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mercoledì 9 settembre 2026

Netanyahu ricevette un avvertimento esplicito prima del 7 ottobre e non informò i vertici della sicurezza israeliana - Lavinia Marchetti

 

 

Traduzione dell’inchiesta di Haaretz 8 settembre 2026

 

Nel settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed telefonò a Netanyahu per comunicargli un grave avvertimento. Netanyahu non fece nulla. Una vasta inchiesta, condotta per un nuovo libro, ricostruisce le responsabilità del primo ministro negli eventi che precedettero e seguirono il 7 ottobre. Netanyahu afferma che si tratta di «una menzogna assoluta».

Shlomi Eldar e Ruth Yuval

Haaretz, 8 settembre 2026, ore 6.02, ora israeliana

Erano gli ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attentati infiammavano la Cisgiordania, masse di abitanti di Gaza protestavano regolarmente presso la barriera di confine e il paese era scosso dal conflitto interno sulle leggi del colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli avvenimenti con lucidità poteva avvertire che un’escalation incombeva dietro ogni angolo.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed, conosciuto come MBZ, era particolarmente preoccupato. «Ne parlò spesso con me nei mesi che precedettero la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene rapporti amichevoli con bin Zayed. «Continuava a trasmettere il messaggio che occorreva disinnescare la situazione. Mandò perfino un inviato speciale in Israele, che incontrò il primo ministro. L’emiro sembrava avvertire che la regione fosse sul punto di esplodere.»

Bin Zayed parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura abituale. Un rappresentante dell’ambasciata emiratina si recava nell’ufficio del primo ministro portando uno speciale apparecchio telefonico che garantiva la riservatezza della chiamata.

Quella volta, però, la telefonata avviata da bin Zayed fu insolita. Una settimana e mezza prima del 7 ottobre 2023, il sovrano emiratino chiamò Netanyahu dal Palazzo presidenziale di Abu Dhabi e parlò con lui per quarantacinque minuti.

Durante la conversazione bin Zayed avvertì Netanyahu che il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava preparando una grande operazione contro Israele. Espresse il timore che l’evento annunciato provocasse un bagno di sangue, destabilizzasse l’intera regione e compromettesse gli Accordi di Abramo.

Tre fonti straniere di alto livello conoscono il contenuto della conversazione, la cui esistenza viene rivelata per la prima volta. La scoperta deriva da un’ampia ricerca basata su decine di fonti in Israele e nel resto del mondo, tra cui funzionari di rango molto elevato, registrazioni, documenti interni e corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro degli autori di questo articolo, Ostaggi: 843 giorni di abbandono, pubblicato in ebraico da Kinneret Zmora.

Alla telefonata partecipò anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese emigrato anni prima da Gaza ad Abu Dhabi e rimasto molto legato alla Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano emiratino insistette con Netanyahu sulla necessità di prepararsi alla minaccia.

«L’emiro spiegò che, secondo la sua valutazione, Sinwar stava preparando un avvenimento di grande portata», racconta il consigliere. «Disse a Netanyahu che Israele doveva essere pronto. Contemporaneamente raccomandò di cercare una soluzione economica per la Striscia e di calmare la Cisgiordania, così da impedire un’escalation.»

Bin Zayed esortò Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua sorpresa, il primo ministro reagì con relativa calma. Netanyahu disse che, secondo la propria valutazione, Hamas intendeva agire in Cisgiordania e rassicurò bin Zayed sostenendo che Israele fosse preparato a qualsiasi eventualità.

Il sovrano emiratino avrebbe poi riferito la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed raccontò a Burns la sensazione che aveva cercato di comunicare a Netanyahu, ovvero che «qualcosa sta per esplodere», aggiungendo che il primo ministro israeliano riteneva invece che l’area più instabile fosse la Cisgiordania.

«L’emiro sperava che, malgrado la risposta trattenuta, Netanyahu prendesse sul serio il messaggio e intervenisse», afferma il consigliere. Nessuno dei presenti immaginò che il primo ministro avrebbe ascoltato l’avvertimento senza informarne i capi dell’apparato di sicurezza. Il direttore dello Shin Bet, il capo del Mossad e il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane ignoravano tutti il monito di bin Zayed.

Per comprendere da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché fosse giunto proprio attraverso il presidente degli Emirati, bisogna tornare a ciò che era accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. Con la conoscenza e l’approvazione di Netanyahu, Israele aveva condotto colloqui con Hamas su una hudna, una tregua temporanea destinata a favorire un’intesa di lungo periodo nella Striscia.

I contatti erano iniziati segretamente nei primi mesi del 2023, mentre si insediava il governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar aveva affidato l’incarico a Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas. Hamad parla correntemente l’ebraico e aveva partecipato ai contatti segreti per la liberazione del soldato rapito Gilad Shalit. Nello stesso periodo venne coinvolto un alto esponente di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Per prudenza lo chiameremo «Occhi di carbone», uno pseudonimo. Era considerato una persona affidabile e accettabile sia per Hamas sia per lo Shin Bet. Il suo compito consisteva nel trasmettere messaggi fra le parti, affinché i contatti tra Hamas e Israele non apparissero diretti.

Nella pratica, quelle conversazioni erano quasi dirette. Ghazi Hamad e Occhi di carbone sedevano nella casa di Nasser Sarraj a Gaza. Sarraj aveva ricoperto in precedenza l’incarico di vicedirettore del ministero degli Affari civili dell’Autorità palestinese. Dalla parte israeliana della linea rispondeva il funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e dei dispersi. Poiché i disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si basava su accordi raggiunti in precedenza tra Gerusalemme e il Cairo. «L’intero canale diretto fu però nascosto agli egiziani, per timore che si offendessero dopo essere stati esclusi», afferma un membro della squadra dello Shin Bet impegnata nella preparazione dei colloqui, «e divenne quindi un canale personale coltivato da Netanyahu».

In una prima fase i colloqui riguardarono la graduale revoca del blocco imposto a Gaza e l’aumento delle forniture di cibo e materie prime destinate alla Striscia. Venne avanzata anche una nuova proposta. Si pensava di creare zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele e con l’Egitto, capaci di offrire migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza. Gli egiziani erano disposti a concedere agli abitanti della Striscia un «passaggio sicuro» verso l’aeroporto di Sharm el-Sheikh, che avrebbe aperto loro una via verso il resto del mondo. Fu inoltre proposta la fornitura di gas naturale alla Striscia dal giacimento Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. Il progetto venne chiamato «G4G», Gas for Gaza.

Nell’estate del 2023 sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte. Restava sul tavolo soltanto l’argomento più delicato, la liberazione dei prigionieri israeliani e la restituzione dei corpi dei soldati trattenuti nella Striscia. In cambio del ritorno di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, e dei corpi di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar chiese inizialmente la liberazione di cinquecento prigionieri di Hamas. In seguito ridusse il numero a duecentocinquanta e, dopo un negoziato difficile, acconsentì alla liberazione di soli cinquanta prigionieri. Lo Shin Bet era orientato ad accettare la scarcerazione di trenta persone, tra cui venti condannati all’ergastolo scelti da una lista ritenuta accettabile per Israele, in cambio del ritorno dei quattro israeliani.

L’atmosfera era talmente ottimistica che Occhi di carbone riferiva ripetutamente che un accordo con Israele fosse più vicino che mai e che entrambe le parti considerassero le proposte «opzioni praticabili». Un funzionario di Hamas che partecipò ai tentativi di raggiungere l’intesa racconta che il mediatore tornava ogni volta entusiasta e diceva ai colleghi: «Sta succedendo».

Una fonte della sicurezza israeliana coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma che «alla fine di agosto del 2023 Netanyahu approvò la liberazione di trenta prigionieri, tra cui venti ergastolani, che sarebbero stati scelti dallo Shin Bet». A quel punto, spiega, mancava soltanto l’approvazione del Comitato ministeriale per gli ostaggi e i dispersi, necessaria per liberare prigionieri e soprattutto persone condannate all’ergastolo.

Netanyahu, tuttavia, rinviò più volte la convocazione del comitato. Forse temeva di raggiungere un accordo con Hamas oppure la reazione dei suoi alleati estremisti nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet che gestivano il canale con Hamas ripeteva di avere paura che la vicenda trapelasse sui mezzi d’informazione. «E così rimase bloccata, settimana dopo settimana», racconta la fonte.

Quando Sinwar cominciò a mostrare insofferenza per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Occhi di carbone cercarono di rassicurarlo. Spiegarono che il ritardo dipendeva dal coinvolgimento di Netanyahu nella grave crisi che attraversava Israele, con l’avanzamento della riforma giudiziaria e le vaste proteste pubbliche che ne erano seguite.

Mentre lo sconvolgimento interno proseguiva, nell’asse della resistenza formato da Iran, Hamas e Hezbollah si consolidò l’idea che Israele fosse diventato molto più debole e che i diversi fronti potessero unirsi in una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni mostrano che proprio allora alti dirigenti di Hamas accelerarono le richieste rivolte all’Iran per ottenere finanziamenti destinati all’attacco.

All’inizio di settembre 2023 Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la squadra negoziale. «Scomparve semplicemente dai nostri radar, si volatilizzò», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che Sinwar aveva perso la pazienza davanti ai tempi degli israeliani.

Il canale diretto stabilito tra un funzionario dello Shin Bet e Ghazi Hamad, gestito con l’approvazione di Netanyahu, venne così interrotto. Avrebbe ripreso a funzionare pienamente un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando divenne urgente sbloccare l’accordo sugli ostaggi ormai impantanato.

Nel settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un incontro privato con Occhi di carbone. «Di’ agli israeliani che, se non faranno progressi, sto preparando per loro una sorpresa enorme», dichiarò con enfasi. Per la prima volta pronunciò una parola che avrebbe dovuto far scattare tutti gli allarmi: «Di’ loro di aspettarsi uno zilzal, un terremoto».

Occhi di carbone uscì sconvolto dalla conversazione. Decise di consultare un amico fidato, lo stesso palestinese emigrato da Gaza ad Abu Dhabi che lavorava come stretto consigliere di bin Zayed.

«Occhi di carbone era agitato», racconta il consigliere. «Aveva capito che l’operazione di cui parlava Sinwar poteva avere conseguenze sull’intero Medio Oriente, però temeva di riferire direttamente l’informazione allo Shin Bet. Temeva ancora di più che gli israeliani, se lui avesse taciuto, potessero accusarlo di collaborare con Sinwar. Aveva davvero paura per la propria vita. Decise quindi di trasmettere il messaggio a bin Zayed.»

«Che cosa significa?», chiese bin Zayed al consigliere che gli aveva riferito l’avvertimento di Sinwar.

«Se dice zilzal, intende guerra», rispose il consigliere.

«Ne sei sicuro?», domandò l’emiro.

«No, è la mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è anche il modo in cui l’ha compreso Occhi di carbone».

Il sovrano emiratino rifletté, incerto. Lo preoccupava la possibilità che, nel clima di tensione regionale, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di iniziare una guerra potesse appiccare l’incendio, forse provocando un attacco preventivo israeliano. Alla fine decise: «Se non siamo sicuri, per il momento non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo finché avremo raggiunto la certezza».

Per comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, venne chiesto a Occhi di carbone di incontrarlo nuovamente a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà settembre 2023.

«Allora?», chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»

«No», rispose il mediatore.

Sinwar fece un respiro profondo e, con una voce quieta da incutere paura, gli disse: «Trasmetti loro il messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Tornò a scandire la parola zilzal, terremoto. «Ti prego di riferire agli israeliani, parola per parola, ciò che sto dicendo», ordinò.

Occhi di carbone telefonò da Gaza al consigliere di bin Zayed e gli riferì le parole di Sinwar. «Gli chiesi tutti i particolari», ricorda il consigliere, «il tono preciso della voce e il contesto nel quale erano state pronunciate, soprattutto per quanto riguardava l’avvertimento dello zilzal. Gli suggerii di lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di venire a casa mia per un colloquio riservato. Alla fine dell’incontro capii che né Occhi di carbone né io avevamo interpretato male il messaggio. Sinwar intendeva entrare in guerra.»

Il consigliere informò bin Zayed della propria valutazione. Il sovrano emiratino comprese la portata della minaccia e decise che il messaggio di Sinwar doveva essere comunicato al più presto agli israeliani, ai massimi livelli.

Il 15 settembre Occhi di carbone e il consigliere trasmisero effettivamente l’avvertimento allo Shin Bet. Il direttore dell’agenzia, Ronen Bar, chiese di parlare immediatamente per telefono con il primo ministro. La chiamata venne organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Bar informò Netanyahu delle minacce di «terremoto» pronunciate da Sinwar e venne deciso di convocare una riunione con tutti gli organismi di sicurezza interessati.

«Perché Sinwar ci mandò un avvertimento?», si chiede oggi retoricamente un alto funzionario dell’intelligence. «Forse era stanco del modo in cui Israele trascinava i piedi, voleva costringerci a concludere un’intesa e aveva scarso interesse a iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano del “Grande inganno” e voleva mettere alla prova il grado di preparazione dell’esercito.»

In entrambi i casi, l’apparato di sicurezza evitò di correre rischi inutili. La riunione ebbe luogo due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro della Difesa Yoav Gallant e dei rappresentanti dell’intelligence militare. Al termine venne deciso di tenere, quello stesso giorno, un incontro operativo presso l’ufficio del primo ministro. Furono invitati anche rappresentanti del Mossad e del Consiglio per la sicurezza nazionale.

Incrociando l’avvertimento con nuove informazioni di intelligence, i rappresentanti dello Shin Bet presenti alla riunione ipotizzarono che Sinwar stesse cercando di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che in quel periodo era stata rapita e veniva trattenuta in Iraq, per aumentare il numero di prigionieri palestinesi da ottenere attraverso uno scambio.

Il direttore dello Shin Bet precisò che si trattava soltanto di una valutazione iniziale e che l’avvertimento andava preso sul serio. Indicava, a suo giudizio, una mancanza di deterrenza da parte di Israele e mostrava che «siamo in rotta di collisione». Bar propose il metodo operativo chiamato «bomba spegni-incendio», nome in codice per un attacco improvviso e potente destinato a neutralizzare rapidamente una minaccia grave. In alternativa chiedeva almeno «energiche misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, anche solo in preparazione delle festività ebraiche ormai vicine. La riunione terminò senza alcuna decisione.

Vedendo che Israele non reagiva al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano emiratino decise di parlare personalmente con il primo ministro israeliano. Fu così che, alla fine di settembre, ebbe luogo la conversazione di quarantacinque minuti durante la quale bin Zayed avvertì esplicitamente Netanyahu delle intenzioni di Sinwar.

Nei medesimi giorni l’ufficio del primo ministro ricevette una telefonata analoga dal capo dell’intelligence egiziana, il generale Abbas Kamel. Kamel avvertì Netanyahu che Hamas stava per lanciare «qualcosa di insolito, un’operazione terrificante». La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i particolari della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, racconta che Netanyahu rispose anche a Kamel: «A Gaza conosciamo la situazione, abbiamo il controllo. Il nostro problema è la Cisgiordania ed è là che stiamo trasferendo le forze».

Il 1° ottobre, durante una discussione sulle proteste al confine di Gaza e sulle intenzioni attribuite a Hamas di compiere un attentato in Cisgiordania, il direttore dello Shin Bet raccomandò ancora una volta di colpire gli alti dirigenti di Hamas, Sinwar compreso, che «mostrava segni di arroganza». Come nelle occasioni precedenti in cui gli era stata sottoposta la proposta, Netanyahu rispose: «Preparate dei piani e li prenderò in considerazione».

«Non diceva mai di no», spiega un alto funzionario della difesa. «Era il suo modo abituale di rimandare il confronto con il problema.» Un altro alto funzionario presente ricorda che, riassumendo la discussione, il primo ministro disse: «Continuate a lavorare sulla capacità operativa, però per il momento calmate la situazione».

Durante l’intera riunione il primo ministro non fece alcun cenno alle telefonate di avvertimento che aveva ricevuto.

«Se avessimo saputo di quegli avvertimenti, forse avremmo attribuito maggior peso al primo messaggio ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. «Avrebbero potuto chiarire anche le ragioni del suo improvviso ritiro dai colloqui all’inizio di settembre. Avremmo forse messo insieme gli elementi e raggiunto una conclusione completamente diversa, capace di modificare l’intero quadro delle nostre valutazioni.»

Le radici del complesso rapporto fra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni prima, alla liberazione di Sinwar da una prigione israeliana nell’ambito dell’accordo Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito con spietatezza di tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar cominciò a elaborare una nuova strategia su due fronti, pensata per liberare Gaza dalla situazione in cui si trovava.

«Sin dalle prime fasi, forse già in prigione, Sinwar aveva in mente due alternative», afferma un alto funzionario dell’intelligence che all’epoca lo conosceva molto bene. «Da una parte accelerò lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terrorista che affrontava ripetutamente Israele. Dall’altra si convinse che Gaza era stata duramente sconfitta in tutti i cicli di combattimenti. Malgrado tutto il suo odio verso Israele, riteneva quindi che si dovesse concedere una possibilità a una vita normale a Gaza, prima di mettere in azione l’esercito di Hamas qualora l’intesa non si fosse realizzata.»

Nel 2017 Sinwar decise di compiere un passo sorprendente. Contattò Mohammed Dahlan, suo nemico giurato, già dirigente di Fatah e oggi uomo d’affari. I due, coetanei e originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già allora li divideva una forte ostilità. La tensione era aumentata quando Dahlan, a capo della sicurezza preventiva dell’Autorità palestinese durante il suo governo della Striscia, aveva condotto una guerra senza quartiere contro i dirigenti di Hamas. Quando Hamas prese il potere a Gaza con la forza, Dahlan finì al primo posto nella lista delle persone da assassinare.

Sinwar riteneva ora di poter utilizzare Dahlan e i rapporti che questi aveva stabilito con il governo egiziano e con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate del 2017, dopo quasi quarant’anni di distanza e inimicizia, Sinwar incontrò Dahlan nella sua casa al Cairo insieme ad altri alti esponenti di Hamas. Fra loro c’erano Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas.

Sinwar descrisse a Dahlan le gravi sofferenze di Gaza e gli chiese di trasmettere a Netanyahu alcuni messaggi sul suo desiderio di raggiungere un’intesa soddisfacente. I punti centrali riguardavano l’allentamento del blocco e il rilancio dell’economia di Gaza, soprattutto attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani perché contribuissero alla mediazione tra Sinwar e Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di rapporti di lavoro indiretti fra Israele e Hamas. Una parte di questi contatti sarebbe emersa retrospettivamente nel 2022, quando Meir Ben-Shabbat, già capo del Consiglio per la sicurezza nazionale, rivelò in un’intervista a Yedioth Ahronoth i negoziati condotti con Sinwar. Ben-Shabbat mostrò un biglietto che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018. Diceva: «Rischio calcolato».

«Fu uno dei momenti più belli del processo», raccontò Ben-Shabbat. «Compresi che Sinwar seguiva con estrema attenzione ciò che accadeva dalla parte israeliana, analizzava ogni dichiarazione dei politici, capiva i dilemmi e introduceva in essi il proprio contributo.»

Nell’agosto 2018 i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani, alla presenza del primo ministro. Venne presentato un piano articolato per formulare un accordo. I quattro israeliani sarebbero stati restituiti in cambio di un cessate il fuoco reciproco, dell’adesione di Israele a un’intesa e di un sostanziale allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava lo scambio. In cambio della liberazione dei quattro israeliani, Israele accettava di scarcerare prigionieri di Hamas, compresi alcuni arrestati durante la guerra di Gaza del 2014, l’Operazione Margine protettivo. Sarebbero rimasti esclusi i responsabili di attività terroristiche rilevanti. Il verbale conclusivo della riunione avvertiva che «rinviare un accordo per lo scambio dei prigionieri e dei dispersi, separandolo dal processo destinato a raggiungere un’intesa, potrebbe allontanare di anni la soluzione per il loro ritorno».

Gli alti funzionari della difesa conclusero che si trattava delle condizioni più favorevoli per raggiungere un accordo di scambio a costi ragionevoli per Israele. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Il tempo passò. Il primo ministro cominciò a esitare e rinviò l’approvazione del processo.

Quando invece gli organismi di sicurezza individuavano un’attività operativa eccessiva da parte di Hamas, Netanyahu rifiutava ripetutamente di autorizzare una vasta offensiva. «Era ormai una consuetudine», racconta un alto ufficiale. «Loro lanciavano razzi, noi rispondevamo, seguiva un ciclo di combattimenti, gli abitanti israeliani della zona vicina a Gaza erano esausti e si spendeva molto denaro. L’esercito volle lanciare più volte un’operazione militare ampia e approfondita a Gaza. Proprio il governo dell’uomo che prima delle elezioni aveva promesso di “essere forte contro Hamas” insisteva affinché si evitasse l’escalation e si conservasse diligentemente la “risorsa” chiamata Hamas. “Calmatevi”, ci dicevano, “lasciateci concentrare sul nord e sull’Iran”.»

Un ex maggior generale delle Forze di difesa israeliane testimonia di avere sentito «più di una volta il capo di Stato maggiore, Herzi Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu». Durante le riunioni Halevi ricorreva a un’immagine molto concreta. «È come avere un chiodo che sporge dal muro di casa e, invece di estrarlo, riunire tutti i familiari, bambini compresi, per dire loro: “Quando passate fate attenzione al chiodo”. Accettando di convivere con il chiodo, non comprendemmo che alla fine, invece di toglierlo dal muro, ci saremmo rimasti impalati.»

Poi scoppiò la pandemia di COVID-19 e i contatti fra Hamas e Israele si interruppero. Israele si concentrò sui nuovi problemi portati dalla pandemia e venne contemporaneamente trascinato in cinque elezioni consecutive. All’interno dell’asse della resistenza cominciò ad affermarsi una nuova idea strategica, secondo la quale si avvicinava il giorno in cui sarebbe stato possibile infliggere un colpo decisivo a un Israele indebolito. Sinwar continuò a investire ingenti risorse e denaro nello sviluppo della rete di tunnel a Gaza, addestrando e armando l’esercito di Hamas in vista della resa dei conti.

Passarono quasi altri tre anni prima che quel giorno arrivasse. «Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti del jihad delle Brigate Izz al-Din al-Qassam usciranno per attaccare gli obiettivi dell’occupazione sionista criminale e bombarderanno gli avamposti del nemico, le sue concentrazioni di popolazione e i suoi nodi stradali nella zona meridionale della Palestina occupata», scrissero Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di convincere il leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a partecipare all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione e cattureranno soldati e civili.»

Alle 6.29 del 7 ottobre arrivò lo zilzal. A mezzogiorno i social media israeliani e internazionali erano già invasi dalle immagini spaventose del massacro, con uccisioni trasmesse in diretta, incendi e distruzioni. Decine di video mostravano civili rapiti e condotti nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si riunì, con un certo ritardo, alle 14.45, mancava ancora una stima chiara del numero dei rapiti. «Al momento risultano ostaggi quattordici soldati e ventotto civili, mentre con decine di altre persone è stato impossibile stabilire un contatto», disse il direttore dello Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich pretese che si ignorassero i prigionieri, sostenendo che «con una simile disposizione mentale è impossibile agire».

«Ho impartito istruzioni alle Forze di difesa israeliane. Nessun negoziato», dichiarò il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi soltanto quando saranno a terra, con la testa sott’acqua.»

In serata il mondo era ormai sommerso da notizie terribili sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19 il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, telefonò al direttore del Mossad David Barnea, con il quale aveva un rapporto amichevole. Il sovrano qatariota chiamava affettuosamente il responsabile dell’intelligence israeliana «Dedi Boy». Si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom Kippur. Barnea si era recato a Doha per incarico di Netanyahu, chiedendo ai qatarioti di aumentare l’assistenza finanziaria alla Striscia.

Al-Thani era agitato. «Ho appena terminato una conversazione con il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh e con il suo vice Khalil al-Hayya, arrivato da poco a Doha», spiegò a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente. Se tutti gli ostaggi civili non saranno liberati subito, ordinerò personalmente la loro espulsione dal Qatar. Voglio informarti che Hamas è pronto a rilasciare adesso tutti i civili e noi siamo disposti a mediare.»

La risposta del direttore del Mossad lasciò al-Thani sconcertato. «Se vogliono liberare i civili, li liberino», rispose Barnea. «Noi non siamo disposti a parlare con Hamas.» Il leader qatariota disse ai propri collaboratori: «Questi non sono gli israeliani che conosco. Questo non è il Dedi Barnea che conosco».

I collaboratori di Barnea ammettono che, nella prima conversazione, egli sentì dal primo ministro del Qatar che Hamas era disposto a liberare i civili. Sostengono tuttavia che l’organizzazione avesse posto condizioni inaccettabili, tra cui l’arresto dell’incursione israeliana a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro qatariota respinge questa versione. «Il primo giorno i dirigenti di Hamas non imposero condizioni draconiane», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia era reale e loro non si trovavano affatto nella posizione di imporre condizioni».

Al-Thani insistette. Telefonò al segretario di Stato statunitense Antony Blinken. «Ascolta», gli disse, «a Gaza ci sono centinaia di ostaggi e, secondo la mia valutazione, decine di loro sono civili. Devono essere liberati subito. Ho offerto agli israeliani la nostra mediazione per concludere rapidamente un accordo che ne permetta il rilascio, però la proposta non interessa».

Blinken comunicò ad al-Thani che intendeva recarsi in Israele entro tre giorni. «Aspettiamo», cercò di rassicurarlo. «Parlerò personalmente con Netanyahu.» Al-Thani continuò a insistere. «Sai che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito.» Blinken lo fermò: «In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non esiste un interlocutore. Aspetteremo tre giorni».

La mattina seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, telefonò da Gaza a Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan. A nome di Sinwar gli chiese di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per favorire un cessate il fuoco. Per dare maggior forza alla richiesta Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a Sinwar, collegato alla conversazione.

Mashharawi riferì la telefonata a Dahlan. Secondo il suo racconto, Dahlan rispose che «prima di tutto devono liberare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati. Senza questo non esiste nulla di cui discutere. Quello che hanno fatto è una follia. Non hanno superato una linea rossa, hanno superato una linea nera. Se libereranno i civili, l’opinione pubblica israeliana avrà la sensazione che esista qualcosa di cui parlare. Altrimenti, che mangino ciò che hanno cucinato».

Mashharawi trasmise il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi ventiquattr’ore e ti risponderò», disse Mushtaha. Sorprendentemente richiamò dopo una sola ora. Portava un messaggio. Sinwar era pronto a liberare tutti i civili. Va precisato che, quando Sinwar parlava di civili, intendeva soltanto le persone fino ai diciotto anni e quelle con più di cinquant’anni.

«Mi disse che, nella prima fase, per loro non costituiva un problema liberare tutti i civili senza ottenere nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Lo giuro, usò esattamente queste parole. Tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una sola condizione. Volevano che introducessimo al più presto un mediatore concordato, in modo che potessero cominciare immediatamente le trattative su tutto il resto. Si sarebbe discusso della liberazione di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi e poi del blocco di Gaza.»

Dahlan attivò i propri contatti con lo Shin Bet e trasmise loro l’informazione. Secondo Mashharawi, «la risposta ufficiosa ricevuta da Dahlan fu che Netanyahu non voleva parlare di nulla. Voleva soltanto la guerra e l’eliminazione di Hamas». La concezione degli israeliani era questa. Prima avrebbero eliminato Hamas, poi avrebbero recuperato gli ostaggi con la forza.

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune proposte per la liberazione degli ostaggi civili raggiunsero il Mossad, lo Shin Bet e il primo ministro. Secondo lui, anche se si fosse trattato di proposte concrete, l’apparato militare impiegò ventiquattr’ore per assumere il controllo della situazione e la dirigenza politica era ancora più sconvolta. Nei primi giorni nessuno dei due livelli era in grado di discutere la questione.

«A essere sinceri», afferma l’alto funzionario, «in quella fase la questione degli ostaggi non figurava seriamente all’ordine del giorno e nessuno, né a livello militare né a livello politico, era disposto a discutere la proposta. La liberazione degli ostaggi non entrò nemmeno nell’elenco degli obiettivi di guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Sarebbe stato possibile discutere adeguatamente l’offerta e prendere una decisione? Nel merito, la risposta è sì. L’atmosfera prevalente era però quella successiva a Pearl Harbor. Avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno di una guerra. Chi aveva lo spazio mentale per parlare di fermare i combattimenti e cominciare subito un negoziato, anche se si trattava di salvare la vita di decine di persone il cui numero complessivo era ancora sconosciuto?»

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per sapere se fosse arrivata una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli dissi che aspettavo ancora una risposta da Israele», ricorda Mashharawi. «Attesi altri giorni e mi rivolsi nuovamente agli israeliani, però erano del tutto indisponibili a parlare. Nel frattempo i bombardamenti su Gaza si intensificarono e divenne impossibile comunicare con Mushtaha e Sinwar.»

Blinken arrivò infine in Israele dopo sei giorni. Giovedì 12 ottobre, subito dopo il suo arrivo, incontrò Netanyahu e proseguì poi verso Doha per una riunione con il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato con Netanyahu la questione della liberazione degli ostaggi, però non ho ricevuto una risposta chiara», disse il segretario di Stato statunitense ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto.»

Al-Thani ribadì la propria valutazione. Con il passare dei giorni e l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che provocavano molte vittime soprattutto fra i civili, la disponibilità di Hamas a liberare gli ostaggi poteva venir meno. Blinken promise di tentare nuovamente un colloquio con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha diretto a Washington, Blinken inviò ad al-Thani un messaggio. «Netanyahu è pronto ad accettare la vostra mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto.» Il giorno seguente, otto giorni dopo l’offerta di mediazione avanzata da al-Thani al direttore del Mossad, Barnea arrivò a Doha.

Nel frattempo, come era prevedibile, Hamas aveva alzato il prezzo. Un alto funzionario dello Shin Bet che aveva compreso la direzione degli avvenimenti ricorda di avere sostenuto, già il 18 ottobre e dopo il micidiale fuoco scatenato da Israele su Gaza nei primi giorni, che bisognava fermarsi. «Avremmo dovuto respirare, stringere i denti, farci forza e sopportare il colpo di liberare tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra.»

«Le prime ore e i primi giorni dopo un rapimento sono i più importanti», prosegue. «Con il trascorrere del tempo e l’intensificarsi della risposta militare, entrambe le parti tendono a irrigidirsi e il prezzo degli ostaggi sale. Dissi che anche noi dovevamo ricorrere a uno stratagemma. Quando l’idea raggiunse il primo ministro, rispose: “Nel momento in cui uno stratagemma viene scoperto, cessa di essere uno stratagemma”. E la questione finì lì.»

Segnali della disponibilità di Hamas a condurre trattative flessibili raggiunsero anche il colonnello della riserva Doron Hadar, che aveva diretto per molti anni l’unità negoziale dello Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane. «Cominciai a ricevere messaggi e a raccogliere informazioni e altri dati. Il quadro iniziò a chiarirsi. Anche l’altra parte era sconvolta. Hamas temeva il danno internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, di anziani, di donne impaurite e di bambini in lacrime. Avremmo potuto creare un accordo che, qualora lo avessimo voluto, ci avrebbe permesso in seguito di sostenere senza difficoltà che Hamas lo aveva violato e di lanciare un attacco.»

«Mi è chiaro, naturalmente, che la nostra parte era completamente sotto shock e, in egual misura, furiosa», continua Hadar. «Da una dirigenza ci si aspetta tuttavia la capacità di separare i processi emotivi da quelli razionali e di fermarsi un momento per valutare che cosa sia davvero giusto fare. Per esempio, concludere un accordo con questo diavolo e ucciderlo in seguito.»

A metà ottobre Hadar partecipò a una riunione nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere di Netanyahu per la politica estera. Si discuteva l’ordine che gli obiettivi della guerra stavano assumendo. Hadar chiese di presentare la propria valutazione. «Domandai a Falk: “Dimmi, capisci che cosa sta accadendo? Possiamo riportare indietro le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a uno. Possiamo prendere l’iniziativa”.»

Falk interruppe la discussione e chiese agli altri partecipanti di uscire dalla stanza. «Continuai», ricorda Hadar, «e gli dissi: “Facciamo avanzare un accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se sarà necessario. Il mondo in questo momento è dalla nostra parte. Esercitiamo pressione internazionale e portiamo avanti l’accordo”.»

Falk lo fermò. «Non ci sarà alcun accordo», gli disse. «Questo è l’ISIS. Sono assassini. Non riceveranno nulla. Devi cambiare mentalità, Doron.»

«Il problema fondamentale era che Hamas cercava una “fine permanente del conflitto”, come la chiamava», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo abituale tono misurato, riassumendo il labirinto nel quale la questione degli ostaggi sarebbe rimasta intrappolata. «Netanyahu era disposto a prendere in considerazione soltanto un accordo per una “prima fase”, sostenendo di dover mantenere costantemente l’opzione di “continuare a distruggere Hamas in seguito”, secondo la sua definizione. Per noi la difficoltà era sempre la stessa. Come si poteva risolvere questa contraddizione e riportare indietro tutti?»

Il risultato fu che, quando si trattò dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, lo Stato di Israele cambiò davvero mentalità. Passarono così altri due anni di guerra prima che venisse firmato un accordo capace di riportare da Gaza gli ultimi ostaggi, vivi o morti, mentre Hamas era ancora in piedi.

L’ufficio del primo ministro ha definito l’inchiesta «una menzogna assoluta».

«Il primo ministro Netanyahu non parlò con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel periodo in questione e non ricevette da lui alcun avvertimento», afferma la risposta ufficiale.

L’ex direttore dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane Herzi Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Haaretz ha chiesto un commento al presidente bin Zayed, senza ricevere risposta.

Articolo originale

Shlomi Eldar e Ruth Yuval, «Revealed: Netanyahu Received an Explicit Warning Days Before Oct. 7. He Didn’t Brief Israel’s Security Chiefs», Haaretz, 8 settembre 2026.

https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-09-08/ty-article-magazine/.highlight/netanyahu-got-an-explicit-warning-before-oct-7-he-didnt-brief-security-chiefs/000001a0-7a3b-d7d5-a9fc-7eff3d0f0000

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venerdì 1 maggio 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino


La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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sabato 25 aprile 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino

La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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sabato 21 marzo 2026

Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – Andrea Fumagalli

L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.

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sabato 18 ottobre 2025

Chiedo scusa ma non ho capito: per il genocidio non pagherà nessuno? - Pietro Francesco Maria de Sarlo

 

Chiedo scusa ma non ho capito. Mi baso sui fatti raccontati sui giornali e in TV, per cui se non capisco la colpa è di tv, giornali o dei fatti. Per carità potrebbe essere anche colpa mia, in tal caso, sono certo, che me lo farete notare.

Da due anni assistiamo in diretta al genocidio dei palestinesi. Biden prima e Trump poi ogni tanto hanno invitato l’amico Bibi a moderarsi. Le cancellerie europee e le nostre massime istituzioni, Quirinale e Chigi, hanno tuonato, si sono indignate, hanno invocato il diritto internazionale e indicato… Putin come nemico della civiltà occidentale. Persino Mattarella si è lanciato con gli occhiali vibranti di sdegno in ricostruzioni storiche, un po’ stiracchiate a dire il vero, per dimostrare la ferocia dell’orco sovietico. Ma di fronte al genocidio di Gaza tutti muti fino a pochi giorni fa. Al massimo qualche rimprovero, o qualche intimazione verbale a favore di telecamere data con tono fermo e cipiglio austero da Tajani: ho detto di fermarsi!

Noi italiani, che al fondo siamo sempre brava gente, abbiamo mandato aiuti, affidandone la distribuzione agli israeliani, ospitato e curato bambini e famiglie di giorno. Di notte invece commerciavamo in armi con un paese in guerra, vietato dalla Costituzione, che commetteva genocidio. Visto che le massime cariche dello Stato si appellano sempre al diritto internazionale occorre ricordare che, se provato, chi ha consentito questo commercio è complice di genocidio.

Nessuna sanzione a Israele, nessuna convocazione dell’ambasciatore neanche quando cittadini italiani venivano rapiti in acque internazionali. Anzi il governo ha chiesto la cortesia di non maltrattare troppo questi cittadini italiani che, al contrario delle istituzioni, non hanno girato il capo dall’altro lato. Non solo ma, a quanto pare, consentiamo al Mossad di scortare la squadra israeliana a Udine.

All’improvviso cambia il clima. L’indignazione popolare sale in tutto il mondo quando l’amico Bibi ordina di radere al suolo Gaza City, mettendo sempre più in difficolta l’ignavia e la vigliaccheria dei governi Ue che sono sempre più in imbarazzo. Tanto che atterriti all’idea che nella vicenda Flotilla ci scappasse il morto hanno pregato e implorato, quelli che i leoni da tastiera e Renzi chiamano croceristi, di fermarsi. Persino Mattarella è intervenuto con un accorato appello, ma si sa la gesuitica saggezza o la si pratica da bambini o non la si può insegnare.

Se siamo intellettualmente onesti se i governanti italiani e Ue possono sentirsi, ovviamente in pubblico, un filo imbarazzati dal comportamento degli israeliani dato lo sdegno popolare, a Trump non gliene po frega’ de meno. La svolta c’è stata per un errore fatale di Bibi, senza il quale il massacro sarebbe continuato fino allo sterminio totale. Le bombe sul Qatar e su chi stava negoziando. E questo persino a Trump è parso troppo.

Non certo per aver tentato di uccidere le delegazioni del nemico, che neanche nel Medioevo era lecito, ma perché in Qatar ci sono i soldi. Quelli veri. Oltre alle fonti energetiche che servono tanto a quel che resta dell’Occidente e a Trump e ai suoi affari. Bombardare proprio l’amichetto del cuore che gli aveva appena regalato un aereo, mica il Kugel o la crostata ricotta e visciole!

E poi il mondo arabo in subbuglio che parla di Nato araba, i Sauditi che firmano accordi di assistenza bellica reciproca con il Pakistan, potenza atomica. Insomma il terrore che saltasse tutto il cucuzzaro della influenza occidentale in Medio Oriente. Errore fatale. In un amen e senza difficoltà Trump vede gli arabi e intima a Bibi di fermarsi.

Ecco non capisco. Trump merita il Nobel per la Pace per aver fermato gli assassini dell’IDF o di essere processato per averlo fatto prima? Come direbbe Lucrezio ‘medio de fonte leporum surgit amari’. Insieme alla felicità della pace c’è l’amaro della certezza che nessuno pagherà. A parte i leader di Hamas uccisi e i poveri palestinesi, non Bibi e neanche i nostri vigliacchi governanti.

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