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lunedì 24 maggio 2021

La telenovela e la fuga di notizie, lotta politica a Tehran - Marina Forti

 

 

Quando la politica e la fiction si intrecciano, in un uso strumentale dei mezzi di comunicazione, per uscire vincitori in una lotta di potere tra le diverse correnti del sistema politico iraniano. Marina Forti ci racconta come realtà e finzione si sovrappongono a Teheran, tra arresti, condanne a morte, fughe di notizie pilotate, messaggi lanciati via social e vere e proprie azioni di intelligence.


Pragmatici e riformisti, ortodossi e oltranzisti

Una serie tv e una strana “fuga di notizie” illustrano la furibonda lotta di potere in corso a Tehran, in un momento particolarmente delicato per l’Iran. Infatti, da un lato sono in corso a Vienna difficili negoziati tra l’Iran e le sei potenze mondiali per resuscitare l’accordo sul programma nucleare iraniano firmato nel 2015 – da cui l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era ritirato nel 2018 benché l’Iran avesse osservato tutti i suoi obblighi. D’altro lato, il 18 giugno l’Iran eleggerà un successore al presidente Hassan Rohani, che conclude il suo secondo mandato. Le candidature non sono ancora definite, e la competizione tra le diverse correnti del sistema politico iraniano è serrata: i pragmatici al governo con il presidente Rohani, i riformisti, o all’opposto le correnti più ortodosse e oltranziste, le Guardie della rivoluzione, la magistratura (sottotraccia c’è anche la corsa a “posizionarsi” per influenzare la futura successione al leader supremo, l’ottantunenne Ali Khamenei).

I negoziati in corso a Vienna e la battaglia elettorale sono molto intrecciati. E questo ci porta alla serie tv intitolata Gando, dal nome di un coccodrillo delle zone palustri del Sistan Baluchistan, provincia sudorientale dell’Iran.

Gando: il coccodrillo e la spy story

Gando è una spy story in cui eroici agenti del controspionaggio delle Guardie della Rivoluzione combattono agenti stranieri infiltrati fino ai vertici della diplomazia iraniana. Messa in onda dalla tv di stato, la prima stagione è andata in onda nel 2019: sullo sfondo dei negoziati sul nucleare, coraggiosi agenti iraniani smascherano il corrispondente di una famosa testata degli Stati Uniti, in realtà una spia americana. I titoli di testa avvertivano che la fiction era “ispirata a fatti reali”. In effetti il giornalista-spia assomigliava molto a Jason Rezaian, l’ex corrispondente del “Washington Post” a Tehran arrestato nel 2014 e accusato appunto di spionaggio (accuse mai spiegate in modo convincente), condannato dopo un processo a porte chiuse e infine liberato nel 2016 grazie a uno scambio di prigionieri con gli Usa, proprio mentre l’accordo sul nucleare entrava in vigore. Ovviamente la fiction sposa le tesi dell’accusa.

La prima puntata della seconda stagione è andata in onda lo scorso 21 marzo, un giorno dopo Nowruz (il capodanno persiano). Questa volta “i nostri eroi” sventano l’infiltrazione di spie occidentali nei ranghi della delegazione iraniana ai negoziati avvenuti tra il 2013 e il 2015, conclusi con la firma dell’accordo sul nucleare. Una puntata dopo l’altra, gli spettatori scoprono con orrore che tra i massimi negoziatori ci sono agenti stranieri.

Anche nella nuova stagione troviamo “citazioni” esplicite. C’è per esempio un giornalista che ricorda un noto oppositore iraniano residente in Europa, Ruhollah Zam, invitato a Baghdad e là rapito da agenti di sicurezza iraniani, portato in Iran, processato e condannato a morte per spionaggio (fatto reale: la condanna di Zam è stata eseguita lo scorso dicembre).

 

Non solo. I due negoziatori che (nella fiction) fanno il doppio gioco a favore di potenze straniere assomigliano molto a due assistenti del ministro degli Esteri Javad Zarif, che guida la delegazione (reale) ai negoziati. La fiction sembra suggerire che lo stesso capo delegazione sia una spia.

La censura e le accuse

La serie ha suscitato grandi polemiche, poi si è interrotta bruscamente. Pare che il presidente Rohani abbia fatto grandi rimostranze presso il leader supremo. Ora giornali e media legati a settori oltranzisti accusano il governo di aver censurato Gando.

Accusa paradossale, perché Irib, la radiotelevisione statale, costituisce un potere a sé tra le istituzioni della Repubblica islamica. Il suo direttore è nominato direttamente dal leader e non risponde al governo. È un monopolio (non esistono radio e tv private), ed è sempre stata una roccaforte delle correnti più oltranziste. Le voci vicine ai riformisti non vi trovano spazio, che si tratti di artisti, cineasti o intellettuali non allineati. Al governo del moderato Rohani la tv di stato riserva una copertura ridotta e spesso malevola.

Il monopolio della radio e tv di stato però è sempre più insidiato. In primo luogo dalle tv che arrivano via satellite, tra cui diversi canali occidentali in lingua farsi (“Bbc Persian” o “Voice of America” in lingua farsi) che lo stato vieta ma non riesce del tutto a oscurare. Ma non solo dei canali di news, anche la fiction e l’intrattenimento sono terreni di battaglia per imporre una “narrativa”. Le serie tv più guardate per esempio vengono dalla Turchia: più spigliate e professionali, doppiate in farsi in modo molto professionale, sono diffuse da canali satellitari o su piattaforme come Namava, un equivalente di Netflix.

Lo stile aiuta

Dunque una buona fiction è un investimento politico. Gando è più brillante delle solite serie della tv di stato. Ha attori famosi, uno stile tra James Bond e l’ironia di Ncis, è stata girata tra l’Iran e la Turchia, prodotta con grande dispendio di denaro. Sceneggiatore e produttore sono nomi noti. Nel 2019 il giornale (governativo) “Jam-e Jam” aveva scritto che la casa produttrice era finanziata da società delle Guardie della Rivoluzione (nulla di strano: hanno interessi in ampi settori dell’economia iraniana e anche nell’industria culturale). Nel gennaio scorso il ministro Zarif è stato esplicito: «L’intelligence delle Guardie della Rivoluzione ha fatto Gando». La cosa non è stata smentita.

 

Giornalisti e commentatori vicini ai riformisti o al governo Rohani accusano Gando di travisare la realtà, screditare il governo con false illazioni, gettare fango sui negoziatori che invece hanno lavorato nell’interesse dell’Iran. È ben noto che le correnti più oltranziste della Repubblica islamica, in particolare legate ai militari, hanno osteggiato il negoziato: non potevano impedirlo, perché aveva il beneplacito del leader supremo, ma non l’hanno mai digerito.

Parlare a nuora perché suocera intenda

Sembra che quando Gando è tornato sugli schermi, in marzo, il presidente Rohani si sia lamentato presso il leader per questo attacco subdolo. Così, quando la serie si è interrotta in modo un po’ brusco, giornali e social media vicini ai conservatori hanno accusato il governo. Il produttore, Mojtaba Amini, ha parlato di censura. Un noto commentatore (Pooyan Hosseinpour, su Twitter, 24 marzo) ha ammonito il governo: «Non dimentichiamo il disastro di Dorri-Esfahani, che spiava i negoziatori sul nucleare». Abdolrasoul Dorri-Esfahani era il rappresentante della Banca centrale iraniana nel team negoziale guidato da Zarif tra il 2013 e il 2015; in seguito è stato accusato di passare informazioni riservate a governi stranieri e per questo è stato condannato nel 2017: a molti è sembrata una ritorsione degli oltranzisti furiosi per l’avvenuto accordo. Un avvertimento obliquo? Qualcuno l’ha inteso così: Zarif è avvertito, potrebbe fare la fine di Dorri-Esfahani.

Fatto sta che nei primi giorni di aprile il quotidiano “Vatan-e Emrooz”, allineato su posizioni oltranziste, ha criticato aspramente la diplomazia iraniana per aver accettato di tenere colloqui con gli Stati Uniti in vista del rilancio dell’accordo sul nucleare, in un editoriale di prima pagina dall’eloquente titolo: La terza stagione di “Gando” verrà scritta a Vienna?.

Zarif, il bersaglio

Insomma: Gando è un’operazione politica e il suo target, ancor più che il presidente Rohani, è proprio il ministro degli esteri Javad Zarif.

I motivi sono almeno due. Primo, screditare i colloqui di Vienna – che però di nuovo hanno il beneplacito del Leader (se arriveranno a un esito è ancora incerto, anche se alcuni segnali sono positivi; è chiaro che molti lavorano contro, non solo a Tehran ma anche a Washington e in alcune capitali del Medio Oriente).

Ma il discredito buttato su Zarif ha soprattutto lo scopo di mobilitare la base dei conservatori a fini interni, e premere perché l’organismo di controllo (il Consiglio dei Guardiani) sbarri la strada alla sua possibile candidatura alle elezioni presidenziali del 18 giugno.

Infatti Javad Zarif resta una figura popolare in Iran, proprio perché è stato il volto pubblico di un Iran che si riapre al dialogo, e la sua popolarità sarebbe di sicuro rafforzata se i colloqui di Vienna portassero a far cadere le sanzioni che soffocano l’economia del paese. Anche se Zarif ha sempre escluso di volersi candidare, molti sono convinti che sarebbe la carta migliore per moderati e riformisti, l’unica in grado di sfidare i pronostici che danno vincente lo schieramento opposto. Di più: l’unica capace di mobilitare l’elettorato, di fronte a diffusi propositi di astensione.

È qui che entra in gioco la “strana” fuga di notizie. Una intervista, o meglio: tre ore di conversazione tra il ministro Zarif e un noto giornalista ed economista, Saeed Leylaz, diffusi il 25 aprile da “Iran International”, tv satellitare con sede in Arabia Saudita e a Londra. Il capo della diplomazia parla in modo schietto e critica l’eccessivo ruolo delle Guardie della Rivoluzione nel determinare la politica estera iraniana, scavalcando la diplomazia. Hanno fatto scalpore i passaggi in cui cita le brigate Al Qods, il corpo speciale delle Guardie della Rivoluzione, e il defunto comandante Qassem Soleimani (ucciso da un attacco mirato degli Stati Uniti a Baghdad nel gennaio 2020).

 

La fuga di notizie

Chi ha diffuso quella registrazione, per di più facendola arrivare a un canale tv “avversario”? Tre giorni dopo la devastante fuga di notizie, un infuriato presidente Hassan Rohani ha dichiarato durante una riunione di gabinetto (trasmessa dalla tv) che quella conversazione era confidenziale, fa parte di un progetto di storia orale a cui sta lavorando il Centro di ricerche strategiche affiliato alla presidenza della repubblica. Ha aggiunto che diffondere quei brani è stato un gesto irresponsabile che mira a far deragliare i colloqui in corso a Vienna per rilanciare l’accordo sul nucleare e rimuovere le sanzioni contro l’Iran. E ha annunciato un’indagine: «il ministero dell’Intelligence dovrà usare tutte le sue abilità per scoprire come sia successo». (A quanto pare anche l’intelligence delle Guardie della rivoluzione, separata e spesso concorrente a quella del governo, ha aperto la sua indagine.)

Intanto tutto lo schieramento conservatore ha lanciato attacchi feroci contro il ministro degli Esteri, chiedendo che si scusi per le affermazioni “sacrileghe” su Soleimani, o meglio ancora si dimetta.

Ovviamente diversi media hanno citato solo questa o quella frase. Chi ha ascoltato per intero quelle tre ore di audio (tratte da una conversazione di sette ore) riferisce che Zarif non fa affermazioni del tutto nuove. Riferisce precisi episodi in cui le Guardie della Rivoluzione hanno preso iniziative non coordinate. Dice che la Russia avrebbe preferito far fallire i negoziati sul nucleare (per mantenere l’Iran nella sua sfera d’influenza), e le Guardie della Rivoluzione hanno cercato l’aiuto russo per lo stesso scopo.

 

Zarif racconta che sei mesi dopo l’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare è venuto a sapere dal suo omologo John Kerry (allora segretario di stato Usa) che l’Iran aveva intensificato l’invio di aiuti a Damasco usando i voli di Iran Air, con evidente danno per la posizione negoziale iraniana, al punto di scoprire dalla tv che il presidente siriano Bashar al-Assad era in visita a Tehran (era il febbraio 2019, e in effetti quella volta Zarif diede le sue dimissioni – rifiutate da Rohani: «quel giorno compresi che se non mi dimettevo… nessuno più mi avrebbe preso sul serio», dice in quella conversazione confidenziale).

La politica delle cannoniere

Il ministro degli Esteri rivendica però i suoi buoni rapporti con Soleimani, che incontrava spesso, e proclama la sua fedeltà al sistema della Repubblica islamica. Ricorda che le linee di politica estera vengono definite dal Consiglio di sicurezza nazionale, in cui sono rappresentate diverse istituzioni tra cui i militari, e sanzionate dal leader supremo: però poi i militari prendono iniziative proprie. Secondo Zarif, vedono le relazioni internazionali “con lenti da guerra fredda”: «pensano che chi è forte sul piano militare sia anche forte sulla scena internazionale… perseguono la politica delle cannoniere. Non credono che anche l’economia, e la diplomazia, e la solidarietà nazionale possano renderci più forti». (Secondo la corrispondente del “Financial Times”, dalle parole di Zarif emerge chiaro che chi detiene davvero il potere a Tehran sono i militari).

Il 2 maggio il leader in persona è intervenuto a criticare i giudizi dati da Zarif in quella registrazione, pur senza nominarlo: «non dobbiamo fare commenti che evocano quelli del nemico»; questo è “un grave errore” che «un alto funzionario dello stato non dovrebbe commettere». Poche dopo il ministro degli Esteri, in un post su Instagram, ha precisato che le sue parole volevano offrire in modo “onesto” il suo punto di vista, si scusa se hanno “contrariato” la massima autorità e ringrazia il leader per aver “messo fine al dibattito”.

Un noto esponente riformista, Abbas Abdi, ha scritto che le rivelazioni «avranno il sicuro effetto di impedire la candidatura di Zarif». Aggiunge però che danno un ritratto degli oltranzisti come degli irresponsabili, e dei riformisti come deboli, quindi in ultima istanza non beneficiano proprio nessuno. Certo descrivono una lotta di potere senza esclusione di colpi.

da qui

martedì 16 febbraio 2021

La propaganda militare si fa reality - Andrea Turco, Charlie Barnao

 

In prima serata su Rai2 ogni mercoledì va in onda «La caserma», reality rivolto alla generazione che non ha conosciuto il servizio di leva, in cui l’esercito si mette in mostra con un’operazione utile a rafforzare la militarizzazione della società

Il servizio militare di leva è stato abolito con la cosiddetta legge Martino, che ha professionalizzato l’esercito, nei fatti, dalla fine del 2004. Chi scrive ad esempio fa parte dell’annata ‘85, ovvero la prima generazione che fu esente dall’obbligo di leva (in realtà ricevetti la prima chiamata ma rinviai all’anno successivo per motivi di studio, per poi essere associato con i nati nell’86 che furono ufficialmente i primi ad arruolarsi come volontari). Proprio nel 1985, un’era geologica fa, i Bloody Riot sfornavano uno dei più noti inni antimilitaristi del punk hc italiano:

Non ho rubato, non ho ammazzato, 12 mesi mi hanno dato

Altri tempi, altri contesti, certamente, che però ben sintetizzano l’umore generale in merito a un anno «regalato allo Stato». Non va dimenticato che a tifare per l’abolizione della leva obbligatoria furono sia destra che sinistra. Il ministro della Difesa dell’epoca era Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica, che definì la scelta «il dividendo della pace dopo cinquant’anni». Oggi però, ad appena 17 anni di distanza, la nostalgia della naja è diventata sentimento comune: è nei discorsi della gente, nei commenti sui social, nelle proposte politiche (soltanto a ottobre 2020 Matteo Salvini prometteva che «quando torniamo al Governo reintroduciamo il servizio militare»). 

Quel desiderio di autorità mista a paternalismo, quell’esigenza di raddrizzare le presunte cattive abitudini, quel misto di ordine e disciplina tanto caro a un’ampia fetta della popolazione e di cui l’esercito è il rappresentante più evidente, perfino quella mescolanza sociale che la leva garantiva (come se non ci fossero altri modi per coltivarla) sono diventate materia per un reality. La caserma, in onda ogni mercoledì sera per sei puntate su Rai2, intende portare «la  generazione Z a misurarsi con prove, sfide e esercitazioni nelle quali ragazzi e ragazze saranno accompagnati da istruttori professionisti, ma anche con momenti dedicati alla memoria storica». Il format vede protagonisti quindici ragazzi e sei ragazze, dai 18 ai 23 anni e provenienti da tutta Italia, che a novembre 2020 hanno trascorso un mese in una residenza religiosa, adattata per l’occasione a mo’ di caserma militare: per di più «senza cellulari, internet e le comodità del nido familiare». Tra gli incantevoli sfondi naturali di Levico Terme, in provincia di Trento, il programma, così come scrive la Rai, «metterà alla prova la millennial generation, poco raccontata in tv, spesso individualista e meno abituata alle regole della vita di gruppo». 

Le premesse, insomma, tracciano il quadro di una propaganda militare in prima serata come raramente era avvenuto finora. Mettendo in scena un reality che magari farà venire voglia a genitori e figli di arruolarsi in un corpo armato che, come attesta il rapporto 2019, ha un disperato bisogno di ringiovanire il personale: basti pensare che «il 36,3% dell’esercito ha oggi un’età superiore ai quarant’anni e, nel 2024, questa percentuale supererà il 50% del totale».

Dopo la prima puntata, sui forum appositi gli appassionati hanno contestato la veridicità del programma: troppo blande le punizioni (si fanno persino le flessioni con i tacchi, che orrore!), troppo miti le prove fisiche (sembra di stare in un villaggio vacanze). In realtà quel che importa è che il mondo militare italiano sta volontariamente mettendosi in mostra, mostrando solo ciò che desidera in una forma chiaramente edulcorata. Non va infatti dimenticato che nell’esercito, come dimostrano le vicende di contaminazione da uranio impoverito o i casi di Emanuele Scieri e Tony Drago o ancora i numerosi casi di suicidi in divisa, dominano ancora oggi omertà e silenzi.  

Ecco perché guardare un reality come La caserma non è soltanto intrattenimento ma un esercizio politico, un disvelamento di valori. Se da una parte il casting è all’insegna del politicamente corretto – l’italo pachistano maniaco dell’ordine convive con la fashion blogger nata in Nigeria, così come gli uomini convivono con le donne nello stesso corridoio – quel che conta è che, per restare alla prima puntata, è tutto un susseguirsi di alzabandiera, rispetto, gesù aiutami tu, culto del fisico, urla, occhi bassi, inni all’obbedienza, inviti a non mollare mai, marce. 

Per un’analisi più approfondita ci siamo rivolti a Charlie Barnao, professore associato di  sociologia generale all’università Magna Grecia di Catanzaro. Da anni Barnao pubblica studi sulle forze armate, a partire dalla propria esperienza come paracadutista nella brigata Folgore di Pisa. Quell’autoetnografia, scritta insieme al collega Pietro Saitta, gli costò feroci critiche da parte degli ex parà, spalleggiate da Il Giornale. Barnao però non si è fatto intimorire, ha continuato ad approfondire i suoi studi e attualmente sta concludendo la stesura di una ricerca summa, dal titolo emblematico La (mala)educazione militare. Tra tortura e managerial science.

La militarizzazione della società è ovunque, a partire dal linguaggio, e l’attuale pandemia lo ha ribadito. Il Covid è un nemico, i medici sono in trincea, il virus si sconfigge con i militari. Come si inserisce la scelta della Rai, che ricordiamo è sempre un servizio pubblico, in questo processo?  

Il reality della Rai si inquadra in un discorso culturale sulla militarizzazione che è già presente in diversi ambiti e molto studiato a livello internazionale, mentre per quanto riguarda l’Italia ha alcune specificità. Certamente la militarizzazione della società riguarda gli ambiti più disparati: si va dai videogames, che infatti vengono usati dagli stessi militari come forma di addestramento, alle palestre fino alla moda. I reality in questo senso già da tempo si collocano in questa scia, a partire dai luoghi stessi che vengono scelti, che sono sempre delle istituzioni totali, così come le caserme. Mi riferisco cioè all’idea di avere delle persone che vivono in un luogo ristretto e isolato dall’esterno, seguendo regole ben precise e rigide, che è già un primo punto di contatto col mondo militare. Spessissimo il modello psicologico, anche dal punto di vista delle interazioni, è quello comportamentista, stimolo-risposta, anche questo centrale in qualunque tipo di addestramento militare. Così si arriva ai contenuti, legati non solo alle strategie d’azione scelte ma anche alle forme di reality più diffuse, come quelli survivalisti. Il survivalismo ha infatti strettissime connessioni col mondo militare: nasce con la paura di un attacco nucleare, all’indomani della seconda guerra mondiale, e riprende forza dopo gli attacchi alle Torri gemelle del 2001. Vale la pena ricordare in questo senso che a partire delle guerre in Corea e in Vietnam tutti i corpi speciali sono addestrati attraverso i programmi Sere (Survival Evasion Resistance Escape), quindi incentrati su sopravvivenza, evasione, resistenza e fuga. I reality spesso si basano su pezzi di queste culture, da quelli più soft come L’Isola dei famosi a quelli più estremi come Nudi e crudi. Arriviamo così a La caserma, che ha strettissimi legami con il reality Il collegio [basti pensare che uno dei protagonisti de La Caserma, George Ciupilan, aveva partecipato anche a Il collegionda], e soprattutto al format originale, proveniente dalla Gran Bretagna, e intitolato Lads Army.

Pur se l’idea non è originale, c’è però un modo tutto italiano nella creazione del format. Ad esempio il programma ha indugiato molto sul rito del taglio dei capelli, alla maniera de Il collegio, pur se non ci sono rasature ma qualche spuntatina. Come a dire: duri ma non troppo. O c’è dell’altro?

Le differenze col format inglese sono a mio modo di vedere fondamentali, proprio per ragionare sulle specificità italiane. Lads Army è un reality ambientato negli anni Cinquanta, in cui i ragazzi vengono catapultati in un esercito dei tempi passati e in cui c’è un riferimento esplicito al servizio militare di leva. Inoltre col passare degli anni il reality cambia nome e diventa Bad Lads Army, quindi si tratta di cattivi ragazzi che vengono sostanzialmente raddrizzati con l’educazione militare. È un reality molto duro e realistico, probabilmente anche per via dell’ambientazione esplicitamente passata, senza musiche sdolcinate e altre cose. Su alcuni contenuti che si trovano su YouTube addirittura bisogna dichiarare di essere maggiorenne. Per quanto riguarda invece La caserma si parte dall’attualità, dunque non c’è una contestualizzazione temporale nel passato. Gli istruttori, così come nella versione originale, sono degli specialisti. La particolarità italiana sta nel fatto che gli istruttori sono legati ai paracadutisti Col Moschin, che facevano parte della Folgore e che costituiscono attualmente il reparto speciale più avanzato dell’esercito italiano. Sono gli eredi degli Arditi, per capirci. Con tutto ciò che significa dal punto di vista culturale. Stiamo in ogni caso parlando del livello di eccellenza dei corpi speciali nelle operazioni internazionali. Stride dunque ancora di più pensare a istruttori di cotanta esperienza e formazione che già, dopo poche battute, fanno da teneri padri di famiglia e da raffinati psicologi pronti a comprendere tutto e tutti. Rispetto dunque all’originale britannico, c’è molta meno violenza, anche verbale, segno che in Italia si è deciso di addolcire la pillola. Con un’educazione così blanda rispetto alla realtà io credo che il tema del servizio militare, nel formato italiano, sia più subdolo ma comunque esistente, da intendere sempre come opportunità per correggere le cattive abitudini.

La prima puntata del reality è tutto un susseguirsi di flessioni, intese sempre a scopo punitivo e a volte anche un po’ sadico. Basta guardare storto l’istruttore capo, ad esempio. Tu hai raccontato più volte di questi processi, avendoli anche subiti in prima persona: cosa innescano in chi li subisce e qual è lo scopo?

I piegamenti sulle braccia sono uno strumento educativo, oltre che formativo dal punto di vista fisico. La cosiddetta pompata è un elemento caratteristico dei paracadutisti, è una sorta di elemento distintivo della cultura della Folgore. Hanno pompato fino all’ultimo anche i Leoni della Folgore, cioè coloro che hanno partecipato alla battaglia di El Alamein. Questo per darti un’idea dello spirito di corpo rappresentato con questo rituale. Nel reality, come dici bene tu, al momento la pompata è solo uno strumento punitivo, tipicamente comportamentista, che viene appunto frequentemente utilizzato. 

A un certo punto l’istruttore capo dice ai cadetti: «nella catena alimentare del mondo militare voi siete prima del plancton, verrete mangiati». Cosa presuppone una logica soverchiante come questa? Può essere uno dei segnali di quel fascismo endemico nelle forze armate, che hai individuato in un libro non a caso intitolato Costruire guerrieri?

Seppur in maniera molto più blanda rispetto alla realtà, il reality ripercorre le fasi che si vivono in caserma. Per restare alla prima puntata, la frase che ti ha colpito va nella direzione dell’iniziale annullamento dell’identità che si persegue nelle istituzioni totali come appunto le caserme. E si inserisce nell’affermazione del darwinismo sociale che è propria delle forze armate. In questo senso il reality è davvero poco realistico quando gli istruttori appaiono come dei buoni padri di famiglia. All’ingresso in caserma infatti si mira a perseguire uno  shock molto forte. Proprio come succede nella tortura formalizzata dalla Cia nei propri manuali, il principio è lo stesso: nella fase iniziale il torturato deve essere preso alla sprovvista, deve perdere qualunque tipo di riferimento, e nel modo più violento possibile. Con l’obiettivo, nel caso della tortura, di ottenere una collaborazione e, nel caso dell’esercito, una persona da modellare. Non va dimenticato che l’obiettivo finale è sempre quello di creare un superuomo e, nel caso della donna, una donna che somigli quanto più possibile a un uomo. E non si può negare che teorie del genere hanno il proprio fascino, perché appunto spingono a mettersi continuamente alla prova per superare i rispettivi limiti in quella che può diventare una vera e propria droga. 

È evidente un retaggio, potremmo dire, da legge della giungla e più in generale di un capitalismo individualista in cui, come viene detto, bisogna uscire dalla comfort zone. Pare di sentire i manager di oggi. Allo stesso tempo poi si fa appello a concetti come squadra e gruppo. Come si spiega questa sovrapposizione?

Non scopriamo nulla di inedito nell’affermare che la managerial science nasce negli eserciti, come modello per imparare a prendere decisioni in situazioni complesse. E, viceversa, le nuove scoperte della managerial science si applicano sempre più agli eserciti, come sottolinea una letteratura abbastanza nutrita. Il profondo legame con la cultura militare emerge anche nel linguaggio del management, con metafore ed espressioni come «teatro di guerra», «combattere l’ultima battaglia» o «blue ocean strategy».

Quali possono essere le conseguenze di un addestramento del genere? In un reality come La caserma la rotta sembra già essere tracciata: i giovani che prima erano lavativi, capaci di dire soltanto «scialla» all’autorità, dopo un mese di addestramento usciranno fortificati e migliorati. Ma è davvero così?
Sì, nel reality possiamo immaginare che l’educazione militare edulcorata che ci viene propinata, riuscirà a mostrare il meglio delle sue «potenzialità educative». Alla fine «raddrizzerà» i più ribelli e «temprerà» il carattere dei più deboli, mostrando a tutte le giovani reclute quali sono i valori «veri» e «sani» dell’uomo e della donna che diventano adulti. Nelle caserme reali invece esistono coloro che non ce la fanno, coloro che anche in momenti successivi della propria vita vivranno le conseguenze negative di questo tipo di addestramento. Chi molla viene sbeffeggiato e insultato, così come ad esempio è avvenuto in un caso con l’originale britannico Lads Army con scene particolarmente violente. Non credo che vedremo immagini del genere sulla Rai e in prima serata.

da qui

domenica 6 maggio 2018

una cover di “Bella ciao” è diventata virale in Brasile




Ok, La casa di carta è stato un successo abbastanza inaspettato. Nata come prodotto, diciamo, in sordina, e destinato solo al pubblico spagnolo, è diventata, grazie a una seconda stagione spettacolare, un vero e proprio caso del mondo delle serie.
Chiunque abbia visto la serie (no spoiler), ricorda la scena in cui viene intonata Bella ciao. E non solo, grazie alla serie, la canzone della Resistenza ha anche avuto una seconda vita sul digitale, entrando nelle classifiche dei brani più ascoltati in Italia.
Ma in Brasile hanno fatto di più. La canzone è stata trasformata in un pezzo baile funk da MC MM e DJ RD, intitolato Só quer Vrau che attualmente è in cima a ogni classifica di streaming, guadagnandosi anche un video da oltre 17 milioni di views. Ovviamente il significato è stato parecchio cambiato: si parla di gente che ha voglia solo di lasciarsi andare, diciamo…