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lunedì 11 marzo 2024

Poesie contro la guerra

 Albio Tibullo (poeta romano, II a. C.) dalle “Elegie”


"Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?"

Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano,
Allora sorsero le guerre,
Allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa,
Noi abbiamo volto a nostro danno
Quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
Finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
E il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
Le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere,
E già forse qualche nemico produce dei dardi
Destinati a configgersi nel mio corpo.

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Francesco d'Assisi (poesia scritta fra il 1224 e il 1226)

"Laudato sii"

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messer lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

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Trilussa

"Ninna nanna della guerra"


Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!



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Giuseppe Ungaretti

"Veglia"

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Giuseppe Ungaretti

"San Martino del Carso"


Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato


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Giuseppe Ungaretti

"Soldati"


Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

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Giuseppe Ungaretti

"Fratelli"

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.

(Mariano il 15 luglio 1916)


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Wilfred Owen

"Dulce et decorum est"

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,
finché volgemmo le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni
e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono azzoppati; tutti ciechi;
ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo
di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il gas! Il gas! Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in tempo le goffe maschere antigas;
ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce...
Confusamente, attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra,
come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro, amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti -
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna: "Dulce et decorum est
Pro patria mori".

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Bertolt Brecht

"La guerra che verrà"

Non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

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Bertolt Brecht

"Generale"

Generale, il tuo carro armato
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d'una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l'uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


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Bertolt Brecht


"Quando la guerra comincia"

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.
Andranno in guerra, non
come ad un massacro,
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.

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Bertolt Brecht

"Mio fratello aviatore"

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
Di spazio. E prendersi terre su terre,
Da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

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Bertold Brecht

"Il nemico"

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

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Bertold Brecht

"Vogliamo la guerra"

Sul muro c’era scritto col gesso:
vogliamo la guerra.
Chi l’ha scritto
è già caduto.

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Bertolt Brecht

"Gli elmi dei vinti"

Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati
in piedi, di traverso e capovolti.
E il giorno amaro in cui voi siete stati
vinti non è quando ve li hanno tolti,
ma fu quel primo giorno in cui ve li
siete infilati senza altri commenti,
quando vi siete messi sull’attenti
e avete cominciato a dire sì.

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Salvatore Quasimodo

"Uomo del mio tempo"

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

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Primo Levi

"Se questo è un uomo"

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

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Primo Levi

"Nulla rimane della scolara di Hiroshima"

Poichè l'angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.

Invano, perché l'aria volta in veleno
é filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.

Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.

Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.

Vittima sacrificata sull'altare della paura.

Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

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Nazim Hikmet

"Nasceranno uomini migliori"

Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.
Senza paura
e senza troppo riflettere
i nostri nipoti
si daranno la mano
e rimirando le stelle del cielo
diranno:
“com’è bella la vita!”.
Intoneranno
una canzone nuovissima,
profonda come gli occhi dell’uomo
fresca come un grappolo d’uva
una canzone libera e gioiosa.
Nessun albero
ha mai dato
frutti più belli.
e nemmeno la più bella
delle notti di primavera
ha mai conosciuto
questi suoni, questi colori.
Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.


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Dario Bellezza

"Se viene la guerra"


Se viene la guerra
non partirò soldato.

Ma di nuovo gli usati treni
porteranno i giovani soldati
lontano a morire dalle madri.

Se viene la guerra
non partirò soldato.

Sarò traditore
della vana patria.

Mi farò fucilare
come disertore.


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John Lennon

"Imagine"

Immaginate che non ci sia alcun paradiso
Se ci provate è facile
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il cielo
Immaginate tutta le gente
Che vive solo per l’oggi

Immaginate che non ci siano patrie
Non è difficile farlo
Nulla per cui uccidere o morire
Ed anche alcuna religione
Immaginate tutta la gente
Che vive la vita in pace

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come una cosa unica

Immaginate che non ci siano proprietà
Mi domando se si possa
Nessuna necessità di cupidigia o brama
Una fratellanza di uomini
Immaginate tutta le gente
Condividere tutto il mondo

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come una cosa unica

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Boris Vian

"Il disertore"


In piena facoltà
Egregio presidente
Le scrivo la presente
Che spero leggerà
La cartolina qui
Mi dice terra terra
Di andare a far la guerra
Quest'altro lunedì
Ma io non sono qui
Egregio presidente
Per ammazzar la gente
Più o meno come me
Io non ce l'ho con lei
Sia detto per inciso
Ma sento che ho deciso
E che diserterò.
Ho avuto solo guai
Da quando sono nato
I figli che ho allevato
Han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
Ormai son sotto terra
E a loro della guerra
Non gliene fregherà
Quand'ero in prigionia
Qualcuno mi ha rubato
Mia moglie e il mio passato
La mia migliore età
Domani mi alzerò
E chiuderò la porta
Sulla stagione morta
E mi incamminerò.
Vivrò di carità
Sulle strade di Spagna
Di Francia e di Bretagna
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi.
Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertirà
E dica pure ai suoi
Se vengono a cercarmi
Che possono spararmi
Io armi non ne ho.


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Ndjock Ngana

"Il sangue"

Chi può versare
Sangue nero
Sangue giallo
Sangue bianco
Mezzo sangue?

Il sangue non è indio, polinesiano o inglese.

Nessuno ha mai visto
Sangue ebreo
Sangue cristiano
Sangue mussulmano
Sangue buddista

Il sangue non è ricco, povero o benestante.

Il sangue è rosso

Disumano è chi lo versa
Non chi lo porta.


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Gianni Rodari

"Promemoria"

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, LA GUERRA.

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Gianni Rodari

"Filastrocca un po’ burlona"

Filastrocca un po’ burlona
per divertire qualunque persona:
se la salita fosse in discesa,
se la montagna stesse distesa,
se tutte le scale andassero in giù,
se i fiumi corressero all’insù,
se tutti i giorni fosse festa,
se fosse zucchero la tempesta,
se sulle piante crescesse il pane,
come le pesche e le banane,
se mi facessero il monumento…
io non sarei ancora contento.
Voglio prima veder sprofondare
tutte le armi in fondo al mare.

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Gianni Rodari

"Filastrocca corta e matta"

Filastrocca corta e matta,
il porto vuole sposare la porta,
la viola studia il violino,
il mulo dice: – Mio figlio è il mulino -;
la mela dice: – Mio nonno è il melone -;
il matto vuole essere un mattone,
e il più matto della terra
sapete che vuole? Fare la guerra!

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Gianni Rodari

"Dopo la pioggia"

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.


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Pablo Neruda

"Ode alla pace"

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto;
e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane,
pace al libro come sigillo d’aria,
e pace per le ceneri di questi
morti e di questi altri ancora;
e sia pace sopra l’oscuro ferro di Brooklin, al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista che grida al megafono rivolto ai convolvoli,
pace per la mia mano destra che brama soltanto scrivere il nome
Rosario, pace per il boliviano segreto come pietra
nel fondo di uno stagno, pace perché tu possa sposarti;
e sia pace per tutte le segherie del Bio-Bio,
per il cuore lacerato della Spagna,
sia pace per il piccolo Museo
di Wyoming, dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio ed i suoi amori,
pace per la farina, pace per tutto il grano
che deve nascere, pace per ogni
amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
per tutte le terre e le acque.
Ed ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno alla Patagonia, dove
il vento fa vibrare le stalle
e spruzza ghiaccio
l’oceano. Non sono che un poeta
e vi amo tutti, e vago per il mondo
che amo: nella mia patria i minatori
conoscono le carceri e i soldati
danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni ad inzuppare il pane, i legumi, la musica:
ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore, l’avvocato, il marinaio, il fabbricante di bambole
e che escano a bere con me il vino più rosso.
Io qui non vengo a risolvere nulla.
Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

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Paul Éluard

"Il volto della pace"

La mia felicità è la nostra felicità
il mio sole è il nostro sole
noi ci dividiamo la vita
lo spazio e il tempo sono di tutti.
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.
Eravamo nel millenovecento diciassette
e conserviamo il senso
della nostra liberazione.
Noi abbiamo inventato gli altri
come gli altri ci hanno inventato.
Avevamo bisogno gli uni degli altri.
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa:
verso nostro fratello.
Colmeremo l’innocenza
della forza che tanto a lungo
ci è mancata
non saremo mai più soli.
Le nostre canzoni chiamano la pace
e le nostre risposte sono atti per la pace.
Non è il naufragio, è il nostro desiderio
che è fatale, e la pace inevitabile.
L’architettura della pace
riposa sul mondo intero.

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Talil Sorek

"Ho dipinto la pace"

Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste per i chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta,
e ho dipinto la pace.


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Li Tien Min

"La Pace"

Non importa chi tu sia,
uomo, donna,
vecchio o fanciullo,
operaio o contadino,
soldato, studente o commerciante;
non importa quale sia il tuo credo politico
o quello religioso
se ti chiedono qual è la cosa
più importante per l’umanità,
rispondi
prima
dopo
sempre:
la pace!

mercoledì 28 giugno 2023

I 10 rifugiati più celebri della letteratura e dell’arte

 

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato. Per l'occasione, vi proponiamo una lista di letterati, filosofi e artisti che hanno segnato la storia letteraria e artistica lontano dai rispettivi Paesi d'origine.

 

Oggi come ieri, quello dei rifugiati è un tema di stretta attualità. Nel corso della storia individui o intere popolazioni hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire a persecuzioni, guerre e violenze. Tra loro sono numerosi anche i personaggi celebri che durante la loro vita sono stati costretti a cercare rifugio lontano dal loro Paese di origine per sfuggire a persecuzioni, per lo più politiche e/o razziali. Per comprendere meglio il presente, ripercorriamo anche stavolta la storia attraverso l’esperienza dei grandi personaggi: vediamo la storia di questi letterati, filosofi e artisti che hanno segnato la storia letteraria e artistica lontano dai rispettivi Paesi d’origine.

I 10 rifugiati più celebri della letteratura e dell’arte:

 

Isabel Allende

Nipote del presidente cileno Salvador Allende, fu esiliata dopo che lo zio venne deposto dalle forze golpiste di Pinochet nel 1973, la scrittrice iniziò a ricevere minacce di morte e venne presa di mira dal regime. Decise così di trasferirsi prima in Venezuela. Ha sempre continuato la sua carriera da giornalista anche in esilio collaborando con il giornale (El Nacional). Le sue novelle e i suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo, spesso raccontano della sua esperienza di esilio. Nel 1985 si è trasferita negli Stati Uniti e nel 1990, quando è stata ristabilita la democrazia in Cile, è ritornata, dopo 15 anni di assenza, per ricevere il premio “Grabiela Mistral”.

 

Sigmund Freud

 

Il grande psicologo austriaco era di origini ebraiche. Quando nel 1938 l’Austria, paese in cui viveva, venne annessa al Terzo Reich, per Freud iniziarono i problemi. Nel 1933 le sue opere furono bruciate e la casa editrice che pubblicava i suoi libri fu occupata dai nazisti. Il figlio Martin fu arrestato e dopo una settimana anche la figlia Anna portata via. Li rilasciarono quasi subito, ma Freud, sconvolto, si vide costretto all’esilio. Ottenne un visto d’entrata in Inghilterra grazie alla fama di cui godeva in quel Paese. Gli venne concesso di migrare dalla Germania, previo il pagamento di tasse. Venne privato della cittadinanza austriaca e divenne apolide. Accompagnato dalla moglie Martha e dalla figlia Anna partì per Londra, dove ottenne lo status di rifugiato politico. Cinque anni dopo, le sue quattro sorelle, rimaste a Vienna, vennero arrestate e uccise in un campo di concentramento.

 

Pablo Neruda


Stabilitosi in Spagna nel 1934, lavorò al seguito dell’ambasciata cilena. La guerra civile e il suo temperamento drammatico lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore, ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico. Non potendo tornare nella sua terra d’origine, compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne mandato in esilio ancora una volta, espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi.

 

Niccolò Machiavelli


E’ indubbiamente uno dei più importanti personaggi della storia della letteratura. Inizia la sua carriera politica in seno al governo della repubblica fiorentina alla caduta di Girolamo Savonarola. Il ritorno dei Medici dopo diciotto anni di esilio significò per Machiavelli, inviso per i suoi ideali repubblicani e l’amicizia con Soderini, l’esonero dall’incarico, il confino per un anno entro il territorio del dominio e, nel 1513, il carcere e la tortura perché sospettato di aver preso parte alla congiura antimedicea di Boscoli e di Capponi. Proprio in esilio scrisse la sua opera più importante: Il Principe. L’intenzione era di dedicare l’opera al detentore del potere nella famiglia Medici, con la speranza di riacquistare l’incarico di Segretario della Repubblica.

 

Marc Chagall

 

Il pittore bielorusso naturalizzato francese era di origini ebraiche. Per questo motivo venne perseguitato sotto il regime dello zar. Una volta divenuto noto come artista, lasciò San Pietroburgo per stabilirsi a Parigi.
Quando le potenze dell’Asse arrivarono a Parigi e poco prima che si stabilisse la Repubblica collaborativa di Vichy, fuggì dalla capitale francese e si nascose con la famiglia nei pressi di Marsiglia. Successivamente si trasferì negli Stati Uniti.

 

Victor Hugo


Figlio di un generale dell’esercito napoleonico. Divenne ben presto scrittore e poeta ed è passato alla storia come padre del Romanticismo in Francia. Nel 1845 venne nominato da Luigi Filippo Pari di Francia, nel 1848 deputato all’Assemblea Costituente, dove fu uno dei più fieri avversari del presidente Luigi Bonaparte. Ma il colpo di stato del 1851 segnò per lui l’inizio dell’esilio. Inizia qui a prendere forma la sua mitica figura poetica e ideale di “Padre della patria in esilio”, periodo durante il quale comincerà la sua produzione letteraria satirica nei confronti dello stato. Rientrò a Parigi dopo il crollo del III impero, entrò nel Senato nel 1876 e morì il 22 maggio 1885. Le sue esequie furono un’apoteosi; la sua salma fu lasciata per una notte sotto l’Arco di Trionfo dei Campi Elisi e vegliata da dodici poeti.

 

Bertolt Brecht


Importante drammaturgo e poeta tedesco aderì fin da giovane al movimento marxista così, quando Hitler salì al potere nel 1933 fu costretto a lasciare la Germania per paura della propria incolumità. Da questo momento la produzione letteraria e teatrale avviene su diversi suoli esteri. Peregrina per 15 anni attraverso molti paesi ma dopo il 1941 si stabilisce negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, diventato sospetto alle autorità americane per le sue polemiche politiche e sociali, lascia gli Stati Uniti e si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, a Berlino, dove fonda la compagnia teatrale del ”Berliner Ensemble”, tentativo concreto di realizzare le sue idee. In seguito, l'”ensemble” diventerà una delle più affermate compagnie teatrali.

 

Milan Kundera


Critico e saggista ceco naturalizzato francese, ha contribuito a diffondere la cultura e gli autori più interessanti del suo Paese nell’occidente europeo. Iscritto al partito comunista, nel ’48 fu espulso a causa delle sue idee che non seguivano le linee ufficiali del partito. Inoltre, la sua partecipazione al movimento di riforma della “Primavera di Praga” gli costò la cittadinanza cecoslovacca e il licenziamento. Espulso dal suo Paese, si è trasferito in Francia, dove ha insegnato all’Università di Rennes e a Parigi, dove tuttora vive e lavora. Ha comunque continuato a scrivere in ceco (a parte gli ultimissimi romanzi), nonostante che le sue opere fossero proibite in patria, fino al crollo del regime filo-sovietico.

 

Hanna Arendt


La filosofa tedesca, pur non avendo ricevuto un’educazione religiosa di tipo tradizionale, non negò mai la propria identità ebraica, professando sempre la propria fede in Dio. Questo quadro di riferimento è estremamente importante, perché Hannah Arendt dedicò tutta la vita allo sforzo di comprendere il destino del popolo ebraico e si identificò totalmente con le sue vicissitudini.

Dopo l’avvento al potere del nazionalsocialismo e l’inizio delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche, La Arendt abbandona la Germania nel 1933 attraversando il cosiddetto “confine verde” delle foreste della Erz. Passando per Praga, Genova, Ginevra e infine Parigi. Ma gli sviluppi storici del secondo conflitto mondiale la portano a doversi allontanare anche dal suolo francese. Internata nel campo di Gurs dal governo Vichy in quanto “straniera sospetta” e poi rilasciata, dopo varie peripezie riesce a salpare dal porto di Lisbona alla volta di New York dove ottenne la cittadinanza americana nel 1951. La lotta ai totalitarismi continua coraggiosa anche in esilio concretizzatisi da una parte con il libro-inchiesta su Adolf Eichmann e il nazismo: “La banalità del male” e, nel 1951, con il fondamentale “Le origini del totalitarismo”, frutto di una accurata indagine storica e filosofica.

 

Dante Alighieri


La vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. All’epoca di Dante il partito guelfo era diviso in due fazioni: i bianchi e i neri. Quando, nel 1295, Dante cominciò la propria carriera politica, aderì ai guelfi bianchi perché era in contrasto con la politica dei neri che appoggiavano l’espansionismo di papa Bonifacio VIII. Dante fu anche il promotore di molte leggi che ostacolavano il pontefice. Per questo motivo Bonifacio VIII lo prese di mira. Nel 1301, infatti, quando i neri si impadronirono di Firenze con l’appoggio papale, l’Alighieri fu coperto di accuse infamanti, e nel 1304 fu condannato all’esilio. Proseguì il suo esilio nel Veneto e poi in Lunigiana. Poiché il poeta si sentiva completamente innocente, non accettò di sottoporsi a una simile umiliazione e scelse di restare in esilio. Trascorse gli ultimi anni della propria vita a Verona e infine a Ravenna, dove morì nella stima del signore della città e 
tra l’affetto dei propri cari il 14 settembre 1321. La tomba di Dante si trova proprio a Ravenna.

 

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sabato 4 settembre 2021

ricordo di Mikis Theodorakis

 















Addio a Mikis Theodorakis - Claudio Poncia


Mikis Theodorakis nasce il 29 luglio 1925 nell’isola di Chio da padre di origine cretese e da madre di origine greco-anatolica. Segue il padre, impiegato pubblico, nei trasferimenti in diversi centri delle isole egee, del Peloponneso e della terraferma. Nel 1943, in piena occupazione italotedesca, è ad Atene dove inizia gli studi musicali al conservatorio dell’Odeion, e prende contatto con la Resistenza, cui è già legato da quando risiedeva a Tripoli di Arcadia, e per la quale combatte, subendo arresti e torture. Partecipa poi alla guerra civile (1946/1949) nelle file dei “ribelli”.

Conosce i campi di concentramento, compreso quello famigerato sull’isola di Macrònissos, e la deportazione a Icarìa. Contrae la tubercolosi. Nel 1950, messo in libertà, si diploma al Conservatorio dell’Odeion, e completa il servizio militare. Comincia a comporre e a farsi conoscere in patria come nuovo talento della musica greca. Nel 1953 un suo balletto sinfonico, “Carnaval”, viene rappresentato all’Opera di Roma. Si trasferisce quindi a Parigi con una borsa di studio. Compone pezzi sinfonici, musiche per balletto e per film.

Fonda e dirige un’orchestra sinfonica classica. Contemporaneamente decide di misurarsi con la canzone popolare greca, la cui ricchezza musicale, accumulata attraverso una lunga e complessa tradizione, gli sembra straordinaria, ma menomata da una deludente povertà sul lato dei testi. Sceglie perciò un autentico poeta, Yannis Ritsos, suo compagno di prigionia a Macronissos, che già negli anni Trenta aveva sperimentato lingua, stili e metrica popolari e mette in musica- usando umili ritmi di ballo, otto parti di un suo poema del 1936, “Epitafios” (Venerdì Santo), dove una donna del popolo, una madre come la Madonna, piange il figlio ucciso durante una manifestazione di lavoratori. Da quel momento (1960), Theodorakis si colloca al centro del rinnovamento della vita musicale, artistica e culturale della Grecia del popolo, impegnata a sconfiggere la terribile povertà, e a sollevarsi a dignità democratica dopo la guerra civile, la sanguinosa repressione e l’arretratezza politica, sociale e culturale coltivata da una monarchia autoritaria e da una classe possidente gelosa dei suoi privilegi, nazionalista, tradizionalista e bigotta. I poeti convergono sulla musica popolare e, ricambiati, danno voce e dignità ai sentimenti e alla musica del popolo: si assiste a una vera febbre culturale e politica, che viene “curata” con il colpo di stato militare del 21 Aprile 1967.

Maggiori successi nel Cinema
 1957 Colpo di mano a Creta
 1959 Luna di miele
 1962 Elettra
 1964 Zorba il greco
 1969 Z, l’orgia del potere
 1973 L’amerikano
 1973 La quinta offensiva
 1974 Serpico

Dopo “Epitafios” e sino alla dittatura militare, Theodorakis compone: “Politìa Proti”, “Epifania”, “Lipotàchtes” (Disertori), “Enas ‘Omiros (Un ostaggio) per la rappresentazione dell’omonima opera teatrale dell’irlandese Brendan Behan, le opere teatrali “Omòrfi Poli” (Bella città), “Tragùdi tu necrù adelfù” (Canto del fratello morto), compone con altri musicisti la rivista “Maghikì Poli” (Città magica) e, da solo, un’altra opera teatrale, “I ghitonià ton anghèlon” (Il quartiere degli angeli), dove affiora il tema, destinato a fama universale, della danza di Zorbà; la seconda Città (Politìa Dèfteri), “Micrès Kiklàdhes” (Piccole Cicladi), l’oratorio “Axion Estì” (Dignum est), “Romiossìni” (Grecità), “Romancero Gitano”, sui versi di Federico Garcia Lorca, “Balàda tu Mautchàusen” (Ballata di Mauthausen), nella quale esordisce la sua massima interprete, Maria Farandùri, “Exi thalassinà fengària” (Sei lune marine), destinate a uscire lo stesso giorno del colpo di stato. Compone molto anche per il cinema, sia greco, sia francese, importanti le colonne sonore dei film “ Fedra” di J. Dassin, e di “Zorba il Greco” di Cacoyannis. Nutrita è anche la produzione sinfonica, per balletto e per le scene delle tragedie classiche. Egli stesso scrive molti testi, poiché, come il fratello Yànnis, è un poeta eccellente: ma i suoi autori sono anche i principali poeti neogreci, T. Livadhìtis, D. Christodhùlos, Odisseo Elitis e Yorgos Sefèris (che saranno insigniti del premio Nobel), Yànnis Ritsos, Nicos Gàtsos, Iàcovos Cambanéllis, K. Vàrnali, P. Cocchinòpulos.

Ma è la straordinaria tradizione musicale popolare che fornisce gli strumenti, le voci e la materia prima che, rielaborata trasformata e rivissuta, viene immessa nel circolo della musica contemporanea, senza scivolamenti folkloristici che pure sono in agguato. Ma Theodorakis non solo usa la materia prima del popolo; ma produce anche materia prima per il popolo, cioè “crea” canti popolari, che il popolo sente subito, per quanto innovativi, come suoi da sempre. L’avvento della dittatura dei colonnelli nel 1967 trova dunque Theodorakis rivestito di un ruolo indiscusso nel rinnovamento culturale e politico. È presidente del movimento giovanile LAMBRAKIS e deputato dell’EDA, il nuovo partito della sinistra Greca (Il partito comunista è fuorilegge dagli anni della guerra civile). La sua notorietà di artista è enorme e ha già largamente varcato i confini.

Si schiera, naturalmente, contro i colonnelli: dopo pochi mesi passati in clandestinità viene arrestato, condotto nel carcere Avèroff, poi detenuto nelle carceri di Korìdallos, mattatoi di molti suoi compagni di lotta, come Andreas Lentakis. La sua notorietà internazionale gli risparmia la vita: viene confinato, agli arresti domiciliari, prima a Vrachàti, dove ancora oggi Mikis ha una residenza, e poi nel villaggio di Zàtuna, sui monti dell’Arcadia. E’ sottoposto a stretta sorveglianza di polizia; intimidazioni ed umiliazioni coinvolgono la sua stessa famiglia, la moglie Mirtò, il piccolo figlio Yorgos e la figlia Margarita. La sua musica è proibita, ma clandestinamente circola: è la voce della Resistenza. Una campagna di pressione internazionale, che riesce a coinvolgere il Consiglio d’Europa, reclama la sua liberazione, che però arriva solo nel 1970, e dopo un altro periodo di carcere a Oropòs, e di ricoveri in ospedali per i continui scioperi della fame ad oltranza. Da quel momento, tutta la sua musica e la sua persona sono votate, in giro per tutti i paesi del mondo, alla libertà della Grecia. Alla caduta della Giunta militare, nel1974, la festa del popolo non esprime né ferocia né vendetta, ma è una festa di musica e canto, intorno a Theodorakis e ad una generazione nuova di autori e di cantanti cresciuta nell’opposizione alla dittatura.

Anche nelle carceri Mikis riesce a comporre, protetto dai suoi compagni di prigionia: nascono “Mythistòrima” (Mitologia), “O ilio ke o chronos” (Il sole e il tempo), “Epifània Deftéri” (Epifania seconda), “Catàstasi poliorchìas” (Stato d’assedio). Nel confino di Vrachàti compone “Tragùdhia tu Andreas” (Canzoni per Andrea), “Nichta thanàtu” (Notte di morte), e nel confino di Zàtuna i dieci cicli di “Arkadhìa” (Arcadia) e altro e altro. I suoi poeti: Theodorakis, certo, ma anche: Seferis, Manos Elefterìu, Y. Fotinòs, A. Kalvos, A. Sikeliànos, T.Sinòpulos, Manos Anaghnostàkis, e altri, tra cui il senegalese Leopold Senghor. Nell’esilio nascono “Canto General” dall’incontro col poeta cileno Pablo Neruda, il ciclo “Stin Anatolì” (All’Est), “18 Lianotraghùdhia tis picrìs Patrìdha” (18 distici popolari per la patria triste), sui versi di Yannis Ritsos. Ed altre musiche per film, tra le quali “Z – L’orgia del potere” e “L’Amerikano” di Costa Gavras, e “Serpico” di Sidney Lumet.

Dopo il ritorno, la sua presenza politica continua ad essere rilevante. Forte della limpidezza e dell’autorevolezza del suo passato, lavora per la conciliazione tra i Greci, come aveva già fatto dopo la guerra civile, quando aveva composto “Le canzoni per il fratello morto”. Non dimentica nulla, ed esorta a non dimenticare, ma sostiene la soluzione Karamanlìs, cioè un governo liberale di centro, perché non si riaprano le vecchie ferite del suo popolo: purché la democrazia che si ricomincia a costruire sia autentica e non subisca l’ennesimo tradimento. Vuole l’integrazione europea; ma il suo sguardo è ampio, va a comprendere il mondo. Sa che musica e cultura sono materiali per la costruzione di ponti tra i popoli ed usa senza sosta queste armi per la pace. Crea canali e occasioni di scambio culturale tra il suo popolo e quello turco, per superare gli storici pregiudizi reciproci.

Nel suo paese combatte l’intolleranza politica e l’affarismo. Per questo è piuttosto malvisto dai comunisti brezneviani e dall’estrema destra. Ma non è certo un centrista: la sinistra è parte integrante di lui, e lui è parte integrante della sinistra. Ma quando gli sembra che il governo socialista di Andreas Papandreu si stia trasformando in un regime personale, cripto-autoritario e che alla sua ombra fiorisca la mala pianta della corruzione, compie un gesto clamoroso, e sostiene l’opposizione di centro-destra, candidandosi nelle sue liste e ricoprendo per qualche tempo un incarico nel nuovo governo conservatore. Molti amici gli voltano le spalle, anche la sua cantante migliore, Maria Faranduri, che entra in parlamento con i socialisti del PA.SO.K.

Pochi, invero, capiscono la serietà della sua provocazione, che vuole mettere in guardia contro i vizi storici del suo (forse non solo del suo) Paese: le derive autoritarie, il notabilato, la corruzione. Per questo il suo monito viene variamente letto come un’incoerenza senile, come un bel gesto di un eterno ragazzo che vuol far politica senza saperla fare, come un’ingenuità o un sussulto di ambizioni frustrate. Ma nessuno cessa di amare la sua musica e le sue canzoni, che sono sempre nel cuore, anche se un po’ meno sulle labbra dei Greci, investiti e un po’ narcotizzati dai nuovi stili di vita consumistici anche in campo musicale.

La scomparsa di Papandreu e di lì a poco il settantesimo compleanno di Mikis consacrano la riconciliazione tra il grande musicista e la sinistra, anche quella che sta al governo. Decine di concerti in suo onore rilanciano la sua figura a tutto campo. C’è solo il rischio della sua riduzione a monumento nazionale. Ma è un rischio ancora remoto, perché Theodorakis continua a lavorare, nonostante gli anni e la salute malferma: compone e dà concerti in tutta l’Europa. Tanto è forte il suo credo nei ponti culturali, che quest’anno l’abbiamo visto importare in Grecia un’orchestra di artisti tedeschi che avevano magnificamente capito la sua musica greca. Ancora oggi, a 75 anni di età, Mikis è la più consapevole, profonda ed estesa voce della Grecia contemporanea. Esprime il meglio del suo Paese - un paese perennemente e spesso drammaticamente in bilico tra passato e presente, tra oriente e occidente, tra passioni intense e fatalismo, tra libertà e tirannia - e lo accorda, grazie alla musica e all’ostinato amore per tutti gli uomini e tutti i popoli, al meglio del mondo intero.

Noi italiani cominciammo ad amarlo trent’anni fa, negli anni bui della Giunta Militare (1967/1974), quando, in esilio dopo dure esperienze di carcere e confino (non certo le prime, per lui, che già le aveva ben conosciute durante l’occupazione nazista e nella guerra civile contro i restauratori del fascismo nel suo sventurato Paese), diffondeva la sua musica nel mondo occidentale e nei paesi allora socialisti perché tutti sentissero quanto libero, limpido e solare fosse anche nell’ira e nel dolore il cuore dei Greci dotati di cuore e perché, amando la sua musica, amassimo anche la libertà perduta del suo popolo e, con lei, la nostra stessa e quella di tutti i popoli. E così, in quegli anni, anche i più distratti di noi hanno conosciuto e cantato “Ragazzo sorridente” e “Fiume amaro” e magari hanno cercato di ballare con il vitalismo di “Zorba il Greco”. E così, grazie a lui, i meno distratti si accorgevano che la Grecia era un piccolo paese dal corpo sì spezzato, ma con l’anima, una grande anima, integra, con la sua musica, la sua poesia, la sua narrativa, il suo cinema, il suo teatro: con un popolo e una cerchia di intellettuali capaci di nutrirsi l’un l’altro (in una società abituata a parlare due lingue greche diverse, una per i ricchi, una per i poveri), e di parlare al mondo e di ascoltarlo senza dover per questo ripudiare i propri linguaggi più autentici.

Di greco nel mondo, insomma, non c’era solo la pur grandissima Maria Callas, ma c’erano anche Mikis Theodorakis, Costas Gavras, Theo Anghelopulos, Nikos Kasangiakis, Odisseo Elitis, Yorgos Seferis, Yannis Ritsos, Maria Faranduri, Irene Papas, Melina Mercuri, che risultarono, per coloro che, un po’ meno distratti, vollero andare a vedere più a fondo, la punta di un iceberg sconosciuto di fantasia e di rigore artistico ed etico, di amore per il popolo e per l’umanità.

Chi fu conquistato dalla musica di Theodorakis, e volle vedere quale musica si facesse nel suo paese, scoprì che la musica greca, quella buona, stava al centro di una raggiera che la collegava con ogni esperienza musicale passata e attuale, dall’occidente al medio oriente, da quella popolare, laica e religiosa, a quella bizantina e colta, e, soprattutto, con la poesia contemporanea neogreca e straniera: e con meraviglia scopriva come i poeti più insigni scrivessero testi i quali, musicati, sarebbero stati ascoltati (ma sarebbe meglio dire rivissuti) dai colti e dagli incolti in quello strano e per noi quasi inconcepibile circuito di diffusione costituito non dalla radio e dalla televisione, non dalle grandi case discografiche e dai mega concerti, ma da una fitta ragnatela di taverne fumose nei quartieri poveri. Taverne nelle quali, non a caso, cantare e suonare era stato proibito dal Dittatore.

Scoprì allora che Mikis era nello stesso tempo eccezione e regola: eccezione per la singolarità del suo genio creativo, per l’estrema e raffinata consapevolezza della sua cultura musicale, per l’intensità e la coerenza delle sue lotte di uomo libero, per la sua “Grecità” non ripiegata su se stessa, ma capace di trasformarsi in voce dell’uomo e per l’uomo tout court senza tradirsi e senza farsi indistintamente cosmopolita: ma scoprì anche che il suo modo di essere uomo e artista faceva scuola e quindi regola, e che altri conducevano per altre strade la stessa ricerca, non per un esteriore meccanismo imitativo, ma perché molti intorno a lui capivano la sua vivente lezione di cosa potesse e dovesse essere un intellettuale che s’incarichi di tutte le responsabilità del dire e del fare di fronte al suo popolo ed a tutti i popoli del pianeta: perché, nel bene e nel male, ogni popolo è l’immagine del suo simile e del suo dissimile; e toccherebbe proprio alla cultura di mostrare questa semplice e basilare verità, ed alla politica di trarne le conseguenze costruendo i ponti e facendo vivere la pace, e i diritti e la voce di tutti e di ciascuno.

In parte, questo modo d’intendere la musica dentro la vita dell’individuo e del popolo cerca di sopravvivere nella Grecia di oggi grazie a coloro che appresero la lezione di Theodorakis, nonostante e contro le devastazioni collettive e individuali del consumismo, dell’intossicazione mediatica, della corruzione politica, del pregiudizio nazionalistico troppo spesso eretto a schermo dell’insicurezza di sé e della minaccia, sentita come luogo comune e per questo esorcizzata con grotteschi e pericolosi ritorni di fiamma tradizionalistici, della perdita di identità nel contesto dell’Europa economica e della globalizzazione mondiale.

E Theodorakis, a 75 anni, continua ancora oggi a militare guardando avanti, in questa nuova resistenza: resistenza globale, seppur senza gli spargimenti di sangue di un tempo, perché in gioco c’è l’intera anima della Grecia, che è un patrimonio di tutti noi e che rischia di dissolversi o nell’omologazione o nella cristallizzazione. E lo fa, da quell’ “Assikico Pulaki” (Uccellino coraggioso) che è sempre stato, senza padroni né padrini politici e perciò non di rado frainteso da coloro stessi che credono di credere alle sue stesse idee. Solamente alcune delle sue note più recenti, come quelle di “Poetica” (1997), hanno il colore smorzato dello struggimento e della pensosità, piuttosto che quelle dell’impeto, dell’ira o della festosità. Come se tornasse la vena delle Arcadie, tristemente composte nel villaggio alpestre di Zàtuna, dov’era il suo confino. Molti pensano a Theodorakis quasi come a una specialità greca, da godersi con il sole, il mare, il meltemi, il sirtaki, i buzuki, e alcuni cibi di un paese, la Grecia, noioso a scuola con il suo passato pesante, ma piacevole in vacanza, col suo presente leggero; altri lo ricordano per le belle canzoni di lotta politica e sociale; altri ancora hanno sentito dire che Theodorakis è molto serio, quando è sinfonico o bizantino, e quindi un pochino noioso, da ascoltare compunti se non se ne può fare a meno.

Quasi niente di tutto ciò è vero: Mikis non si compone di tre, di sette o di più parti; la sua stessa molteplicità è la sua unità. Non poliedricità, né virtuosismo, ma coerenza con un ideale, nel quale non può esservi scissione fra l’uomo, il compositore, il poeta; tra l’intellettuale e il popolo; tra popolo e popolo, fossero anche, questi, il Greco e il Turco; tra passato presente ed avvenire. Gli stili e i linguaggi sono dell’uomo e l’uomo è diversità e unicità: e l’artista cerca ed esprime l’una per mezzo dell’altra. E’ dunque un umanista, Mikis Theodorakis: per questo egli sta nel passato e nel futuro. Per questo Theodorakis è la Grecia.

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domenica 30 luglio 2017

La magia di un abbraccio - Pablo Neruda


Quanti significati sono celati dietro un abbraccio? 
Che cos’è un abbraccio se non comunicare, condividere
e infondere qualcosa di sé ad un’altra persona?
Un abbraccio è esprimere la propria esistenza
a chi ci sta accanto, qualsiasi cosa accada,
nella gioia e nel dolore.
Esistono molti tipi di abbracci,
ma i più veri ed i più profondi
sono quelli che trasmettono i nostri sentimenti.
A volte un abbraccio, 
quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt’uno, 
fissa quell’istante magico nell’eterno. 
Altre volte ancora un abbraccio, se silenzioso,
fa vibrare l’anima e rivela ciò che ancora non si sa
o si ha paura di sapere.
Ma il più delle volte un abbraccio
è staccare un pezzettino di sé
per donarlo all’altro
affinché possa continuare il proprio cammino meno solo.


venerdì 17 marzo 2017

dice Nicanor Parra

«Los cuatro grandes poetas de Chile
son tres
Alonso de Ercilla y Rubén Darío».

El inigualable Nicanor Parra resumió en este “artefacto” de tres versos toda la controversia respecto a la literatura chilena y la zanjó con un duro golpe de cinismo. El sarcasmo al usar a Ercilla y Darío —español y nicaragüense respectivamente— como máximos exponentes poéticos de Chile, viene de la importancia que las obras de estos dos hombres ejercieron en su pueblo y, además, de la ridícula disputa originada al intentar crear un listado de cuatro nombres cuando son cinco los grandes poetas que han nacido en Chile: Mistral, Huidobro, Pablo de Rokha, Parra y Neruda. Obviamente todo dependía de lo conservador que fuera el clasificador a la hora de dejar fuera a uno u otro. Lo único claro es que Neruda, y puede que Mistral, fueran los dos únicos nombres que se mantuvieran constantes en todas las versiones. Neruda es irrefutable, ya lo dijo, una vez más, su “frenemy” Nicanor en su discurso de bienvenida a la Facultad de Filosofía y Educación de la Universidad de Chile: «Hay dos maneras de refutar a Neruda: una es no leyéndolo, la otra es leyéndolo de mala fe. Yo he practicado ambas, pero ninguna me dio resultado».