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lunedì 19 ottobre 2026

Fuga dal capitalismo – Clara Mattei

L'economia politica è misteriosa per la maggior parte delle persone, i capitalisti lo sanno bene, tutte le misure che danneggiano le maggior parte delle persone vengono comunicate, attraverso gli organi d'informazione comprati, come favorevoli alla gente, come sacrifici necessari, come decisioni inevitabili.

Clara Mattei smonta tutte le bugie economiche che passano per fenomeni oggettivi, una per una, dall' austerità ai tassi d'interesse, dall'inflazione, dalla funzione della disoccupazione alla produttività, e non solo, con chiarezza, sulla base dell'interpretazione marxista della storia e dell'economia.

La cosa più importante del libro è che l’autrice, che scrive di economia, ricorda sempre che l’economia è politica (arte di governare e di vivere assieme, amministrazione della "polis"*). Già nell’introduzione il titolo è L’economia è un atto politico.

L’economia non è una scienza esatta, come la fisica o la chimica, l’economia dipende dall’analisi, interpretazione e obiettivi che si vogliono raggiungere, e, come si può capire, gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori poveri (la maggior parte) sono diversi, spesso opposti. 

Quando il capitalismo era giovane, Adam Smith (se ricordo bene) scriveva che gli industriali, essendo pochi, ci mettono d’accordo fra loro con facilità, mentre i proletari, che sono tantissimi, non si metteranno mai d’accordo fra loro, e gli industriali, i capitalisti, vinceranno sempre.

Karl Marx aveva scritto: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in diversi modi; il punto è di cambiarlo.

Clara Mattei (degna pronipote di Teresa Mattei) sembra dire lo stesso degli economisti, lei fa alcune proposte per cambiarlo, dal basso, e scrive un libro chiaro, documentato (con 40 pagine di note), un libro importante e rivoluzionario, da non perdere.


ps1 - a proposito dell'imposta patrimoniale, molti italiani pensano che quei ricconi che dovrebbero pagare sono dei perseguitati, anzichè pensare, quegli italiani, che avendo un patrimonio di milioni di euro dovrebbero essere contenti di "perdere" l'1-2% di quel patrimonio.

ps2 - il capitalismo straccione del nostro paese ha paura del reddito di cittadinanza per un solo motivo: se un povero disoccupato prende 500-600 senza lavorare, per lavorare dovrebbe avere un lavoro che gli rende almeno 1000-1200 euro al mese, mica uno rinuncia a 500-600 stando a casa per fare un lavoro da schiavo per 700-800 euro al mese. 

ps3- tre citazioni:

a - Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell'amore, dell'amore erotico, dell'amore cristiano, il bambinocon il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione - ahh, il sospiro di piacere quanco scopriamo chi è l'assassino - tutti questi romanzi, questi film, queste canzonicon cui loro ci cullano, sono un modo di guidaeci, più o meno piacevolmente, al Benessere Assoluto.

Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità

(citato da Giuseppe Genna, in Nel nome di Ishmael, p.65)


b - «I ricchi sono tollerabili solo finché i loro guadagni hanno una almeno vaga relazione con il contributo che danno alla società, diciamo quando rappresentano un successo economico proporzionato e giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e dalla classe media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti economici osceni irritano il popolo. Quando la maggior parte della ricchezza è accaparrata dai pochi della classe superiore, è solo questione di tempo, e un giorno la popolazione risentita e irritata nelle classi basse deciderà che il troppo è troppo, e si rivolterà. Forse con la violenza, se il sistema politico resta controllato dalla classe privilegiata» (John M. Keynes)


c - sul capitalismo insostenibile per il pianeta si può leggere anche qui


 

Clara Mattei è una giovane economista italiana che ha insegnato alla New School for Social Research di New York e oggi insegna all’Università di Tulsa, in Oklahoma, dove ha fondato il FREE (Forum for Real Economic Emancipation), uno spazio libero in cui esplorare l’alternativa della partecipazione attiva e democratica nell’economia, che descrive come «una cura alla depressione esistenziale che questa società produce, ma anche un laboratorio in cui mettere in pratica idee coltivate da anni». Nel 2022 ha scritto “The Capital Order”, inserito dal «Financial Times» tra le dieci pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx, attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura, definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo adattarci. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in tale visione.
Questo libro introduce una nuova prospettiva emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni economiche centrali nella discussione pubblica.

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…Ma allora cosa bisogna fare? La rivoluzione? Mattei ci dice che il problema è complicato: non si tratta di dimenticare i fallimenti del passato, ma di cercare di cogliere quanto di nuovo è cresciuto e sta crescendo in varie parti del nostro tribolato pianeta. Dalle esperienze sudamericane delle collettività autogestite, del movimento dei Sem Terra, a realtà locali, emergono tentativi di organizzare la vita fuori dai meccanismi capitalistici: il che vuol dire produrre in maniera diversa, ma anche organizzare la politica in maniera altrettanto diversa: momenti collettivi di decisione, rifiuto della delega ai vertici, meccanismi di controllo dal basso. Questa è anche la strada per “ridemocratizzare l’economia” (p. 23). Mica roba da poco. E gli esempi che cita Mattei sono significativi, ma limitati. Ce ne sono molti altri, a cominciare dalle nostre piccole esperienze in una città abbandonata dal capitalismo “produttivo” come Torino, ma siamo ancora lontani dalla generalizzazione di un’alternativa.

Questo non è però un problema del libro, è un problema della realtà che viviamo. E quindi fuga, ma per andare dove? Intanto proviamo, magari a non fuggire rinchiudendoci in spazi in cui il capitalismo ci lascia sopravvivere, ma a eroderlo, un po’ per volta, mantenendo sempre una “bussola socialista”, come diceva E.O. Wright, e poi vediamo.

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…Il cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile, scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher) alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine capitalistico…

…Particolarmente cruciale, nel contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità (fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base della redditività capitalistica.

La lettura più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per mantenere in piedi il sistema…

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…Quello che rende il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto. Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.

“Escape from Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale: improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi, nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.

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…Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in Palestina. Sottrazione di terre e risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo, la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti, andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano invisibile del mercato1 ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2. Nella Russia post-sovietica di Eltsin la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva distribuzione delle risorse)…

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domenica 18 ottobre 2026

Roma e i sovranisti - Tommaso Merlo

 

Roma e il vero sovranismo - Tommaso Merlo

Capitali come Roma contano sempre meno perché il vero potere è altrove. I cittadini vengono illusi in campagna elettorale e poi i politicanti ubbidiscono a chi comanda davvero dietro le quinte. Gran parte della nostra sovranità l’abbiamo persa per ragioni economiche, paesi indebitati fino al collo come l’Italia sono in mano agli strozzini del casinò finanziario globale. Se qualcuno a Roma si mettesse a spendere e spandere, qualche sciacallo di New York comincerebbe a speculare sul nostro fallimento. Eppure nessun politicante parla di ripagare l’abnorme debito pubblico perché richiederebbe strategie emergenziali di lungo periodo e sacrifici che non rendono in campagna elettorale e così ogni anno buttiamo via circa cento miliardi di interessi invece di usarli per migliorare il nostro paese. E così a Roma bisticciano con gli spiccioli e tagliano stato sociale e diritti per far cassa con pure la beffa che i debiti continuano ad aumentare e con essi la nostra prigionia. Poi c’è il furto di sovranità politica e qui i ladri sono molteplici. Innanzitutto l’impero americano, l’Italia è una portaerei americana di stanza nel Mediterraneo e pure nucleare. Siamo la colonia europea più servile e ruffiana sia per nostra indole sia per la qualità sempre più imbarazzante dei leader che partoriamo, gente che si prostra quando va in pellegrinaggio alla Casa Bianca e che in inglese sa dire solo “yes”. E dato che in America comandano i sionisti, siamo succubi pure di loro facendo bestemmiare nella tomba i nostri padri costituenti. Già, oltre alla spazzatura hollywoodiana e alimentare, dall’altra sponda dell’oceano è sbarcata pure la mafia lobbistica, gruppi economici e ideologici che entrano nei palazzi del potere politico e mediatico dalle porte sul retro e si siedono a capotavola a dettare l’agenda alla faccia dei fessi che ancora si prendono la briga di andare a votare ed informarsi. Sulla carta il potere appartiene al popolo ma in realtà appartiene a chi ha i soldi per comprarsi perfino la democrazia. Altri ladri di sovranità sono le istituzioni internazionali tipo la Nato, il braccio armato del decadente impero americano che trascina da decenni le meschine colonie europee in guerre che hanno il solo scopo di svuotare gli arsenali e riempirli di nuovo in modo da far ingrassare a dismisura la lobby della morte e della distruzione. Il tutto fottendosene altamente dei cittadini europei ma anche americani che vorrebbero la pace e che i loro soldi fossero spesi in modo più intelligente tipo per costruire un mondo migliore invece che per distruggerlo. Altro ladro di sovranità è la Commissione Europea nata per servire i popoli del continente e finita per servire il verminaio lobbistico di Bruxelles che ha il duplice scopo di farsi scrivere leggi e regolamenti favorevoli ed abbuffarsi di appalti. Un parcheggio di politicanti trombati e di ideali infranti infestato di inverecondi parassiti e guerrafondai. Ma c’è anche un livello più profondo. I cittadini hanno perso sovranità per mano di un ladro invisibile, l’ego dei politicanti che si arrapa solo con gli affaracci propri. La politica offre soldi, potere, visibilità e status sociale ed attira quindi il peggio della società. La politica è poi rapidissima come ascensore sociale e in paesi come il nostro non richiede nessuna particolare qualità o merito, basta sbaciucchiare il deretano del boss giusto al momento giusto e al massimo portare voti. Conta la lingua e non cuore e cervello e tantomeno attributi. Politicanti che una volta accomodati diventano un tutt’uno con la poltrona e invece di sputare sangue per risolvere le grane dei poveri cristi, s’ammalano di viltà conformistica e s’imborghesiscono. Vestendosi da carnevale altolocato, ricorrendo a qualche ritocchino e mettendosi a parlare una lingua astrusa stando attentissimi a non infastidire troppo il sistema in modo da riuscire a riciclarsi all’infinito. Certo, per riconquistare un minimo di sovranità aiuterebbe una migliore qualità della politica. Promettere a vanvera in campagna elettorale dovrebbe diventare un reato punibile con l’incandidabilità e i politicanti vanno selezionati, valutati e pure pagati come tutti i comuni mortali. Aiuterebbe ma non basta. E la sovranità non è nemmeno questione di rigurgiti nazionalistici da secolo scorso che alla lunga hanno portato solo alla guerra. La sovranità è una questione democratica di fondo che verrà riconquistata quando il potere politico tornerà ad appartenere solo ed esclusivamente al suo legittimo sovrano e cioè al popolo.

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Le proteste, le colpe del governo e la pace - Tommaso Merlo

Le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi politica che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina. Il governo minimizza e schiva ma è palesemente colpevole ed ha pure la sfiga che non manca molto alle elezioni e la becera propaganda non serve a nulla quando i cittadini hanno tasche e stomaco vuoti. Questa crisi energetica e quindi economica e quindi sociale è causata da ben due disfatte militari, quella in Ucraina e nel Golfo Persico. Non due guerre qualunque ma con due delle principali fonti energetiche mondiali. Due guerre suicide che questo governo ha pienamente sostenuto e addirittura finanziato inginocchiandosi senza dignità alla volontà di Washington e Bruxelles. E menomale che questi erano i sovranisti. Tutto aumenta perché aumenta il costo di gas e petrolio e cioè dei costi di produzione e trasporto ed aumentano perché di gas e petrolio ce ne sono in giro sempre meno per la distruzione di rapporti e rotte commerciali ed impianti a causa delle due guerre. I prezzi di gas e petrolio sono decisi a livello internazionale, ma la colpa di questo governo è quella di aver deciso sciaguratamente di partecipare a quelle guerre suicide nonostante l’Italia sia sul lastrico e cioè piena di debiti fino al collo e avvitata in una crisi infinita che in realtà è declino. Economico, sociale, demografico, culturale, politico. Nonostante cittadini in gravi difficoltà e un sistema allo stremo, questo governo ha buttato via gli spiccioli che ci rimangono per quelle guerre e quindi oggi non ha risorse sufficienti per alleviare la deflagrazione della crisi. Davvero un errore politico imperdonabile. Con miliardi inviati a Kiev anche dopo che sono scoppiati immondi scandali di corruzione come se la volontà della potentissima lobby della guerra venisse prima di quella del popolo italiano. E menomale che questi erano i patrioti. Noi come vicino di casa abbiamo la Russia che è la principale risorsa energetica al mondo ma per ubbidire allo stato profondo americano travestito da Nato e ai complici guerrafondai della Commissione, ci siamo invischiati in una guerra suicida che ci ha costretto a comprare risorse di qualità peggiore a prezzi più alti. Fatale per paesi come l’Italia che dipendono per oltre il 70% dall’energia altrui. Ed è infatti in quella fase che hanno iniziato a decollare le bollette “più care d’Europa”. Oggi siamo ad una seconda mazzata e ancora più grave perché oltre a giocarci la Russia ci siamo giocati anche lo Stretto di Hormuz da cui transitavano i mega mercantili carichi di gas e petrolio degli emirati. Se ne parla meno perché significa puntare il dito verso i padroni di colonie come l’Italia e cioè verso gli americani e in particolare verso i sionisti che hanno spinto Trump alla disastrosa aggressione dell’Iran che ha scombussolato l’intera Asia Occidentale e trascinato il mondo in una crisi energetica senza precedenti. Il governo italiano è uno di quelli più servili e complici del fatidico duo. Con la chicca della complicità al genocidio del secolo e centinaia di soldati italiani inviati in quella nefasta dittatura che è l’Arabia Saudita a difesa di quel criminale conclamato di Bin Salam. Una colpa storica più che politica e una vergogna morale oltre che strategica. La via di uscita è la pace, è il ritorno alla diplomazia e alla cooperazione. La buona notizia è che l’intera Europa è al verde e il corrotto baraccone ucraino ha bisogno ogni mese di miliardi per tirare avanti. La bancarotta e pure fraudolenta potrebbe arrivare prima della disfatta militare in corso. A quel punto si vedrà in che mani finirà Kiev ma di certo vanno immediatamente ristabiliti rapporti politici e commerciali con Mosca e pure ferrei in modo che nessun burattino della lobby della guerra possa comprometterli. Anche nel Golfo Persico la via d’uscita è la pace e il modo più rapido per ottenerla è che Trump ammetta la disfatta e si levi dai piedi. Il problema è che i sionisti sono all’ultimo giro di giostra, non avranno mai più un Congresso così corrotto e un presidente così ricattabile e quindi carpe diem. E anche qui la speranza è una sconfitta definita sia dell’impero americano sia dei deliri ideologici sionisti che soli e circondati da trecento milioni di arabi, persiani, beduini e turchi saranno costretti a più miti consigli. Trattando i palestinesi come essere umani come tutti gli altri e comportandosi in modo civile. Quanto a colonie come quella Italiana, l’unica speranza è il ritorno alla piena libertà politica e a governi con un minimo di sale in zucca e di cuore in grado sia di districarsi nelle dinamiche oltralpe sia di fare il loro lavoro che è quello di risolvere con serietà i problemi dei cittadini. Già, le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina.

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domenica 11 ottobre 2026

Putin vince, l’Europa è lo scemo del villaggio globale - Alberto Capece

L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico. Trump nella sua disperata ricerca di qualcosa che faccia diminuire il prezzo dei carburanti e la devastazione che essi stanno portando alla sua campagna elettorale, si è persino attaccato alla Russia per ottenere gasolio e per questo ha mandato a remengo Zelensky e i suoi amici europei che a tutti i costi vogliono  colpire le raffinerie russe, una delle poche cose che rimangono da fare per alimentare una guerra che sta per estinguersi. Insomma gli europei prima sono stati indotti a partecipare alla preparazione della guerra ucraina, poi a spendere centinaia di miliardi in armi e in cessi d’oro e ora vengono abbandonati al loro destino. Insomma hanno fatto la figura degli scemi del villaggio globale.

Tutto è paradossale in questa vicenda perché gli attacchi ucraini sono stati concepiti e diretti dai servizi occidentali e in particola dalla Cia; perché i danni sono stati enfatizzati oltre ogni limite di decenza, facendo credere che carenze locali di gasolio avessero inferto un colpo mortale alla Russia (e Putin glielo ha fatto credere, preparando la trappola), mentre ora si scopre che Mosca può vendere senza problemi il proprio gasolio, come del resto fa nei confronti di altri Paesi; perché le quantità concordate, anche ammesso che arrivino, non costituirebbero che due settimane scarse di consumo statunitense; perché comunque l’operazione, sempre che vada in porto, cosa della quale c’è fortemente da dubitare, non aumentano le quantità totali di diesel a disposizione nel mercato globale, ma solo la loro destinazione.

Questo i famosi mercati lo sanno benissimo, ma The Donald spera di poter tamponare la situazione per le tre settimane che lo separano dalle urne di mezzo termine: ciò che si propone di fare è dire agli americani: vedete, sto facendo qualcosa per diminuire i prezzi. Che poi le lobby sioniste e i bastardi dei servizi glielo consentano davvero, è un altro discorso.  Tuttavia per ottenere questo traballante scopo ha dato un calcio nel didietro ai suoi amici d’oltre atlantico. Mentre il cocainomane di Kiev  viene trattato con la cura di un nano da giardino da Berlino, Bruxelles, Londra, Parigi e persino dalla vaiassa romana del mercatino rionale, Trump lo sta buttando a mare: “Penso che sia giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo presidente. Zelensky avrebbe potuto risolvere questa guerra molte volte. Molte, molte volte. E ha scelto di non farlo”. Ciò ovviamente non è vero perché Zelensky non è altro che una marionetta in mano agli occidentali sin da quando faceva il presidente del popolo (quello che ha poi sterminato)  in una serie televisiva, fa ciò che gli si dice, ma proprio per questo la sconfessione del duce di Kiev equivale a una dichiarazione di sconfitta. Il presidente americano che telefona a Putin chiedendogli di dargli una mano, è come se fosse andato sulla Piazza Rossa con una bandiera bianca. Il capo dell’Occidente riconosce che non può più imporre a chiunque  la propria volontà e che anzi è costretto a chiedere aiuto, dichiara di essere ormai la minoranza del mondo. Un espediente elettorale apre uno squarcio enorme nella tela della storia. 

In più l’ultimo sberleffo all’Europa: nelle conversazioni che si sono tenute in questi giorni è venuta fuori l’idea di ricostruire il Nord stream grazie a una joint venture tra una società russa e una americana: se dunque il gas dovesse un giorno tornare a fluire lo farebbe con il controllo di una società americana che ovviamente lucrerebbe a più non posso sui prezzi. Se fossi nei leader europei, presenti e passati penserei a un dignitoso suicidio collettivo, a un seppuku riparatore dopo aver compromesso la vita di 400 milioni di cittadini. Disgraziatamente essi sono stati scelti proprio per la mancanza di dignità. Resteranno finché non li caccerà via o finché non marciranno.

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domenica 4 ottobre 2026

Perché i colossi dell’AI distruggono i libri? - Antonio Dini

L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.

È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente distruggendoli, e infine li ha buttati al macero. 

Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas, dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti. 

La società non ha però confermato pubblicamente che i file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti”.

Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.

Il filo che lega questi episodi è più interessante della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti. 

Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato sulla pagina stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente poco sfruttato.

Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica ampiamente utilizzata nel settore dell’AI, e che nessuno dei suoi programmi di acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”. 

Questa dichiarazione è importante, ma va letta con precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta “scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate, private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma non formalmente classificati come antiquari.

Gli atti e le cause americane indicano che il problema riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto, taglio e distruzione fisica dei libri. 

La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.

Materia prima pregiata

C’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel mirino dei colossi dell’AI, e riguarda la qualità del lavoro umano specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico, un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici, quindi genuinamente umani. 

Per un modello linguistico questa è la materia prima più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra AI (o da versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI, l'”AI degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà, accumulando errori e appiattendo le risposte.

La soluzione al “problema Asburgo” dell’AI è trovare “materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto. 

I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati da archivi pirata.

Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo integralmente. 

Sul versante opposto, va anche segnalato che la distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del “reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita logistica, non per estrarne valore.

Lo scandalo del macero industriale

Quindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che nessuno vuole più leggere. Le aziende di AI, invece, comprano deliberatamente libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo. 

Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.

La posizione della Commissione Europea è invece opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.

Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri, sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma non conserva integralmente la storia materiale del libro.

È difficile capire quale possa essere il punto di vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di conservazione responsabile.

Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo. Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è invece molto più problematico.

Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverse

Quello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare generale. 

Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.

In Europa il quadro è più prudente e non ricalca quello americano. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.

Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri, procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.

Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte sulle singole transazioni. 

Librai e artisti contro l’AI

Questa storia si inserisce in una vicenda più ampia che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che generano fatturati miliardari. 

È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’AI potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme, della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.

Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”, “ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere uniche” vanno ridimensionate. 

Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale per l’AI sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito sulla conservazione culturale.

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venerdì 2 ottobre 2026

Patagonia: repressione dei Mapuche e nuova colonizzazione dell’intelligenza artificiale - Gianni Sartori

 

Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala alle Guardiane dell’Acqua, la resistenza indigena difende territorio e risorse dalla nuova corsa tecnologica.

Come è noto la Patagonia argentina (celebrata – talvolta a vanvera – da turisti di vario genere: scrittori, alpinisti, ciclisti, fotoamatori…) si avvia a subire l’ennesima distruttiva colonizzazione. La costruzione di nuovi data center per l’intelligenza artificiale (skinet ?) e anche – notizia recente – tanti moderni rifugi antiatomici per ricconi. Nel frattempo sugli autoctoni, i mapuche,si riversa ancora la repressione.

Un passo indietro. Dopo un lungo sciopero della fame (e in parte della sete), verso la metà di luglio il militante mapuche Facundo Jones Huala, detenuto in attesa di giudizio, otteneva il trasferimento dalla prigione di Rawson a quella di d’Esquel. Come il suo avvocato richiedeva dall’ottobre scorso in quanto Rawson si trova a più di 800 chilometri da dove vivono i familiari del prigioniero politico. 

L’avvocato Gustavo Franquet sosteneva inoltre che “l’inchiesta non aveva fornito alcuna prova” a sostegno delle accuse e che il dossier si basava “solamente su ipotesi e supposizioni, senza fornire elementi concreti”.

Ma l’esito in qualche modo era – se non proprio scontato – almeno prevedibile: Facundo Jones Huala è stato condannato a cinque anni e due mesi di detenzione dal tribunale di Bariloche in quanto “appartenente a una organizzazione che cerca di imporre le proprie idee con la forza e incitando al crimine”. Ossia la RAM (Resistenza ancestrale mapuche).

La difesa, pur avendo messo in dubbio l’imparzialità del tribunale, alla fine ha accettato il rito abbreviato per evitare una pena più pesante. Da parte sua Jones Huala aveva rivendicato l’esistenza della RAM e il diritto degli indigeni al sabotaggio.

Nel frattempo, ai primi di giugno, Javier Milei era intervenuto sul Financial Times con un articolo (“Argentina invites AI to free itself). In cui garantiva ai baroni della Silicon Valley (quelli dell’intelligenza artificiale) condizioni assai convenienti, sia sul piano fiscale che legale. Sempre nel giugno 2026 il governo argentino presentava al Congresso il Súper RIGI, un ampliamento del Regime di Incentivo per Grandi Investimenti del 2024. Proprio per favorirei megacentri dati destinati all’IA. Con dazio zero sulle importazioni e contributi datoriali ridotti al 10% per le nuove assunzioni. Oltre a stabilità fiscale, doganale, valutaria e normativa per 30 anni. 

Già l’anno scorso l’amministratore delegato di Satellogic (Emiliano Kargieman) aveva preannunciato il progetto del primo data center latinoamericano dedicato all’IA con il sostegno di OpenAI.

Di fatto si sta svendendo la Patagonia, con le sue riserve di acqua e gas, a personaggi come il fondatore di Palantir Technologies (Peter Thiel)che – combinazione – ha da poco trasferito la sua resistenza in Argentina. 

Ma ciò che forse il governo argentino non aveva messo in conto era di doversi confrontare con la resistenza delle comunità che vivono lungo i corsi d’acqua (elemento di cui abbisognano in gran quantità i data center). Comunità che da decenni, con l’ostinazione di chi è nel giusto, si oppongono a miniere, industrie inquinanti, fracking e trivellazioni. 

Come le weychafe (“guerriere” in mapudungun) del fiume Corcovado (provincia di Chubut), quelle che devono percorrere chilometri a piedi per rifornirsi di acqua per uso domestico. 

Al grido. “Fuera Peter Thiel de Argentina !” Le Guardiane dell’Acqua lottano unite “porque sabemos todas las consecuencias de la destrucción de la tierra, como si fueran nuestros cuerpos”.

Infatti per la spiritualità tradizionale mapuche ogni elemento naturale possiede una forza vitale (newen) e nulla può essere prelevato senza chiedere permesso.

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lunedì 28 settembre 2026

Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie

Per un libro appena uscito le settimane che contano sono le prime, è quello il (breve) intervallo di tempo in cui si capisce se avrà successo sul mercato. Secondo uno studio pubblicato all’inizio di settembre, è proprio lì che il prestito digitale delle biblioteche pubbliche pesa di più. Con le app che permettono di prendere in prestito un ebook in pochi secondi, una parte dei lettori rinuncia a comprare la copia in libreria e aspetta il proprio turno sullo scaffale virtuale. La ricerca, un’analisi empirica sull’impatto del prestito digitale sull’economia del libro, è stata commissionata dall’Associazione degli editori americani e dalla Authors Guild, e sostiene che con il boom dei prestiti digitali il mercato commerciale sia in calo. Il punto, secondo gli autori dello studio, è la velocità con cui il fenomeno sta crescendo e continuerà a crescere, considerato soprattutto il fatto che in tante biblioteche, negli Stati Uniti e nel mondo, gli ebook costituiscono ormai quasi la metà delle collezioni.

Per le biblioteche, però, gli ebook sono tutt’altro che comodi. Una copia di carta la comprano e resta loro, un ebook invece lo prendono in licenza, e dopo un certo numero di prestiti la licenza scade, i diritti tornano all’editore e il libro va ricomprato. Proprio perché questo meccanismo pesa sui bilanci pubblici (la maggior parte delle biblioteche appartengono ad amministrazioni comunali o aziende municipalizzate), alcuni Stati americani hanno provato a intervenire. Il Maryland, per esempio, ha cercato di eliminare i vincoli su distribuzione, acquisto e prezzo delle licenze per ebook e audiolibri. Il rapporto dell’Associazione degli editori americani e della Authors Guild considera queste misure parte del problema, perché licenze più economiche significano meno ricavi per gli editori, oltre a porre problemi per quanto riguarda il  diritto d’autore, e finora i tribunali hanno dato ragione a chi detiene i diritti. Il risultato è che i costi continuano a pesare sia sui margini degli editori sia i bilanci delle biblioteche, e le liste d’attesa per le nuove uscite si allungano.

Non tutti accettano l’impostazione. Literary Hub, che ha raccontato la ricerca, osserva che così facendo si rischia di scaricare un problema di sistema sul lettore e sulla biblioteca, e ricorda che già Jane Friedman (ex presidente e amministratore delegato di HarperCollins Publishers Worldwide, uno dei principali editori in lingua inglese del mondo) aveva scritto su Substack che bisogna diffidare da qualsiasi analisi che scarichi sui consumatori la colpa del calo dei profitti. Il modello di vendita digitale oggi in uso, lo ha inventato Amazon e le soluzioni proposte vanno in due direzioni diverse: più fondi pubblici alle biblioteche perché possano pagare di più le licenze, oppure prezzi più alti per gli ebook, che è la via preferita dagli editori ma che avrà innegabili conseguenze sui lettori.

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venerdì 25 settembre 2026

Dai paradisi fiscali ai palazzi a Dresda: la farsa degli aiuti all'Ucraina che arricchisce i soci di Zelensky


Mentre l'Europa massacra famiglie e imprese con i tagli e il carovita, i soldi dei contribuenti comunitari finiscono in paradisi fiscali e immobili di lusso usati dalla cerchia del presidente ucraino

Mentre il nostro continente affonda sotto il peso di un'Unione Europea guerrafondaia, neoliberista e accecata da una feroce russofobia, chi proclama di essere pronto a difendere l'Ucraina fino alle estreme conseguenze pensa solo a rubare e nascondere i propri tesori. L'Europa si sta impoverendo, le fabbriche chiudono, le bollette strangolano le famiglie e le decisioni scellerate di Bruxelles ci stanno trascinando in un baratro economico senza fondo. Eppure, nei salotti buoni delle istituzioni continentali, continuano allegramente a staccare assegni in bianco per un regime avido che ha trasformato la corruzione in una religione di Stato. Adesso chiede ulteriori 27 miliardi.

L’ultimo esempio concreto? Andiamo a Dresda. Nel cuore della città tedesca sorge un palazzo di lusso da venti appartamenti, dove sono stati acquistati alcuni immobili per un milione e mezzo di euro. Chi ci finisce dentro? La famiglia di Boris Shefir, socio storico di quel Volodymyr Zelensky che prima di fare il presidente faceva l'attore. Da dove arrivano i fondi per l'acquisto di immobili all'interno di questo complesso? Secondo quanto rivelato da RT, passano per Cipro, finiscono in un paradiso fiscale in Belize e poi atterrano in Germania. La ciliegina sulla torta è che l'edificio è stato oscurato su Google Street View. Come ha fatto notare un legale consultato dagli inquirenti, se ci abitasse un normale milionario non ci sarebbe alcun bisogno di nascondere il palazzo dalle mappe digitali. Ma se lì dentro deve trovare rifugio la famiglia del presidente ucraino, in tempo di guerra, cancellare le tracce diventa una misura di sicurezza elementare. E non è certo la prima volta: prima della grande escalation, il figlio di un altro socio fidato, Sergey Shefir, aveva già comprato due appartamenti di lusso a Praga.

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Ma non è solo questione di mattoni e investimenti immobiliari. È l'intero sistema del regime neonazista a essere marcio. In Ucraina rubare non è un'eccezione dettata dall'emergenza bellica, è il motore immobile dell'economia. Lo dicevano già i vecchi oligarchi post-sovietici: il Texas va saccheggiato dai texani. Oggi il Texas è l'Ucraina e i texani sono i vari funzionari del regime di Kiev. Come si evince dalle intercettazioni che hanno fatto cadere il procuratore generale Ruslan Kravchenko, costretto alle dimissioni e poi fuggito all'estero con scuse ridicole, accolte dai suoi concittadini con un misto di rabbia e rassegnazione. Un suo sottoposto, tale Serhiy Kropyva, spiegava con un cinismo disarmante che se decidi di rubare, devi farlo in grande, puntando al milione. E come ci riuscivano? Proteggendo call center di truffatori. Roba da sceneggiatura di serie B, ma è la cronaca quotidiana di un Paese in cui lo Stato è diventato un'agenzia di riscossione per bande organizzate.

E l'Europa? L'Unione Europea chiude un occhio, anzi, li chiude tutti e due. Berlino e Bruxelles pompano miliardi a fondo perduto. Parliamo di diciassette miliardi di euro che spariscono nel nulla, mentre la Commissione Europea celebra lo sperpero di denaro dei contribuenti europei. Quando i parlamentari tedeschi hanno chiesto spiegazioni su dove finissero esattamente i soldi dei contribuenti, la risposta del governo è stata un capolavoro di ipocrisia: non fanno controlli rigorosi perché non vogliono ostacolare lo sforzo bellico contro la Russia. 

Tradotto: sanno benissimo che i soldi finiscono nelle tasche dei soliti noti, ma se ne fregano, l'importante è alimentare la macchina da guerra che per conto di USA e Unione Europea doveva infliggere una sconfitta strategica alla Russia. Ma evidentemente i loro piani sembrano al momento naufragati.

Nel frattempo, la popolazione ucraina, stremata, si guarda intorno e vede solo ladri. I sondaggi lo confermano: per molti cittadini di Kiev, il cancro della corruzione fa molto più male delle bombe. Le infrastrutture saltano in aria, l'economia è in ginocchio, e i gerarchi del regime - come l'ex capo dell'ufficio presidenziale Andriy Yermak o la stessa Iryna Mudra, che aveva candidamente ammesso che la corruzione non va combattuta ma solo incanalata - cadono o si dimettono, lasciando tutto come prima. L'Europa continua a foraggiare questo colabrodo, affossando la propria economia e il proprio futuro, mentre a Dresda i palazzi dei nuovi zar di Kiev vengono nascosti dietro pixel sfocati.

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giovedì 24 settembre 2026

Lo sciame, il panico e il conto pubblico - Fabio Vighi

C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale. 

Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.

Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!

Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.

A cosa serve l’allarme

Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti. Piuttosto, prepara il terreno per qualcosa di completamente diverso: una garanzia federale sugli enormi investimenti necessari a costruire l’infrastruttura dell’IA. Lo Stato potrebbe finire per garantire, direttamente o indirettamente, il debito con cui OpenAI e altre aziende del settore finanziano la loro espansione.

Lo «sciame» di Amodei non è che un alibi. Offre ad Altman la ragione perfetta per rinviare l’IPO da mille miliardi di dollari — «non è un momento giusto per quotarsi in Borsa», ha commentato — mentre consegna al Congresso il mandato emotivo per autorizzare finanziamenti federali d’emergenza destinati a proteggere l’IA, e a quanto pare il mondo intero, dalla catastrofe. La minaccia esistenziale è abbastanza reale da giustificare l’erogazione di denaro e abbastanza vaga da giustificare qualunque altra cosa. 

Ecco la macchina tecno-finanziaria nella sua forma più machiavellica. In mezzo a tutto il rumore, il punto da tenere a mente è semplice: dietro la marcia trionfale dell’IA si nascondono montagne di debito. Nel 2027, gli investimenti dei giganti tecnologici in data centre e infrastrutture per l’IA supereranno i mille miliardi di dollari. Gli impegni fuori bilancio ammontano già a 3.100 miliardi, di cui 1.300 aggiunti in un solo trimestre. E le emissioni obbligazionarie legate all’IA hanno raggiunto quest’anno i 266 miliardi di dollari; il prossimo potrebbero arrivare a 400 miliardi.

Diversi tra i maggiori operatori del cloud — i cosiddetti hyperscaler — stanno ormai spendendo molto più di quanto riescano a generare. La corsa a costruire data centre e acquistare chip assorbe più liquidità di quanta ne producano le loro attività operative. Per colmare la differenza, le aziende devono cercare finanziamenti esterni e spostare una quota crescente del debito fuori bilancio.

A questo punto le condizioni per il prossimo giro di giostra (creazione di credito) devono essere costruite politicamente: prima il panico, poi la garanzia, infine l’emissione. Il discorso sulla sicurezza è il lubrificante ideologico di una sequenza in cui il credito privato finanzia la costruzione; la fragilità crescente rende necessaria una garanzia pubblica — attraverso appalti, sussidi energetici, protezione dalla responsabilità, garanzie sul debito o stanziamenti d’emergenza — e la garanzia, a sua volta, ha bisogno di un vocabolario d’emergenza.

La prova generale

Come molti ricorderanno, già nell’aprile 2026 Anthropic aveva annunciato che il suo modello Mythos aveva «individuato migliaia di vulnerabilità molto gravi, alcune presenti in ogni principale sistema operativo e browser web». La Casa Bianca ne aveva limitato l’accesso a circa quaranta organizzazioni, tra cui Amazon, Microsoft e JPMorgan. Banche, ospedali e governi esclusi da quella cerchia avevano potuto valutarne i rischi soltanto indirettamente: attraverso gli avvertimenti delle autorità di regolamentazione, i briefing d’emergenza e un linguaggio del rischio sistemico in rapida espansione.

Il FMI ha poi definito tutto ciò un potenziale «shock macrofinanziario», avvertendo che «fallimenti correlati» potrebbero «interrompere l’intermediazione finanziaria, i pagamenti e la fiducia a livello sistemico». Nel frattempo, il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, chiedeva ad Anthropic di informare il Financial Stability Board, l’organismo che riunisce funzionari dei ministeri delle Finanze e banchieri centrali del G20.

Dal canto suo, la BCE richiedeva a 110 banche di presentare entro il 31 ottobre «piani d’azione completi» contro le minacce informatiche legate all’IA, innalzando al livello «grave» la propria valutazione del rischio sistemico. E Klaus Schwab, naturalmente, lo aveva già detto con chiarezza nel 2020: di fronte a un grande attacco informatico, «la crisi del COVID-19 sarebbe diventata un piccolo disturbo».

È difficile non concludere che la prova generale sia ormai terminata e che il copione sia in gran parte già scritto. Dal 2011, gli esercizi Quantum Dawn della SIFMA simulano incidenti informatici su larga scala contro il sistema finanziario statunitense. Mettono così in scena proprio il tipo di crisi sistemica che potrebbe giustificare il ricorso a poteri d’emergenza, mentre addestrano le istituzioni a reagire secondo uno schema già definito. Se mai dovesse verificarsi un’emergenza finanziaria legata all’IA — reale, tollerata o fabbricata — l’architettura istituzionale per affrontarla sarebbe già pronta. Il pubblico non perderebbe tempo a chiedersi se la crisi fosse reale. Più probabilmente, implorerebbe Anthropic di salvarlo. 

Oracle, ovvero l’indizio

Il 9 settembre, nella stessa finestra di ventiquattr’ore in cui il panico sulla sicurezza dell’IA raggiungeva il culmine, Oracle ha pubblicato risultati accolti inizialmente come un trionfo. Il titolo è balzato nelle contrattazioni successive alla chiusura dei mercati. Ma il mercato del credito ha reagito in modo assai meno entusiasta: i rendimenti delle obbligazioni sono saliti e il costo delle assicurazioni contro il fallimento di Oracle — i cosiddetti credit default swap, o CDS — si è ampliato. Nel giro di ventiquattr’ore, l’azione aveva restituito l’intero guadagno, e anche qualcosa in più.

Oracle non è dunque un caso isolato, ma il primo indizio di una trasformazione più ampia del mercato del credito. Il settore sembra aver trovato il proprio equivalente dei mortgage-backed securities, al centro della crisi finanziaria del 2007-08: un nuovo mercato del debito costruito non sui mutui, ma sui chip e sui data centre. Il copione è sorprendentemente simile: allora c’erano i mattoni del settore immobiliare e i lotti di terreno; oggi ci sono i tech stack (l’infrastruttura tecnologica dei software) e i data centre.

Il segnale più preoccupante è che OpenAI e Anthropic, ancora prima di quotarsi, stanno già cercando di ottenere per il dopo-IPO un rating di credito investment grade. Secondo il Financial Times, i loro consulenti bancari hanno avviato discussioni con le agenzie di rating per rendere possibile l’accesso a finanziamenti più economici e al vasto mercato delle obbligazioni societarie. Non è ancora una garanzia pubblica, ma è la richiesta preliminare di quella credibilità finanziaria senza la quale la loro espansione non potrebbe essere sostenuta a debito.

La divergenza tra il mercato azionario e quello del credito, insieme alla corsa preventiva al rating, racconta l’intera storia in miniatura. Mentre il mercato azionario compra e vende soprattutto narrazioni, il mercato del credito deve valutare il rischio di non essere rimborsato. Quando i due mercati discordano così violentemente sulla stessa azienda, qualcuno sta valutando male il rischio. E raramente quel qualcuno è chi compra l’assicurazione.

Ecco perché il teatro sulla sicurezza — come se i miliardari dell’IA avessero improvvisamente sviluppato una “coscienza tecnologica” — non è soltanto decorativo: svolge una funzione precisa. Il problema non è semplicemente che i CEO siano insinceri, né che il pericolo sia infondato. È che il linguaggio della sicurezza trasforma l’esposizione privata in un obbligo pubblico.

I bilanci privati si stanno avvicinando al limite di ciò che possono assorbire. Quando quel limite sarà raggiunto, lo Stato verrà arruolato: non tanto per salvare un intero settore in fallimento, cosa oggi politicamente impossibile, ma per metterlo in sicurezza in quanto infrastruttura strategica. A quel punto, il sistema avrà bisogno di una narrazione altamente retorica: una storia capace di trasformare l’insolvenza privata in un pericolo pubblico, e il salvataggio in un atto di patriottismo.

Il manuale operativo

Un sistema costruito sul credito non può sopravvivere a un deleveraging prolungato (una lunga fase di riduzione del debito): ha bisogno di una creazione continua di credito per mantenere la macchina in funzione. Quando la domanda privata di credito si indebolisce — quando il flusso di cassa libero diventa negativo, i CDS s’impennano e il rialzo azionario dura meno di un giorno — le condizioni per il giro successivo devono essere fabbricate altrove. A volte attraverso la politica monetaria; sempre più spesso attraverso una narrazione esterna che giustifichi la politica fiscale: una minaccia esistenziale che soltanto il denaro pubblico può garantire in modo credibile.

Il panico sull’IA di settembre non è altro che l’odierno sistema operativo della macchina del credito. La garanzia è la prima mossa: socializzare il rischio mentre i bilanci privati sono ancora in grado di assorbirlo. La prova generale è la seconda: predisporre l’architettura d’emergenza per il momento in cui non potranno più farlo. Entrambe sono forme dello stesso sortilegio, orientate allo stesso obiettivo: più credito, garantito politicamente.

Ecco perché la tempistica del tweet di Amodei conta, e perché il post virale di Coxon, l’improvviso disgelo intorno a un disegno di legge bipartisan, la retorica da 11 settembre della minaccia esistenziale e il comodo rinvio dell’IPO di OpenAI appartengono tutti allo stesso quadro. Un quadro in cui gli incentivi convergono: i laboratori di IA hanno bisogno di protezione dalle conseguenze della propria esposizione; i politici, di un’emergenza attraverso cui espandere sia il controllo che la spesa; i media, di una catastrofe facilmente traducibile in una storia; e il sistema del credito, della prossima tranche.

La risposta di Trump

Lunedì 14 settembre, fedele al suo stile, Trump ha scritto su Truth Social che Amodei «si atteggia ad “angelo perfettino”», sostenendo che la sua amministrazione aveva già «impedito alle “persone” dell’IA» — Amodei compreso — «di fare cose cattive o potenzialmente cattive». Secondo Trump, «l’unico controllo, o “guardrail”, di cui l’IA ha bisogno è un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (CON UN QI ELEVATO!)». Ha poi definito il dibattito sulla sicurezza un «complotto MALATO» utile soltanto alla Cina, per concludere: «CHI VINCE NELL’IA, VINCE!»

Se Trump ha ragione nel sostenere che l’intervento di Amodei non sia che una mossa per mettere i concorrenti in difficoltà e consolidare la posizione di Anthropic, sbaglia però la conclusione. L’inferenza corretta non è l’inutilità della regolamentazione, ma il fatto che l’insincerità degli attori è strutturale: opera su entrambi i lati dello schieramento e del panico.

Il post di Trump non offre un’alternativa alla garanzia, ma una sua forma alternativa: la sostituzione della legislazione con la discrezionalità esecutiva. Nessuna nuova regola, nessun disegno di legge sulla sicurezza, nessuna supervisione congressuale. Soltanto la garanzia che, quale che sia il governo in carica, la macchina del credito continuerà a funzionare. 

Resta la domanda con cui vorrei chiudere, prendendo in prestito le parole di Greg Jensen di Bridgewater: oggi l’IA si troverebbe nella stessa situazione in cui si trovava «il COVID nel febbraio 2020»: «Purtroppo, la storia suggerisce che non faremo nulla finché l’IA non comincerà a uccidere delle persone. Ma prima o poi dovremo affrontarla. Succederà comunque, e sarebbe molto meglio cominciare a occuparsene fin d’ora».

Il detonatore non deve essere finanziario per svolgere la stessa funzione. Ciò che conta è che l’architettura della risposta sia già pronta a trasformare qualunque emergenza in credito garantito politicamente. Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente una bolla che si gonfia, ma una bolla preparata al salvataggio. Le basi politiche vengono gettate in anticipo, così che, quando il credito si bloccherà, la garanzia sarà già stata giustificata. Lo «sciame incontrollato» è una richiesta di assicurazione federale, presentata in anticipo nel linguaggio universale della salvezza.

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