Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose, un'epoca che richiede uno sforzo interpretativo nuovo. Emblematico è il caso della Chiesa cattolica. Come probabilmente anche quella di molti di voi, la mia è una formazione puramente laica e di sinistra. Devo però riconoscere qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Il mio mondo, un mondo in disfacimento, giustamente sotto accusa, il mio mondo per l'appunto laico e di sinistra, che spesso si è voluto autorappresentare come l'espressione migliore della modernità, anzi come l'unico luogo detentore della buona modernità, è decisamente più indietro di ciò che esprime la Chiesa di Leone XIV.
So benissimo che con questa affermazione mi sto giocando la stima di tutti
quelli che agevolmente possono farmi l'elenco dei tanti temi etici e civili su
cui il Vaticano è indietro. Non c'è dubbio che sia così e personalmente resto
convito della giustezza delle scelte laiche. Detto in altre parole: resto
quello che sono sempre stato, un uomo di sinistra, culturalmente materialista,
cioè del materialismo storico, che con la religione ha solo un rapporto di tipo
intellettuale e non spirituale.
Il punto che voglio porre è però un altro. Sulle grandi questioni del
presente, sui grandi conflitti geopolitici, su ciò che minaccia l'essere umano
e persino sul capitalismo, la cultura da cui vengo esprime oggi una lettura
della realtà decisamente più arretrata, per non dire pavida.
Prendiamo la testimonianza di Pizzaballa su Gaza. Non c'è denuncia o grido
di dolore più profondo, pieno e autorevole di quello che il Patriarca di
Gerusalemme ha espresso sul genocidio. Alla premiazione organizzata da Limes,
non ha avuto nemmeno bisogno di usare grandi parole. Non deve servirsi di
termini feticcio o di argomentazioni particolari, come purtroppo devo fare
anche io per sforzarmi di essere credibile. Pizzaballa si è limitato a evocare
"l'odore di Gaza", l'odore di morte che Israele e i suoi complici,
tra cui l'Italia, ha prodotto negli ultimi tre anni.
Stesso discorso vale per il Papa. In una recente dichiarazione, sulla scia
di Francesco, ha affermato che l'Europa vive solo di opportunismo. Ha
dichiarato che la sua ideologia è puramente economicistica, che tra le tante
cose vuol dire che intimamente non crede in nulla: è nichilista. Non ha preso
alcuna decisione contro Israele e, ha aggiunto, contro gli Stati Uniti. Non si
è limitato a citare lo stato ebraico. Ha esplicitamente messo sotto accusa
anche gli Stati Uniti: non Trump, come un po' furbescamente fa la stampa
nostrana, ma lo stato americano nel suo complesso, consapevole che quello che
sta accadendo non è frutto di una contingenza elettorale, ma è storica:
radicata nelle cose.
Giuro, non avrei mai immaginato un rovesciamento del genere. La cultura di
sinistra, che certamente in Italia ha espresso la parte migliore del paese,
almeno in una certa fase, oggi non è minimamente in grado di manifestare una
simile fermezza politica e morale. Resta attaccata a un'idea di modernità del
tutto compromessa con i mali attuali, incapace dunque di rinnovarsi, di essere
spregiudicata. La sua parola non ha vera autorevolezza, non ha pienezza di
significato. I suoi ragionamenti sono intrisi di opportunismo, di economicismo.
Non c'è nella sinistra attuale un'autentica passione per i subalterni, e dunque
compassione per il loro dolore, per il loro dramma di vinti. Non c'è nei suoi
pensieri alcun reale desiderio di riscatto. Possiamo fare tutti i ragionamenti sui
sondaggi, tutte le analisi politiche, tutti i calcoli, ma senza questa
connessione reale con i sentimenti concreti di chi oggi subisce la
sopraffazione del grande capitale e dei suoi attori criminali non andremo da
nessuna parte. La nostra parola resterà vuota, pura esteriorità.
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