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venerdì 25 maggio 2018

Ugo Mattei, Ilvo Diamanti, le fake news e il complotto di Internet - Gennaro Carotenuto




Ho letto con crescente disagio un lungo intervento molto condiviso in Rete di Ugo Mattei, Ordinario di diritto privato a Torino, esperto in particolare di beni comuni, e molto stimato anche nei movimenti sociali, che lo iscrive al partito degli apocalittici su Internet. Un paio di giorni fa Repubblica apriva, con Ilvo Diamanti, Ordinario di Scienza Politica a Urbino, su quanti italiani avrebbero veicolato (presunte) fake news diffuse dai social, un botto. Il sottotesto era che i social siano sinonimo di balle e che invece le bufale diffuse dal mainstream, da Repubblica come da Libero, da CNN o dal TG4, siano informazione professionale e seria.
Mi hanno colpito questi due interventi di autorevoli studiosi democratici perché ormai è dilagante la lettura della Rete come caotica terra incognita, luogo di complotti, grandi fratelli e pericoli per la democrazia, nonché di naturale dilagare del modello economico vigente, con le corporazioni, a braccetto con spioni e censori, che marcerebbero sul mondo in un nuovo fascismo. Dell’interpretazione di Internet come massima espressione di un villagio globale, dove la circolazione delle idee e la libertà di espressione possano essere garantite da autoritarismi e gerarchie, in questo scorcio di XXI secolo non vi è più traccia. Da Lovink a Morozov fino a Mattei, tanto più la Rete è parte indissolubile delle nostre vite, tanto più il net-pessimismo prevale.
Mi ha colpito in particolare Mattei, che mette insieme preoccupazioni ragionevoli, dal quanto energivora sia la Rete (ma una lettera cartacea resta più energivora di un email!), a timori sulla debolezza legale dell’individuo rispetto alle corporazioni digitali, a tesi francamente azzardate. Per Mattei sarebbe un dramma che oggi nessuno possa più scrivere a mano un biglietto di treno (sic), ed è terrorizzato da chi controlli l’hardware della Rete. Le dorsali interoceaniche (le autostrade dell’informazione) sono un mistero e un pericolo mortale, trascurando che il primo cavo sottomarino fu posato quando ancora in Francia regnava Luigi Filippo d’Orleans e a Roma Gregorio XVI. Sono 170 anni che ci spiano intercettando comunicazioni sotto il mare, ma sono 170 anni che le usiamo per conoscere il mondo.
Per Mattei la Rete è dunque il luogo dove si realizzerebbero le Costituenti tecno-fasciste che, da Putin a Trump a Xi, starebbero svuotando la democrazia. Avendo fatto per anni da postino di articoli e siti censurati ad amici cubani (che peraltro dovevano il loro isolamento anche al fatto che a Cuba era impedito posare cavi sottomarini) mi risulta indigeribile l’idea che Internet non sia un meraviglioso strumento di circolazione di idee. Ma soprattutto, avendo insegnato per 15 anni “storia dei media digitali”, ho trasmesso a una generazione di studenti l’idea che proprio la struttura decentralizzata e reticolare di Internet fosse la base politico-culturale – ideologica – della stessa e che, per quanto facciano governi e corporazioni, la sua essenza democratizzante.
L’Internet dalla quale è spaventato Mattei invece non è una rete, è centralizzata. I server di Internet (verificabili, per proprietà e geolocalizzazione, con strumentini vecchi di quarant’anni come ping o whois) non sarebbero un reticolo di milioni di macchine senza gerarchia sparso in tutto il mondo, ma sarebbero da qualche parte segreta nel vecchio West (o forse in Canada, per Mattei “non v’è certezza”, sic). Soprattutto per il giurista piemontese vi sarebbe un pulsantone, che chiama Master Switch (facendo una rilettura complottista del noto saggio di Tim Wu) “in un sottomarino nucleare al largo di Seattle” dal quale si controllerebbe e si potrebbe addirittura spegnere la Rete. Si mormora.
In realtà Wu diceva ben altro che pensare a un interruttore della Rete, e cioè che ogni mezzo di comunicazione tenderebbe col tempo a piegarsi a una logica di concentrazione economica. Vero, ma se oggi quattro amici al bar non possono fondare una televisione nazionale, esattamente come non potevano farsela a metà anni Cinquanta, possono ancora farsi un blog e, presumibilmente, potranno ancora farselo in futuro. Non solo questi possono farsi in mille maniere piccoli broadcaster ma, soprattutto, possono scambiarsi punto a punto informazioni in qualunque momento del giorno e della notte senza essere pendenti da un singolo strumento. Cade Whatsapp, ti contatto via Facebook, e sennò via email o in mille altri modi, non tutti controllati da corporazioni. Perfino con l’ipercontrollata Cina posso parlare quando voglio.
La Rete è un luogo problematico? Vero, ma né più né meno (semmai meno) della nostra società. Ci spiano? Certo, anche se al 99% ci profilano come consumatori. Fanno profitti con noi utenti? Questo è poco ma è sicuro, come li fa il nostro salumiere. Possiamo/vogliamo rinunciarci? Personalmente no. Voglio fare il biglietto del treno da sotto il piumone e, pensando cose spesso antitetiche al mainstream, voglio continuare a poterle comunicare senza dover contrattare le mie idee – anche queste – con un editore, né finalizzarle a una utilità economica. Queste idee, ovviamente del tutto opinabili, non producono profitti, né per me né per chi legge. Voglio perfino, in determinati casi che darebbero per un altro post, che sia garantito l’anonimato, e non riesco a pensare luogo migliore della Rete per farlo.
Il problema non mi sembra Internet in sé, e l’opportunità storica mi sembra la caduta del paternalismo informativo che lasciava in balia de “La Stampa” o dei titoli del TG1 o a “L’Unità”, spesso per tutta la vita, generazioni intere nella loro interfaccia verso il mondo. Era quello il pluralismo? Continuo a considerare la Rete come il luogo che ha destrutturato le concentrazioni editoriali monopoliste e reso effettivo un pluralismo dell’informazione mai esistito prima nella storia dell’umanità, sostanzialmente irreversibile e pressoché impossibile da controllare da qualunque potere costituito (che ovviamente cerca di farlo, ma la Rete è bella anche perché le sue maglie sono piene di buchi).
Il problema dunque è che la caduta di autorevolezza e centralità del paternalismo informativo non si accompagni alla crescita del pensiero critico nella società, al possesso di capacità di analisi da parte di fasce crescenti della società che solo il rafforzamento, non l’indebolimento di scuola e università, possono dare.
Non esiste alcun Master Switch di Internet, il pulsantone di spegnimento di Internet che secondo Mattei sarebbe in un sottomarino nucleare gringo al largo di Seattle, mentre temo che esista un master switch della capacità critica delle persone manipolate – dalla Rete o dal mainstream? – a prendersela non con il modello sociale vigente e con le classi dirigenti ma, per esempio, con gli immigrati e altri soggetti deboli.
Detto ciò, gli spazi per la libertà di espressione e la circolazione di idee non sono mai stati così ampi nella storia, checché possa o voglia fare Putin o Trump o Zuckerberg e finché al mondo ci saranno due nodi della Rete funzionanti, di centinaia di milioni, il protocollo TCP/IP troverà il modo di instradare un emoticon dall’uno all’altro. Il problema è che il pensiero critico, non degli ottimi Mattei e Diamanti, ci mancherebbe, è come il coraggio di Don Abbondio; se non si possiede non ci se lo può dare. Nonostante Internet.
Qui, tra i molti siti che hanno ripubblicato Mattei.


martedì 5 settembre 2017

Ragazzi, non tornate – Ilvo Diamanti



I giovani, in Italia, sono un'emergenza grave. Che non accenna a diminuire. L'ha riconosciuto, con realismo e onestà, il premier, Paolo Gentiloni, al tradizionale Forum Ambrosetti di Cernobbio. D'altronde, i dati più recenti dell'Istat rilevano che la disoccupazione giovanile è oltre il 33%. Secondo talune stime, anche più elevata. Insomma, oltre 1 giovane su 3 è senza lavoro. Secondo i dati Eurostat: il doppio rispetto alla zona Euro. Solo la Grecia e la Spagna starebbero peggio di noi.

Naturalmente, occorre aggiungere che i giovani, in Italia, sono ormai una specie rara, in via di estinzione. Ma questa constatazione a me suscita pena ulteriore. Che ha origini lontane e misure crescenti. È, infatti, dagli anni 70 che siamo in declino demografico. Ma, negli ultimi anni, il declino è divenuto un crollo. Perché si associa all'invecchiamento della popolazione. Gli italiani, infatti, invecchiano e non fanno più figli. Perfino gli stranieri, quando si stabilizzano, smettono di "riprodursi". Ma la popolazione italiana invecchia anche perché i giovani, appena possono, se ne vanno. Verso Nord. Come gli immigrati che, secondo la retorica della paura, ci "invadono". I nostri giovani, invece, "evadono". Per ragioni, ovviamente, diverse. Circa 2 italiani su 3, infatti, come abbiamo scritto altre volte (commentando le indagini di Demos- Coop), sostengono che "per i giovani che vogliano fare carriera, l'unica speranza è andarsene". Fuori dall'Italia. Ed è ciò che fanno, ormai da anni. In generale, emigrano dall'Italia oltre 100 mila italiani, ogni anno. Per capirci, negli anni 90 il flusso annuale era intorno a 30 mila. A differenza del passato, però, oggi non se ne va la "forza lavoro". Se ne vanno i giovani. Soprattutto i più istruiti. I più qualificati. Circa 3 su 4, in possesso di un titolo di studio. Secondo il Censis, quasi 9 su 10 di essi sono laureati. Si dirigono prevalentemente in Europa. Soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma anche in Francia, Austria, Svizzera. Insomma: altrove. Perché "altrove" trovano occasioni di impiego migliori rispetto a qui. Carolina Brandi, ricercatrice Irpps-Cnr, al proposito, parla di brain drain, drenaggio dei cervelli, causato da una evidente condizione di overeducation. Sottoccupazione. Così i nostri "dottori", dopo essersi "formati" in Italia, se ne vanno a fare ricerca altrove. Dove trovano opportunità e soluzioni. Migliori e più adeguate. In altri termini: sono richiesti da più soggetti scientifici, da più istituzioni, da più imprese.

D'altronde, in Italia (dati Eurostat) l'investimento e la produzione del sistema formativo restano limitati. Il nostro Paese, infatti, si colloca all'ultimo posto in Europa per il numero di persone che hanno concluso un percorso di istruzione terziaria (24,9%), mentre la media Ue è del 38,5%. Sotto la media Ue (17,6%) risulta anche il numero di laureati in ingegneria e discipline scientifiche (12,5%). Infatti, se, negli ultimi anni, la spesa pubblica in Italia ha continuato a crescere, gli investimenti in ricerca, università e scuola sono, invece, diminuiti. Più in generale, come ha sostenuto ieri Ferdinando Giugliano su queste pagine, "il principale aumento delle disuguaglianze, in Italia, negli ultimi vent'anni, è stato quello fra giovani e anziani". Non per caso. Metà degli iscritti ai sindacati confederali, infatti, sono pensionati. Mentre la maggioranza degli elettori dei partiti di governo (in particolare di centro- sinistra) è composta da persone anziane. Comunque, (molto) adulte. È difficile immaginare che le politiche sociali possano privilegiare i giovani piuttosto che gli anziani. Tutelare i nuovi lavori e lavoratori piuttosto che i pensionati. E i lavoratori già occupati. Che ambiscono (comprensibilmente) ad andare in pensione prima. Mentre, secondo oltre 8 italiani su 10 (Demos-Coop, aprile 2017), "i giovani d'oggi avranno pensioni con cui sarà difficile vivere".

Tuttavia, il sistema scolastico superiore e le Università, in Italia, dispongono di un credito molto elevato, fra i cittadini e gli studenti. Ma anche presso le istituzioni europee. I dati dell'Ocse, infatti, rilevano che la scuola italiana è ancora uno strumento di rimozione degli "ostacoli di ordine economico e sociale". Per altro verso, i nostri laureati e i nostri ricercatori trovano spazio e vengono valorizzati, altrove. Mentre in Italia si devono rassegnare a condizioni di sotto- occupazione. Con prevedibili e inevitabili conseguenze di de-qualificazione. Così, per noi si tratta di una perdita "economica". Di un investimento in-utilizzato. Peggio: sfruttato da altri Paesi. Perché, come osserva la Fondazione Migrantes, "la mobilità è una risorsa, ma diventa dannosa se è a senso unico". Come avviene in Italia. Che forma ed "esporta" molti talenti. Ma non è capace di attrarne altri, da altri Paesi. Peggio, non è neppure in grado di fare rientrare i propri. Se, un tempo, gli italiani che partivano pensavano - e sognavano - di tornare, oggi avviene raramente. Le figure più qualificate, i nostri "dottori": partono e non ritornano. Perché, per loro, avrebbe poco senso, tornare in Italia. Non troverebbero spazi e occupazione. Adeguati. Certo, mantengono forti legami con l'Italia. In particolare, stretti e frequenti rapporti con le famiglie di origine. Le quali costituiscono, per loro, riferimenti certi. Essenziali, quando si affrontano percorsi e destini incerti. In tempi incerti.

Per queste ragioni, i nostri giovani continuano a partire, sempre più numerosi. I nostri (miei) figli, i nostri (miei) studenti. E per queste ragioni è forte la tentazione, da parte mia, di rivolgere loro un invito neppure troppo provocatorio. Ragazzi: non tornate. Restate altrove. Fuori dal nostro, vostro Paese. Almeno fino a quando il nostro, vostro, Paese non si accorgerà di voi. E deciderà di investire sui giovani invece che sugli anziani. Sulla scuola. Sui nuovi lavori. Invece che sulle rendite, sulle pensioni, sui privilegi. Ma finché questo Paese che invecchia continuerà ad aggrapparsi al presente - e al passato. Incapace di guardare al futuro. Al destino dei - propri - giovani. Almeno fino ad allora: ragazzi, non tornate!

martedì 8 agosto 2017

Ong, i muri alzati dalle parole - Ilvo Diamanti


ORMAI le Ong rischiano di cambiare significato. Non per colpa loro, ma di chi intende ri-definirle. Con intenti (anti)politici strumentali. È una questione di linguaggio, assai più che di contenuto sociale. Perché le parole non sono semplici simboli che "significano" la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a "costruire" la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione. Così negli ultimi mesi - e non certo per propria scelta e responsabilità - Ong è divenuto un suono dagli echi ambigui e inquietanti. Che evoca la "deportazione" e il "riciclaggio" degli immigrati, nel nostro Paese.

ORMAI LE ONG rischiano di cambiare natura, ma, anzitutto, significato. È una questione di linguaggio, oltre che di contenuto sociale e reale. Perché le parole, l'ho già detto e lo ribadisco, non sono semplici simboli che "significano" la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a "costruire" la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione, la definizione.

Così oggi le ONG stanno perdendo il significato di Organizzazioni Non Governative. E stanno diventando un suono dagli echi ambigui e inquietanti. Perché evoca il traffico di esseri umani. Peggio, il concorso alla "deportazione" e al "riciclaggio" degli immigrati, nel nostro Paese. Clandestini da sfruttare come braccia a basso costo. Oppure nei circuiti illegali. Dallo spaccio, al crimine organizzato, alla prostituzione. Esportati in altri Paesi. Se possibile. Perché i muri intorno a noi si ergono dovunque. Sempre più alti. Per renderci "stranieri in Europa". E "a casa nostra", come recitano gli slogan minacciosi che evocano l'invasione.

Anche se, nel luglio 2017, gli sbarchi dei migranti risultano in sensibile calo rispetto agli anni precedenti (dati Unhcr, confermati dal Quirinale, agosto 2017). D'altronde, la presenza degli stranieri supera di poco l'8%. Ma, nella percezione degli italiani, va oltre il 26% (come registra la ricerca di Nando Pagnoncelli Dare i numeri, EDB, 2016).

Gli stranieri: nella considerazione generale appaiono - tutti o quasi - in arrivo dall'Africa. Mentre le comunità più numerose provengono dai Paesi dell'Est europeo. Anzitutto, dalla Romania e dall'Albania. Dove le ONG italiane non sono presenti... Non organizzano sbarchi oppure viaggi "clandestini". Per trasferire "clandestini". Personalmente, quando sento parlare delle ONG, oltre alle sigle di cui tanto si parla, polemicamente, in questi giorni, penso al CUAMM. L'associazione dei Medici "con" l'Africa. Animata per oltre cinquant'anni da Don Luigi Mazzucato. Un crocevia della solidarietà fra l'Italia e l'Africa. Dove ha inviato oltre 1000 medici volontari, negli ospedali dell'area sub-sahariana. Fra le più colpite da malattia, miseria, povertà. Le origini principali delle grandi ondate migratorie che, da tempo, si dirigono in Europa. Perché i "migranti" non vengono da noi in gita. Attraversano il Mediterraneo, spinti dalla disperazione.

Oggi, ad esempio, nel Sud Sudan, fra le zone più colpite dalla miseria e dalle guerre, c'è il mio amico Vincenzo Riboni. Per decenni, primario al pronto soccorso di Vicenza. Per decenni, ha dedicato il tempo delle ferie e del riposo al CUAMM. Cioè agli "altri". Ogni anno, ha trascorso settimane, mesi, in Sudan, ma anche in Mozambico e in Sierra Leone. Mentre infuriava Ebola. So bene che per qualcuno si tratta di un ultrà-solidarista. Più Ultrà che Solidarista. Che dovrebbe dedicarsi alle emergenze di casa propria (come, peraltro, ha sempre fatto) piuttosto che recarsi altrove. Ma io continuo a pensare che non sia così. Perché noi abbiamo bisogno degli altri per conoscere e ri-conoscere noi stessi. Non solo per generosità e per altruismo. Ma per auto-tutela, per auto-revolezza. Al CUAMM per questo, hanno dedicato molto tempo e opere importanti i miei amici Carlo Mazzacurati e Paolo Rumiz. D'altronde, come possiamo pensare di dare lezioni di con-vivenza quando non siamo in grado di dare aiuto a chi e dove ci è richiesto? Come possiamo pensare, noi stessi, di chiedere aiuto - e aiuti - agli altri "quando" e "se" ne avremo bisogno? Domani, ma anche oggi?

Così, non solo mi sento d'accordo con il testo scritto oggi da Roberto Saviano. Ma non riesco a capire come ci potremmo distanziare dalle sue parole. Che dovremmo fare? Lasciarli affondare? Meglio, dovremmo affondarli noi stessi? O infine: "Aiutarli a casa loro", come si sente dire spesso? Nonostante che i nostri investimenti nei territori di crisi siano davvero minimi?

Personalmente, ritengo che dobbiamo accogliere e integrare, in modo serio: cioè garantendo loro inserimento ma anche affermando il rispetto delle nostre regole. Per non diventare, noi per primi, "stranieri in casa nostra". Di fronte a noi stessi. D'altronde, gli immigrati, come rammenta Tito Boeri nel suo recente saggio ( Populismo e stato sociale, Laterza, 2017) contribuiscono a "pagare" le nostre pensioni. Soprattutto se sono integrati, nella società e nel lavoro.

Ma il problema, come ho scritto all'inizio, si complica, se le parole perdono il loro significato. Noi, infatti, abbiamo grande rispetto e fiducia verso la parola Volontariato. Molto meno verso ONG. Forse perché, detto così, in modo secco, ha un suono minaccioso. Basta aggiungere, all'inizio, una G. E diventa GONG.

Ma ONG, nel linguaggio degli italiani è lontano dal Volontariato. Lo conferma la Mappa delle Parole, realizzata attraverso un sondaggio di Demos-Coop, nelle scorse settimane. Solo un terzo di coloro che hanno fiducia verso il Volontariato dimostrano confidenza anche nelle ONG. Meglio: verso la parola ONG. Che, nella rappresentazione sociale, è associata a Ius soli e a Respingere gli Immigrati. Risulta, cioè, un simbolo di chiusura e di auto-difesa dagli altri. Mentre il Volontariato viene accostato, fino quasi a coincidere, a Cuore e Speranza. Detto altrimenti: si tratta di due mondi distinti e distanti. Da un lato: l'apertura. Dall'altro: i confini e le barriere. Anche se, ovviamente, nella realtà non è così. Perché le ONG sono soggetti di solidarietà, nei confronti di persone e popoli lontani. Il fatto che alcune ONG abbiano agito diversamente, perfino in modo opposto, non può indurre a generalizzare. A stigmatizzare un intero mondo associativo, impegnato a sostegno degli altri. Lontani eppure vicini.

Ma oggi ormai il problema si è radicato. Ha assunto significato nel linguaggio "politico". Non per caso la parola ONG è deprecata soprattutto dagli elettori di destra, Lega, ma anche FI e FdI. Un orientamento che rischia di tradursi nel senso comune. Per questo è meglio intervenire presto. Subito. Per evitare che questa rappresentazione "faziosa" sedimenti. E dilaghi. Senza rimedio.

Così io propongo di cambiare - presto e subito - etichetta. Basta con le ONG, Organizzazioni Non Governative.

Chiamiamole Associazioni per il Bene Comune. ABC. Prime lettere dell'alfabeto della solidarietà e dell'integrazione. Vicino ma anche Lontano. Da casa nostra.

venerdì 14 agosto 2015

La saga estiva della gioventù consumata – Ilvo Diamanti

Questa gioventù consumata. Esaurisce la vitalità e la vita stessa in discoteca e nei dintorni. Questi giovani: che si avvelenano con pasticche e droghe.
Stupefacenti. Sono loro i protagonisti di questa estate torrida. D’altronde, i giovani suscitano sempre – e da sempre - l’attenzione  sociale. Perché sono l’icona del futuro. Il luogo della speranza. Ma quando interpretano, da protagonisti, episodi di morte, generano un’angoscia che va oltre il fatto specifico. D’altronde, le tragedie si ripetono, da qualche settimana. In diverse parti d’Italia. Nella riviera romagnola, ma anche in Salento e, ancora, nel messinese. Dove alcuni giovani sono morti. Stroncati, pare, da “ecstasy killer”. Pasticche di ultima generazione “consumate” da chi insegue grandi emozioni. Oltre ogni limite. Non solo dai giovani. Ma i giovani, si sa, affollano maggiormente gli ipermarket delle droghe. Che, spesso, affiancano i locali da ballo. E da sballo. Bacini di mercato ampi.

Tuttavia, le principali “cause di morte giovanile” sono diverse. Secondo l’Istat, in primo luogo, gli incidenti stradali. In auto e in moto. Accentuati, anch’essi, dalle droghe, ma, soprattutto, dall’abuso di alcol. Che spingono alla ricerca e al piacere del rischio, alimentato dalla velocità. Non da oggi. Come dimenticare “Il Sorpasso”, capolavoro di Dino Risi, girato nei primi anni Sessanta e interpretato da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant?

Anche oggi la cronaca degli incidenti mortali che coinvolgono giovani e giovanissimi scandisce le giornate. Con cupa regolarità. Ma la narrazione mediale che accompagna la nostra estate si sofferma soprattutto sui giovani consumati, anzi, fulminati dalle droghe. Fuori dalle discoteche. In riva al mare. Giovani consumati. Come Ismaele. Ammazzato perché colpevole di aver mostrato simpatia verso una ragazza. Impegnata con un altro giovane dello stesso paese. Intorno a Urbino.

Eppure  le morti dei giovani associate agli sballi alcolici  e tossici in discoteca ci sono sempre state. Soprattutto in estate. Ma non hanno sempre sollevato la stessa attenzione mediale. Non hanno sempre fatto “notizia”. Negli anni precedenti abbiamo assistito ad altri serial ansiogeni. Anch’essi drammatici, anche se impostati su episodi meno frequenti. Come registra, da tempo, l’Osservatorio sulla Sicurezza, curato da Demos, Oss. di Pavia e Fondazione Unipolis.
I “cani killer”, ad esempio, che, all’improvviso, aggrediscono e sbranano i “padroni”, dopo aver vissuto a lungo, fedeli, accanto a loro. Una follia che esplode soprattutto in estate. Quando la politica fa meno notizia. E non vi sono altri drammi “mediatici”, su cui soffermarsi.

Quest’anno, però, la politica non si è mai fermata. Renzi non va in ferie. E Salvini, Grillo, insieme alla Sinistra Dem: lo (in)seguono. Poi, c’è il dramma degli sbarchi. Che proseguono, un giorno dopo l’altro. Come le morti dei disperati in fuga, che affondano nel mare. Ma non fanno notizia. Perché sono morti e non hanno volto. Mentre i sopravvissuti suscitano polemiche infinite. Dovunque ne sia prevista l’accoglienza. In Italia e nel resto d’Europa.

Così la “saga della gioventù consumata”, fra pasticche e sballi alcolici, orienta la nostra angoscia estiva in direzione a noi più familiare. Perché i giovani riflettono sempre e da sempre le nostre paure. Ma oggi, più di ieri, ci preoccupa la “triste gioventù” (come la definisce Elisa Lello in un saggio di prossima pubblicazione per Maggioli). “Triste”, perché la attende – e si attende - un futuro precario. Da precari. In una società certamente incerta. Dove il tempo è ridotto a un eterno presente. “Triste”, perché l’immagine dei giovani riprodotta sui media riflette il sentimento degli adulti. Le loro paure: sono anzitutto le nostre. La tristezza di questa “gioventù consumata”, in effetti,
 è la nostra. Noi, schiacciati sull’immediato, proiettiamo sui giovani la nostra in-capacità di progettare. Di immaginare il domani. “Un” domani. E questa cronaca estiva di tragici sballi giovanili rispecchia la nostra paura di perderci. Nel presente infinito.

martedì 21 ottobre 2014

Non studiate! - Ilvo Diamanti

Cari ragazzi, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria.

Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca.

E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi – e di voti – negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?

Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.

Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare.

Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio.

Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!
 
01 settembre 2011

venerdì 14 marzo 2014

Ma i giovani non fuggono - Ilvo Diamanti

…Ma, allora, se oltre ai giovani italiani, francesi, anche quelli inglesi e tedeschi partono di casa, pardon, dal loro Paese. Soprattutto se diplomati e laureati. E vanno altrove. Negli USA, in Sud America, in Australia. Ma anche in Germania, in Inghilterra. Perfino in Francia e in Italia. Insomma non fuggono, ma vanno "altrove". Per fare esperienze, per migliorare le loro competenze, per imparare meglio le lingue. Per "sfuggire" al controllo della famiglia e della comunità. Per inseguire le loro curiosità e per raggiungere, incontrare, i contatti stabiliti sulla rete. Ovviamente, per cercare quel non trovano nel loro Paese. Lavoro, ma anche riconoscimento, novità e innovazione. Amicizia. D'altronde, l'Erasmus, all'università, li ha socializzati al mondo. Così, non fuggono, "partono" e, a volte, ritornano. Ma poi ripartono. Dipende dalle opportunità, dalle convenienze. Ma anche dalle loro scelte "personali". Il fatto è che sta finendo, in parte è già finito, il tempo della civiltà stanziale. Quando ci si muoveva solo per necessità o per costrizione. Certo, in altre aree, ovviamente, la "fuga" è e resta una necessità drammatica. Causa di grandi migrazioni. Ma in Europa i giovani non fuggono. Se non, talora, da noi. Gli adulti. I loro genitori.

Al loro posto, lo farei anch'io.


lunedì 4 novembre 2013

Il paese che perde i suoi giovani - Ilvo Diamanti

La fuga dei cervelli. È la formula usata per evocare la migrazione di tanti giovani italiani, ad alto profilo professionale e scientifico, verso altri Paesi. Non solo europei. Dove trovano occupazione e riconoscimento. Fuga dei cervelli. È un'espressione che non mi piace. Perché i cervelli, nei Paesi liberi, sono liberi. E oggi possono sconfinare ovunque, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione. L'unica gabbia che possa imprigionarli è il loro corpo. 
Se i "cervelli" se ne vanno dall'Italia è perché fuggono dal loro "corpo". Troppo vecchio per permettere loro di esprimersi. O almeno: di "operare". Di utilizzare la loro opera. L'Italia è un Paese vecchio (dati Istat, 2012). Il più vecchio d'Europa. Dopo la Germania, che, però, può permettersi di invecchiare perché attira i giovani migliori dagli altri Paesi. Compreso il nostro…

venerdì 4 gennaio 2013

Io sono un conservatore – Ilvo Diamanti


…Io sono un conservatore. Non riesco ad ad accettare i sentieri imboccati dal cambiamento. Molti, almeno. Il paesaggio urbano che mi circonda. E mi assedia. La plaga immobiliare che avanza senza regole e senza soste. L'indebolirsi delle relazioni personali e dei legami comunitari. Il declino dei riferimenti di valore  -  perfino di quelli tradizionali. La famiglia ridotta a un centro servizi, a un bunker sotto assedio. La retorica dell'individualismo esibizionista e possessivo. Che ci vuole tutti imprenditori  -  di se stessi. La Rete come unico "spazio" di comunicazione. Gli smartphone che rimpiazzano il dialogo fra persone. I tweet al posto delle parole. La relazione senza empatia. Le persone sparse che parlano  -  e ridono, imprecano, mormorano - da sole.
In tanti intorno a un tavolo, oppure seduti, uno vicino all'altro. Eppure lontani. Ciascuno per conto proprio, a parlare con altri. In altri luoghi - distanti. Tempi strani, nei quali tanti si sentono "spaesati", perché il "paese" appare un residuo del passato. E la "comunità": un fantasma della tradizione. Il lavoro senza regole e senza continuità. La flessibilità senza fine e senza un fine. Cioè: la precarietà…

venerdì 13 luglio 2012

L'autobus di Grillo - Ilvo Diamanti

Il M5S è un autobus. Di misura variabile. Con percorso variabile. Da alcuni mesi, è in crescita costante. Si è allungato. I passeggeri sono aumentati di numero. Rapidamente. Fra marzo e aprile: sono quasi raddoppiati. Poi, da maggio, si sono moltiplicati. 

All'inizio eravamo in pochi. Perlopiù giovani-adulti come me. Che ho quasi quarant'anni. Sono di Bologna. Di sinistra. Senza partito. 

Viaggiare ci piace. Utilizzavamo l'Autobus per raggiungere le località dei Beni Comuni. La Collina dell'Acqua Pubblica, Borgo Ambiente, la Valle dello Sviluppo Sostenibile. Non avevamo problemi di collegamento. Perché siamo sempre connessi. Alla Rete. 

Negli ultimi mesi, si sono aggiunti in tanti. Sempre di più. Sparsi e spersi. Decisi a fuggire dai monti. O meglio: da Monti e dalla regione del Montismo. Sono saliti nell'Autobus M5S. Molti abitanti del Paese Democratico (PD) che non sopportano la coabitazione con quelli del Paese della (cosiddetta) Libertà (PdL). Né l'eccessiva familiarità con l'Unione del Centro (UdC). Una provincia piccola, alla congiunzione fra il PD e il PdL. Sospesa  e incerta fra gli altri due Paesi. Molti abitanti del PD e dei Territori alla sua Sinistra non sopportano la promiscuità, con i nemici di sempre. Dopo anni e anni di conflitti, trovarsi tutti insieme, riuniti intorno al nuovo Governatore. Mario Monti. Alla nuova Confederazione: il Montismo. Inaccettabile e intollerabile. Così hanno approfittato del passaggio dell'Autobus M5S. Guidato da un autista esperto e fumantino. Beppe Grillo. Abile a cercare nuovi itinerari e nuove stazioni. E sono saliti. Seguiti da molti altri. A Genova, Parma, Mira. Comacchio. In molte città: grandi, medie, piccole e piccolissime. Del Nord e del Centro. Dove, di volta in volta, si sono aggiunti nuovi passeggeri. In fuga da altri territori. Dalla Padania, scossa da scandali e conflitti. La Terra dell'Indipendenza da Roma Ladrona. Diventata simile a Roma. Meglio andarsene altrove. Lontano. Sull'Autobus di Grillo. Che, nel corso del viaggio, ha raccolto anche molti passeggeri in fuga dal PdL. Il Paese della Libertà: un popolo senza sovrani e senza guida. Incapaci di stare con gli abitanti del PD. Un residuo dell'URSS. Stalinista. Così nell'Autobus di Grillo sono saliti insieme gli insofferenti del PD e del PdL. Paradossalmente: per ostilità reciproca. Uniti dal risentimento verso i vecchi e i nuovi sovrani. Berlusconi, Bersani, Casini. E Bossi. Ma anche Di Pietro, Maroni, Vendola. Ma soprattutto, Monti. Tecnico, Professore. Un Potere Forte. Al servizio dei Poteri Forti del Nuovo Mondo senza Frontiere. L'Euro. Il Mercato. 

Meglio partire. Insieme ad altri, disposti a intraprendere questo viaggio, verso non-si-sa-dove. Verso il Paese che -ancora - non c'è. Meglio viaggiare, andarsene, fuggire. Da un'altra parte. Dove: non importa...

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lunedì 28 maggio 2012

La vita insicura di un uomo sicuro - Ilvo Diamanti

Mi chiamo Massimo, Per gli amici: Max. Ho quasi sessant'anni. Sono sposato e ho due figli. Ma vivo da solo, in una cittadina nei pressi di Verona. Mia moglie se n'è andata da tempo. Ha raggiunto sua sorella, che risiede vicino a Gallarate. Anche lei separata. Le due sorelle: possono con-vivere solo fra loro. I miei figli, invece, abitano per conto proprio. Anche se, formalmente, risiedono ancora con me. Giulia, la più vecchia (si fa per dire: ha meno di trent'anni), sta a Londra, dove è rimasta, dopo la laurea. Vi si era recata per un Master in Economia. Ha deciso di fermarsi là. Più che lavorare, fa lavori. Ma ha rapporti professionali con un'agenzia di Borsa. Fa esperienza. (E che esperienza, visti i tempi!) E poi a Londra sta bene. Ha un compagno, credo. Anche se con me parla poco della sua vita privata. Giacomo, il più giovane, ha poco più di vent'anni. Studia ancora. Ha quasi 25 anni. Vive a Bologna, dove frequenta il DAMS. Non so a che gli servirà. Ma si diverte. Ogni tanto passa per casa. Da me. Altre volte va da sua madre. Non pare intenzionato a tornare. E neppure a laurearsi troppo in fretta. Concludere gli studi ora significherebbe diventare improvvisamente precario. Così, invece, è "in formazione". In cammino. Instabile per scelta. Dal punto di vista dell'identità, pubblica e personale, è sicuramente meglio...