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mercoledì 19 agosto 2026

«Che cosa vuole davvero il comunismo?» - Lavinia Marchetti


Una parola che fa paura per spiegarla brevemente ai ragazzi


Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

2. NON VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO

La confusione più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali, che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.

3. LO SCOPO VERO: RIAVERE SE STESSI

Sotto l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui, secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber, descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.

4. IL MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO

La cassetta degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890, avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi, davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.

5. LO STATO NON È UN ARBITRO NEUTRALE

Contro l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia. Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta, ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati soltanto dalle leggi.

6. PERCHÉ OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA

La domanda che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro, il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la forma odierna di quel consenso fabbricato.

7. UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR

Étienne Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni promettono soltanto sulla carta.

8. UNA FAMIGLIA LITIGIOSA

Chi immagina il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso. Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario, dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo, capace di giudicare se stesso.

9. PERCHÉ È DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?

Restano da spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano. Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico. La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di preparare i lager.

10. CHE COSA VUOLE, OGGI, IN CONCRETO

Spogliata delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia, poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.

LE OBIEZIONI CHE RESTANO IN PIEDI

Sarebbe disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella deriva.

Un pensiero all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta, senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati. Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.

da qui

venerdì 7 agosto 2026

Restare umani: la forma più alta di ribellione al mondo distopico di oggi - Alberto Bradanini

 

1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.

Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.

Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.

È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti - nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.

I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense - attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.

Non si addentreremo sui sentieri argomentativi di tale asserzione apodittica, nella presunzione che essi siano ben noti a che legge, rilevando qui solo la necessità di ripeterlo, affinché le cose note siano davvero conosciute. E se rapporti di forza lasciano oggi poche speranze, come in tanti aspetti dell’esistenza umana è la consapevolezza a far la differenza.

Nelle lancinanti contingenze attuali, l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di nemici, per catalizzare al suo servizio l’ontologia di un orizzonte assiologico fabbricato per popoli deculturati: in Europa la sua icona si materializza nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i cavalli sotto l'Arco di Trionfo; in Asia Occidentale essa prende corpo nel miraggio della Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita, scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e dittatori che considerano i nemici dementi, oltre che radicali); e in Estremo Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito modello alternativo al capitalismo plutocratico anglo-atlantico ormai frantumatore di ricchezza anche al proprio interno, oltre che di pace e umana convivenza tra i popoli del mondo.

Ormai, anche i piccioni del duomo di Firenze sanno che codesti signori sono usciti di testa, pronti a distruggere ogni barlume di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità delle nazioni aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo conflitto mondiale.

Mentre in Italia i cosiddetti rappresentanti del popolo (Destra e Sinistra si contendono i seggi in ogni livello e grado sulla scorta della loro abilità a intrattenere il pubblico assonnato sul divano dopo cena) sottraggono le poche risorse al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori di morte, mentre i cittadini vengono derubati del frutto del loro lavoro. Nel 2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) era esposto a povertà, grave deprivazione materiale/sociale o a lavori precari e sottopagati.

Nell’arena internazionale, la verbosità di un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre il pianeta persino all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua cerchia malata, quel citato 0,1% che ingloba il peggio del sistema solare.

Tale individuo, sintesi metastatica di un sistema che prima di giungere a fine corsa ce ne farà vedere di tutti i colori, oltre a curare le sue palesi patologie senili, potrebbe moderare l’ira funesta dei suoi occhi infuocati immergendosi nei tramonti di qualche iconica isola dei Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi giorni, risparmiando al pianeta ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, è verosimile che con il suo successore potrebbe persino andar peggio (occorre sempre, come sappiamo de-personalizzare), eppure se disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo comunque la sorte.

 

2. Insieme alla follia di chi siede sul trono, la sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da altri pericoli esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare, tra loro intrinsecamente intrecciati: i conflitti imperialistici, in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare è affidata a decisori che si infischiano della volontà dei popoli. Al recente Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana, prona davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai 45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha fatto eleggere.

La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia sotto casa e la storia è maestra di sorprese, non solo di vita. Nostro compito è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia (demos – kratos: potere del popolo) è un simulacro. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di esecutori fungibili, maschere di carattere, indifferenti ai bisogni del popolo, che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il deterioramento intellettuale delle classi dirigenti, ancor più di quelle politiche, è una realtà che non chiede evidenze. Nel cosiddetto Occidente, chiunque può fare il Ministro/Presidente, non è richiesta alcuna etica, competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere reale (il grande capitale), che selezionano i più scaltri e i più servili, per inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio: quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo). Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.

Una tribù di funzionari con simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea. Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per qualsiasi palingenesi e recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri. L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati, non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare ai più sprovveduti, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.

Quando sono stati consultati – solo francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum), ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.

In ogni classifica UE: industria, commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del Corriere della Sera, 16 maggio 1991). Nel 1991, Italia e Germania avevano salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi altrui (Bundesbank, Banque Nationale de France e più su Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).

In compenso, sul piano istituzionale va peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.

Sul fronte politico, infine, si tocca il fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17 milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti. La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il lettone Dombrovskis, Commissario per l'Economia e Produttività e il lituano Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.

Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.

La chimera di una futuribile Federazione Europea, secondo un altro lessico distrattivo - che sarebbe per noi la disgrazia massima - non vedrà mai la luce: nessuna personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta, cui credono solo i piùeuropei presenti in massa in ogni partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo, che porterebbe con sé il principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e via dicendo.

 

3. Per immaginare un’alternativa occorre entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria. Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500 Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria moneta.

L’Italia è avviluppata in un duplice livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico: b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi, segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.

Tecnicamente, il nostro Paese non è una colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili, ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice, non quelli della propria gente.

Per assicurare un avvenire a figli e nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita, l’esistenza resta comunque breve.  

Con gli Stati Uniti – non abbiamo dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa, fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono ancor più un bersaglio in caso di conflitto.

Il nostro Paese deve puntare alla neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture, civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo chiamavamo Mare Nostrum.



4. La guerra. Che la Russia non intenda arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti.Schiere di analisti imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale, oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.

L’aggressione alla Russia, infine, somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! - sostenitore della causa palestinese.

 

5. Secondo l’ideologia dominante, la struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere corretta - nulla è perfetto a questo mondo! - ma non certo modificata alla radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare una possibile palingenesi.

Occorre invece che torni a risplendere la fiaccola della battaglia verso un mondo migliore, quel socialismo dal volto umano e comunitario, balenato sull’orizzonte della storia con la speculazione anticapitalistica del grande filosofo di Treviri. Riflettendo sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di quella fiaccola potrà consentire di riprendere il cammino.

Nei limiti ontologici di approssimazione, rifuggendo da ogni rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza, emergerebbero allora i contorni di una via italiana al socialismo, ovvero - parafrasando la terminologia sino-popolare – di un socialismo con caratteristiche italiane, basato su peculiarità storiche, sociali ed economiche.

Alcuni pilastri sono già acquisibili: nel mondo che sogniamo a ciascuno saranno garantiti i diritti economici essenziali (in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con un ruolo centrale dello Stato in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite solo se giudicate necessarie, ma non nei settori strategici e sempre sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! - non travalichino nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era era in Italia fino agli anni ’90).

Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola, università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere, altrimenti ineludibile. Al termine della corsa, tra qualche anno o secolo, avrà preso corpo il secondo rinascimento italiano, che sarà preso a misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una delle stelle polari del progresso etico e sociale dell’umanità.

Su tale proiezione, invito il lettore a trattenere il sorriso, o lo scherno. Se tuttavia oggi la scena del mondo non induce all’ottimismo e le chances di un cambiamento radicale sfiorano drammaticamente lo zero, il sogno di una società diversa resta insopprimibile nelle vene pulsanti di chi difende l’essenza costitutiva dell’essere umano.

Se il potere rende il mondo ogni giorno più distopico, allora noi diverremo ancor più umani, quale atto di ontologica ribellione, è la nostra unica speranza. E in qualità di esseri umani non permetteremo che la stagnazione intellettuale cancelli la coscienza dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’alienazione – eterne insidie di ogni organizzazione collettiva. Nel nostro mondo a venire, tali offese saranno solo un mesto ricordo, cosicché la vita, con le sue letizie e le sue ferite, possa essere vissuta con reciproca, umana pietà, essendo essa null’altro che un bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo.

da qui

martedì 4 agosto 2026

Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale - Marco A. Pirrone

Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.

Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.

Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.

La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico.

Guerra e accumulazione del capitale

Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo.

Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee.

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domenica 12 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? - Lavinia Marchetti

 

Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro, è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto generoso, non la valica.

Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini, attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il vento fotografando l’aria.

Marx sapeva che la borghesia è la più rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti imprenditori di noi stessi.

LA LOTTA COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE

Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi, la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una delle sue pagine più fredde e più folgoranti.

«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto, entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori». Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.

Si riporti la scena al presente, e la si troverà intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene. La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa; la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento, con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la battaglia che credevamo vinta nel 1919.

E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé, e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una giornata qualunque.

LE CLASSI DI OGGI

Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre lui dorme.

In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi, per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la contraddizione dell’intero edificio.

Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi sta dentro.

Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario, il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto. E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti dell’ingegno di tutti?

CHI HA PAURA, E CHI CI PERDE

Rimane la questione che più mi preme, il perché di tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi non esistono.

Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude così il cerchio del proprio dominio.

A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo inamovibile.

Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma non con noi.

Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del mese.

Ecco perché insisto su una parola che infastidisce. Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro, persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che nessuna guerra è in corso.

(Per cominciare a capire al meglio questo concetto complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)

https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di

giovedì 14 maggio 2026

Valditara cancella Spinoza, Gramsci e Marx dai licei

finalmente il ministro del demerito con la tara cancella Spinoza, Gramsci e Marx, poco moderni (non hanno mai usato facebook, instagram e tiktok), e poi sono troppo conflittuali, di origine ebraica, e comunisti, perdipiù.

era ora che a scuola si studiassero i grandi pensatori della destra, dal prossimo anno si studieranno i grandi Lammerda e Laffogna.

speriamo che gli insegnanti facciano obiezione di coscienza e che Spinoza, Gramsci e Marx siano studiati più di prima - Francesco Masala



Oltre la polemica sul Manzoni, l'appello dei docenti accusa il Ministero di aver escluso autori cruciali dal nuovo canone scolastico per i licei. Sotto accusa il metodo verticistico e la svolta "tematica" che impoverisce il pensiero critico dei giovani

Una critica aperta al ministro dell’Istruzione Valditara sulle “Indicazioni nazionali per i Licei” che, oltre a posticipare lo studio dei Promessi Sposidal secondo al quarto anno, alleggeriscono o escludono lo studio di autori imprescindibili dai programmi di filosofia, come Spinoza e Marx. Una critica che si è materializzata in una petizione pubblicata su Change.org e che finora ha raccolto oltre 3mila adesioni. E, soprattutto, le firme di 60 professori da tutta Italia, incluso Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, professore di Cà Foscari e preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nell’appello degli accademici, si contesta la drastica riscrittura del canone degli autori, la riduzione dello studio di Kant e la scomparsa di Fichte e Schelling, mentre la complessità del pensiero politico moderno di Hobbes, Locke e Rousseau viene liquidata con un approccio superficiale. Dall’altra parte, viene però inserita una generica “filosofia italiana dell’Ottocento” e il recupero del neo-idealismo di Croce e Gentile, isolato però dalle sue radici storiche. Il tutto senza avere consultato il mondo della scuola. Al centro della critica dei docenti anche l’ulteriore compressione dello studio del Novecento. Ecco il testo della petizione:

Il problema
In questi giorni è esploso il caso dell’insegnamento dei Promessi sposi a scuola. Molti hanno gridato allo scandalo perché seguendo le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, emanate il 23 aprile scorso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il grande romanzo manzoniano smetterebbe di essere studiato al secondo anno di Liceo. Ma le Indicazioni Nazionali contengono scelte molto gravi anche per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, finora passate per lo più inosservate. Si tratta di questo: dovendo indicare, anche se a titolo esemplificativo e non vincolante, quali sono i filosofi e le filosofe che appartengono al canone degli autori meritevoli di essere studiati, le “Indicazioni nazionali” procedono alla temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico.

Per limitarsi ai casi più sconcertanti, con riferimento a quest’ultimo aspetto: le linee guida escludono dalla lista degli autori addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz “logico” – circostanza che parla da sé! – nelle Linee guida per il Liceo Classico) e Marx; non risolvono il vulnus (già presente nelle indicazioni precedenti) che indica di studiare “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau, suggerendo implicitamente di non approfondire le diverse opzioni che hanno determinato niente di meno che la costituzione della razionalità politica moderna; limitano lo studio di un autore decisivo come Kant alla sola “idea (sic!) di critica”, rimaneggiando profondamente lo studio del criticismo in tutti i suoi aspetti (non ultimi quelli morali e storico-politici); ignorano Fichte e Schelling, dunque la stessa filosofia classica tedesca, sradicandola dal panorama del pensiero moderno. Si potrebbe continuare a lungo, se non che ciò che rileva evidenziare è che tali inopinate esclusioni non sono innocenti, giacché si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata “filosofia italiana dell’Ottocento” (davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere?) e con il riferimento al “neo-idealismo crociano e gentiliano” (astratto dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci).

Pare evidente che la composizione – quantomeno bizzarra – di questa lista sconti più di un debito nei confronti di quel fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni. Ma c’è di più. La montagna ha partorito il topolino anche perché la proposta Valditara è l’esito di consultazioni che hanno coinvolto un numero limitatissimo di esperti, nominati – secondo logiche non del tutto perspicue, peraltro – dal Ministero. Nessuna vera discussione – che avrebbe dovuto essere ampia e diffusa – ne ha accompagnato la genesi. Un metodo verticistico per un risultato regressivo.

Preoccupa, inoltre, che questa operazione “culturale” si sposi – non casualmente – con il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di insegnamento della filosofia, definita “tematica”, ma dietro la quale si nasconde la precisa volontà – perseguita da qualche solerte membro della Commissione di esperti nominata dal Ministero – di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia.

Desta sconcerto, peraltro, il dilettantismo con il quale si tenta di dare soluzione al problema, pure da più parti sentito e riconosciuto, di uno studio meno impressionistico del “secolo breve”, spesso sacrificato da programmi scolastici incapaci di ricomprenderlo (quantomeno nei suoi tratti caratterizzanti e decisivi): le nuove linee guida riescono nella non facile impresa di peggiorare anche questa situazione, poiché la malcelata fretta di spingere l’insegnamento della filosofia sino al ventunesimo secolo – che ben si accorda con la provinciale attitudine a nominare di sfuggita temi “alla moda” che però non vengono adeguatamente svolti – è raggiunta a discapito dell’approfondimento del diciannovesimo e soprattutto del ventesimo secolo. Quest’ultimo, fino ad oggi praticamente dimenticato, verrebbe ora incomprensibilmente compresso in favore di uno sguardo approssimativo sulla più stringente attualità.

Un vero disastro, dunque, le cui articolazioni non vanno viste come la casuale coincidenza di sfortunati interventi, ma piuttosto come le parti organiche di un progetto unitario e coerente: consegnare a una nuova generazione di studenti, già pesantemente svantaggiata dalla condizione di inesorabile declino a cui il nostro Paese sembra consegnato, una formazione debole, priva di respiro, incapace di fornire gli strumenti necessari per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, i suoi fenomeni più recenti, il quadro delle trasformazioni che ne governano il vorticoso divenire.

In qualità di docenti universitari delle diverse aree filosofiche invitiamo i colleghi, gli studenti, le società di settore a favorire l’apertura di una discussione autenticamente democratica su questo delicato tema. È necessario impegnarsi, ciascuno nel suo ruolo e in base alle sue possibilità, per chiedere il ritiro delle linee guida e giungere a una proposta alternativa realmente condivisa da tutti gli attori del mondo della scuola e dell’università.

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mercoledì 25 marzo 2026

Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo - Roberto Romano

Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.

Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.

Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.

Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro

Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.

Negli ultimi anni queste imprese hanno registrato una crescita molto sostenuta. Tuttavia, l’espansione non ha riguardato tutte le variabili nello stesso modo. Se si osserva la dinamica delle principali grandezze economiche emerge infatti una divergenza significativa tra la crescita dei profitti e quella dell’occupazione.

Il dato più significativo riguarda proprio l’occupazione. Mentre il valore di mercato delle imprese raddoppia e i profitti crescono rapidamente, il numero dei lavoratori aumenta solo marginalmente. Questo scarto indica una trasformazione profonda nel funzionamento dell’economia contemporanea. La crescita delle grandi imprese è sempre meno legata all’espansione dell’occupazione e sempre più alla capacità di controllare tecnologie, piattaforme digitali, brevetti e posizioni dominanti nei mercati globali. In altre parole, la valorizzazione finanziaria del capitale cresce molto più rapidamente del lavoro.

Un vertice sempre più ristretto

Il fenomeno della concentrazione non riguarda soltanto il rapporto tra multinazionali e resto del sistema produttivo. È molto forte anche all’interno dello stesso gruppo delle grandi imprese globali. Le funzioni strategiche dell’economia – innovazione, investimenti, controllo tecnologico – tendono a concentrarsi in un numero estremamente limitato di imprese.

Questi numeri indicano che il capitalismo globale è sempre più organizzato attorno a un nucleo ristretto di imprese dominanti. Non si tratta semplicemente di aziende più grandi delle altre, ma di attori che controllano le leve decisive dello sviluppo economico: innovazione tecnologica, investimenti e accesso ai mercati finanziari. Allo stesso tempo, il lavoro segue una dinamica diversa. Le multinazionali tendono sempre più a frammentare la produzione lungo catene globali del valore, distribuendo attività produttive e subfornitura in diversi Paesi. Il potere economico si concentra al vertice, mentre il lavoro si disperde lungo filiere sempre più complesse e geograficamente estese.

Questo processo contribuisce anche a spiegare perché, nonostante la crescita di molte imprese globali, i salari e le condizioni di lavoro non migliorino allo stesso ritmo.

Una nuova geografia del capitalismo

La concentrazione delle multinazionali ha anche una dimensione geopolitica. Il peso relativo delle diverse aree economiche nel controllo delle grandi imprese globali è cambiato significativamente negli ultimi anni.

Gli Stati Uniti continuano a dominare la dimensione finanziaria e tecnologica del capitalismo globale. Le principali piattaforme digitali e molti dei più grandi gruppi finanziari del mondo hanno sede negli Stati Uniti, consolidando il primato del paese nei mercati finanziari e nell’innovazione.

L’Europa, invece, appare progressivamente più marginale proprio nei settori strategici. Pur mantenendo un peso rilevante in termini occupazionali, la quota europea di ricerca, investimenti e capitalizzazione di mercato si è ridotta in modo significativo.

La Cina segue una traiettoria diversa. Il paese ha rafforzato rapidamente la propria presenza industriale e tecnologica, aumentando il peso delle proprie imprese nella produzione e negli investimenti globali. Il sistema economico cinese continua a mantenere una struttura proprietaria in cui lo Stato conserva un ruolo importante.

Disuguaglianza e concentrazione del potere economico

Queste trasformazioni aiutano a comprendere perché la disuguaglianza sia diventata una caratteristica persistente delle economie contemporanee. Quando il potere economico si concentra in poche grandi imprese globali, anche la distribuzione del reddito tende a squilibrarsi. I profitti crescono più rapidamente dei salari, la ricchezza finanziaria si accumula ai vertici e l’accesso alle tecnologie e agli investimenti diventa sempre più selettivo. Ma la questione non è soltanto economica. È anche politica.

Le multinazionali non sono più semplicemente imprese che operano all’interno dei mercati. Sono attori capaci di influenzare politiche fiscali, industriali e commerciali degli Stati, di orientare gli investimenti tecnologici e di ridisegnare l’organizzazione delle catene produttive globali. In questo contesto, la concentrazione economica si traduce inevitabilmente anche in concentrazione di potere.

 I giganti della finanza che stanno dietro alle multinazionali

Negli ultimi decenni è cambiata profondamente anche la struttura proprietaria delle grandi imprese. Sempre più spesso gli azionisti principali non sono imprenditori o famiglie industriali, ma grandi fondi di investimento globali. Tra i principali azionisti delle maggiori imprese quotate compaiono quasi sempre gli stessi nomi:

·         BlackRock

·         Vanguard

·         State Street

Questi tre colossi della gestione patrimoniale controllano partecipazioni in centinaia delle principali imprese del mondo.

In molti casi questi fondi risultano tra i principali azionisti contemporaneamente di imprese che competono tra loro: dalle aziende tecnologiche alle multinazionali farmaceutiche fino ai grandi gruppi energetici.

Formalmente la proprietà appare diffusa, perché i fondi gestiscono il risparmio di milioni di investitori. In realtà il potere decisionale tende a concentrarsi proprio nelle mani di questi grandi gestori finanziari, che diventano snodi centrali del capitalismo globale.

Europa: una grande economia con poco potere industriale

Il caso europeo merita un’attenzione particolare. L’Unione Europea resta una delle principali aree economiche del mondo per dimensione del mercato, capacità produttiva e occupazione. Tuttavia, negli ultimi anni il suo peso nelle funzioni strategiche del capitalismo globale si è progressivamente ridotto. I dati mostrano con chiarezza questa dinamica. La quota europea di ricerca e sviluppo delle grandi multinazionali è scesa in pochi anni da oltre un quarto del totale mondiale a poco più del 16 per cento. Un arretramento simile si osserva negli investimenti e, soprattutto, nella capitalizzazione di mercato delle grandi imprese. Mentre negli Stati Uniti si concentrano le principali piattaforme digitali e i grandi gruppi finanziari globali, molte imprese europee restano legate a settori industriali maturi o caratterizzati da margini di crescita più limitati.

Questo non significa che l’Europa sia diventata irrilevante dal punto di vista economico. Al contrario, il continente mantiene ancora una presenza significativa in termini di produzione industriale e occupazione. Il problema è piuttosto la perdita di controllo sulle leve strategiche dell’accumulazione contemporanea: innovazione tecnologica, infrastrutture digitali, piattaforme globali e finanza.

Questa situazione riflette anche una debolezza delle politiche economiche europee. Negli ultimi decenni l’Unione Europea ha privilegiato soprattutto la costruzione del mercato unico e la disciplina fiscale, mentre ha sviluppato con molta più difficoltà strumenti di politica industriale e tecnologica su scala continentale. Il risultato è un sistema economico che rimane competitivo in diversi settori produttivi, ma che fatica a generare nuovi campioni industriali globali nei comparti più dinamici.

In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione tecnologica e dalla rivalità tra grandi potenze economiche, questa debolezza rischia di diventare un problema strutturale. Senza una strategia industriale e tecnologica più ambiziosa, l’Europa potrebbe trovarsi progressivamente relegata in una posizione intermedia: ancora centrale come mercato e come area produttiva, ma sempre meno influente nelle decisioni che orientano l’economia globale.

Guerra, inflazione e fragilità finanziarie

Il conflitto in Medio Oriente va letto anche sul piano geopolitico. Non sembra un messaggio diretto alla Cina. Gli Stati Uniti stanno già negoziando con Pechino il proprio ruolo nel nuovo equilibrio globale. Piuttosto, la guerra appare rivolta alla propria area di alleanze: serve a consolidare il sostegno occidentale mentre Washington ridefinisce la propria posizione nel confronto strategico con la Cina.

Eppure, qualcosa di più profondo sembra emergere all’orizzonte. Non si tratta soltanto delle vendite allo scoperto, spesso evocate come causa delle turbolenze finanziarie. Il rischio riguarda piuttosto la possibile formazione di nuove fragilità sistemiche, forse persino più gravi di quelle che portarono alla crisi del 2008. Non siamo ai livelli di sopravvalutazione dei mercati azionari di allora. Il rapporto tra prezzo delle azioni e utili delle imprese non ha raggiunto gli stessi picchi. Ma questo non significa che il pericolo non esista. Una parte dell’instabilità, oggi, è semplicemente nascosta. Il punto critico riguarda il mercato americano del private credit. Negli ultimi anni questo settore è cresciuto rapidamente: grandi fondi di investimento concedono prestiti direttamente alle imprese, sostituendo in parte il ruolo delle banche. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni di migliaia di miliardi di dollari. Ma proprio perché opera fuori dal sistema bancario tradizionale, il private credit è meno regolato e meno trasparente. Le tensioni stanno iniziando a emergere. Il settore è sotto pressione a causa di una fuga di capitali. BlackRock ha subito circa 1,2 miliardi di dollari di riscatti dal fondo HPS Corporate Lending Fund ed è stata costretta a limitare i prelievi. Pochi giorni prima Blackstone aveva affrontato una forte ondata di riscatti, riuscendo però a soddisfarli. La pressione coinvolge altri grandi operatori del settore, come Apollo Global Management, Ares Management e Blue Owl Capital, quest’ultima recentemente al centro di forti timori tra gli investitori. Anche i mercati azionari stanno reagendo negativamente. Dall’inizio dell’anno Blackstone ha perso il 27,8%, KKR il 28,7%, Apollo il 26,1%, Ares Management il 31,3% e Blue Owl il 33,6%. Segnali che indicano una crescente perdita di fiducia nel modello di finanziamento fondato sul private credit.

Petrolio e gas restano beni indispensabili, ma in linea di principio sostituibili, soprattutto se negli ultimi decenni si fosse sviluppata una politica energetica più razionale e lungimirante. Diverso è il caso della logica profonda del capitalismo, che Karl Marx descriveva con il circuito Denaro–Merce–Denaro1: il denaro viene investito per produrre merci e generare ancora più denaro. È una dinamica che continua a strutturare il funzionamento dell’economia globale.

Conclusione

L’elevato grado di concentrazione del capitalismo multinazionale non rappresenta un fenomeno temporaneo, ma una trasformazione strutturale dell’economia globale. Il controllo dell’innovazione, del capitale e delle decisioni strategiche tende a concentrarsi nelle mani di pochi grandi gruppi industriali e finanziari. In questo contesto la disuguaglianza non è semplicemente un effetto collaterale del mercato, ma il risultato diretto della struttura del sistema economico. Per questo motivo pensare di ridurre le disuguaglianze esclusivamente con politiche redistributive ex post appare sempre più difficile. Senza politiche industriali, fiscali e regolative capaci di intervenire sulla concentrazione del potere economico, il capitalismo globale continuerà a produrre squilibri sociali sempre più profondi.

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