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venerdì 6 agosto 2021

La morte del padre gesuita Stan Swamy scuote l’India - Marina Forti

 



Il 5 luglio, dopo nove mesi di carcere, è morto l’anziano gesuita Stanislaus Lourduswamy, noto per le sue battaglie a difesa degli oppressi. Le autorità avevano accusato l’84enne di cospirazione. La contestata legge antiterrorismo ha consentito di prolungare la detenzione nonostante la falsità delle prove a suo carico. 

La morte di un anziano gesuita noto per la sua battaglia in difesa dei diritti degli adivasi, i “popoli originari” dell’India, e degli oppressi ha suscitato sgomento in India, dove la sua comunità e molti difensori dei diritti umani parlano di un “omicidio istituzionale”. Padre Stanislaus Lourduswamy, noto come Stan Swamy, aveva compiuto 84 anni in carcere. Era stato arrestato l’8 ottobre 2020 da agenti della National investigation agency (la polizia federale indiana), che lo avevano prelevato in un raid notturno dal suo alloggio nella comunità chiamata Bagaicha che lui stesso aveva fondato vicino a Ranchi, nello stato Nord-occidentale del Jharkhand. Accusato di attentare alla sicurezza dello Stato, era stato tradotto in un carcere di massima sicurezza a Mumbai.

L’anziano gesuita non è mai stato processato e molti sono convinti che le accuse nei suoi confronti non avrebbero retto davanti a un giudice, soprattutto dopo che le “prove incriminanti” erano risultate false. Ma una legge antiterrorismo duramente contestata (“Unlawful acts prevention act”) ha permesso alle autorità di prolungare all’infinito la detenzione preventiva, e le ripetute richieste di libertà provvisoria di padre Stan sono state respinte. Così, ancora prima di considerare le ragioni dell’arresto, resta un senso di sgomento per quei nove mesi di detenzione di un uomo anziano malato di Parkinson, privato di ogni assistenza personale: i magistrati di sorveglianza avrebbero lasciato cadere perfino la richiesta di una tazza con cannuccia, visto che non poteva reggere da solo un bicchiere. Il carcere era di fatto una condanna a morte.

Durante l’ultima udienza per la sua libertà provvisoria davanti all’Alta corte di Mumbai padre Stan aveva dichiarato che non gli restava molto da vivere, e chiedeva di finire i suoi giorni nella sua comunità. Gli è stato negato. Alla fine di maggio, per ordine della Corte suprema, era stato infine ricoverato in un ospedale cattolico di Mumbai, dove gli è stato diagnosticato il Covid-19, contratto in carcere, e dove è morto il 5 luglio 2021.

 

“Questa non è una morte naturale ma l’omicidio istituzionale di un animo gentile commesso da uno stato inumano”, scrivono in un lungo comunicato alcuni attivisti della comunità di Stan Swamy, insieme a compagni e parenti di altre quindici persone tuttora in carcere con le stesse accuse dell’anziano gesuita: avrebbero cospirato per sovvertire lo Stato d’intesa con il partito armato maoista. Si tratta del cosiddetto “caso Bhima Koregaon”, dal nome di un villaggio del Maharashtra (lo Stato che ha per capitale Mumbai) dove nel 2018 una manifestazione per commemorare un’antica rivolta dei dalit (i “fuoricasta”, quelli una volta chiamati intoccabili, lo scalino più basso della scala sociale indiana) si concluse con grandi violenze. Padre Stan Swamy non era là e neppure gli altri quindici attivisti sociali, avvocati del lavoro, difensori dei diritti umani arrestati un anno fa: ma tutti sono stati accusati di aver istigato quelle violenze. I giudici hanno parlato addirittura di un complotto per uccidere il primo ministro indiano Narendra Modi.

Poco prima di essere arrestato, padre Stan Swamy aveva registrato una dichiarazione in cui confutava le accuse contro di lui. La polizia federale aveva già perquisito la sua comunità e sequestrato il suo computer, e stava costruendo un’accusa nei suoi confronti fondata su una montatura, diceva. In quella dichiarazione, padre Stan parlava tra l’altro del suo lavoro per denunciare l’alienazione delle terre e dei diritti dei gram sabha (gli organismi rappresentativi locali), e lo sradicamento degli adivasi. Parlava di arresti indiscriminati di migliaia di giovani nativi, accusati di essere “maoisti” solo perché “mettono in dubbio e resistono all’ingiusta alienazione e sradicamento dalle terra”. Giurista di formazione, nel 2017 l’anziano gesuita aveva avviato un’azione legale in difesa di alcuni adivasi che languivano in carcere da anni senza processo con l’accusa di essere dirigenti maoisti. Questo, diceva Stan Swamy, potrebbe essere il motivo principale per cui è stato messo sotto accusa.

Del resto, l’esistenza stessa della comunità Bagaicha era una sfida: un luogo “aperto ai giovani delle comunità adivasi, ai dalit, ai movimenti popolari in genere”, spiegava padre Stan Swamy quando l’ho visitata nel 2011. Vi ospitava assemblee popolari e incoraggiava i giovani adivasi a mettere per iscritto le loro storie, oltre a fare un attivo lavoro di consulenza legale e di informazione sui diritti delle popolazioni native. Aveva cominciato a documentare come lo sfruttamento di risorse minerarie e altri progetti di sviluppo (“parola usata a vanvera”, diceva) si risolvano nella cacciata delle comunità più povere dalle loro terre: “E chi perde la terra, perde e basta”. Diceva che la Chiesa “non può restare in silenzio” davanti all’ingiustizia.

Che le accuse contro padre Stan Swamy e gli altri detenuti del “caso Bhima Koregaon” fossero una montatura sembra confermato dall’analisi compiuta da un’agenzia di indagini forensi di Boston, Arsenal Consulting, pubblicata lo scorso febbraio dal Washington Post e ripresa anche dai media indiani. Su richiesta della difesa degli imputati, gli esperti avevano esaminato i computer sequestrati a padre Stan e ad altri imputati, e dimostrato che decine di lettere e altri documenti vi erano stati inserito in cartelle nascoste usando un malware, incluse lettere in cui si parlava di come procurare armi, o di uccidere il primo ministro Modi.

“Siamo indignati che padre Stan abbia dovuto pagare con la vita per questa montatura fatta in malafede”, dice il comunicato diffuso da attivisti e amici dopo la morte del gesuita. “Padre Stan non meritava di morire così, imprigionato con false accuse da uno stato vendicativo”. Padre Stanislaus Lourduswamy (era il suo nome completo) era nato a Tiruchirappalli, presso Madras (oggi Chennai), nel 1937, ed è stato per 51 anni in prete che aveva fatto propria la battaglia di adivasi e fuoricasta per “jal, jangal e zameen”. Cioè acqua, foresta e terra. Rifiutava di essere “spettatore silenzioso”.

da qui

lunedì 24 maggio 2021

La telenovela e la fuga di notizie, lotta politica a Tehran - Marina Forti

 

 

Quando la politica e la fiction si intrecciano, in un uso strumentale dei mezzi di comunicazione, per uscire vincitori in una lotta di potere tra le diverse correnti del sistema politico iraniano. Marina Forti ci racconta come realtà e finzione si sovrappongono a Teheran, tra arresti, condanne a morte, fughe di notizie pilotate, messaggi lanciati via social e vere e proprie azioni di intelligence.


Pragmatici e riformisti, ortodossi e oltranzisti

Una serie tv e una strana “fuga di notizie” illustrano la furibonda lotta di potere in corso a Tehran, in un momento particolarmente delicato per l’Iran. Infatti, da un lato sono in corso a Vienna difficili negoziati tra l’Iran e le sei potenze mondiali per resuscitare l’accordo sul programma nucleare iraniano firmato nel 2015 – da cui l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era ritirato nel 2018 benché l’Iran avesse osservato tutti i suoi obblighi. D’altro lato, il 18 giugno l’Iran eleggerà un successore al presidente Hassan Rohani, che conclude il suo secondo mandato. Le candidature non sono ancora definite, e la competizione tra le diverse correnti del sistema politico iraniano è serrata: i pragmatici al governo con il presidente Rohani, i riformisti, o all’opposto le correnti più ortodosse e oltranziste, le Guardie della rivoluzione, la magistratura (sottotraccia c’è anche la corsa a “posizionarsi” per influenzare la futura successione al leader supremo, l’ottantunenne Ali Khamenei).

I negoziati in corso a Vienna e la battaglia elettorale sono molto intrecciati. E questo ci porta alla serie tv intitolata Gando, dal nome di un coccodrillo delle zone palustri del Sistan Baluchistan, provincia sudorientale dell’Iran.

Gando: il coccodrillo e la spy story

Gando è una spy story in cui eroici agenti del controspionaggio delle Guardie della Rivoluzione combattono agenti stranieri infiltrati fino ai vertici della diplomazia iraniana. Messa in onda dalla tv di stato, la prima stagione è andata in onda nel 2019: sullo sfondo dei negoziati sul nucleare, coraggiosi agenti iraniani smascherano il corrispondente di una famosa testata degli Stati Uniti, in realtà una spia americana. I titoli di testa avvertivano che la fiction era “ispirata a fatti reali”. In effetti il giornalista-spia assomigliava molto a Jason Rezaian, l’ex corrispondente del “Washington Post” a Tehran arrestato nel 2014 e accusato appunto di spionaggio (accuse mai spiegate in modo convincente), condannato dopo un processo a porte chiuse e infine liberato nel 2016 grazie a uno scambio di prigionieri con gli Usa, proprio mentre l’accordo sul nucleare entrava in vigore. Ovviamente la fiction sposa le tesi dell’accusa.

La prima puntata della seconda stagione è andata in onda lo scorso 21 marzo, un giorno dopo Nowruz (il capodanno persiano). Questa volta “i nostri eroi” sventano l’infiltrazione di spie occidentali nei ranghi della delegazione iraniana ai negoziati avvenuti tra il 2013 e il 2015, conclusi con la firma dell’accordo sul nucleare. Una puntata dopo l’altra, gli spettatori scoprono con orrore che tra i massimi negoziatori ci sono agenti stranieri.

Anche nella nuova stagione troviamo “citazioni” esplicite. C’è per esempio un giornalista che ricorda un noto oppositore iraniano residente in Europa, Ruhollah Zam, invitato a Baghdad e là rapito da agenti di sicurezza iraniani, portato in Iran, processato e condannato a morte per spionaggio (fatto reale: la condanna di Zam è stata eseguita lo scorso dicembre).

 

Non solo. I due negoziatori che (nella fiction) fanno il doppio gioco a favore di potenze straniere assomigliano molto a due assistenti del ministro degli Esteri Javad Zarif, che guida la delegazione (reale) ai negoziati. La fiction sembra suggerire che lo stesso capo delegazione sia una spia.

La censura e le accuse

La serie ha suscitato grandi polemiche, poi si è interrotta bruscamente. Pare che il presidente Rohani abbia fatto grandi rimostranze presso il leader supremo. Ora giornali e media legati a settori oltranzisti accusano il governo di aver censurato Gando.

Accusa paradossale, perché Irib, la radiotelevisione statale, costituisce un potere a sé tra le istituzioni della Repubblica islamica. Il suo direttore è nominato direttamente dal leader e non risponde al governo. È un monopolio (non esistono radio e tv private), ed è sempre stata una roccaforte delle correnti più oltranziste. Le voci vicine ai riformisti non vi trovano spazio, che si tratti di artisti, cineasti o intellettuali non allineati. Al governo del moderato Rohani la tv di stato riserva una copertura ridotta e spesso malevola.

Il monopolio della radio e tv di stato però è sempre più insidiato. In primo luogo dalle tv che arrivano via satellite, tra cui diversi canali occidentali in lingua farsi (“Bbc Persian” o “Voice of America” in lingua farsi) che lo stato vieta ma non riesce del tutto a oscurare. Ma non solo dei canali di news, anche la fiction e l’intrattenimento sono terreni di battaglia per imporre una “narrativa”. Le serie tv più guardate per esempio vengono dalla Turchia: più spigliate e professionali, doppiate in farsi in modo molto professionale, sono diffuse da canali satellitari o su piattaforme come Namava, un equivalente di Netflix.

Lo stile aiuta

Dunque una buona fiction è un investimento politico. Gando è più brillante delle solite serie della tv di stato. Ha attori famosi, uno stile tra James Bond e l’ironia di Ncis, è stata girata tra l’Iran e la Turchia, prodotta con grande dispendio di denaro. Sceneggiatore e produttore sono nomi noti. Nel 2019 il giornale (governativo) “Jam-e Jam” aveva scritto che la casa produttrice era finanziata da società delle Guardie della Rivoluzione (nulla di strano: hanno interessi in ampi settori dell’economia iraniana e anche nell’industria culturale). Nel gennaio scorso il ministro Zarif è stato esplicito: «L’intelligence delle Guardie della Rivoluzione ha fatto Gando». La cosa non è stata smentita.

 

Giornalisti e commentatori vicini ai riformisti o al governo Rohani accusano Gando di travisare la realtà, screditare il governo con false illazioni, gettare fango sui negoziatori che invece hanno lavorato nell’interesse dell’Iran. È ben noto che le correnti più oltranziste della Repubblica islamica, in particolare legate ai militari, hanno osteggiato il negoziato: non potevano impedirlo, perché aveva il beneplacito del leader supremo, ma non l’hanno mai digerito.

Parlare a nuora perché suocera intenda

Sembra che quando Gando è tornato sugli schermi, in marzo, il presidente Rohani si sia lamentato presso il leader per questo attacco subdolo. Così, quando la serie si è interrotta in modo un po’ brusco, giornali e social media vicini ai conservatori hanno accusato il governo. Il produttore, Mojtaba Amini, ha parlato di censura. Un noto commentatore (Pooyan Hosseinpour, su Twitter, 24 marzo) ha ammonito il governo: «Non dimentichiamo il disastro di Dorri-Esfahani, che spiava i negoziatori sul nucleare». Abdolrasoul Dorri-Esfahani era il rappresentante della Banca centrale iraniana nel team negoziale guidato da Zarif tra il 2013 e il 2015; in seguito è stato accusato di passare informazioni riservate a governi stranieri e per questo è stato condannato nel 2017: a molti è sembrata una ritorsione degli oltranzisti furiosi per l’avvenuto accordo. Un avvertimento obliquo? Qualcuno l’ha inteso così: Zarif è avvertito, potrebbe fare la fine di Dorri-Esfahani.

Fatto sta che nei primi giorni di aprile il quotidiano “Vatan-e Emrooz”, allineato su posizioni oltranziste, ha criticato aspramente la diplomazia iraniana per aver accettato di tenere colloqui con gli Stati Uniti in vista del rilancio dell’accordo sul nucleare, in un editoriale di prima pagina dall’eloquente titolo: La terza stagione di “Gando” verrà scritta a Vienna?.

Zarif, il bersaglio

Insomma: Gando è un’operazione politica e il suo target, ancor più che il presidente Rohani, è proprio il ministro degli esteri Javad Zarif.

I motivi sono almeno due. Primo, screditare i colloqui di Vienna – che però di nuovo hanno il beneplacito del Leader (se arriveranno a un esito è ancora incerto, anche se alcuni segnali sono positivi; è chiaro che molti lavorano contro, non solo a Tehran ma anche a Washington e in alcune capitali del Medio Oriente).

Ma il discredito buttato su Zarif ha soprattutto lo scopo di mobilitare la base dei conservatori a fini interni, e premere perché l’organismo di controllo (il Consiglio dei Guardiani) sbarri la strada alla sua possibile candidatura alle elezioni presidenziali del 18 giugno.

Infatti Javad Zarif resta una figura popolare in Iran, proprio perché è stato il volto pubblico di un Iran che si riapre al dialogo, e la sua popolarità sarebbe di sicuro rafforzata se i colloqui di Vienna portassero a far cadere le sanzioni che soffocano l’economia del paese. Anche se Zarif ha sempre escluso di volersi candidare, molti sono convinti che sarebbe la carta migliore per moderati e riformisti, l’unica in grado di sfidare i pronostici che danno vincente lo schieramento opposto. Di più: l’unica capace di mobilitare l’elettorato, di fronte a diffusi propositi di astensione.

È qui che entra in gioco la “strana” fuga di notizie. Una intervista, o meglio: tre ore di conversazione tra il ministro Zarif e un noto giornalista ed economista, Saeed Leylaz, diffusi il 25 aprile da “Iran International”, tv satellitare con sede in Arabia Saudita e a Londra. Il capo della diplomazia parla in modo schietto e critica l’eccessivo ruolo delle Guardie della Rivoluzione nel determinare la politica estera iraniana, scavalcando la diplomazia. Hanno fatto scalpore i passaggi in cui cita le brigate Al Qods, il corpo speciale delle Guardie della Rivoluzione, e il defunto comandante Qassem Soleimani (ucciso da un attacco mirato degli Stati Uniti a Baghdad nel gennaio 2020).

 

La fuga di notizie

Chi ha diffuso quella registrazione, per di più facendola arrivare a un canale tv “avversario”? Tre giorni dopo la devastante fuga di notizie, un infuriato presidente Hassan Rohani ha dichiarato durante una riunione di gabinetto (trasmessa dalla tv) che quella conversazione era confidenziale, fa parte di un progetto di storia orale a cui sta lavorando il Centro di ricerche strategiche affiliato alla presidenza della repubblica. Ha aggiunto che diffondere quei brani è stato un gesto irresponsabile che mira a far deragliare i colloqui in corso a Vienna per rilanciare l’accordo sul nucleare e rimuovere le sanzioni contro l’Iran. E ha annunciato un’indagine: «il ministero dell’Intelligence dovrà usare tutte le sue abilità per scoprire come sia successo». (A quanto pare anche l’intelligence delle Guardie della rivoluzione, separata e spesso concorrente a quella del governo, ha aperto la sua indagine.)

Intanto tutto lo schieramento conservatore ha lanciato attacchi feroci contro il ministro degli Esteri, chiedendo che si scusi per le affermazioni “sacrileghe” su Soleimani, o meglio ancora si dimetta.

Ovviamente diversi media hanno citato solo questa o quella frase. Chi ha ascoltato per intero quelle tre ore di audio (tratte da una conversazione di sette ore) riferisce che Zarif non fa affermazioni del tutto nuove. Riferisce precisi episodi in cui le Guardie della Rivoluzione hanno preso iniziative non coordinate. Dice che la Russia avrebbe preferito far fallire i negoziati sul nucleare (per mantenere l’Iran nella sua sfera d’influenza), e le Guardie della Rivoluzione hanno cercato l’aiuto russo per lo stesso scopo.

 

Zarif racconta che sei mesi dopo l’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare è venuto a sapere dal suo omologo John Kerry (allora segretario di stato Usa) che l’Iran aveva intensificato l’invio di aiuti a Damasco usando i voli di Iran Air, con evidente danno per la posizione negoziale iraniana, al punto di scoprire dalla tv che il presidente siriano Bashar al-Assad era in visita a Tehran (era il febbraio 2019, e in effetti quella volta Zarif diede le sue dimissioni – rifiutate da Rohani: «quel giorno compresi che se non mi dimettevo… nessuno più mi avrebbe preso sul serio», dice in quella conversazione confidenziale).

La politica delle cannoniere

Il ministro degli Esteri rivendica però i suoi buoni rapporti con Soleimani, che incontrava spesso, e proclama la sua fedeltà al sistema della Repubblica islamica. Ricorda che le linee di politica estera vengono definite dal Consiglio di sicurezza nazionale, in cui sono rappresentate diverse istituzioni tra cui i militari, e sanzionate dal leader supremo: però poi i militari prendono iniziative proprie. Secondo Zarif, vedono le relazioni internazionali “con lenti da guerra fredda”: «pensano che chi è forte sul piano militare sia anche forte sulla scena internazionale… perseguono la politica delle cannoniere. Non credono che anche l’economia, e la diplomazia, e la solidarietà nazionale possano renderci più forti». (Secondo la corrispondente del “Financial Times”, dalle parole di Zarif emerge chiaro che chi detiene davvero il potere a Tehran sono i militari).

Il 2 maggio il leader in persona è intervenuto a criticare i giudizi dati da Zarif in quella registrazione, pur senza nominarlo: «non dobbiamo fare commenti che evocano quelli del nemico»; questo è “un grave errore” che «un alto funzionario dello stato non dovrebbe commettere». Poche dopo il ministro degli Esteri, in un post su Instagram, ha precisato che le sue parole volevano offrire in modo “onesto” il suo punto di vista, si scusa se hanno “contrariato” la massima autorità e ringrazia il leader per aver “messo fine al dibattito”.

Un noto esponente riformista, Abbas Abdi, ha scritto che le rivelazioni «avranno il sicuro effetto di impedire la candidatura di Zarif». Aggiunge però che danno un ritratto degli oltranzisti come degli irresponsabili, e dei riformisti come deboli, quindi in ultima istanza non beneficiano proprio nessuno. Certo descrivono una lotta di potere senza esclusione di colpi.

da qui

mercoledì 21 aprile 2021

In India c’è una seconda ondata di Covid-19. E poi ci sono i numeri usati male – Marina Forti

 

L’India è “al collasso”, titolano giornali e telegiornali. La pandemia di Covid-19 è “inarrestabile”. Numeri a molte cifre: dall’inizio della pandemia sono ormai superati i 15 milioni di casi. Il virus dilaga. In un solo giorno, il 20 aprile, 294 mila nuovi casi di contagio e duemila morti.

L’India è nel pieno di una seconda ondata di Covid-19, e il suo sistema sanitario è in una crisi drammatica. Ma attenzione, non sono quei numeri a dirlo. Sono, piuttosto, gli ospedali che non riescono a far fronte, i malati che non ce la fanno, le folle sui treni e i bus che lasciano New Delhi (ora vedremo perché). Sono i segno di una crisi sociale terribile: e di fronte a questo i conteggi sono inadeguati. Quanto ai numeri , quelli riportati con scalpore in questi giorni dicono ben poco.

Ragioniamo. L’India è una nazione con un miliardo e 390 milioni di abitanti. Dunque i 294 mila nuovi contagi in un giorno vanno rapportati a quel totale: circa 210 casi per milione di abitanti. In proporzione sono molto di più i 12mila nuovi contagi registrati lo stesso giorno in Italia, su 60 milioni di abitanti.

Le cifre assolute portano a conclusioni ingannevoli. Il sito Worldometer, che raccoglie i dati ufficiali sul Covid-19 diffusi dai governi (gli stessi che la John Hopkins University usa per comporre il suo dashboard quotidiano), mostra in questa tabella  i nuovi casi e i decessi registrati ogni giorno, paese per paese, sia in cifre assolute che per milione di abitanti.

Questo era il 20 aprile. Nelle colonne sulla destra vediamo che l’India conta circa 11mila casi per milione di abitanti: in Italia sono 64 mila per milione. Ancora: l’India ha avuto 131 morti per milione di abitanti; l’Italia ne ha avuti quasi duemila.

Insomma: se dovessimo basarci su questi dati, dovremmo concluderne che la pandemia ha risparmiato l’Asia meridionale, almeno rispetto all’Europa o a molti paesi americani.

Invece la crisi sanitaria però c’è davvero, in India. La seconda ondata del Covid-19 è visibile nell’impennata dei nuovi casi, che raddoppiano ogni dieci giorni, e in quella dei decessi, che sono raddoppiati in sette giorni. La seconda ondata è cominciata alla fine di marzo; a metà aprile il conto quotidiano dei contagi e dei decessi ha nettamente superato il picco precedente, registrato a metà settembre 2020. (Qui un aggiornamento continuo dei dati).

Ci si può interrogare su quanto questi dati riflettano la realtà, e l’impressione è che la sottovalutino. Intanto perché i test effettuati sono 193 mila per milione di abitanti, un numero esiguo (l’Italia ne ha eseguiti 914 mila per milione, la Francia oltre un milione, il Regno unito 2 milioni per milione di abitanti). E poi, quanto è accurata la registrazione dei casi? I corrispondenti del Financial Times ad esempio hanno esaminato da vicino sei distretti e hanno trovato che il numero dei morti di Covid-19 registrati dai crematori sono più dei casi di contagio dichiarati – in alcuni casi parecchie volte di più.

Ma lasciamo da parte i numeri. Le cronache ci parlano di ospedali dove ogni posto letto ha decine di persone in attesa. La situazione è particolarmente grave a New Delhi, la capitale federale, oltre undici milioni di abitanti (che diventano 17 milioni nella Greater Delhi, il territorio dell’Unione che funziona come un mini stato). Il 20 aprile il governo di Delhi ha imposto la chiusura totale nel territorio per una settimana, di fronte all’impennata dei contagi. Quel giorno il chief minister Arvind Kejriwal avvertiva che la capitale aveva quasi esaurito i posti nei reparti di terapia intensiva e le riserve di ossigeno coprivano non più di 12 ore (il giorno dopo il governo centrale ha mandato rifornimenti, ma pare che basteranno per due giorni). Il capo del governo della Grande Delhi ha spiegato che voleva evitare un nuovo lockdown ma con gli ospedali pieni, non ha avuto alternativa.

Kejriwal ha fatto appello ai lavoratori migranti a restare in città. Perché tutti ricordano cosa accadde un anno fa, nel maggio 2020, quando il primo ministro Narendra Modi ha ordinato la chiusura totale in tutto il paese e l’ordine di restare nelle proprie case, annunciato con solo poche ore di preavviso: scatenando una gigantesca ondata di esodo interno, perché buona parte del lavoro di servizio e manuale nelle città indiane è garantito da persone emigrate dalle zone rurali: e di fronte all’improvviso lockdown milioni di persone rimaste senza lavoro, senza un tetto e senza un reddito sono tornati ai propri villaggi. Un trauma nazionale, milioni di persone ridotte alla povertà assoluta. (Per ironia, la vera prima ondata di pandemia in India è arrivata dopo quel lockdown, tra agosto e l’autunno, con un picco a metà settembre).

Nonostante l’appello del capo del governo di Delhi, nelle ultime ore le stazioni dei treni e degli autobus si sono riempite di folle in partenza.

Anche a Mumbai il parlamento dello stato del Maharashtra ha votato per un lockdown che potrebbe essere imminente. Anche qui i giornali parlano di ospedali che straboccano, famiglie costrette a pagare a caro prezzo per riempire le bombole di ossigeno che forse salveranno il proprio parente ricoverato.

La seconda ondata preoccupa perché il sistema sanitario non è meglio preparato della prima, e molti accusano il governo federale e il primo ministro Narendra Modi. Un autorevole quotidiano accusa: il governo non ha tratto nessuna lezione dalla prima ondata, non ha fatto il necessario per rifornire gli ospedali di ossigeno, farmaci, personale medico.

Solo due mesi fa il governo dichiarava sconfitto il virus e vantava “il successo dell’India”.  Oggi invece gli ospedali straboccano ed è emersa una nuova  variante del Covid-19: nota come B.1.617, la “variante indiana” è ampiamente diffusa nel paese ed è stata rintracciata anche nel Regno unito (che infatti ha chiuso i voli dall’India);  non è ancora possibile dire se e quanto sia più contagiosa o se possa eludere gli attuali vaccini, ma il timore è forte.

Infine, i vaccini: l’India è tra i maggiori produttori e in particolare rifornisce il sistema di distribuzione Covax, sponsorizzato dall’Onu. Di fronte alla nuova ondata di contagi il governo Modi ha però deciso che la priorità è vaccinare gli indiani (oggi poco più dell’1 per cento della popolazione ha ricevuto un vaccino), quindi ha bloccato buona parte delle esportazioni. Non per questo ha deciso di distribuire il vaccino gratuitamente; ieri è stato fissato il novo prezzo, differenziato per il sistema pubblico e per i privati. Chi paga sarà vaccinato.

Ecco tutto ciò che le cifre assolute non dicono.

https://www.terraterraonline.org/blog/in-india-ce-una-seconda-ondata-di-covid-19-e-poi-ci-sono-i-numeri-usati-male/

martedì 14 aprile 2020

Lotte e paura di chi smista i nostri pacchi nell’epidemia - Marina Forti (*)



Se c’è un settore che non soffre i contraccolpi dell’emergenza sanitaria è quello del commercio online. Da quando le persone sono chiuse in casa, tutta la logistica dei trasporti e delle spedizioni lavora a ritmo accelerato per rifornire aziende, supermercati, farmacie. “Qui lavoriamo come sotto Natale”, dice Ibrahim (il nome è di fantasia), addetto a caricare e scaricare merci per la Gls a Riano, un piccolo comune a una trentina di chilometri a nord di Roma. “Distanze di sicurezza? Impossibile, qui siamo novanta persone e lavoriamo uno vicino all’altro. Hanno ‘sanificato’ il magazzino in cinque minuti, ridicolo. A noi hanno dato solo mascherine di carta, non abbiamo neppure i guanti adatti. Siamo esposti”.
Interpellata per questo articolo, la Gls sostiene di aver adottato tutte le misure indicate dal governo e dai protocolli firmati con le parti sociali il 14 e il 20 marzo. Ma i racconti dei lavoratori come Ibrahim dipingono una situazione non così rassicurante. Torniamo a lui per capire meglio.
Il suo è un lavoro notturno. Comincia tra le 21 e le 22, finisce alle 7.30 o alle 8 del mattino dopo. Bisogna scaricare scatoloni e pacchi dai camion in arrivo; i pacchi vanno poi smistati in base alla destinazione e infine caricati su altri camion e furgoni che li consegneranno. “Ogni giorno prendiamo i mezzi pubblici per venire al lavoro: chi da Roma, chi da Rieti, da Morlupo, perfino da Latina”. In questi giorni il tragitto sembra ancora più lungo, dice, “perché abbiamo paura: stiamo mettendo a rischio noi e le nostre famiglie”. Il lavoro però è aumentato, spiega. “Ci dicono che i magazzini come il nostro restano aperti perché smistano beni essenziali. Ma la gran parte dei pacchi che vediamo transitare portano marche di abbigliamento, cosmetici, cose che in un momento di emergenza non sono affatto indispensabili”.

Fra i lavoratori cresce il malumore. E tanti hanno deciso di fermarsi
Trasporti e logistica sono attività essenziali anche in tempi di emergenza sanitaria. Il decreto del 22 marzo, che sospende tutte le attività industriali e commerciali non essenziali, include tra le molte eccezioni anche i trasporti e i servizi di logistica: ovvero gli autotrasportatori, i magazzini che riforniscono i supermercati e gli alimentari, e i corrieri, che garantiscono le consegne del commercio online. “Ma bisogna intendersi”, osserva Luca Stanzione, segretario della Federazione dei lavoratori dei trasporti, la Filt-Cgil della Lombardia: “I corrieri sono servizi essenziali se trasportano i beni di prima necessità elencati nell’allegato al decreto, non altro”. Il 25 marzo un accordo tra il governo e i sindacati Cgil, Cisl e Uil ha ristretto il primo elenco, per la verità molto ampio. Secondo la Gls, “il commercio al dettaglio di qualsiasi prodotto effettuato via internet” è espressamente previsto dal primo decreto governativo, quello dell’11 marzo, e l’autorizzazione non è stata revocata dal successivo decreto del 22 marzo. Un’interpretazione che cozza con quella di Cgil, Cisl e Uil. I sindacati hanno interpellato il Ministero dello sviluppo economico per chiarire.
Anche i servizi essenziali – corrieri inclusi – devono comunque rispettare le norme di sicurezza definite dai protocolli d’intesa con i sindacati e dai decreti del governo. Ma sono davvero rispettate? “Ci sono casi scandalosi, aziende che non hanno fornito neppure le mascherine ai propri addetti”, spiega Alberto Violante, del sindacato SiCobas a Roma. “Altre hanno distribuito un minimo di protezioni, che però risultano carenti, e comunque il punto critico sono le distanze. Poi ci sono anche aziende che hanno disinfettato i locali e cercano di organizzare i turni degli addetti in modo da alternare le presenze”.

Dal Lazio alla Lombardia
Sta di fatto che tra i lavoratori cresce il malumore. E tanti hanno deciso di fermarsi. Non si tratta di sciopero, dice Violante, ma di “sospensione per autotutela”. “Stiamo rischiando la nostra salute”, dice Berane, che lavora come facchino in un’azienda di consegne e spedizioni vicino a Roma e preferisce usare un nome di fantasia per evitare ritorsioni. “La scorsa settimana abbiamo deciso che finché non ci garantiscono la distanza, la disinfestazione, le mascherine, noi non possiamo lavorare”.
Parla al plurale perché è una decisione condivisa da quasi tutti i suoi compagni di lavoro, per lo più aderenti al SiCobas o alla Unione sindacale di base (Usb). “Solo una decina di persone continua ad andare a lavoro. Dicono che non hanno paura del virus. Di sicuro hanno più paura di restare senza stipendio o che non gli rinnovino il contratto”. Aggiunge però che il magazzino funziona lo stesso: “Ho trovato addetti che non conoscevo, devono averli reclutati per sostituire chi si astiene. Ho visto che lavoravano a stretto contatto, ma quando l’ho fatto notare i responsabili del personale mi hanno risposto che la cosa non mi riguarda. Due giorni dopo ho ricevuto una lettera di sospensione”.
Spostiamoci (virtualmente) in Lombardia, la regione all’epicentro dell’epidemia di Covid-19. “Se vai sulle piattaforme di commercio online trovi che molti offrono la consegna gratuita. Per loro è un momento di grande crescita, perché le persone stanno a casa e ordinano. Ma dietro ci siamo noi”, dice Simona Carta, che lavora nel magazzino della Dhl a Liscate, in provincia di Milano. È il magazzino che assicura le spedizioni di telefoni e modem per conto di Vodafone e Wind. Carta è nel reparto che ritira gli apparecchi rotti da rimandare al produttore e riconsegna quelli riparati.
Anche qui il lavoro si è fatto più intenso. “Dicono di restare a casa, ed è giusto. Una collega è stata insultata dai vicini perché la vedevano uscire: come spiegarglielo che andava al lavoro? In ogni caso, qui siamo tutte a rischio. Le protezioni sono una barzelletta: due settimane fa hanno messo il gel disinfettante all’ingresso, un paio di giorni dopo ci hanno dato delle mascherine di garza e un paio di guanti a testa, di quelli sottili che in una mattina erano già strappati”. Tenere le distanze è praticamente impossibile: “Hanno parlato di dividerci in turni, ma poi non è successo”. Finché “lunedì 16 marzo abbiamo timbrato il cartellino come sempre, siamo entrate nel magazzino e siamo uscite”, racconta Carta, che è iscritta al SiCobas, mentre nel magazzino è rappresentata anche la Cgil. “Abbiamo deciso di astenerci dal lavoro finché non avremo i dispositivi necessari”.
“Le mascherine? Le abbiamo ordinate e stanno arrivando”, risponde un responsabile della Ucsa, la ditta di servizi per la logistica che gestisce la manodopera per la Dhl di Liscate (appaltare la gestione della manodopera a ditte esterne è un sistema comune tra i corrieri). Dunque da tre settimane Carta e i suoi colleghi lavorano senza mascherine. E le altre precauzioni? “Le distanze ci sono. Poi i lavoratori si lamentano, perché viene paura ad andare a lavorare, e si capisce”.

Il caso Amazon
“L’attività è frenetica e nei magazzini è impossibile rispettare le distanze”, riassume il sindacalista Luca Stanzione. Dice che il caso più complicato è quello di Amazon, “con cui risulta molto difficile interloquire sul protocollo di sicurezza”. Tanto che il 25 marzo Cgil, Cisl e Uil della Lombardia hanno chiesto ai prefetti un intervento urgente.
Ma non si tratta solo della Lombardia: “Abbiamo constatato che in tutti i magazzini Amazon le misure di tutela sono aleatorie e le distanze sono difficili da rispettare”, dice Danilo Morini, della Filt-Cgil nazionale: “Il volume degli ordini online è aumentato da quando i cittadini sono chiusi in casa. Ma all’aumento dell’attività non ha corrisposto un aumento delle misure di tutela, dalle mascherine alla distanza sul luogo di lavoro”. Per questo in diversi magazzini Amazon – a Piacenza, in Piemonte, nel Lazio, in Toscana – ci sono proteste e scioperi. “L’azienda applica a modo suo le norme, senza il confronto previsto dal protocollo sulla sicurezza siglato con il governo il 14 marzo”, aggiunge Morini. “Ad Amazon sono concesse cose che ad altri non sarebbero possibili. Il rischio è che si anteponga il profitto alla sicurezza dei lavoratori”.
Un allarme è scattato nel magazzino di Passo Corese, nel Lazio, dove venerdì 27 marzo una lavoratrice è risultata positiva al Covid-19. “E non stupisce”, osserva Massimo Pedretti, della Filt-Cgil del Lazio: “In quel magazzino lavorano 1.200 dipendenti Amazon e alcune centinaia di interinali: più di duemila persone. Solo la settimana scorsa, dopo uno sciopero, l’azienda ha cominciato a organizzare le postazioni per rispettare le distanze di sicurezza”. Non si sa se la lavoratrice è stata infettata al lavoro o altrove, “ma è ugualmente allarmante”, dice Pedretti. Ora è in permesso retribuito e la asl ha rintracciato i colleghi che possono essere stati in contatto con lei. “Solo lunedì mattina (il 30 marzo, ndr) la direzione aziendale ha detto che le mascherine sono obbligatorie. Finora le avevano ignorate”, osserva Pedretti.
Il gigante del commercio online respinge le accuse: “Dall’inizio dell’emergenza abbiamo aumentato le operazioni di pulizia in tutti i siti, introdotto la distanza di sicurezza minima e richiesto ai corrieri di restare a distanza di almeno un metro dai clienti quando effettuano le consegne”, dice Elena Cottin, addetta alle relazioni pubbliche di Amazon, prima di aggiungere che l’azienda discute le misure di sicurezza con le rappresentanze aziendali nei singoli siti, “come richiesto dal protocollo del 14 marzo”. E dice che “dal 22 marzo sul nostro sito abbiamo smesso temporaneamente di accettare ordini relativi a molti prodotti che non riteniamo prioritari per i nostri clienti”.
Ma quali sono allora quelli che l’azienda ritiene “prioritari”? I decreti del governo parlano di filiere essenziali e di “beni di prima necessità”, come alimentari e farmaci. Non è quello che intende Amazon: “Abbiamo sospeso diverse offerte, ma rispondiamo a ciò che i nostri clienti ci chiedono”, spiega Cottini. “Se leggiamo l’elenco allegato al decreto si può vendere quasi tutto”. Anche abbigliamento? “No, quello no. Però ci sono i venditori indipendenti che usano la nostra piattaforma e consegnano autonomamente”. Sta di fatto che nei magazzini dei corrieri in questi giorni transitano merci d’ogni genere. Basta fare la prova: dai prodotti per giardinaggio ai reggiseni, si può ordinare di tutto.
“Quello che proponiamo alle aziende è di ridurre il volume del lavoro limitandosi alle merci davvero essenziali”, spiega Alessandro Zadra, del SiCobas di Milano. “Abbiamo a che fare con magazzini dove lavorano due o trecento persone: bisogna trovare meccanismi di cassa integrazione a rotazione, in modo da far entrare i lavoratori in gruppi più piccoli e tenere le distanze”. Il fatto è che ci sono grandi stock di arretrati, continua Zadra, “migliaia di colli che le aziende vogliono distribuire a tutti i costi. I beni essenziali sono una piccolissima parte. Ma per le aziende della logistica questa è un’occasione d’oro per fare profitti, e non vogliono mollare”. Luca Stanzione insiste: “I facchini e gli addetti alle consegne sono invisibili, ma stanno lavorando e rischiando per gli altri”.

(*) ripreso da «Internazionale» on line
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lunedì 5 marzo 2018

Il lavoro è il grande assente dalla campagna elettorale - Marina Forti (*)

Viaggio in Lombardia: emergenze vere e inventate, Amazon, uberizzazione e disuguglianze nella regione più ricca d’Italia


Se si esce da Milano verso nord la città sembra non finire mai. Superando Sesto San Giovanni e quel che resta delle acciaierie Falck, si può guidare per ore in un paesaggio fatto di uffici luccicanti e capannoni industriali, quartieri residenziali, rotonde, svincoli, centri commerciali.
Questo paesaggio è il cuore dell’area metropolitana più grande d’Italia, una zona che dalla periferia milanese si estende a nordest fino alle porte di Bergamo, o ancora verso Saronno, Busto Arsizio, fino a Gallarate e all’aeroporto di Malpensa a nordovest. Attraversa quattro province – Milano, Monza-Brianza, Lecco, Varese – ma qui nessuno dubita che si tratti di un’area metropolitana integrata.
Uno studio dell’università di Milano-Bicocca fotografa la sua complessità: 858 comuni, sette milioni e mezzo di abitanti, ottomila chilometri quadrati di superficie. Da qui ogni giorno più di 700mila persone prendono un treno suburbano o regionale per andare a lavoro.
È anche la zona più ricca e produttiva d’Italia, all’interno di una regione che da sola produce circa il 22 per cento del prodotto interno lordo nazionale, dove da alcuni anni l’economia è in crescita e la disoccupazione supera appena il 7 per cento, contro una media nazionale del 12 per cento – anche se resta comunque il doppio rispetto a dieci anni fa, quando è cominciata la crisi.
Per molti aspetti, è un laboratorio dove si sperimentano modelli economici, politici e sociali che il resto del paese farebbe bene a osservare con attenzione perché sono in grado di influenzare anche le competizioni elettorali. È qui che si sta diffondendo sempre di più il lavoro precario e “uberizzato” (ci ritorniamo), è qui che si osserva la difficoltà della politica di governare dinamiche sempre più globali ed è qui che sono nati sia il leghismo sia il berlusconismo, che ora, dopo molte metamorfosi, sono tornati a essere protagonisti.
Più lavoro, più disuguaglianza
Capannoni e piccole fabbriche dominano il panorama. Solo tra Milano, Lodi e Monza-Brianza ci sono circa 360mila imprese attive (anche se circa metà sono imprese individuali, resta un bel numero). Stando a Confindustria i 
fatturati sono in crescita, i punti di forza sono l’industria meccanica di precisione e l’artigianato del mobile, le piccole imprese di alta tecnologia, meccanica o macchinari industriali, gli elettrodomestici nel varesotto e naturalmente i servizi, dal “terziario innovativo” alla logistica.
“Sono numeri da distretto industriale di alto livello” osserva Carlo Abbà, ingegnere elettronico e manager, ex assessore alle attività produttive nella giunta di centrosinistra che ha guidato Monza fino al 2017 e candidato alle elezioni regionali nella lista Gori presidente. “In questi numeri si nascondono grandi disuguaglianze” continua. “Vanno molto bene le aziende che si sono inserite in una filiera internazionale e lavorano per l’export, o quelle che chiamo ‘multinazionali tascabili’: piccole, attive in un settore specifico ma con operazioni su scala globale. Per queste imprese la ripresa c’è stata, casomai ora hanno il problema di non trovare addetti con le qualifiche giuste”.
Al contrario, “la crisi ha falcidiato le piccole e piccolissime imprese che lavorano per il mercato italiano, magari nella filiera di aziende più grandi che sono in difficoltà o hanno chiuso. O che non sono al passo con le innovazioni. Oppure che hanno produzioni di qualità ma sono troppo piccole per resistere in un mercato globale, e non hanno saputo o potuto mettersi insieme ad altre. Sono le imprese che con l’economia globalizzata hanno perso, e hanno il dente avvelenato”.
È a loro che si rivolge la Lega di Matteo Salvini quando accusa l’Europa di “difendere i banchieri” e di “massacrare gli artigiani” e i piccoli imprenditori.
La difficoltà di competere in un mercato sempre più globale riguarda anche i lavoratori . “C’è una frattura: chi ha le competenze giuste non ha difficoltà, gli altri restano indietro” spiega Abbà. “Certe mansioni sono scomparse. Il magazziniere, il commesso, sono stati sostituiti da una macchina. Chi non ha saputo riconvertirsi è rimasto a terra. Si capisce come questo crei malcontento, paure, ostilità”.
Più lavoro, più precarietà
“La Lombardia resta una regione industriale, ma la situazione è molto cambiata” dice Claudio Mezzanzanica, imprenditore e candidato per Liberi e uguali al Senato nel collegio Varese-Gallarate. Lo incontro in un autogrill vicino a Saronno, 28 chilometri da Milano, allo snodo tra l’autostrada e la provinciale: all’ora di pranzo sembra una mensa aziendale dove si riversano gli addetti delle vicine zone industriali.
Per tagliare i costi, spiega Mezzanzanica, le imprese hanno ormai scorporato la produzione vera e propria dalla gestione commerciale, la contabilità, il marketing, spesso perfino il design e la ricerca. “Tutte queste funzioni sono per lo più esternalizzate, cioè appaltate ad aziende con centinaia di addetti, contabili, ricercatori, che si trovano a Milano. Qui nell’hinterland restano la residua industria manifatturiera e le attività di retroguardia, i magazzini, la logistica, il lavoro più dequalificato”.
Anche il lavoro ha subìto una metamorfosi diventando sempre più precarizzato. “Questo riguarda sia i neolaureati che lavorano per le aziende milanesi con contratti a termine o di consulenza, sia gli addetti alla logistica” continua Mezzanzanica. “Con la differenza che i primi si sentono moderni e in ascesa, mentre gli altri si riconoscono penalizzati”.
“Il tessuto produttivo delle piccole imprese è ormai esploso” dice Lelio Demichelis, docente di sociologia economica all’università dell’Insubria a Varese. E questo scomporre la produzione in segmenti appaltati all’esterno “è possibile grazie a internet. Una volta era necessario avere tutto nella grande fabbrica per gestire in modo integrato la produzione; oggi il web permette di gestire diversi pezzi di attività”.
Nell’era della produzione frammentata anche il lavoro diventa sempre più flessibile. È una progressiva “uberizzazione” del mondo del lavoro, spiega Demichelis: il lavoratore è chiamato solo quando serve. “Ti fanno credere di essere un lavoratore indipendente. In realtà dipendi da un committente che stabilisce turni, orari, ritmi di lavoro, tutto attraverso un algoritmo”.
Lavorare per Amazon
Per capire cosa significhi lavorare in questo modo mi sposto a Origgio, piccolo comune a due chilometri da Saronno. Nel minuscolo centro, di fronte all’unico bar, c’è la bella villa Borletti del diciottesimo secolo, che il comune ha assegnato a un’associazione culturale. Nell’area industriale invece spicca il capannone biancastro di Amazon Logistics.
Riesco a parlare con due corrieri che lavorano per ditte che consegnano i pacchi dell’azienda statunitense (driver, nel gergo aziendale). Parliamo lontani dal magazzino perché, dopo le agitazioni sindacali della scorsa estate, la pressione di Amazon sui lavoratori è forte.
Entrambi preferiscono rimanere anonimi. “Siamo governati da un algoritmo” dice il primo. “La mattina alle 6 vado a prendere il furgone della mia azienda e poi raggiungo il magazzino di Amazon. Lì mi assegnano il giro delle consegne da fare, lo chiamanoroute” spiega. Solo a questo punto (sono quasi le 9) cominciano a contare le sue ore di lavoro. “Il giro prevede dalle cento alle 130 consegne, a volte anche di più. Secondo l’algoritmo che lo ha impostato dovrei impiegare tre minuti a consegna, per un totale di otto o nove ore, ma l’algoritmo è sbagliato”.

Non tiene conto di alcuni dettagli: “Non calcola che forse il destinatario non c’è e io dovrò ripassare. Che un camion della nettezza urbana si può mettere di traverso e farmi perdere tempo, che tre minuti spesso non bastano per parcheggiare, suonare un citofono, consegnare e ripartire. E così le nove ore diventano molte di più. La verità è che cominci la mattina e non sai quando torni a casa”. Per stare negli orari – dice – uno finisce per calcare sull’acceleratore o saltare il pasto: “Ma io non sono un robot”.
Il suo collega spiega che lavora a tutti gli effetti per Amazon, ma è stipendiato da un’altra azienda, secondo un sistema di appalti e commesse tipico del settore della logistica: È Amazon che organizza il mio lavoro fin nei minimi particolari. Ogni mattina mi danno un apparecchio geolocalizzato collegato a un computer su cui è preimpostato il mio giro e che segnala all’azienda dove sono, se mi sono fermato, a che punto sono le consegne. Se vedono che sono indietro mi chiamano: ‘Che succede? Accelera’. Misurano il rendimento e il tasso di consegne mancate. Finisce che è colpa mia se non trovo il destinatario.
Parla di “ansia da prestazione”. Per Amazon “noi siamo un numero” insiste. “Ma l’algoritmo funziona per i robot, non per gli esseri umani”.
La primavera scorsa hanno fatto notizia le prime agitazioni nei magazzini di Amazon Logistics. Alla fine i lavoratori sono riusciti a strappare un accordo: nelle quattro aziende che consegnano i pacchi per conto di Amazon si applicherà il contratto nazionale del settore dei trasporti, e un certo numero di precari e partite iva sarà regolarizzato.
Ma l’accordo riguarda solo i lavoratori a tempo indeterminato, e non quelli chiamati durante i picchi stagionali, a Natale e a luglio. “Ci sono giornate in cui Amazon chiede cinquanta furgoni, e altre in cui ne chiede duecento” spiega un corriere. “La mia azienda ha circa 250 dipendenti a tempo pieno, altri sono part-time, mentre nei momenti di forte richiesta prende degli interinali”, cioè persone chiamate a giornata.
Per questo anche tra i corrieri ci sono grandi disparità. Tutti sono sottoposti a ritmi massacranti, ma chi ha un contratto a tempo indeterminato ha un salario fisso e da quando si applica il contratto di categoria può guadagnare 1.300-1.400 euro al mese. Gli altri sono pagati circa otto euro all’ora e di rado superano i 900 euro al mese. “Eppure è assurdo” dice uno dei due corrieri incontrati a Origgio, “il lavoro c’è e continua ad aumentare, Amazon è una delle aziende più ricche al mondo, ma ci vogliono sempre più precari”.
Nuovi strumenti di tutela
Lo scorso dicembre la federazione dei lavoratori dei trasporti (Filt-Cgil) ha firmato 
un nuovo contratto nazionale per i lavoratori della logistica, trasporto merci e spedizioni, e per la prima volta nella categoria sono comparsi gli addetti alle consegne rapide in bicicletta, chiamati rider.
Luca Stanzione, segretario della Filt-Cgil alla Camera del lavoro di Milano, racconta che le assemblee con i lavoratori sono state complicate: “Ci sono volute decine di incontri, prima o dopo il turno di lavoro, ma alla fine abbiamo raggiunto diecimila persone”. Il contratto nazionale vincola solo le imprese che l’hanno firmato, certo, ma segna un riconoscimento: “Ormai nessuno potrà dire che questi sono solo lavoretti e che non esiste un contratto”.
 Bisogna inventare nuovi strumenti di tutela, insiste il segretario della Camera del lavoro di Milano, Massimo Bonini. “È vero che nell’area metropolitana della Lombardia la disoccupazione è più bassa che nel resto del Paese. Ma i neoassunti guadagnano meno e hanno contratti più precari e discontinui, e tra un contratto e l’altro non c’è chi garantisce le coperture sociali” osserva Bonini, aggiungendo che la disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento, mentre nella fascia tra i 15 e i 35 anni è salita dal 6 al 13,3 per cento.
“Sono le questioni che preoccupano tutti: il lavoro, le imprese che scompaiono, come ricollocare i lavoratori sostituiti dalle macchine, come dare nuove protezioni nell’era del lavoro on demand” dice Bonini. “Ma il lavoro è il grande assente nella campagna elettorale, di questo la politica non parla, tutto è puntato sull’ossessione per i migranti”.
Emergenze inventate
Migranti e sicurezza sono le parole chiave di questa campagna elettorale. Certo, la Lega di Matteo Salvini dice di voler tagliare le tasse alle imprese e il candidato governatore della Lombardia, l’ex sindaco di Varese Attilio Fontana, promette incentivi per riportare a casa le aziende che delocalizzano in Svizzera (ammiccando alle 65mila persone che ogni giorno da qui vanno a lavorare in Canton Ticino). Ma il baricentro dei discorsi politici ruota perlopiù sugli immigrati.
A pochi chilometri da Saronno c’è Busto Arsizio, provincia di Varese: è qui che a gennaio un gruppo di “giovani padani” ha dato fuoco a un pupazzo con la faccia della presidente della camera Laura Boldrini. Sulle frequenze di Radio Padania non c’è minuto in cui non si parli di “invasione”. Le sole notizie sono fatti di cronaca nera in cui i criminali sono invariabilmente stranieri.
I leader della Lega parlano di “emergenza clandestini”, promettono espulsioni. Fontana, paventa una “sostituzione etnica” e promette di difendere la “razza bianca”. Invasione, sicurezza, criminali sono le parole ricorrenti anche sui social network.
La criminalità è in calo e l’economia in ripresa, ma l’ossessione comune è la sicurezza
“Qui tutti si conoscono” mi dice una giovane bibliotecaria in un piccolo centro del gallaratese, spiegandomi che la comunicazione politica passa attraverso alcune pagine Facebook, piene di invettive: “È sempre noi contro loro, noi la destra e loro la sinistra che hanno permesso l’invasione dei migranti”.
Ed è paradossale, visto che la città metropolitana di Milano è quella dove la popolazione immigrata non europea è più stabile, dove oltre metà dei 470mila permessi di soggiorno sono di lungo periodo e dove il tasso di attività è il più alto (dopo Roma). Nelle fabbriche o negli uffici, la presenza di persone di vari paesi è un dato di fatto. “Non c’è conflitto” osserva Luca Stanzione. Né tra operai, né quando un piccolo imprenditore deve scegliere se assumere un immigrato. “Tuttavia, tornati a casa, gli italiani si scagliano contro gli stranieri”.
“È facile fare leva sulle paure. I dati di fatto dicono che la criminalità è in calo e l’economia dà segni di ripresa, ma l’ossessione comune è la sicurezza. Così la presenza di migranti e profughi diventa la questione dominante, ed è questione di facilissima presa” dice Carlo Abbà.
Le conseguenze di un’ossessione
Per comprendere le conseguenze di questa ossessione, bisogna tornare indietro e raggiungere il quartiere San Rocco, nella periferia di Monza.
Sessant’anni fa qui arrivavano gli immigrati dalla Basilicata, dalla Campania, dalla Sicilia, per riempire vecchie case di ringhiera e andare a lavorare alla Falck, alla Breda, o nelle piccole fabbriche sparse tra Milano e la Brianza. Oggi le case di ringhiera sono scomparse e gli immigrati arrivano dai Paesi a sud del Mediterraneo. Lo testimonia la macelleria halal che espone le stoviglie di coccio decorato per la tajine, lo stufato di carne e verdure come si usa in Marocco. È uno dei pochi negozi a San Rocco, dove sopravvivono un bar e una ferramenta e poco altro tra la chiesa e la banca. I passanti sono rari.
Entro nella biblioteca comunale, proprio sotto la scuola elementare. Trovo una grande sala di lettura con i tavoli rotondi davanti alle vetrate, la saletta per i bambini con poster colorati alle pareti. La zona centrale, delimitata da scaffali di libri per ragazzi, il lunedì mattina è occupata dal “laboratorio manuale”: un gruppo di donne sta ritagliando fogli colorati per decorare piatti e piastrelle. Chiacchierano un po’ in arabo un po’ in italiano, hanno portato un dolce e il tè. Quasi tutte portano il foulard.
 Non è l’unico momento di socialità ospitato dalla biblioteca: dalla bacheca apprendo che c’è un gruppo di nonne che fanno la maglia, un cineforum, un gruppo di lettura. Prima di Natale è stato rappresentato un racconto di Giufà, personaggio della tradizione giudaico-spagnola che ha varianti conosciute in Sicilia, nel Maghreb e in Turchia: ma a San Rocco non ci sono abitanti turchi quindi l’hanno recitato in siciliano, italiano e arabo marocchino.
Eppure è proprio qui che l’anno scorso è quasi scoppiata una rivolta contro un gruppo di profughi. È successo quando la prefettura di Monza ha deciso di sistemare i nuovi arrivati in un condominio ai margini del quartiere, in via Asiago, tra la ferrovia e il viale di grande scorrimento Milano-Monza. Una trentina di residenti italiani ha visto arrivare centoventi persone dalla Nigeria, dal Ghana, dall’Eritrea e dall’Etiopia. Famiglie con bambini e molti giovani in attesa di risposta alla loro richiesta di protezione umanitaria internazionale, senza nessuno di quei servizi di integrazione che pure erano previsti.
“Gli italiani si sono lamentati” racconta Cherubina Bertola, ex vicesindaca e assessora ai servizi sociali, oggi candidata per il Pd al Senato nel collegio di Monza. “I nuovi arrivati passavano le giornate in cortile e gli abitanti dicevano che non osavano più mandare i bambini fuori a giocare. Dicevano che quelli non sapevano fare la differenziata, che di notte parlavano al telefono”. La rabbia è montata.
“Creare quel ghetto è stata una scelta scellerata” dice Bertola. “Poi la rabbia degli abitanti è stata alimentata, ingigantita e strumentalizzata da certe forze politiche”. Con una giunta di centrosinistra, sul caso dei migranti si è buttata l’opposizione di destra. Le tv locali hanno descritto San Rocco come un inferno, una zona di degrado. C’è chi ha manifestato davanti alla prefettura; alcuni militanti di CasaPound hanno interrotto una seduta del Consiglio comunale.
Il caso della palazzina “invasa” dagli africani è stato al centro della campagna elettorale della Lega nord (come si chiamava all’epoca) in vista delle municipali del 2017, ed è rimasta un tormentone anche quando, dopo un intervento diretto del ministro dell’interno Marco Minniti, il numero dei richiedenti asilo in via Asiago è stato ridotto a quarantacinque. Infine, nel giugno 2017 Monza ha eletto, con il decisivo voto della circoscrizione di San Rocco, un sindaco che prometteva di “cacciare via” i migranti. Solo allora su via Asiago è tornato il silenzio (anche se nessuno è stato cacciato via).
Nella biblioteca comunale il conflitto non ha lasciato tracce visibili. “In fondo, cinquant’anni fa era lo stesso” commenta una signora dai capelli grigi. “Abbiamo già vissuto lo stupore per quelli che ci sembravano diversi”. Parla di quando gli immigrati arrivavano dal sud dell’Italia: “Anche allora si creavano i ghetti e sembrava che la convivenza fosse difficile. Oggi a scuola ci sono i figli di marocchini o di egiziani. Tra una generazione anche loro saranno diventati un dato di fatto”. Vista dalle biblioteca comunale, la convivenza è molto più tranquilla di come la racconta Radio Padania.
(*) ripreso da «Internazionale»