“Finché la guerra verrà considerata una
cosa malvagia, conserverà il suo fascino; quando sarà considerata volgare,
cesserà di essere popolare”
(Oscar Wilde)
Questa riflessione si sarebbe dovuto, più propriamente rispetto alle
intenzioni, intitolare “L’Autonomia del Nord va alla guerra”, in analogia
metonimica con il testo di Antonio Mazzeo di cui dirò più sotto (La scuola
va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia Manifestolibri,
Roma, 2024). Infatti, il nucleo dell’argomentazione è che la
regionalizzazione, non solo amministrativa come prevede la Costituzione
(artt. 116,117, 119), ma legislativa in almeno quattro materie importantissime
(sanità, istruzione, protezione civile, trasporti), di attuale competenza esclusiva
dello Stato, può diventare terreno di coltura per la capillarizzazione
del controllo sicuritario e della diffusione della presenza militare. Come
cercherò di spiegare non è una mia allucinazione distopica.
Il 6 giugno scorso si è svolta a Napoli, un’assemblea del comitato di
scopo Contro ogni forma di autonomia differenziata (NOAd).
Come suggerito dal suo nome, il collettivo non intende patteggiare alcun tipo
di divisione del nostro paese. Le materie cosiddette concorrenti, di interesse
per le singole Regioni, sono già indicate – con tutti i limiti e le possibilità
– dal testo costituzionale e dalle sentenze della Corte. Vengo a delineare un
po’ di storia. Le prime riunioni si svolsero in alcune sedi sindacali di Roma,
Gilda-scuola e Flc-CGIL, nel 2017. I segretari delle organizzazioni
sindacali ascoltarono, fra lo scettico e il disinformato, le preoccupazioni che
la gente di scuola manifestava sulle già nefaste intrusioni della Regione
Veneto nell’ambito dell’istruzione pubblica. Non solo si stavano dettando le
linee didattiche per la formazione professionale di competenza locale,
attraverso le cosiddette Unità di Apprendimento e le prime
modalità dell’Alternanza Scuola Lavoro sul modello
dell’apprendistato, ma si modulavano le stesse prove a test dell’INVALSI
secondo i dettami suggeriti dal mercato, dalla piccola media impresa tipica
della regione. L’eredità padana di Umberto Bossi veniva raccolta da Luca Zaia,
il mega-sindaco di Venezia e, nei primi testi di intesa Stato-Regioni, il
termine sussidiarietà (orizzontale e verticale: contribuzione
dei cittadini e delle amministrazioni locali alle spese generali sostenute
dallo Stato) sforava nella presa in carico del sistema tributario e della spesa
da parte della amministrazione regionale. Dunque, all’inizio, il tema di
discussione fu soprattutto l’attacco condotto al sistema di istruzione e
formazione pubblica, nazionale. Ma presto la questione si estese ad altri
ambiti di particolare delicatezza, la sanità, ad esempio. La proposta veneta
non arrivò nemmeno a bagnarsi alle rive del Po, si estese verso ovest
aggregando, nella follia emancipatoria, Lombardia, Piemonte, Liguria, oggi
firmatarie dello stesso testo di pre-intesa con lo Stato, come se la
differenziazione riguardasse ormai una macroregione, il Nord produttivo e
ricco, come se nelle sue province non allignassero sacche di povertà e
desolazione sociale. Nell’ultimo testo di preintesa, diffuso solo parzialmente,
le materie di competenza della macroregione sono diventate 22. Il tutto
nell’obliquo, ambiguo, interesse di altri presidenti regionali, governatori,
come amano farsi chiamare in un delirio di onnipotenza. Il lavoro da allora
svolto nel Collettivo da Marina Boscaino, da illustri costituzionalisti, da
esperti di questioni riguardanti la costante decadenza della legge sulla sanità
pubblica del 1978, è stato enorme. Si sono affrontati nel tempo gli effetti
devastanti della legge Bassanini (1997) sulla trasformazione
delle unità sanitarie territoriali in aziende, e l’autonomia conferita da Luigi
Berlinguer anche alla scuola nel 1999. L’autonomia è diventata una parola
abusata e distorta, venuta a significare management, leadership
antidemocratica, nella progressiva distanza dai bisogni-necessità dei
cittadini, su cui tornerò più sotto a proposito dei livelli di prestazione.
Attualmente, come si è visto a Napoli, sono coinvolti nel Collettivo 20
province per altrettanti comitati locali, 33 fra associazioni, organizzazioni
sindacali maggioritarie e di base, partiti, semplici cittadini. Ricordo che due
anni fa fu promosso un referendum per la abrogazione della legge 26 giugno 2024
n.86, anche nota come Calderoli, su cui facevano leva gli
autonomisti. La raccolta delle firme, nel caldo torrido dell’estate, raggiunse
un milione e trecentomila firmatari, tra l’altro costituendo, per chi di noi
stava in strada a raccoglierle, una bellissima prova: ancora si può giocare la
carta della politica, come discorso, discussione nelle piazze, nelle strade.
Sappiamo com’è finita: la sentenza della Corte Costituzionale non ha
considerato ammissibile il quesito referendario (n. 10/2025) in base a un
precedente atto, la sentenza n. 192 del 2024 che dettava alle regioni le regole
sulle prestazioni obbligatorie, segnava i limiti invalicabili sul potere
legislativo locale, non conferiva nessuno spazio per deleghe ampie al Governo
prive di passaggi parlamentari. Oggi la discussione, come si è visto a Napoli,
continua. Il Ministro Calderoli ci riprova fra corsi e ricorsi, fra la messa in
silenzio da parte del Governo Meloni preso da altre priorità e la nuova
assunzione in proprio di Matteo Salvini, guarda caso da rilanciare al prossimo
incontro della Lega a Pontida.
Prima di andare al tema militarizzazione, dirò ancora qualcosa sulla
questione delle prestazioni. Le innumerevoli riforme subite dal
sistema sanitario sulle prestazioni obbligatorie (LEA), la loro trasformazione
in prestazioni essenziali (LEP) rimane un nodo dirimente, anche per il sistema
di istruzione. Appare chiaro che due ambiti di tale importanza per la vita del
cittadino, per ogni aspetto della riproduzione sociale, non possono essere
ridotti all’osso di essenzialità di vaga definizione. Soprattutto in un paese
così economicamente scompensato, la possibilità per i cittadini di accedere,
attenzione, a diritti, non a opportunità, non può essere elusa. I bisogni
primari restano tali e a essi per mandato costituzionale va data risposta, in
ogni luogo del Paese. E può rispondervi solo il governo centrale in modo
uniforme.
L’intervento di Antonio Mazzeo a Napoli – come ho scritto in incipit –
tocca il vivo delle manovre per elaborare il consenso sulla
militarizzazione dei territori, resa più facile proprio dalle forme
previste nel testo delle pre-intese sull’autonomia differenziata. L’attacco al
territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta
subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi
militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti
soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come
stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di
tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni
ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo
sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra
mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie
locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle. Mazzeo conclude
la sua intensa riflessione annotando che le forme assunte dalla
autonomia differenziata possono essere messe in analogia con quelle
dell’attuale fortuna del suprematismo dei ricchi. Forse – aggiungo io – da
noi assurge a parente povero del fenomeno del muskismo. Come
scrivono, coniando il termine, Quinn Slobodian e Ben Tarnoff, non è un problema
rappresentato da un individuo singolarmente folle ma, come lo fu il fordismo,
un complesso di pratiche sociali, di cui Musk è insieme causa, effetto,
sintomo. Nel caso statunitense si tratta di un intervento capillare e plurimo
di controllo della popolazione, in un delirio tecnologico capace di stordire
soprattutto le classi meno colte. La promessa pseudo religiosa è nel paradiso
terrestre da lui stesso creato (Muskismo. Una guida per perplessi Einaudi,
Torino, 2026).
Al convegno, organizzato il 17 aprile di quest’anno dall’Osservatorio
contro la militarizzazione della scuola e delle università a Torino,
gli intervenuti hanno fatto ruotare le loro relazioni su questi nodi. Luigi Daniele,
docente di diritto internazionale dei conflitti armati (Università del Molise),
ha sottolineato come collassi la democrazia quando si prepara una guerra, e
mentre è in corso. La diplomazia tace quando si sceglie di agire direttamente i
conflitti armati, anche di bassa intensità, per accedere a risorse rare, per
operare pulizie etniche funzionali alle nuove forme di colonialismo.
Concludendo, la relazione stretta fra aspetti solo apparentemente distanti
va considerata con estrema attenzione. I separatismi sono generatori di
risentimenti che possono sfociare in conflitto armato. Facilmente il polemos –
la politica come discorso, come parola – lascia il posto alla stasis che,
nel suo significato originario, è la guerra intestina, civile. Lo sottolineano
Massimo Cacciari e Roberto Esposito: il caos contiene elementi
distruttivi ma anche possibilità di nuovi assetti. Quanto positivi dipende
dalla politica agita dal basso, non dalla propaganda ottundente (Kaos il
Mulino, Bologna, 2026).
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