano armati di tutto punto) o ripetere chi aveva ragione, ottant’anni fa, fra i combattenti della libertà e i complici dei nazisti. Questa è una base di conoscenza e di scelta etica, ma, da sola, non basta a determinare le scelte e gli orientamenti della maggioranza. Oggi, quando informazione, memoria, oblio hanno tempi sempre più accelerati, ottant’anni – quattro quinti di secolo – rischiano di sembrare a molti un’altra epoca geologica.

Se vogliamo che la memoria delle Fosse Ardeatine e della Resistenza abbia un significato e un impatto sul presente, perciò, è necessario riconoscere e smascherare le modalità in cui il fascismo si ripresenta adesso, nella vita di tutti, al di là della memoria e persino degli orientamenti politici: non nelle sue vesti e simboli del passato, ma nella sua elementare essenza, il nudo dominio di chi ha il potere su chi non ce l’ha. Oggi fascismo vuol dire la legittimazione del potere dei ricchi sui poveri, degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, del capitale sul lavoro, dei capi sui subalterni, dei colonizzatori sui colonizzati, degli armati sui disarmati, dei proprietari sui profughi e sui senza casa, di chi possiede i media su chi è privo di ascolto, di chi inquina su chi respira (e persino, nella logica reazionaria del codice della strada rivisto da Salvini – dell’automobile sul pedone e sulla bicicletta!). Il 24 marzo, il 25 aprile, durano tutto l’anno perché tutto l’anno dobbiamo fare i conti con queste sopraffazioni quotidiane, ed è nella memoria di quei giorni che ritroviamo le origini e le ragioni, adesso e sempre, di questa resistenza.


Pubblicato su il manifesto del 24 marzo 2024

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domenica 4 febbraio 2024

Paolo Maddalena - Gli aspetti più orribili della legge sulle “Autonomie differenziate”

 

È molto preoccupante che sia passata pressocchè  inosservata l’approvazione da parte del Senato del disegno di legge sulle “Autonomie differenziate”. Una orribile proposta che fa cadere nel nulla secoli di tenaci discussioni e sofferte battaglie per l’affermazione dei principi di “libertà, eguaglianza e solidarietà”, che costituirono il “patto” sul quale si fondò la rivoluzione francese.

Ci sarebbe molto da dire su questo ineffabile testo dell’On. Calderoli, che, detto in estrema sintesi, non ha nulla di seriamente giuridico, e, agendo sullo stesso piano dell’altro testo voluto dalla Meloni sul cosiddetto “premierato”, infrange tutta una serie di solide categorie giuridiche come fossero dei birilli.

Il primo “principio fondamentale” a farne le spese è quello della “eguaglianza”, che permea di sé l’intera Costituzione ed è peraltro un cardine dell’ordinamento costituzionale. Si tratta di un tema estremamente vasto, ed estremamente sfuggente. “Estremamente vasto”, perché la “eguaglianza”, è la condizione stessa dell’esistenza della Legge. La legge, infatti, non sarebbe tale, se non fosse “uguale per tutti”. Come è scritto sui nostri Tribunali. Oltre che nel primo comma dell’articolo 3 della Costituzione (dove, sia detto per inciso, la parola “uguale” è stata corretta in “eguale” dall’ottimo revisore del testo costituzionale, Concetto Marchesi). E “estremamente sfuggente”, perché il testo della Costituzione parla di “eguaglianza” una infinità di volte indicandola spesso con la parola “tutti” o con il suo omonimo “ogni”.  Art. 3: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, art. 4: si garantisce il lavoro “a tutti i cittadini”, “ogni cittadino ha il dovere di svolgere una attività o una funzione”, art. 8: “tutte le confessioni religiose”, art. 16 “ogni cittadino può circolare o soggiornare”, art. 19: “tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa”, art. 21: “tutti hanno il diritto di professare liberamente il proprio pensiero”, ecc., ecc. ).

In questo stato di cose, è ovvio che può prendersi in esame un filo per volta. E non può negarsi che il primo filo che viene in considerazione secondo l’ordine concettuale seguito dalla Carta costituzionale è quello che collega il concetto di ”eguaglianza” al concetto di “sovranità”. Alla ”sovranità” si riferisce infatti il primo articolo della Costituzione, secondo il quale: “la sovranità appartiene al Popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E alla “eguaglianza”, fa riferimento l’art. 48 Cost., là dove si afferma che per fondamentale “atto sovrano” deve intendersi “l’esercizio del diritto di “voto”, subito precisando che quest’ultimo deve essere “personale ed eguale, libero e segreto”.

Insomma, l’esercizio concreto della “sovranità” da parte del “Popolo”, avviene, nel caso che si esamina, con l’estensione del “diritto di voto” a “tutti” i cittadini (ho già detto dell’importanza della parola “tutti”) e purché ogni voto sia “eguale”, cioè di egual peso e di egual valore. Le parole usate dal Costituente sono al riguardo estremamente chiare: “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che abbiano raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.

Questo è il primo, e comunque uno dei tanti “principi fondamentali” (i quali, lo si ricordi, non possono essere oggetto neppure di revisione costituzionale) che il disegno di legge Calderoli travolge e distrugge. Basti pensare che il voto di tutti i cittadini serve per nominare i loro rappresentanti in Parlamento, al fine soprattutto, come precisa l’art. 49 Cost., di “concorrere” a “determinare” la “politica nazionale”. Ma quale “politica nazionale” potranno mai concorrere a determinare i cittadini tramite i loro rappresentanti parlamentari, se al Parlamento restano assegnate ben poche materie oggetto di legislazione esclusiva, mentre il grosso delle materie appartiene alle Regioni, e quelle ad autonomia differenziata, come voluto dal disegno di legge Calderoli, non hanno nessun collegamento con le leggi statali, e anzi, possono agire “in contrasto” e “in concorrenza” con queste ultime? Ci troviamo davvero di fronte a un disegno di legge che sconquassa ogni ordine logico, giuridico e costituzionale, e gioca sul brutale accaparramento di quanto più si può. Un disegno di legge “disarmante” per la sua palese arroganza e la sua pretesa, ma inesistente, dignità legislativa.

E quella narrata è soltanto una delle infinite vacuità che si vorrebbero far passare come “leggi” dello “Stato”. Uno Stato di certo non più esistente nelle menti di coloro che tali leggi hanno voluto proporre.

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Attuare la Costituzione

Associazione di promozione sociale

 La Segreteria

 

www.attuarelacostituzione.it

 

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domenica 3 dicembre 2023

CINQUE TESI SUL GOLPE IN CORSO IN ITALIA - Peppe Sini

 


"Al fascista e' difficile rivolgersi.
Che un altro prenda la parola, gli appare gia' come un'interruzione sfrontata.
E' inaccessibile alla ragione, poiche' la vede solo nella capitolazione dell'altro"
(Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo,
nell'Aggiunta a "Contro quelli che se ne intendono")

1. La cosiddetta "riforma costituzionale del premierato" e' in realta' un effettuale stravolgimento della Costituzione repubblicana, una profonda ferita inferta al Parlamento, un'aggressione esplicita alla separazione dei poteri e quindi allo stato di diritto, un brutale attacco alla democrazia, un ripugnante tentativo di imporre un regime autoritario.
C'e' un nome per tutto cio': si chiama colpo di stato.
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2. L'uso sistematico della menzogna nella retorica propagandistica con cui il governo, la minoranza organizzata che lo sostiene, i suoi piu' o meno occulti ispiratori e compari e i variopinti suoi caudatari cercano di spacciare il golpe come una quisquilia o come una panacea (nell'imbonimento dei ciarlatani tutto e il contrario di tutto si equivalgono) e' esso stesso sintomatico della deriva autoritaria: la negazione della verita', quand'anche fosse solo frutto di crassa ignoranza, e' gia' una negazione della democrazia, dell'argomentazione logica e verificabile e del confronto razionale nelle procedure decisionali in cui la democrazia s'invera.
L'ostentato disprezzo per la verita' e' l'equivalente dei roghi dei libri di nazista memoria: e come diceva gia' Heine, dove si bruciano i libri, poi si bruceranno le persone.
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3. Al disprezzo per la verita', e all'uso del linguaggio per mistificare la realta', si unisce l'apologia della violenza: il sostegno al riarmo, alla crescente militarizzazione delle relazioni internazionali, alla guerra; la compressione delle liberta' democratiche a colpi di "decreti sicurezza" e con i provvedimenti che ledono finanche il diritto di sciopero; la violenza razzista sui migranti, all'infamia dei campi di concentramento aggiungendo ora anche l'infamia delle deportazioni.
Dove si pratica e si esalta la violenza, il fascismo e' gia' al potere.
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4. Una politica internazionale caratterizzata da profonda indifferenza per le violazioni dei diritti umani; una politica sociale caratterizzata da profonda indifferenza per le sofferenze delle classi sociali piu' oppresse e i soggetti sociali piu' bisognosi di sostegno; una politica ambientale caratterizzata da profonda indifferenza per la catastrofe ecologica che minaccia l'intera umanita' e l'intero mondo vivente; una politica dell'amministrazione della giustizia caratterizzata dall'aggressione alla magistratura e allo stato di diritto; l'ideologia - ovvero il delirio - nazionalista e populista, sciovinista e razzista, militarista e patriarcale; la nostalgia plebiscitaria, l'esaltazione della gerarchia e l'odio per l'eguaglianza di dignita' e diritti: sono tutti elementi che definiscono inequivocabilmente il "brodo di coltura" del golpe in corso.
All'abuso come modo privilegiato di esercizio del potere si unisce il degrado dei costumi che tutto perverte, si unisce la barbarie che soffoca ed annichilisce la nozione stessa di bene comune, la coscienza stessa della responsabilita' morale e del dovere civile, il fondamentale sentimento e riconoscimento di umanita'.
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5. Al colpo di stato in corso e' compito dell'intero popolo italiano opporsi: con gli strumenti della democrazia, con l'uso della ragione, con la forza della verita', con la scelta della lotta nonviolenta per il bene comune dell'umanita' intera.
Difendere la Costituzione repubblicana. Difendere lo stato di diritto. Difendere la democrazia. Difendere la pace e la biosfera. Difendere i diritti umani di tutti gli esseri umani.

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

Viterbo, 3 dicembre 2023

 

domenica 26 marzo 2023

È come se la Costituzione fosse già stata abrogata – Daniela Ranieri

Qualche dubbio poteva già venire già 10 o 20 anni fa (condoni, leggi ad personam, Porcellum) e negli anni d’oro del renzismo, con la sua caterva di leggi respinte perché incostituzionali (legge Madia sulla Pa, Italicum, riforma delle banche popolari, mentre la sostituzione della Costituzione italiana con quella fiorentina è stata respinta direttamente da 20 milioni di italiani).

Ormai non c’è nemmeno più bisogno di modificarla, la Costituzione: basta ignorarla. Sotto il governo Meloni si sta per realizzare il sogno di tutti i governanti: il progressivo smantellamento dei suoi principi fondamentali nella sostanziale acquiescenza di cittadini e istituzioni.

Cominciamo dalla progressività fiscale, art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Chissà le risate che si fanno, a leggerlo, gli estensori della flat tax, il sistema fiscale non progressivo basato su un’aliquota fissa ideato dal premio Nobel ultraliberista Milton Friedman (buffo: i fautori della legge sono i leghisti, notoriamente gente senza decoro, spacciatisi per anni come forza politica di popolo, nemica delle élite, che avrebbe rovesciato i poteri forti e il dominio dell’economia neo-liberista). La legge-delega prevede 3 aliquote (chissà quanto sarà difficile ai ricconi nascondere parte dei loro profitti per rientrare nell’aliquota più bassa!), a scapito di chi guadagna meno. La asserita underdog Meloni rifila la mascalzonata ai suoi elettori chiamandola “fisco amico”; amico di chi, si capisce dal fatto che piace molto a Briatore, (im)prenditori, proprietari immobiliari e padroncini vari.

Passiamo alla cosiddetta Autonomia differenziata, richiesta dai presidenti di Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna nel 2017 e diventata dogma nazionale bipartisan. L’art. 5 della Costituzione dice: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, dove la seconda parte secondo i secessionisti giustifica la divisione dell’Italia e dunque contraddice la prima. La bozza della riforma elenca 23 materie nelle quali le regioni del Nord dovrebbero essere “autonome”, che significa poter disporre di più soldi; il problema è che tra queste materie non ci sono minuzie finanziarie, ma diritti fondamentali (salute, lavoro, istruzione, trasporti). I magliari di destra e pseudosinistra assicurano che saranno rispettati i Lea, livelli essenziali di assistenza, che la riforma Calderoli rinomina sbarazzinamente Lep, livelli essenziali di prestazioni; il problema è che questi Lep non sono mai stati stabiliti (ci prendono in giro: è chiaramente un favore alla Sanità privata). Così siamo davanti a una legge ordinaria che modifica una materia costituzionale e perdipiù smentisce l’art. 3 (pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini) e l’art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Anche questa riforma, stranamente, piace di più alle regioni ricche.

Veniamo all’anacronistico art. 11, che dice: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, a sua volta ripudiato dall’incessante invio di armi all’Ucraina (deciso dal governo con decreti senza passare dal Parlamento).

Siccome quel “ripudia” è un po’ forte, i sostenitori dell’invio di armi si appellano alla seconda parte, quella in cui si dice che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, che secondo loro legittima la guerra. In pratica i Costituenti avrebbero scritto due parti, una delle quali confuta l’altra. Se gli si fa notare che l’articolo parla di pace, non di guerra, citano l’art. 52, “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, sfuggendogli completamente che noi non siamo cittadini ucraini e non siamo tenuti a difendere la Patria altrui. Allora si appellano ai “trattati internazionali”, che avrebbero la preminenza sulla Costituzione; ma non c’è scritto in nessun trattato internazionale che dobbiamo difendere un Paese non Ue e non Nato. Allora, citando il presidente della Corte Costituzionale Amato, dicono che il vincolo Nato ce lo impone e basta; bene, ma se è così questa è l’ennesima conferma che la Costituzione non vale più o viene meticolosamente violata. Ci sono altri segnali inequivocabili; citiamo per manifesta sgangheratezza la proposta del ministro per così dire dell’Istruzione Valditara di pagare di più i professori del Nord e meno quelli del Sud (che viola gli artt. 3 e 35) e la sua ingerenza nella libertà di insegnamento (art. 33) con minaccia di “misure” contro una preside colpevole di aver ricordato che la nostra è una Costituzione antifascista. Pardon: era.

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venerdì 17 marzo 2023

Il Consiglio dei Ministri del 16 marzo ha gettato la maschera. Ed è apparso il vero volto di Maja - Paolo Maddalena

 

Mentre l’affermazione del sistema economico predatorio neoliberista, che pone tutte le ricchezze nelle mani di privati, evitando di porre fuori commercio quei beni di preminente interesse generale, necessari per soddisfare i bisogni e i diritti fondamentali del Popolo, sta dimostrando la sua incapacità a mantenere la stabilità dei mercati, come provano i crolli bancari a catena che partono dalla Silicon Valley statunitense per arrivare a destabilizzare le banche europee e in particolare la Credit Swisse svizzera, il governo Meloni, a occhi bendati, va avanti nell’attuazione di questo malefico e distruttivo sistema economico, apertamente in contrasto con gli interessi dell’intero Popolo.

 

Infatti nell’importante Consiglio dei Ministri di ieri si è dato il via libera all’attuazione completa della flat tax per tutti, con una forte riduzione del prelievo fiscale, ma senza indicare con quali siano i mezzi finanziari per farvi fronte.

 

Si è deliberato inoltre di dare via libera al mostruoso Ponte di Messina che comporta danni incalcolabili all’ambiente, nonché alla flora e alla fauna marina, molto densa in quello Stretto.

 

E infine si è dato via libera all’Autonomia differenziata che distrugge in pratica l’eguaglianza economica, sociale e politica dello Stato italiano.

 

La presentazione di questi tre passi falsi è stata effettuata con argomenti che danno l’idea di una fiera della menzogna, e soprattutto senza tenere in minimo conto le gravissime violazioni degli intoccabili principi e diritti fondamentali della Costituzione, che vengono violati in tutte e tre le menzionate materie.

 

Per quanto riguarda la flat tax, la violazione riguarda decisamente il criterio della progressività del sistema tributario, sancito dall’articolo 53 Cost., nonché l’altro principio fondamentale, secondo il quale la previsione di nuove e maggiori spese (nel caso derivanti dall’attuazione della flat tax) deve indicare i mezzi per farvi fronte (art. 81 Cost.).

 

Per quanto riguarda il Ponte di Messina, come risulta da un numero incalcolabile di perizie tecniche, si tratta di un’opera che viola l’articolo 9 della Costituzione, principio fondamentale inderogabile, che tutela il paesaggio, il patrimonio storico artistico della nazione, la biodiversità, l’ecosistema e l’ambiente, nonché l’articolo 41 della Costituzione che tutela, contro l’iniziativa economica privata, l’ambiente e l’utilità sociale.

 

Ultima fortissima violazione della Costituzione è quella delle autonomie differenziate che hanno la loro origine nella incostituzionale abrogazione, da parte della legge numero 3 del 2001, di riforma del titolo V, dell’originario articolo 117 della Costituzione, secondo il quale : “la regione emana le sue leggi nei limiti fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempre che le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quelle di altre regioni”.  

 

Una violazione che trova preciso riscontro nel terzo comma dell’articolo 116 del riformato titolo V della Costituzione, secondo il quale: “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia…possono essere attribuite ad altre regioni con leggi dello Stato”.

 

Norme che violano la struttura stessa dello Stato-Comunità sancito in Costituzione. E in particolare l’articolo 1, secondo il quale: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al Popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, nonché l’articolo 5 Cost., secondo il quale: “la Repubblica è una e indivisibile”.

 

In sostanza quanto deciso nella citata seduta del Consiglio dei Ministri dimostra che questo governo agisce in contrasto con i principi e i diritti fondamentali dell’intero Popolo sovrano e contro, come già accennato, la struttura stessa dello Stato-Comunità.

 

È arrivato il momento in cui il Popolo deve far ricorso al suo diritto di resistenza contro i soprusi del governo, facendo ricorso, alla indizione, ai sensi dell’articolo 75 Cost., di un referendum popolare che abroghi gli atti legislativi, varati a seguito dell’ultimo Consiglio dei Ministri, appena verranno in essere, tenendo presente che è in gioco l’eguaglianza economica e sociale, di cui all’articolo 3 della Costituzione, e che questo governo sfacciatamente sposta sui più deboli gli oneri sociali che invece dovrebbero gravare, secondo il citato criterio della progressività, sulle classi più abbienti. 

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domenica 22 gennaio 2023

RIFORME, LA SINDROME CHE CONFONDE LA VITTORIA ELETTORALE CON IL SENSO DI ONNIPOTENZA - Gustavo Zagrebelsky

 

Dagli attacchi all’Ue a quelli a Bankitalia e giudici: ecco i pericoli dell’insofferenza del governo alle istituzioni di garanzia. Molte, e in tante lingue, sono le parole che contengono le due consonanti “st”. Molto spesso indicano qualcosa che “sta” stabilmente (così in greco il verbo ístemi): per esempio Stato, costituzione, esistenza, constare, sostenere e sostenibile, eccetera.

Tra queste c’è establishment. Questa parola nel discorso corrente è un modo generico di indicare un coagulo di poteri costituiti di vario genere: economico-finanziari, culturali e politici che fanno sistema e che, a chi ne è escluso, appare come un aggregato di interessi compatto e autoreferenziale. Magari al suo interno esistono tensioni e rivalità ma, alla resa dei conti, è concorde nella difesa della propria conservazione contro le minacce che possano provenire dall’esterno. Naturalmente, dicendo establishment o, se si vuole, oligarchie si usano parole generiche. Esiste varietà. Per esempio, alcuni possono ispirarsi al governo moderato, alla separazione dei poteri, al pluralismo, al rispetto dei diritti, in una parola ai principi del costituzionalismo; oppure, altri, non sapendo nemmeno che cosa ciò significhi, sono onnivori, ambiscono a un potere illimitato che scorra senza ostacoli. Tuttavia, comune è una caratteristica: vi si accede per cooptazione perché la cooptazione è garanzia di consonanza e compattezza contro le ingerenze eccentriche che possono minare dall’interno la solidità. Che piaccia o non piaccia (e a chi ne è escluso di certo non piace), l’establishment esiste dappertutto, in ogni organizzazione sociale stabile e capace di garantire stabilità. Si potrebbe dire: è un male, ma è necessario o, almeno, inevitabile. È questa quella che fu definita la “ferrea legge” delle oligarchie.

Con l’establishment ci sono le istituzioni. Esse sono garanzie di stabilità e di durata per mezzo, a dir così, delle loro funzioni di filtro o di selezione. Separano il lecito dall’illecito, ciò che è ammesso e incoraggiato da ciò che è escluso e represso. La “istituzionalizzazione” della vita politica e sociale è nell’interesse non solo dell’establishment, ma anche nell’interesse, che è di tutti, alla sicurezza e alla tranquillità. Da questo punto di vista, le istituzioni svolgono un compito che va al di là degli interessi particolare di chi si è impiantato nell’establishment. Esse sono, per dire così, nell’establishment ma, per poter svolgere i loro compiti, non devono essere dell’establishment. Devono, in altri termini, pensare e agire per il presente e per il futuro, indipendentemente da interessi mutevoli e contingenti. Se ne dipendessero, verrebbero meno ai propri compiti. Non sarebbero più istituzioni. Sarebbero vuoti simulacri. Tradirebbero la fiducia cui devono aspirare come humus indispensabile all’esercizio della loro funzione “istituzionale”. Nessuno più si fiderebbe di loro.

Poi, è venuta la democrazia. Con la democrazia abbiamo elezioni, maggioranze che cambiano e rappresentanza di interessi nuovi. Nuove aggregazioni di potere si possono affacciare e, nel caso che si prefiggano cambiamenti radicali, mirano alla discontinuità attraverso nuove istituzioni o attraverso il controllo e l’assoggettamento delle precedenti. In quanto portatrici di nuova legittimità sono onnivore delle istituzioni che provengono dalla precedente legalità. Queste sono percepite come impedimenti e devono essere, se non abolite, almeno “messe in riga” e conformate al nuovo che avanza. Questa è la vicenda nella quale siamo immersi, già da ora. Così, con queste premesse, comprendiamo che è iniziata una partita che ha un’altissima posta in gioco. Chi ne risulterà vincitore dipenderà da molti fattori tra i quali l’attenzione dell’opinione pubblica resa consapevole dalla libera stampa che non sottovaluti e interpreti i segnali che sono davanti ai nostri occhi. Essi, per ora, riguardano le istituzioni europee, la Banca d’Italia e la magistratura, cause dell’insofferenza di chi, avendo “vinto le elezioni”, si considera per principio svincolato da limiti, controlli, contrappesi.

Le istituzioni europee. Erano passati pochi giorni dalle elezioni e già si era messo in discussione il “primato” del diritto della Ue sul diritto nazionale che è la colonna portante della costruzione della comunità degli Stati d’Europa. Non c’è motivo per credere che i motivi di questa contestazione non si estenderanno alla Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo e le Libertà fondamentali, nonché alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, a sua volta colonna portante della difesa in Europa dei principi della democrazia liberale.

La Banca d’Italia. Essa è chiamata a compiti essenziali per la stabilità del sistema economico attraverso la supervisione dei mercati finanziari e il controllo della politica monetaria e quindi dell’inflazione (all’interno del circuito delle banche centrali europeo). Ha voce sugli equilibri del bilancio, quindi sul debito pubblico e sulla lotta all’evasione fiscale e sull’efficienza del sistema tributario. È autorità di vigilanza sulle banche e sull’intermediazione bancaria (di nuovo entro un sistema di relazioni europee) a tutela della clientela bancaria e finanziaria. Controlla le operazioni di fusione, partecipazione e ristrutturazione del sistema creditizio. Esprime pareri e relazioni tecniche su questi temi e la sua autorevolezza è direttamente proporzionale al grado d’indipendenza dagli interessi politici, spesso di natura elettoralistica. Insomma, una parte importante del governo dell’economia passa attraverso gli uffici della Banca d’Italia. Problematico è il bilanciamento tra i suoi compiti tecnici e la loro rilevanza politica. In questa tensione s’inserisce l’insofferenza del Governo (“sono stufa”, qualcuno ha detto), specie quando la spesa e l’indebitamento sono concepiti dal mondo politico come strumento di consenso elettorale. Da sempre (siamo nel 1893, in età giolittiana), il rapporto Banca-politica è un tema “caldo”. Ingerenze politiche, da un lato; eccessiva immedesimazione col mondo bancario, dall’altro.

La magistratura. La bestia nera d’ogni classe politica non aliena dalla corruzione, intrisa di senso d’onnipotenza, è l’indipendenza della magistratura e l’efficienza dei suoi poteri di controllo di legalità. Si annunciano tante riforme e, fin qui, nulla di male. Ciascuna di esse può contenere del buono, del meno buono, del cattivo e del pessimo: si deve discuterne e lo si farà, se la discussione potrà esserci, aperta e onesta, nelle sedi preposte. Ma, se si guarda all’insieme non si può far finta di non vedere fin da ora che il risultato può essere ciò che si diceva prima: “mettere in riga” un’istituzione che, bene o male a seconda dei casi, ha rappresentato un argine all’impunità alla quale molte persone di potere aspirano.

L’elenco finisce qui, per ora. Ma, che cosa accadrà quando la Corte costituzionale “osasse”? Osasse annullare, in nome della Costituzione, decisioni del Governo, forte del suo mandato elettorale. E se il presidente della Repubblica facesse qualcosa di analogo in nome dell’unità nazionale? E se poi si arrivasse all’investitura elettorale diretta del presidente stesso, in questo quadro di garanzie scricchiolanti? Per non parlare, poi, della cultura che può essere messa in riga facilmente e tacitamente, togliendo finanziamenti o orientandoli dove si vuole. Per ora abbiamo sintomi, conati. Ne abbiamo già visti in passato. Con una espressione generica, troppo generica, sono stati riassunti nella parola “populismo”. Diciamo, per ora, sindrome d’onnipotenza condita da rozzo nazionalismo, intolleranza, linguaggio e simbologia varia: tutte cose che contraddicono un percorso che si aprì con la fine del fascismo e l’avvio della democrazia, facendo intravedere un mondo ricco di speranza per un futuro sognato e consegnato alle parole della Costituzione.

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domenica 18 dicembre 2022

La politica del governo Meloni sembra che voglia esaltare il singolo ai danni della collettività - Paolo Maddalena

 

Le prime azioni del governo Meloni preoccupano per il fatto che si bada soprattutto alla tutela dei singoli, piuttosto che alla tutela dell’intera collettività, con la conseguenza che per tutelare i primi si danneggiano i secondi.

Questo si è già verificato con i provvedimenti adottati dal governo sull’aumento del contante (che favorisce l’evasione), sull’attuazione della flat tax (che fa pagare meno tasse ai più abbienti), sul condono fiscale (che premia gli evasori, beffeggiando chi paga le tasse) e, per chiudere, con l’eclatante notizia della costruzione del Ponte di Messina (obiettivo molto caldeggiato da organizzazioni di stampo criminale).

La notizia sorprendete di oggi riguarda proprio questo abbassamento della tutela di tutti i cittadini, che agiscono in modo giuridicamente corretto, a favore di alcune categorie di persone che, violando la legge, si sentono limitate nell’esercizio della propria attività. 

L’odierno attacco agli interessi di tutti emerge dalle dichiarazioni del ministro della Giustizia Nordio contro la magistratura, il cui compito è quello di amministrare la giustizia nell’interesse generale di tutti i cittadini.

Nordio dichiara di voler dare piena attuazione al principio fondamentale di cui all’articolo 15 della Costituzione che dichiara inviolabili la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, dando poco risalto a un altro principio fondamentale sancito dal secondo comma di questo articolo, secondo il quale la limitazione della libertà e della segretezza di ogni comunicazione  “può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria” con le garanzie stabilite dalla legge.

Non può sfuggire che questo secondo principio fondamentale ha una forza imperativa inderogabile, perché affida soltanto all’autorità giudiziaria il potere di tutelare la libertà di tutti i cittadini, incidendo sui diritti fondamentali dei singoli, secondo le relative garanzie legislative.

È su questo punto che si fonda la civiltà di una nazione e far prevalere l’interesse tutelato dal primo comma dell’articolo 15 sull’interesse tutelato da questo secondo comma vuole affermare la supremazia dell’interesse del singolo sulla supremazia degli interessi di tutti, cioè realizzare uno sconvolgimento dell’ordine costituzionale che considera il singolo parte del tutto e tutela primariamente il Popolo nella sua unitarietà.

Inoltre impressionano molto le affermazioni di Nordio in ordine alle limitazioni che egli vorrebbe porre a proposito delle intercettazioni ambientali e telefoniche, le quali sono ampiamente disciplinate dall’articolo 266 del Codice di procedura penale, che le limita a delitti dolosi molto gravi, peraltro tassativamente descritti nello stesso articolo.

Impressiona altresì il fatto che Nordio parli di abrogare il reato di abuso d’ufficio e quello di traffico di influenze illecite, senza tener presente che l’abuso d’ufficio è chiaramente definito, emanando qualsiasi possibilità dubbio interpretativo, dall’articolo 323 del Codice penale, il quale incrimina chi “intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, ovvero arreca ad altri un danno ingiusto”, prevedendo la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Quanto all’abolizione del reato di cui all’articolo 346 bis del Codice penale che riguarda il traffico di influenze illecite, è da porre in evidenza che Nordio vorrebbe trasformare la sanzione penale a carico di chi fa da mediatore in un fatto di corruzione, in una semplice sanzione amministrativa.

Il che significa incrementare la possibilità di porre in essere atti di corruzione a vantaggio di soggetti che agiscono contro i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.

L’insieme delle notizie che ho finora descritto, unitamente ad altre notizie relative ai provvedimenti governativi, adottati o annunciati, offrono un quadro estremamente preoccupante dal quale emerge la raffigurazione di un potere esecutivo che ha come mira la distruzione dell’intero sistema costituzionale vigente, premiando le attese di pochi politici.

In sostanza appare chiaro che il governo Meloni sta preparando una fase costituente attraverso la quale: con le autonomie differenziate (come vuole la Lega) si distrugge l’unità economica, giuridica e politica dell’Italia; con la modifica dell’ordinamento giudiziario si tolgono poteri importanti alla magistratura (dando soddisfazione a Berlusconi), come quelli della obbligatorietà dell’azione penale, della limitazione delle intercettazioni e della divisione delle carriere; con l’attuazione del Presidenzialismo (come vuole la Meloni, che chiaramente aspira al Quirinale), si distrugge il fondamentale diritto di partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese e il diritto fondamentale di perseguire il pieno svolgimento della persona umana e di cooperare per il progresso materiale e spirituale della società (art. 3, comma 2, Cost. e art. 4, comma 2, Cost.).

Esprimo pertanto un grido di dolore, spero condiviso da molti, contro la distruzione della nostra Italia che è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art. 1 Cost). 

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