L’11 giugno scorso abbiamo pubblicato un articolo di Claudio Novaro teso a sottolineare, fin dal titolo (“Quando la giustizia esclude e uccide”) la scarsa consapevolezza da parte di settori della magistratura del “potere terribile” di cui sono titolari, «un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono» e richiederebbe, per questo, «un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche». L’articolo prendeva le mosse, tra l’altro, dalla tragica vicenda, di un giovane che si era tolto la vita tre mesi prima, dopo che gli era stata applicata, dal giudice per le indagini preliminari di Torino, «la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive», misura confermata dal Tribunale del riesame e che «l’aveva gettato nello sconforto». L’articolo – che, per doverosa delicatezza, non conteneva indicazioni funzionali alla identificazione del giovane ed evitava giudizi tranchants e strumentalizzazioni – è stato ampiamente ripreso, non sempre con la stessa attenzione ai risvolti personali, da diversi organi di stampa e dai social, con commenti spesso sguaiati e volgari. Volutamente ci siamo astenuti dal riprendere e commentare. Venerdì scorso, peraltro, il manifesto ha pubblicato una lettera accorata e, insieme, rigorosa in ricordo di Ambro (questo il nome del giovane) e a commento della sua vita e della sua drammatica conclusione, che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori: in memoria di quel giovane e con l’auspicio che il suo gesto susciti una riflessione rispettosa e capace di rendere anche l’intervento giudiziario più umano. (la redazione)
Ambrogio era
un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia e Storia
delle Religioni. Ambro è
sempre stato un idealista, attento agli ultimi, con un grande senso di
empatia e gentilezza. Era un anarchico, un testone, un polemico. Ambro
aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una generosità e capacità di
offrire agli altri che spesso sconfinava nel sacrificio. Era anche un
ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie e le sue storture.
Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di collettività, mettendo in atto
ogni giorno, in ogni gesto e parola. Ha sempre creduto nella politica dal
basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in questo sistema precario per
sostenere le persone colpite dallo stesso, criticando con lungimiranza e
lucidità lo Stato e le varie politiche susseguitesi negli anni, sia nel nostro
paese che a livello globale.
Ambro il 15
Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese
dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue
care falesie. Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a
misure cautelari.
Noi tutti,
amici, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovati a dover far senso di un
dolore enorme, nessuno riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale. In
questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una parte
scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare. Ambro
credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che la
libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran
voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a
supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva
bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui. Aveva ricevuto in febbraio
l’avviso di garanzia che lo informava del procedimento pendente e dei capi di
indagine relativi proprio a quelle manifestazioni. Una lista gonfiata da un
caso diventato politicamente sensibile. Si dovevano trovare colpevoli, e li si
doveva punire duramente. Si sentiva dalle istituzioni la pretesa di muoversi
subito e colpire duro. Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di
firma giornaliera e il divieto di dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la
custodia cautelare. L’aveva chiesta per tutti gli 11 indagati. La maggior
parte, poco più che maggiorenni incensurati. Studenti per lo più. A seguito
di richiesta di riesame, non solo erano state confermate le misure in essere,
ma era anche stato condannato al pagamento delle spese. Poco dopo tenne alcuni
colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva. Si era detto talvolta
preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare ricevute. Parlava di alcune
sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio. In un primo momento era
sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per cercare un lavoro a Torino,
sperando in occasione del prossimo riesame di farsi rimuovere la misura
dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 marzo racconta un’altra
storia.
Dopo la
morte di Ambro ci siamo presi tempo di elaborare e abbiamo collettivizzato il
dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno politico il 25
aprile. Quel
giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui e affisso una targa in
ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani. Ambro infatti, per
noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo considerato importante
raccontarlo tra le vie di Torino, durante una manifestazione alla quale lui
sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime settimane il caso è stato reso
pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel procedimento. Grazie alla
volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie di considerazioni in
merito al problematico utilizzo spropositato delle misure cautelari, il caso di
Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale la Repubblica ha
quindi deciso di scrivere in merito e vari esponenti politici e attivisti hanno
ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si leggeva
nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di raccontare
chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di sentire.
Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia
stata gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre
l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.
La
strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta come Pro
Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per comprendere la
difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può essere
stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben
rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui
social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La
criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza dopo il decreto legge
sicurezza è un tema che finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non
siamo d’accordo con il modo con cui la vicenda è stata trattata. Si parla
poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno sguardo
ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta sempre
più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il
nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito
agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il decreto legge
sicurezza, ci sono già molte persone che stanno subendo le conseguenze
massacranti di scelte politiche volte ad annichilire le persone e ogni
movimento di dissenso verso il potere. A tal proposito speriamo che
questa nostra riflessione possa aiutare e far risuonare le voci di chi oggi si
trova in questa situazione e che ha bisogno di aiuto. Speriamo che questo
possa essere l’inizio di una riflessione più ampia riguardo alla gestione delle
misure cautelari e alle considerazioni relative alla delicatezza con cui il
sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi. L’empatia e il tener
conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli affetti intorno a
queste persone, deve essere un tema centrale nella riconsiderazione
dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della gestione da parte
degli operatori della giustizia di ogni aspetto che riguarda le vicende
giudiziarie.
Crediamo che
quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema urgenza e che
sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure
cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo
stesso tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive
in prima persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che,
nel suo insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che
dovrebbe essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di
cronaca, riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di
riflettere sulle modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un
vuoto perché non se ne parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non
c’è più senza avere la cura di contattare con il giusto livello di umanità gli
affetti, senza tenere in considerazione la delicatezza della situazione, è già
di per sé molto violento. Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la
vicenda di Ambro è stata raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo
pochissima cura delle persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo
abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ma chiediamo di essere rispettati
nel nostro dolore e speriamo che tutto questo possa davvero far riflettere su
temi che non spetta a noi sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si
assuma la responsabilità e la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati
che hanno necessità di essere approfonditi da chi effettivamente ha gli
strumenti per farlo. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutti.
Amore che
resiste. Oltre
tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni parte
di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua assenza,
che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in giro,
mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da raccontare.
Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro, narriamo
con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto sguincio
penserai: «Mamma mia questi qui, proprio non hanno capito niente di me». Forse
è così, forse per descriverti non bastano tutti questi amici riuniti per
ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così che
abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi
sempre degli altri, una persona irriverente, che non scende a compromessi se
questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma
anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio
che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti che
siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre.
Le tue
amiche ed i tuoi amici.
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