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sabato 17 ottobre 2026

Leggo Joe Kent, penso a Julian Assange - Alessandro Di Battista

 

Leggo quel che continua ogni giorno a dichiarare Joe Kent e mi vengono in mente due persone: Julian Assange e Chelsea Manning.

Il primo lo conosciamo tutti quanti. Assange è il più grande giornalista vivente, un eroe moderno, l’uomo che ha fornito tonnellate di verità ai cittadini del mondo e per questo ha patito conseguenze indicibili, tra le quali anni di carcere in una cella 4x3.

Chelsea Manning è l’ex analista della CIA che, per coscienza, come disse lei, fornì a WikiLeaks documenti e informazioni che mostrarono al mondo intero la natura criminale delle decisioni statunitensi.

Joe Kent è l’ormai ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo degli Stati Uniti d’America (nominato da Trump in persona) che ha deciso di rassegnare le dimissioni perché la sua coscienza (vedi Chelsea Manning) non gli consentiva di avallare la guerra all’Iran, una guerra (parole sue) decisa da Israele e combattuta dagli USA esclusivamente nell’interesse dello Stato ebraico.

Kent ha motivato la sua scelta mettendo nero su bianco parole e concetti dirompenti. Ricordo i principali:

“Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. Cosa ci dice questo? Che la lobby più importante negli USA è l’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, un gruppo di potere e pressione potentissimo che gestisce una quantità di denaro sconvolgente grazie al quale direttamente e indirettamente finanzia le campagne elettorali dei congressisti USA (sia democratici che repubblicani) tenendoli di fatto al guinzaglio dopo la loro elezione. Rammento che l’AIPAC un tempo si chiamava American Zionist Committee for Public Affairs. Parliamo dunque di una lobby sionista, pericolosissima ed estremamente influente. E non lo dico io, lo dice il Direttore (ormai ex) del Centro nazionale antiterrorismo USA.

“All’inizio di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato la tua piattaforma “America First” e ha seminato sentimenti bellicisti per incoraggiare una guerra con l’Iran. Questa cassa di risonanza è stata usata per ingannarti, facendoti credere che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che, se avessi attaccato subito, ci sarebbe stata una chiara strada verso una rapida vittoria. Questa era una menzogna ed è la stessa tattica usata dagli israeliani per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq, che è costata alla nostra nazione la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne. Non possiamo ripetere questo errore”.

Con queste parole Kent è ancora più esplicito. Ci informa dello sporco lavoro fatto anche dai media USA vicini alla lobby sionista, i quali hanno agito insieme a funzionari israeliani per realizzare una campagna di disinformazione. Ricordate quanto si è parlato delle campagne di disinformazione fatte dai russi o da Hamas? Oggi Joe Kent, il più alto funzionario antiterrorismo USA, ci informa che la guerra in Iran è frutto di una campagna di disinformazione fatta da media occidentali nella cosiddetta più grande democrazia al mondo. Non solo. Ci dice anche che oltre alla guerra all’Iran anche la guerra in Iraq l’ha voluta Israele e Israele (usando presumibilmente media sotto il proprio controllo e funzionari oltre che membri di intelligence) ha “trascinato gli Stati Uniti in una guerra disastrosa che è costata la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne”.

“Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito della mia amata moglie Shannon, morta in una guerra creata da Israele, non posso appoggiare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo di vite americane”.

Spieghiamo queste parole di Kent. Kent è un veterano, un berretto verde, un soldato e poi politico e funzionario straordinariamente rispettato proprio per la sua storia personale. Kent ha perso sua moglie Shannon in Siria nel 2019, uccisa durante un attentato rivendicato dall’ISIS. Ebbene Kent sostiene che anche la guerra in Siria sia stata “creata da Israele”. Ricordo che la guerra in Siria (una buona parte di essa) ha visto fronteggiarsi da una parte l’ISIS e dall’altra pasdaran iraniani ed esercito russo. Il caos che c’era in Siria venne creato da Israele, insomma: iniziamo a sospettare che segretamente (non sarebbe la prima volta) Israele stesse finanziando l’ISIS. D’altro canto chi sono stati i più acerrimi nemici dell’ISIS? Hezbollah e pasdaran iraniani. Questa è la verità.

da qui

sabato 15 novembre 2025

Russofobia. Russofilia. Verità

 



La diretta dell’incontro “Russofobia. Russofilia. Verità”. Previsto inizialmente al Polo del ‘900, luogo simbolo della Resistenza torinese, il dibattito si tiene al circolo Arci “La Poderosa”, dopo le polemiche sollevate da Europa Radicale e rafforzate da politici nazionali come l’eurodeputata del Pd Pina Picierno e il leader di Azione Carlo Calenda. L’annullamento è stato avallato anche dal sindaco di Torino Stefano Lo Russo. I relatori sono il giornalista Vincenzo Lorusso, lo storico Angelo D’Orsi, insieme ad Alessandro Di Battista e Moni Ovadia.



QUI si si può vedere e ascoltare l'incontro


giovedì 6 giugno 2024

Fahrenheit 451*

 


articoli e video di Alessandro Robecchi, Antonio Minaldi, Ugo Giannangeli, Nora Hoppe, Michele Giorgio, Andrea Zhok, Alessandro Di Battista, Piergiorgio Odifreddi, Ariel Umpièrrez, Liat Kozma, Wiessam Abu Ahmad, con un disegno di Mr Fish


Gaza. la dura rappresaglia di Rafah come la “zona di interesse” di Israele – Alessandro Robecchi

Il quadrante 2371 della striscia di Gaza si colloca, nelle cartine dell’esercito israeliano, appena a ovest di Rafah, una città con oltre un milione di profughi, famiglie, donne, bambini, civili. In un volantino diffuso tra la popolazione, l’esercito di Israele ha indicato il quadrante 2371 come “safe zone”, cioè zona sicura, o “zona umanitaria”. Insomma, un posto dove chi non ha più nulla – scacciato dalle sue case al nord di Gaza rase al suolo, spostato verso il centro della Striscia, poi spostato a sud quando è stato raso al suolo il centro – può piantare una tenda. Poi, la sera del 26 maggio 2024, la “zona sicura” è stata bombardata da aerei israeliani con proiettili incendiari, facendo della “zona sicura” un rogo spaventoso. Il conto dei morti, 45-50 vittime, è un numero stupido: la quantità di persone che avranno la loro vita cambiata per sempre dalla notte del 26 maggio non è calcolabile, tra feriti, ustionati, bambini rimasti orfani, che hanno perso madri, padri, fratelli.

Conosco i balletti della propaganda, e quindi non mi dilungo: chi ha visto qualche immagine – sui social, più che altro, perché le televisioni non gradiscono, minimizzano – sa di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema. Di una rappresaglia sulla popolazione civile innocente.

La guerra è brutta, la guerra è una merda, è tutto quello che ci fa schifo, chiunque la faccia. Ma quella di Gaza non è una guerra, o per meglio dire non è solo una guerra, ma una deliberata distruzione di un territorio (scuole, moschee, case, ospedali, tendopoli, campi profughi) accompagnato dallo sterminio della popolazione civile.

So che i sostenitori di Israele si offendono molto se qualcuno paragona l’attuale operazione israeliana alle gesta di quelle SS che compirono l’Olocausto, una macchia indelebile, incancellabile, sulla storia dell’umanità. Eppure, con le immagini e le notizie che ci vengono da Gaza, il paragone non sembra così assurdo. L’immagine del soldato israeliano che si fotografa mentre incendia la biblioteca di un’università ha fatto il giro del mondo. Qualche anima bella ha provato a gridare al fake, ma invece no: il soldato si chiama Tair Glisko, 424simo battaglione, Brigata Givati, ha pubblicato la foto sui suoi social. Ne La zona di interesse, il bellissimo film del regista (ebreo) Jonathan Glazer (ha vinto due Oscar), si racconta la storia della famiglia Hoss, il capofamiglia Rudolf, comandante del campo di sterminio di Aushwitz, e la moglie che cura il suo bellissimo giardino e vive una vita agiata, felice della sua sistemazione. Accanto al giardino, l’inferno in terra del campo, che non si vede mai: si sentono i suoni, rumori, raffiche, lamenti, sterminio scientifico e pianificato. Quel che importa alla famiglia Hoss è il bel giardino, la loro “zona di interesse”. Una delle scene più agghiaccianti è quando la signora Hoss e le sue amiche si spartiscono i vestiti delle deportate ebree, cappotti, pellicce, biancheria. Da sei mesi, i social sono pieni di immagini di soldati israeliani che penetrano nelle case sventrate della popolazione palestinese uccisa o deportata e si fotografano ridendo con la biancheria delle donne palestinesi, o i giocattoli dei loro bambini, scherzando sul bottino di guerra, disumanizzando un intero popolo. Bisogna guardarle, quelle fotografie, guardarle bene. Si capirà che ciò che oggi fa Israele a Gaza non è diverso da quello che faceva la famiglia Hoss, nel bel giardino accanto ad Aushwitz.

da qui

 

  

Genocidio e sostituzione etnica in Palestina – Antonio Minaldi

Si usa spesso la parola genocidio per indicare quanto sta attualmente avvenendo in Palestina per mano israeliana, utilizzando, (per ironia della sorte e della storia), un termine coniato nel 1944 da un avvocato ebreo polacco (Raphael Lemkin) per descrivere le politiche di sistematico sterminio degli ebrei perpetrate dai nazisti.

Si può concordare con tale scelta, ma io credo che ancora non basti. Per descrivere quanto sta succedendo mi pare plausibile che al termine “genocidio” si aggiunga l’espressione “sostituzione etnica”, ad indicare che non si tratta soltanto del tentativo di cancellare una minoranza, come fu nel caso dell’olocausto nazista, ma della volontà di sostituire un popolo o una etnia, che storicamente abita e vive in un territorio, con una di più recente immigrazione.

Capisco come possa apparire strano l’uso di una espressione che gode di grande discredito tra i più seri studiosi ed analisti, essendo associata ad una teoria complottista tipica dei suprematisti bianchi di casa nostra, che con sostituzione etnica, o “grande sostituzione”, pretendono di raccontarci come “… l’immigrazione di massa in Europa non è frutto di un moto spontaneo, ma risponde ad un deliberato piano di sostituzione delle popolazioni europee bianche e di fede cristiana…” (cit. Treccani).

Eppure questo modo di dire (pensiamo anche qui con grande ironia della sorte e della storia) ci pare perfetto per indicare quello che noi occidentali abbiamo fatto (o abbiamo tentato di fare) in cinque secoli di storia del colonialismo in giro per il mondo, di fatto prendendo possesso di terre non nostre e costringendo le popolazioni locali, definite, in modo sprezzante come “nativi”, all’estinzione o più spesso distruggendone l’identità, in termini di storia e di cultura, per poterli schiavizzare, e poi rinchiudere in appositi spazi, comunemente definiti come “riserve”.

Un processo che è stato portato avanti a livello globale e che è spesso arrivato alle sue estreme conseguenze divenendo ormai irreversibile come nelle Americhe ed in Oceania. E se i popoli dell’Asia e dell’Africa si sono salvati dalla “sostituzione etnica”, non è stato per nostra benevolenza, ma per situazioni particolari. In Asia per via delle grandi culture millenarie che preesistevano all’arrivo dello homo occidentalis. In Africa per tante ragioni, tra le quali non ultima (almeno a mio avviso), lo straordinario incremento demografico che ha portato la popolazione a moltiplicarsi di dieci volte in poco più di un secolo (da 120 milioni a inizio del secolo passato agli attuali 1,2 miliardi), come in una sorta di spontanea reazione al tentativo di cancellazione della loro esistenza.

Se interpretiamo in questi termini il rapporto tra Israele e Palestina, capiremo ancora meglio che le attuali vicende non si originano con i fatti del 7 ottobre, ma hanno invece radici profonde nella storia dello Stato ebraico.
Il 1948 è forse la data simbolo che segna l’inizio delle attuali politiche di sostituzione etnica, quando, a seguito della guerra arabo-israeliana, si ebbe l’espulsione, senza possibilità di ritorno dopo il conflitto, dei Palestinesi dalle proprie terre per opera dell’esercito sionista. Un episodio che viene ricordato come nakba, che in arabo significa letteralmente “disastro”, “catastrofe” o “cataclisma”.
Da allora la caccia al palestinese da sradicare dalle sue terre non si è più arrestata, pur assumendo nel tempo forme diverse che possiamo tentare di classificare e riassumere come pratiche di segregazione, deprivazione culturale, genocidio e di recente anche ipotesi di deportazione verso terre altre e lontane.

Il fatto stesso che l’annientamento del palestinese possa essere attuato con mezzi diversi, più o meno violenti, o più o meno subdoli, determina anche l’esistenza di un pluralismo di posizioni politiche all’interno dello Stato ebraico, come può essere dimostrato dalla forte opposizione recentemente cresciuta nei confronti di Netanyahu, del suo governo e a volte anche dei suoi metodi violenti e sbrigativi.
Personalmente, tuttavia, non sono ottimista sulle possibilità di una sostanziale inversione di tendenza nelle politiche di Israele. Anche quando si esprime su posizioni più moderate, tutta la società israeliana è fortemente impregnata dalla idea del diritto di conquista e difesa della “terra promessa”. Ne fa fede il comune sentire. Ne fanno fede i programmi scolastici che di questo mito sono impregnati fin dalle elementari. E d’altra parte non è un caso che lo spirito aggressivo dei coloni è quello che sempre meglio esprime la società israeliana. E neppure è un caso che chi non è allineato, e può permetterselo, preferisce lasciare il paese.

Vi è, in conclusione, un solo elemento di ottimismo possibile, e consiste nel fatto che il mondo, come ha detto qualcuno, è un villaggio globale e quanto succede in Palestina può essere visto e conosciuto in ogni angolo del globo.
Certo non saranno gli Stati, e i governi che li rappresentano, che potranno cambiare l’ordine delle cose, visto che le scelte di geopolitica, per loro stessa natura, sono determinate sempre da interessi parziali ed egoistici e mai da questioni di valore etico. Eppure riteniamo possibile che le immagini di sofferenza, morte e distruzione che ci giungono da Gaza possano scuotere le coscienze dei popoli, come per esempio pare che stia già succedendo nelle tante università americane occupate, in modo da fare maturare nell’opinione pubblica mondiale l’idea che Israele stia portando avanti un progetto, che abbiamo definito, di sostituzione etnica e quindi di annientamento di massa del popolo palestinese.

Solo lo sdegno generalizzato e senza appello, e la mobilitazione di massa a livello globale, possono fermare da subito le mani sporche di sangue dell’assassino. Domani sarà troppo tardi, perché non è vero che la storia è sempre riparatrice. Le tardive considerazioni sulla distruzione, a volte totale, dei popoli vittime del colonialismo occidentale servono a rasserenare le nostre coscienze e a nient’altro.
La Palestina e il popolo palestinese devono continuare a vivere. No al genocidio. No alla sostituzione etnica.

da qui


L’inferno sulla Terra… e il tempo dei mostri: Può nascere un Nuovo Mondo? – Nora Hoppe

 

“La metafora della Palestina è più forte della Palestina della realtà.”    – Mahmoud Darwish

“Il mistero dell’esistenza umana non sta solo nel rimanere in vita, ma nel trovare qualcosa per cui vivere.”   – Fëdor Dostoevskij

 

Mentre scrivo, una parte di Rafah viene inghiottita da un incendio infernale… Se Hieronymous Bosch fosse vivo e al lavoro oggi, come ritrarrebbe l'”Inferno” alla luce di quanto sta accadendo a Gaza? E se lo facesse, il suo dipinto renderebbe giustizia a questa realtà?

Rafah era l’ultima area della Striscia di Gaza che non era ancora stata distrutta dall’entità sionista. Molti Paesi si sono appellati all’entità affinché non attaccasse Rafah, senza alcun risultato. Perché l’entità non dà retta a nessuno e a niente, non rispetta nessuno e niente ed è al di sopra di tutti e di tutto. È una cosa a sé. Un’aberrazione.

Quello che era iniziato come un avamposto coloniale occidentale proliferante per calcolo, si è metastatizzato in una macchina per uccidere… che ora sta persino accelerando la propria fine (anche se non abbastanza velocemente). Come ha detto Norman Finkelstein in questa straordinaria intervista: “‘Israele’ ha raggiunto un punto delirante in cui è in gioco la sopravvivenza non solo delle regioni, ma del pianeta”.

La domanda grande e NUDA che passerà nei libri di storia (se l’umanità sopravviverà ai piani dell’entità sionista) è: Perché il resto del mondo non è stato in grado di fermare il genocidio?

Si può già escludere l'”Occidente” (il mondo anglofono e l’Europa) da questa domanda, in quanto è ed è stato il motore di questa mostruosità; questo loro avamposto di coloni incarna l’essenza stessa del mondo occidentale contemporaneo – la sua morale, i suoi principi, i suoi obiettivi… Significa l’apice di 500 anni di avidità, ipocrisia, arroganza, sfruttamento, saccheggio, razzismo, colonialismo, genocidio.

E il resto del mondo?

Gli stessi palestinesi lottano per la loro stessa vita fin dalla creazione dello “Stato di Israele”; nonostante le innumerevoli morti e le indicibili sofferenze, il loro spirito continua a resistere. Lo Yemen è ora profondamente impegnato in questa battaglia e la vede come una lotta comune. L’intero Asse della Resistenza in Asia occidentale sta facendo il possibile per contrastare i crimini sionisti. La rappresaglia iraniana ha aumentato il morale dei palestinesi e dell’Asse della Resistenza e ha cambiato il paradigma in Asia occidentale. Il Sudafrica ha cercato di fare il possibile con il suo caso presso la Corte internazionale di giustizia e continua a cercare ulteriori azioni punitive. La Colombia ha interrotto i rapporti con Israele e il Nicaragua ha accusato la Germania di favoreggiamento del genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. La Russia – oltre a combattere il nazismo nell'”altra guerra” in Ucraina – sta guidando la creazione di un Mondo Multipolare; sia la Russia che la Cina stanno condannando il genocidio, insieme a molte altre nazioni. 143 Stati membri dell’ONU su 193 hanno votato per il riconoscimento dello Stato palestinese… In tutto il mondo gli studenti universitari e altri giovani hanno finalmente iniziato a protestare contro il genocidio…

La Maggioranza Globale – l’88% del pianeta – si oppone alla minoranza – l’Impero e i vassalli in Europa – che sostiene direttamente e indirettamente e addirittura legittima il genocidio.

Eppure… i massacri continuano.

Certamente si può cercare di giustificare questo fallimento da parte della Maggioranza Globale – l’88% del pianeta – nel porre fine al genocidio dicendo: “è complicato”, “non è la NOSTRA guerra; ci stiamo occupando dei nostri conflitti e delle minacce alle nostre nazioni”, “i sionisti hanno armi nucleari e le useranno su di noi quando saranno messi alle strette”, “non possiamo portare la situazione alla terza guerra mondiale”, “le persone ai vertici dell’economia mondiale sono sioniste”, “non abbiamo le strutture legali internazionali per essere coinvolti direttamente”, “dobbiamo pensare alle conseguenze economiche”, “l’entità sionista si sta logorando e si sta consumando da sola, bisogna avere pazienza”, “ci vorrà tempo per creare un’ONU nuova e più giusta”, “dobbiamo aspettare un ‘nuovo ordine mondiale’ per -… “

E… così… i massacri continuano.

A un certo punto nel futuro – se il pianeta esiste ancora – o, come prevede il piano sionista, tutti o la maggior parte dei palestinesi saranno stati massacrati e gli altri espulsi… OPPURE… l’esercito sionista e la società sionista si saranno consumati grazie alla strategia di logoramento impiegata dall’Asse della Resistenza e allo spirito di resistenza dei palestinesi stessi (che avranno pagato con un prezzo incalcolabilmente pesante). In quest’ultimo caso, il trionfo sarà loro – e solo loro! Il “Resto del Mondo”, me compreso, dovrà vivere con una cicatrice sulla coscienza.

Nel frattempo…
Ora, in ogni singolo momento, persone innocenti muoiono di morti atroci. Certo, per ora sono… “solo palestinesi”.

Chi non si rende conto che questa è una guerra contro tutti noi, una Guerra contro l’Umanità, una lotta tra responsabilità etica e barbarie… si illude e finisce per ostacolare le soluzioni. Il genocidio di Gaza è solo la “punta” di un’agenda più ampia. Non dobbiamo dimenticare che l’entità sionista non è che un avamposto coloniale – o per dirla con una formulazione più contemporanea: “la portaerei dell’Impero in Asia occidentale”. (E, come ho scritto in un precedente saggio, questa “entità” coloniale si sta ora mostrando come una fatale maledizione anche per le persone di fede ebraica.)

In questi giorni ci sono discussioni tra Netanyahu e Biden sul fatto che Rafah sia una “linea rossa” – ma si tratta semplicemente di pose teatrali di facciata. Dodici senatori repubblicani statunitensi avrebbero minacciato i membri della Corte penale internazionale di imporre “severe sanzioni” qualora venissero emessi mandati di arresto nei confronti di personaggi come Netanyahu, Gallant e il Capo di Stato Maggiore delle forze di occupazione israeliane (IOF) Herzi Halevi per crimini di guerra – il che verrebbe interpretato “non solo come una minaccia alla sovranità di Israele, ma anche alla sovranità degli Stati Uniti”. L’idea che l’entità sionista comandi l’Impero è assurda e, come al solito, una deviazione dai veri poteri dell’Impero.

Non potremo procedere alla nascita di un Nuovo Mondo senza fare i conti con questa “intera agenda”… e senza comprendere tutto ciò che comporta la scelta tra responsabilità etica e barbarie.

Quindi… come possiamo parlare sinceramente del “Futuro dell’Umanità”?

Come possiamo parlare anche solo pragmaticamente di “un futuro Mondo Multipolare” – un mondo più equo di nazioni diverse, libere e sovrane… quando la questione più urgente ed essenziale che riguarda la nostra umanità non solo non può essere affrontata, ma non può nemmeno essere formulata in modo ufficiale?

Mentre si spera di passare da un mondo unipolare in decadenza e di iniziare a costruire un nuovo Mondo Multipolare, ci si chiede quale posto avranno la nostra umanità e la nostra empatia in tutto questo. Abbiamo uno scopo comune? Quali sono le nostre risorse filosofiche e spirituali? Quali sono i nostri valori più alti e come li radichiamo nelle nostre società? E… qual è il ruolo della cultura oggi?

Quando – a un certo punto, quando saremo tutti sopravvissuti – i palestinesi e l’Asse della Resistenza avranno trionfato nelle loro lotte, saranno LORO ad avere le lezioni più importanti per il mondo.

E si spera che tutti noi possiamo imparare da loro… non solo come evitare futuri genocidi e la discesa nella barbarie, ma anche come concentrarci maggiormente sull’umanità.

 

La de-dollarizzazione è vitale ma non sufficiente… è necessaria anche la de-colonizzazione.

Le menti sono state colonizzate. In tutto il mondo. Affinché nasca un Mondo Multipolare di nazioni veramente sovrane, dovrà disfarsi delle ultime vestigia di razzismo, colonialismo, neoliberismo, tecnofilia e distruzione culturale con cui si è lasciato infettare dai colonizzatori e dagli infiltrati dell’Occidente moderno.

Per cominciare… possono organizzazioni nobili come BRICS+ aprire una nuova categoria per i suoi prossimi vertici? Accanto – o forse anche prima – di tutti gli attuali importanti temi del commercio equo, della cooperazione economica, del miglioramento della logistica, della sicurezza comune, dei vantaggiosi sviluppi tecnologici ecc., ci sono indispensabili questioni filosofiche, etiche e di civiltà che devono essere affrontate. I temi culturali, sociali e spirituali non dovrebbero essere lasciati in secondo piano… perché costituiscono il fondamento di una società giusta.

Considerando lo stato del nostro mondo odierno, la salvaguardia dell’umanità dovrebbe essere di primaria importanza.

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*451 gradi Fahrenheit è la temperatura alla quale brucia la carta nelle biblioteche palestinesi, secondo Ray Bradbury

martedì 27 febbraio 2024

Una guerra di menzogne

 



Una guerra di menzogne – David Sacks

Un post in materia di Ucraina apparso su «X», a cura dell’imprenditore David Sacks (nato in Sudafrica come Elon Musk e con una carriera da investitore che è andata in parallelo con quella di Musk), segnala che anche in seno all’establishment anglosassone qualcuno comincia a farsi domande radicalmente in contrasto con la narrazione atlantista dominante. Questa impressione è rafforzata da un commento di plauso al post: il commentatore è proprio Musk che dice: «accurate» (“esattamente”).

Leggiamo dunque il post di David Sacks:

«UNA GUERRA DI MENZOGNE

La guerra in Ucraina si basa su bugie: bugie su come è iniziata, su come sta procedendo e su come finirà.

Ci viene detto che l’Ucraina sta vincendo quando in realtà sta perdendo.

Ci viene detto che la guerra rafforza la NATO quando in realtà la sta esaurendo.

Ci viene detto che il problema più grande dell’Ucraina è la mancanza di fondi dal Congresso degli Stati Uniti quando in realtà l’Occidente non può produrre abbastanza munizioni: un problema che richiederà anni per essere risolto.

Ci viene detto che la Russia sta subendo più perdite quando in realtà l’Ucraina sta finendo i soldati: un altro problema che il denaro non può risolvere.

Ci viene detto che il mondo è con noi quando in realtà la Maggioranza Globale ritiene che la politica degli Stati Uniti sia il colmo della follia.

Ci viene detto che non c’è possibilità di fare pace quando in realtà abbiamo rifiutato molteplici opportunità per un accordo negoziato.

Ci viene detto che se l’Ucraina continua a combattere, migliorerà la sua posizione negoziale quando in realtà i termini diventeranno solo molto peggiori di quelli già disponibili e rifiutati.

Tuttavia le bugie riusciranno a trascinare la guerra. Il Congresso stanzierà più fondi. La Russia prenderà più territorio. L’Ucraina mobiliterà più giovani uomini e donne da mandare al macello. Il malcontento aumenterà. Alla fine ci sarà una crisi a Kiev e il governo di Zelensky sarà rovesciato.

E poi, quando la guerra sarà finalmente persa, quando l’intero paese giacerà in rovine fumanti su una pira funeraria di propria costruzione, i bugiardi diranno “beh, ci abbiamo provato.” Avendo impedito qualsiasi alternativa, avendo diffamato chiunque dicesse la verità come burattini del nemico, i bugiardi diranno “Abbiamo fatto del nostro meglio. Abbiamo resistito a Putin.”

In realtà, affermeranno, ce l’avremmo fatta se non fosse stato per la quinta colonna degli apologeti di Putin che hanno pugnalato gli ucraini alle spalle. Poi, dopo aver scaricato su altri la colpa ed essersi autocelebrati, passeranno con disinvoltura alla prossima guerra, come sono passati all’Ucraina dopo i loro disastri in Afghanistan e Iraq.

Le menzogne sono pervasive e inesauribili: ma funzioneranno.»

(David Sacks, 17 febbraio 2024).

——- «Esattamente»

——— (Elon Musk)

da qui




Meloni-Zelensky: un accordo bilaterale per scongiurare la pace – Domenico Gallo

Abbiamo già segnalato il ruolo nefasto svolto dall’accordo bilaterale stipulato dalla Gran Bretagna e l’Ucraina il 12 gennaio. Con questa inusitata alleanza militare il Governo inglese, ancora una volta, ha scongiurato la possibilità di un negoziato per porre termine al conflitto, finanziando e armando l’Ucraina, al fine di consentire la prosecuzione della guerra, alla quale Zelensky, come Netanyahu, ha legato le sue fortune politiche. Dopo la Gran Bretagna, nuovi accordi bilaterali sono stati stipulati con la Germania e la Francia. Secondo una fonte giornalistica, con l’accordo, valido dieci anni, Germania e Ucraina hanno concordato che, in caso di un futuro attacco russo, ciascuna delle due parti potrà richiedere consultazioni e che i passi successivi saranno decisi entro 24 ore. Se la Germania riterrà necessario intervenire, fornirà all’Ucraina «assistenza rapida e duratura in materia di sicurezza, equipaggiamento militare moderno in tutti i settori, se necessario, e assistenza economica». L’accordo con la Francia, invece, delinea un quadro per gli aiuti umanitari e finanziari a lungo termine, il sostegno alla ricostruzione e l’assistenza militare. Parigi si è in ogni caso impegnata a fornire nel 2024 «fino a 3 miliardi di euro» in aiuti militari «supplementari» a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Da ultima si è aggiunta la Danimarca che, il 22 febbraio, ha firmato un accordo bilaterale con l’Ucraina che prevede la fornitura in dieci anni di aiuti militari per 250 milioni di dollari.

Non poteva mancare l’Italia. Nella scadenza del secondo anniversario dell’invasione russa, la Meloni si reca a Kiev per firmare, in occasione del Forum dei leader del G7, un accordo bilaterale sulla “sicurezza” con l’Ucraina. Per questo, all’ultimo momento, il 22 febbraio, il Ministro degli esteri ha fornito un’informazione preliminare alle Commissioni esteri e Difesa di Camera e Senato. L’accordo italiano, illustrato ieri da Tajani, prevede «la consultazione e la collaborazione con l’Ucraina per aiutarla a costituire una sua capacità nazionale nel settore della difesa» per «provvedere alla propria sicurezza nel medio-lungo termine». Un altro pilastro sarà «l’assistenza in campo economico» e per la «ricostruzione». E poi ancora, «la tutela delle infrastrutture critiche ed energetiche», il «sostegno umanitario per i civili». Ampio spazio verrà riservato anche alle prospettive europee dell’Ucraina.

Tajani ha cercato di edulcorare il significato dell’accordo, assumendo che «non sarà giuridicamente vincolante [poiché] dal testo non derivano obblighi sul piano del diritto internazionale né impegni finanziari. Non sono previste garanzie automatiche di sostegno politico o militare». Orbene, a parte la gaffe giuridica (tutti gli accordi sono giuridicamente vincolanti per chi li stipula: pacta sunt servanda), il ministro evidentemente intendeva dire che dal testo dell’accordo non emerge un obbligo automatico dell’Italia di entrare in guerra in soccorso all’Ucraina nel caso di un nuovo attacco della Russia. Ciò non toglie nulla alla natura di alleanza militare del Patto stipulato con l’Ucraina. I Patti bilaterali stipulati da Gran Bretagna, Germania, Francia, Danimarca e Italia sono delle alleanze militari: non hanno altro significato se non quello di istigare il governo Zelensky a continuare la guerra con la Russia, con il miraggio della “vittoria”, assicurandogli sostegno militare e finanziario.

Stipulare un’alleanza militare con un paese in guerra, che prevedibilmente per molti anni rimarrà in una situazione di conflitto con la Russia, anche se domani intervenisse il cessate il fuoco, è quanto di più insensato e pericoloso si possa immaginare. Significa vincolare il nostro futuro alle sorti di un conflitto che noi stessi stiamo alimentando in virtù dei patti stipulati.

L’esperienza storica ci insegna che l’Italia è precipitata nella tragedia della Prima e della Seconda guerra mondiale a seguito della stipula di due trattati di alleanza militare, il Patto di Londra del 26 aprile 1915 e il Trattato bilaterale con la Germania, stipulato il 23 maggio 1939, più noto come “Patto d’acciaio”. Il Patto di Londra fu negoziato in gran segreto dal Ministro degli esteri Sidney Sonnino, con l’accordo del Re, e rimase segreto perché il Parlamento, la grande maggioranza del popolo italiano e il Vaticano erano contrari all’entrata in guerra dell’Italia. Oggi viviamo in una situazione di fervore bellico delle classi dirigenti e dei media, non condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana, ma non siamo nel 1915 e non possiamo consentire di essere coinvolti in una guerra per procura contro la Russia, combattuta sulla pelle del popolo ucraino. Certamente il Patto Meloni-Zelensky più che un “Patto d’acciaio” è un “Patto di latta”, data la natura dei contraenti, però è ugualmente pericoloso.

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