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sabato 13 luglio 2024

Keir Starmer è stato uno degli aguzzini di Julian Assange, da non dimenticare mai.

 

Una vittoria disillusa per un Labour inoffensivo - Daniel Finn

Starmer prende soltanto il 33,7% dei voti. Bene gli indipendenti di sinistra e i Verdi, che hanno contestato le scelte su Gaza. Corbyn batte il suo ex partito. Ma nel paese cresce il razzismo di Nigel Farage

Quando sono arrivati i risultati delle elezioni generali britanniche, il politico laburista scozzese Jim Murphy ha fatto un’osservazione eloquente. Murphy, che nel 2015 aveva portato il Partito laburista a una pesante sconfitta in Scozia, questa volta si è rallegrato nel vedere il Partito nazionale scozzese (Snp) andare male: «Non hanno perso voti solo rispetto ai laburisti, anche rispetto ai non votanti. E in politica è molto più difficile rianimare le persone che se ne sono andate e hanno deciso di non votare».

Murphy non riusciva a nascondere la propria eccitazione al pensiero di un tale disimpegno dalla politica elettorale. Il suo partito è stato portato all’apice del potere da un’ondata di apatia. Con il 60%, l’affluenza alle urne è diminuita di oltre il 7% rispetto alle ultime elezioni del 2019. Si tratta di uno dei dati più bassi da quando la Gran Bretagna ha adottato il suffragio universale.

Il numero assoluto di voti espressi per il Labour è stato inferiore a quello del 2019. Se si tiene conto del calo dell’affluenza, Keir Starmer ha aggiunto meno del 2% ai voti ottenuti cinque anni fa. Il risultato finale del Labour, 33,7%, è stato ben al di sotto della quota media di voti del Labour sotto la leadership di Jeremy Corbyn, per non parlare del 40% ottenuto nel 2017. Eppure Starmer ha conquistato una maggioranza schiacciante di seggi alla Camera dei Comuni, grazie al crollo dei conservatori e al sistema elettorale britannico «winner-takes-all».

Come ha dichiarato l’esperto di sondaggi John Curtice: «Sembra più un’elezione persa dai conservatori che vinta dai laburisti». La quota di voti dei Tories è scesa del 20%. Nel 2019, il partito della Brexit di Nigel Farage aveva eliminato centinaia di candidati spianando la strada per la vittoria a Boris Johnson. Questa volta, il veicolo di Farage – ribattezzato Reform UK – si è prefisso di danneggiare i Tory e ha ottenuto il 14% dei voti, creando un cuneo nella loro base elettorale.

Fin dal primo giorno, questo era il risultato che Starmer e il suo team speravano di ottenere. Non avrebbero mai voluto andare al governo in mezzo a un’ondata di entusiasmo con un ambizioso programma di riforme per affrontare la sfaccettata crisi sociale della Gran Bretagna. Il loro obiettivo era quello di rendere il Labour completamente inoffensivo per tutti coloro che beneficiano di un modello economico disfunzionale.

Una grande maggioranza di seggi dopo una campagna elettorale sottotono e con un tasso di astensione del 40% è, dal loro punto di vista, una situazione abbastanza ideale. Ma non sarà certamente il trampolino di lancio per un governo riformatore. Sebbene i conservatori si meritino ampiamente il loro momento di umiliazione dopo aver preso a colpi di motosega i servizi pubblici britannici negli ultimi quattordici anni, la nuova amministrazione ha tutta l’intenzione di mantenere al potere la loro eredità distruttiva.

Risultati promettenti

Per coloro che vogliono qualcosa di più di un cambio di personale ai vertici, ci sono stati diversi risultati promettenti. Dopo essere stato cacciato da Starmer dal Partito laburista, Jeremy Corbyn ha mantenuto il suo seggio nel nord di Londra come indipendente. Un sondaggio condotto poco prima delle elezioni suggeriva che Corbyn fosse destinato alla sconfitta per mano del candidato laburista, un imprenditore del settore sanitario privato di nome Praful Nargund. Alla fine, però, ha battuto Nargund con una mobilitazione di sostenitori che ha ricordato l’uso della propaganda di massa da parte dei laburisti nel 2017.

Corbyn sarà affiancato alla Camera dei Comuni da altri quattro indipendenti che hanno preso i seggi dai laburisti dopo aver condotto campagne contro il sostegno di Starmer ai crimini di guerra israeliani a Gaza. Molti altri indipendenti filo-palestinesi hanno sfiorato la vittoria, tra cui Leane Mohamad, a cui sono mancati appena cinquecento voti per scalzare il segretario ombra alla Sanità del Labour, Wes Streeting. Sarebbe stato un grande risultato per Mohamad mettere fuori gioco Streeting, una figura autoreferenziale e ambigua che ha manifestato il desiderio di accelerare la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma in ogni caso dovrebbe essere orgogliosa della propria performance.

Lo stesso Starmer ha dovuto affrontare una sfida nel suo collegio elettorale di Londra da parte dell’attivista contro la guerra Andrew Feinstein. Feinstein, sbucato dal nulla, ha ottenuto un buon 19% dei voti, mentre Starmer è calato drasticamente, pur senza rischiare il seggio. Il Partito Verde, che si è opposto con forza all’attacco a Gaza, ha ottenuto quasi il 7% dei voti complessivi e ha conquistato quattro seggi, la migliore performance della sua storia.

Il voto per i candidati anti-guerra e verdi suggerisce il potenziale di un movimento di sinistra che combina un programma di riforme interne, sia sociali che ecologiche, con una politica estera basata sulla pace, sui diritti umani e sulla giustizia climatica. Sapevamo già dal periodo in cui Corbyn è stato leader laburista che c’era un ampio sostegno a queste idee nella società britannica. Ora sappiamo che è possibile ottenere un sostegno politico al di fuori del Partito laburista, nonostante il sistema elettorale britannico con le sue barriere all’ingresso per i gruppi più piccoli.

Un’ascesa resistibile

D’altra parte, il Labour ha ripreso la maggior parte dei suoi seggi scozzesi dall’Snp, che era stato lo sfidante più efficace nell’ultimo decennio. L’Snp ha conquistato quei seggi per la prima volta nel 2015 con una piattaforma che evidenziava la sua opposizione all’austerità e alle armi nucleari. Tuttavia, dopo essersi posizionata con tanto successo a sinistra dei laburisti, la leader dell’Snp Nicola Sturgeon ha iniziato a spostarsi verso il centro sia in termini di politica che di stile politico, soprattutto dopo il referendum sulla Brexit del 2016.

Possiamo far risalire le origini dell’attuale crisi dell’Snp al periodo in cui la Sturgeon era leader, anche se alla fine i nodi sono venuti al pettine dopo che Humza Yousaf prima e John Swinney poi hanno assunto la guida del partito. I laburisti la prenderanno senza dubbio come una prova che la causa più ampia dell’indipendenza scozzese si è esaurita e che le cose possono tornare come erano prima del referendum del 2014. In linea di principio, questo atteggiamento compiacente dovrebbe offrire all’Snp l’opportunità di riconquistare il sostegno dei laburisti in vista delle prossime elezioni del Parlamento scozzese nel 2026, anche se la capacità del partito di rinnovarsi dopo un lungo periodo di istituzionalizzazione è molto in dubbio.

La quota di voti per il Reform UK di Nigel Farage non è stata molto più alta del risultato ottenuto dal Partito per l’Indipendenza del Regno Unito nel 2015, ma questa volta il partito ha conquistato quattro seggi, tra cui uno per Farage, e ha ottenuto una serie di secondi posti. La performance di Reform dovrebbe smentire l’idea che si possa insidiare il sostegno ai partiti anti-immigrati abbracciando le loro idee.

I due partiti principali hanno adottato la posizione di Farage del 2015 sull’immigrazione e hanno gestito la campagna elettorale promettendo di aumentare le deportazioni. Il loro unico risultato è stato quello di legittimare la retorica di Farage e dei suoi alleati. Ora che hanno una piattaforma a Westminster, i parlamentari di Reform faranno tutto il possibile per indicare immigrati e rifugiati come capro espiatorio per i problemi sociali che il governo Starmer lascerà incancrenire.

Ciò non significa che ci riusciranno. Starmer diventa primo ministro con una grande maggioranza di seggi, ma si trova di fronte a una sfida a sinistra che non esisteva quando Tony Blair salì al potere nel 1997. Ci vollero diversi anni e tre elezioni perché il malcontento nei confronti del New Labour raggiungesse un livello simile. Non c’è motivo per cui la destra estrema debba avere il monopolio dell’opposizione allo starmerismo, se le forze della sinistra britannica sapranno trarre le giuste lezioni dall’esperienza dell’ultimo decennio.

*Daniel Finn è redattore di Jacobin. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the Ira (Verso, 2019). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

 

UK: IL “LABURISTA” È STATO SCELTO DA BLACROCK - G.Zibordi 

E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017 culminato alla fine oggi con il Labour pro finanza e sionista che stravince, ma con pochi voti. Prima hanno purgato il partito laburista di Jeremy Corbin, che hanno cacciato e hanno rifatto il partito laburista per Blackrock, la finanza della City e la lobby sionista. Poi hanno inserito Sunak nei Conservatori per demolire il partito, dividere l’elettorato in 6 gruppi e così far vincere il nuovo “Labour” della finanza e sionista. In questo modo hanno installato ora il partito immigrazionista più spinto, più trans-gay ecc.. e però anche fedele al 100% alla finanza e Blackrock.

Qui sembra che nessuno sappia niente di cosa è successo in UK negli ultimi anni

In #Uk, il #Labour di Keir #Starmer, appoggiato pubblicamente da #Blackrock dall’inizio https://independent.co.uk/news/uk/politics/labour-starmer-blackrock-support-fink-b2432113.html , con il 34% dei voti ha avuto 410 seggi su 650. Ma ha preso molti meno voti del Labour “autentico” di Jeremy Corbin nel 2017. Jeremy #Corbin fu cacciato dal partito, dicendo che con lui “non si vinceva” e orchestrando accuse di “antizemitizmo” https://firstpost.com/world/2024-uk-general-elections-jeremy-corbyn-antisemitism-hamas-labour-party-independent-candidate-13789549.html(perché criticava Israele sui palestinesi) con le quali accuse centinaia di militanti importanti sono stati purgati dal partito.

Corbin era temuto da Blackrock e dalla City della finanza di Londra, era un socialista, antisionista e prendeva più voti di Starmer. Dopo aver installato Starmer (accusandolo Corbin di anti-semitismo e cacciandolo dal partito), allora quello che allora hanno fatto è stato bruciare nel partito conservatore Liz #Truss, la nuova leader Conservatore dopo Boris Johnson, che cercava di spendere ed era relativamente popolare.

La Bank of England nel settembre 2022 allora quello che aveva fatto la BCE con Berlusconi nel 2011: appena la Truss ha presentato la manovra di bilancio ha creato un crac dei titoli di stato inglesi facendo dimettere Liz Truss Al suo psto hanno messo un indiano, sposato ad una miliardaria indiana, trader di hedge fund assolutamente impopolare nella base dei conservatori come Sunak. ù

In questo modo #Sunak, che oltre odioso è anche incapace, in due anni ha distrutto i conservatori anche perchè è un incapace, un giovane maraja indiano nato nella ricchezza Questo ha consentito a Keir #Starmer e il suo Labour versione sionista e pro-finanza di prendere ora 410 seggi su 650 con solo il 34% dei voti, una percentuale con cui si perdeva l’elezione una volta

Perchè il sistema inglese è assurdo, se ci sono 5 partiti e uno prendendo solo il 34% risulta però primo in 3/4 delle circoscrizioni prende i 3/4 dei seggi. L’importate è frazionare gli altri voti tra: partito autonomistra scozzese, liberal-democratici, Reform di Farrage, Conservatori e candidati laburisti indipendenti.

In mezzo a questi 6 partiti, il Labour “finto” di Starmer risulta primo in 3/4 dei distretti e prende 410 seggi su 650 E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017, prima per purgare il partito laburista e rifarlo per Blackrock e la loggy sionista, poi demolire i Conservatori, dividere l’elettorato in 6 gruppi e installare ora il partito immigrazionista più spinto e però anche della finanza Il Labour di Starmer, purgato degli elementi autentici come Corbin, è un partito terribile perchè è “woke” al massimo, pro-trans/gay-lesbian ecc. e immigrazionista al massimo, più dei conservatori, che pure sono stati un disastro per l’immigrazione. In più è sionista e pro-finanza come loro E’ stato un colpo di stato, graduale, orchestrato dal 2017 dopo che i laburisti rischiavano di essere guidati da uno che se non altro era sincero e popolare come Corbin.

da qui

lunedì 6 novembre 2023

Il Labour Party di Starmer

Nelle prossime elezioni britanniche i sondaggi danno di gran lunga vincenti i laburisti.

Dopo Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak anche la Sfinge di Taharqa (che si trova nel British Museum di Londra, rubata, gli inglesi sono bravi a rubare) vincerebbe le prossime elezioni inglesi senza nessun problema.

Quello che non si capisce (vedi qui) è la gioia del ritorno della sinistra al governo.

SINISTRA?

Il punto è che i laburisti inglesi dono la seconda ala destra del sistema politico inglese, come se qualcuno dicesse, da noi, che Calenda e Renzi sono di sinistra.

Da qualche anno il Labour party inglese è guidata da Sir Keir Starmer.

Forse non tutti sanno che l’accusa (Crown Prosecution Service) contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così “bravo” che nel 2020 riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn, per antisemitismo, un’accusa passepartout, anche Ken Loach è stato cacciato dal Labour. Altra missione compiuta, dopo Assange, via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

Tutti abbiamo i governanti che ci meritiamo, nel Natostan (un tempo si chiamava anche Europa) governano, senza opposizione, i servi (neanche troppo intelligenti, non è necessario esserlo) di Washington, servi a loro volta di poteri più alti.

 

 

scrive Ken Loach nella prefazione a ‘Il potere segreto’, di Stefania Maurizi

…In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.

da qui

 

 

qui (in inglese) un articolo che riporta l’opinione di Ken Loach su Starmer.

 

 

CORBYN ACCUSATO di ANTISEMITISMO

A lanciare la durissima accusa nei confronti del capo del Labour Party Jeremy Corbin è stato il rabbino-capo britannico Ephraim Mirvis, massima autorità ebraica nazionale, che ha definito Corbyn “incapace di governare” aggiungendo che “il modo col quale i vertici del partito hanno trattato il razzismo anti-ebraico non è conciliabile con i valori britannici dei quali siamo così orgogliosi…” invitando a votare “secondo la propria coscienza”.  E’ l’ennesimo attacco, certo il più grave, anche perché arriva a poche settimane dal voto. Il leader laburista ha reagito immediatamente dichiarando che nel Labour Party “non c’è posto per l’antisemitismo e non verrà tollerato”. Anche l’arcivescovo di Canterbury, leader spirituale della chiesa anglicana, sembra appoggiare le critiche del rabbino-capo. E’ almeno dal 2015 che il Labour Party viene accusato di antisemitismo: diversi membri di primo piano hanno accusato Corbyn di aver fatto nascere sentimenti anti-ebraici tra le sue fila in particolare per quanto riguarda la questione israelo-palestinese con attacchi portati allo Stato ebraico. In realtà i socialisti in tutta l’Europa hanno sempre manifestato contro lo Stato israeliano per non rispettare i diritti della minoranza palestinese. Anche l’ONU – se non fosse intervenuto più di una volta l’alleato USA – ha avuto parole dure di condanna contro lo Stato ebraico per la repressione del popolo palestinese. E’ stato lo stesso Papa Bergoglio a consigliare i responsabili israeliani di favorire una riconciliazione tra ebrei e palestinesi. “Due popoli e un solo Stato” è stato per anni il punto di vista di tutta la sinistra in Europa, in particolare nei partiti socialisti e social-democratici. Nel momento in cui veniva condannata la politica di repressione dell’attuale Stato ebraico, non può dirsi che essi potessero essere ritenuti antisemiti. Una cosa è la politica del moderno Stato israeliano, accusato giustamente per la persecuzione della minoranza palestinese ed un’altra cosa è il sentimento antisemita. Si può essere convinti assertori del principio di uguaglianza tra tutti i popoli della terra e condannare lo Stato di Israele senza timore di essere accusati di antisemitismo. E’ questa la posizione dei laburisti inglesi, anche se oggi – in campagna elettorale – i membri della potente lobby pro-Israele  e la Chiesa anglicana vogliono ergersi a paladini della democrazia e della libertà religiosa nel tentativo di bloccare gli avversari del partito conservatore. Al contrario, la politica del governo conservatore contro gli immigrati provenienti dal resto d’Europa, il tentativo di discriminarli sul piano salariale e previdenziale rispetto ai lavoratori inglesi può essere considerato una posizione discriminatoria che va combattuta perché essa finisce per creare spaccature all’interno della classe operaia inglese. Corbyn ha anche lui commesso una serie di errori, può essere accusato di non aver avuto fermezza nel combattere la battaglia della Brexit. Questa posizione può avere certamente una conseguenza nel corso di questa campagna elettorale ma non può essere accusato di essere un razzista ed un antisemita. Semmai è il partito conservatore che dovrebbe spiegare ai propri cittadini perché continua a sostenere militarmente Israele nella sua lotta contro la minoranza araba che è costretta a sopravvivere in una striscia di territorio e a subire quotidianamente la politica di apartheid dello Stato sionista. Lo sterminio del popolo ebraico nel corso della seconda guerra mondiale non può giustificare la politica di sterminio dello Stato d’Israele oggi. L’antisemitismo va combattuto senza esitazione così come la lotta del popolo palestinese contro lo Stato d’Israele va appoggiata con uguale fermezza, chiedendo l’applicazione immediata delle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che Israele ha rifiutato di eseguire. Sono pronti i governi europei a far rispettare e applicare queste risoluzioni? Se c’è qualcuno disposto a farlo, faccia un passo avanti ma credo che non ci sia che l’urlo del silenzio a rispondere…

https://www.dirittoineuropa.eu/politica-ed-economia/corbyn-accusato-di-anti-semitismo/

 

 

…Keir does have plenty to say that is critical of the supporters of Julian Assange:

‘…all those in the Assange case or any other case, who say it’s all a big conspiracy are either missing the point that this is an independent judge-made decision or they are implying that our High Court judiciary is corrupt’…

https://www.counterfire.org/article/starmer-sides-with-trump-against-assange-expect-more-of-the-same-if-he-s-leader/

 

 

 

Il Celtic punisce i suoi tifosi che sostengono la Palestina

Un gruppo di tifosi del Celtic ha accusato la dirigenza del club di agire in modo vergognoso per “aver cercato di censurare e punire la solidarietà verso il popolo palestinese da parte dei tifosi”.

di InfoAut

Secondo il sito web della BBC, gli abbonamenti sono stati ritirati ai tifosi delle Green Brigades, un gruppo di tifosi del Celtic, che hanno mostrato il loro sostegno alla Palestina, soprattutto durante la partita di Champions League della squadra contro l’Atletico Madrid.

Il Celtic FC ha descritto il comportamento dei tifosi della Green Brigade come una “pericolosa escalation” di comportamenti inaccettabili.

La Green Brigade ha risposto con una dichiarazione in cui affermava che la “serie di accuse inconsistenti” era stata usata per punire ingiustamente i suoi membri.

“È innegabile che le sanzioni imposte ai membri della Green Brigade siano state il risultato della palese solidarietà del gruppo con la Palestina”, ha detto il gruppo in una dichiarazione.

“È chiaro che le sanzioni applicate, in particolare il divieto collettivo, sono ingiuste”.

“Neghiamo categoricamente le accuse sinistre e diffamatorie di ‘intrusione’, ‘intimidazione, minacce e comportamenti abusivi nei confronti del personale’.

La Green Brigade, che occupa parte della Tribuna Nord del Celtic Park Stadium, di solito organizza artisticamente il tabellone del tifo, per la squadra, durante le grandi partite.

da qui

mercoledì 1 marzo 2023

“Labour”: guerra alla sinistra - Michele Paris

Il leader laburista britannico, Keir Starmer, ha cacciato di fatto dal partito il suo predecessore e, virtualmente il politico più popolare della sinistra d’oltremanica, Jeremy Corbyn. La decisione rappresenta la logica conseguenza di una penosa involuzione del “Labour” dopo che la leadership dello stesso Corbyn aveva fatto intravedere, sia pure per un periodo molto breve, una possibile svolta progressista dello storico partito britannico.

La deriva destrorsa dei laburisti è stata a tutti gli effetti ammessa da Starmer nel discorso con cui questa settimana ha liquidato Corbyn. Starmer ha affermato che “il Partito Laburista odierno non è più quello del 2019 [sotto la guida di Corbyn] e non tornerà mai più indietro”. In altre parole, il “Labour” ha operato una svolta definitiva verso destra, liberandosi di tutti i residui di progressismo che ancora lo caratterizzavano, quanto meno all’interno della propria leadership.

Rivolgendosi direttamente all’ex numero uno e ai suoi alleati, Starmer ha aggiunto: “Se non vi piace [questa nuova realtà]; se non vi piacciono i cambiamenti che abbiamo fatto, la porta è aperta e potete andarvene”.

La resa dei conti tra i laburisti è stata possibile, almeno a livello formale, grazie alla colossale caccia alle streghe contro la sinistra del partito in base all’accusa, interamente fabbricata, di anti-semitismo. Ovvero una campagna ferocissima condotto contro membri del partito di qualsiasi livello che, come Corbyn, hanno espresso nel corso degli anni anche una minima critica nei confronti di Israele o un qualche sostegno alla causa palestinese.

Un’indagine altamente politicizzata della commissione britannica per l’Uguaglianza e i Diritti Umani era stata avviata nel 2020 ed aveva appunto accertato l’esistenza del problema dell’antisemitismo nel partito, favorito anche dall’atteggiamento troppo permissivo dei suoi vertici, ovviamente nel periodo in cui Corbyn ne era il segretario. La commissione aveva indicato una serie di provvedimenti da adottare per risolvere il presunto problema e proprio questa settimana ha stabilito che la leadership laburista ha fatto a sufficienza per mettere fine alla sorta di periodo di supervisione che durava da oltre due anni.

Starmer ha dunque stabilito che Jeremy Corbyn non sarà candidato dal Partito Laburista nelle prossime elezioni parlamentari in Gran Bretagna. L’ex leader, da parte sua, ha emesso un comunicato per condannare il provvedimento nei suoi confronti, lasciando intendere che potrebbe essere presentato un qualche ricorso nel prossimo futuro. Corbyn era già stato rimosso dal gruppo parlamentare laburista nell’ottobre del 2020 sempre per il suo atteggiamento ritenuto troppo permissivo nei confronti della “piaga” dell’anti-semitismo nel partito.

Nel suo intervento pubblico, Starmer ha spiegato le differenze tra il suo partito e quello di Corbyn. Quello attuale non sarebbe più il partito del “dogmatismo”, ma del “patriottismo”, non più un partito “di protesta”, ma “del servizio pubblico”. Inoltre, nonostante la dedizione assoluta di Starmer e la sua leadership ai poteri forti, agli Stati Uniti e alla NATO, a suo dire il “Labour” non sarà “mai più ostaggio di interessi particolari”.

La campagna che Starmer ha fatto propria fin dall’inizio del suo mandato nella primavera del 2020 è sostanzialmente un affare dei vertici del Partito Laburista e trova poco seguito tra gli iscritti. Tant’è vero che dalla sua elezione alla guida del partito, i laburisti hanno perso almeno 140 mila tesserati. Questa emorragia era seguita all’impennata dell’entusiasmo per il successo a valanga di Corbyn nel 2015. Contro la sua leadership era però subito iniziata una campagna di boicottaggio promossa dall’ala “blairita” del partito, culminata nel tracollo elettorale del 2019.

Corbyn non aveva peraltro mai rivolto nessun appello alla base del partito per combattere seriamente la destra del “Labour”. Al contrario, la sua strategia mirava a un compromesso con gli oppositori interni, ma le continue concessioni per allentare la pressione erano sfociate in attacchi ancora sempre più feroci. Dopo l’arrivo di Starmer alla segreteria, l’offensiva contro la sinistra interna non si è fermata e svariati esponenti del partito sono stati espulsi con la solita assurda accusa di anti-semitismo.

I parlamentari più vicini a Corbyn si sono nel frattempo in buona parte piegati alla linea di Starmer e, dopo una spaccatura del gruppo “socialista”, si è verificato un sostanziale allineamento alle posizione ultra-atlantiste della leadership in seguito all’esplosione del conflitto in Ucraina nel febbraio dello scorso anno. Nonostante la sua storia di militante pacifista e anti-NATO, Corbyn non ha mai rinunciato a cercare la riammissione in un partito spostatosi nettamente a destra, né ha mostrato interesse a promuovere un movimento alternativo malgrado il seguito che aveva raccolto ai tempi del suo mandato alla guida del “Labour”.

L’attitudine complessiva nei confronti della vicenda Corbyn degli ambienti generalmente riconducibili alla sinistra del Partito Laburista è stata in definitiva scoraggiante nei giorni scorsi. Il clima soffocante aggravatosi dall’inizio delle operazioni militari russe ha finito per estinguere quasi del tutto l’opposizione alla leadership di Starmer e al pensiero unico pro-NATO. Ciò che prevale sono per lo più sterili appelli all’unità del partito che fanno emergere opportunismo e disfattismo politico, nel tentativo di accreditare il “Labour”, agli occhi dei poteri forti in Gran Bretagna e a Washington, come forza di governo “responsabile” votata, né più né meno dei conservatori, all’austerity e al militarismo.

da qui


ps (mio): chi ha letto Il potere segreto, di Stefania Maurizi, sa che a Londra l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, innocente, probabilmente Keir Starmer era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che è diventato segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

sabato 2 aprile 2022

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks – Stefania Maurizi

 

Se prendi in mano questo libro sappi che è un libro pericoloso, leggerai cose che devono essere dimenticate, così vogliono in molti, ma non noi.

Il libro racconta la storia di Julian Assange nella testimonianza di prima mano di Stefania Maurizi, ed è un libro avvincente come un libro giallo.

Julian Assange è come il bambino della storia I vestiti nuovi dell’imperatore, di Hans Christian Andersen, ha mostrato e dimostrato che l’imperatore era (ed è) nudo.

E l’imperatore, quando viene scoperto, s’incazza, la vendetta è il suo credo.

Con Assange hanno usato e usano lo spionaggio, la calunnia, le false testimonianze, e residualmente la Legge, manovrata e interpretata secondo i loro bisogni, con un potere di persuasione e di ricatto senza limiti, quando c’è bisogno.

E da anni Julian Assange è in un girone infernale, e come Antonio Gramsci, deve essere messo in condizione di non nuocere mai più, come Alaa Abdel Fattah, in Egitto. Solo quello vogliono.

 

Scrive Frank Zappa: L'illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro.

 

 

Coincidenze

1 - C’è chi si chiede come mai Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (qui la recensione del film di Spielberg, The Post) non finì in galera, a differenza di Chelsea Manning. Probabilmente la risposta sta nel fatto che allora la stampa era il quarto potere, oggi è quasi sempre embedded, non usa il potere che potrebbe avere.

Ecco la coincidenza: quando Wikileaks aveva la vitale necessità di server per il suo sito, sotto attacco dai sicari del Potere, a negare i server fu Amazon, che, guarda caso, oggi è il padrone, con un gioco di società, scatole cinesi, o meglio Usa, del Washington Post, proprio il giornale che coraggiosamente pubblicò i Pentagon Papers. Amazon cane da guardia che controlla il Potere non se l’immagina nessuno, al massimo cane di compagnia o da riporto.

Nel 1789 Benjamin Franklin scriveva: “La libertà della stampa deve essere assoluta. I giornali devono essere lasciati liberi di esercitare la propria funzione investigativa e di controllo con forza, vigore e senza impedimenti”, oggi sarebbe in cella con Julian Assange.

 

2 - Crown Prosecution Service, l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

 

 

 

QUI si può guardare la puntata di Presa Diretta dedicata ad Assange

 

 

Il libro inizia così:

 

Tutto era iniziato nel 2008, quando una mia fonte aveva smesso di parlare con me perché convinta di essere intercettata illegalmente.

Chi contatta noi giornalisti per raccontarci in modo confidenziale qualcosa di scottante – che qualcuno che conta vorrebbe tener nascosto – lo fa solo se ha fiducia nel fatto che non verrà scoperto e quindi non andrà incontro a gravi conseguenze, come il licenziamento dal posto di lavoro, cause legali devastanti o, in casi estremi, la prigione o la morte. La mia fonte aveva avuto il coraggio di cercarmi, ma dopo i primi incontri le sue preoccupazioni avevano prevalso.

L’avevo aspettata a lungo per quello che sarebbe stato il nostro ultimo appuntamento. Alla fine avevo capito che non si sarebbe presentata e non ce ne sarebbe stato un altro. Non avevo modo di verificare se fosse davvero intercettata illegalmente o se fosse soltanto una sua paranoia, ma per fortuna presi molto sul serio le sue preoccupazioni.

Nel corso degli anni avevo parlato con decine di fonti giornalistiche: alcune mi avevano dato brandelli di informazioni utili, altre mi avevano solo fatto perdere tempo, altre ancora mi avevano permesso di arrivare a scoop notevoli. Ma nessuna aveva mai inciso tanto profondamente nella mia vita e nella mia professione come lei. Quella fonte, che non volle mai rivelarmi una sola parola di ciò che sapeva, cambiò per sempre il mio lavoro.

Fu in quel momento, infatti, che mi resi conto di dover trovare una soluzione per comunicare in modo molto più sicuro. Le vecchie tecniche, che purtroppo si usano ancora oggi in tutte le redazioni, erano e sono completamente superate: risultano del tutto inadeguate a un mondo in cui forze di polizia, spie assoldate da grandi aziende e servizi segreti possono ascoltare con facilità impressionante noi giornalisti e tutte le persone che parlano con noi per rivelarci qualcosa di importante.

Se avessi studiato diritto, avrei cercato protezione nelle leggi, ma ho studiato matematica e così per me fu naturale guardare a codici cifrati e password per una possibile soluzione. All’università avevo imparato un po’ di crittografia. Ne avevo una conoscenza solo teorica, ma quell’arte di proteggere le comunicazioni tra due persone, in modo che non siano accessibili a tutti indiscriminatamente, mi aveva intrigato.

Come aveva scritto Philip Zimmermann, l’inventore del programma PGP (Pretty Good Privacy) per criptare email e documenti, «che tu stia pianificando una campagna politica, discutendo delle tue tasse o intrattenendo una relazione sentimentale segreta, che tu stia comunicando con un dissidente politico in un paese autoritario o facendo altro, non vuoi che le tue email o i tuoi documenti privati siano letti da nessuno. Non c’è nulla di sbagliato nell’affermare il proprio diritto alla privacy».

Non solo non c’è nulla di sbagliato, ma per noi giornalisti e le nostre fonti è un diritto fondamentale: se non garantiamo protezione a chi parla con noi in modo confidenziale, nessuno ci fornirà più informazioni.

Nel vecchio mondo analogico, quello precedente l’era digitale, gli apparati dello Stato, dalle forze di polizia ai servizi segreti, potevano aprire le lettere con il vapore per leggere la corrispondenza dei cittadini o ascoltare e trascrivere le telefonate una per una, ma erano soluzioni che richiedevano tempo, non potevano essere usate in modo sistematico su intere popolazioni. Le comunicazioni digitali, invece, hanno cambiato tutto: ora sorvegliare segretamente la corrispondenza via email di milioni di persone è diventato un gioco da ragazzi.

Proprio questa trasformazione aveva spinto l’americano Philip Zimmermann, ingegnere informatico e pacifista, a creare il suo programma PGP. Aveva visto arrivare fin dall’inizio un rischio per la democrazia.

Le sue preoccupazioni possono essere riassunte in questa testimonianza davanti a una commissione del Senato statunitense nel 1996: «Alcuni nel governo sembrano intenzionati a adottare e consolidare un’infrastruttura per le comunicazioni che neghi ai cittadini la capacità di proteggere la loro privacy. Questo è inquietante, perché in democrazia può succedere che di tanto in tanto vengano elette delle brutte persone, a volte anche bruttissime. Normalmente una democrazia che funzioni ha il modo di rimuoverle dal potere, ma un’infrastruttura tecnologica sbagliata potrebbe in futuro permettere a un governo di sorvegliare ogni mossa di chi gli si oppone. E quello potrebbe benissimo essere l’ultimo governo che eleggiamo». Zimmermann non era un radicale, era un pacifista che credeva nel dissenso politico tanto da essere stato arrestato per le sue proteste pacifiche contro le armi nucleari. Una volta intravista questa minaccia per la democrazia, fece un atto di disobbedienza civile: proprio mentre il Senato americano cercava di far passare la Senate Bill 266 – una proposta di legge che permetteva al governo di accedere alle comunicazioni di chiunque – creò un software per cifrare le email, PGP, e lo distribuì in modo completamente gratuito affinché si diffondesse il più possibile, prima che il governo potesse rendere illegale la crittografia.

Fu una rivoluzione: come ha raccontato Zimmermann stesso, prima di PGP non era possibile per il cittadino ordinario comunicare a lunga distanza con qualcuno in modo sicuro, senza andare incontro al rischio di essere intercettato. Questo potere era saldamente ed esclusivamente nelle mani dello Stato. Con PGP questo monopolio finì. Era il 1991.

Il governo degli Stati Uniti, però, non stette a guardare: mise sotto inchiesta Zimmermann, ma alla fine, nel 1996, chiuse le indagini senza alcuna incriminazione. Da Amnesty International fino agli attivisti politici in America Latina e nella ex Unione Sovietica, PGP iniziò a diffondersi in tutto il mondo, generando un cruciale dibattito sulle libertà civili e sulla sorveglianza, e ispirando la creazione di altri tipi di software per criptare le comunicazioni.

Quel giorno che il mio appuntamento saltò per me fu decisivo: se codici e password proteggevano gli attivisti, potevano proteggere anche noi giornalisti e chi parlava con noi. Fu una mia fonte nel mondo della crittografia a mettere per la prima volta sul mio schermo radar Julian Assange e WikiLeaks nel 2008, quando li conoscevano in pochissimi perché non avevano ancora pubblicato i grandi scoop giornalistici che li hanno poi resi famosi in tutto il mondo. «You should have a look on that bunch of lunatics», «Dovresti dare uno sguardo a quella banda di matti» mi disse l’esperto. I lunatics erano Assange e il suo team di WikiLeaks: il mio amico crittografo li chiamava così con tono scherzoso, ma dimostrava di averne considerazione. E se uno con le sue competenze e la sua dedizione ai diritti umani si interessava a loro, voleva dire che stavano facendo qualcosa meritevole di attenzione.

Cominciai a osservare con sistematicità il lavoro di WikiLeaks, che era proprio agli albori, perché era stata creata nel 2006. L’idea era rivoluzionaria: sfruttare la potenza della rete e della crittografia per ottenere e «far filtrare» – in inglese to leak, da cui il nome WikiLeaks – documenti riservati di grande interesse pubblico. Proprio come i media tradizionali ricevono informazioni da sconosciuti che mandano alle redazioni lettere o pacchi di documenti, così Assange e la sua organizzazione ricevevano file scottanti, inviati in forma elettronica alla loro piattaforma online da fonti anonime. La protezione di chi condivideva documentazione delicata era garantita da soluzioni tecnologiche avanzate, come la crittografia, e da altre tecniche ingegnose.

Nel 2006, quando WikiLeaks era stata fondata, non esisteva un solo grande giornale al mondo che offrisse alle sue fonti una protezione basata sistematicamente sulla crittografia: ci sono voluti anni prima che il più influente quotidiano del mondo, il «New York Times», e altri grandi media si decidessero a adottarla, rifacendosi all’intuizione di WikiLeaks.

Julian Assange e la sua organizzazione erano senza dubbio dei pionieri. Erano particolarmente interessati ai whistleblower, persone che, lavorando all’interno di un governo o di aziende private, e venendo a conoscenza di abusi, gravi atti di corruzione o addirittura crimini di guerra e torture commessi dai loro superiori e colleghi, decidono di denunciarli nel pubblico interesse, fornendo ai giornalisti informazioni fattuali. Il whistleblower è un individuo che agisce secondo coscienza. Non si volta dall’altra parte facendo finta di non vedere. Denuncia pur sapendo di andare incontro a ritorsioni anche gravi, in alcuni casi perfino letali, perché, per esempio, chi rivela i crimini dei servizi segreti rischia letteralmente la testa e, spesso, può contare su due uniche forme di protezione: nascondersi dietro l’anonimato oppure fare l’opposto, ovvero uscire allo scoperto e sperare nel sostegno dell’opinione pubblica.

Sfruttando la potenza della rete e della crittografia, WikiLeaks offriva soluzioni tecniche avanzate per proteggere i whistleblower. Queste non solo fornivano uno scudo a chi denunciava nel pubblico interesse, ma attiravano anche fonti con talenti ed esperienze professionali particolari, che avevano potenzialmente accesso a informazioni importanti. Perché, alla fine, chi apprezzava uno strumento così complesso e poco diffuso com’era la crittografia in quegli anni? Chi l’aveva studiata, o chi lavorava nel mondo del software o dell’intelligence. L’impostazione tecnologicamente avanzata di WikiLeaks la rendeva appetibile a tutta una comunità che parlava il linguaggio della scienza e della tecnologia.

I risultati arrivarono presto e, quando iniziai a osservarli assiduamente dall’esterno, in quel lontano 2008, ne rimasi profondamente colpita.

da qui

 

 

la prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia.

Julian Assange è noto a tutti. WikiLeaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora. Grazie ad Assange e alla sua organizzazione, abbiamo conosciuto l’orrore di crimini di guerra come quelli documentati nel video Collateral Murder o quelli commessi dai contractor americani, per esempio a Nisour Square, a Baghdad, dove nel 2007 furono sterminati quattordici civili, tra cui due bambini, e altre diciassette persone furono ferite. Negli ultimi giorni del suo mandato presidenziale Trump ha graziato gli assassini di quel massacro, ma si è assicurato che Assange rimanesse in prigione.

Stefania Maurizi ha seguito il caso fin dall’inizio. Usando le leggi di accesso agli atti, che vanno sotto il nome di Freedom of Information, ha scoperto documenti che rivelano gli attacchi a Julian Assange. Ha seguito nel dettaglio questi straordinari eventi per oltre un decennio.

Al cuore di questa storia c’è il prezzo terribile pagato da un uomo, trattato con estrema crudeltà per aver messo a nudo un potere che non risponde a nessuno, nascosto da un’apparenza di democrazia.

Mentre scrivo, il caso è nelle mani del sistema giudiziario del Regno Unito. La Gran Bretagna si vanta del fatto che le sue corti sono indipendenti, che rispetta lo stato di diritto e che i suoi giudici sono incorruttibili. Be’, vedremo. Julian Assange è un giornalista il cui unico crimine è stato quello di rivelare la verità. È per questo che ha perso la libertà e ha passato gli ultimi due anni isolato in una prigione di massima sicurezza, con effetti devastanti, del tutto prevedibili, sulla sua salute mentale.

Se sarà estradato negli Stati Uniti rimarrà in carcere per il resto dei suoi giorni. Le corti inglesi consentiranno un’ingiustizia così mostruosa?

In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.

Se riteniamo di vivere in una democrazia dovremmo leggere questo libro. Se ci sta a cuore la verità e una politica onesta dovremmo leggere questo libro. Se crediamo che la legge debba proteggere gli innocenti, infine, dovremmo non solo leggere questo libro, ma anche pretendere che Julian Assange sia un uomo libero.

Per quanto ancora possiamo accettare che il meccanismo del potere segreto, responsabile dei crimini più vergognosi, continui a farsi beffe dei nostri tentativi di vivere in una democrazia?