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lunedì 25 maggio 2026

José Saramago, la Palestina e il dovere etico della parola

di Barbara Gori


«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si  è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».

 

È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il 10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.

 

Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario. La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.

 

Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati capaci di dare?

 

Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del Medio Oriente”.

 

Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce, nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione, nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare eccezioni morali.

 

È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País, nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di raro e davvero prezioso:

 

Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale; contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri.[4]

 

In questa autorevole battaglia in nome della difesa dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti – che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002 assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé, un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel 2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid, è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi non è mai stato qui».[7] Perché il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese, all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo, come lo dovremmo chiamare?».[8]

 

Questa analisi e cura della parola come campo di battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”, se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa, arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni notte. Interminabilmente».[10] Parole ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi piano».[13]

 

E sempre in termini di attualità, vale la pena di rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta, quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi velleità di protesta».[14] Ma, e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:

 

Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione, libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più, conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”, applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi, le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i maestri.[15]

 

Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel “sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò, puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo, denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della responsabilità morale presente e collettiva:

 

Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il plauso del suo popolo.[16]

 

E non si dissociò neanche quando venne accusato dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un «ebreo nazista»,[17] definizione non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello spirito di Israele».[18]

 

Il ritratto poi del silenzio europeo — non come assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”, salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla, lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]

 

Saramago docet. Saramago ci insegna, allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione, né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea. L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]

 

Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità: «Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di Israele».[21] Un legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla terra che nessuna occupazione può cancellare:

 

Voi che passate tra le parole fugaci

prendete i vostri nomi e andatevene

Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene

Portate via ciò che volete

dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria

Scattate le fotografie che volete, per sapere

che non saprete

che le pietre della nostra terra

sostengono il tetto del cielo.[22]

 

Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi, rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce — scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di creare un mondo degno di questo nome».[24]

 

21 maggio 2026

 

____________

 

Barbara Gori è Ordinaria di Letterature portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova

Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura spagnola alla stessa università

 

Note

 

[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori Asse Edizioni, 2022, p. 7.

[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio 2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine di Israele di Furio Colombo del 2007.  Da segnalare anche il recentissimo Contro l’antisemitismo  e le sue strumentalizzazioni di Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty (Tamu, 2026).

[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione, o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali, dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e soddisfatti» (Ibidem).

[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.

[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.

[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54 (traduzione mia).

[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).

[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.

[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.

[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61 (traduzione mia).

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 60.

[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.

[15] Ivi, pp. 290-296.

[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56 (traduzione mia).

[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).

[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.

[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).

[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).

[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).

[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia nel 1996 con il titolo di Cecità.

[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp. 56-57 (traduzione mia).

da qui

martedì 21 settembre 2021

Il capitalismo è insostenibile - considerazioni pessimistiche* sullo stato del mondo


1


L'IPCC avverte che il capitalismo è insostenibile (qui).

 

Intanto, ci hanno fatto una testa così con il PNRR.

 

Il nostro PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), la cui pronuncia appropriata potrebbe essere solo una pernacchia di Eduardo (qui), non prevede una misura che tutto il mondo dovrebbe adottare: mettere fuorilegge l’obsolescenza programmata, se solo si volesse dimezzare (almeno) il consumo delle materie prime.

 

Ci hanno sempre detto, col sorrisetto sotto i baffi, che a Cuba erano arretrati, con automobili di 50 anni, il frigorifero di 30 anni, ecc. ecc., ignoranti, comunisti, non sapevano cosa è il consumismo, è la sirena e il volano della Crescita .

Passata l'ubriacatura della Crescita (che molti, esseri finiti, hanno pensato fosse infinita) adesso noi sappiamo che i necessari interventi di manutenzione e riparazione degli oggetti sono utili anche per l’occupazione e per le relazioni sociali.

Ormai non si aggiusta quasi più niente, tutto nel mondo è diventato usa e getta.

Non ci sono più i mercatini con gli artigiani che aggiustano tutto, ci sono nei paesi più poveri, noi siamo moderni, le merci ci arriveranno col drone di Amazon.

Se ci fate caso spesso le leggi parlano di rottamazione di auto, elettrodomestici, tv, ecc., con l’idea che i nuovi prodotti che sostituiranno i vecchi saranno tecnologicamente più efficienti, consumeranno forse di meno, ma mai si considera il consumo di materie prime, energia, macchinari necessari per produrre i nuovi prodotti.

 

“…l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto…”, dice un alunno di Marco Lodoli (qui)

 

Bisogna consumare, consumare, consumare, chi ha i soldi, naturalmente, e alla fine crepare, il ciclo della vita, nel capitalismo, è questo.

 

Chi tiene un’auto per 20 anni, un telefono cellulare per 10 anni è un asociale (https://www.youtube.com/watch?v=ZWBb9FJDPJo ).

 

È necessario che impariamo a tenere Le Cose (che casualmente è il titolo di un grandissimo libro di Georges Perec, che tratta, nel 1965, tra le altre cose, il tema del consumismo) il doppio, il triplo del tempo rispetto a quanto le abbiamo tenute finora, dobbiamo pretendere la morte dell’obsolescenza programmata, ma dobbiamo lavorare sull’obsolescenza “psicologica”, chiamiamola così, quella indotta dalla pubblicità, che non a caso è l’anima del commercio.

 

I veri motori che ci porteranno all’estinzione della specie umana, prima della fine "naturale", saranno il consumismo, l’obsolescenza programmata, le guerre, la pubblicità, la velocità (a cosa serve la Tav? a portare un po’ di bagna cauda da Torino a Lione? O le mozzarelle a Grenoble? Con i treni normali ci vuole mezz’ora in più? Forse i sostenitori della tav non sanno che hanno inventato i frigoriferi, a loro interessano i profitti, senza se e senza ma, a qualsiasi costo), qualcuno dice anche il turismo (quello usa e getta, soprattutto, che muove miliardi di persone, con enormi consumi di materie prime non riciclabili).

 

"No es más rico el que más tiene, sino el que menos necesita" – (Dicho de los abuelos zapotecos)

"Il più ricco non è chi ha sempre più cose, ma di chi ha bisogno di meno cose" – (proverbio)

 

Cos’altro è la decrescita?

 

 

 

2

 

Intanto veniamo a conoscenza che l’assemblea degli animali ha redatto un documento con la richiesta di cambiare l’espressione Animal spirits in Human spirits.

Ecco una sintesi:

“Dopo un’approfondita discussione l’Assemblea degli animali chiede la cancellazione dell’espressione Animal spirits (sdoganata da Keynes), per una serie di motivi che esponiamo.

Noi tutti riteniamo che negli ultimi secoli, da quando il capitalismo è diventato il modello economico dominante, il comportamento dell’homo economicus capitalista è diventato innaturale.

Gli animali non accumulano, se non alcune specie per un tempo limitato, non sono avidi, cacciano e raccolgono solo quello che possono mangiare, gli umani uccidono 150 miliardi di animali ogni anno (https://www.linkiesta.it/2015/08/ogni-anno-oltre-al-leone-cecil-uccidiamo-50-miliardi-di-animali/), in mattatoi inumani e inanimali.

Può bastare per capire perché vogliamo che si cambi animal con human?”

 

 

 

3

 

C’è un valore fisico ed economico, l’Earth_Overshoot_Day (rapporto tra la biocapacità del pianeta, ossia l'ammontare di tutte le risorse che la Terra è in grado di generare annualmente, e l'impronta ecologica dell'umanità, ossia la richiesta totale di risorse per l'intero anno) che tutti possono capire, senza far finta di non avere capito.

Da almeno 50 anni consumiamo molto di più, e sempre di più, di quanto il pianeta può tollerare.

È come se uno corresse la maratona alla stessa velocità dei 200 metri, o si ferma, o crepa.

È come se uno ingerisse 6000 calorie al giorno, crepa in fretta e malato (se non lo avete visto provate a guardare Super Size me)

Consumiamo quasi due pianeti all’anno, gli effetti di questo consumo, del cambiamento climatico, delle guerre e delle altre piaghe che affliggono il pianeta la gran parte dei cittadini del mondo li vivono sulla propria pelle, noi della Fortezza Occidente non li viviamo sulla nostra pelle, non li capiamo davvero, tiriamo a indovinare, direbbe Bukowski.

Qualche decina di migliaia di persone cercano di entrare nella nostra Fortezza Occidente, la risposta è: muri, muri e muri.

 

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Scriveva un paio d’anni fa Oxfam dell’indecente distribuzione della ricchezza, nel 2019, nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone.

Qui Riccardo Petrella parla dei capitalisti come predatori.

 

Walter Benjamin, nel 1921 aveva scritto “Il capitalismo come religione”, un’opera non conclusa, dove si legge “Nel capitalismo va scorta una religione; cioè il capitalismo serve essenzialmente a soddisfare le stesse ansie, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni” (qui e qui)

 

Non sarà facile liberarsi del Capitalismo, con tanti sacerdoti e fedeli, spesso inconsapevoli. occorre decolonizzare le nostre menti, occorre uno sforzo titanico, quello di pensare e mettere in pratica un altro mondo possibile, se ci riusciamo.

 

 

*Gli unici interessati a cambiare il mondo sono i pessimisti, perché gli ottimisti sono contenti di quello che hanno. (José Saramago)

sabato 11 luglio 2020

L’epidemia e la rivoluzione. A dieci anni dalla scomparsa di José Saramago (1922-2010) - plv *




José Saramago era uno spaccamaroni.
E va scritto così, senza esitazioni, con tanto di turpiloquio e vocabolo assente da ogni dizionario. Occorre mettere in disparte, da subito e senza timidezza, quel senso reverenziale che rischia di intimidirci ogni volta che parliamo di qualcuno di importante.
Perché è vero, José Saramago era un grande scrittore, ha regalato alla storia della letteratura testi indimenticabili che forse, direbbe lui, non salveranno il mondo, anche se possono ancora cambiare la vita di qualcuno. Ma se i suoi testi hanno questa forza è perché José Saramago era anche molto altro.
José Saramago era comunista. Ed era un comunista che era capace di vedere e comprendere le nuove lotte, che entrava nei dibattiti e lo faceva senza lesinare critiche. Come nei confronti del regime cubano, che nel 2003 Saramago decide di criticare apertamente, pur mantenendo saldo il suo appoggio alla rivoluzione e alla sua eredità. Oppure verso il Partido Comunista Português, di cui ha fatto parte dal 1969 e con cui i rapporti sono stati a volte turbolenti, specialmente durante la rivoluzione portoghese del ’74-’75. Solo quando era in Messico ci teneva a puntualizzare: «Sono comunista, ma in Messico sono zapatista».
José Saramago era un attivista. Sia nelle vesti di romanziere che nelle sue dichiarazioni pubbliche, Saramago agiva non per descrivere, ma per incalzare la realtà. E se abbiamo dubbi andiamoci a leggere il discorso del 15 marzo 2003 contro la politica guerrafondaia di Bush e Blair; o le sue prese di posizione contro l’ingresso di Portogallo e Spagna nella Comunità Europea; o le esternazioni contro la politica di Israele. Ma anche nei suoi romanzi si possono facilmente individuare prese di posizione contro un preciso ordine delle cose che occorre modificare. Perché secondo Saramago nessun sopruso è eterno, ogni sopraffazione può essere circostanziata e storicizzata, ogni sopraffazione ha un inizio e quindi può avere una fine, può essere affrontata e dunque abbattuta.
Saramago non era un uomo amareggiato dalla vita, né un pessimista, né un nichilista.
José Saramago era un rivoluzionario.

Giochi pericolosi
Il 25 aprile del 1974, José Saramago ha all’attivo un paio di libri di poesie, un romanzo pubblicato e uno nascosto che sarà pubblicato postumo, diversi articoli e due libri di cronache. È già un riferimento dal punto di vista culturale, ma è ben lontano dall’essere uno scrittore affermato.
Non sono in molti a pensarla in questo modo, ma a mio avviso è con gli articoli pubblicati sul Diário de Lisboa tra il ’72 e il ’73 e poi radunati nella raccolta As opiniões que o DL teve (non pubblicata in Italia), che Saramago cambia passo: compresso nelle righe di una colonna di giornale, Saramago veste i panni dell’equilibrista impegnandosi a criticare un regime fascista in piedi da decenni, riuscendo a sfuggire alle strettissime maglie della censura. Per riuscirci ha solo un modo: usare le armi che lo stesso regime inavvertitamente lascia a sua disposizione.
Negli articoli, Saramago analizza in maniera chirurgica il dispositivo di potere di un regime che ha ereditato il linguaggio e lo stile del suo ex-leader, morto nel 1970, José António Salazar. Ma non è un’operazione semplice: il regime portoghese non ha nulla dello stile roboante del fascismo italiano. Le dichiarazioni dei suoi leader sono esplicite quando si tratta di attaccare le rivolte nei territori coloniali, ma estremamente melliflue rispetto al governo del Portogallo, tanto che il filosofo José Gil, analizzando il linguaggio di Salazar, parla di una «retorica dell’invisibilità» in cui lo Stato fascista è narrato come «una persona per bene» e i cittadini sono disposti a scegliere l’anonimato per il bene della Nazione.
Sono i questi meccanismi discorsivi che Saramago aggredisce, sostando sul filo del rasoio, tra l’ironia e l’affronto politico ad un regime pronto a far scattare arresti arbitrari contro chi è in disaccordo. Non sempre gli riesce: in vetrina nella Fundação Saramago di Lisboa sono esposte le stampe degli articoli dell’epoca con le correzioni e i tagli imposti dalla censura portoghese. Inoltre, As opiniões que o DL teve contiene quattro articoli in cui non è indicata la data di pubblicazione. Sono gli articoli di cui la censura ha impedito la stampa.
In uno di questi Saramago centra una delle modalità retoriche tipiche dei membri di un regime marcato dalla retorica dell’invisibilità»: si tratta delleufemismo, il meccanismo utilizzato per alleggerire a livello retorico una realtà di relazioni estremamente autoritarie. A seguito di una dichiarazione in cui César Moreira Baptista, Segretario di Stato dell’Informazione, parla della necessità di una «decompressione dei diritti e delle garanzie individuali», Saramago scrive:
«Ma dove si trova, alla fine, l’eufemismo? L’eufemismo si trova sottolineato (e non da noi) nella parola decompressione (dei diritti e delle garanzie individuali). […] Nonostante tutto questo tergiversare stilistico, si fa una confessione: quella per cui i diritti e le garanzie individuali dei portoghesi sono compressi. Tutti lo sapevamo, ma allo stesso modo sapevamo quanto minuziosamente ci era spiegato che questa compressione non era tale» («O eufemismo como política»).
Saramago è un maestro, ma il gioco è rischioso. Il suo arresto è previsto per il 29 aprile 1974.
L’anno della nascita di José Saramago
Il dramma teatrale La notte (1979) racconta l’asservimento dei direttori di giornali, la mordacchia della censura sull’informazione e soprattutto racconta la loro fine. Il dramma è nella notte che cambia la storia del Portogallo contemporaneo.
All’alba del 25 aprile 1974 il Movimento das Forças Armadas occupa le strade di Lisbona per destituire il governo presieduto da Marcelo Caetano e invita la cittadinanza a chiudersi in casa. La popolazione disobbedisce e invade il Largo do Carmo dove Caetano si è rinchiuso in un mutismo che durerà fino a sera, quando sarà costretto a salire su un aereo e fuggire in Brasile. Ma la rivoluzione non dura un giorno, dura almeno un anno e mezzo e probabilmente anche di più, visto che è nel 1961 che il regime portoghese inizia il suo declino inesorabile, con l’inizio delle rivolte in Angola.

Nei giorni che precedono il 25 de Abril, Saramago sta scrivendo un poema che narra in forma allegorica la storia di un popolo soggiogato da un regime autoritario. Ha iniziato a scriverlo il 16 marzo 1974, a seguito di un golpe fallito contro il regime, ma con il 25 de Abril si interrompe: il contesto è cambiato, non c’è più bisogno di un testo del genere. Saramago partecipa alle piazze e alle discussioni pubbliche e nell’aprile 1975 lo ritroviamo alla direzione del Diário de Notícias, uno dei principali organi in appoggio del processo rivoluzionario. Gli articoli che vanno dal 14 aprile al 25 novembre 1975 sono contenuti nella raccolta Os apontamentos (anche questa inedita in Italia).
Ci si aspetterebbe un cambio di stile e invece Saramago non risparmia le critiche al processo rivoluzionario, a personaggi che stanno ponendo le basi della loro carriera, al suo stesso partito: è un militante a tutti gli effetti, impegnato a indirizzare il paese verso il socialismo, nella consapevolezza di quanto questo possa essere rischioso:
«Il Portogallo sarà socialista, o morirà, perlomeno con dignità. Questo è l’unica strada per la libertà e la liberazione. Tutto il resto è capitalismo, fascista o social-democratico.» («A mão do imperialismo»).
Il Portogallo rivoluzionario è un paese in tumulto, conteso da forze rivoluzionarie, forze nostalgiche e forze che appartengono al nuovo mondo che si sta affacciando, quello delle socialdemocrazie del Mercato Unico. Poco a poco Saramago si accorge che è necessario, come titola uno dei suoi articoli, «Salvare la rivoluzione», e incita la popolazione a mantenere alta l’attenzione. Intuisce cosa sta per avvenire e afferma più volte che il Portogallo rischia di ritornare indietro o di prendere derive pericolose. Nel frattempo ha ripreso il poema che ha lasciato nel cassetto dal 25 de Abril e anche grazie a questo esempio si può dire che per lui la scrittura ha un valore pienamente militante: sentendo che la situazione sta cambiando, Saramago pensa sia necessario ricordare a tutti il passato che il paese sta cercando di superare, e per questo descrive in termini distopici la realtà che il paese ha vissuto fino a poco tempo prima. Il libro esce proprio in quei mesi complicati, col titolo L’anno mille993.
Nell’agosto del ’75, Saramago invoca una nuova alleanza tra il popolo e parte del Movimento das Forças Armadas contro una possibile contro-rivoluzione. La sua linea è chiara:
«o questa rivoluzione si suicida, e per farlo basta che continui per il cammino che sta già percorrendo, o questa rivoluzione si recupera attraverso l’unica via che le lasciano coloro che desiderano liquidarla: la via della violenza esercitata implacabilmente contro i responsabili della violenza, chiunque essi siano». («Poupar o inimigo»).
Nel 1975, Saramago non è uno scrittore affermato, ma è già un maestro. La formula utilizzata per invocare la violenza rivoluzionaria è volutamente involuta perché chi la scrive sa perfettamente che sta maneggiando un argomento pericoloso e decide di smontare l’enfasi delle frasi.
Il suo appello rimane inascoltato e il processo rivoluzionario portoghese termina il 25 novembre 1975. Quel giorno un gruppo di paracadutisti tenta, mediante un’azione militare, di dare nuova linfa alla rivoluzione. Il paese rimane col fiato sospeso. Nella notte Saramago scrive l’ultimo dei suoi articoli «E o socialismo?» in cui chiede alle forze rivoluzionarie di dare seguito alle azioni dei paracadutisti. Ma il tentativo di questi ultimi viene disinnescato e il Portogallo si avvia a entrare in quella che Saramago anni dopo, in un’intervista che troviamo nel Diario dell’anno del Nobel (28 giugno 1998), chiamerà «normalità». A contrastare tale “normalità” Saramago dedicherà i suoi restanti 35 anni di vita di militanza e di carriera letteraria.
Non credo che quei folgoranti 35 anni, sarebbero stati possibili senza le consapevolezze maturate nei tormentati mesi del processo rivoluzionario portoghese. Tempo fa si è scritto, da queste parti:
«Prendere parte al movimento rivoluzionario significa comprendere che la tua vita non è scritta nei piani del potere, ma puoi scriverla tu, almeno fino a un certo punto».
È nella lotta quotidiana per la rivoluzione, nella rabbia per la sconfitta, che nasce il grande scrittore.
Non c’è nessun dopoguerra
La rivoluzione prende la piega della smobilitazione. Si afferma una socialdemocrazia che assorbe molte delle conquiste ottenute tra il’74 e il ’75, ma che non fa fino in fondo i conti col passato del paese.
Il Portogallo cambia, gli anni passano. Saramago, isolato dal Partito e dai colleghi, nei mesi successivi alla rivoluzione decide di non cercare lavoro e di dedicarsi alla scrittura. Si guadagna da vivere con alcune traduzioni e con diversi testi scritti su commissione. Nel frattempo si dedica ad una strenua battaglia contro l’insorgere di una possibile nostalgia per il passato: Una terra chiamata AlentejoMemoriale del Convento e soprattutto L’anno della morte di Ricardo Reis riscrivono il passato del Portogallo e smontano quei miti su cui il fascismo si era poggiato. Sono i libri che lo conducono al successo mondiale.
Con gli anni Novanta la sua produzione prende una virata decisa. L’ambizione è quella di scrivere testi che guardino al di là del contesto portoghese e nel 1995, quando la cosiddetta “guerra fredda” è finita da poco, Saramago pubblica Cecità, o meglio Ensaio sobre a cegueira, «Saggio sulla cecità». È con questo titolo che da qui in avanti mi riferirò al romanzo.
In questi mesi se n’è sentito parlare parecchio, quasi quanto la Storia della Colonna infame di Manzoni, La Peste di Camus. È la storia di un’epidemia che colpisce gli abitanti di una città diffondendosi in maniera inarrestabile. La cecità bianca di cui gli abitanti della città si ammalano non ha cura, non ha cause scatenanti, non ha modo di essere circoscritta perché il contagio è talmente rapido che il Governo della città è totalmente sovrastato. Le uniche misure che l’amministrazione attua sono di quelle di concentrare le persone infette in luoghi di contenimento, ma presto l’azione si rivela inutile. Tutti diventano ciechi. Tutti tranne una donna, che nel romanzo è indicata come «la moglie del medico» e che per qualche strana ragione conserva la vista, assistendo all’orrore che si scatena nella città.
L’analisi del Saggio sulla cecità meriterebbe tempo e spazio, per la vastità di temi che si annidano nel romanzo. Di certo va sottolineato che le azioni della moglie del medico sono pienamente politiche: la sua decisione di osservare senza gettare giudizi morali, la sua presa in carico di un piccolo gruppo di ciechi, il suo ricorso alla violenza contro altri ciechi che decidono di approfittare della situazione violentando le donne con cui sono rinchiusi e uccidendone una, rivestono un senso sui cui sarebbe bene soffermarsi.
Tuttavia, nel contesto in cui ci troviamo, l’urgenza è quella di scongiurare un grande malinteso che si annida fra le righe di diversi commenti che abbiamo letto e ascoltato negli ultimi mesi: questo romanzo non parla di un’epidemia. Non parla di come diventano gli esseri umani quando una malattia inaspettata li soverchia, non parla di quello che abbiamo vissuto a partire da febbraio. La moglie del medico lo dice chiaramente in un dialogo col marito nelle ultime pagine: «Non penso che siamo diventati ciechi, penso che siamo ciechi, Ciechi che vedono, Ciechi che, vedendo, non vedono».

La cecità di cui parla Saramago è la nostra normalità. Anzi, è la normalità che si è costruita negli anni. È la normalità in cui le strutture politiche che abbiamo sono assolutamente inutili, capaci al massimo di assumere decisioni restrittive, ma poco altro. È la normalità che continuerà a descrivere nei romanzi successivi e nelle sue dichiarazioni: è la normalità del mercato unico, è la normalità di un mondo dominato dalle multinazionali, dalla finanza, da poteri che sovrastano ogni nostra struttura politica e sociale.
Non solo: è la normalità che si è costruita nel corso di secoli. Saramago non entra nella polemica sul cosiddetto postmoderno, ma si dimostra perfettamente consapevole di quanto scritto da Habermas, Lyotard e Jenkins: «Siamo al termine di una civiltà e del processo di passaggio da un tempo con radici nella Rivoluzione Francese, nell’Illuminismo, nell’Enciclopedia, che tende a scomparire. Non so quello che verrà». Non è un caso che quella narrata da Saramago sia una cecità bianca: il problema non è il buio, l’assenza di ragione o l’irrazionalità, il problema è la nostra razionalità, sono i lumi che ci stanno accecando: «si arriva più facilmente su Marte che al nostro simile» dirà nel 1998 nel discorso alla consegna del Nobel.
L’epidemia è un allarme che ci mostra il mondo per come è. Ci segnala che i nostri modi per reagire alle difficoltà non sono sufficienti, che di fronte ai drammi che stiamo attraversando siamo ciechi. E, come afferma la moglie del medico, «i ciechi sono sempre in guerra, sono sempre stati in guerra».
Never Ending Wars
Il 15 Febbraio del 2003, milioni di persone si riversano nelle strade di tutto il mondo per dire “no” all’imminente bombardamento dell’Iraq. Un mese dopo, José Saramago è a Madrid per la una nuova manifestazione e di fronte ad una platea di 400mila persone legge il Manifesto contro la guerra all’Iraq e si scaglia contro le politiche di Bush e Blair: «Vogliono la guerra, ma non li lasceremo in pace […] La terra appartiene ai popoli che la abitano, non a quelli che, con il pretesto di una rappresentazione democratica perversa, alla fine li sfruttano, li manipolano, li ingannano».
La guerra in Iraq inizia il 20 marzo. Un anno dopo Saramago pubblica il Saggio sulla lucidità.
La vicenda si svolge in una città senza nome, capitale di un paese senza nome. I risultati delle elezioni sono sorprendenti: al primo turno la percentuale di voti in bianco supera l’70%. Al secondo turno la percentuale è ancora più alta. Il Governo va nel panico. Un po’ come ha appena fatto Trump che, non potendo arrestare tutta la popolazione si è auto-arrestato circondando la Casa Bianca con un muro, il Governo della città infligge una pena a se stesso, si auto-esilia e abbandona la città, confidando che il caos renda necessario il suo ritorno. Ma in città regna l’ordine. È una rivoluzione pacifica, impeccabile e soprattutto magica. Nessuno sa come abbia fatto la popolazione a organizzarsi, al contrario Saramago riveste la questione di organizzazione politica di un alone di realismo magico. È la «lucidità» della popolazione che ha costruito un “no” collettivo senza precedenti.
Il Governo in esilio inizia a ragionare su come riguadagnare la propria legittimità, fino a quando nel Consiglio dei ministri non avviene questo scambio:
«Nel frattempo andremo a tentoni, alla cieca, si lamentò il presidente. Il silenzio fu tale che avrebbe smussato la lama del più affilato dei coltelli. Sì, alla cieca, ripeté senza accorgersi del turbamento generale. Dal fondo della sala, si udì la voce tranquilla del ministro della cultura, Tale e quale a quattro anni fa.»
Poco dopo al Governo arriva una strana segnalazione: una lettera che segnala che quattro anni prima, durante l’epidemia, una donna aveva mantenuto la vista e forte di questa sua posizione ha pure commesso un omicidio. Il personaggio in questione è il primo cieco del Saggio sulla Cecità e la donna è ovviamente la moglie del medico, il capro espiatorio cui il Governo darà la caccia per destabilizzare la situazione e tornare al potere.
Il ciclo dei romanzi allegorici di Saramago è caratterizzato da ambientazioni anonime, prive di storia, in cui ciascuno possa riconoscere la propria città o il proprio paese. Ma tutt’ad un tratto, arrivati a metà del Saggio sulla Lucidità, la Storia ritorna: questa città senza nome ha un passato e lo conosciamo bene perché è stato raccontato in un altro romanzo.
Per i portoghesi il legame del Saggio sulla Lucidità con il Saggio sulla Cecità è chiaro fin dal titolo, ma Saramago ha dichiarato di aver compreso che i due libri sono connessi a metà della scrittura, e in effetti a metà del libro la vicenda prende una svolta inaspettata. Eppure il legame è vincolante, la cecità e la lucidità sono connesse.
In realtà è lo stesso Governo a creare questo legame, ne ha bisogno per trovare un capro espiatorio. Lo individua nella persona che quattro anni prima si era assunta la responsabilità di aiutare e guidare chi le stava attorno, anche ricorrendo all’uso della forza. Ma in questo nuovo romanzo, la moglie del medico è un personaggio come un altro, non è investita di alcuna responsabilità, né ha risposte rispetto a quanto è avvenuto. Ciononostante il Ministro dell’Interno di questo Governo ne ordina l’uccisione, individuandola come l’untrice di questa nuova epidemia. E nel momento della sua uccisione, nelle ultime righe del romanzo sappiamo che qualcuno, lì vicino, è appena diventato cieco. L’azione repressiva del Governo dà avvio ad una nuova epidemia.
Eppure, è anche vero quanto sostiene Daniele Giglioli in Stato di minorità: in realtà è la lucidità stessa ad aprire le porte ad una nuova epidemia:
«Il peccato originale della città di Saramago era stato quello di limitarsi a espungere il governo. […] Ma ciò che non si vuole vedere ritorna come sintomo, ed è per questo che il romanzo si chiude mettendo in scena la ricaduta della cecità».
Giglioli svela un grande fraintendimento, presente anche nei testi di diversi critici: il Saggio sulla lucidità non è un romanzo sulla rivoluzione. È un romanzo sul fallimento di una rivoluzione. E non è il Governo che la fa fallire, quanto piuttosto il fatto che non si è agito per impedirlo. Lo dice chiaramente la moglie del medico nel dialogo già citato del Saggio sulla Cecità: dopo esser dovuta ricorrere alla violenza uccidendo il capo dei ciechi colpevoli di aver imposto un ordine coloniale tra i ciechi, la donna chiarisce il motivo per cui si è arrivati a quel punto: «non abbiamo saputo resistere come avremmo dovuto».
Saramago non era persona da poter credere in una rivoluzione che non modificasse la sostanza del mondo che aveva attorno. Saramago è uno che ha provato a costruire una rivoluzione con idee chiare e precise. Invece nella città “rivoluzionaria” del romanzo nulla cambia: non cambiano i rapporti tra ricchi e poveri, tra i generi, non c’è redistribuzione della ricchezza. Quella descritta nel Saggio sulla lucidità non è la rivoluzione di Saramago, è il suo fallimento.
Volenti o nolenti, nel libro ci viene detto che quella cosa che ancora chiamiamo democrazia non solo è insufficiente a concepire una rivoluzione, ma è quel che ci costringe in una cosiddetta «normalità», dove l’unico spazio di manovra che ci viene lasciato è quello di una guerra cieca fra di noi.
Epilogo: pesci ciechi in acque torbide
22 aprile del 1975. Le elezioni del Portogallo rivoluzionario sono alle porte e si discute di come interpretare un possibile voto in bianco da parte della popolazione. Saramago taglia con l’accetta il dibattito:
«il voto in bianco è una forma di protesta contro 48 anni di fascismo che, loro sì, sono i veri responsabili di questa discussione così poco chiara, in cui si cerca di pescare voti come in acque torbide si pescano pesci ciechi…» («O branco em discussão»)
Saramago intuisce che anni di oppressione rendono la popolazione incapace di agire, come pesci ciechi, vittime a disposizione di qualunque carnefice. In realtà questo non stupisce. A stupire è il fatto che più di trent’anni dopo aver scritto queste parole, decenni dopo la caduta del fascismo, Saramago nota le stesse difficoltà.
Tuttavia i suoi pensieri, forti dell’esperienza, sono lievemente diversi rispetto a prima: le schede bianche, la non-azione, per quanto siano legittimi conducono al crollo, se non sono sostanziati da qualcos’altro. È stato così per la rivoluzione portoghese ed è così nel Saggio sulla lucidità che però a questo punto non è un racconto fuori dal tempo: contiene riferimenti intertestuali che rimandano un altro romanzo, la cui vicenda precede quanto viene narrato; ha riferimenti concreti nella vita di Saramago; ha riferimenti nella nostra storia, quella che ha visto fallire un movimento che diceva di No ad una guerra che non è mai finita.
Ha riferimenti nella nostra vita di oggi.
Saramago è morto dieci anni fa, il 18 giugno 2010.
La normalità è un problema oggi più che mai.
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plv è un attivista e insegna, da precario, italiano e storia nelle scuole superiori di Bologna. Ha collaborato con Giap per diverse cronache da Bologna (qui e qui), da Ventimiglia (qui e qui) e dalla penisola iberica (qui e qui). Ha insegnato letteratura portoghese e brasiliana e sulla rivoluzione portoghese ha scritto un articolo per Nuova Rivista Letteraria: «Garofani rossi per sbiancare la storia» (pdf qui).