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venerdì 17 novembre 2023

Don Cannavera: «L'Europa vuole la pace in Palestina ma fa morire i migranti in mare»

(intervista di Alessandra Carta)

Fondatore della comunità La Collina, don Ettore Cannavera traccia il suo orizzonte di pensiero e dice: «Anche la politica è violenta»

Il suo posto è dove ci sono fame, dolore e sofferenza. Perché don Ettore Cannavera ai miracoli non solo ci crede, ma li fa. Per davvero. Ai poveri dà voce, i malati psichiatrici li accoglie, per i detenuti chiede dignità, ai più giovani garantisce protezione. E sempre con gli interessi. Tanto che a ogni guerra combattuta vicino a casa nostra, le parole di Cannavera diventano balsamo contro la paura. Ricerca di speranza. Forma di una pace possibile. Esattamente come succede nella sua comunità di Serdiana: dieci ettari a venti chilometri da Cagliari, dove nel 1994, su un terreno di famiglia, il prete vicinissimo a Gesù di Nazareth (ma lontanissimo dal Vaticano) ha dato forma a un giardino della solidarietà. Senza orario di chiusura. Festività comprese.


Don Cannavera, arabi e israeliani combattono una nuova guerra che fa sembrare già vecchia quella ucraina dello scorso anno. I massacri umanitari a chi giovano?

«Alla voglia di dominare l'altro. Al potere sull'altro. In Palestina è nato Gesù di Nazaret, quel signore che già duemila anni fa ci considerava tutti figli dello stesso padre. E poco importa che si chiami Muhammad o Yahweh. Le guerre dimostrano che è ancora enorme il cammino culturale a cui tutti dobbiamo contribuire. Chi non crede in un mondo di pace, chi considera impossibile questo traguardo, commette un errore».


Quale errore?

«Non capire che la sopraffazione non è un diritto. A me fa impressione che ebrei e arabi si combattano proprio dove è nato Gesù. Un grande uomo a cui crede pure la Chiesa ortodossa, che sostiene Putin e l'invasione dell'Ucraina».


Come si fa a educare alla pace?

«Insegnando più antropologia nelle scuole, non solo la storia. Sull'essere umano abbiamo una conoscenza troppo poco profonda. La violenza è un prodotto sociale che si combatte solo con la cultura. Una cosa è la contrapposizione, e ben venga: confrontarsi è necessario. Ma altra cosa è l'aggressione, la paura dell'altro. Io lo vedo tra i ragazzi della mia comunità: c'è un giovane che ha commesso un omicidio. Eppure guarda con sospetto un ragazzo africano che penalmente deve rispondere di un reato molto meno grave. A volte non si va oltre il colore della pelle: non ci si rende conto che abbiamo tutti un cuore, che tutti nasciamo col desiderio di amare ed essere amati, che tutti dobbiamo rispettare ed essere rispettati».


Lei da che parte nella guerra in Palestina?

«Io sono per il riconoscimento della diversità: servono due Stati autonomi. Arabi ed ebrei sapranno convivere. Di certo, la strada non è quella di Hamas né l'occupazione permanente della Striscia di Gaza da parte di Israele. In Palestina il problema di fondo è la cultura. Nemmeno la politica è educata a riconoscere l'altro. Per chi governa, esiste il solo registro delle armi, la legge del più forte. Una legge che a ogni latitudine viene copiata nel quotidiano: tra pochi giorni arriverà in comunità un ragazzo che ha ucciso un coetaneo. Hanno litigato. Poi è salito a casa, ha preso un coltello e ha colpito l'altro».


L'Europa risolverà il conflitto arabo-israeliano?

«I governanti europei che si riuniscono per la pace in Palestina sono gli stessi che lasciano morire in mare migliaia di migranti. Mi viene in mente un dialogo con mia madre, che votava la Democrazia cristiana. Le dicevo: “Perché scegli quelli?”. Lei mi rispondeva: “C'è sa cruxi”. La politica ha bisogno che i cittadini non sappiano e non conoscano».


La politica cosa non sa fare?

«La politica non ascolta, non si ferma ad ascoltare. Come succede alla maggior parte di noi. Basta vedere i talk show: le voci si sovrappongono, gli ospiti si parlano sopra. La violenza non è insita nell'uomo ma è il frutto della sopraffazione costante che riempie il nostro quotidiano. Sia sotto il profilo linguistico che fisico. La questione palestinese è stata generata da un errore: dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati più forti hanno appoggiato la nascita di uno Stato ebraico nel tentativo di espiare l'errore imperdonabile dell'Olocausto. La guerra arabo-israeliana avrà fine solo quando tutti siederanno allo stesso tavolo. L'accordo deve arrivare da fuori. E, come dice il Papa, gli ebrei vanno fermati».


Bergoglio è davvero un rivoluzionario?

«Sì, lui sì. Ma non il Vaticano. Questo Papa è umano e capace, ma prigioniero del Vaticano. La speranza è nel suo successore».


Chi comanda nella Santa Sede?

«Vescovi e preti».


Sui temi dell'immigrazione, se per quello, Bergoglio non è gradito nemmeno a pezzi ampi del Governo Meloni.

«Quando i migranti vengono visti come invasori, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Salvini sperava persino che le navi affondassero. Una tesi che pure la Meloni sosteneva prima di diventare premier. Questi sono esempi di mancanza di cultura politica. Quando li sentivo, pensavo: ma ci credono davvero o lo fanno solo per ottenere consenso?».


Che risposta si è dato?

«È la politica a generare la paura. Poi la fomenta e la utilizza per fini elettorali».

Cosa pensa ogni volta che sente “aiutiamoli a casa loro”?

«Bisognerebbe imparare a dire un'altra frase: non sfruttiamoli a casa loro. Il Congo, per fare un esempio, è pieno di russi. Che vivono da padroni. Non abbiamo capito che dall'Africa vengono qui, perché noi Paesi ricchi li abbiamo messi nelle condizioni di scappare. A casa loro possono essere solo oppressi, non hanno nemmeno il diritto a un lavoro. Ci siamo impossessati dell'Africa e dei suoi beni: con le materie prime che hanno, potrebbero darci da mangiare . E si badi bene: quando i migranti decidono di cercare la fortuna da noi, sono consapevoli che in mare rischiano di morire. A volte i politici hanno un concetto disumano di umanità. Sono pericolosi»...


Più dei manettari?

«Questo è un altro bel tema. Non troppo tempo fa, il Tribunale di Oristano ha condannato all'ergastolo un ventenne. Ma come viene in mente di fare una roba così?».


Non si rischia di dare il messaggio sbagliato dell'impunità?

«Dare il fine pena mai a un ventenne è una condanna che non ammette speranza, né la concede. Così non c'è funzione rieducativa».


È in contatto con quel detenuto?

«Sì, lo stiamo seguendo. Ha anche ripreso a studiare».


Lei è contrario all'ergastolo?

«Io sono contrario al carcere, parola che non c'è nemmeno nell'articolo 27 della Costituzione sulla responsabilità penale. Si parla semmai di pena, che deve tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale. Io i detenuti li divido in quattro categorie».


Quali categorie?

«In carcere stanno coloro che hanno problemi psichiatrici, e si tratta di persone che in una cella non ci dovrebbero entrare. In carcere rinchiudono quanti hanno commesso reati per fame o trafficato per sopravvivere: nemmeno per loro il posto è giusto. Idem i migranti: vengono arrestati quelli che non abbiamo saputo accogliere. Un giovane straniero ha dovuto trascorrere 120 giorni in carcere per aver rubato del pane. Considerando quanto costa un detenuto al giorno, più di 100 euro, è chiaro che avremmo comprato rosette in quantità».


In carcere chi dovrebbe stare?

«Quel 10 per cento di criminali veri. Oggi i penitenziari sono considerati alla stregua di immondezzai. Ma mentre la spazzatura viene differenziata, tutti i reclusi sono trattati allo stesso modo. Nelle carceri finiscono coloro che non vogliamo vedere. I deboli, i disagiati. È come se la loro presenza ci disturbasse. L'assenza di percorsi rieducativi fa sì che il 70 per cento di chi finisce in cella, esce e poi rientra. Purtroppo viviamo in una società in cui l'altro non viene considerato per quello che può dare, ma è giudicato per quello che fa. Il carcere non è la soluzione di questa povera gente. Ma a quest'orecchio non sente neppure una certa magistratura. La maggior parte delle persone che commette un reato, lo fa perché non ha un lavoro. Per questo nella mia comunità ho realizzato un'azienda agricola».


Com'è organizzata La Collina?

«I ragazzi della comunità hanno tutti un contratto di lavoro e con quello pagano il vitto».


Il responsabile chi è?

«Un condannato per omicidio».


Cosa coltivate?

«Tante cose. L'orto e il frutteto sono per il consumo interno: solo una piccola parte della produzione viene messa in vendita. Il grosso dei ricavi lo facciamo con l'olio e il vino, messi sul mercato usando il marchio La Collina. Le olive, ricavate da 1.200 piante, le portiamo nel frantoio di mio fratello; l'uva invece viene imbottigliata dalle cantine Argiolas».


L'età media degli ospiti?

«Trentacinque anni».


L'ultimo arrivato?

«Una persona che aveva un ruolo istituzionale importante. Poi i problemi in famiglia e l'uso di droghe. Adesso sta decisamente meglio, sta facendo il suo percorso».


Qual è il compito delle comunità?

«Prima accogliere, poi ricostruire i contesti, l'accettazione personale e l'autostima. Centinaia di volte in carcere ho sentito rivolgersi ai detenuti con un “delinquente, muoviti”. Il recupero non passa dagli insulti né dal disprezzo».


Quanti anni si può stare a La Collina?

«Massimo tre. Più tempo non sarebbe utile, perché ci si abituerebbe a una vita troppo tranquilla. Quella reale, invece, è dura e insidiosa».


La comunità di Serdiana in che anno nasce?

«La sfida inizia nel 1994, con pochi posti letto. Nel 1998 diamo forma alla grande comunità. Ci credettero tre magistrati e due politici. Un comunista e un democristiano».


Chi erano i politici?

«Emanuele Sanna e Giorgio Oppi».


Quanti posti ci sono oggi?

«Ventiquattro, divisi in tre sezioni da otto. Una è quella penale, per chi deve finire di scontare la pena; una è riservata a chi ha saldato il proprio debito con la giustizia; la terza sezione ospita adolescenti allontanati dalle famiglie d'origine e in attesa di affido. Per avere un ordine di grandezza: il carcere minorile di Quartucciu costa allo Stato 10 milioni di euro all'anno; le spese della Collina ammontano a 200mila euro. I penitenziari puniscono, mentre noi rieduchiamo. Il primo problema per i detenuti non è la privazione della libertà, ma l'ozio: in carcere non si lavora e si fanno pochissime attività. Si passa il tempo sulla branda a guardare la tv».


Dalle carceri sarde è fuga: tre dei sei nuovi dirigenti appena nominati hanno rinunciato all'incarico. È così terribile lavorare qui?

«I penitenziari dell'Isola sono complessi, soprattutto per composizione: la maggior parte dei duemila detenuti non è sarda. Questo incide non poco nell'organizzazione. Si aggiunga che un direttore deve pensare a tutto, spesso in solitudine, visto la scarsità di risorse, finanziarie e umane. La politica, poi, si occupa pochissimo della vita carceraria».


Sta seguendo le vicende politiche sarde in vista delle Regionali?

«Sì».


Il suo parere conta sempre molto.

«Sollecitato da Soru, ho già risposto e preso le mie decisioni: sono per Alessandra Todde, anche per il suo tentativo di presentarsi uniti per un campo il più possibile largo e non, come al solito, divisi e perdenti».


La Todde la conosce?

«Sì, la conosco per la sua preparazione culturale e politica. Anche se ho qualche riserva sul partito a cui appartiene. Veniva a La Collina per comprare la nostra produzione sotto le feste di Natale».


In questi ultimi cinque anni ha avuto contatti con la Regione?

«Sempre, anche l'altro giorno. Io ho contatti umani con tutti. Anche con la destra. Ma vedo che le proposte migliori le fa il centrosinistra».


Politiche sociali: come funziona la gestione delle politiche sociali in Regione?

«Non bene, per non dire male. Le politiche sociali non sono negli obiettivi di questa Amministrazione regionale. Ma nemmeno il Pd è interessato. La classe dirigente ti ascolta in cambio di un voto. Nel centrodestra c'è qualcuno che mostra disponibilità nei confronti dei più fragili, ma sono casi isolati. Persino fuori dalle Chiese è pieno di persone che scansano i poveri dopo aver fatto la comunione».


Voto complessivo alla politica sarda, intendendo maggioranza e opposizione?

«Do quattro. Sono troppo concentrati su se stessi e sui propri gruppi di appartenenza».


Esiste una famiglia perfetta?

«No, manco per niente. Quando celebro matrimoni, alle coppie chiedo sempre se hanno vissuto insieme prima. È un passaggio necessario, bisognerebbe farlo per almeno tre o quattro anni. È indispensabile conoscersi nelle debolezze e nelle diversità, culturali e politiche».

Ai single è concesso solo prendere in affido bambini disabili: non trova che abbiano gli stessi diritti delle altre coppie?

«I bambini devono avere la possibilità di conoscere entrambe le figure, la maschile e quella femminile. In assenza di questa possibilità, si può fare ricorso alla famiglia con un solo genitore. Ma sempre costruendo relazioni complete all'esterno».


Aborto: favorevole o contrario?

«Non sono schierato. All'aborto, se non è clandestino, sono favorevole quando c'è una reale necessità. Il motivo deve essere grave e valido, frutto di una scelta consapevole ed eccezionale».


Matrimoni omosessuali?

«Sì, sono favorevole. L'amore è tra due persone, non tra un uomo e una donna necessariamente. Parlerei infatti di convivenza amorosa».


Utero in affitto?

«No, su questo il mio “no” è assoluto. La vita inizia dentro, appena l'ovulo è fecondato. Non si può generare su commissione».


Vendita droghe leggere?

«Favorevole, a condizione che prima venga attivato un percorso educativo e di responsabilizzazione. Lo Stato vende l'alcol e lo fa per guadagnarci».


Eutanasia?

«Per me credente, il fine vita non è la fine. Anzi. La morte è solo un cambiamento. Per questo non capisco chi si oppone. Penso a mio padre: aveva 85 anni quando si spense. Da due era allettato. Mio fratello, medico, portava ogni giorno una montagna di farmaci. Gli dicevo: Luciano, perché questo accanimento? È solo sofferenza, per di più a un costo elevato per le famiglie e la società».


La Sardegna è una terra che può dare ancora speranza?

«Se guardo le persone che si impegnano per gli altri, sì che vedo speranza. Ma se guardo la situazione politica e culturale, vedo poco cambiamento. Vedo troppa disattenzione verso i più deboli».


Il suo migliore amico chi è?

«Era Giorgio Pisano. I miei più cari amici sono i miscredenti, persone con una visione diversa dalla mia. E non potrebbe essere diversamente quando l'arricchimento e la crescita personali sono l'obiettivo. Con Giorgio avevo un rapporto molto forte e intenso. Era un giornalista di razza. Un uomo libero. Retto, onesto e preparato. C'ero quando Giorgio è morto. Gli ho stretto la mano».

da qui 


domenica 22 dicembre 2019

L’inquinamento nel poligono di Teulada esiste, ma non è imputabile a nessuno - Gruppo d’Intervento Giuridico



La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale aperto nel 2012 in relazione alle ipotesi di reato riguardo l’inquinamento
 ambientale riscontrato nel poligono militare di Capo Teulada.
Pur accertando il pesante inquinamento (nella “zona bersaglio” della penisoletta Delta vi sono 4 chilometri quadrati pressoché irrecuperabili), non sarebbe riscontrabile alcun nesso di causalità fra inquinamento e malattie come neoplasie e linfoma di Hodgkin né sarebbe possibile non è possibile individuare i responsabili per “errori nell’interpretazione delle prescrizioni sulle bonifiche” da eseguire, per la necessità di procedere agli addestramenti e per la “buona fede” di chi dava gli ordini.
Nel poligono militare, realizzato a partire dal 1956 mediante dopo acquisti e, in parte, esproprio dei terreni, vengono svolte esercitazioni militari da decenni.  E l’uso del poligono viene ritenuto irrinunciabile per le esigenze addestrative militari.
Sul piano ambientale per troppo tempo le cose han lasciato a desiderare: dopo l’istanza (2014) dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e del Comitato Lecce Bene Comune, sono state avviate e proseguono le procedure di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A.) dei programmi di attività addestrative nei poligoni militari di Torre Veneri, in Comune di Lecce, e di Capo Teulada.[1]
Sono finanziati e previsti gli interventi di bonifica ambientale, ma finora sono stati parziali e si è lontani dall’ottimismo manifestato dal presidente dell’I.S.P.R.A. Bernardo De Bernardinis secondo cui l’ambiente è tutelato in condizioni ottimali.  Sì, non ci sono state speculazioni immobiliari, ben presenti sulle coste di Teulada, ma le bonifiche ambientali sono state solo avviate.   
Sono da completare.     Ora, non fra cento anni.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

[1]  I due poligoni militari, infatti, interessano i due siti di importanza comunitaria (S.I.C.) “Isola Rossa e Capo Teulada” (codice ITB040024) e “Torre Veneri” (codice IT9150025), appartenenti alla Rete Natura 2000, che tutela le aree naturali rilevanti ai sensi delle normative comunitarie per la salvaguardia degli habitat e dell’avifauna selvatica (direttive n. 92/43/CEE e n. 2009/147/CE).   Le attività addestrative militari – come qualsiasi attività che possa arrecare danno ai siti protetti – devono essere assoggettati alla procedura di V.INC.A. per minimizzarne gli impatti e introdurre misure di compensazione ambientale, come indicato anche dal codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo n. 66/2010 e s.m.i.), procedure che riguardo altri poligoni appaiono regolarmente effettuate.


da La Nuova Sardegna, 20 dicembre 2019
Disastro ambientale nel poligono militare di Teulada, il pm chiede l’archiviazione.

Indagini partite nel 2012 dopo un esposto di residenti della zona
.
Il pubblico ministero di Cagliari Emanuele Secci ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per inquinamento ambientale nell’area del poligono di Teulada, sulla costa sud occidentale della Sardegna.
L’indagine era nata nel 2012 quando una ventina di residenti – tutelati dagli avvocati Giacomo Doglio e Roberto Peara – aveva presentato alcuni esposti segnalando l’insorgenza di alcune patologie, come il linfoma di Hodgkin e alcune neoplasie che sarebbero potute essere ricondotte all’inquinamento causato dalla presenza del poligono. In realtà, la parte legata all’ipotesi di omicidio colposo era stata stralciata e quasi subito archiviata per l’impossibilità di dimostrare un nesso causale tra patologia e alcuni decessi, ma era rimasta in piedi l’ipotesi di disastro ambientale.
Le indagini della Procura di Cagliari avrebbero accertato lo stato di compromissione della cosiddetta “Penisola Delta”, il cuore del poligono (un tassello di poco più di tre chilometri, ndr) dove nel giro di pochi anni (dal 2009 al 2014) erano stati sparati quasi 700mila colpi d’addestramento.
Un’area – al momento difficilmente bonificabile – dove sarebbero ancora presenti proiettili, pezzi di bombe e altro materiale legato alle esercitazioni militari, ma dove vige il divieto assoluto d’ingresso. L’inchiesta vedeva indagati anche alcuni capi di Stato maggiore che si sono succeduti dal 2009 al 2014.
A nessuno di loro – chiarisce il pubblico ministero – può essere imputato il disastro ambientale a titolo di dolo o di colpa. Ora la parola passa al Gip.

da L’Unione Sarda, 20 dicembre 2019
Omicidio colposo e disastro ambientale al Poligono di Teulada: chiesta l’archiviazione.
Non ci sono elementi “sufficienti per sostenere” che esista un legame diretto tra “l’esposizione a sostanze contaminanti e nocive” del Poligono militare di Teulada e i tumori e le morti del territorio. I controlli e gli studi eseguiti in questi anni “non consentono di accertare la data nella quale per la prima volta” sono stati “compromessi gli ecosistemi” della penisola. Dunque: il “disastro ambientale” nel Poligono è “avvenuto”, ma non è possibile individuare i responsabili per “errori nell’interpretazione delle prescrizioni sulle bonifiche” da eseguire, per la necessità di procedere agli addestramenti e per la “buona fede” di chi dava gli ordini.
Sono le conclusioni attraverso le quali il pm Emanuele Secci ha chiesto l’archiviazione delle accuse a carico di Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni nell’inchiesta per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro ambientale.
Sono gli ex capi di stato maggiore dell’Esercito e del Terzo reparto Rif dell’Esercito, l’ex sottocapo di stato maggiore e l’ex comandante della Regione Sardegna tra il 2009 e il 2015. Avevano agito “nel convincimento di adempiere al proprio dovere”, e sparare a Teulada era una “modalità ritenuta necessaria e imprescindibile”. L’alternativa era “cessare” di farlo ma “con la deprivazione dell’addestramento”.
Però il sistema vegetale e faunistico della penisola interdetta è compromesso “irreversibilmente”. Capo Teulada è stato bersagliato da terra e mare sin dagli anni ’50, e solo dal 2010 al 2014 è stato centrato da 686 mila colpi tra “artiglieria pesante, razzi e missili”. Nel mare ci sono ordigni inesplosi. Si sono verificati un «grave mutamento della morfologia del territorio con la “manifesta e grave ripercussione su flora e fauna dell’intera penisola con la perdita della biodiversità”.
Le bonifiche sono iniziate. È in corso la caratterizzazione che porterà all’eliminazione dell’inquinamento; il promontorio non è più il bersaglio delle esercitazioni, che proseguiranno ma alle quali seguirà un’immediata bonifica. Ma i parenti di chi ha perso la vita o ha combattuto con un tumore tra il 2009 e il 2014 si opporrà alla richiesta di archiviazione.

da Sardinia Post, 20 dicembre 2019
“A Teulada inquinamento irreversibile”. Ma per il Pm non ci sono responsabili. (Alessandra Carta)
Paradossi. Non per la giustizia, ma per chi la cerca. Ovvero i cittadini. In questo caso malati di cancro. La storia è quella di Teulada. Una storia di morti. Appena una settimana fa, la Procura di Cagliari ha riconosciuto – e si tratta di una novità assoluta – “l‘alterazione irreversibile” in alcune porzioni di poligono. Così ha scritto il pm Emanuele Secci. Eppure tutto questo non basta per aprire un processo contro i vertici militari che hanno comandato la base sarda dal 2009. Cioè da quando esiste un censimento sul materiale bellico che viene sparato nella costa sud-ovest della Sardegna. Lo stesso pubblico ministero, malgrado l’accertato inquinamento, ha chiesto l’archiviazione per i capi di Stato maggiore indagati. Così risulta dall’atto depositato l’11 dicembre.
Parte da lontano la vicenda giudiziaria. È il 2012 quando una ventina di residenti a Teulada – attraverso gli avvocati di Cagliari Giacomo Doglio e Roberto Peara – presenta altrettanti esposti. Tutti contro ignoti. L’obiettivo è chiaro: ricostruire la relazione tra i giochi di guerra e i tumori, che da quelle parti colpiscono come fossero l’influenza. Due le patologie prevalenti: linfoma di Hodgkin negli uomini e cancro polmonare nei due sessi. Per i legali Peara e Doglio è da considerarsi certa la compromissione ambientale nonché probabile la correlazione tra esercitazioni militari e malattia. Tra inquinamento ambientale e tumori. Tra contaminazione e morte. Rapporti di salute alla mano.
Le indagini del magistrato sono finite da pochi giorni. E danno ragione ai legali delle persone offese, almeno sul fronte dei danni all’ecosistema. Il pubblico ministero è partito dalla cosiddetta Penisola Delta: quattro chilometri quadrati (sui 68 di poligono) che sono interdetti da anni. Quella è molto più di una discarica: è un’area che lo stesso ministero della Difesa ha messo sotto tutela perché non c’è modo di salvarla. È classificata come “non bonificabile“. Troppo il materiale bellico che nel tempo si è accumulato.
Nella penisola perduta finivano i colpi delle esercitazioni. Era la ‘zona bersaglio‘, quella. Solo tra il 2009 e il 2014 ne sono stati sparati 686mila. Tra artiglieria pesante, missili e razzi. Tutto è ‘atterrato’ lì, in quel lembo di terra dove nessuno può entrare. Né i militari né i civili. Si aggiungano le discariche: quel paesaggio lunare, dove le bombe hanno scavato enormi crateri, è disseminato di rifiuti speciali. Il pm elenca “bossoli, proiettili, bombe intere o in pezzi”. Non solo: anche il transito dei mezzi militari ha contribuito “ad arrecare danni permanenti alle matrici ambientali”. I periti nominati dalla Procura hanno messo nero su bianco anche “il mutamento della morfologia del territorio” che si rileva, tra le altre cose, attraverso “il disfacimento integrale degli orizzonti più superficiali del suolo”.
In quei quattro chilometri di Teulada è consentita unicamente la possibilità di un volo aereo. O in elicottero. Riporta ancora il Pm, e si arriva al passaggio chiave: “Si constata un’alterazione irreversibile riguardante i suoli e la componente floristico-vegetazionale”. Un punto di non ritorno, è evidente, determinato dal fatto che “le condizioni di criticità” della Penisola Delta hanno prodotto “l’alterazione dell’ecosistema, attualmente incapace di recuperare autonomamente le originarie condizioni di naturalità”.
Sul fronte della “componente faunistica è emerso che “l’alterazione” sarebbe anche reversibile, se solo “cessassero esplosioni, inquinamento acustico ed esercitazioni militari”. Questo riguarda sia “le specie animali non legate alla componente vegetazionale”, sia quelle tutelate a livello comunitario. Il primo gruppo include la berta maggiore, il gabbiano corso, il marangone, il tarantolino e la cheppia; nel secondo sono citati il falco pescatore, il calandro, la magnanina sarda, la volpe rossa, la donnola, il cinghiale e il gabbiano reale zampegialle.
La lista degli indagati il pm l’aveva stilata. In base agli atti. Quindi ecco i nomi di Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni. Ovvero i capi di Stato maggiore che si sono succeduti dal 2009 al 2015. Ma “a nessuno – ha scritto il Pm nella richiesta di archiviazione – si può imputare il disastro ambientale a titolo di dolo o colpa”. Secondo il magistrato, le esercitazioni vengono decise “dall’amministrazione della Difesa nel convincimento di adempiere al dovere in modo adeguato”. E in questo solco il Pm fa rientrare pure “il compito di addestrarsi in modo adeguato ed efficace“. Non è finita: le stesse attività nella penisola Delta “erano ritenute necessarie e imprescindibili per assicurare la corretta preparazione tecnica e psicologica del personale militare”, spiega ancora il magistrato inquirente.
Di qui appunto la richiesta di archiviazione su cui il Gip dovrà esprimersi nei prossimi mesi. Sardinia Post ha contattato gli avvocati Doglio e Peara, che si limitano a una conferma: tutti i legali delle persone offese si opporranno alla decisione del Pm che verrà discussa in camera di consiglio. Si può ipotizzare che il lavoro degli avvocati sarà incentrato su un presupposto certo: l’esistenza di un disastro ambientale nel poligono di Teulada. Una condizione, questa, che lo stesso pubblico ministero ha certificato attraverso i periti. Ma quando in Italia si apre una battaglia legale contro la Difesa, l’esito sembra già scritto e quasi mai regala sorprese. Di giustizia.

Una pioggia di fuoco da 860.624 colpi: inquinamento a Teulada, ecco le prove - Alessandra Carta

Sono le bombe, i razzi e i proiettili usati per i giochi di guerra. In gergo militare si chiamano, tutti insieme, munizionamento. Un totale di 860.624 colpi, tra lanci e spari. Quella pioggia di fuoco è caduta in otto anni, “dal 2008 al primo semestre del 2016” e “rappresenta solo un dato parziale”. Così ha scritto il pm di Cagliari, Emanuele Secci, nell’atto col quale il pubblico ministero ha però chiesto al Gip di far uscire dall’inchiesta su Teulada i cinque capi di Stato maggiore indagati. Di fatto i responsabili del poligono affacciato sulla costa sud-ovest della Sardegna. “Le esercitazioni”, sebbene siano la causa del disastro ambientale accertato, sono considerate dal magistrato inquirente “un dovere” professionale. Quindi a nessuno dei militari “si può imputare” il reato “per dolo o colpa”.
La posizione del Pm fa discutere da ieri, quando Sardinia Post ha reso pubblica la richiesta di archiviazione, a chiusura di sette anni di indagine su una trentina di esposti. Nel 2012 li hanno presentati gli stessi malati di cancro (o i parenti) che abitano a Teulada: una ventina di loro sono difesi dagli avvocati Roberto Peara  e Giacomo Doglio; gli altri da Caterina Usala, Gianfranco Sollai e Giuseppe Putzu. I legali hanno già confermato la decisione di opporsi alla richiesta del pubblico ministero: setterà poi al Gip, nei prossimi mesi, l’ultima parola in camera di consiglio.
Quegli 860.624 colpi equivalgono a 556 tonnellate di munizionamento, che hanno devastato la penisola Delta, lembo di poligono dove il troppo inquinamento ha reso l’area “non bonificiabile”. Sono in tutto quattro chilometri quadrati di terra contaminatissima. E infatti chiusa al transito di militari e civili. Blocco totale, deciso dal ministero della Difesa che a Teulada occupa in tutto sessantotto chilometri quadrati.
Le informazioni sul disastro della zona Delta non sono frutto di un’indagine parallela: si ricavano piuttosto dalla stessa richiesta di archiviazione firmata dal Pm. Un paradosso. Tuttavia interessante per delineare i contorni di un pezzo di Sardegna che mai più tornerà come prima. Il pubblico ministero ha certificato “l‘alterazione irreversibile riguardante i suoli e la componente floristico-vegetazionale. O, se reversibile – è il riferimento a diverse specie animali – per la sua eliminazione occorreranno mezzi e risorse eccezionali”.
Nella penisola Delta le esercitazioni sono andate avanti per “cinquant’anni”, è scritto ancora nell’atto del magistrato. Era quella la zona bersaglio “per tutti i sistemi utilizzati dalle Forze armate italiane e straniere (nella foto di copertina di Contropiano.org)”. Il cuore delle prove di guerra. L’elenco è da brivido. E si tratta comunque delle sole informazioni a cui la magistratura ordinaria ha accesso, perché non coperte da segreto di Stato. Lì sono arrivati “colpi di mortaio e artiglierie; missili filo guidati; tiri navali contro costa; bombardamento e mitragliamento aereo; sganci di emergenza (sempre per gli aerei)”.
Per capire la portata dell’inquinamento nella zona Delta basta un dettaglio: lo stesso ministero della Difesa ritiene che “il ripristino ambientale non sia né possibile né conveniente“. Ancora: “Contrariamente a quanto accaduto” in altre parti del poligono, “nella penisola Delta non veniva effettuata alcuna operazione di bonifica dei residui bellici”. Eppure, per il pm Secci nessun capo di Stato maggiore è responsabile per l’inquinamento a Teulada, visto che “le esercitazioni rientrano tra i doveri militari”, è scritto nella richiesta di archiviazione.

Proprio il disastro ambientale sarà con molta probabilità il presupposto certo su cui gli avvocati costruiranno le opposizioni da consegnare entro la fine del mese, per restare nei tempi imposti dal Pm che ha depositato il proprio atto lo scorso 11 dicembre. Davanti al Gip si preannuncia una battaglia durissima. In gioco ci sono due pilastri della Costituzione: il diritto alla giustizia e quello alla salute.