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venerdì 20 dicembre 2024

“Scarsa attrattività del welfare familiare italiano”: ecco perché i 30enni che vivono all’estero non vogliono tornare – Il rapporto - Sara Tirrito

 

La “scarsa attrattività del welfare familiare italiano” è tra le cause principali del mancato ritorno dei trentenni italiani che vivono all’estero. Lo certifica il Rapporto italiani nel mondo 2023 redatto annualmente dalla Fondazione Migrantes, che conta sei milioni di expat registrati all’inizio di quest’anno. Si scappa soprattutto dal Sud e per ragioni di realizzazione personale. In crescita le partenze femminili, il doppio rispetto al 2006. Le italiane che rientrano tornano in prevalenza in Trentino-Alto Adige, dove tra l’altro i servizi per le famiglie sono migliori e il tasso di natalità è superiore alla media nazionale. A preoccupare è proprio il trend legato alla denatalità. La fascia dei 30-40enni è quella che potrebbe contribuire in modo decisivo alla crescita economica e demografica dell’Italia, ma in quell’intervallo anagrafico si osserva un calo dei rimpatri del 10% rispetto agli anni precedenti. Tra le ragioni principali per il mancato ritorno ci sono i sostegni, scarsi, offerti dal nostro Paese per chi mette su famiglia: dalle agevolazioni fiscali ai servizi legati al welfare, che sembrano incidere di più nella scelta di restare all’estero.

Welfare familiare come causa dei mancati rientri – Per la fondazione Migrantes, l’Italia ha maggiori difficoltà a fare ritornare gli expat con un’età compresa fra i 30 e i 40 anni. Si tratta di una fascia in cui la presenza di figli minori può rendere più complicata la mobilità ed è per questo che i servizi per le famiglie costituiscono da sempre un grande incentivo al rimpatrio. La “scarsa attrattività del welfare familiare italiano” recente ha però “mitigato il successo osservato in termini di aumento dei rientri”, si legge nel rapporto. Il dato, secondo la fondazione, va letto soprattutto in relazione all’attuale trend demografico in discesa.

E diventa allarmante se si considera che secondo l’Istat porterà nel 2042 solo una famiglia su 4 ad avere figli. Nell’ultima manovra di bilancio, il governo Meloni ha introdotto una decontribuzione per le madri e incrementato il fondo per gli asili nido. Ma si tratta di misure temporanee e riservate a chi ha almeno due bambini a carico, che non potranno incidere in modo strutturale sul calo delle nascite. Tutto questo non potrà che scoraggiare ulteriormente chi pensava di tornare. A supporto delle sue rilevazioni, la fondazione Migrantes ha inserito nel dossier, di oltre 500 pagine, il sondaggio del gruppo Controesodo, una community di professionisti che dal 2015 monitora le condizioni di rimpatrio. Già alla fine del 2022, il 41% degli intervistati (oltre un migliaio) ha risposto che per attrarre di più il “capitale umano” sarebbero state necessarie maggiori agevolazioni per le famiglie con figli. In secondo luogo l’aumento degli stipendi e il miglioramento di welfare a sostegno della famiglia (per il 37,7% del campione). Per tutti, spinta al ritorno sono state finora le detrazioni fiscali per il rientro dei cervelli, che però Meloni ha deciso di tagliare. Secondo la fondazione Migrantes, invece, “sarebbe importante provare a invertire” il calo dei rientri di 30-40enni, con misure ad hoc. Il report lo suggerisce, anche “considerando che una delle sfide maggiori per l’Italia è quella della denatalità e dell’inverno demografico e che la fascia dei trentenni è quella che incide di più al livello demografico ed economico”.

Sei milioni di italiani fuggiti all’estero – Gli iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) al primo gennaio 2023 sono 5.933.418. Si tratta perlopiù di persone provenienti dal Sud (il 46, 5%), in minoranza dal Centro Italia (15,8%) e per il 37,8% dal Nord. Tuttavia nel rapporto si osserva una metamorfosi recente. Se fino a vent’anni fa a emigrare erano ancora persone di origine meridionale che cercavano fortuna Oltreoceano e portavano con sé la famiglia, oggi “la mobilità è caratterizzata da partenze dalle regioni del Centro-Nord dopo, nella maggior parte dei casi, un periodo meno lungo di mobilità interna Sud-Nord”. La terra da cui si fugge di più è la Sicilia, che registra 815mila residenti scappati oltre i confini nazionali al gennaio 2023. Seguono Lombardia, Campania, Veneto e Lazio. Meta prediletta: l’Europa.

A cambiare è anche il volto di chi va via. I residenti all’estero sono mediamente più istruiti e in prevalenza più giovani, hanno tra i 35 e i 49 anni. Rispetto al passato, aumentano le donne in fuga, raddoppiate rispetto al 2006. Sono oltre 2,8 milioni, e costituiscono il 48,2% del totale. Motore della partenza, per tutti, non è più la volontà di “sfuggire da situazioni di fragilità economica e occupazionale – dice il report – ma il desiderio di rivalsa e crescita”. Secondo la fondazione Migrantes,questa è “l’Italia che continua a crescere fuori dall’Italia”.

Il monito su chi torna al Sud – I dati dei rimpatriati sono calcolati sul 2021, in base alle iscrizioni anagrafiche dall’estero. Nel 2021 hanno fatto ritorno 75mila italiani. Sono per lo più uomini (55,8%), nella maggior parte dei casi con un titolo di studio inferiore al diploma. Soltanto il 24% di chi rientra ha una laurea o un titolo superiore. Il 25,6% dei professionisti maschili che ritorna ha oltre 50 anni. Si dirige soprattutto verso la Lombardia, il Lazio, la Sicilia e il Veneto. Il Tentino-Alto Adige, dove il welfare familiare funziona e la natalità è del 30% superiore della media nazionale, è l’unica regione in cui le donne che rimpatriano sono più degli uomini. La tendenza però è tornare più verso il Sud che verso il Nord. In particolare, nell’ordine, si preferiscono Campania, Puglia e Sicilia. Anche su questo dato invita a riflettere il report. Per Migrantes, ad agevolare i rimpatri è in parte lo smart working introdotto dopo il Covid, ma sono soprattutto le misure del dl Crescita 2019, che favorivano l’attrazione di professionisti al Sud. “La leva fiscale si conferma un fattore determinante (…) A nostra memoria – scrive la fondazione – non è facile ricordare altre misure di politica economica che siano state in grado a costo zero di attrarre capitale umano qualificato nel Mezzogiorno”.

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domenica 8 ottobre 2023

Il diritto a non emigrare come strumento di giustizia sociale e di democrazia - Gerardo Lisco

 

<<Dichiarazione universale dei diritti umani

Articolo 13

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.>>

Scrive il filosofo Andra Zhok, richiamando le critiche che l’American Antrhopological Association alla dottrina posta alla base Dichiarazione dei Diritti Umani << Gli antropologi osservarono come fosse impensabile considerare come base di partenza dell’analisi un ipotetico individuo de socializzato , giacchè ciascun individuo è ciò che è come parte di un gruppo sociale, con una forma di vita sanzionata che ne modella il comportamento. In quest’ottica non era chiaro come una dichiarazione che pretendesse di applicarsi a tutti i singoli esseri umani potesse saltare la questione delle loro appartenenze culturali, correndo il rischio di diventare una affermazione di diritti concepiti solo nei termini dei valori prevalenti nei paesi dell’Europa Occidentale e dell’America. Parlare di rispetto degli individui è privo di senso e legittimava il sospetto che si fosse di fronte all’ennesima versione del “fardello dell’uomo bianco” che aveva alimentato il colonialismo (…)>>[1]. Questo passaggio tratto dal saggio del filosofo Andrea Zhok è fondamentale ai fini dell’economia del ragionamento che mi appresto a sviluppare. L’articolo della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani” non è altro che la sovrastruttura ideologica che vuole il Mondo ricondotto ad un solo modello economico, sociale e politico ossia quello liberalcapitalista egemonizzato dall’Occidente, nello specifico dagli USA. Per cui il fenomeno migratorio è quanto di più ingiusto e nel contempo quanto di più funzionale alla mentalità neocoloniale propria dell’Occidente inglese trapiantatasi negli USA. Il fenomeno migratorio non può quindi prescindere dalle dinamiche complessive legate alla globalizzazione e alla non negoziabilità con lo stile di vita americano. Prendendo a riferimento alcuni studi pubblicati negli ultimi anni cercherò di evidenziare gli elementi presenti in un dibattito politico ideologico incapace di andare oltre la narrazione alla moda voluta dal sistema capitalista e dal pensiero neoliberale del quale l’art. 13 richiamato in premessa è uno dei simboli. A giugno del 2018 l’edizione italiana di Le Monde Diplomatique dedicava l’intero numero all’analisi del declino demografico e del fenomeno migratorio europeo, evidenziando come i due fenomeni fossero strettamente connessi e di come il fenomeno migratorio fosse funzionale al sistema capitalista e alla conservazione dei rapporti di classe presenti in ciascuna delle società interessate dal fenomeno. L’alleggerimento della pressione demografica attraverso l’emigrazione ha, nei Paesi di origine, lo scopo di conservare la ricchezza a favore delle classi alte e nel contempo di espellere i potenziali competitori candidati alla guida del Paese. L’immigrazione è in sostanza funzionale alla conservazione dello status quo. Per quanto riguarda i Paesi di arrivo gli immigrati vengono utilizzati come strumento di controllo del mercato del lavoro, di lotta politica e di manovalanza criminale. Non a caso (n.d.r. 26/09/23) su Avvenire il Cardinale Zuppi ha sostenuto che “La questione migranti non può essere politicizzata”. La sfida è tale, aggiungo io, che richiede un approccio non ideologico. Il tema, in chiave non ideologica, è stato affrontato da diversi studiosi i quali intervenendo in convegni e pubblicando scritti su diverse riviste hanno evidenziato aspetti che i media e il dibattito in corso, volutamente, occultano. Tra questi la Rivista “Studi Emigrazione. International Journal of Migration Studies” titolava il n. 201 - trimestre Gennaio – Marzo 2016 - “Il Diritto a non emigrare”. Nel saggio introduttivo della “Rivista” scriveva Laura Zanfrini[2] << Scegliendo un tema che le cronache di questi mesi hanno reso di ancor più drammatica attualità, la scuola ( n.d.r. si riferisce alla scuola di formazione organizzata dalla Rivista) ha innanzitutto voluto indagare le situazioni che fanno dell’emigrazione una scelta obbligata, puntando il dito sulle responsabilità di tutti quegli attori che traggono a vario titolo profitto dalle migrazioni, venendo meno al dovere di creare, nei paesi d’origine, adeguate opportunità di vita e di lavoro per le giovani generazioni.(…).>>. Sottolinea sempre la Zanfrini nella sua introduzione “come il consolidarsi di una vera e propria industria dell’immigrazione sottragga risorse umane contribuendo all’impoverimento dei paesi di origine. La responsabilità di tutto questo fa capo tanto ai governi quanto a quelle organizzazioni della società civile che dovrebbero “rendere il diritto a non emigrare non soltanto un’utopia”. L’analisi del fenomeno condotta prendendo a riferimento le ricerche della Scalabrin Migration Center di Quezon City ha messo in evidenza i meccanismi che producono lo spostamento in massa di milioni di esseri umani , forza lavoro e capitale umano, dai paesi a forte pressione migratoria verso il Nord globale. Emerge in modo chiaro che i meccanismi che determinano i flussi migratori sono insiti nel sistema economico capitalista alla ricerca di sempre maggiori profitti e di nuovi mercati. Nel suo intervento il Sotto – segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti Gabriele Bentoglio nel mettere in evidenza le contraddizioni presenti in varie parti del Mondo nell’affrontare le questioni migratorie sottolinea come esse non possano essere affrontate adottando politiche di <<(…) “totale” ancorché “ingenua” libertà d’immigrazione , anzi è grave compito dei governi regolare la consistenza e la forma dei flussi migratori, in modo che gli immigrati siano dignitosamente accolti e la popolazione del paese che li riceve non sia posta in condizione di propendere al rigetto, con conseguenze negative sia per gli immigrati che per la popolazione autoctona e per i rapporti tra i popoli.(…)>>[3] .Per quanto riguarda l’Italia il problema non attiene il solo flusso degli immigrati ma anche quello degli emigrati, ossia degli italiani che vanno via. L’emigrazione in questo caso è tanto oltre i confini nazionali che da Sud a Nord. In Basilicata ad esempio, regione dove vivo, ogni anno migliaia di giovani lasciano la loro terra o dopo la laurea non rientrano con effetti devastanti sul tessuto sociale ed economico oltre che sulla tenuta della Democrazia. La crisi demografica fa si che la selezione della classe dirigente avvenga solo per cooptazione per cui venendo meno la competizione propria di una Democrazia la società si ripiega su stessa incapace di uscire da una narrazione di comodo funzionale alla conservazione delle posizioni di rendita dei gruppi sociali dominanti. Questo è un dato che non riguarda la sola regione dove vivo, è un dato di fatto rintracciabile a qualsiasi latitudine e longitudine. Interessante sulla questione emigrazione per quanto riguarda l’Italia è lo studio pubblicato dalla rivista online “Economia e Politica” dall’economista Marialuisa Stazio dal significativo titolo “Aiutiamoli a casa loro… i nostri cervelli in fuga”[4].Studio dal quale emerge quanto rilevato tanto dalla Zanfrini quanto dallo stesso Bentoglio.Se guardiamo alla questione migratoria nel suo complesso partendo dall’enunciato dell’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani appare abbastanza evidente che più che il diritto a migrare ciò che andrebbe garantito è il diritto a non emigrare. Diritto questo fino ad ora volutamente ignorato. Eppure la necessità di riconoscere il diritto a non emigrare è stato posto in più occasioni. Negli anni 90 poneva l’accento sul diritto a non emigrare l’allora Cardinale Ratzinger [5] futuro Papa Benedetto XVI. Dopo Ratzinger ad avere sottolineato l’importanza di un tale diritto sono stati Giovanni Paolo II e di recente Francesco I[6]. Nelle affermazioni di tutti e tre i Pontefici è rintracciabile un dato e cioè che l’emigrazione, dato il contesto, non è una scelta libera. Sono le condizioni economiche e sociali insieme alle politiche messe in campo dalle classi sociali dominanti dei paesi tanto d’origine quanto di arrivo che determinano il fenomeno migratorio. Il richiamo dei Pontefici fa leva sulla coscienza dei credenti sperando che possa toccare in qualche modo anche i laici. Il richiamo dei tre Pontefici è sicuramente di una rilevanza enorme data il ruolo politico e il valore etico - religioso delle figure istituzionali richiamate. Da solo il richiamo al diritto a non emigrare non è sufficiente se non viene fatto proprio da soggetti politici, istituzionali e dalle stesse organizzazioni della società civile. Perché ciò possa verificarsi serve la POLITICA e servono classi dirigenti con una visione. Non è mia intenzione articolare proposte o trovare soluzioni, alcune soluzioni se avessimo statisti sarebbero ovvie, ma quanto quella di sottolineare che non esiste il solo diritto ad emigrare ma esiste un diritto uguale e contrario e cioè quello a non emigrare e che la difesa di un tale diritto, se prendesse piede nell’opinione pubblica, imporrebbe alle classi dirigenti un approccio altro rispetto al pensiero dominante che attraverso la solita narrazione emergenziale ha come unico scopo quello di terrorizzare le masse per imporre scelte autoritarie ed anti democratiche funzionali alla conservazione del sistema liberalcapitalista.

 


[1] Andrea Zhok. Critica della ragione liberale. Ed. Meltemi 2020 pagg.261 – 262.

[2] Laura Zafarini. Introduzione in Studi Emigrazione. International Journal of Migration Studies. Anno LII – Gennaio – Marzo 2016 – N. 201 pag. 5 

[3] Gabriele Bentoglio Introduzione in Studi Emigrazione. International Journal of Migration Studies. Anno LII – Gennaio – Marzo 2016 – N. 201pag 97 - 98

[4] Marialuisa Stazioni. Aiutiamoli a casa loro… i nostri cervelli in Fuga. Economiaepolitica 20 novembre 2017

[5] Discorso al IV Congresso mondiale migrazioni , anno 1998.

[6] Famiglia Cristiana dell’ 11/05/23 Messaggio del Papa per la giornata del Migrante e del Rifugiato in vista del 24 settembre data dedicata al tema.

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venerdì 21 aprile 2023

Perchè si trova lavoro fuori e si espatria, se si può - Il Chimico Scettico

 

Se ne parla molto poco ma da anni:

Una delle maggiori criticità che affliggono l’economia italiana è il ridotto potere d’acquisto del denaro. Questo è dovuto non solo all’inflazione (12,8% su base annua, come riportato dall’Istat), che peraltro è comune a tutti i Paesi occidentali, bensì soprattutto ai salari praticamente bloccati da oltre 30 anni. Rispetto all’anno 1990, l’Italia è infatti l’unico Paese UE con salari addirittura decrescenti (-2,9%), a fronte di incrementi corposi nelle altre economie mature. A dispetto di facili conclusioni, questa situazione non è imputabile né al lockdown dovuto alla pandemia, né alla rottura delle global value chain in seguito ai recenti sconvolgimenti macroeconomici. È lecito domandarsi, dunque, come sia possibile che in un mercato occidentale volto al libero scambio, l’equalizzazione dei prezzi dei fattori produttivi non abbia influito positivamente anche sui salari italiani; analogamente, sembra controintuitivo vedere dei saggi di crescita tanto corposi in economie più avanzate -o “più mature”- di quella italiana (Francia, Germania e Svezia su tutte) (https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2022/12/05/questione-salari-italia/?refresh_ce=1)

  


 Noterete che nel grafico manca UK: beh, da novembre '22 a gennaio '23 i salari nel Regno Unito sono cresciuti del 2,4% al netto dell'inflazione (https://www.statista.com/statistics/933075/wage-growth-in-the-uk/).

Mi capita abbastanza spesso di parlare con expats provenienti dal fondo dela classifica salariale. I motivi che spingerebbero a tornare indietro sono sempre gli stessi: difficoltà o impossibilità ad integrarsi socialmente al di fuori del lavoro, nostalgia, clima, cibo. Quanto al cibo la scelta di abitare quanto più possibile vicino alla zona industriale dove si lavora non aiuta per niente (io questa scelta non l'ho fatta). Ma ci sono fattori piuttosto potenti che fanno rimanere lontano da casa.

In primo luogo il posto di lavoro, che magari in patria non ci sarebbe.

In secondo luogo il salario, che in patria sarebbe molto più basso senza costo della vita parimenti ribassato (questo nel caso dell'Italia).

Sento che il mio settore in Italia dà segni di vita, al di là dei numeri piccolissimi. Quindi quel che rimane dell'industria chimico farmaceutica in Italia qualche posizione la offre. I problemi sono la tipologia delle posizioni offerte e le retribuzioni. Ammettendo fosse offerta una posizione analoga a quella che occupo al momento accettandola rinuncerei a circa il 30% delle mie entrate annuali, e questo anche considerando la legislazione italiana sul rientro dei lavoratori dall'estero (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2023/01/skills.html).

Perché ho parlato di "quel che resta", riguardo al settore chimico farmaceutico italiano? Mi ripeterò, ma visto che è storia non scritta magari è opportuno. Già, una storia non scritta con vittime invisibili (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2021/07/invisibili-quindi-inesistenti.html).

Il 3 giugno 2008 la cronaca del Lazio di Repubblica titolava "Farmaceutica, fuga dal Lazio, fine di un sogno da 7 miliardi. Un polo industriale storico sulla via dello smantellamento"

È una pillola amara quella che l´industria chimico-farmaceutica laziale sta confezionando in questi giorni. La cura ricostituente di un polo industriale da 7 miliardi di euro passa infatti attraverso la via dolorosa di licenziamenti, cassa integrazioni, mobilità collettiva. Di addio si può parlare per la Pfizer, che dopo 51 anni ha confermato l´intenzione di vendere lo stabilimento di Latina... «Il 33% del pil di Latina – spiega Armando Cusani, presidente della provincia – deriva dalle attività di queste aziende. Qui operano 11 multinazionali: è un problema non territoriale, ma nazionale».(https://roma.repubblica.it/dettaglio/farmaceutica-fuga-dal-lazio-fine-di-un-sogno-da-7-miliardi/1471275)

Inutile dire che il problema non divenne mai un problema nazionale, forse perché a Latina sono fasci, oppure perché la chimica inquina, chissà. E non che fuori dal Lazio le cose andassero diversamente (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2021/05/cronistoria-dell-apocalisse-della.html). Quando il post fu pubblicato alcuni accademici di provincia la presero molto male, perché pensavano che la chimica farmaceutica italiana fosse quella che loro insegnavano nelle loro facoltà, mentre io parlavo di industria. Ma a loro di centinaia di posti di lavoro persi non interessava. Gente così, che magari si ritiene di sinistra.

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martedì 28 marzo 2023

Pensioni e migrazioni: questioni di doppio standard antropologico - comidad

 

Ci avevano venduto il 41bis raccontandoci che serviva a tenere a bada quelli che sciolgono i bambini nell’acido. Ora, grazie al caso di Alfredo Cospito, scopriamo che il 41bis serve ad impedire la diffusione di opinioni anti-establishment. I mafiosi invece rispettano le gerarchie antropologiche, sanno pentirsi all’occorrenza e, quando vanno a confessarsi da Giletti, sanno pure comportarsi. In fondo “mafia” e “Stato”, legalità o illegalità, sono soltanto nomi o slogan per i creduloni; mentre ciò che conta veramente è (come si dice oggi) il “doppio standard” nelle relazioni umane, ovvero inchinarsi ai ricchi e potenti, compiacerli, assisterli e vezzeggiarli; e invece dare sempre addosso ai deboli, con lo spot più adatto all’occorrenza, perché quando controlli gli organi di comunicazione, nessuno ti può smentire.

Le pensioni rappresentano un fondamentale ammortizzatore non solo sul piano sociale ma anche economico, in quanto contrastano le cadute della domanda e i rischi di spirale recessiva.

Se esistesse davvero quella cosa detta “Stato”, essa si guarderebbe bene dal destabilizzare un equilibratore così efficace; tanto più che, nell’epoca dei “quantitative easing” e delle iniezioni di liquidità nella finanza, è ben strano fare questioni per qualche zero-virgola nei bilanci previdenziali. Invece, proprio quello che, secondo la fiaba, sarebbe lo Stato per antonomasia, la Francia, fa di tutto per scardinare il sistema pensionistico. All’ultimo grande sciopero in Francia, il 7 marzo scorso, hanno partecipato un milione trecentomila lavoratori, secondo stime del governo francese, e tre milioni e mezzo secondo la CGT. Al di là delle cifre, si è trattato di una dimostrazione di forza notevole, che ha bloccato un Paese di sessantacinque milioni di persone: ferrovie, ospedali, trasporti urbani, raccolta rifiuti, scuole. La spinta dei lavoratori ha quasi travolto anche la CGT e la sinistra di Mélenchon, costrette a inseguire. Persino il conciliante e codino sindacato CFDT, ha deciso di partecipare per non restare isolato. Lo scontro con il governo è arrivato al suo apice, dopo mesi di confronto duro, ma che viene da lontano.

Nel 1995, sotto la presidenza di Chirac, il primo ministro Juppé aveva proposto una revisione del sistema pensionistico col pretesto di ridurne un presunto deficit. Dopo tre settimane di scioperi e manifestazioni, Juppé aveva dovuto rinunciare. In seguito anche il conservatore Sarkozy nel 2010 ed il socialista Hollande nel 2013, ci avevano provato, ma con risultati deludenti. Macron (che tutti chiamano pleonasticamente “il presidente dei ricchi”) ha deciso di impegnarsi dove gli altri avevano fallito, e ha incontrato subito una risposta decisa: allo sciopero del dicembre 2019 partecipavano un milione e mezzo di lavoratori (fu definito allora il più grande sciopero da una generazione).

In Francia il sistema sanitario e quello pensionistico sono regolamentati dal dopoguerra secondo una “solidarietà fra generazioni”. I contributi prevedono di solito una quota del 55% a carico dei datori di lavoro e del 45% dei lavoratori. Questo sistema ha garantito ai lavoratori la possibilità di andare in pensione ad un’età ragionevole, cosa che ha mantenuto alti i livelli di produttività ed ha anche alleggerito il sistema sanitario dagli eccessi di morbilità ed infortuni dovuti allo stress lavorativo per gli ultrasessantenni. Macron ha cercato, senza mai riuscirci, di utilizzare la vecchia tecnica del dividere i lavoratori del settore pubblico da quelli del privato, sostenendo di voler eliminare i “privilegi ingiusti” di alcune categorie di lavoratori.

In realtà, se da un lato il sistema previdenziale francese consente un’uscita in tempi più ragionevoli, dall’altro gli stipendi di intere categorie sono rimasti fermi o hanno perso valore, ciò in quanto i vantaggi pensionistici erano considerati una compensazione. Visto che il progetto Macron prevede un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno ricompensati da stipendi più alti o da uscite anticipate, si comprende la reazione. Basti pensare che un lavoratore delle ferrovie potrebbe, con la riforma, andare in pensione dieci anni più tardi.

Già nel 2020, con mobilitazioni operaie considerevoli ma meno estese, Macron era convinto che fosse arrivato il suo “momento Thatcher”, la versione francese dello sciopero dei minatori britannici del 1984-85 quando la Thatcher rifiutò di trattare per fermare le proteste. Ma l’ottimismo di Macron era prematuro; la resistenza degli scioperanti continua. Macron persiste ad attaccare il sistema sanitario e quello pensionistico del settore pubblico. Lo farà senz’altro per riconoscenza verso i settori finanziari ai quali deve il suo successo. Ma, secondo molti analisti, anche Macron sta lavorando alla sua pensione: sembra infatti che, come prevede il sistema delle porte girevoli tra carriere pubbliche e private, BlackRock abbia in serbo per lui una poltrona ben pagata per i suoi servigi.

Il fatto che la riforma delle pensioni proposta dal governo francese sia stata definita la “riforma delle pensioni di BlackRock”, sembra avere qualche fondamento. La multinazionale finanziaria di Larry Fink è la principale azionista di quasi tutte le multinazionali francesi, ed è considerata l’incarnazione del “capitalismo predatorio”, come se potesse mai esistere un capitalismo onesto. Lo stesso Macron proviene dagli ambienti delle banche di investimento, ed è visto dai soliti malpensanti come il manutengolo dell’alta finanza. Larry Fink ha incontrato diverse volte Macron (in incontri per la difesa dell’ambiente, mica per altro), mostrando un altruistico interesse per la politica del governo francese sulle pensioni. Lo smantellamento del sistema previdenziale francese sarebbe per Larry Fink l’occasione per dimostrare quanto è filantropo, riconvertendo il diseducativo assistenzialismo per poveri in un più etico assistenzialismo per ricchi. E, come temono i lavoratori francesi, i fondi-pensione gestiti dalle grandi multinazionali del credito andrebbero a sostituire il sistema previdenziale pubblico, come è successo negli USA. L’ingenuo si aspetterebbe che le autorità di controllo tenessero BlackRock sotto tiro per evitare che abusi della condizione di debolezza degli investitori costretti a ricorrere ai fondi-pensione. Invece è proprio il contrario, per cui il controllore del mercato azionario di New York si preoccupa del fatto che BlackRock non stia più investendo abbastanza in titoli “verdi”, cioè nella bolla finanziaria dei cosiddetti ESG. Ci si lamenta perché BlackRock non sta truffando abbastanza i piccoli investitori, mica per il fatto che i titoli ESG promuovono tecnologie ed aziende che non c’entrano nulla con la protezione dell’ambiente; tantomeno per il fatto che certe bolle finanziarie create sul nulla produttivo lasceranno i piccoli investitori col culo per terra. Come si è visto anche nel caso della Silicon Valley Bank, può bastare una stretta creditizia per scoprire il bluff; salvo poi presentare il conto ai piccoli investitori ed ai contribuenti poveri. Al gioco delle bolle “green” partecipano ovviamente anche i finti ambientalisti, secondo i quali l’unico inquinamento sarebbe quello da CO2.

Se ci si fa caso, si tratta dello stesso tipo di pantomima del finto controllo messa su dalla Procura di Bergamo, la quale non incrimina Fontana, Conte e Speranza per aver impedito la cura dei malati di una polmonite con le terapie sperimentate efficacemente da svariati decenni, bensì per non aver anticipato di qualche giorno la farsa criminale del lockdown a vantaggio dei profitti di Amazon e consimili. Blaise Pascal già notava che la legge vale per chi la subisce ma non per chi la gestisce, perciò lo Stato di Diritto te lo sogni. Purtroppo anche come semplice centro di comando lo Stato si rivela evanescente, un caos di amministrazioni inconcludenti che sono facile preda delle lobby d’affari; ciò non per un metafisico determinismo materialistico, ma solo perché il denaro è un movente univoco, che non dubita mai di se stesso e può utilizzare qualsiasi ideale a scopo promozionale. Allora tanto vale che a capo del sedicente Stato ci sia direttamente un lobbista come Macron.

Purtroppo per Macron, la gerarchia può comportare anche qualche umiliazione quando si incontrano i superiori di rango. Il primo ministro inglese Rishi Sunak, di origini afro/indù, è arrivato ai vertici prima del partito conservatore e poi del governo britannico. Niente hanno potuto le sue origini non troppo “british” contro i suoi agganci affaristici. Gli anglosassoni sanno premiare il “merito”: già direttore della società di investimenti “Catamaran Ventures”, ha accumulato, insieme con la moglie ereditiera, un patrimonio di circa settecento trenta milioni di sterline, liretta più liretta meno. Quale migliore referenza come garanzia del buon governo? E poi la moglie di Sunak mica è una “moglie di Soumahoro” qualsiasi, da sbertucciare per qualche ritardo nei pagamenti. La moglie di Sunak infatti ha investito in attività filantropiche, come il microcredito alle donne artigiane e piccole imprenditrici del settore tessile. Dopo circa tre anni in cui si sono fatte una concorrenza furiosa per sottostare alle condizioni vessatorie degli appalti imposti dalle multinazionali, le povere donne indiane sono fallite, ritrovandosi anche indebitate.

Nel suo recente incontro con il suo omologo Macron (guarda caso anche lui proveniente dalle banche d'investimento), Sunak ha affrontato il tema dell’immigrazione, quadruplicata negli ultimi tempi in UK, in gran parte proprio a causa di quel microcredito che devasta l’economia dei Paesi in “via di sviluppo” e costringe molti alla migrazione a causa dei debiti. Il legame causale tra microfinanza e migrazione è un dato ormai accertato a livello empirico, ma ciò non significa affatto smetterla di far soldi con i prestiti ai migranti e con le provvigioni sulle loro rimesse, ma soltanto che bisogna fare la faccia feroce con loro affidando ai subalterni il lavoro sporco.

Insomma, Sunak ha detto chiaro e tondo che la Francia deve fare di più per bloccare gli immigrati clandestini che attraversano la Manica. Qualche giorno fa, il ministro degli Interni francese Gerard Darmanin, sosteneva che l’Italia doveva fare di più per bloccare ed accogliere gli immigrati clandestini. Seguendo l’ordine gerarchico, la Meloni è fermamente intenzionata a chiedere alla Grecia e alla Turchia di fare di più per bloccare gli immigrati. Grecia e Turchia dovrebbero a loro volta rivolgersi alla Siria e all’Afghanistan e così via. Ma la Meloni probabilmente rimarrà delusa e dovrà subire qualche mandata a quel paese. Sono passati i bei tempi della psicopandemia, nei quali l’oligarchia dell’Italietta ascendeva di rango internazionale, dimostrando al mondo intero di essere la prima della classe nella capacità di ridurre il proprio popolo ad una cavia. Sunak ha parecchio da insegnare alla Meloni, infatti ha messo su una legge sull’immigrazione che tratta da clandestini tutti coloro che arrivano in modo irregolare, e li sottopone a fermo giudiziario per poi rispedirli verso uno Stato “sicuro” (?). Lo Stato sicuro in questione, nel quale deportare gli immigrati, è il Ruanda, che ha ricevuto finanziamenti per i campi di concentramento da allestire in loco. L’idea sembra demenziale quanto quella dei blocchi navali, ma non bisogna mai sottovalutare l’idiozia e la crudeltà di questi personaggi. Piantedosi e la Meloni non vogliono essere da meno, infatti dichiarano che daranno la caccia agli “scafisti” per appioppargli trenta anni di galera. In realtà gli “scafisti” non esistono e i barconi vengono affidati a migranti istruiti alla meglio. L’importante è non fare mai cenno alle leve finanziarie della migrazione, e continuare a far finta che i migranti lascino i loro Paesi di propria iniziativa.

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sabato 2 aprile 2022

gli italiani emigrati in Belgio, cuore d’Europa

 

Da minatori a lavoratori di alto livello:
gli italiani emigrati in Belgio, cuore d’Europa.

 

L’emigrazione italiana in Belgio, esempio di “integrazione diffusa”.
Dedicata ai nostri emigrati in Belgio, l’ultima di una serie di ricerche curate da Franco Pittau, per conto del Centro Studi IDOS per la rivista “Dialoghi mediterranei”
e finalizzate a riflettere sugli italiani all’estero.

 

Negli ultimi due decenni si sono trasferiti in Belgio, un Paese di 12 milioni di abitanti, circa 50.000 italiani, in proporzione paragonabile a quelli emigrati in Germania. In tutto, gli italiani in Belgio sono oggi poco più di 270.000, senza contare i belga-italiani, sempre più numerosi. In parte risiedono ancora nelle zone minerarie, ma in misura consistente hanno scelto Bruxelles, sede di strutture comunitarie e di importanti realtà sociali, imprenditoriali, sindacali e religiose.

Le analisi del fenomeno concordano sul buon livello d’inserimento e integrazione di questi e degli altri italiani che, nel corso della storia di emigrazione del nostro Paese, hanno scelto il Belgio come destinazione e che qui sono riusciti a superare la fase dell’emarginazione lavorativa e molti altri ostacoli. Questa “integrazione diffusa” si esprime anche con alcuni casi eclatanti, uno su tutti Elio Di Rupo, figlio di emigranti abruzzesi, che è stato primo ministro dal 2011 al 2014 e leader del Partito socialista belga: un’affermazione “italiana” a così alto livello non trova riscontro in nessun altro Paese europeo.

Nel Dopoguerra il Belgio è stato il primo sbocco dei flussi migratori in partenza dall’Italia e all’epoca l’inizio non sembrava promettente: i belgi avevano bisogno di braccia e l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946 fu stipulato tra i due Stati il primo accordo di emigrazione “assistita”, termine enfatico rispetto al trattamento riservato a chi partiva. Tutto fu “nero”: il carbone che si estraeva, le sistemazioni iniziali nelle baracche degli ex campi di prigionia, il trattamento sindacale, l’emarginazione linguistica e sociale.

Nel 1956 si verificò il gravissimo incidente minerario a Marcinelle con 262 morti, dei quali più della metà italiani. Da quella data l’Italia pose gradualmente termine all’emigrazione collettiva, mentre il Belgio iniziò, prima sporadicamente e quindi più decisamente, a ripensare la sua politica migratoria.

Fu lentamente superata l’ostilità che il Belgio aveva riservato agli emigranti italiani, anche per via della loro provenienza da un Paese ex alleato e cobelligerante dei nazisti invasori, e prese avvio una nuova fase in cui cominciò ad essere riconosciuto il contributo positivo fornito dagli italiani all’industria carbonifera belga e, successivamente, anche ad altri settori produttivi ed economici, fino al loro protagonismo nella piccola e media impresa.

All’inizio negli anni ’60, politici e opinione pubblica belgi si predisposero a un atteggiamento più inclusivo: il Belgio si trovava ad affrontare complesse problematiche interne, avendo a che fare con tre regioni autonome, due comunità linguistiche e ben tre lingue nazionali. Ma ciò non impedì di farsi carico anche delle attese dei lavoratori immigrati, considerati ormai parte integrante della società. Ciò avvenne mentre in Europa prevaleva ancora la considerazione dell’immigrazione come un fenomeno meramente temporaneo e non strutturale, anticipando di molti decenni le politiche d’inclusione di altri Paesi europei. Le aperture belghe furono poi rinforzate in un processo d’integrazione continentale e la Comunità economica europea, costituita nel 1957 con la firma del Trattato di Roma, consentì di dare inizio nel 1968 alla libera circolazione dei lavoratori, mentre un regolamento del 1972 attuò il coordinamento delle leggi nazionali per la loro tutela previdenziale: innovazioni straordinarie, ancora oggi all’avanguardia in tutto il mondo.

L’atteggiamento più aperto nei confronti dei lavoratori immigrati portò a facilitare anche il processo di acquisizione della cittadinanza (tra il 1985 e il 2000 furono 68.000 i casi di acquisizione di cittadinanza belga per gli italiani) e, quindi, ad allargare anche il diritto di voto.

Le seconde generazioni si sono avvalse pienamente di queste opportunità e, senza più sentirsi in difficoltà per la diversità della loro origine, si sono fatte protagoniste di un inserimento lavorativo sempre più egualitario: non più solo minatori, ma anche lavoratori qualificati, impiegati, imprenditori, professionisti e funzionari comunitari. Secondo fonti italiane, sino al 1970 si sono recate in Belgio poco più di 250.000 persone (un numero, per diverse ragioni, da ritenere sottostimato). La punta più alta si è raggiunta nel 1958 con ben 46.000 espatri in un solo anno. Numeri che, pur diminuiti successivamente, hanno portato gli italiani ad essere la prima collettività straniera in Belgio sino alla fine del secolo (attualmente sono al terzo posto).

È comprensibile chiedersi cosa ci si possa aspettare da questo investimento in capitale umano. Agli italiani, attualmente residenti in Belgio, si aggiunge un flusso continuo di intellettuali, esperti, professionisti, manager, giornalisti, lobbisti, stagisti, studenti e operatori sociali (lo stesso Franco Pittau, curatore del presente rapporto, a Bruxelles iniziò il suo impegno da studioso di emigrazione).

Il caso belga sottolinea la necessità di una politica migratoria basata sulle pari opportunità e sul dialogo interculturale e raccomanda una maggiore attenzione alle collettività italiane all’estero, in particolare agli italiani che ancora non hanno acquisito la cittadinanza del Paese in cui lavorano e risiedono.

La stessa storia dell’emigrazione, come ha ricordato Gianluca Lodetti del Patronato Inas nel tirare le conclusioni del saggio, va valorizzata per coltivare le prospettive d’impegno futuro, anche e soprattutto in senso geopolitico.

 

Lo studio, per gentile concessione della rivista “Dialoghi Mediterranei”,
da oggi è scaricabile gratuitamente dal sito di IDOS (www.dossierimmigrazione.it).

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sabato 3 luglio 2021

Salvatore Palidda scrive sulla tanatopolitica (e non solo)

 

Lasciar morire - Salvatore Palidda

 

Riassunto. Il testo descrive gli aspetti salienti dell’attuale congiuntura mondiale. Attraverso una sintetica analisi del processo che ha portato al trionfo del liberismo globalizzato, si mostra come a cominciare dal 1990 la guerra alle migrazioni si inscriva in una vera e propria tanatopolitica (il lasciar morire). Infatti, i dominanti designano le migrazioni come il nemico del XXI° secolo perché temono che l’aumento della popolazione mondiale sia incontrollabile e che si sovrapponga ai cambiamenti climatici provocando – secondo loro – destabilizzanti invasioni di migranti nei paesi ricchi. In realtà temono che si imponga la necessità di una redistribuzione egualitaria della ricchezza mondiale che potrebbe permettere la sopravvivenza decente anche di oltre 10 miliardi di umani a condizione anche di eliminare tutte le fonti di distruzione del pianeta e innanzitutto l’estrattivismo di carbone, petroli, gas, uranio e terre rare.

Come sempre, i disastri colpiscono molto di più le persone che sono prive di protezione e anzi sono oggetto di persecuzioni da parte delle polizie, anche perché non hanno i mezzi e le conoscenze necessarie per proteggersi. Che si tratti di guerre, terremoti, tsunami, disastri industriali e di pandemie, il rischio che la stragrande maggioranza delle vittime sia fra i più poveri e meno protetti è sempre certo. Fra il quasi mezzo milione di morti negli Stati Uniti a causa dell’attuale pandemia Sars Covid19 (a fine febbraio 2021) ci sono ben poche o rarissime persone come Trump e i suoi pretoriani o come Bolsonaro o Macron e altri dominanti. La maggioranza delle vittime è sempre costituita da quella parte della popolazione costantemente inferiorizzata, razzializzata, considerata “umanità a perdere” o “umanità in eccesso” o “umanità ormai inutile” (come è notoriamente il caso degli anziani nelle case di riposo che sono diventati covi di pandemia all’abbandono).

Come vedremo dopo i casi più drammatici – non a caso – sono quelli alle frontiere dell’Europa, dove la guerra alle migrazioni si materializza sino all’estremo di brutalità e di cinismo; lo stesso vale negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita dove gli immigrati privati di passaporto, rimasti senza lavoro per la pandemia, non possono rientrare a casa e non hanno più né di che mangiare né dove stare. Questa “modalità” di governo dell’“umanità a perdere” si chiama tanatopolitica (il lasciar morire) e vedremo perché oggi rischia di affermarsi come la modalità prevalente rispetto anche alla tradizionale biopolitica (il lasciar vivere per meglio sfruttare).

 

I più importanti “rivoluzione” liberista globalizzata nelle migrazioni e nei confini dopo “rivoluzione” liberista globalizzata

La storia delle migrazioni è segnata da periodi di razzismo e rifiuto violento e anche da periodi di integrazione e assimilazione pacifica nei paesi di arrivo (ma sempre a costi morali e materiali molto alti). Lo sviluppo capitalista del diciannovesimo e ventesimo secolo fu alimentato dalla migrazione sia interna che internazionale.

Ma, dall’inizio del 1990, la migrazione è diventata lo spettro che sembra terrorizzare i paesi ricchi come se fosse una minaccia particolarmente pericolosa (anche perché buona parte dei media e dei vertici militari e delle polizie fa l’amalgama col terrorismo). La definizione delle migrazioni come minaccia (quindi un termine prettamente militare) di fatto è diventata legittimazione della guerra permanente contro le migrazioni. Questo giustifica la continua proliferazione di mezzi e forze militari e di polizia destinati a tale scopo, nonché una serie di sofisticati dispositivi tecnologici e il dispendio di enormi risorse economiche. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la proliferazione dei muri è stata spaventosa1. Quando avvenne questa caduta del Berliner Mauer si contavano nel mondo 15 barriere fisiche, una decina in più rispetto a quante ne esistevano alla fine della Seconda guerra mondiale: oggi queste sono 70, con altre 7 già finanziate e in via di completamento2. Quella attribuita alle migrazioni è diventata una delle minacce più gravi del ventunesimo secolo. Sta qui il cambio di paradigma nella comprensione e nel trattamento delle migrazioni e dei confini, provocando disperazione, tragedie e morti tra i migranti.

Questo cambiamento nel paradigma delle migrazioni e dei confini si osserva nella letteratura che ha subito un enorme sviluppo negli ultimi 20 anni. Diversi autori hanno descritto i vari aspetti delle attuali drammatiche situazioni migratorie. Tuttavia, gran parte di queste letture è parziale e costruita come una reiterazione di lavori precedenti; le narrazioni seguono spesso un modello di discorso dominante basato sulla “scienza delle migrazioni” del diciannovesimo e ventesimo secolo, priva di una sua decostruzione e messa in discussione (come insegnano Foucault e Sayad3). Questo cambiamento nel paradigma della migrazione e dei confini spesso non è riconosciuto dal mondo accademico a causa di due gravi lacune. In primo luogo, c’è stata troppa poca attenzione dedicata alla comprensione delle conseguenze della “rivoluzione” neoliberista globalizzata, iniziata negli anni ‘70 nel Nord del mondo (fanno eccezione il lavoro di Sassen, 1999, 2008, 2014 e anche di altri). La seconda lacuna è la mancanza di analisi della percezione tra i dominanti della cosiddetta crescita incontrollata della popolazione mondiale (specialmente nei paesi più poveri del Sud del mondo) e della sua presunta sovrapposizione ai cambiamenti climatici. Questa sovrapposizione suscita nelle élite il terrore che possa essere generatrice di “invasioni pericolose” di migranti poveri nei paesi ricchi (Miller, 2017; Palidda, 2019). Questo è il pauroso “spettro” che preoccupa le élite dei paesi dominanti ed è la ragione principale del passaggio da una biopolitica delle migrazioni favorevole all’integrazione dei migranti nella società di arrivo (per meglio sfruttarli) alla tanatopolitica che è lasciar morire (tesi che rimanda al lavoro di Michel Foucault, 2004 e 2005; vedi anche Aradau e Tazzioli, 2020). Le migrazioni e le frontiere si spostano e i migranti diventano “vite di scarto o spazzatura” (Bauman, 2003) o rimangono intrappolati come “umanità in eccesso” destinata a essere smaltita come rifiuti ingombranti o tossici.

Per comprendere appieno un tale cambio di paradigma, occorre guardare ciò che effettivamente è mutato nelle migrazioni e nelle frontiere, nel contesto che s’è sviluppato in particolare dal 1990 con lo sviluppo del neoliberismo globalizzato. Oggi più che mai le migrazioni e le frontiere sono fatti politici totali (reinterpreto qui il concetto classico di Marcel Mauss4). Fatti politici totali non solo perché sempre al centro delle preoccupazioni politiche anche se talvolta come tema correlato a quella della sicurezza, del terrorismo e persino della criminalità organizzata. Ma anche perché scuote profondamente l’immaginario etico e morale e quindi culturale di tutti i paesi perché diventati tutti di emigrazione, di immigrazione e di transito. Non è infatti casuale che ci sia un revival del colonialismo che è appunto neocolonialismo piuttosto e post-colonialismo; quest’ultima accezione presenta infatti alcune ambiguità e un approccio culturalista che di fatto ignorano la realtà nuda e cruda del neocolonialismo in tutte le sue dimensioni economiche, sociali, politiche e culturali e in particolare la riproduzione di neo-schiavitù e della violenza estrema che le impone producendo nessi inestricabili fra razzializzazione, sessismo e neofascismo.

La biopolitica delle migrazioni mirava a integrare i “buoni” immigrati insieme al periodico rigetto, la razzializzazione e i tentativi di eliminare i “cattivi immigrati” (Palidda, 2018a, 2018b). Gli immigrati ancora oggi sono – in parte – tollerati se si relegano alla condizione di inferiorizzazione, come “scimmie ammaestrate” o servi a disposizione dei dominanti5. L’integrazione e ancor di più l’assimilazione li trasforma spesso in lavoratori docili e talvolta in buoni cittadini che pagano le tasse, e che sono anche pronti a morire nelle guerre del nuovo paese della loro integrazione/assimilazione. I casi degli Stati Uniti e della Francia sono esemplari di tali pratiche classiche di integrazione e assimilazione degli immigrati. La migrazione è sempre stata essenziale per lo sviluppo economico di questi paesi, che grazie anche al super sfruttamento degli inferiorizzati sono diventati potenze economiche, politiche e militari del mondo. Ed è grazie al continuo arrivo di flussi migratori che gli Stati Uniti e altri paesi hanno avuto una grande crescita economica dal 1990 e hanno superato la crisi del 2008. La popolazione degli Stati Uniti è infatti passata dai 250 milioni del 1990 a quasi 340 milioni nel 2021, oltre a 11 milioni di immigrati privi di documenti soggetti al super sfruttamento e alle neo-schiavitù. Le migrazioni hanno quindi avuto un ruolo utilitaristico chiave: questo paradigma migratorio è stato funzionale allo sviluppo della società industriale governata dagli stati nazionali sovrani sino agli anni ‘70. Si sfrutta infatti l’aspirazione all’emancipazione degli emigrati-immigrati che si combina spesso con lo “spirito del capitalismo” e quindi del liberismo. Così l’etnicizzazione dei migranti permette a caporali e power-brokers etnici di sfruttare ancora di più i propri connazionali così come facevano le mafie delle varie nazionalità negli Stati Uniti degli anni Venti e ancora dopo.

Le origini del cambiamento del paradigma migratorio classico sono emerse dagli anni ‘70 in poi con l’accelerazione della rivoluzione neoliberista globale.

Lo stop delle migrazioni per lavoro fu adottato dai paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel 1974, dopo la crisi petrolifera del 1973. Ma l’immigrazione è continuata negli anni ‘70 e ‘80, soprattutto dopo la fine del regime di Salazar in Portogallo e di quello di Franco in Spagna. Dalla metà degli anni ’80 l’Italia e la Spagna sono diventati paesi di immigrazione ma in realtà quasi tutti i paesi del mondo, sia al loro interno sia con l’estero, sono diventati paesi di emigrazioni, immigrazioni o anche di transito. Le migrazioni sono proliferate anche a seguito delle scelte delle dittature in vari paesi dell’America Latina, Africa e Asia e poi soprattutto per il galoppante degrado delle condizioni di lavoro e di vita. Da allora si intensificano le migrazioni dal Messico e dall’America Centrale verso gli Stati Uniti così come quelle tra i Sud poveri e i Sud ricchi fra i quali emergono gli Emirati e l’Arabia Saudita. Le delocalizzazioni dai paesi ricchi verso il cosiddetto Terzo Mondo non hanno affatto migliorato la situazione: hanno sempre portato in questi paesi condizioni di lavoro invivibili, salari miserabili ma anche tante morti sul lavoro (si ricordino i grandi disastri in Bangladesh, in Sri-Lanka e in tanti altri paesi oltre che l’inquinamento spaventoso dappertutto in Asia, Africa e America Latina).

Negli anni ’70 esistevano casi di accoglienza dei rifugiati sebbene per motivi politici strumentali. Ricordiamo il fenomeno dei boat people dal sud-est asiatico dopo la fine della guerra del Vietnam e le conseguenze del regime di Pol Pot in Cambogia. Dopo il periodo della Guerra Fredda, ci fu anche la successiva migrazione di massa dai paesi dell’Europa orientale, cioè dopo il crollo dell’URSS nel 1991. Ma dal 1990 comincia l’escalation del rigetto degli immigrati insieme al degrado crescente delle condizioni di lavoro e di vita di quelli che riescono ad arrivare nei paesi ricchi.

In realtà dal 1990 al 2020 lo stop ufficiale delle migrazioni, la carcerizzazione di una parte degli immigrati senza documenti, i respingimenti e le espulsioni (Squire, 2016; Palidda, 2009) si combinano con la faccia ancora più sporca delle pratiche del governo delle migrazioni: la regolazione tacita dell’immigrazione irregolare per disporre dei neo-schiavi. In tutti i paesi le polizie usano sia la gestione violenta, sia la gestione informale di lasciar correre: negli Stati Uniti come nei principali paesi dell’Europa dell’Ovest (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna ecc.) la prassi prevalente è che si tollera il lavoro nero, la neo-schiavitù, le condizioni di vita indigenti degli immigrati senza documenti e allo stesso tempo la pronta repressione violenta di chi osa ribellarsi a tali condizioni e reclama l’integrazione regolare e pieni diritti6. In altre parole, la tecnica del governo dell’immigrazione in tutti i paesi ricchi è di creare una massa di manodopera “usa e getta” che viene costantemente rinnovata con nuovi arrivi detti “clandestini” ma in realtà ben noti alle polizie, che li gestiscono spesso insieme a caporali e vari brokers esperti nel camuffare l’irregolarità. E tale sistema funziona anche per una parte dei lavoratori autoctoni e anche nelle grandi imprese e nel cuore stesso delle grandi città (vedi nota 7).

Così i migranti sono costretti all’irregolarità dalla partenza dai loro paesi, lungo i tragitti spesso tragici per via marittima o per via terrestre e poi nel paese di approdo sin quando non vengono di nuovo espulsi come “rifiuti umani”. Le peripezie e le morti di queste persone non sono da meno di quelle dei disperati che scappavano dalle persecuzioni e violenze dei regimi fascisti e nazisti o dei superstiti che scappavano dal fronte nella prima e nella Seconda guerra mondiale o che facevano parte della Resistenza antifascista.

Come sempre il proibizionismo provoca morte: dalla fine degli anni ‘80, decine di migliaia di migranti sono morti durante i tentativi di migrazione per raggiungere i paesi ricchi (soprattutto ai confini degli Stati Uniti e dell’Europa mediterranea).

Tutto ciò è avvenuto a seguito dello smantellamento di gran parte dell’apparato industriale nei paesi più sviluppati nel nord del mondo, e quindi il suo trasferimento nel sud del mondo a bassi salari, in paesi meno regolamentati (con delocalizzazioni che hanno incluso anche le attività terziarie come i call center). I paesi ricchi hanno così sperimentato una minore necessità di lavoro di immigrati da integrare/assimilare nella produzione stabile, e hanno optato sempre più per il solo lavoro precario e/o neo-schiavizzato nelle economie sommerse (che oggi si possono osservare nel cuore stesso delle grandi metropoli occidentali come Londra, Parigi, Los Angeles e New York ecc.). Una tale trasformazione epocale è stata resa possibile con la rivoluzione tecnologica nelle comunicazioni, nei trasporti e nella produzione e anche dalla rivoluzione finanziaria (che impoverisce ulteriormente il Sud del mondo).

La rivoluzione tecnologica ha innescato anche i cambiamenti negli affari militari e di polizia che si traducono in mutamento politico, cioè dei rapporti di forza fra dominanti e dominati. Lo sfruttamento delle nuove tecnologie e dei dispositivi di sorveglianza e coercizione ha fatto sì che polizie e militari (anche privati) si sovrappongono e collaborano sempre più in nome della sicurezza totale che diventa continuum delle guerre permanenti su scala globale e guerra sicuritaria su scala nazionale e locale contro i migranti, rom, marginali e oppositori delle scelte liberiste. Questo processo ha generato una maggiore asimmetria fra dominanti e dominati sempre più privi di possibilità di protezione. Non è casuale che negli ultimi 40 anni la concentrazione di capitali e mezzi da parte della piccola minoranza di ricchi è stata sempre maggiore mentre allo stesso tempo i meno abbienti e gli svantaggiati sono diventati sempre più poveri e sempre più privi di protezioni. Lo scenario così polarizzato ha rafforzato la crescente asimmetria di potere. Ciò consente alle élite dei paesi dominanti di imporre ai dominati sempre peggiori condizioni di lavoro, redditi più bassi e cattive condizioni di vita, ciò in particolare a gran parte delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo o più poveri. Queste pratiche di dominio e di super sfruttamento si trovano nelle economie sommerse che sono spesso attività per neo-schiavi sottoposti con la violenza a tale condizione (fra i casi emblematici si veda quanto avviene con le ditte del subappalto anche nelle grandi aziende statali e para-statali7).

La revolution in military affairs e in police affairs e di polizie e militari dello stato o anche privati oltre che di mafie e caporali sono lo strumento coercitivo che impone e garantisce questo ordine sociale di drastica disuguaglianza su scala mondiale, nazionale e locale.

Un altro fattore che spiega questa trasformazione globale è l’intensificazione delle pratiche neocoloniali attraverso l’eccessivo sfruttamento delle risorse e la devastazione dei territori nel Sud del mondo. Questo processo include la depredazione di grandi territori, le espulsioni delle popolazioni che vi vivono (vedi in Asia, in America Latina e anche in Africa) per opera delle multinazionali e a sua volta l’aggravarsi della crisi ecologico-politica globale. Di conseguenza, tale processo provoca nuove migrazioni disperate di persone che fuggono da territori devastati dove nemmeno un filo d’erba cresce, né i pesci sopravvivono o possono essere pescati con i metodi tradizionali (si pensi fra altri al caso del Senegal dove le grandi navi da pesca fanno razzia della fauna locale lasciando in miseria i pescatori locali). La migrazione sussume sempre più le conseguenze di disastri economici, ecologici sociali, culturali e dunque politici provocati soprattutto nei paesi del Sud dalle lobby dei paesi dominanti e dalle loro multinazionali e istituzioni finanziarie (Palidda, 2018a).

Queste conseguenze della rivoluzione economica neoliberale globale generano i nuovi disastri umanitari e le vere minacce alla sicurezza umana descritte da Gros (2008).

Ma va ricordato che la maggior parte delle migrazioni avviene oggi tra i paesi poveri del Sud del mondo e i paesi ricchi (come gli Emirati, l’Arabia Saudita dove il gli immigrati sono in casi estremi di schiavitù e “vite da scarto”).

I migranti sanno bene che rischiano di morire lungo il tragitto e che se approderanno da qualche parte probabilmente troveranno condizioni infelici ma forse potranno cavarsela e comunque restare da dove si parte è impossibile. Forse non è esagerato dire che il neocolonialismo di oggi è spesso peggiore di quello conosciuto nel XIX° secolo e ancora nel XX°. Il degrado dei territori e delle condizioni di vita in tutte le zone di emigrazione è spaventoso e appunto spinge a emigrazioni disperate. E’ esattamente la conseguenza più brutale e quasi genocida dell’arricchimento continuo e sfrenato delle multinazionali e lobby.

La rivoluzione finanziaria ha facilitato l’ascesa della speculazione in borsa e dei paradisi fiscali. Gli stati-nazione hanno perso il controllo di queste manipolazioni finanziarie (in parte a causa dell’imperativo neoliberista della deregolamentazione), e quindi la transnazionalizzazione finanziaria è aumentata. Questo processo ha permesso anche l’ascesa globale della potente troika finanziaria (cioè Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio e Fondo Monetario Internazionale – FMI). Inoltre, la troika europea (ossia la Commissione europea, la Banca Centrale Europea e il FMI) così come il potere delle banche multinazionali private dei paesi ricchi dominanti (Stati Uniti, Cina, Europa e Giappone) svolgono tutti un ruolo chiave nella configurazione economica del neoliberismo globale. L’impatto del potente sistema finanziario globale ha causato un impoverimento ancora maggiore dei paesi meno sviluppati, in particolare una distribuzione sempre più diseguale della ricchezza e del reddito, e l’aumento della povertà.

Lo sviluppo del dominio economico liberista è di tipo transnazionale e si impone a sprezzo di tutto e di tutti. La sottomissione dei paesi deboli passa anche tramite la speculazione finanziaria (si veda “colpi di stato finanziari”, Perkins, 2005).

A partire dagli anni ‘90, lo sviluppo del neocolonialismo economico neoliberista globalizzato è diventato sempre più sfrenato e da allora provoca sempre più disastri in parte persino per gli stessi paesi ricchi (si pensi all’aumento di uragani e tsunami notoriamente dovuto ai cambiamenti climatici provocati dall’aumento dell’inquinamento alimentato da consumo di carbone, petrolio, gas e uranio cioè dall’estrattivismo). La mentalità alla base di questo fenomeno è illustrata nei famigerati commenti del 1991 di Lawrence Summers, allora capo del dipartimento economico della Banca Mondiale (in seguito Segretario al Tesoro degli Stati Uniti), che scrisse in una nota privata trapelata alla stampa:

I paesi africani sono in gran parte scarsamente inquinati. … Dobbiamo incoraggiare una migrazione significativa dalle industrie inquinanti verso i paesi meno sviluppati … la logica economica richiede che le masse di rifiuti tossici vengano gettate dove i salari sono bassi ed è indiscutibile. (Estratti pubblicati da The Economist (2 agosto 1992) e The Financial Times (2 ottobre 1992) con il titolo “Salvate il pianeta degli economisti”)

E aggiunge, sempre nel 1991:

Il rischio di un’apocalisse a causa del riscaldamento globale o di qualsiasi altra causa è inesistente. L’idea che dovremmo imporre limiti alla crescita a causa di limiti naturali è un errore profondo; inoltre è un’idea il cui costo sociale sarebbe stupefacente se fosse applicata.8

Da allora, le “migrazioni disperate” sono aumentate in modo esponenziale. È allora sbagliato parlare di “migrazioni climatiche”, perché non è il cambiamento del clima in sé che genera questo: si tratta di migrazioni che inglobano tutti i disastri provocati dall’impatto delle multinazionali dei paesi dominanti nel Sud del mondo, appunto il fatto politico totale del XXI° secolo (vedi Palidda, 2018b).

L’élite dei paesi dominanti sanno che le migrazioni disperate sono e saranno sempre più la conseguenza delle attività delle multinazionali nei paesi terzi e la conseguenza del loro accaparramento della ricchezza mondiale e dell’accesso alle innovazioni tecnologiche e alle scoperte scientifiche. Sanno che si potrebbe permettere di far vivere decentemente sul pianeta 8 o anche 10 miliardi di esseri umani, a condizione di eliminare l’estrattivismo (di carbone, petrolio, gas, uranio e “terre rare”) e tutte le fonti e cause di disastri sanitari e ambientali che devastano sempre più enormi territori e la loro continua accumulazione di capitali. Non a caso tanti ultramiliardari del mondo si professano filantropi, benefattori dei poveri facendo dire ai media che regalano anche qualche miliardo. Nascondono così che questi capitali sono il prodotto di neo-schiavitù in particolare nelle delocalizzazioni delle loro attività sparse attraverso i paesi poveri o persino su navi nelle acque internazionali. E non è neanche casuale che per scongiurare la minaccia migratoria del XXI° secolo alcuni militari, geo-ingegneri ed esperti di nuove tecnologie pretendono ideare anche le “guerre climatiche”, che ovviamente avrebbero come obiettivo i paesi di emigrazione9. Fortunatamente queste ipotesi sembrano – per ora – non realizzabili o a rischio di boomerang. Ma è un errore ignorarle perché è di questi teoremi che si nutrono complottisti, negazionisti, razzisti e fascisti vari.

L’attuale pandemia di Covid-19 rischia di essere una piaga ancora più grave per i paesi poveri, cioè i paesi di emigrazione. Le conseguenze contemporanee della pandemia Covid-19 per i migranti e le zone di confine, evidenziano in modo drammatico le caratteristiche chiave del cambio di paradigma.

Tra le prime misure adottate da quasi tutti i governi nella crisi del Sars Covid-19 c’è stata la chiusura delle frontiere (o la restrizione su larga scala della migrazione) e l’abbandono di ogni dovere di aiutare i rifugiati, che ha provocato il tragico aggravamento della situazione dei migranti situati vicino ai confini, soprattutto nella zona di confine turco-greca, nei confini nei Balcani, in quello spagnolo in Marocco (Ceuta e Melilla).

Col capitalismo globale, le pandemie circolano a livello internazionale con facilità e prosperano non solo nelle grandi metropoli, ma si diffondono anche in regioni scarsamente popolate. Prima dell’attuale pandemia negli ultimi 20 anni ci sono state molte altre epidemie: Ebola, SARS, influenza aviaria e suina. La mappatura globale dell’origine delle pandemie è esattamente al centro della produzione capitalistica mondiale. Tuttavia, ci sono molti altri luoghi in cui i rischi ambientali di mutazione dei virus e di diffusione sono più elevati. La “morte nera”, o peste, iniziò in Mongolia, la “spagnola” del 1918 si estendeva oltre i confini nazionali dalla Francia, si pensa che l’HIV/AIDS abbia avuto origine in Africa così come il virus del Nilo occidentale e dell’Ebola, mentre la dengue sembra fiorire in America Latina. Le origini delle pandemie sono diverse, ma possiamo vedere l’impatto economico e demografico dei virus diffusi oltre i confini, facilitato dalla crescente globalizzazione nel corso degli anni. Nel caso della pandemia da Covid-19, molti la chiamano una “vendetta” del sistema estrattivista neoliberista violento, globale e deregolamentato. Alcune recenti ricerche hanno dimostrato che c’è una netta correlazione fra inquinamento e diffusione del Sars-Covid19 (così come in generale per le malattie cardiovascolari e quelle di raffreddamento, cioè le influenze stagionali, come concause). In tutti i paesi, una delle prime conseguenze della pandemia è stata l’aggravamento delle condizioni di lavoro e di vita delle persone più deboli e meno protette: lavoratori irregolari, senzatetto, lavoratori precari, detenuti, donne migranti che si prendono cura della popolazione vulnerabile (come collaboratori domestici e badanti) e, in generale, persone con redditi incerti e bassi. È emblematico, ad esempio, che la maggior parte dei decessi per Covid-19 negli Stati Uniti (più del 70% in alcuni stati) sia tra afroamericani e ispanici (e a New York i tassi di mortalità di ispanici e neri il doppio quelli dei bianchi e degli asiatici americani10). È una pandemia razzista o l’ennesima dimostrazione di discriminazione di classe, accentuata dalla salute pubblica distrutta dal neoliberismo? Tra queste stesse categorie in Europa vediamo ovviamente molti immigrati regolari e irregolari che continuano a lavorare in particolare nella cosiddetta forza lavoro essenziale dell’economia, come la raccolta di frutta e verdura nelle campagne, i lavori di pulizia, la cura degli anziani, dei bambini, degli adolescenti e dei malati, spesso presso famiglie di lavoratori non confinati in casa o con persone anziane da sole. Tra i tanti paradossi, va segnalato il caso dell’Austria, il paese più chiuso ermeticamente; l’urgente necessità di manodopera agricola per raccogliere asparagi e patate nell’estate 2020 ha costretto il governo ad autorizzare voli charter per il trasporto di lavoratori dalla Romania o da altri paesi dell’Europa orientale. Anche nell’Italia più colpita l’emergere della necessità di manodopera nelle campagne ha spinto il sindacato degli agricoltori a fare pressione sul governo affinché autorizzi l’arrivo di almeno 300.000 immigrati (mentre secondo i sindacati bisognava regolarizzare i circa 600.000 immigrati privi di permesso di soggiorno). Al contrario, nell’aprile 2020 l’Italia ha usato la pandemia come scusa per chiudere i suoi porti alle navi che soccorrevano i migranti in mare11.

La situazione degli immigrati rinchiusi nei centri di espulsione è ad alto rischio quanto quella dei detenuti delle normali carceri. Ancora peggiore, tuttavia, è la situazione dei migranti bloccati alle frontiere. Si tratta spesso di persone indebolite, a rischio di malattie respiratorie, polmonite e bronchite, e quindi particolarmente vulnerabili al Covid-19. Sono persone che spesso sono costrette a vivere in spazi affollati e malsani e non ricevono alcun aiuto o materiale medico di prevenzione (dispositivi di protezione individuale (DPI), maschere, ecc.). La situazione non promette nulla di buono per questa popolazione12. Al confine di Ventimiglia (Italia), la Francia continua ad espellere i migranti in Italia nonostante il blocco dei confini europei ora giustificato dalla situazione pandemica; nel frattempo le persone espulse sono lasciate con rischi per la salute in condizioni di grave rischio di contagio. Le condizioni dei campi profughi dove migliaia di persone sono stipate in Grecia sono ormai un inferno. Ma nessuno parla più di rifugiati o migranti e in particolare di bambini. Solo poche organizzazioni non governative (ONG) continuano ad essere presenti vicino ai confini. La nave Ocean Viking di Medici Senza Frontiere e SOS Méditerranée è riuscita a portare in Sicilia 274 migranti. Ma subito il leader fascista-razzista Matteo Salvini ne aveva chiesto l’espulsione13. Le autorità avevano deciso di metterli in quarantena tutti insieme all’equipaggio, anche se non ci sono prove che i migranti o gli operai della Ong siano stati colpiti dal virus. La situazione è drammatica nei campi profughi nelle isole greche. Il primo caso di Covid-19 nel campo profughi dell’isola di Lesbo è stato confermato nel marzo 2020. Ma le autorità di Atene non hanno fornito alcun aiuto concreto, nemmeno ai minori non accompagnati. Secondo l’International Rescue Committee (IRC), Human Rights Watch e il Danish Refugee Council molti bambini non sono adeguatamente registrati e protetti e mancano le procedure di prevenzione delle pandemie. Gli incendi nei campi sono frequenti. Un bambino è morto tra le fiamme divampate in uno dei container dove sono alloggiati i profughi nel campo profughi di Moria. Secondo Stephan Oberreit, capo della missione di Medici Senza Frontiere in Grecia: “Questo incendio arriva solo due mesi dopo l’incendio nel campo di Kara Tepe e solo cinque mesi dopo l’incendio nel campo di Moria nel settembre 2019”14. E recentemente, alcune Ong hanno dovuto ridurre la loro presenza o abbandonare l’area a causa delle violenze contro gli operatori umanitari. Secondo il portavoce dell’UNHCR (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati) Andrej Mahecic “ci sono più di 36.000 richiedenti asilo che soggiornano in centri di accoglienza in cinque isole, originariamente progettati per 5.400 persone”15. La ONG Medici Senza Frontiere teme che l’epidemia di Covid-19 si tradurrà in una nuova ingiustificata ansia pubblica nei confronti di coloro che sono stati salvati in mare e fungerà da “scusa per impedire a Ocean Viking di riprendere la sua opera di controllo nel Mediterraneo centrale”16.

La chiusura quasi totale delle frontiere da parte di tutti gli stati non fa che accentuare il divieto di migrare. Pertanto, ancora una volta, la nozione di tanatopolitica è cruciale per comprendere questa situazione – vale a dire per far morire queste persone senza diritti, viste e concepite come “umanità in eccesso” (un concetto che è stato utilizzato principalmente nel campo degli studi sull’olocausto, nella crisi umanitaria e negli studi sui campi profughi). Così, la logica cinica e brutale delle frontiere del neoliberismo economico globalizzato diventa, con tutti questi esempi dettagliati, ancora più concreta nella tragedia umanitaria della migrazione come illustrazione chiave di ciò che accade ai confini globali. L’esempio più tragico è dato nel mese di dicembre 2020 e gennaio 2021 da quanto succede nei Balcani. Il 23 dicembre il campo profughi di Lipa è stato chiuso. Durante lo sgombero un incendio – probabilmente provocato apposta dalla polizia – ha distrutto la struttura. Centinaia di profughi sono rimasti al gelo e sotto la neve. A causa delle proteste della popolazione locale è stato impossibile spostarli in altri campi. Ora a Lipa l’esercito sta allestendo le tende, ma manca tutto: servizi, elettricità, acqua. “Lasciare i migranti a Lipa è la peggiore delle soluzioni possibili”, spiega Daniele Bombardi, coordinatore Caritas Italiana del Sud Est Europa, “siamo davanti ad una catastrofe umanitaria”. La situazione si è ancor più aggravata con altri i respingimenti violenti dalla Croazia17.

I migranti fanno la scommessa disperata, il game, come dicono loro per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro18.

 

Conclusioni

Il cambiamento nel paradigma della migrazione e delle frontiere non può essere compreso se non si tiene pienamente conto di due aspetti principali: 1) le conseguenze del trionfo del liberismo globalizzato, 2) la paura dei dominanti rispetto all’aumento della popolazione mondiale che considerano incontrollabile e che pensano che si sovrapponga al cosiddetto cambiamento climatico. Questi fatti hanno trasformato radicalmente la struttura economica, sociale, culturale e politica del mondo a livello locale e globale; a partire dagli anni Ottanta, siamo entrati in una nuova era (quella del capitalocene piuttosto che dell’antropocene19). L’era precedente è stata segnata dallo sviluppo capitalista più o meno inquadrato dagli stati-nazione con un ampio ricorso alla migrazione interna e internazionale. Tutte le potenze economiche, militari e politiche, guidate dagli Stati Uniti, hanno sviluppato le loro società grazie a queste migrazioni, integrandole, assimilandole o adattandole ad essere lavoratori docili e anche cittadini servili e rigettando chi non sottostava a queste condizioni. Questo modello s’è imposto durante il periodo della biopolitica: integrazione e assimilazione della maggioranza degli immigrati e rigetto del “cattivo immigrato”, cioè di coloro che non possono o non vogliono diventare lavoratori docili cittadini (cfr. Preciado, 2020). Oggi, lo sviluppo economico ha molto meno bisogno di lavoratori stabili rispetto a prima degli anni ‘70, ma di lavoro instabile, segmentato e flessibile. Si richiede manodopera “usa e getta” o anche schiavizzata nel cuore delle stesse grandi città del mondo ricco come nelle campagne. L’abbondante disponibilità di manodopera immigrata insieme all’erosione delle protezioni dei lavoratori offre ai datori di lavoro la possibilità di abbassare i salari e peggiorare le condizioni di lavoro, a volte schiavizzando. La fine dell’inserimento tradizionale dei migranti è drammaticamente illustrata dalla precaria sopravvivenza dei migranti nei paesi ricchi (compresi gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita).

La tendenza a scegliere l’opzione di far morire i migranti (la tanatopolitica) è stata adottata da tutti i paesi ricchi; la pseudo democrazia occidentale è sempre più eterogenesi delle promesse del secondo dopoguerra. La violenza razzista, fascista e sessista è abitualmente praticata non solo da quella parte delle polizie che ne abusa ma anche da una parte della popolazione che vuole trarre profitto dalla negazione dei diritti degli immigrati o che ha paura del declino della supremazia dei bianchi (vedi il caso dei seguaci dei Trump, Bolsonaro, Erdogan, Orban, Salvini o Boris Johnson e anche Macron).

Approfittando della pandemia da Sars-Covid 19 tutti gli Stati dominanti hanno accentuato la chiusura delle frontiere e la persecuzione dei migranti. La pandemia è sfruttata per erodere sia le possibilità e occasione di agire politico, sia per accentuare le azioni repressive, sia per rendere impossibile anche le attività di solidarietà e di soccorso da parte delle ONG. Tutto ciò ancora di più in nome della crisi economica derivante dalla pandemia. Nel frattempo le multinazionali hanno scatenato la loro speculazione per i vaccini che quindi non saranno disponibili per la popolazione povera di tutti i paesi del mondo. Si produrrà così un ulteriore aggravamento delle condizioni di vita delle popolazioni che già sono allo stremo e non potranno migrare.

L’ultima prova di cosa è diventata la guerra alle migrazioni è anche in un articolo del quotidiano Le Monde20. In esso si rivela che il canale pubblico tedesco ZDF con la collaborazione dell’ONG Corporate Europe Observatory (CEO), hanno svolto un’indagine sui legami tra l’Agenzia europea della Guardia-frontiere e l’industria della sorveglianza e degli armamenti. Decine di documenti, a cui ha avuto accesso anche Le Monde, dimostrano violazioni delle regole delle istituzioni europee sul lobbismo, una mancanza di trasparenza e una quasi totale assenza di preoccupazione per il rispetto dei diritti umani. Come da anni documenta anche Statewatch, Frontex è di fatto diventato una sorta di associazione di funzionari che flirtano anche con mercenari e bande criminali (come quelle libiche) che pratica la tanatopolitica (il lasciar morire). Di fatto i soldi dei cittadini contribuenti europei sono spesi per un crimine contro l’umanità. E’ quindi auspicabile una mobilitazione dei cittadini europei per la soppressione di questa Agenzia che sinora allegramente viola quei diritti umani che l’Unione Europea dice di difendere. L’unica soluzione sostenibile sarebbe l’equa distribuzione della ricchezza, l’abolizione dei profitti, l’abolizione di tutte le attività devastanti che causano disastri sanitari e ambientali e la maggior parte dei decessi per malattie dovute a contaminazioni tossiche e condizioni di lavoro e di vita insostenibili – cioè un drammatico aumento della insicurezza degli umani e di tutto il mondo animale e vegetale.

Tuttavia, anche se la situazione tende a peggiorare nel breve e medio termine, la migrazione continuerà inesorabilmente e, nonostante gli ostacoli, i migranti riusciranno a integrarsi almeno parzialmente nei paesi di arrivo / accoglienza. La resistenza dei migranti, così come di altre persone vittime del dominio liberista e delle sue scelte è una questione di sopravvivenza e l’espressione dell’aspirazione mai sopita all’emancipazione economica, sociale, culturale e politica.


Articolo pubblicato con il titolo completo Il cambiamento radicale delle politiche migratorie: dal lasciar vivere al lasciare morire. Biopolitica a sempre più tanatopolitica? su REMHU, Rev. Interdiscip. Mobil. Hum., Brasília, v. 29, n. 61, abr. 2021, p. 33-48 https://www.scielo.br/j/remhu/a/gtxsN6kkDpbcHDzyNGGRL3z/


NOTE

1  Christian Elia. Oltre i muri. Storie di comunità divise. Milieu Edizioni, 2019.

2  Disponibile su: <https://www.fanpage.it/attualita/tutti-i-muri-nel-mondo-30-anni-dopo-berlino/>.

3  Per la decostruzione del discorso dominante si veda innanzitutto l’opera di Foucault e per gli studi sulle migrazioni si veda la critica di Sayad (2002) alla cosiddetta “scienza delle migrazioni”.

4  Marcel Mauss (nipote di Durkheim) fu uno dei celebri padri dell’antropologia; è a lui che si deve la revisione del concetto di “fatto sociale” proposto da questo suo zio con “fatto sociale totale” che include tutti gli aspetti di ogni fenomeno. Penso che oggi sia fondamentale rivisitare questo concetto come “fatto politico totale” poiché tutti gli aspetti coinvolti contengono una forte significato politico.

5  Vedi: <http://remhu.csem.org.br/index.php/remhu/article/view/523>.

6 Vedi: <http://remhu.csem.org.br/index.php/remhu/article/view/523> e anche <http://www. socioscapes.org/index.php/sc/article/download/14/3/>.

7 Vedi: <http://effimera.org/il-furore-di-sfruttare-e-di-accumulare-di-gianni-giovannelli-e-turi-palidda/>; Super sfruttamento e corruzione nel subappalto al cuore del sistema di produzione Fincantieri: <http://www.labottegadelbarbieri.org/modello-genova-ma-per-favore/>; <https://blogs.media part.fr/salvatore-palidda/blog/040320/immigres-hyper-exploites-dans-la-construction-du-siege-du- monde-et-leur-revolte>; non mancano i casi di guardiani armati a Canary Wharf, uno dei quartieri degli affari più importanti di Londra con patentino comprato sottobanco: <www.bbc.com/news/ av/uk-england-london-32008983/security-guard-fraud-exposed-by-undercover-researchers>; <www.bbc.com/news/uk-england-london-31876590> così come sempre più casi di corruzione di funzionari e agenti delle polizie.

8  Lawrence Summers, in occasione dell’Assemblea annuale della Banca Mondiale e del FMI a Bangkok nel 1991, intervista con Kirsten Garrett, “Background Briefing”, Australian Broadcasting Company, secondo programma.

9  Vedi qui: <http://effimera.org/negazionismo-scetticismo-o-resistenze-dove-va-lecologia-politica- di-turi-palidda/>.

10 Vedi: <https://www.nytimes.com/2020/04/08/nyregion/coronavirus-race-deaths.html>.

11  Fra altre fonti vedi: <https://www.repubblica.it/cronaca/2020/04/10/news/migranti_porti_chiusi_ per_il_coronavirus_casarini_il_covid_non_puo_essere_il_motivo_-253694321/>.

12  Vedi: <https://www.dailymail.co.uk/news/article-8092315/Germany-child-migrants-trapped- Greek -islands-prioritise-sick-girls-14.html>.

13  Vedi: <https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/21/coronavirus-la-francia-continua-a -respingere- i-migranti-a-ventimiglia-ma-con-lemergenza-vengono-abbandonati-senza-precauzioni/5744702/>; e <https://www.notiziegeopolitiche.net/grecia-coronavirus-migranti-e-profughi-dimenticati-nei -campi-di-lesbo-e-moria/>.

14  Vedi: <https://www.notiziegeopolitiche.net/grecia-coronavirus-migranti-e-profughi-dimenticati- nei -campi-di-lesbo-e-moria/>.

15  Vedi: <https://www.notiziegeopolitiche.net/grecia-coronavirus-migranti-e-profughi-dimenticati- nei -campi-di-lesbo-e-moria/>.

16  Vedi> <https://www.notiziegeopolitiche.net/grecia-coronavirus-migranti-e-profughi-dimenticati- nei -campi-di-lesbo-e-moria/>.

17  Vedi: <https://www.avvenire.it/attualita/pagine/rotta-balcanica-respingimenti-a-catena-colpiti- anche-i-disabili>.

18  Vedi: <http://www.vita.it/it/article/2021/01/04/bosnia-e-quei-migranti-che-sta-condannando-a- morte/157883/>; Gostoli, Ylenia. Viaggio senza fine sulla rotta dei Balcani. The New Humanitarian, Svizzera, 11.12.2020, <https://www.internazionale.it/notizie/ylenia-gostoli/2020/12/11/migranti- rotta-balcani>; in inglese qui: <https://www.thenewhumanitarian.org/news-feature/2020/11/17/ europe-italy-bosnia-slovenia-migration-pushbacks-expulsion>.

19  Vedi: <http://effimera.org/negazionismo-scetticismo-o-resistenze-dove-va-lecologia-politica-di- turi-palidda/>.

20 Vedi: <https://www.lemonde.fr/international/article/2021/02/05/nouvelles-accusations-contre- frontex-l-agence-europeenne-des gardes-frontieres_6068963_3210.html>.

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da qui

 

 

 

L’attuale questione neocoloniale versus la riparazione e il perdono del colonialismo – Salvatore Palidda

 

Premessa. Achille Mbembe, nato nel 1957, è un politologo e storico camerunese, ha fatto gli studi universitari in Francia, è stato docente in molte università statunitensi prestigiose e ora fa ricerca e docenza all’Università di Johannesburg (Africa del Sud). E’ considerato uno dei più importanti intellettuali critici del colonialismo e del postcolonialismo. Fra le sue pubblicazioni in italiano: Postcolonialismo, Meltemi, 2005; Necropolitica, Verona : Ombre Corte, 2016; Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata, Roma : Meltemi, 2018; Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia, Bari : Laterza; 2019; Critica della ragione negra, Como : Ibis, 2013/2019.

In questo testo critichiamo la sua “dimenticanza” della cruciale importanza della questione neocoloniale, ossia di quella riproduzione continua, genocida e ultra devastatrice del vecchio colonialismo, fatto politico totale che mette a nudo l’ipocrisia e l’impostura assoluta della discussione sulla riparazione e sul perdono che i paesi ex-colonialisti pretendono gestire per “pulirsi” la faccia. Peraltro questa questione è particolarmente importante in Italia dove sia la discussione sul passato coloniale sia sul neocolonialismo appare assai marginalizzata se non totalmente ignorata.

* * *

Nella recente intervista con Le Monde, Achille Mbembe sembra dimenticare quello che lui stesso ha chiamato brutalismo e la necropolitica. La domanda cruciale è: quali potrebbero essere i giusti risarcimenti e perdoni che gli stati coloniali dovrebbero assumersi di fronte alle popolazioni vittime della loro colonizzazione e di fronte agli Stati dei paesi ex coloniali senza negoziare l’abolizione del neocolonialismo?

Nell’intervista a Le Monde Achille Mbembe adotta osservazioni, diciamo vaghe e oltremodo moderate, soprattutto rispetto a quanto ha scritto sul Brutalismo (2020). Forse anche perché ha accettato di essere nominato da Macron per preparare il vertice Africa-Francia previsto per ottobre 2021 a Montpellier. Non discuteremo qui questa scelta che appare alquanto inopportuna se non poco coerente visto che di fatto la Francia (di Macron) da tempo non lesina consulenze con le quali pretende edulcorare la sua storia sia rispetto all’Algeria (con il criticato rapporto del celebre storico Benjamin Stora (https://www.internazionale.it/opinione/pascal-blanchard/2021/01/26/francia-algeria-stora) giustamente criticato dallo storico critico del colonialismo Olivier Le Cour Grandmaison (https://blogs.mediapart.fr/olivier-le-cour-grandmaison/blog/280121/sur-le-rapport-de-benjamin-stora-le-conseiller-contre-l-historien), per non parlare della celebrazione di Napoleone che oltre ad essere fanatico guerrafondaio, fra altro ripristinò la schiavitù che era stata abolita dalla rivoluzione insieme alla discriminazione razziale nelle colonie il 28 marzo del 1792e il 4 febbraio del 1794. Fu il primo Stato al mondo ad abolire completamente la tratta degli schiavi, grazie all’opera grandiosa di Toussant Louverture; ma Bonaparte non tardò a ristabilirla nel 1802.

Allora, oltre al contenuto dell’intervista rilasciata da Mbembe a Le Monde si pone anche la questione se sia corretto che un intellettuale critico del potere accetti proposte da un potere che palesemente vuole riverniciare se non addirittura rendere onore al suo passato e soprattutto nega totalmente la sua continuità nel presente. Non riprendiamo qua la lunghissima serie di orrori che la Francia ha commesso dopo la fine ufficiale del colonialismo sia nei rapporti coi paesi suoi ex-colonie, sia nelle operazioni finanziarie e militari in Centrafrica durante i governi delle destre e durante i due settennati di Mitterrand, quello di Hollande e ora quello di Macron.

La questione più importante è: quali potrebbero essere i giusti risarcimenti e perdoni che gli Stati coloniali dovrebbero assumersi nei confronti delle popolazioni vittime della loro colonizzazione e nei confronti degli Stati dei paesi ex coloniali? Si tratta quindi di due questioni distinte perché è fuorviante equiparare la popolazione e le vittime e gli Stati. E’ risaputo che questi ultimi possono cavarsela negoziando risarcimenti monetari e accordi commerciali.

La domanda fondamentale che Mbembe purtroppo non pone (disgraziatamente dimentica di porre?) è che il colonialismo non è affatto finito! Siamo in pieno nel contesto di un neocolonialismo imposto dalla gigantesca asimmetria tra i dominanti (i paesi più ricchi, ma anche i gruppi finanziari e le multinazionali) e i dominati. Questo neocolonialismo è praticato non solo dai paesi ex coloniali e dai loro gruppi dominanti su scala planetaria, ma anche dai paesi che non erano coloniali (ad esempio Cina, Israele, Arabia Saudita ecc.). La ripartizione della ricchezza mondiale mostra che i paesi dominati soprattutto in Africa, in America Latina e Centro America e in Asia sono di fatto ancora più impoveriti, oltre a essere colpiti dall’alta mortalità per fame e assenza di cure elementari e dalle guerre “locali” istigate dai paesi dominanti. Si pensi anche alla diffusione del land e water grabbing. Le delocalizzazioni diffuse in tutti i paesi terzi sono notoriamente realtà di neo-schiavitù e spesso di disastri (ricordiamo fra altri quelli emblematici di Bhopal nel 1984 e quello del Rana Plaza a Dacca nel 2013).

Allora che senso ha parlare solo di riparazione e memoria? Il «debito della vita, della verità e della memoria» – e questo Mbembe lo sa benissimo – questo triplo debito si riproduce ogni giorno a causa del neocolonialismo!

Ecco perché se ci sono delle possibilità per negoziare riparazioni e perdono, si tratterebbe innanzitutto di fermare le pratiche neocoloniali non solo in relazione ai genocidi e alle distruzioni coloniali del passato. E il nuovo genocidio dei migranti da parte della tanatopolitica praticata dai paesi dominanti e in particolare da Frontex è senza dubbio uno dei primi effetti di questo neocolonialismo (vedi il cambiamento radicale delle politiche migratorie: dal lasciar vivere al lasciare morire – dalla biopolitica a sempre più tanatopolitica: https://www.scielo.br/j/remhu/a/gtxsN6kkDpbcHDzyNGGRL3z/).

E’ impensabile che nel caso della Francia – come degli altri paesi neocoloniali – si parli di riparazione e perdono rispetto al passato coloniale dal XIX° secolo sino alla fine del colonialismo (l’indipendenza dell’Algeria fu nel 1962! ma questo paese era territorio francese al pari delle Antille, della Nuova Caledonia ecc. che sono ancora territori francesi) quando questo paese ha continuato e continua a praticare un dominio neocoloniale senza lesinare metodi e mezzi del tutto simili a quelli del “vecchio” colonialismo (strangolamento finanziario, scambi diseguali, invadenza, brutalità e massacri militari diretti e indiretti).

Per certi versi ancora più grave è il caso dell’Italia dove la questione delle devastazioni e dei genocidi delle popolazioni colonizzate da questo paese nel XIX sec. e durante il fascismo è posta molto raramente e di fatto totalmente ignorata dalla stragrande maggioranza della popolazione, dagli insegnanti e dai media al punto che uno dei giornalisti ancora considerato un maestro di questo mestiere era Montanelli, un ex soldato coloniale che diceva che era assolutamente normale aver comprato in Etiopia come moglie (di passaggio) una ragazzina di 12 anni per 500 lire più un cavallo e un fucile. Ma Berlusconi aveva detto che l’Italia aveva pagato il debito di guerra con la Libia durante l’accordo con Gheddafi che era venuto a Roma con le sue tende e il suo enorme seguito.

Nel frattempo, le multinazionali italiane stanno contribuendo largamente a provocare disastri ambientali, economici e sociali in diversi paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina (basti pensare a Benetton in Amazzonia, all’ENI in Libia e altrove, alle esportazioni di armamenti e rifiuti ovunque e recentemente anche in Tunisia. E soprattutto basti pensare al caso emblematico della Somalia: l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (AFIS), iniziò nel 1950 e terminò nel 1960. Ma militari e uomini d’affari oltre che criminali e servizi segreti italiani hanno continuato a fare e sfare in Somalia… (ricordiamo fra altro l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin…). La cosiddetta cooperazione fra Italia e paesi terzi, così come quella di altri paesi dominanti, è sempre stata asservita agli interessi delle multinazionali italiane e spesso diventata promozione della vendita di armamenti italiani. Ed è noto che le missioni militari italiane all’estero coincidano sempre con interessi precisi di imprese e multinazionali italiane.

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