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giovedì 5 dicembre 2019

leggendo della feroce persecuzione verso Julian Assange


«Julian Assange in quella prigione sta rischiando la vita» - Filippo Zanoli
Una lettera collettiva, firmata da 60 medici e pubblicata sul web, mette in guardia le autorità britanniche delle pessime condizioni di salute di Julian Assange.
Il 48enne fondatore di Wikileaks attualmente si trova in un carcere di massima sicurezza a Belmarsh, in attesa di un'estradizione negli Stati Uniti - prevista per febbraio - dove rischia fino a 175 anni di carcere.
L'appello di 16 pagine si basa su alcune «agghiaccianti testimonianze oculari» - scrive il Guardian - riguardanti la sua apparizione davanti al giudice il 21 ottobre e un rapporto redatto da Nils Melzer, Relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite, che ha affermato: «Se gli abusi e i maltrattamenti non cesseranno, rischia di perdere la vita»
Una tesi, questa, poi ripresa dagli specialisti: «Il signor Assange necessita di urgenti visite mediche che ne determinino le sue condizioni fisiche e mentali», riporta il documento, «se questo non potrà essere possibile in tempi brevi, temiamo che il signor Assange possa perdere la vita in prigione. È una situazione davvero urgente».
Apparso davanti al giudice il mese scorso - dopo 6 mesi - l'ideatore di Wikileaks era apparso emaciato, fragile e in difficoltà. Interpellato dal giudice aveva mostrato un evidente stato confusionale, non riusciva a ricordare nemmeno la sua data di nascita.
Al termine della sessione aveva detto alla corte di non aver capito cosa fosse successo quel giorno, lamentandosi poi delle sue condizioni di detenzione.


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Il lento assassinio di Assange - Michele Paris

In parallelo al grave deterioramento delle condizioni psico-fisiche di Julian Assange, martedì la magistratura svedese ha archiviato per l’ennesima volta l’indagine preliminare a carico del fondatore di WikiLeaks, basata su accuse ultra-screditate di violenza sessuale risalenti a quasi un decennio fa. La decisione della procura di Stoccolma era inevitabile, vista la totale inconsistenza del caso, ma dimostra ancora una volta come il procedimento fosse stato creato ad arte per incastrare Assange. La sua estradizione negli Stati Uniti resta invece ancora molto probabile, come ha testimoniato nuovamente l’udienza preliminare di questa settimana in un tribunale di Londra in previsione del dibattimento vero e proprio fissato per il prossimo mese di febbraio.

La vicenda legale di Assange in Svezia, mai sfociata in un’incriminazione formale, aveva avuto fin dall’inizio due chiarissimi obiettivi, per raggiungere i quali furono manipolati in modo clamoroso sia i fatti alla base delle accuse sia le testimonianze delle due presunte vittime. Il primo era la costruzione di un vero e proprio complotto pseudo-legale necessario a favorire l’estradizione di Assange negli USA. Il secondo per infangare il nome del giornalista australiano, facendolo passare per uno “stupratore” in fuga dalla giustizia, e creare un clima tale da indebolire le resistenze nell’opinione pubblica alla sua persecuzione.
Entrambe le accusatrici o presunte tali, è bene ricordare, intendevano chiedere alle autorità di polizia svedesi soltanto un test HIV per Assange, con il quale avevano avuto rapporti consensuali. Furono la polizia stessa e la magistratura a insistere per una denuncia e in seguito a emettere un ordine di arresto per il giornalista australiano. Inizialmente, anzi, il caso era stato chiuso da un magistrato proprio perché senza fondamento. Assange aveva allora lasciato la Svezia per recarsi a Londra. Solo in seguito, un altro procuratore avrebbe deciso di riaprire le indagini, verosimilmente dietro pressioni di ambienti politici filo-americani, chiedendo un “mandato di arresto europeo” per Assange.
Per anni, le autorità svedesi avevano insistito sulla possibilità di sentire quest’ultimo soltanto di persona e nel loro paese, nonostante i numerosi precedenti di interrogatori condotti in Gran Bretagna o in collegamento video. Assange aveva contestato nei tribunali britannici la richiesta di estradizione, ben sapendo che la Svezia aveva intenzione di mettere le mani su di lui per poi consegnarlo a Washington. Esaurite le strade legali per la sua difesa, il fondatore di WikiLeaks decise nel giugno del 2012 di chiedere asilo politico presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove sarebbe rimasto fino all’arresto illegale nell’aprile di quest’anno, orchestrato dai governi della Gran Bretagna e del paese sudamericano sotto la guida del nuovo presidente, Lenin Moreno.
Durante la permanenza nella rappresentanza diplomatica ecuadoriana, Assange è stato sottoposto a una lunga serie di violazioni dei suoi diritti, tra cui la sorveglianza continua di tutte le sue attività da parte di una compagnia spagnola al servizio dell’intelligence americana. Come hanno rivelato alcune e-mail pubblicate qualche tempo fa dalla stampa, inoltre, i magistrati britannici avevano insistito con quelli svedesi per prolungare il loro procedimento legale nei confronti di Assange. Il caso sarebbe stato poi archiviato, per la seconda volta, nel maggio del 2017, prima di essere riaperto in seguito al suo definitivo arresto nel mese di aprile.
La nuova archiviazione di questa settimana farà ben poco da un punto di vista legale per aiutare la posizione di Julian Assange. Anche se sfociata nel nulla, l’indagine svedese ha comunque svolto il ruolo per il quale era stata avviata. Nella sua durissima comunicazione al governo di Stoccolma, il relatore speciale sulle torture dell’ONU, Nils Melzer, aveva definito il caso svedese come “il principale fattore che ha innescato, consentito e incoraggiato la successiva campagna persecutoria contro Assange in vari paesi e il cui effetto cumulativo può essere definito soltanto come tortura psicologica”.
Questa campagna ha dato anche l’opportunità a buona parte della galassia “liberal” e finto-progressista occidentale di manifestare il proprio servilismo di fronte al governo degli Stati Uniti attraverso una serie di attacchi incrociati contro Assange per le accuse infondate di stupro, sulla base di premesse ideologiche legate alle politiche identitarie oggi tanto care alla “sinistra” ufficiale. Particolarmente vergognoso è stato il trattamento riservato in questi anni ad Assange da testate come il New York Times e il britannico Guardian, scelti in passato da WikiLeaks per la pubblicazione di documenti riservati del governo americano.
La notizia dell’archiviazione dell’indagine in Svezia deve avere creato qualche malumore nel governo di Londra e nella magistratura britannica. Il caso aperto a Stoccolma aveva infatti lasciata aperta l’opzione di una possibile estradizione verso la Svezia piuttosto che verso gli USA, in modo da permettere agli ambienti implicati nella persecuzione di Assange di consegnarlo a un paese il cui rispetto per i diritti democratici è presumibilmente indiscutibile e dove lo attendeva un procedimento tutto sommato di lieve entità.
In questo modo, la classe dirigente britannica avrebbe potuto in sostanza lavarsi le mani circa la sorte di Assange ed evitare almeno in parte le reazioni dell’opinione pubblica e dei sostenitori del giornalista australiano in caso di estradizione negli Stati Uniti. Dopo che la Svezia ha però chiuso l’indagine preliminare, sarà la magistratura e il governo della Gran Bretagna ad avere la piena responsabilità dell’eventuale consegna di Assange alla vendetta di Washington.
Per avere svolto il proprio lavoro di giornalista, rivelando i crimini dell’imperialismo americano e non solo, Assange rischia di dovere affrontare negli Stati Uniti ben 18 capi d’accusa relativi, tra l’altro, all’hackeraggio di computer governativi e ad attività di spionaggio, rischiando complessivamente fino a 175 anni di carcere. Per evitare lo stop all’estradizione dalla Gran Bretagna, le autorità americane non hanno presentato accuse che potrebbero prevedere la pena di morte. Tuttavia, una volta che Assange sarà nelle mani della giustizia USA, è interamente possibile che simili accuse si aggiungano a quelle già formulate.
La situazione di Julian Assange appare comunque sempre più delicata. Il già ricordato funzionario delle Nazioni Unite ha in più di un’occasione mostrato e denunciato l’illegalità del trattamento a lui riservato da Gran Bretagna e Stati Uniti, così come dall’Ecuador, che lo ha consegnato alle autorità di Londra rinnegando l’asilo concesso nel 2012, e dall’Australia, paese di origine di Assange di fatto sempre rifiutatosi di difendere i suoi diritti.
Oltre al pericolo di un’estradizione negli Stati Uniti, è la stessa vita del numero uno di WikiLeaks a essere oggi seriamente minacciata. La salute di Assange è in continuo deterioramento e, ciononostante, non sembra essere in vista nessun allentamento delle condizioni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove oltretutto il suo diritto alla difesa viene severamente ristretto.
Anche alla luce dell’ostilità dei giudici che stanno presiedendo alla sua causa, alcuni con legami famigliari documentati agli ambienti della “sicurezza nazionale” britannica e americana, è del tutto legittimo pensare che l’opzione preferita dalle autorità britanniche sarebbe precisamente la morte in carcere di Assange. Quello che ammonterebbe a tutti gli effetti a un assassinio di stato di colui che a oggi è forse il più importante detenuto politico del pianeta, risolverebbe molti problemi per Londra, evitando le inevitabili polemiche e proteste che finirà per scatenare l’estradizione verso Washington.
La vicenda Assange, ad ogni modo, ha un’importanza enorme, malgrado il sostanziale disinteresse dei media ufficiali. Al di là delle colossali violazioni dei suoi diritti e del comportamento criminale di almeno cinque governi, una sua condanna avrebbe implicazioni inquietanti per il principio stesso della libertà di stampa. La persecuzione nei confronti di Assange e di WikiLeaks ha infatti come obiettivo ultimo il tentativo di impedire a qualsiasi testata giornalistica la legittima pubblicazione di notizie e materiale riservato, soprattutto se relativo ai crimini e alle operazioni anti-democratiche del governo degli Stati Uniti.

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Assange deve tornare libero, ma WikiLeaks fa parte del passato - Benedetto Vecchi

Julian Assange deve tornare ad essere un uomo libero. Non perché è un anticapitalista, né un fiero avversario dell’imperialismo yankee, né tantomeno un navigato rivoluzionario di professione.
Deve poter continuare a fare quel che ha sempre fatto: veicolare informazione; e esplorare un mondo molto diverso da quello che ha dovuto lasciare precipitosamente sei anni fa quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana per sfuggire a una estradizione in Svezia, dove l’attendeva un processo per stupro.
L’ACCUSA CHE ASSANGE ha sempre denunciato come una trappola americana per incastrarlo e poterlo, dopo una prima tappa nel paese scandinavo, segregarlo dietro le sbarre.
Da libero, inoltre, il fondatore di WikiLeaks potrebbe dare un contributo a definire la mappa dei legami, mutevoli nel tempo e nello spazio in una oscillazione tra conflitto e complicità, tra attitudine hacker, media mainstream, servizi di intelligence e poteri economici e politici.
Jillian Assange, lo ha accennato Manlio Dinucci anche su questo giornale il 22 novembre, viene dalla controcultura hacker australiana. In nome della libera circolazione dell’informazione riteneva che il segreto di Stato e i data center delle imprese fossero ostacoli da rimuovere affinché uomini e donne potessero accedere all’informazione senza limiti che non quelli dettati dalla personale curiosità.
Per il superamento di questi limiti, aveva bussato alle porte di molti gruppi hacker; si era presentato anche ad alcuni forum sociali mondiali. Poi la scelta di mettere in piedi WikiLeaks.
In base a questa tesi WikiLeaks convince alcune teste d’uovo di imprese a passare materiali «sensibili» su episodi di corruzione in Africa. Li pubblica sul suo sito, consentendo a chi si collega di scaricarli.
ASSANGE HA CARISMA e determinazione. Scrive buon codice, cosa che gli merita il rispetto dei virtuosi della tastiera; sa parlare in pubblico, catturando l’ attenzione di chi guarda inorridito all’entrata di imprese dentro la Rete, sempre più ritenuta terreno di caccia e da colonizzare per fare business.
Mentre gli Stati nazionali, con i loro servizi di intelligence, puntano di nuovo controllare uno spazio sfuggito al loro controllo. WikiLeaks doveva quindi candidarsi, questo l’obiettivo di Assange, a diventare la organizzazione non governativa che accompagnava si la critica ma anche la cogestione di questa trasformazione in atto.
TUTTO POTEVA PROCEDERE senza grandi scossoni se non fosse entrato in campo un militare che riteneva il suo ruolo antitetico a quanto postulava la linea di condotta della divisa che indossava.
L’esercito Usa doveva garantire pace, democrazia e libertà, ma nei fatti faceva il contrario. Chelsea Manning aveva accesso a dati scottanti riguardanti operazioni dell’esercito a stelle e strisce in Iraq, a partire dall’uccisione di alcuni civili da parte di un elicottero Apache. Materiali che Manning passa a WikiLeaks che li rende pubblici. Assange diviene il responsabile, assieme al traditore Manning.
WikiLeaks è quindi una organizzazione da mettere al bando, Manning, tradito da un hacker amico, viene arrestato, Assange è inseguito da un mandato di cattura internazionale.
QUEL CHE L’INTELLIGENCE statunitense non poteva immaginare era la fila di potenziali whistleblowers che bussano alle porte di WikiLeaks. Assange invece capisce che l’occasione è quella propizia per il grande salto, liquidando con fastidio le critiche di chi lo accusa di accentrare nelle sue mani le decisioni.
Alle accuse di comportarsi come un autocrate, Assange risponde mettendo fuori i dissenzienti. I risultati positivi delle operazioni contro informative di WikiLeaks sono però indubbi. Edward Snowden si fa vivo con le sue informazioni sull’operato non pulito di spionaggio globale della National Security Agency americana. WikiLeaks deve decidere come gestirle. Assange non ha dubbi. Bisogna che nella partita entrino a far parte i «cugini» dei media, che da nemici della verità diventano preziosi collaboratori. Serve tuttavia una copertura politica globale da qualche governo nazionale, individuata nella Russia di Putin e in altre realtà politiche che stanno provando nel continente latinoamericano a sottrarsi all’influenza politica degli Usa.
JULIAN ASSANGE ACCELERA la trasformazione di WikiLeaks in una sorta di intermediario imprenditoriale dei media che si propone sia come organizzazione complementare che come critica al sistema. Una ambivalenza che porta gran parte della galassia militante hacker a prendere le distanze senza però mai giungere a una critica pubblica di WikiLeaks.
La macchina poliziesca messa in campo contro Assange brucia però il terreno di solidarietà attorno a lui. Assange chiede protezione a vecchi e nuovi sodali. Prova più volte a entrare nel gioco politico statunitense, sostenendo di essere in possesso di dati scottanti all’interno di uno schema in base al quale il partito democratico è il nemico da combattere, mentre i repubblicani sono nemici risibili e irrilevanti.
Il carisma di Julian Assange non sarebbe comprensibile senza fare infine riferimento alle sue tesi sul cypherpunk, cioè il diritto all’anonimato di chi è in Rete (cypherpunk è anche titolo del volume pubblicato da Feltrinelli, il manifesto del 13 agosto 2013).
In questa veste di paladino dell’anonimato ne sostiene la piena compatibilità con l’economia di mercato.
Ma è la Rete che è cambiata nel frattempo. È il capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza che ha preso forma, facendo leva proprio sulla retorica della libera circolazione delle informazioni. Sono Facebook, Google, Amazon, Apple coloro che mettono insieme velleità libertarie e voglia di profitto all’interno di un modello di business fondato sulla gratuita dell’accesso a servizi, software e informazioni.
In questo scenario WikiLeaks è roba del passato, così come uomo di un’epoca archiviata dallo sviluppo capitalista è Julian Assange. Prova più volte a tornare in gioco. Ma deve vedersela con la voglia di rivincita di funzionari del Pentagono, del ministero della Giustizia, dell’intelligence statunitense.
PUTIN POI PREFERISCE un canale di comunicazione diretto, privilegiato con Donald Trump, cioè con il nuovo inquilino della Casa Bianca e Assange è solo una palla al piede.
Pure l’Ecuador non ne può più della sua presenza, come rifugiato, nell’ambasciata londinese e il nuovo presidente Lenin Moreno dà il via libera all’entrata della polizia inglese nella sede dell’ambasciata, elemento che consente l’arresto di Assange.
Quel che rimane sul terreno sono molti cocci. Più incandescenti sono quelli di chi ha a cuore la libertà della Rete. Cioè le difficoltà di una critica hacker adeguata al capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza. Rimetterli insieme non è facile.
Di sicuro il compito sarebbe facilitato se Julian Assange tornasse ad essere un uomo libero. Perché la rivoluzione, diceva un saggio, marcia con il passo del rivoluzionario più lento. Oppure quella che non lascia indietro neppure un transitorio e contingente compagno di viaggio come è Julian Assange.
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Assange e l’uomo della CIA - Michele Paris
Il carattere illegale e persecutorio del procedimento in atto a Londra contro Julian Assange è stato nuovamente dimostrato nelle ultime settimane con l’emergere di rivelazioni riguardanti un ordine di sorveglianza di tutte le attività del fondatore di WikiLeaks durante la sua permanenza forzata all’interno dell’ambasciata ecuadoriana nel Regno Unito. La notizia, diffusa dal quotidiano spagnolo El País, smonta o dovrebbe smontare definitivamente l’incriminazione di Assange, i cui basilari diritti democratici sono stati ancora una volta fatti a pezzi in maniera deliberata.
Quello del giornalista australiano non è però un caso normale, visto che il suo status di detenuto politico lo espone ancora e nonostante tutto al rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove, nell’ipotesi forse nemmeno peggiore, potrebbe trascorrere il resto dei suoi giorni in un carcere federale per il solo fatto di avere rivelato alcuni dei crimini dell’imperialismo americano.
Il 20 dicembre prossimo, Assange sarà interrogato in collegamento video dal giudice spagnolo José de la Mata, titolare del caso che vede alla sbarra David Morales, proprietario della compagnia di “security” UC Global. Quest’ultima era stata reclutata dai servizi segreti dell’Ecuador per “violare la privacy di Assange e dei suoi legali, installando microfoni all’interno dell’ambasciata ecuadoriana senza il consenso delle parti interessante”. Questa attività illegale di sorveglianza a tappeto, come avrebbe ammesso lo stesso Morales, serviva a raccogliere informazioni su Assange e le persone che intendevano fargli visita per poi consegnarle anche alla CIA.
L’aspetto più grave del controllo costante del numero uno di WikiLeaks commissionato da Washington riguarda l’intercettazione di tutte le comunicazioni intrattenute con i suoi legali. La riservatezza degli scambi di informazione tra avvocato e assistito è uno dei principi basilari del diritto in un pese democratico o presunto tale, inclusi gli Stati Uniti. La violazione, oltretutto sistematica, di esso costituisce di conseguenza un motivo ampiamente sufficiente a compromettere la legittimità di un procedimento legale.
Se Assange dovesse essere trasferito negli USA, anche tralasciando la totale infondatezza delle accuse a suo carico, è evidente che il processo a cui sarebbe sottoposto in questo paese risulterebbe falsato da abusi inconcepibili in un procedimento democratico, come ad esempio il fatto che l’accusa sarebbe a conoscenza in anticipo delle strategie difensive dell’imputato.
Per la gravità dei fatti, l’indagine in corso in Spagna minaccia, almeno in linea teorica, l’estradizione stessa di Julian Assange negli Stati Uniti. Per questa ragione, la giustizia britannica aveva inizialmente respinto la richiesta, presentata il 25 settembre scorso, del giudice spagnolo de la Mata di sentire la testimonianza di Assange attraverso uno strumento chiamato Ordine Europeo di Indagine. Secondo El País, il rifiuto aveva creato non pochi “imbarazzi nei circoli legali” di Londra perché simili richieste vengono in genere approvate “in maniera automatica”.
La decisione iniziale delle autorità giudiziarie britanniche era così insolita e ingiustificata, tanto da rivelare apertamente le pregiudiziali anti-Assange, che è stata ribaltata nei giorni scorsi. Il via libera concesso al giudice spagnolo per sentire Assange sulla vicenda UC Global deve avere in ogni caso creato qualche apprensione all’interno del governo di Londra. Il procedere dell’indagine metterà infatti sempre più in luce il comportamento criminale dei governi che hanno orchestrato la persecuzione di Assange, alimentando la crescente opposizione internazionale e le richieste per una liberazione immediata.
Il collegamento tra UC Global e la CIA o, comunque, tra la compagnia spagnola e l’indagine su Assange della giustizia americana era stato confermato da un’altra rivelazione apparsa a inizio novembre su El País. Il quotidiano era entrato in possesso di alcune e-mail inviate da David Morales ai suoi dipendenti nel marzo del 2017 e l’indirizzo IP di questi messaggi indicava la sua presenza in quel periodo nella città di Alexandria, nello stato americano della Virginia.
Questa località, a una manciata di chilometri da Washington e dalla sede della CIA, ospita il tribunale federale che sta indagando su Assange e che ha sottoposto la richiesta di estradizione alle autorità britanniche. Morales si trovava in Virginia proprio in concomitanza con la pubblicazione da parte di WikiLeaks della raccolta di documenti nota come “Vault 7”, relativi alle attività illegali di spionaggio e cyber-sorveglianza su scala globale della principale agenzia di intelligence USA.
Anche se El País non dispone di elementi per confermare le ragioni della trasferta americana di Morales, è altamente probabile che quest’ultimo avesse fornito la propria testimonianza in merito al lavoro della sua compagnia nell’ambasciata ecuadoriana di Londra ai danni di Assange.
Morales è comunque un assiduo frequentatore degli Stati Uniti. Altre informazioni sui suoi spostamenti lo davano ad esempio spesso a Las Vegas, ospite del miliardario americano Sheldon Adelson, per il quale aveva lavorato. Adelson è uno dei più generosi finanziatori del Partito Repubblicano, nonché amico personale del presidente Trump. Da ricordare infine riguardo David Morales è anche che uno dei dipendenti della sua società risulta essere un ex agente della CIA.
Com’è sempre accaduto finora, l’apparire di elementi potenzialmente favorevoli alla battaglia legale di Julian Assange è finito sotto il fuoco incrociato della stampa ufficiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il New York Times, tra gli altri, è intervenuto tempestivamente per cercare di minimizzare la questione della sorveglianza condotta da UC Global. La tesi di questi media, che agiscono di fatto da portavoce del governo e dei servizi di sicurezza americani, è che la scandalosa violazione della privacy e dei diritti democratici di Assange è in sostanza giustificata e legittima a fronte delle implicazioni per la “sicurezza nazionale” del suo caso.
La vicenda di Assange ha una serie di risvolti che ne fanno una questione di importanza enorme, non solo per il pericolo che sta correndo la sua stessa vita. L’incriminazione, l’eventuale estradizione e condanna del fondatore di WikiLeaks rappresenterebbero un colpo mortale alla libertà di stampa, dal momento che la sua organizzazione null’altro ha fatto se non svolgere in pieno uno dei compiti del giornalismo, cioè pubblicare documenti di assoluto interesse pubblico che i governi intendono tenere nascosti.
Come dimostrano inoltre gli ultimi sviluppi del caso, in gioco ci sono anche altri diritti democratici fondamentali, messi in pericolo dal tentativo sistematico di cancellare i principi del giusto processo, fissati in primo luogo proprio dalla Costituzione americana. L’intenzione dei governi di Londra e Washington, in collaborazione con quelli di Ecuador, Svezia e Australia, è dunque di fare di Assange un esempio per soffocare qualsiasi voce libera che si opponga alle loro manovre e ai loro crimini.
Davanti a queste forze, sostenute da un apparato mediatico non meno potente, la battaglia per la difesa di Assange non potrà essere vinta affidandosi soltanto al diritto e agli scrupoli democratici di esponenti del potere giudiziario gravemente compromessi con la classe politica britannica e americana. Solo una mobilitazione dal basso che unisca la voce del giornalismo libero e dell’opinione pubblica internazionale sarà in grado di difendere Assange e i principi democratici messi in serio pericolo dalla sua persecuzione.

su Arte tv un reportage intitolato Un mondo senza Julian Assange


mercoledì 17 aprile 2019

Julian Assange, caccia all'uomo, missione compiuta


Wikileaks: la vera storia della pubblicazione senza filtri degli archivi - Gennaro Carotenuto (settembre 2011)

Nei giorni dell’arresto di Julian Assange a Londra, ripubblico su Academia.edu una mia bre- ve nota del 2011. Chi scrive fu all’epoca delegato dal settimanale Brecha di Montevideo a viaggiare a Londra, firmare il contratto con Wikileaks, ritirare i documenti in quel momento segreti, e collaborare a collazionarli. Sono pertanto cosciente che nessun giornale, neanche il mio, rispettò quel contratto predisposto da Wikileaks, che garantiva tutti i soggetti inte- ressati. Oggi Julian Assange viene massacrato da quella stessa grande stampa che, all’epoca, fece la fila per ottenere ciò che oggi stigmatizza.

La decisione di Wikileaks di rendere disponibile per intero e senza filtri il suo archivio di 250.000 documenti diplomatici statunitensi, rappresenta una delle più grandi sconfitte nel- la storia del giornalismo. Julian Assange e il suo gruppo aveva infatti per mesi creduto che la stampa, i più grandi giornali del mondo nella fattispecie, dal New York Times al Guardian a El País, avrebbe rispettato i patti, sanciti in un preciso contratto firmato da tali me- dia e presentato anche da questi come grande fattore di democratizzazione dell’informazione. Non è andata così.
Da sempre, in tutti i paesi, gli archivi diplomatici sono filtrati da alcune specifiche profes- sionalità, archivisti, diplomatici, uomini dei servizi di sicurezza che agiscono sulla base del criterio di interesse nazionale, nella forma declinata da tali apparati. Tali funzionari stabili- scono, in genere a distanza di 30 anni, quali documenti sia di interesse nazionale divulgare e quali siano ritenuti così sensibili da essere, in parte o del tutto, necessario rinviare ai po- steri, apponendo segreti di 50 o 100 anni, se non essere addirittura distrutti con procedure al di fuori della legge.
Il sogno di Wikileaks (informato di molta retorica sulla libera stampa e accecato dal dogma della pubblicità) era sostituire tali burocrazie statali con presunti rappresentanti di un inte- resse pubblico in perenne contrasto con l’interesse di “poteri forti”. Tali rappresentanti del pubblico interesse furono individuati nei giornalisti di grandi testate per lo più liberal- progressiste. Queste si impegnavano contrattualmente ad editare i documenti e inserire filtri (comunque considerati necessari dal gruppo di Assange), con l’unico criterio del ga- rantire la sicurezza delle persone nominate rispetto ad eventuali persecuzioni politiche. Ovvero: Wikileaks era cosciente che i filtri fossero necessari ed individuarono nei giornalisti i portatori di interesse pubblico in grado di apporveli. In cambio chiedevano che i giornalisti svolgessero tale ruolo onde permettere la pubblicazione dell’intero archivio. Le testate si impegnarono in tal senso.
I giornali contattati (chi scrive conosce in prima persona tale procedura per averla realizza- ta la scorsa primavera a Londra per il settimanale uruguayano Brecha, che mi delegò a firmare il contratto con Wikileaks) firmarono un contratto nel quale si impegnavano ad editare TUTTO il pacchetto di documenti a loro consegnati, e pubblicarli TUTTI sul sito di Wikileaks, indipendentemente dall’usare (e citare) il singolo documento in uno o più articoli. In cambio della prima esclusiva (l’unica cosa giornalisticamente rilevante) le testate si impe- gnavano così alla creazione di un enorme archivio pubblico che poteva essere consultato da privati cittadini ma anche da studiosi di varie discipline, storici, economisti, sociologi, politologi, specialisti di diritti umani. Per quanti dubbi si possano avere sulla sottrazione dell’archivio da parte di Bradley Manning [oggi Chelsea Manning, ndr], resta una fonte di straordinaria importanza.
Sulla base di tale preciso impegno di collazione e verifica integrale, sancito in due fitte pa- gine di contratto, le testate ricevevano i documenti su normali archivi Excel, passati brevi manu su pendrive ai delegati inviati a Londra dalle testate, tra i quali chi scrive. A seconda dell’importanza delle testate, e sulla base di criteri di suddivisione nazionale prima che te- matica, gli archivi contenevano molte migliaia di documenti, fino a 25.000 mi risulta.
La grande stampa però, una volta ottenuti i preziosi file, selezionò e pubblicò solo quello che alle singole testate sembrava interessante, qui e ora. Quindi iniziò una lunga scherma- glia con Wikileaks. Tutte le testate, dopo essersi impegnate diversamente, sostennero di poter da sole interpretare un interesse pubblico in grado di stabilire quali fossero i soli do- cumenti dell’archivio meritevoli di pubblicazione (neanche l’1%) per condannarne all’oblio (ricensurandoli di fatto) la stragrande maggioranza, senza procedere affatto a quell’opera di collazione alla quale si erano impegnati.
Chi scrive ne ha a lungo dibattuto tra gli altri con il presidente della FNSI, Roberto Natale, in un convegno dello scorso aprile all’ “Istituto Universitario Europeo” di Fiesole. In quella e in altre occasioni non è mai stato possibile convincere la stampa che vi potessero essere alternative all’esclusività del loro ruolo di mediatori del pubblico interesse. I giornali, che non avevano dubitato un attimo nell’accettare l’impegno contrattuale preciso a rendere disponibile l’intero rispettivo spezzone di archivio, una volta utilizzati i documenti, si scher- nivano dietro un presunto diritto di stabilire loro cosa fosse d’interesse pubblico e cosa non lo fosse. Il mondo dell’informazione – senza mettere all’epoca affatto in discussione la legittimità della diffusione dell’archivio – ne valutava in maniera presentista un esclusivo valore d’uso immediato, disinteressandosi a questioni come quella della completezza, del divenire storico dello stesso concetto di human interest che ritenevano di incarnare, o dell’analisi da parte di ulteriori professionalità, quali in particolare quelle dei professionisti delle scienze umane e sociali.
D’altra parte per Wikileaks, un’organizzazione quasi clandestina, far valere le proprie ra- gioni contrattuali in un processo sarebbe stato oltre l’immaginazione e sicuramente oltre l’ingenuità e il pressapochismo di chi la dirige che, nel mettere in discussione il potere dei media tradizionali, non trovava nulla di meglio che affidarsi a questi.
Ho provato senza successo a segnalare a Julian Assange e al suo gruppo più ristretto come il giornalismo commerciale non fosse compatibile col realizzare un progetto di tal portata, ma fosse solo utile a dare la massima risonanza mondiale all’evento Wikileaks. Questi hanno usato Wikileaks per spigolare alcune note di colore (i giornali italiani amarono per esempio rivelare cosa pensasse davvero Hillary Clinton di Silvio Berlusconi) e non molto al- tro, senza cogliere la sistematicità documentaria e d’insieme di quegli archivi. Ho provato a prospettare che gruppi di accademici selezionati in giro per il mondo avrebbero potuto, con più comprensione per l’idea stessa di archivio pubblico, assolvere al compito di colla- zione. Non sono stato ascoltato, temo innanzitutto per il fattore fretta con la quale il grup- po di Wikileaks ha sempre pensato fosse indispensabile pubblicare. Presentisti anche loro. Lo scorso marzo, con meno del 5% di documenti editati dai giornali, ancora si dicevano fi- duciosi di terminare tutta la pubblicazione entro giugno. Sbagliavano, ma soprattutto si erano affidati alle persone sbagliate: la stampa mainstream.
Insipienza, mancanza di risorse e di personale formato, malafede nel pensare di aver già ottenuto quello che volevano senza poi rispettare i patti, incapacità di comprendere la dif- ferenza tra l’interrogazione di un archivio da parte di un pubblicista e quella che oggi e nel futuro possano voler fare degli studiosi, erano alla base del tradimento dei patti. I giornali semplicemente – una volta realizzati i loro scoop – non avevano interesse né risorse per compulsare, editare, eliminare i dati sensibili, pubblicare, inserire tag, parole chiave e altri elementi di classificazione su una quantità di documenti che, per ogni testata, andava dalle 5.000 alle 25.000 unità.
Adesso i giornali si scandalizzano del fatto che Wikileaks dia in pasto al volgo documenti sensibili, saltando il loro sacrale ruolo di mediatori tra notizia e opinione pubblica. È evi- dente che in tale divulgazione vi sono dei rischi e delle responsabilità gravi da parte di Wikileaks. Nel leggere l’ipocrisia del comunicato di Guardian, New York Times, El País e Der Spiegel coglie un moto di disgusto. Scrivono: “difendiamo la nostra collaborazione con Wikileaks, ma siamo uniti nel condannare la non necessaria pubblicazione dei dati completi. La decisione di pubblicare l’intero archivio senza un previo controllo è di Julian Assange, e sua soltanto la completa responsabilità delle conseguenze”. Chiunque può invece farsi un’idea precisa sulla quota di responsabilità di Wikileaks e su quella dei grandi giornali.
da qui



Sopravvissuto all’era dei social network - Benedetto Vecchi

Le immagini del suo arresto, da parte dei poliziotti di Scotland Yard, sigillano con il marchio dei voltagabbana la fine di un’era dell’attivismo on line. Solo, stanco, invecchiato era ormai diventato per l’Ecuador un ospite ingombrante che causava non pochi problemi alle sue relazioni con gli Stati uniti.
Washington, e il Pentagono in particolare, voleva fortissimanente la testa di Assange, dopo che WikiLeaks aveva diffuso i materiali su un’operazione sporca sfuggita di mano ai soldati americani provocando la morte di alcuni civili e giornalisti iracheni. Termina così una vicenda che ha le sue radici nel mediattivismo in Rete. Assange aveva spregiudicatamente tessuto la tela di alleanze e relazioni con i media mainstream e leader politici autoritari e ostili alla libera circolazione delle informazioni (il russo Putin) portando alla ribalta segreti fino ad allora inconfessabili.
Per anni, la sua organizzazione, WikiLeaks, è stata sinonimo di un attivismo digitale portabandiera della trasparenza, eletta a parola d’ordine radicale contro il segreto militare, industriale e la manipolazione della realtà da parte dei media. Nelle sue scorribande in Rete e fuori, Assange ha incontrato inaspettati compagni di strada tra gli hacker più politicizzati e radicali (Anonymous), registi radical (Ken Loach) e i migliori giornalisti investigativi su piazza (Glenn Greenwald), coinvolgendo militari Usa (Chelesea Manning) e creando le condizioni affinché personaggi come Edward Snowden decidessero di rivelare le malefatte della National Security Agency (Nsa).
La sua vita spericolata, assieme all’accusa di stupro in Svezia, ha attirato sulla sua testa non poche critiche anche della sua parte. Un accentratore che non ha esitato a cacciare chi metteva in dubbio le sue decisioni, Un egocentrico indifferente alle ragioni della sua organizzazione. Giudizi che hanno determinato un calo di consenso verso WikiLeaks, portandolo a fare scelte molto poco trasparenti, come quando ha accettato di lavorare a una televisione russa pagata da Putin; o quando ha contattato l’entourage di Donald Trump, ventilando la possibilità di passare mail e documenti che avrebbero messo in cattiva luce Hillary Clinton durante le presidenziali del 2016.
Ogni volta, Assange, ha rivendicato il suo operato come il mezzo per rompere l’assedio al quale era costretto dai servizi segreti statunitensi, risultando tuttavia poco credibile. Sta di fatto che si è alla fine ritrovato solo. C’è solo da sperare, adesso, che non venga estradato negli Usa dove è accusato di attentato alla sicurezza nazionale, un capo di accusa che apre sicuramente le sbarre della prigione con una probabilità assai alta che i suoi carcerieri possano buttare via le chiavi della sua cella. Un esito da respingere, perché l’operato di WikiLeaks è stato comunque prezioso.
In una situazione dove la Rete è diventata medium universale, Assange ha intuito il potenziale controinformativo che aveva. Con un lavoro meticoloso di verifica delle informazioni, ha messo on line documenti mai smentiti, senza mai mettere in pericolo la vita di nessuno, sia che si trattasse di documenti e mail di compagnie petrolifere dove si potevano leggere la corruzione di esponenti politici africani (in Kenya o in Nigeria, ad esempio); o quando manager di imprese finanziarie inglesi con sedi in Asia raccontavano con spavalderia le loro speculazioni che magari impoverivano intere regioni del pianeta per arricchire quell’un per cento delle élite globali. Ma la bestia nera di WikiLeaks è rappresentata dal Pentagono, raccogliendo materiali sulla guerra sporca in Iraq o quella contro il terrorismo islamico, ambiti nei quali l’esercito americano non ha certo brillato per rispetto della popolazione civile. Allo stesso tempo non ha esitato a bussare alle porte delle redazioni mainstream proponendo collaborazioni per diffondere sulla carta gli stessi documenti pubblicati sul sito di WikiLeaks.
Assange è stato cioè flessibile, pragmatico, poco incline a comportamenti settari. Questo il suo merito, assieme al fatto di aver risollevato dal fango dell’arricchimento personale le nobili bandiere hacker sulla libera circolazione delle informazioni, legittimando così le azioni anche di Anonymous. Al di là del successo planetario del film V per vendetta, la maschera di Guy Fawkes non sarebbe diventata il simbolo dei movimenti sociali che è diventata se WikiLeaks non avesse dichiarato di aderire, anche se per breve tempo, alla frase di Anonymous «Noi siamo legione».
Di strada ne ha dunque fatta molta Julian Assange da quando giovane attivista australiano, in nome del cypherpunk, faceva l’agit prop a favore dell’anonimato in Rete e contro lo strapotere di governi e imprese, sbarcando anche, agli inizi di questo millennio, al forum sociale di Porto Alegre, dove, da dietro un banchetto improvvisato, distribuiva i materiali della sua nascente organizzazione. Era dovuto riparare nell’ambasciata dell’Ecuador, dove un presidente si professava populista, di sinistra e antimperialista per poi diventare un populista neoliberista amico degli Usa. Solo, con i fondi di WikiLeaks bloccati. Ma soprattutto era cambiata la Rete.
Ormai la trasparenza radicale è garantita da Facebook, Twitter, Instagram, mentre Whatsapp, in nome della privacy, usa un software che impedisce di leggere i messaggi, garantendo l’anonimato. Insomma quelle stesse corporation che Assange vedeva con il fumo agli occhi. È l’ironia della storia il fatto che il suo arresto sia accaduto in diretta, perché con la Rete la trasparenza deve essere garantita a chiunque. Ad attivisti radicali come a spregiudicati venditori di socialità in forma di spazi pubblicitari.



La «minaccia» di WikiLeaks per i potenti: informare tutti - Tariq Ali

L’ho incontrato nuovamente poche settimane fa. Lenin Moreno, il successore di Correa, aveva capitolato a tutti i livelli, davanti all’impero statunitense.
L’ambasciata era diventata un carcere, la salute di Julian si era deteriorata. Non aveva dubbi sul fatto che Moreno avrebbe risposto positivamente alla richiesta di espellerlo dall’ambasciata. La richiesta di estradizione da parte di Washington non era più un segreto.
E IERI L’AMBASCIATA lo ha consegnato alla polizia britannica. Se vivessimo in un mondo dove le leggi sono rispettate, Assange sarebbe processato per violazione delle norme sulla cauzione (un reato non grave), multato o tenuto in carcere per poche settimane e poi rilasciato per permettergli di far ritorno nella sua Australia. Ma sia il Regno unito che l’Australia sono satrapi imperiali, acquiescenti alle richieste degli Stati uniti. Lo Stato segreto (non così segreto) in entrambi i paesi lavora in stretto contatto con i padroni statunitensi, o meglio ai loro ordini.
Perché lo vogliono così tanto? Perché serva da esempio. Vogliono imprigionarlo e isolarlo come monito, così da evitare che altri seguano il cammino di WikiLeaks. Chelsea Manning è stata nuovamente arrestata perché ha rifiutato di testimoniare contro di lui davanti al Grand Jury. Dal momento che i servizi segreti russi e cinesi sono piuttosto al corrente delle mosse degli Usa nella maggior parte del mondo, la minaccia posta da WikiLeaks consisteva nel fare arrivare le informazioni a ogni cittadino in possesso di un computer, in qualunque parte del mondo.
LA POLITICA ESTERA degli Stati uniti e dell’Unione europea e le loro guerre post-11 settembre si sono fondate su menzogne, promosse dalle reti televisive e dai media globali e spesso credute dalla maggioranza dei cittadini nordamericani ed europei. Le informazioni che smascherano queste bugie smontano le scuse – i diritti umani, la democrazia, la libertà… – avanzate per giustificare le guerre. WikiLeaks ha esposto tutto questo, pubblicando documenti classificati in grado di illuminare a giorno le motivazioni reali.
È UN RECORD INCREDIBILE. Allo stato attuale, WikiLeaks ha pubblicato tre milioni di documenti diplomatici e altre registrazioni del Dipartimento di Stato, per un totale di oltre due miliardi di parole. Un corpus incredibile e insuperabile che se fosse stampato arriverebbe a migliaia di volumi, qualcosa di completamente nuovo nel mondo. Ecco dove Internet diventa una forza sovversiva, in grado di sfidare le reti di propaganda dell’ordine esistente. Assange e i suoi colleghi hanno dichiarato apertamente che i loro bersagli principali erano l’impero statunitense e le sue operazioni globali.
La risposta delle istituzioni Usa è stata isterica e comica. La Libreria del Congresso ha bloccato l’accesso Internet a WikiLeaks. Gli Archivi nazionali statunitensi hanno bloccato anche l’accesso al proprio database riguardo alla parola «WikiLeaks». Il tabù è diventato assurdo, come un cane che abbaia insensatamente a qualunque cosa, anche alla propria coda.
COME HA DETTO Julian Assange: «Nel marzo 2012, il Pentagono ha addirittura creato un filtro automatico per bloccare i messaggi di posta elettronica, compresi quelli destinati al Pentagono, che contenessero la parola WikiLeaks». E così, i procuratori del Pentagono che accumulavano le prove contro l’analista di intelligence statunitense Manning, accusata di essere la fonte di WikiLeaks, non riuscivano a ricevere importanti email da parte del giudice o della difesa. Il governo britannico ripete che rispetterà le leggi. Vedremo. Il Dipartimento della giustizia statunitense ha dichiarato che negli Usa Assange potrebbe essere condannato a cinque anni di carcere. Diane Abbot, membro influente del governo ombra di Jeremy Corbyn, ieri ha detto in Parlamento: «Vogliamo sottolineare che la ragione per la quale parliamo di Julian Assange questo pomeriggio – siccome l’unica imputazione che potrebbe essergli mossa in questo paese riguarda la violazione dei termini della cauzione – ha interamente a che vedere con le attività di denuncia di Julian Assange e di WikiLeaks.
Questo lavoro ha smascherato guerre illegali, omicidi di massa, uccisioni di civili e casi di corruzione su grande scala, e ha messo Assange nel mirino dell’amministrazione statunitense.» Abbot ha aggiunto: «Julian Assange non viene perseguito per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati uniti, ma perché ha esposto i crimini delle amministrazioni statunitensi e delle relative forze armate»
I PROSSIMI GIORNI e settimane ci diranno. Intanto, WikiLeaks e il suo fondatore meritano la solidarietà di tutti coloro i quali ritengono che i cittadini del mondo non debbano essere trattati come bambini e che la maggior parte dei politici nell’orbita statunitense ed europea non siano degni di fiducia e cerchino in tutti i modi di evitare che le loro menzogne, la loro corruzione siano resi noti al mondo.

domenica 9 dicembre 2018

Una società che si chiude a riccio - Benedetto Vecchi



C’è una caratteristica dei rapporti annuali del Censis che ricorrono e che ne fanno un appuntamento attorno al quale tirare le fila, ogni dicembre che si rispetti, dello sviluppo sociale, culturale e politico italiano. E’ il ragionare, da parte di questo autorevole e potente istituto di ricerca sociale, attorno a tonalità emotive dominanti. E’ stato così con la spinta all’edonismo che ha trasformato metà dello stivale – i dorati anni Ottanta -; è stato così con la prefigurazione di un individualismo di massa e radicale, ma che affondava salde radici nel solidarismo “dal basso”. Poi è stata volta del “capitalismo molecolare”, dell’umano divenuto imprenditore di se stesso. Giù, giù fino alla società marmellata, alla crisi, al disincanto, alla paura, al rancore, al risentimento.
Questo anno è la volta del “sovranismo pischico”, espressione indicata dal Censis per indicare quel misto di solitudine, abbandono da parte della Politica, paura, di incistamento del rancore come sentimento dominante delle relazioni sociali. Non coincide con il “ritorno al nazionale” che sembra scandire i rapporti tra Italia e Europa o il complesso sistema di relazioni interstatale che si è soliti chiamare globalizzazione. Il “sovranismo psichico” ne condivide però un aspetto, la perdita di un orizzonte che scandisca una direzione di marcia verso il futuro. Siamo cioè imgabbiati in un eterno presente.
Il quadro che emerge dal Censis non è quindi scandito da chiari e scuri, ma da una tonalità decisamente cupa che impedisce immaginare un futuro diverso dalla eterna ripetizione di un presente di miseria – psichica, in primo luogo: i livelli di reddito diminuiscono significativamente ma la famiglia e le reti sociali di prossimità continuano a supplire il lento, inarrestabile ritiro dello Stato nazionale dalla scena pubblica.
Il “sovranismo pischico” coincide però anche con altro aspetto che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli ai tecnocrati di Bruxelles, né ai nostrani “sovranisti nazionali”. La solitudine, il rancore, la paura fanno sì che economia locali, piccole “eccellenze produttive” non solo seguono sentieri di nido di ragni in solitudine per consolidarsi ed espandersi. L’internazionalizzazione made in Italy non si ferma certo per una situazione descritta come avvio di una lunga stagnazione, guardando a Oriente, ovviamente, ma anche in altre direzioni, come verso il continente africano, la Russia, l’America Latina, ma all’interno di incontri, contaminazioni con economia ben poco legali. Il rancore, scava feroce nelle anime dei capitalisti molecolari o degli imprenditori di se stessi. La ricchezza è sempre il miraggio da tradurre in realtà, perché la sicurezza – parola quasi sussurrata – è l’ambito trofeo in termini di denari, capitale, relazionalità sociali ricche. In questa dituazione, la stagnazione, la paralisi è sono prospettive fin troppo reali. Nel mondo del “sovranismo psichico”, la parte del leone la fa anche la ricerca di fama e successo, proiettando i singoli a diventar influencer, cioè ad esercitare un potere di condizionamento e di indirizzo ai comportamenti collettivi.
L’innovazione rimane sempre l’oggetto del desiderio anche nella società del rancore. La mobilitazione, più o meno totale, per raggiungere questo obiettivo continua a macerare e bruciare vite. Fnora, tuttavia, è un orizzonte che non vede un autore (partito, moivmento, imprese). Non sono certo i grillini, espressione di un liberismo regressivo, anche se si manifestano tensioni, conflitti tra chi (la Casaleggio Associati e il suoentourage) vorrebbe inboccare questa strada, aprendo una serie e profonde relazioni con i big della Rete e chi, come la costellazione di deputati e di culture imprenditoriali legate alla gestione di folks politics di piccolo cabotaggio come quelle rappresentate da Luigi di Maio.
Nella triste performance di Grillo sul transumanesimo emerge l’opzione per rompere la gabbia della gestione routinaria del governo in mome di una tecnoutopia (una distopia, in realtà) talmente confusa e respingente, che ha la smorfia e la vuotezza della maschiera indobbasata da quello che è stato considerato un divertente guitto.
Non ci sono state molte reazioni da parte del sistema politico italiano al rapporto Censis. Oppure poche parole di circostanza sulle difficoltà del momento storico. Il governo è troppo distratto da una manovra divenuta ormai disordinata sommatoria di provvedimenti che sfuggono a un disegno rigoroso e organico di intervento pubblico. I partiti di opposizione – dal Pd a Forza Italia, quest’ultima spesso oggetto polemico dei rapporti del Censis quando a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi – si leccano ferite di sconfitte politiche più o meno recenti e provano a non restare né sommerse né salvate dal ridicolo dell’insipienza progettuale e politica.
Va detto che il Censis, con il suo indiscusso maître à penser Giuseppe De Rita, è abituato anche all’indifferenza. Ai tempi brevi, alla contingenza politica spesso privilegia la lunga durata dei fenomeni indagati. E questo del “sovranismo psichico” c’è il rischio che sia appunto uno dei fenomeni di lunga durata, che indica non solo smarrimento della società italiana, ma un fenomeno di chiusura a riccio di una realtà indicata, solo a fino a dieci anni fa, come un esempio indiscutibile di dinamismo e di capacità innovativa del capitalismo globale.