sabato 4 luglio 2026

Dissidenza, repressione politica, libertà. In ricordo di Ambro

L’11 giugno scorso abbiamo pubblicato un articolo di Claudio Novaro teso a sottolineare, fin dal titolo (“Quando la giustizia esclude e uccide”) la scarsa consapevolezza da parte di settori della magistratura del “potere terribile” di cui sono titolari, «un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono» e richiederebbe, per questo, «un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche». L’articolo prendeva le mosse, tra l’altro, dalla tragica vicenda, di un giovane che si era tolto la vita tre mesi prima, dopo che gli era stata applicata, dal giudice per le indagini preliminari di Torino, «la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive», misura confermata dal Tribunale del riesame e che «l’aveva gettato nello sconforto». L’articolo – che, per doverosa delicatezza, non conteneva indicazioni funzionali alla identificazione del giovane ed evitava giudizi tranchants e strumentalizzazioni – è stato ampiamente ripreso, non sempre con la stessa attenzione ai risvolti personali, da diversi organi di stampa e dai social, con commenti spesso sguaiati e volgari. Volutamente ci siamo astenuti dal riprendere e commentare. Venerdì scorso, peraltro, il manifesto ha pubblicato una lettera accorata e, insieme, rigorosa in ricordo di Ambro (questo il nome del giovane) e a commento della sua vita e della sua drammatica conclusione, che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori: in memoria di quel giovane e con l’auspicio che il suo gesto susciti una riflessione rispettosa e capace di rendere anche l’intervento giudiziario più umano. (la redazione)

Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento agli ultimi, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un testone, un polemico. Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una generosità e capacità di offrire agli altri che spesso sconfinava nel sacrificio. Era anche un ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie e le sue storture. Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di collettività, mettendo in atto ogni giorno, in ogni gesto e parola. Ha sempre creduto nella politica dal basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in questo sistema precario per sostenere le persone colpite dallo stesso, criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e le varie politiche susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello globale.

Ambro il 15 Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue care falesie. Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.

Noi tutti, amici, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovati a dover far senso di un dolore enorme, nessuno riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale. In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare. Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui. Aveva ricevuto in febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile. Si dovevano trovare colpevoli, e li si doveva punire duramente. Si sentiva dalle istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro. Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per tutti gli 11 indagati. La maggior parte, poco più che maggiorenni incensurati. Studenti per lo più.  A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva. Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio. In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 marzo racconta un’altra storia.

Dopo la morte di Ambro ci siamo presi tempo di elaborare e abbiamo collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno politico il 25 aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani. Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale la Repubblica ha quindi deciso di scrivere in merito e vari esponenti politici e attivisti hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di sentire. Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.

La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza dopo il decreto legge sicurezza è un tema che finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il modo con cui la vicenda è stata trattata. Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il decreto legge sicurezza, ci sono già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il potere. A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi. L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della gestione da parte degli operatori della giustizia di ogni aspetto che riguarda le vicende giudiziarie.

Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca, riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento. Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ma chiediamo di essere rispettati nel nostro dolore e speriamo che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutti.

Amore che resiste. Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro, narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto sguincio penserai: «Mamma mia questi qui, proprio non hanno capito niente di me». Forse è così, forse per descriverti non bastano tutti questi amici riuniti per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi sempre degli altri, una persona irriverente, che non scende a compromessi se questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre.

Le tue amiche ed i tuoi amici.

da qui

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