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martedì 4 febbraio 2025

Chiusi i manicomi. Aperti i CPR

 

Intervista a Luca Rondi, autore con Lorenzo Figoni di Gorgo CPR, libro sui luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione edito da Altreconomia.

di Ettore Macchieraldo e Valentina Valle B.

 

Ettore: il libro è fatto molto bene, non posso dire che sia bello perché le cose che ci sono scritte non lo sono. Mi è piaciuta molto la citazione finale di Fenoglio, che è un po’ la chiave di lettura del libro.

Quello da cui volevo partire, però, è il fallimento totale della politica dei rimpatri. La finalità dei CPR dovrebbe essere quella ma, in realtà, i dati che riporti fanno emergere che solo il 16% delle persone che dovrebbero esserlo vengono rimpatriate. E così?

Luca: Sì, assolutamente. In termini numerici nel 2023 su 28.347 persone destinatarie di un provvedimento di espulsione, dai CPR italiani ne sono state rimpatriate “solo” 2.987, ovvero il 10%. Numeri irrilevanti, mentre “pesa” la sofferenza patita dai pochi che subiscono un rimpatrio forzato. Immaginate che cosa significa essere svegliati nella notte in una stazione del CPR, essere scortati da tre poliziotti su un aereo e ritrovarsi nel proprio paese di origine poche ore dopo.

La follia a mio avviso è pensare che una politica efficace di rimpatrio possa essere, in primo luogo possibile e, in secondo, auspicabile. Pensiamo al caso del Gambia: un terzo del Prodotto Interno Lordo è generato dalle rimesse, ovvero i soldi che vengono mandati a casa dalle persone che sono emigrate dal paese. Per un Presidente di un simile Stato accettare un rimpatrio forzato di migliaia di cittadini dall’Europa significa mettere ulteriormente in ginocchio un’economia che già fa fatica. E poi, aggiungo, spesso i rimpatri possono trasformarsi in una brutta parentesi nelle storie di immigrazione delle persone. Tantissimi cittadini tunisini, di cui ho ascoltato le storie, sono stati rimpatriati e una volta rientrati nel loro paese di origine hanno passato il loro tempo a mettere da parte i soldi per ripartire e così tornare in Italia. In alcuni casi tentando anche quattro o cinque volte.

Ettore: La questione del fallimento della politica dei rimpatri non è, in realtà, funzionale a mantenere una quota di manodopera nel mercato del lavoro illegale, in nero, da sfruttare? Non potrebbe essere molto funzionale avere questo esercito di riserva di lavoratori?

Luca: L‘irregolarità è generata da un sistema che rende la richiesta d’asilo l’unica via di regolarizzazione possibile nel nostro Paese. Il non avere un documento, che spesso viene visto erroneamente come una colpa, spinge le persone in situazione di vulnerabilità. Anche sul luogo di lavoro: se non hai né un contratto né un permesso di soggiorno sei doppiamente ricattabile. Si stimano 500 mila persone che sono in Italia ma restano invisibili per lo Stato, spesso non per datori di lavoro spregiudicati.

Ettore: Secondo te come sarebbe possibile ribaltare la narrazione che fa in modo che cresca la paura e la richiesta di politiche securitarie?

Luca: E’ una domanda difficile. Qualcuno potrebbe chiederci perché ci occupiamo di strutture che, in questo momento in Italia, ospiteranno più o meno 300-400 persone recluse. Qualcuno potrebbe dire che è una cosa piccola, una cosa poco rilevante e invece per noi sono veramente un simbolo. Anche chi ha una visione “chiusa” sull’immigrazione, anche chi è razzista, dovrebbe essere di fatto contro i CPR, perché i CPR non raggiungono il loro obiettivo, sono un enorme spreco di denaro pubblico e rendono le nostre città più insicure.

Non è vero che il CPR garantisce maggiore sicurezza nelle città, perché delle 6mila persone che in un anno sono transitate in un CPR, circa la metà poi tornano dalle nostre comunità dopo aver passato un mese, due mesi, tre mesi –attualmente la legge ne prevede 18– in condizioni disastrose. In un CPR non c’è alcuna attività, un giorno è uguale a quello precedente e quello successivo, con un abuso di psicofarmaci in un limbo infinito. Le terapie, all’uscita, vengono poi interrotte bruscamente, tanto quando venivano somministrate non seguivano alcun piano terapeutico. Per di più, quando si esce dal CPR, spesso si è gli ultimi, degli ultimi, degli ultimi. Si ha molta più paura di tentare una via di regolarizzazione, è molto più difficile ottenere un permesso di soggiorno etc, etc, etc. Quelle 3mila persone uscite e poi reimmesse nelle nostre comunità, perdonatemi la semplificazione, ma sono ancora più vulnerabili di quando entrarono nel CPR.

A cosa serve il CPR? Perché le persone che ci mettiamo dentro non sono nostri fratelli, nostre sorelle, non sono bianche ma arrivano da altri paesi -soprattutto alcuni- e ci permettiamo di fare a loro quello che non faremmo mai a noi. Abbiamo creato questo mostruoso sistema parallelo di detenzione. Ha un valore simbolico.

Ettore: Sì, è un messaggio…

Luca: Sì, dà un messaggio. Questa è, però, anche una grande bugia perché, sicuramente, dà un messaggio alle persone che ci passano e che soffrono e se lo portano dietro nella loro vita, ma non non ne manda nessuno alle persone che devono decidere di partire o, peggio ancora, devono in qualche modo valutare se lasciare posti come la Libia, oppure se lasciare la Tunisia. Di fronte a quelle condizioni di violenza sistematica che vivono in questi paesi, non è di certo un CPR, né in Italia né in Albania, che cambia la tua volontà di proseguire nel viaggio. Mi piacerebbe portare dei dati, purtroppo c’è solo uno studio che fa una piccola indagine in Senegal, intervistando mille uomini tra i 18 e i 40 anni, chiedendo se le nuove regole stringenti sull’accoglienza del governo tedesco siano quantomeno conosciute all’interno di questo villaggio: l’11% riteneva che fosse rilevante l’ammontare dei sussidi statali per scegliere il Paese di destinazione, meno della metà non sapeva neanche ci fossero degli aiuti pubblici. Chissà quanti sanno che cos’è il Centro per migranti in Albania. Io credo pochi. Quindi è anche una grande bugia raccontarci che questo previene le partenze.

Ettore: però determina una sudditanza nel paese in cui si è ospiti. Il messaggio è molto più questo che quello della deterrenza. Significa dire: sei in un posto dove devi stare zitto, non essere nessuno, non avere diritti e così via.

Il parallelismo con i manicomi che fate nel libro è molto azzeccato. I manicomi erano dei luoghi in cui le persone non avevano un’identità, non avevano neanche diritti finché non è arrivato Basaglia e la riforma che è stata fatta alla fine degli anni ‘70

Luca: Sì assolutamente sono d’accordo ed è il motivo per cui noi forziamo anche un po’ la mano in un titoletto di un paragrafo scriviamo proprio: chiusi i manicomi, aperti i CPR.

Il tema dei CPR si inserisce in una deriva che comunque abbiamo in termini di istituzionalizzazione. Una deriva manicomiale, lontana dal pensiero Franco Basaglia che abbiamo festeggiato lo scorso anno per i cent’anni dalla sua nascita, ma di cui ci troviamo a dover difendere le conquiste, purtroppo.

Il CPR è un manicomio che si basa su una selezione che è appunto etnico-razziale. L’Avvocato Veglio definisce l’esistenza dei CPR proprio un rito di separazione su base etnica. Questo è un dato di fatto: in queste strutture ci vanno solo le persone straniere. E poi c’è il tempo sospeso, ci sono gli psicofarmaci, c’è l’impossibilità di avere tutelata la propria salute, tantissimi punti di connessione con i manicomi. Anche architettonicamente i CPR sono impressionanti.

Valentina: La mia più grande inquietudine è capire se se ne parla troppo poco, se se ne parla nel modo sbagliato, se dall’altra parte non si vuole ascoltare oppure se gli italiani vogliono i CPR. Come diceva prima Ettore, il tuo è un bel libro, un’inchiesta fatta bene e che fa il suo dovere. Ma non è l’unica, non è una voce isolata. Perché nessuno ascolta questa voce? Non sarà che abbiamo raggiunto un tale livello di barbarie che ci porta a voler assistere a uno spettacolo macabro in cui si fa male a qualcun altro per sfogare le nostre frustrazioni? Parlando di simboli, di riti di separazione, di apartheid: non è che i CPR sono diventati una sorta di nuovo Colosseo dove diamo esseri umani in pasto a nuovi leoni? Riprendendo un po’ la domanda di Ettore su come ribaltare la narrazione sui CPR io invece chiedo: è un problema di narrazione o è un problema che qualunque narrazione utilizziamo, c’è dall’altra parte un desiderio di punire e far soffrire?

Luca: Io non ho una risposta, io so che dei CPR negli ultimi 5-6 anni se ne è parlato di più. E’ un’informazione che ha raggiunto, in qualche modo, molte più persone. Ce lo dice una serie di elementi. Qualcuno forse ha scoperto quantomeno che cos’è un CPR con il caso Albania. La quota di popolazione che conosce questo tema, tuttavia, è ancora molto piccola ed è molto piccola rispetto a una mobilitazione, a una pressione dell’opinione pubblica che potrebbe davvero incidere sul tema.

Ho l’impressione che, se io girassi per Biella e chiedessi ai passanti che cos’è un CPR, la maggior parte mi risponderebbe che non lo sa. E’ vero che ci sono tante informazioni, ma è anche vero che le mistificazioni su questo tema sono enormi e vanno in prima serata per bocca dei rappresentanti del governo: anche quando se ne parla, quindi, si rischia che non vengano descritti come un problema così grave perché tutto viene edulcorato dicendo cose false.

Sicuramente l’indifferenza è diffusa e anche l’accettazione di qualsiasi rimedio per questo grosso problema dell’immigrazione. Il nostro lavoro è smontare la narrazione che sta alla base di tutto questo.

Valentina: Sei ottimista e ne sono lieta. Anch’io preferisco pensare che sia un problema di comunicazione e capillarità dell’informazione, anche non ne sono poi così sicura.

Altre due questioni nel libro mi hanno molto colpita: la tua riflessione sullo slittamento del concetto di “accoglienza”, di come un centro di detenzione sia stato trasformato nel linguaggio comune in un “centro di accoglienza”, conferendo a questa parola un significato estremamente fuorviante, che con i CPR non c’entra niente. E poi la questione dei medici. È un po’ che rifletto sullo scollamento enorme -e agghiacciante a mio avviso- in atto tra medici e cittadini e che porta i secondi a considerare i primi come nemici, persone di cui dubitare perché al servizio di case farmaceutiche o perché collusi con poteri più o meno oscuri. Il Covid ha sicuramente dato una grossissima mano nell’acuire questa percezione, ma poi si leggono inchieste come la tua e davvero viene da chiedersi se siamo al punto di pensare a Ippocrate come “questo sconosciuto”. Possibile che con un colpo di spugna sia cancellato un giuramento vecchio di secoli? E possibile invece pensare ad “altri medici”, eredi di Basaglia, come coloro che faranno la differenza nella questione CPR?

Luca: Una delle più belle iniziative sui CPR è stata proprio lanciata dalla rete Mai Più Lager-No ai Cpr, Asgi e dalla società italiana Medici e Migrazioni. E’ stata lanciata una campagna che ricorda il “E mi non firmo” di Basaglia che invita i medici a non convalidare le richieste di idoneità per la vita ristretta nei Cpr che permettono l’ingresso delle persone nelle strutture. Tra i promotori c’è l’infettivologo Nicola Cocco rispondendo al ministro Matteo Piantedosi che sostiene che nei Cpr la salute è rispettata, sottolinea di avere una chiavetta con 3mila pagine per dimostrare l’affermazione che i Cpr sono luoghi che generano malattia. Ed è anche l’Organizzazione mondiale della sanità che sottolinea come le strutture di detenzione amministrativa siano appunto patogene di per sé. Sicuramente sui medici c’è da fare un grande lavoro anche di consapevolezza e informazione. Nel libro facciamo l’esempio di una persona che arriva all’ospedale di Firenze e deve essere portata in un CPR a migliaia di chilometri di distanza e di un medico di pronto soccorso che la visita e probabilmente non sa nemmeno cos’è un CPR, non ne ha uno nella sua regione e non sa che cosa sia, quindi fa in buona fede un certificato generico di idoneità alla vita in comunità ristretta. Lo può fare assolutamente in buona fede, per questo quella campagna è così importante a mio avviso. E’ nostro compito spargere la voce e il libro nasce per questo. Nasce per portare l’informazione sui territori, per raccontare il più possibile che cosa succede soprattutto a chi non sa che cosa sia un Cpr. E’ da lì che bisogna passare.

Ettore: Avete usato nel titolo “il gorgo,” richiamando il racconto di Fenoglio in cui c’è un bambino che si accorge, mentre tutti gli altri non se ne accorgono, che il genitore,vuole suicidarsi e lo salva. Secondo te la speranza è nei giovani o la metafora la volevate usare in un altro senso?

C’è sicuramente la speranza nei più giovani. Mi auguro che il tema della libertà di movimento sia una cosa molto più presente nelle nuove generazioni di quelle un po’ più vecchie accompagnata dalla consapevolezza che oggi si può viaggiare legalmente o meno solo se si nasce da un determinato posto. Abbiamo scelto questo titolo anche riferendoci a diverse letture del testo di Fenoglio che hanno individuato il padre come simbolo di quella classe dirigenziale che aveva favorito la vittoria del fascismo e che non riusciva a reggere il peso di quella colpa. E’ quindi il tema del collaborazionismo e della necessità che tutti coloro che sono a vario titolo coinvolti nel sistema CPR facciano la loro parte per porre fine a questo sistema. E’ vero che sapere quello che succede nel CPR è molto difficile, lo abbiamo raccontato anche nel libro quanto tempo c’è voluto, quanto sforzo in termini di richieste, però grazie al lavoro di tante e tanti oggi quelle strutture non sono più “buchi neri”: sappiamo quello che succede e dopo aver guardato nel gorgo è necessario cambiare rotta.

da qui

giovedì 19 dicembre 2024

“Chiudere tutti i Cpr”. L’appello del Tavolo asilo e immigrazione - Luca Rondi

 

In occasione della Giornata mondiale per i diritti umani del 10 dicembre, oltre 40 organizzazioni della società civile chiedono la chiusura dei Centri di permanenza per il rimpatrio. In un dettagliato rapporto danno conto delle visite svolte nelle strutture da cui sono emerse gravi violazioni dei diritti delle persone rinchiuse. Intanto, il governo italiano è in ritardo nel processo di implementazione del nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo

 

 “I Cpr vanno chiusi”. Senza mezze misure le oltre quaranta organizzazioni della società civile del Tavolo nazionale asilo e immigrazione (Tai) chiedono la fine dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Lo fanno dalla sede nazionale della Cgil di Roma in occasione della Giornata mondiale per i diritti umani del 10 dicembre, presentando il report “Cpr d’Italia: porre fine all’aberrazione” che dà conto degli accessi effettuati il 15 aprile 2024 in otto centri, ma più in generale, fa il punto sullo stato di salute della detenzione amministrativa in Italia. “La situazione nelle strutture è apparsa particolarmente problematica -spiega Filippo Miraglia, responsabile nazionale immigrazione dell’Arci-. Queste criticità denunciano una gestione sistematicamente carente dei Cpr, che non solo compromette la tutela dei diritti fondamentali dei trattenuti, ma rende anche impossibile un monitoraggio indipendente e trasparente, ostacolando ogni tentativo di miglioramento”.

Come già emerso in oltre vent’anni di inchieste, denunce e rapporti -l’abbiamo raccontato anche nel nostro saggio “Gorgo Cpr“- le visite agli otto Cpr hanno confermato che le condizioni di trattenimento sono caratterizzate da sovraffollamento delle unità di alloggio, isolamento alternato e mancanza di privacy, qualità dei pasti scadente e dannosa, condizioni igienico-sanitarie critiche, mancanza di protocolli di collaborazione con enti sanitari e associazioni di volontariato, carenza di personale specializzato quale mediatori culturali, psicologi e personale sanitario. “Questi fattori evidenziano un clima di degrado e abbandono -aggiunge Miraglia- che colpisce i trattenuti con gravi ripercussioni sulla loro salute fisica e mentale, così come il personale dei centri”.

Il tutto a dei prezzi esorbitanti. Secondo lo studio “Trattenuti” di ActionAid e dell’Università di Bari riportato nel Rapporto, tra il 2018 e il 2023, il sistema ha comportato un costo di quasi 93 milioni di euro, di cui il 64% destinato agli enti gestori. Il costo medio annuo di una struttura si aggira sui 1,65 milioni di euro, con una spesa media per trattenuto di oltre 25mila euro l’anno. “Inoltre, secondo lo stesso studio, il sistema è inefficace -spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano per i rifugiati (Ics)- dai dati raccolti nel periodo 2014-2023, a fronte di 279.231 provvedimenti di allontanamento emessi, i rimpatri effettivi dai Cpr rappresentano una percentuale minima, raramente superiore al 10%. Sebbene dal 2018 al 2023 la media dei rimpatri rispetto agli ingressi nelle strutture sia del 47,6%, tale dato è fortemente distorto dalla prevalenza di cittadini tunisini, che costituiscono quasi il 70% dei rimpatriati grazie agli accordi bilaterali con la Tunisia. Per le altre nazionalità, la percentuale di rimpatri scende sotto l’8%”.

Il tema della tutela della salute delle persone rinchiuse si è di nuovo rivelato estremamente critico. “Le delegazioni hanno registrato condizioni sanitarie precarie, con servizi medici insufficienti e abuso nella somministrazione di psicofarmaci e la mancanza o l’inadeguatezza di protocolli sanitari che aggravano i problemi di salute dei trattenuti -aggiunge Schiavone-. Le pessime condizioni fisiche e mentali dei trattenuti nei Cpr sono correlate a numerosi episodi di suicidio e autolesionismo riportati in vari centri”. Tutte queste criticità portano il Tai a sottolineare come ciò che connota questi luoghi “non è un’inefficienza gestionale bensì un’aberrazione strutturale costituita da un sistema di compressione delle libertà dell’individuo le cui finalità reali risultano del tutto diverse da quelle pubblicamente dichiarate”. Ed è per questo motivo che secondo Miraglia “il primo e più importante risultato di questo lavoro congiunto tra la società civile e i rappresentanti politici, che registriamo con favore, è quello di far emergere i problemi strutturali della detenzione amministrativa e portare i partiti dell’opposizione sulle nostre posizioni, per la chiusura della stagione del diritto speciale dello straniero”. Alla presentazione del rapporto il 10 dicembre erano presenti diversi parlamentari e senatori dell’opposizione, da Alleanza Verdi e Sinistra a Più Europa, fino a una nutrita delegazione del Partito Democratico.

In questo contesto incide poi il nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo adottato dal Parlamento europeo nell’aprile 2024. Le nuove regole comunitarie, infatti, rischiano di tradursi in un ulteriore incremento dell’uso della detenzione amministrativa con la trasformazione dello “straordinario” in “ordinario”: “Le procedure di frontiera e le procedure accelerate -che implicano un esame rapido e sommario delle richieste di asilo, basato principalmente sulla provenienza geografica e non sulla storia individuale, contrariamente a quanto stabilito dal diritto di asilo- diventano obbligatorie in molte circostanze”, scrivono gli autori del report. Nell’attesa dell’esito della richiesta di protezione internazionale le persone dovranno “rimanere a disposizione” delle autorità per massimo 12 settimane in centri che sorgeranno vicino ai punti di sbarco ma non necessariamente solo in quelle zone. Il legislatore non fa esplicito riferimento alla detenzione ma i rischi che questo poi succeda nei fatti è elevatissimo. “Il meccanismo dello screening e quello della procedura accelerata -scrive il Tai- rischiano di trasformare i sistemi di accoglienza degli Stati in sistemi di detenzione, istituzionalizzando un modello già sperimentato in modo fallimentare nelle isole greche”.

Resta poi il nodo del numero dei posti, sul quale è utile fare riferimento alla simulazione proposta dalla ricercatrice Daniela Movileanu per il Forum per cambiare l’ordine delle cose. Nel 2023, ad esempio, secondo le nuove regole del Patto, il totale delle persone finite in procedura di frontiera sarebbe stato pari a circa 94mila a fronte di 2.938 posti disponibili nei Cpr e negli hotspot. “L’Italia dovrebbe aumentare la propria capacità detentiva di oltre dieci volte quella attuale”, si legge nel rapporto.

Il Governo Meloni avrebbe dovuto presentare entro il 12 dicembre 2024 il “Piano di implementazione” del Patto europeo. Non succederà, i tempi saranno più lunghi. Lo ha confermato il 9 dicembre il prefetto Laura Lega a capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione che ha incontrato alcuni esponenti della società civile, promotori della “Roadmap per il diritto d’asilo e la libertà di movimento”. “Abbiamo avuto la conferma che non sono state previste azioni consultive, come invece richiesto dal Parlamento, per la stesura del piano di implementazione -spiega Giovanna Cavallo, del Forum cambiare l’ordine delle cose (qui il comunicato stampa completo)-. Nell’incontro purtroppo non sono state illustrate le bozze del programma in via di elaborazione. Questa mancanza di trasparenza e confronto è preoccupante e abbiamo chiesto con determinazione l’apertura di percorsi di confronto concreto sulle azioni che il governo dovrà intraprendere”.

da qui

lunedì 19 giugno 2023

Altreconomia fa il punto sui CPR

 

Ors, Ekene, Engel, Badia Grande: le “regine” dell’affare milionario dei Cpr - Luca Rondi

 

Un nuovo rapporto Coalizione italiana libertà e diritti (Cild) pubblicato a inizio giugno approfondisce, dati alla mano, i guadagni e la gestione problematica da parte di cooperative e multinazionali dei Centri per il rimpatrio attivi in Italia. Una “partita” da oltre 56 milioni di euro tra 2021 e 2023 in cui a perderci sono “solo” i reclusi

L'Affare Cpr è il nuovo report della Coalizione italiana libertà e diritti civili, pubblicato a inizio giugno 2023

 

Per il triennio 2021-2023 il ministero dell’Interno ha messo a bando 56 milioni di euro per la gestione dei dieci Centri di permanenza per il rimpatrio attivi nel nostro Paese, luoghi dove vengono recluse le persone “irregolari” in attesa di espulsione. La gestione (o meglio, la malagestione) di queste strutture è nelle mani di diversi soggetti: dalle multinazionali Gepsa e Ors alle società come Engel srl alle cooperative come Edeco-Ekene e Badia Grande come ha ricostruito in dettaglio la Coalizione italiana libertà e diritti (Cild) nel nuovo rapporto “L’Affare Cpr, il profitto sulla pelle delle persone migranti”, pubblicato a inizio giugno 2023. E che sottolinea come sempre più spesso si verifichino due tendenze: da un lato la “minimizzazione dei costi da parte del pubblico”, quindi il ministero dell’Interno tramite gli uffici territoriali, dall’altro la “massimizzazione dei profitti da parte dei privati” che si traduce negli scadenti servizi offerti ai trattenuti. “L’affidamento ai privati comporta il rischio di ‘diluire’ le responsabilità delle autorità pubbliche -si legge nel report– consentendo ai privati di speculare sulla pelle delle persone detenute”.

Dati di bilancio, bandi di gara, contratti di aggiudicazione e inchieste giudiziarie alla mano i sei autori del rapporto (Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Manda, Federica Borlizzi, Eleonora Costa e Oiza Q. Obasuyi) tratteggiano il “mostruoso stato di eccezione” che caratterizza la vita di reclusione all’interno dei Cpr e ricostruiscono gli affari delle società e delle multinazionali che gestiscono queste strutture in Italia. Già, perché al fianco delle cooperative (stabilmente coinvolte dal 2011 in avanti) solo negli ultimi dieci anni hanno cominciato a inserirsi sul mercato anche grandi realtà del mondo profit attratte dalla “filiera molto remunerativa” del trattenimento dei migranti. Una filiera in cui i bandi delle prefetture vengono quasi sempre vinti dai privati con offerte al ribasso proprio per massimizzare il profitto. Solo in pochi caso gli importi finali sono stati dichiarati alla Cild: i 56milioni di euro stimati su tre anni (iva esclusa) sono quindi una cifra indicativa, perché conteggiano le cifre indicate in base d’asta delle gare d’appalto, ma non quelle di aggiudicazione. In ogni caso, a questi costi vanno sommati quelli del personale di polizia e quelli relativi alla manutenzione delle strutture.

Una delle principali protagoniste del settore è Organisation for refugees services (Ors), società con sede in Svizzera a Zurigo, che sul proprio sito internet si presenta come “leader nei settori dell’accoglienza e della detenzione amministrativa dei migranti in tutta Europa” da oltre trent’anni. Un colosso con più di 1.400 dipendenti che nel 2021 gestiva oltre cento strutture tra Svizzera, Austria, Germania e appunto Italia. L’ingresso nel mercato del nostro Paese è avvenuto con dinamiche “particolari”: Ors Italia, società a responsabilità limitata interamente controllata dalla casa madre elvetica, risulta iscritta nel registro delle imprese dal 25 luglio 2018, meno di due mesi dopo l’insediamento del Governo Conte I con Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Ma l’azienda da avvio alla propria attività economica, si legge nel report, solo a gennaio 2020: un inizio “prodigioso” perché Ors Italia riesce ad aggiudicarsi la commessa da oltre 572mila euro per la gestione del Cpr di Macomer, in Sardegna, nel dicembre 2019, quando era ancora inattiva.

Un dettaglio che non sfugge né ad Erasmo Palazzotto, che in un’interrogazione parlamentare presentata a metà maggio 2020 chiede al ministero dell’Interno come sia possibile che una società senza alcuna concreta esperienza sia ritenuta idonea alla gestione del centro; né al Tar del Friuli-Venezia Giulia. Già, perché l’attenzione di Ors Italia, un mese dopo essersi aggiudicata il bando per il Cpr sardo, si concentra su Trieste dove la neonata società vince anche quella indetta dalla prefettura per “Casa Malala”, un centro di accoglienza chi arriva dalla rotta balcanica, con un ribasso del 14% (pari a 788mila euro) sulla base d’asta. Il Consorzio italiano rifugiati (Ics), secondo in graduatorio non ci sta e presenta ricorso: il 17 dicembre 2020 è il Tribunale amministrativo regionale a escludere dalla gara Ors Italia sottolineando come “lo stato di inattività di un’impresa sia preclusivo alla possibilità di concorrere a una gara per l’aggiudicazione di un pubblico appalto”. A Macomer, però, nulla cambia: in un cortocircuito per cui un tribunale dichiara che una società non è idonea a gestire una struttura mentre, in un’altra Regione, questa può continuare a svolgere il proprio lavoro.

Gli affari di Ors Italia non si fermano alla Sardegna. In meno di due anni la società si aggiudica la gestione di due strutture di accoglienza a Bologna (settembre 2021) e Milano (ottobre 2021) cui seguono il Cpr di Ponte Galeria a Roma (dicembre 2021) e quello di Torino (febbraio 2022). Gli affari girano, insomma, anche grazie all’attività di lobby svolta dalla società di consulenza” Teleos analisi e strategie”, con cui l’azienda elvetica ha siglato un accordo nel 2020. “Non c’è niente di illegale in tutto questo -si legge nel report– ma è interessante notare come Ors sia l’unica tra le cooperative e società multinazionali che hanno gestito o gestiscono un Cpr ad avere consulenti che rappresentano i suoi interessi alla Camera dei deputati”.

Il tratto comune della gestione di Ors, da Nord a Sud, dai Cas al Cpr è il massimo ribasso nei servizi per vincere, a qualunque costo, i bandi di assegnazione. Basti pensare che per “Casa Malala” aveva proposto tre pasti al giorno a meno di cinque euro pro-capite. “Non appare difficile immaginare -scrivono i ricercatori di Cild- come questa corsa al ribasso possa incidere sui diritti delle persone accolte o trattenute nei centri gestiti da Ors”. Intanto, la casa madre ha fatto il “salto”: nel settembre 2022 è stata acquisita da Serco Group plc, gruppo britannico che offre numerosi servizi tra cui il “trasporto e controllo della circolazione stradale in aree pubbliche e private, aviazione, contratti militari e armi nucleari, gestioni di centri di detenzione e prigioni”.

Dal settore turistico al business dell’accoglienza e del trattenimento dei migranti. È questa la parabola seguita invece da Engel Italia Srl, società nata nel 2012 e con sede legale a Salerno, città nella quale sorge il primo resort di proprietà. Un albergo che, ben presto, è stato trasformato in centro di accoglienza. Le difficoltà economiche incontrate negli ultimi mesi dall’azienda non hanno fermato la partecipazione alle gare d’appalto bandite dalle prefetture: dopo aver ottenuto l’affidamento del Cpr di Palazzo San Gervasio (in provincia di Potenza), recentemente è riuscita anche ad acquisire la gestione del Centro per il rimpatrio di via Corelli a Milano per un importo stimato di quasi cinque milioni di euro. Lo ha fatto attraverso la controllata Martinina Srl, a cui nel gennaio 2022 ha ceduto un ramo d’azienda.

Da Potenza al capoluogo lombardo, le criticità nella gestione sono comuni: violazione del diritto alla salute e alla difesa legale dei migranti rinchiusi nelle due strutture, cui viene impedito anche di comunicare liberamente con l’esterno. Due ex operatrici di via Corelli hanno raccontato che “l’ente non garantisce ai trattenuti acqua calda per lavarsi, riscaldamento, coperte, oltre a rifiutarsi di pagare molti farmaci (tranne le benzodiazepine, gli unici farmaci che permetteva di comprare). Le stesse hanno riferito che non sono mancati i maltrattamenti nei confronti delle persone trattenute, che sembra venissero definite ‘merde’ o ‘bestie’ o con un numero”. A questo si aggiungono le pessime condizioni di lavoro dei dipendenti. “Le operatrici denunciano come perfino i medici del Centro, così come chi si occupava del servizio mensa, non ricevessero lo stipendio per mesi, e, conseguentemente, diversi prendevano la decisione di dimettersi”, si legge nel report

Tra i colossi della detenzione amministrativa nel nostro Paese non si può non citare la multinazionale Gepsa (società controllata dal colosso energetico Engie) che in Francia gestisce i servizi ausiliari di diversi istituti penitenziari e che nel 2011 ha iniziato ad affacciarsi anche in Italia, affermandosi nel settore dell’accoglienza con una “strategia aggressiva”: “Per mesi ha continuato ad aggiudicarsi appalti offrendo un ribasso sui prezzi a base dell’asta dal 20 al 30% inferiori a quelli dei suoi concorrenti”, si legge nel report. Ottenendo così la gestione dei Cpr di Roma (2014-2017), Torino (2015-2023) e Milano (2014-2017).

Affari milionari che proseguono ancora oggi. Gepsa, infatti, ha gestito il Cpr di corso Brunelleschi a Torino (oggi chiuso a seguito delle proteste dei reclusi che hanno reso inagibile le strutture) fino al marzo 2023: “In questo periodo si sono verificate due morti e numerosi casi di autolesionismo e rivolta”, osservano i curatori del rapporto. Inoltre, si sottolinea come “le visite di idoneità al trattenimento effettuate, non dal medico del Sistema sanitario nazionale, come richiesto dalla normativa, bensì da personale sanitario convenzionato con l’ente gestore”. Un evidente conflitto di interessi che caratterizza tutto il sistema Cpr: il datore di lavoro, società o cooperativa che sia, guadagna sulle presenze effettive (quindi per ogni persona che è nel centro e non per il singolo posto messo a bando), avrà interesse nel tenere reclusa la persona e non rilasciare anche se per ragioni sanitarie.

È “italianissima”, invece, la cooperativa Badia Grande nata nel luglio 2017, leader nel settore soprattutto nel Mezzogiorno, dove ha gestito hotspot (Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Messina), Centri per l’accoglienza straordinaria (Cas) e negli ultimi anni anche Cpr. La cooperativa è al centro di diverse inchieste giudiziarie. A Bari, dove Badia Grande si è aggiudicata per cinque milioni di euro la gestione del Cpr, l’accusa dei giudici è “frode nell’esecuzione del contratto di affidamento servizi e forniture relativi al funzionamento del Cpr” con specifico riferimento alla “fornitura del servizio di assistenza sanitaria”. Accuse simili arrivano anche in merito al funzionamento del Cpr Trapani Milo tra il 2017 e il 2019.

I processi riguardano Antonio Manca, l’allora rappresentante legale della cooperativa, rinviato a giudizio dalle procure di Trapani e Bari problematizzando le modalità di gestione dei centri. Proprio queste inchieste, a maggio 2023 hanno fatto fare un “passo indietro” alla Prefettura di Trapani che nell’aprile 2022 aveva assegnato nuovamente a Badia Grande la gestione del Cpr attivo in città con un capienza di 204 posti per una base d’asta di cinque milioni e mezzo di euro. Sette mesi dopo, l’ufficio del governo ha però escluso la cooperativa della gara per “omissione informativa” rispetto alle pendenze in corso che interessano i membri di Badia Grande. Questa ha poi perso il ricorso al Tar contro questa decisione. L’avviso di conclusione delle indagini, notificato a Manca nel luglio 2021, non ha fermato la cooperativa neanche nel partecipare alla nuova gara per l’hotspot di Lampedusa avvenuta pochi mesi dopo e vinta con un ribasso del 18% rispetto alla base d’asta. Anche questa esperienza, però, è stata disastrosa e nel giugno 2023 è subentrata la Croce Rossa Italiana.

A fronte di questo triste quadro, Cild sottolinea come la detenzione amministrativa in Italia “lungo tutto l’arco della sua non-nobile storia si è caratterizzata per l’essere un autonomo binario punitivo di cui possono essere destinatari i soli migranti e cui corrispondono livelli di garanzie differenti rispetto a quelli attribuiti al resto della cittadinanza”. Anche per questo motivo, un eventuale passaggio di gestione nelle mani dello Stato, come previsto dal governo del decreto cosiddetto Cutro varato a metà maggio 2023, non cambierebbe le sorti di questi luoghi. “La detenzione amministrativa è un sistema drammaticamente inumano e non rispettoso della dignità delle persone recluse -concludono i curatori- […]. Una gestione totalmente pubblica non cambierebbe lo stato delle cose e ci riporterebbe esattamente nel luogo da dove siamo partiti: in un buco nero”.

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Abuso di psicofarmaci nei Cpr: perché la versione del ministro Piantedosi non sta in piedi - Luca Rondi e Lorenzo Figoni

 

Intervistato da Piazzapulita sulle terribili condizioni dei trattenuti nei Centri, il titolare del Viminale ha provato a confutare i risultati della nostra inchiesta “Rinchiusi e sedati”. Ma le sue tesi non reggono: dalla presunta richiesta dei reclusi all’ipotizzata presenza solo di persone con reati commessi durante la loro permanenza in Italia

 

Giovedì 25 maggio su La7 la trasmissione Piazzapulita il servizio di Chiara Proietti D’Ambra ha mostrato immagini inedite sulle condizioni di vita delle persone recluse nei Centri di permanenza per il rimpatrio italiani (Cpr). Il lavoro si è concentrato sulle strutture di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) e palazzo San Gervasio (Potenza) dando conto anche dei risultati dell’inchiesta “Rinchiusi e sedati” pubblicata da Altreconomia ad aprile e che per la prima volta ha quantificato, dati alla mano, l’abuso di psicofarmaci in cinque delle nove strutture detentive attualmente attive in Italia.

Le immagini e i dati sono stati mostrati anche al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che ha risposto alle domande della giornalista Roberta Benvenuto. Risposte lacunose, giunte tra l’altro prima in televisione rispetto alle quattro interrogazioni parlamentari presentate più di un mese fa da diversi senatori e deputati e tuttora rimaste inevase.

Il ministro ha spiegato di “escludere nella maniera più categorica che vi sia un orientamento della gestione dei Centri finalizzata alla sedazione di massa. C’è una richiesta da parte degli ospiti. Fare il confronto tra le prescrizioni all’esterno e all’interno delle strutture non ha senso perché è più facile che nei Cpr si concentrano persone per cui quel tipo di prescrizioni si rivela normale”. Come descritto nella nostra inchiesta, presentata alla Camera dei Deputati a inizio aprile con Riccardo Magi e Ilaria Cucchi, l’utilizzo di psicofarmaci rispetto a un servizio dell’Asl che prende in carico una popolazione simile è però spropositato: 160 volte in più a Milano, 127,5 a Roma, 60 a Torino e così via.

Il confronto è nato esattamente dalla necessità di quantificare un utilizzo di cui neanche le prefetture hanno contezza per partire da un dato di realtà che vada oltre le testimonianze dei reclusi. Piantedosi dichiara che non è significativo questo confronto perché il “sovrautilizzo” è dovuto al fatto che all’interno dei centri vi sono delle persone per cui quei farmaci sono necessari. Ma nell’inchiesta abbiamo riscontrato un largo utilizzo di Quetiapina, Olanzapina o Depakin, indicati nel­la terapia di schizofrenia e disturbo bipolare; Pregabalin (antiepilettico); Akineton, utilizzato per il trattamento del morbo di Parkinson (30mila compresse in due anni a Caltanissetta); Rivotril.

Se questi farmaci sono forniti tramite prescrizioni e non somministrati al di fuori di quanto previsto dal foglio illustrativo, significa nei centri si trovano persone con patologie psichiatriche gravi. Ma nel maggio 2022 una direttiva dello stesso ministero dell’Interno aveva specificato che la visita d’ingresso nel Centro per valutare l’idoneità alla “vita” in comunità ristretta nella struttura deve escludere “pato­logie evidenti come malattie infettive contagio­se, disturbi psichiatrici, patologie acute o croni­co degenerative che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette”. Delle due l’una: o le persone non possono stare nei Centri per la loro condizione sanitaria, oppure i farmaci vengono forniti off-label, senza cioè seguire un preciso piano terapeutico…

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“Perché i Centri di permanenza per il rimpatrio devono indignare” - Giulia Vicini

 

L’avvocata Giulia Vicini, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, conosce bene i Cpr e le condizioni di vita di chi vi è trattenuto. In particolare in quello di via Corelli a Milano. Luoghi di privazione della libertà, con garanzie inferiori a quelle della custodia in carcere. Stigmi cittadini. Il suo racconto

 

Cpr. A dispetto del nome e dei nomi che lo hanno preceduto -Centro di permanenza temporanea (Cpt), Centro di identificazione ed espulsione (Cie), e ora l’acronimo sta per Centro di permanenza per il rimpatrio- si tratta di un luogo di privazione della libertà personale. La stessa struttura di questi centri lo dimostra: alte mura, filo spinato e telecamere sul perimetro. Presidio costante di almeno quattro corpi di forze dell’ordine: esercito, carabinieri, polizia di Stato e Guardia di Finanza.

I francesi hanno trovato un nome per diversificare la privazione della libertà personale dei cittadini stranieri in attesa di rimpatrio dalla detenzione nelle carceri ed è “retention”. In Italia si parla di trattenimento amministrativo. Come lo si voglia chiamare, si tratta della stessa privazione della libertà personale a cui sono sottoposti coloro che sono stati condannati per avere commesso dei reati. Chi sta nel Cpr non può andare da nessuna parte e risponde a regole che sono proprie del carcere, nonostante siano diversi i presupposti per il trattenimento e anche le garanzie e le tutele del trattenuto.

I trattenuti nel Cpr sono cittadini stranieri in attesa dell’espletamento delle procedure di esecuzione di un rimpatrio forzato. Tra i presupposti (quantomeno quelli previsti dalla legge) per il trattenimento presso il Cpr vi è quindi anzitutto di non avere o non avere più un titolo per soggiornare regolarmente nel territorio nazionale, un permesso di soggiorno. Prendendo in prestito uno degli alienanti nomi in voga nel dibattito pubblico, chi può essere trattenuto al Cpr è “irregolare”. O, peggio ancora, “clandestino”. Ma, sempre in forza delle norme di legge, l’irregolarità non è sufficiente perché si possa applicare la misura del trattenimento presso il Cpr. È anche necessario che lo straniero sia “espellibile”, che possa essere destinatario di un provvedimento di rimpatrio. Questo perché l’ordinamento nazionale prevede delle ipotesi in cui il cittadino straniero, pur non avendo un permesso di soggiorno, non può essere allontanato dal territorio nazionale. È il caso dei minori, delle donne in stato di gravidanza e -quantomeno fino alla recente riforma della protezione speciale- di coloro che avevano maturato in Italia dei legami famigliari o sociali significativi e degni di protezione.

Ulteriore presupposto perché le autorità di pubblica sicurezza possano ricorrere al trattenimento è che il provvedimento di rimpatrio comminato possa essere eseguito con la forza. L’uso della forza e il trattenimento sono infatti previsti come ultima ratio per garantire l’esecuzione del rimpatrio. L’ordinamento disciplina delle misure alternative, meno afflittive della libertà personale, quali ad esempio l’obbligo di firma e il ritiro del passaporto.

Questi i presupposti di legge. L’esperienza però ci mostra che nei Cpr vengono spesso trattenute persone inespellibili o che potrebbero avere accesso a misure alternative. Quello che è certo è che chi è trattenuto presso il Cpr non ha commesso alcun reato, o quantomeno non è trattenuto per avere commesso un reato. Il suo trattenimento è unicamente finalizzato a consentire alle autorità di pubblica sicurezza di rimuoverlo forzatamente dal territorio.

Che il trattenimento nel Cpr non sia conseguenza di alcun reato è tanto più evidente se si considera che anche chi vi è trattenuto dopo avere espiato una pena in carcere non lo è per “pagare” una pena -appunto già pagata altrove- ma per essere identificato, in un sistema che si rivela incapace, o forse disinteressato a procedere all’identificazione e al riconoscimento durante la (spesso lunga) permanenza in carcere.

Per riassumere, della popolazione del Cpr fanno parte coloro che entrano nel territorio senza un titolo per l’ingresso o il soggiorno o che entrano con un titolo trattenendosi però oltre la sua scadenza. Coloro che perdono un titolo di soggiorno spesso per cause non a loro imputabili, quali la perdita dell’occupazione. Ma anche i richiedenti asilo. Coloro che chiedono protezione internazionale perché in fuga da persecuzioni e guerre.

Il decreto legge 20/2023 convertito in legge 50/2023 ha peraltro reso il trattenimento del richiedente asilo la norma ogni qualvolta la domanda è presentata “in frontiera”. Dove il concetto di frontiera si amplia a dismisura ricomprendendo territori scelti senza alcuna apparente ragione (si pensi ad esempio Matera) con la conseguenza che alla domanda di protezione presentata in questi territori seguirà un trattenimento. Le direttive europee prescrivono che il trattenimento del richiedente protezione debba rappresentare una misura eccezionale e che si debbano distinguere i luoghi di trattenimento perché diversi sono i presupposti e diverse le procedure e le garanzie. Nondimeno i richiedenti asilo possono essere trattenuti fino a dodici mesi negli stessi luoghi dei cittadini stranieri in attesa di esecuzione del rimpatrio.

Quando e quanto si può essere trattenuti nel Cpr? Sul quando, si è già detto, lo straniero che viene portato al Cpr non è solo quello che è appena entrato in Italia ma anche quello che si trova nel territorio da moltissimi anni e che nel territorio ha costruito un percorso di vita. Sul quanto vale la pena interrogarsi perché la disciplina degli stessi termini del trattenimento dimostra l’esclusiva funzionalità alla conclusione di un procedimento -quello di espulsione- che molto spesso le autorità non portano a termine. La proroga del trattenimento, dopo i primi trenta giorni, può infatti essere consentita dal Giudice di pace solo se “l’accertamento dell’identità e della nazionalità ovvero l’acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà”. Il trattenimento può essere prorogato per altri trenta giorni solo se risulta probabile che il rimpatrio venga eseguito. Il trattenimento non solo è funzionale all’esecuzione del rimpatrio ma anche spesso determinato da inefficienze o ritardi della Pubblica amministrazione.

Dove si consuma il trattenimento ai fini del rimpatrio? Nonostante le nostre preoccupazioni e la nostra indignazione riguardino spesso, legittimamente, i Cpr, gli stranieri destinatari di misure di rimpatrio vengono trattenuti anche negli aeroporti. In quella Malpensa in cui i titolari di passaporto italiano transitano senza alcun ostacolo e in cui i cittadini stranieri a cui si contesta di “non avere i documenti in regola” al momento del loro arrivo vengono trattenuti anche fino a otto giorni, in aree sterili, senza vedere la luce del giorno e senza avere accesso ai loro oggetti personali, e poi vengono “accompagnati” all’aereo che li riporta a casa. Dall’entrata in vigore del decreto legge 113/2018 è inoltre possibile trattenere presso dei locali all’interno delle questure in attesa di rimpatrio. E negli uffici di via Montebello della questura di Milano questi locali esistono e vengono comunemente utilizzati.

Infine, quello che forse più deve indignare è come si svolge il trattenimento. Ai trattenuti nel Cpr sono riconosciute garanzie inferiori a quelle della custodia in carcere, tanto nel procedimento che porta alla privazione della libertà, quanto nelle condizioni materiali di tale privazione. Il caso dell’utilizzo della forza pubblica per l’esecuzione del rimpatrio di cittadini stranieri è l’unico per cui -in alcune ipotesi- la legge nazionale esclude la necessità di una convalida giudiziaria. Questo vale per i respingimenti “immediati” ai valichi di frontiera e anche, con l’entrata in vigore del decreto legge 20/2023, per chi è destinatario di misure di espulsione di carattere penale. Anche dove una convalida giudiziaria è prevista, la stessa è molto al di sotto degli standard del giusto processo, con udienze che si svolgono da remoto, senza concedere ai legali adeguato tempo per conferire con l’assistito, e hanno una durata complessiva di poco più di un quarto d’ora. Nel procedimento di convalida, inoltre, opera spesso un’inversione de facto dell’onere della prova in cui lo straniero deve offrire prova documentale di tutto quello che deduce mentre sulle dichiarazioni rese dalla Questura, parte istante, si fa cieco affidamento.

Quanto alle condizioni, l’ampia reportistica risultante dai sopralluoghi effettuati presso i Cpr è più che eloquente. Lo straniero trattenuto non riceve alcuna informativa sui diritti e sui servizi a cui ha titolo. Significativo è che lo stesso venga identificato e arrivando nella sala colloqui con l’avvocato si identifichi con un numero. Quando si iniziano a identificare le persone con i numeri la storia ci insegna che non si arriva mai a nulla di buono.

Giulia Vicini, avvocata, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

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giovedì 20 gennaio 2022

ricatti umanitari

 Afghanistan, ricatto umanitario - Emanuele Giordana

 

Prendere per fame un popolo equivale a un crimine contro l’umanità. Riflessioni su una crisi arrivata a un punto di non ritorno -

 

Se il futuro politico dell’Afghanistan resta una nebulosa, è invece drammaticamente chiaro il suo destino umano da qui a primavera, quando l’inverno che già attanaglia il Paese avrà reso noto il bilancio delle sue vittime. È un bilancio già largamente annunciato dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie sin dai primi mesi dopo la fine di una guerra ventennale chiusa con un bilancio di almeno 250mila vittime.

Ma nonostante gli allarmi e le messe in guardia poco si è mosso. Una settimana fa gli Usa, che hanno congelato i beni della Banca centrale afgana che si trovano fuori dal Paese, hanno aperto una porticina che consente a Onu e Ong di aiutare l’Afghanistan senza incorrere nelle sanzioni approvate dal Congresso. Ciò sbloccherà anche una parte dei fondi della Banca Mondiale ma solo per l’aiuto umanitario.

In buona sostanza, si è fatto poco o nulla e solo in ambito umanitario anche se è evidente che se non si pagano insegnanti, medici, funzionari e così via, la macchina dello Stato finirà per incepparsi facendo collassare il Paese e riattizzando le speranza di chi crede che la battaglia contro il regime talebano si possa trasformare in un nuovo focolaio bellico.

Quanto si potrà fare per gli afgani dipende dunque dalla capacità negoziale soprattutto delle Nazioni Unite, strette tra un governo locale che non vuole imposizioni ma ha bisogno di aiuto, e le sanzioni di un Paese che ha perso la guerra ma adesso sembra volerle usare per vendicarne l’onta.

In tutto ciò l’Europa fa melina come al solito e con lei l’Italia. Continuando a rivendicare il salvataggio d’agosto si chiudono le frontiere e si evita di parlare di altri salvataggi futuri ma soprattutto non si affronta il nodo del rapporto coi Talebani.

E continuando a dire che non li si deve riconoscere non si fa che rimandare una possibile trattativa (che non è di per sé un riconoscimento), peraltro inevitabile sia se si vogliono difendere i diritti che si continuano a sbandierare, sia per «non lasciar soli gli afgani», un mantra che col tempo perde sempre più significato.

Più a Est, Roma non riconosce la giunta golpista birmana ma si è ben guardata – a ragione – di chiudere la nostra ambasciata che resta sia un baluardo di difesa dei nostri concittadini che incappino nelle maglie della giunta, sia un possibile tassello di attività negoziale, se mai si avviasse, pur senza riconoscere i golpisti.

Benché non sbandierate e ufficialmente non rifinanziate, molte attività di cooperazione sono ancora in piedi: evitano che contadini, malati di Covid, anziani e bambini soffrano colpe che non hanno. Ma coi Talebani non si può fare. Vengono disegnati come i più cattivi dei cattivi benché in questi 4 mesi abbiano ucciso, dicono le indagini sulle esecuzioni sommarie, un centinaio tra attivisti e collaborazionisti. I birmani ne hanno ammazzati circa sei volte tanto.

In politica i paragoni servono forse a poco, ma ciò che preoccupa dell’Afghanistan è che questa guerra persa e su cui ci rifiutiamo di ragionare, pronti ad affrontarne di nuove, ci sta facendo fare grandi passi indietro. Ha colpito che la viceministra Marina Sereni abbia detto alcuni giorni fa a Trento che in Afghanistan «la comunità internazionale ha in mano la leva molto importante dell’aiuto umanitario».

E se l’uscita poco felice della viceministra poteva aprire un contraddittorio, il portale del suo partito (Area Dem) sceglieva di titolare così la sintesi del suo intervento: «Fare leva su aiuti umanitari per chiedere rispetto dei diritti». Esattamente il contrario di quanto richiede l’aiuto umanitario, che a unica tutela – come vuole la Carta dei diritti dell’uomo – deve solo esigere che l’azione sia equa. Senza distinzioni di genere, etnia, classe sociale. Aiuto non ricatto.

Ma non si è vista la più piccola ombra di dibattito su un tema gigantesco su cui dovremmo avere avuto, dalla battaglia di Solferino e poi dal Biafra, la lezione ormai assodata che gli aiuti umanitari non vanno mai messi in discussione: si danno e basta. A Solferino Henry Dunant fondò la Croce rossa 160 anni fa proprio perché la cura non facesse distinzioni. L’accerchiamento del Biafra da parte della Nigeria alla fine degli anni ‘60 fece nascere Msf e fece capire al mondo che prendere per fame un popolo equivale a un crimine contro l’umanità.

https://www.lettera22.it/afghanistan-dilemma-umanitario/

 

  

 

https://www.atlanteguerre.it/afghana/ foto di Giuliano Battiston

 

 

 

Afghanistan: l’ONU lancia il più grande appello umanitario della storia - Valeria Cagnazzo

 

“Un milione di bambini”. La voce del Coordinatore ONU per gli Aiuti di Emergenza, Martin Griffiths, trema quando lo ripete. “Un milione di bambini – le cifre sono così difficili da immaginare quando sono di questa entità – ma che un milione di bambini siano a rischio di malnutrizione acuta severa è un dato scioccante”. I bambini di cui parla sono quelli afghani, nati e cresciuti senza mai conoscere la pace e adesso travolti da quella che nel 2022 potrebbe diventare la più grave catastrofe umanitaria di tutto il pianeta. È per questo che l’11 gennaio a Ginevra è stato lanciato il nuovo piano congiunto delle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative in risposta all’emergenza in Afghanistan. I finanziamenti dovrebbero essere destinati al soccorso umanitario di 22 milioni di afghani e di 5.7 milioni di profughi.

 

Si tratta della più grande richiesta di aiuti nella storia dell’ONU per un singolo Paese. “Oggi lanciamo un appello per 4.4 miliardi di dollari di aiuti per il solo Afghanistan”, una somma tre volte superiore a quella stanziata nel 2021.  “È una misura di ripiego assolutamente essenziale che oggi stiamo mettendo davanti alla comunità internazionale”, ha aggiunto Griffiths con tono grave, “Senza questo aiuto, non ci sarà un futuro”. I fondi, ha chiarito, saranno utilizzati per “pagare direttamente” gli operatori sanitari, senza passare per le mani delle autorità locali. Altri 623 milioni di dollari sono stati richiesti dall’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, per l’aiuto di oltre 5,7 milioni di sfollati, sia interni che rifugiati in Paesi limitrofi, come Iran e Pakistan (dove sono registrati circa 2.2 milioni di afghani secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati, l’UNHCR). “La chiave, in questo momento, è stabilizzare la situazione in Afghanistan”, ha spiegato, “compreso il problema degli sfollati, anche per prevenire una più grave emergenza di profughi negli altri Paesi”.

Una catastrofe senza precedenti, quella che si sta abbattendo sul Paese dopo la partenza delle truppe americane il 14 agosto scorso e soprattutto dopo il congelamento degli aiuti economici, che ha portato al lancio dell’”Afghanistan Humanitarian Response Plan”, la richiesta di aiuti più massiccia nella storia delle Nazioni Unite, di 5 miliardi di dollari. Secondo le stime, nel 2022 24.4 milioni di afghani, ben oltre la metà della popolazione totale, si troveranno in emergenza umanitaria, e almeno 23 milioni saranno in condizioni di severa instabilità alimentare: è a loro che il fondo d’emergenza ONU si rivolgerà.

I numeri, le immagini, le denunce raccolte dall’Afghanistan già negli ultimi cinque mesi del 2021 e nel gelo del primo mese del 2022 urlano al disastro e non stupisce che l’ONU sia stata costretta a lanciare un appello straordinario. La sanità afghana è al collasso. In un Paese che dipendeva per il 75% dagli aiuti internazionali, la partenza delle ultime truppe americane e il ritorno dei talebani al potere con l’embargo che ne è derivato hanno rappresentato un colpo tremendo a un’economia già poverissima. Oltre nove miliardi di dollari di beni appartenenti alla Banca centrale afghana sono stati congelati dall’amministrazione americana come misura preventiva al rafforzamento del governo talebano, e anche il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale hanno sospeso i loro aiuti economici al Paese con la stessa motivazione. Dall’agosto del 2021, i medici afghani non ricevono lo stipendio. I farmaci non vengono riforniti, scarseggiano il carburante e l’elettricità, le incubatrici non possono funzionare. Dovrebbero accogliere e tenere in vita i nati prematuri, sempre più numerosi, partoriti da madri malnutrite i cui organismi non sono più in grado di portare a termine le gravidanze e le interrompono precocemente, in una maniera o nell’altra. Oltre 20 milioni di afghani patiscono la fame, e per 8.7 milioni di loro il World Food Programme, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, parla di “emergenza”.

 

Un milione di bambini in Afghanistan potrebbe morire di fame, secondo l’UNICEF. Il numero di bambini, inoltre, affetti da malnutrizione severa potrebbe arrivare nel giro di pochi mesi a 3,2 milioni, secondo la stessa Agenzia. Su una popolazione di circa 40 milioni di abitanti, quasi la metà è costituita da minori: l’Afghanistan è tra i quattro Paesi al mondo con la percentuale più alta di persone di età inferiore ai 15 anni. Proprio su di loro, con riserve nutritive e difese immunitarie più basse, la fame si abbatte in maniera più impietosa. Non è mai stata tanto alta negli ultimi 20 anni la probabilità che un bambino sotto i cinque anni in Afghanistan muoia a causa della malnutrizione. Nell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Herat, nell’Afghanistan occidentale, il numero di casi di malnutrizione è cresciuto del 40% nell’autunno 2021 rispetto ai dati dell’anno precedente. “L’accesso alle cure mediche in Afghanistan era un grande problema già prima della presa di potere dei talebani, ma oggi la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della sospensione di gran parte degli aiuti internazionali, compresi i finanziamenti della Banca Mondiale per i programmi medici di base dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella provincia di Herat”, si legge sul sito dell’ONG francese.

Le strade afghane, che erano rimaste chiuse dopo l’agosto scorso per motivi di sicurezza, adesso sono di nuovo percorribili, per quanto i rischi di incidenti e attentati restino sempre elevati. Gli afghani sono spesso disposti ad affrontarli pur di trasportare i loro parenti malati da un ospedale all’altro, alla ricerca di un nosocomio in cui siano disponibili dei farmaci o le apparecchiature necessarie per assisterli. Nella maggior parte dei centri sanitari mancano ormai i beni più elementari, e gli operatori che, seppur non stipendiati si recano al lavoro, devono fare quotidianamente i conti con la frustrazione di non poter curare i loro pazienti. “La crisi economica sta colpendo una popolazione che era già in ginocchio”, riporta Marco Puntin, coordinatore medico in Afghanistan di Emergency, l’ONG italiana che nel Paese gestisce tre ospedali e oltre 40 posti di primo soccorso. “Le persone rischiano di morire di fame, per non parlare del collasso del sistema sanitario”.

 

Non è solo la mancanza di cibo a preoccupare. Con la povertà e la mancanza di servizi di igiene e salute pubblica, nel Paese le malattie infettive si diffondono con facilità. Da gennaio 2021, divampa sempre più pericolosamente un’epidemia di morbillo, una malattia che può essere letale o provocare gravi danni neurologici permanenti. Anche lo spettro della poliomielite si è riaffacciato nel Paese, uno dei pochi al mondo in cui non è stata ancora eradicata: gli sforzi di questi ultimi anni avevano permesso un crollo delle infezioni, con un solo caso di poliomielite nel 2021 a fronte dei 56 nell’anno precedente. La crisi degli ultimi mesi, tuttavia, ha inevitabilmente arrestato la campagna vaccinale: se non si interverrà subito, quanto compiuto finora nella lotta per la sua eradicazione risulterà vano. A colpire gli afghani, primariamente i bambini, anche colera, malaria e febbre dengue. Oltre, naturalmente, al Coronavirus: solo il 7.7% dei 39 ospedali per il Covid19 starebbe attualmente ancora funzionando a pieno regime. Scarseggiano l’ossigeno e l’elettricità per trattare i pazienti, i tamponi per fare diagnosi di infezione ed è pressoché completamente saltato ogni tracciamento dei contagi.

Dopo quarant’anni di guerre, non c’è ancora pace per l’Afghanistan, che sta adesso probabilmente toccando il fondo della sua storia recente. Il clima peggiora la situazione: dopo un anno di siccità gravissima, adesso l’inverno gelido così temuto è calato sul Paese. Le famiglie vendono quello che possono per comprare il pane e bruciano i mobili per riscaldarsi. Si vive alla giornata. Sempre più braccialetti MUAC (“mid-upper arm circumference”) si colorano di rosso quando avvolti attorno al braccio dei bambini afghani, segno di malnutrizione severa. Gli addomi si gonfiano e gli arti si assottigliano, poi ad assottigliarsi sono anche i capelli, che assumono un colore rossastro o cadono, la pelle si screpola fino ad aprirsi in piaghe e poi arrivano le infezioni, che per fisici così defedati spesso si rivelano fatali. Immagini alle quali si è probabilmente abituati e che rimandano non soltanto al continente africano, ma anche a sofferenze simili che già in passato furono inflitte ai bambini da sanzioni internazionali: era la volta dell’Iraq e delle sanzioni contro il regime di Saddam Hussein, la fame mieteva le stesse vittime e un’epidemia di colera si abbatteva sui loro corpi ridotti a scheletri. Anche nel caso dell’Afghanistan, il taglio ai finanziamenti sembra colpire ingiustamente la popolazione innocente. Sarebbe sufficiente sbloccare i 9 miliardi della banca afghana, hanno fatto presente anche alcuni deputati americani all’amministrazione Biden, e i beni del Fondo Monetario e della Banca Mondiale destinati al Paese, almeno 1,5 miliardi di dollari, per raddoppiare la cifra che l’ONU si trova a richiedere con un appello straordinario e disperato. “Aiutateci ad allontanare la fame, le malattie, la malnutrizione e in definitiva la morte sostenendo il piano umanitario che stiamo lanciando oggi”. Il tono di Griffiths davanti alla platea della stampa era accorato, il suo sguardo esasperato era rivolto ben oltre le poltroncine confortevoli dei giornalisti, come a scrutare dentro a un abisso di anni di guerra inutile e fallimenti. I suoi occhi sembravano riconoscere per un attimo in quel buco nero di fronte a lui il milione di bambini martoriati dalla fame di cui aveva appena parlato. “Si profila una vera e propria catastrofe umanitaria. Il mio è un messaggio urgente: non chiudete le porte al popolo afghano”.

https://pagineesteri.it/2022/01/13/medioriente/afghanistan-lonu-lancia-il-piu-grande-appello-umanitario-della-storia/


La storia di Abdul, evacuato da Kabul e finito nel Cpr di Gradisca d’Isonzo - Luca Rondi

Dopo l’arrivo in Italia a fine agosto 2021, il 22enne ha tentato di raggiungere la Francia ma è stato trasferito e trattenuto per 32 giorni nel centro per il rimpatrio. Gli è stata addirittura notificata l’espulsione. “Il caso non è isolato e non è un errore. È una macchina amministrativa che opera in modo cieco e seriale” denuncia Gianfranco Schiavone di Asgi

 

“Sono partito da Kabul per essere libero. In Europa e in Italia ho trovato la galera”. Abdul, 22 anni, nonostante una richiesta d’asilo presentata nel nostro Paese e l’evidente impossibilità di essere rimpatriato in Afghanistan è stato trattenuto per 32 giorni nel Centro per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca. “Una storia che non è frutto di ‘un errore’ ma evidenzia come ci sono ‘non-luoghi’, dalle frontiere ai Cpr, in cui le norme di legge che tutelano i diritti inviolabili delle persone sono totalmente disapplicate”, spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà (Ics) e socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

Nei giorni successivi al 15 agosto 2021, dopo l’ingresso a Kabul dei Talebani, Abdul si sposta con la famiglia verso la capitale per raggiungere l’aeroporto. Dopo circa quattro giorni riesce a far ingresso nel gate senza i suoi famigliari. È un giovane a “rischio”: dopo la morte di suo padre, nell’agosto 2020, Abdul ha preso il suo posto come combattente del gruppo resistente di Massoud, nella regione del Panshir. Il 26 agosto 2021 atterra a Roma Fiumicino. “Una volta scesi ci hanno preso le impronte e siamo stati portati a Settimo Torinese per fare la quarantena -spiega-. Io ho lasciato subito il centro perché volevo raggiungere mio fratello maggiore che vive a Londra”. Da Oulx, cittadina in alta Val Susa, Abdul dopo due respingimenti subiti al confine italo-francese riesce a passare. Si sposta verso Parigi dove lo aspetta un amico con cui raggiunge Burbure, Comune francese non distante da Calais, il luogo da cui migranti e richiedenti asilo tentano la traversata della Manica. “Ho provato diverse volte -racconta-. Una sera la polizia mi ha fermato e vedendo che mi avevano preso le impronte in Italia mi ha trasferito a Rennes, in un centro di detenzione”. È fine settembre quando il giovane è trattenuto. “Mi hanno detto che sarei rimasto lì fino al 6 dicembre: se non fossero riusciti a trasferirmi mi avrebbero liberato. Ho fatto sette udienze: durante la prima ho detto che non volevo restare in Francia dalla seconda in poi sì. Ma non è cambiato nulla”.

Il 9 dicembre Abdul viene accompagnato su un aereo civile con destinazione Venezia: “Avevo due poliziotti al mio fianco e le manette ai polsi per tutto il viaggio -continua-. Una volta arrivato in aeroporto, i poliziotti italiani mi hanno detto che avrei dovuto fare un mese di quarantena e mi hanno portato in un altro centro”. Abdul non capisce subito in quale luogo si trovi. Contatta il cugino, in Italia da diversi anni, che cerca di capire dove sia. “Non era chiaro dove fosse. Le comunicazioni erano molto difficili, anche perché aveva il cellulare per pochissimo tempo durante il giorno. Raccontava di avere compagni di stanza che parlavano arabo e ci ha inviato una posizione su Google maps con cui abbiamo ricostruito il luogo”, spiega Martina Cociglio, operatrice legale di Diaconia Valdese a Oulx.

Il luogo è il Cpr di Gradisca d’Isonzo. Pochi giorni dopo il suo arrivo nel centro, il giudice di pace convalida il trattenimento. “Sono rimasto per 26 giorni senza poter uscire -spiega Abdul-. Per due settimane ho dormito in una stanza con 13 persone. Era chiusa, le prime sere la finestra era rotta, non c’era riscaldamento e avevamo poche coperte. Non potevo spegnere la luce della stanza: delle sere veniva ‘spenta’ dagli operatori a mezzanotte, altre all’una, altre alle due. C’erano due bagni, piccoli, in corridoio. Non ho avuto nessun cambio per tutto il mese. A differenza che a Rennes, non potevo lavarmi i vestiti”. Al Cpr di Gradisca d’Isonzo è concesso utilizzare il proprio telefono ma in regime di quarantena è la struttura che ne fornisce uno che gli ospiti possono poi consultare a rotazione. Attraverso questo cellullare Abdul nomina l’avvocato che chiede un’udienza al giudice per farlo rilasciare. L’8 gennaio 2021 Abdul è libero dopo più di tre mesi di trattenimento, tra Francia e Italia.

Durante l’udienza di convalida all’avvocata Caterina Bove, socia di Asgi, viene mostrato un “foglio-notizie” in cui viene riportato che Abdul non voleva chiedere protezione internazionale in Italia. “È stato compilato a Venezia -spiega Bove- ed è un foglio attraverso il quale le persone dovrebbero dichiarare se vogliono chiedere asilo, se sono sul territorio per cercare lavoro o per motivi familiari ma il cui significato e la cui importanza non vengono compresi dagli stranieri se, come nel caso di Abdul, viene loro chiesto di sottoscriverlo senza spiegazioni e senza l’assistenza di un interprete. Spesso le persone non capiscono l’importanza delle risposte date, soprattutto in una lingua che non comprendono. Abdul dichiara di non ricordarsi che cosa ha firmato”.

Nel fascicolo presentato davanti al giudice che doveva decidere sul suo rilascio non c’è traccia di come Abdul sia arrivato in Italia né della sua storia e del suo vissuto in Afghanistan. “Nessuno ha preso atto che era un richiedente asilo, che era già stato accolto in un centro. Oltre il fatto che era stato evacuato dalle autorità italiane da Kabul. Sarebbero bastate poche domande per far sì che venisse accolto in un Centro di accoglienza e non destinato in un Cpr”, osserva Bove. Un testacoda delle autorità italiane che notificano un foglio di espulsione a un cittadino afghano, richiedente asilo, dopo averlo evacuato. “Una situazione assurda e paradossale ma che ci dimostra come siano procedure ‘meccaniche’. Nessuno si è fatto troppi scrupoli, o domande”.

Procedure in cui Abdul diventa “invisibile” e parte di un ingranaggio che nessuno blocca. “La legge è valutazione caso per caso alla luce di norme, tra cui i divieti di inespellibilità che vanno applicati nella loro interezza e complessità -spiega Schiavone-. Non è così. Polizia di frontiera, prefetto, questura di Gorizia, giudice di pace: tutti ritenevano, evidentemente, di poter espellere e persino trattenere per eseguire l’espulsione, un cittadino afghano, mentre ciò è tassativamente proibito dai divieti di espulsione configurati dall’articolo 19 del Testo unico immigrazione come novellato dalla legge 173/2020 che ha riformato i cosiddetti ‘decreti sicurezza’. Quello che emerge è una macchina amministrativa che opera in modo cieco e seriale, come in una sorta di  ‘banalità del male’, nella quale nessuno dei diversi attori fa il suo piccolo pezzo, apparentemente neutro, senza porsi alcun interrogativo sulle conseguenze finali: la storia di Abdul non è figlia di un errore ma evidenzia che il sistema non è in grado di bilanciare le finalità di eseguire le espulsioni con la tutela dei diritti fondamentali della persona, in primo luogo con il rispetto dei divieti di allontanamento”.

In tal modo la legge che si perde nel “buio” dei non luoghi, dalle frontiere ai Cpr, come raccontato anche su Altreconomia, in cui il diritto resta solo proclamato sulla carta. “In Italia da troppi anni esistono delle zone franche nelle quali il sistema di diritto svanisce, non monitorate da nessuno e che sono in sostanza fuori controllo. La norma prevede che all’interno del Cpr dovrebbero essere garantiti adeguati servizi legali e che il trattamento della persona deve rispondere a standard adeguati e comunque nel rispetto della dignità della persona. Che così non avvenga emerge dai continui e sconcertanti episodi che caratterizzano tutti i Cpr italiani da anni”.

Abdul è rimasto 32 giorni con gli stessi vestiti senza possibilità di cambiarsi o lavare gli indumenti. “La cosa non mi sorprende affatto -conclude Schiavone-. Siamo di fronte a situazioni che dovrebbero essere ricondotte a forme di trattamento inumano e degradante proibite dalla normativa italiana ed europea: situazioni non episodiche ma diffuse e probabilmente sistematiche sulle quali la magistratura dovrebbe iniziare ad indagare perché sono in gioco diritti fondamentali. Ma nessuno sembra volere scoperchiare questo coperchio perché non si saprebbe più come richiuderlo”.

Sono migliaia le persone trattenute ogni anno nei dieci Cpr attivi in Italia. Secondo lo studio “Buchi neri” della Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild) la capienza complessiva è di 1.100 posti e il costo totale di gestione dei centri dal 2018 al 2021 è stato di 44 milioni di euro. Sette sono i morti negli ultimi due anni in luoghi in cui le persone camminano sull’orlo di un burrone.

Abdul è libero e ora proseguirà con il suo percorso d’asilo solo grazie a “incontri fortuiti”. “Se non avesse avuto un cugino in Italia che si è attivato probabilmente ora sarebbe ancora trattenuto. Nessuno sa per quanto tempo non si sarebbero accorti di lui”, riflette Bove. La fortuna detta legge.

https://altreconomia.it/la-storia-di-abdul-evacuato-da-kabul-e-finito-nel-cpr-di-gradisca-di-isonzo/