Visualizzazione post con etichetta Voci Globali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci Globali. Mostra tutti i post

lunedì 18 settembre 2023

La falsa propaganda per i diritti umani accettata dall’Occidente - Violetta Silvestri


Quando l’Egitto ha presentato il suo primo documento ufficiale per una politica nazionale dei diritti umani, lo ha fatto con enfasi. Era il 12 settembre 2021 e il presidente Abdel Fattah al-Sisi celebrava con orgoglio un “momento luminoso nella storia contemporanea dell’Egitto, che considero un passo serio verso il progresso dei diritti umani… tenendo conto dell’importanza di questo campo vitale nella valutazione dell’avanzamento e del progresso delle società”.

Un anno più tardi, a novembre 2022, la nazione ha ospitato la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta anche come COP 27, vetrina internazionale rilevante per le tematiche e per il prestigio istituzionale. Un’occasione imperdibile per lo Stato egiziano, nella quale elevare la propria immagine a nazione moderna e affidabile, non più macchiata da opacità e inerzia nel campo dei diritti umani, civili, sociali.

Tuttavia, proprio alla vigilia di quell’evento, erano emerse voci molto critiche sulla reale condizione di libertà e democrazia nel Paese. Tra tutte spiccava la denuncia di Amnesty International nel dossier “Disconnetted from reality“ con questo appello:

Le autorità egiziane hanno dato vita alla Sndu [Strategia nazionale sui diritti umani] per celare l’incessante violazione dei diritti umani, pensando di poter prendere in giro il mondo in vista della Cop 27. Ma la cruda realtà della grave situazione dei diritti umani non può essere ridisegnata con un’azione di marketing.

A settembre 2023 sono già due gli anni di implementazione della Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu) e il bilancio continua a essere preoccupante. Solo per fare qualche esempio più recente, il 14 agosto scorso si è ricordato il massacro di Rabaa, risalente al 2013 e che ha quindi sancito quest’anno il “decennio della vergogna“, come sottolineato da Philip Luther, direttore delle ricerche e della difesa di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il 14 agosto 2013 i militari egiziani dispersero violentemente i sit-in dei sostenitori dell’organizzazione I Fratelli Musulmani e del deposto presidente Mohamed Morsi nelle piazze Rabaa al-Adawiya e al-Nahda del Cairo. In quel tragico giorno, secondo testimoni ed enti per i diritti umani, le forze di sicurezza utilizzarono veicoli blindati e bulldozer, oltre a truppe di terra e cecchini sui tetti con munizioni vere, per attaccare la piazza delle proteste da tutti i lati e chiudere le uscite sicure.

https://vociglobali.it/wp-content/uploads/2023/09/Immagine-2023-09-07-122515.jpgQuesto è uno scorcio di quanto accaduto il 14 agosto 2013 nella violenta repressione di piazza in Egitto, che di fatto ha sancito la presa di potere di al-Sisi. Foto da video di Al-Jazeera

Il bilancio racconta di 817 persone morte durante la sola dispersione di Rabaa, con un totale di almeno 1.000 vittime. L’evento è entrato nella memoria degli egiziani come un massacro, una delle pagine più buie della storia nazionale. Tuttavia, nessun funzionario o entità è stato ritenuto responsabile e al centro della piazza Rabaa è stato addirittura eretto un monumento per onorare la polizia e l’esercito.

Il fatto è emblematico per smascherare la propaganda dei diritti umani di al-Sisi.

“Il massacro di Rabaa ha rappresentato un punto di svolta a seguito del quale le autorità egiziane hanno perseguito incessantemente una politica di tolleranza zero nei confronti del dissenso. Da allora, innumerevoli critici e oppositori sono stati uccisi durante le proteste di piazza, lasciati a languire dietro le sbarre o costretti all’esilio”, ha dichiarato nell’anniversario 2023 Philip Luther.

Reporter Senza Frontiere descrive senza mezzi termini l’Egitto come “una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti”, classificando il Paese al 166° posto su 180 Paesi. A questo si aggiunge Freedom House, che lo ha classificato come “non libero”, mostrando come il rating di libertà della nazione, già scarso, si sia lentamente eroso negli ultimi cinque anni, passando da 26 su 100 nel 2018, a 18 su 100 quest’anno.

Solo nel 2022, le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente almeno 11 giornalisti per il loro lavoro o per le loro opinioni critiche. Almeno 26 giornalisti sono rimasti detenuti arbitrariamente in seguito a condanne o indagini pendenti con accuse di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social media” e/o “terrorismo”.

Radicata, inoltre, è la pratica dei divieti di viaggio arbitrari nei confronti di difensori dei diritti umani, membri della società civile, oppositori politici. Una delle vittime è Ahmed Samir Santawy, un ricercatore e studente di antropologia presso l’Università dell’Europa Centrale di Vienna, impegnato in approfondimenti sui diritti delle donne.

Il suo arresto in Egitto è avvenuto il 1° febbraio 2021, con successiva condanna a quattro anni di reclusione per la diffusione di “notizie false”. Nello specifico, a lui è stata contestata la pubblicazione di post sui social media che criticavano le violazioni dei diritti umani in Egitto e la gestione della pandemia da parte del Governo. Questa la prova della sua colpa. Rilasciato nel 2022, a giugno 2023 gli è stato vietato di lasciare la nazione.

L’elenco di soprusi dei funzionari statali e dei militari su liberi cittadini sarebbe ancora lunga e offusca anche il lancio –  celebrato da al-Sisi come espressione di democrazia – del “dialogo nazionale”, strategia voluta dal Presidente per riconciliarsi con le opposizioni (che contano molti prigionieri politici ancora in carcere) che si sta rilevando – anch’essa – una farsa.

Non è sfuggito, per esempio, che in quella stessa settimana di inizio delle sessioni del dialogo, avvenuto il 3 maggio 2023, la polizia abbia arrestato 16 parenti e sostenitori di Ahmed al-Tantawi, dopo che l’ex parlamentare dell’opposizione aveva annunciato che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Dinanzi a questi fatti, il castello di carta della politica dei diritti umani crolla. Ci si chiede, infatti, cosa significhi davvero quanto si legge nelle intenzioni della Sndu proclamate due anni fa:

… lo Stato egiziano assicura inoltre il proprio impegno a rispettare e tutelare il diritto all’integrità fisica, alla libertà personale, alla pratica politica, alla libertà di espressione e di formazione di associazioni civili, nonché il diritto al contenzioso. L’Egitto accoglie sempre con favore la pluralità dei punti di vista, anche le loro differenze, purché tengano conto delle libertà degli altri.

A volte, la propaganda di Stato si avvale di strumenti ancora più arguti e non mancano finte organizzazioni per i diritti umani. Lo ha scoperto, con un’inchiesta, la giornalista Antonella Napoli che ha svelato l’opacità dell’associazione egiziana Matt nel 2021. Il presidente dell’organizzazione, nata con lo scopo di difendere i diritti, intervistato, ha offerto la propria concezione:

“I diritti umani sono quelli economici, sociali, politici e civili… l’impegno del Paese ad avere l’acqua potabile è un diritto umano”, escludendo di fatto la libertà di parola o la detenzione dei prigionieri politici, relegate piuttosto a questioni di sicurezza nazionale.

Dinanzi al palese inganno delle politiche nazionali di difesa dei diritti umani, gli attori internazionali spesso mostrano un’attenzione anch’essa di facciata. Ad agosto, per esempio, un gruppo di membri democratici della Camera dei rappresentanti americana ha esortato l’amministrazione del presidente Joe Biden a trattenere alcuni aiuti militari all’Egitto per l’emergenza diritti umani. Secondo la legge statunitense, una parte dei soldi destinati all’assistenza militare all’Egitto è soggetta ogni anno alla certificazione secondo standard relativi al rispetto dei diritti.

Washington, però, vede il Cairo come un importante partner strategico in una regione complessa e ha affermato più volte che è impegnata a sostenere le sue legittime esigenze di difesa. Non è un caso che, anche nella migliore delle ipotesi, il blocco degli aiuti sarebbe limitato a 300 milioni su più di un miliardo di dollari garantiti.

Allo stesso modo, in seguito al massacro di Rabaa, l’Unione Europea ha deciso di sospendere le esportazioni di armi e beni che potevano essere utilizzati per la repressione interna.

Tuttavia, più di una dozzina di Paesi, tra cui Bulgaria, Cipro, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Romania e Spagna, hanno violato questa sospensione e hanno continuato a spedire attrezzature militari in Egitto. Tra questi c’è l’Italia, che ha dimostrato così di fare molto poco per ottenere la verità su Giulio Regeni (ferita che resta aperta, mentre la grazia concessa a Patrick Zaki ha chiuso un’altra drammatica vicenda). Voci Globali ne ha parlato in questo articolo.

L’Egitto non è un caso isolato e ultimamente i Paesi del Golfo si stanno facendo notare proprio per la duplice strategia di attivismo politico in ambito internazionale e riforme interne all’insegna dello sviluppo, del progresso e dell’emancipazione democratica.

Nel mirino degli osservatori in questi mesi ci sono gli Emirati Arabi Uniti per la vetrina della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop 28, che si terrà a novembre prossimo a Dubai.

Nel presentare l’approccio che la presidenza del Paese del Golfo vuole dare all’evento, sul sito ufficiale si legge che tra le parole chiave c’è l’inclusività. Si enfatizza anche che, per la prima volta in una Cop, si darà importanza ai temi cruciali della salute delle persone e della pace per le comunità sotto attacco a causa dei cambiamenti climatici, con sessioni dedicate.

Solo pochi mesi fa, a maggio, Shamma Al Mazrui, ministro dello Sviluppo Comunitario degli Emirati, aveva dichiarato ai rappresentanti delle Nazioni Unite i passi significativi compiuti dagli Emirati Arabi Uniti per proteggere i diritti umani. Tra questi, l’introduzione di una legislazione chiave per garantire la parità di retribuzione tra i sessi, aumentare la protezione dalla violenza domestica, rafforzare i diritti dei lavoratori, combattere la tratta di esseri umani.

Intanto, però, si è già messa in moto una mobilitazione internazionale per mettere in guardia sulla reale situazione dei diritti nel Paese. Più di 50 organizzazioni e associazioni a livello mondiale hanno scritto un comunicato congiunto nel quale accusano gli Emirati Arabi Uniti di:

 … continuo attacco ai diritti umani e alle libertà, prendendo di mira gli attivisti per i diritti umani, promulgando leggi repressive e utilizzando il sistema di giustizia penale come strumento per eliminare il movimento per i diritti umani. Queste politiche hanno portato alla chiusura dello spazio civico, a severe restrizioni alla libertà di espressione, sia online che offline, e alla criminalizzazione del dissenso pacifico.

Poche settimane fa, inoltre, è stato pubblicato un report da parte di FairSquare, The Emirates Detainees Advocacy Centre e ALQST for Human Rights nel quale si vuole proprio sfidare la campagna di pubbliche relazioni degli Emirati Arabi Uniti in vista della Cop 28 che inizierà il 30 novembre alle l’Expo City di Dubai.

“Non c’è letteralmente nessuno negli Emirati Arabi Uniti che possa parlare liberamente per criticare la politica statale sul petrolio o sul cambiamento climatico. Chiunque tentasse di farlo si ritroverebbe rapidamente messo a tacere o imprigionato”, ha affermato Hamad al-Shamsi”, direttore esecutivo di The Emirates Detainees Advocacy Centre.

Lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti: come in diversi Paesi del Golfo, anche qui vige il sistema della Kafala, in base alla quale i lavoratori stranieri sono di fatto tenuti ostaggio dei loro datori di lavoro. Foto in CC da Wikimedia Commons

Ai più attenti osservatori non sfugge nemmeno la propaganda farsa portata avanti da Erdoğan sul tema dei diritti. La Turchia si è dotata di un “nuovo e rivoluzionario Piano d’azione per i diritti umani” nel marzo 2021, con lo scopo soprattutto di rafforzare le libertà di espressione e di organizzazione e il diritto a un giusto processo. L’Action plan on human rights si compone di 9 ambiziosi obiettivi, tra i quali l’impegno a garantire la protezione delle minoranze, la libera attività religiosa, politica, associativa dei cittadini, l’accesso a processi equi.

Mentre il presidente turco, forte della sua rielezione nel 2023, si rende protagonista della diplomazia mondiale (l’ultimo atto è stato l’incontro con Putin per cercare di sbloccare la crisi del grano), pochi sono i segnali di coerenza con il piano nazionale sui diritti umani.

Basterà citare come esempio l’incipit dell’ultimo report di Human Rights Watch:

Il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha preso regolarmente di mira i presunti critici del Governo e gli oppositori politici ed ha esercitato un forte controllo sui media e sulla magistratura nel lungo periodo che precede le elezioni parlamentari e presidenziali…

L’Arabia Saudita è un altro esempio di come rinnovare la propria immagine di nazione costruendo opache e limitate occasioni di emancipazione nei diritti. Sotto la “faraonica” strategia intotolata Vision 2030, il Regno si è dotato di una road map ricca di riforme economiche e sociali che comprende misure volte ad aumentare i diritti delle donne e la partecipazione alla società.

Tuttavia, il Governo resta contrario a qualsiasi critica o dissenso. Se è vero che una serie di riforme degli ultimi anni consentono alle donne di avere mansioni in diversi ambiti lavorativi, affrancarsi dalla tutela maschile in certi ambiti, guidare, stare in pubblico senza l’obbligo di indossare l’hijab, trasmettere la cittadinanza saudita ai figli se il marito è straniero, altrettanto provata è la repressione del dissenso e delle attività svolte nel Paese a favore dei diritti, anche dalle donne.

Nel bilancio 2022 del Paese, stilato da HRW, si sono sommati arresti di dissidenti pacifici, intellettuali pubblici e attivisti per i diritti umani, condanne di persone a pene detentive decennali per aver pubblicato sui social media, pratiche abusive nei centri di detenzione, tra cui la tortura e i maltrattamenti, detenzione arbitraria prolungata e la confisca dei beni senza alcun chiaro procedimento legale.

Il 12 marzo, le autorità saudite hanno giustiziato 81 uomini, la più grande esecuzione di massa degli ultimi decenni, nonostante le recenti promesse di ridurre l’uso della pena di morte. Il 10 luglio 2023, la Corte penale specializzata, il tribunale antiterrorismo dell’Arabia Saudita, ha condannato a morte Muhammad al-Ghamdi, 54 anni, un insegnante saudita in pensione, per diversi reati legati esclusivamente alla sua attività di pubblicazione di post online.

Joey Shea, ricercatore dell’Arabia Saudita presso Human Rights Watch ha offerto una sintesi lucida sulla realtà dei diritti nel Regno: “È difficile capire come gli impegni della leadership saudita a diventare una società più rispettosa dei diritti possano avere significato quando un semplice tweet critico può portare a una condanna a morte”.

Con queste premesse, i Paesi del Golfo e non solo si candidano a diventare i protagonisti della politica e dell’economia internazionale, ora più che mai visto il bisogno di materie prime e di alleanze strategiche anti-Cina dei Paesi occidentali. L’emancipazione reale dei diritti umani, ancora una volta, può attendere. O restare relegata a politiche nazionali deboli e molto propagandistiche.

da qui

venerdì 28 aprile 2023

Vestire insostenibile: industria tessile e fast fashion, impatto letale - Vanna Lucania


Quando la casa di moda Schiaparelli ha fatto indossare finte teste di animali alle sue modelle durante la Paris Fashion Week lo scorso gennaio, il mondo degli animalisti e non solo si è levato in polemica contro quello che sembrava un inno alla caccia.

Un riferimento alle bestie dantesche non dovrebbe destare tanto scalpore, almeno non quanto dovrebbero invece i retroscena di tutta l’industria tessile, non solo della moda. Il suo impatto, infatti, è sostanziale, non solo sull’universo animale ma anche e soprattutto su ambiente e clima.

Secondo l’UNEP, il settore del fashion è il secondo più grande in termini commerciali, ma il suo record riguarda anche gli enormi numeri che lo mettono in relazione alla questione ambientale e climatica.

L’industria della moda produce dall’8 al 10% delle emissioni globali di CO2.

Inoltre, dopo l’agricoltura, è il comparto tessile a detenere il primato di spreco e inquinamento delle acque: il 20% dell’acqua sperperata viene dalla produzione di vestiti, jeans, magliette, così come riporta l'”Help Fashion Industry Shift to low carbon“. Basti pensare che per la produzione di un solo paio di jeans occorrono circa diecimila litri d’acqua, che una persona berrebbe in circa 10 anni.

Non solo spreco idrico: l’impiego di prodotti chimici per la lavorazione dei tessuti è la seconda causa globale di inquinamento delle acque. Infatti, ben il 35% delle microplastiche che finiscono in mari e oceani deriva dal poliestere impiegato per l’abbigliamento, secondo quanto riportato dal National Institute of Standard Technology (NIST).

La conta dell’impatto è generale: ogni singolo passaggio delle filiere di produzione ha un ruolo determinante in termini di sfruttamento delle risorse, emissioni, uso della terra, inquinamento.

Innanzitutto, la produzione delle fibre: siano esse naturali o sintetiche, la loro manifattura comporta inquinamento.

La coltivazione del cotone, ad esempio, impiega (al 2015) circa il 25% totale dell’uso mondiale di insetticidi e più del 10% di pesticidi. Essa, inoltre, richiede un enorme quantitativo d’acqua, stimato intorno ai diecimila litri per un kg di cotone.

Consumo della risorsa idrica per le fibre tessili, ma anche la sua contaminazione, derivata dal lavaggio dei prodotti finali. Questo riguarda soprattutto le ultime fasi della lavorazione, compresa la tintura dei tessuti, con il rilascio di tossine tossiche e di metalli pesanti come il cromo. Le acque, insieme a questi agenti chimici di scarto, vengono rilasciate nell’ambiente.

La contaminazione da agenti chimici usati nel settore ha colpito duramente anche il nostro Paese, in particolare il Veneto. Qui, come in diversi altri Paesi in Europa, la contaminazione della falda acquifera da Pfas, ha generato un’emergenza sanitaria. I Pfas, impermeabilizzanti liquidi, sono anche definiti inquinanti eterni, perchè in grado di rimanere nell’ambiente per centinaia di anni.

Dalla reperibilità e gestione delle materie prime a tutta la lavorazione di un capo, dunque, i vestiti che portiamo producono un impatto: per essere tessuti, tinti, lavati. E producono un impatto quando non li usiamo più.

La produzione delle fibre tessili, prima ancora della manifattura del vestiario, genera un alto impatto in termini di uso d’acqua, inquinamento del suolo, occupazione della terra. Foto da Flickr, con licenza Creative Commons.

L’uso e il fine vita degli abiti inasprisce la questione dell’insostenibilità dell’industria tessile, soprattutto se si parla di fast fashion, dilagante e in impennata negli ultimi anni. Collezioni che lanciano in continuazione nuovi stili, prezzi competitivi e tendenze che corrono durante tutto l’anno ci spingono a ricercare un guardaroba che si rinnova in modo economico, facile, rapido, in costante aggiornamento.

I numeri, annunciati da Ellen Mac Arthur Foundation nel report “A new textiles economy: redesigning fashion’s future“, raccontano che negli ultimi quindici anni la produzione di vestiti è raddoppiata.

Allo stesso tempo si stima che più della metà dei prodotti di fast fashion venga smaltito e non più riutilizzato in meno di un anno.

Cioè, usiamo sempre meno i nostri capi d’abbigliamento, con un calo del 36% in soli quindici anni. Determinando una crescente massa di rifiuti tessili, ma anche un impatto maggiore di quella catena di produzione che non si risparmia in nessun passaggio, contribuendo al cambiamento climatico e al degrado ambientale.

Meno dell’ 1% dei materiali usati per produrre tessuti e vestiti viene correttamente riciclato o rigenerato contribuendo alla nascita di nuovi vestiti. La maggior parte di essi, pertanto, diventa un rifiuto. E possiamo ben capire in cosa si traduce se pensiamo che l’industria del fast fashion si basa, per lo più, sull’impiego del poliestere come fibra di base.

Il poliestere è una fibra sintetica ottenuta dalla lavorazione dei combustibili fossili. Il suo impiego massiccio in questo settore permette la produzione di abiti all’ultima moda a basso costo.

Secondo uno studio uscito su Nature Reviews Earth and Environment, la produzione di questo polimero è quasi triplicato dagli inizi del 2000, arrivando a circa 65 tonnellate prodotte ogni anno.

I grandi numeri del fast fashion portano alla luce non soltanto uno sfruttamento ambientale, ma anche lavorativo.

Recente è la rivelazione di Untold sulle condizioni lavorative delle operaie e operai di Shein. Questo colosso cinese del fast fashion, che ha sdoganato e superato in profitti le altre grandi aziende del comparto, pare costringere i suoi operai a turni di lavoro che sfiorano le 17-18 ore, con un solo giorno di riposo al mese. Inoltre, i video e le indagini mostrano operaie e operai sottopagati e costretti alla massimizzazione del lavoro, venendo retribuiti per pezzo prodotto e costretti a confezionare almeno 500 capi al giorno.

La ricaduta sociale del fenomeno emerge anche da un’indagine di Greenpeace sul ciclo di vita dei vestiti di seconda mano derivanti dal fast fashion e dalla sua brevità, che mina il suo riutilizzo. Molti di quei capi che immaginiamo come destinati a una caritatevole seconda vita diventano, in Paesi come il Kenya e Tanzania, inutilizzabili e, dunque, l’immagine che ne deriva sono montagne di abiti abbandonati sulle rive, e incendi di vestiti a cielo aperto per poterle smaltire.

Non mancano, di certo, alcune iniziative virtuose, che puntano alla riqualificazione del settore, agendo sia sul cambiamento in senso sostenibile della filiera produttiva, sia della consapevolezza dei consumatori nella scelta dell’abbigliamento.

Ne è un esempio “Living Colour“, un progetto lanciato da due donne designer, che mira a rivoluzionare la produzione dei vestiti e la loro tintura, puntando all’impiego di pigmenti colorati prodotti in maniera del tutto naturale da alcuni batteri.

In modo complessivo cerca di agire, ancora, la realtà di Fashion Revolution, co-fondata dall’italiana Orsola De Castro. Il movimento globale mira alla trasformazione della moda in un ambiente consapevole, più sostenibile. Un’industria nuova nella sua totalità, dalla produzione dei capi all’impiego di manodopera.

La trasformazione del comparto, certo, non può non andare in una doppia direzione.

Da un lato è fondamentale la consapevolezza di ciò che indossiamo e una rivisitazione delle nostre scelte d’abbigliamento, non dettate per forza dalla corsa all’ultima moda o dall’appetibilità di un costo davvero competitivo.

Ma il ruolo decisivo spetta all’industria del tessile, che deve rivedere non soltanto le modalità di produzione delle fibre o le modalità di smaltimento dei rifiuti, ma promuovere la messa in discussione di tutto il ciclo di generazione di un capo di vestiario.

La diffusione di campagne in cui viene esaltato l’impiego di plastica riciclata o di cotone organico si rivela un’operazione di marketing e di greenwashing, se non viene offerta criticamente una soluzione alternativa all’enorme quantitativo di acqua impiegata, una sicura modalità di smaltimento delle operazioni di tintura, lo stop allo sversamento di microplastiche e alla produzione di rifiuti.

La sostenibilità da indossare, deve diventare la vera moda.

da qui

sabato 9 luglio 2022

Clima e giustizia sociale, la leadership delle donne del Sud globale - Barbara Van Paassen

 

 [Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale di pubblicato su openDemocracy]

 

È sempre più evidente che il cambiamento climatico costituisca una questione di giustizia sociale: affrontare le disuguaglianze globali è il primo passo necessario per arrivare a una soluzione. Vi è una vasta documentazione riguardo il divario di ricchezza – frutto di ingiustizie storiche e relazioni di potere diseguali – tra le nazioni responsabili delle emissioni e quelle costrette ad affrontarne gli effetti peggiori, dalle inondazioni alla siccità e agli incendi selvaggi.

Per troppo tempo, le popolazioni bianche del Nord globale – in gran parte esenti dalle realtà catastrofiche del cambiamento climatico – hanno dominato il dibattito sul clima, mentre quelle del Sud del mondo, in particolare donne e comunità indigene, sono state ignorate. Ne è risultato un drastico aumento delle emissioni e una carenza di finanziamenti a sostegno delle azioni di mitigazione e adattamento climatici, nonché di risarcimento delle perdite e dei danni.

Nel frattempo le “soluzioni” di ordinaria amministrazione, come la compensazione delle emissioni di carbonio, acuiscono le disuguaglianze globali invece di risolverle. Il gigante petrolifero Shell, ad esempio, ha in programma di compensare 120 milioni di tonnellate di anidride carbonica derivanti dalle sue attività inquinanti con piantagioni di alberi su larga scala. Ma ciò, probabilmente, porterà a un incremento del land grabbing nel Sud del mondo.

Come ha detto l’attivista kenyota per il clima e l’ambiente Elizabeth Wathuti:

Se vogliamo affrontare seriamente la crisi climatica, dobbiamo iniziare ad ascoltare e accogliere il dolore di coloro che ne subiscono le conseguenze già oggi.

Non si tratta unicamente di una richiesta di rappresentanza, nonostante anch’essa sia importante. Per citare l’attivista americana per i diritti civili Audre Lorde: “Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la sua casa”. Infatti, per affrontare la crisi climatica e raggiungere così la giustizia climatica, abbiamo bisogno di “strumenti”, leadership e principi radicalmente diversi da quelli finora utilizzati.

Le donne e le femministe – soprattutto quelle del Sud globale che hanno alle spalle una lunga storia di lotta contro la disuguaglianza e per la costruzione di soluzioni inclusive – sembrano in grado di offrire soluzioni concrete. Sono infatti queste donne, provenienti da contesti diversi, che stanno diventando sempre più visibili nella lotta per la giustizia climatica.

In qualità di conduttrice del podcast “People vs Inequality”, ho avuto l’onore di intervistare sei tra le leader, appartenenti a movimenti ambientali, più preparate sul tema. Hanno una caratteristica in comune che mi ha colpita: una leadership audace e coraggiosa, che utilizzano per cercare di spostare il potere nelle mani delle popolazioni più colpite dal cambiamento climatico.

Indipendentemente dal fatto che queste donne si considerino o meno femministe, le loro storie sono forti esempi della leadership e dei principi femministi. Come agiscono, dunque, queste leader in tema di protezione ambientale? Che cosa possiamo imparare noi – a partire dagli attivisti e politici occidentali – su come raggiungere la giustizia climatica?

Costruire un mondo più attento

Una delle motivazioni che ha spinto le sei leader a battersi per la giustizia climatica è il loro forte legame con la natura, ma anche il rapporto creatosi con altri attivisti e con le comunità colpite dalla crisi climatica. L’attivista Elizabeth Wathuti segue infatti le orme di Wangari Maathai, ambientalista kenyota e prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la pace. Tra le tante cose ha fondato movimenti femministi creatisi attraverso esperienze quali la piantagione di alberi e la difesa della natura [esperienze ancora vive nel Green Belt Movement Ndt].

Come Maathai, Wathuti insegna ai giovani non solo a piantare alberi, ma anche a saperli coltivare, mostrando loro, attraverso la natura, le qualità fondamentali della leadership. L’attivista utilizza poi le sue piattaforme online per condividere le storie dei kenyoti che affrontano gli effetti del cambiamento climatico – come la siccità – invitando i leader ad aprire i loro cuori e a umanizzare la crisi climatica.

Rigenerare la natura, esprimere solidarietà e costruire un’economia solidale sono elementi fondamentali per creare un mondo più giusto e sostenibile. Le leader femministe hanno dato prova di saper integrare questi principi nella loro vita quotidiana, nel loro attivismo e nelle loro proposte politiche.

Condividere il potere

La storia ci ha insegnato che il cambiamento è possibile solo quando gli individui si uniscono per agire insieme. Un’altra donna con cui ho parlato, Victoria Tauli-Corpuz, attivista per i diritti degli indigeni ed ex relatrice delle Nazioni Unite, incoraggia le iniziative collettive stimolando la capacità delle donne e delle loro comunità di difendere i propri diritti.

Tauli-Corpuz ci ricorda inoltre quali sono le conoscenze e le soluzioni che le popolazioni indigene adottano da tempo quando si tratta di proteggere il pianeta. Giovani femministe e attiviste per il clima, come Chihiro Geuzenbroek, si impegnano per realizzare un’inclusione radicale, assicurandosi che le voci escluse vengano ascoltate per prime. Geuzenbroek sottolinea la necessità, soprattutto per noi del Nord globale, di mettere in discussione i nostri comportamenti e la nostra mentalità. Queste leader femministe ci mostrano anche come unire i movimenti, abbattendo le barriere che limitano un approccio unitario alle soluzioni olistiche.

Essere coraggiosi e audaci

Per affrontare al meglio la crisi climatica, è necessario un cambiamento radicale nelle politiche e nelle pratiche: il potere deve passare dalle mani di chi inquina alle mani di chi è più colpito dalla crisi e di chi cerca soluzioni giuste e sostenibili.

In una puntata di “People vs Inequality”, l’avvocatessa per i diritti umani Tessa Khan ha spiegato cosa significhi, in pratica, questo cambiamento di prospettiva. La sua missione risulta chiara e costituisce una strategia completa in grado di riunire i cittadini, i lavoratori e le organizzazioni ambientaliste perché quello dove vive, il Regno Unito, sia un Paese più giusto verso l’ambiente e libero dall’uso di combustibili fossili. L’avvocatessa mostra concretezza e capacità di agire, dando prova dell’importanza di coinvolgere un maggior numero di persone nella lotta al cambiamento climatico.

Anche le leader Tasneem Essop e Farhana Yamin, attiviste da tempo sul fronte della crisi ambientale, sfidano esplicitamente gli squilibri di potere, la mancanza di solidarietà globale e l’attenzione alla crescita economica. Entrambe dimostrano come costruire organizzazioni che rappresentino il mondo in cui sperano.

I politici spesso non affrontano il potere invisibile (le norme, ad esempio) o nascosto (le lobby aziendali) che frenano il cambiamento. Per sostituire le soluzioni di breve termine con quelle strutturali, coloro che operano nel settore ambientale dovranno essere audaci abbastanza da affrontare il potere.

Le leader femministe, storicamente costrette a sfidare l’autorità, si sono dimostrate capaci di agire concretamente anche nella sfera ambientale. Gli strumenti e le strategie che esse hanno sviluppato per analizzare, costruire, affermare e trasformare il potere sono utili a chiunque voglia affrontare le cause profonde della crisi climatica e costruire soluzioni più giuste.

Le sfide globali di oggi sono grandi e a volte possono sembrare insormontabili; richiedono un diverso tipo di leadership. Le donne che lavorano per la giustizia climatica ci dimostrano in che cosa consiste la leadership femminista, dando prova del perché ne abbiamo urgente bisogno.

da qui

venerdì 8 luglio 2022

RDC e Belgio, il passato e il tentativo di costruire nuove relazioni - Julien Bobineau

 

[Traduzione di Rosamaria Castrovinci dell’articolo originale di pubblicato su The Conversation]

 

Di recente i sovrani belgi, re Filippo e la regina Matilde, con una delegazione al seguito, si sono recati nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) per una visita di Stato della durata di una settimana. Il viaggio è stato annunciato come una possibilità per ricalibrare i rapporti tra i due Paesi dopo un oscuro passato coloniale. The Conversation ha parlato della visita con Julien Bobineau, ricercatore universitario, che si occupa delle narrazioni riguardanti i rapporti tra Belgio e Congo, per capire se vi siano le basi per una nuova partnership tra le due nazioni.

 

La storia della presenza del Belgio nella RDC

Quella che lega Belgio e Repubblica Democratica del Congo è una storia piuttosto cupa che affonda le sue radici nel XIX secolo.

Tra il 1884 e il 1885 le potenze europee avviarono una serie di negoziati per formalizzare le rispettive rivendicazioni territoriali in Africa, che culminarono nella Conferenza di Berlino, durante la quale però gli interlocutori africani non vennero coinvolti o interpellati.

Durante la conferenza, il re belga Leopoldo II ottenne la legittimazione internazionale per la proprietà delle terre che oggi corrispondono al Congo.

Da quel momento divenne il sovrano “privato” dello Stato Indipendente del Congo, che era 80 volte più grande del suo regno in Belgio. Re Leopoldo II morì nel 1909 senza aver mai messo piede nella “sua” colonia, ma avendo ottenuto enormi profitti dalle materie prime provenienti dal Congo.

Si stima che circa la metà degli allora 20 milioni di abitanti del Congo abbia perso la vita a causa delle durissime condizioni a cui furono costretti per estrarre le materie prime, principalmente la gomma. Alcuni storici l’hanno definito un genocidio.

A seguito delle numerose proteste internazionali, nel 1908 Leopoldo II decise di vendere la sua colonia privata allo Stato del Belgio. Dopo il passaggio di gestione il Paese fu rinominato Congo belga, ma gli interessi rimasero gli stessi. Nel Sud-Est i belgi scoprirono grandi giacimenti minerari ed esportarono rame, legno, cotone, cacao e caffè in Europa.

Dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù, nel 1910, i lavoratori congolesi iniziarono a ricevere un salario per il loro lavoro nelle miniere e nelle piantagioni. Tuttavia, si trattava di una paga molto inferiore a quella che ricevevano gli europei per lo stesso tipo di lavoro.

Questo razzismo coloniale proseguì anche nella vita quotidiana dei congolesi fino alla metà del XX secolo. Le città erano divise in quartieri “bianchi” e quartieri “neri”. Ai congolesi era permesso frequentare ristoranti, bar e cinema degli europei bianchi solo tramite permessi speciali.

Negli anni ’50 prese vita nel Congo belga un ampio movimento di protesta contro il dominio straniero. Il 30 giugno 1960 il re belga Baldovino finalmente concesse l’autonomia alla RDC. Joseph Kasavubu fu eletto primo presidente della nuova Repubblica, con Patrice Lumumba come primo ministro.

Tuttavia, poco dopo l’indipendenza, ci fu dell’attrito tra il Governo indipendente e le potenze occidentali, principalmente USA e Belgio. Queste, infatti, volevano mantenere il controllo sulle materie prime del Congo.

Nel settembre del 1960, dopo soli due mesi al Governo, Lumumba fu destituito e a gennaio del 1961 venne assassinato in Katanga per mano dei suoi avversari politici con l’aiuto dei servizi segreti belgi e statunitensi.

Il coinvolgimento del Belgio nell’omicidio politico venne occultato fin quando una commissione d’inchiesta, promossa dal Parlamento belga nel 1999, non ne ha riscontrato la parziale responsabilità.

Cosa è accaduto alle relazioni tra i due Stati dopo l’indipendenza

Da quel momento in avanti si sono verificati tre passaggi importanti.

Il primo è avvenuto nel 1965, quando Joseph-Désiré Mobutu, comandante dell’esercito, salì al potere instaurando una dittatura autocratica che durò fino al 1997.

Le relazioni diplomatiche tra Belgio e Congo durante la dittatura di Mobutu furono caratterizzate da alti e bassi. Da un lato il Belgio voleva mantenere i legami con l’ex colonia per ragioni economiche e geopolitiche, dall’altro lato il Governo doveva rispondere diplomaticamente alle innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse dal regime di Mobutu.

Questa già difficile situazione fu ulteriormente aggravata da due aspetti. In primis Mobutu aveva ripetutamente sottolineato la responsabilità morale del dominio coloniale, soprattutto nelle situazioni di crisi. In secondo luogo vi era una sorta di nostalgia coloniale tra la popolazione belga in quanto il dominio coloniale era stato romanticamente idealizzato.

Un secondo passaggio avvenne molti anni dopo. Nel 2020 l’African Museum modificò le sue linee guida riguardo gli oggetti provenienti da contesti coloniali, con l’obiettivo di rendere possibili le trattative per la restituzione dei manufatti.

Il museo, situato nel comune di Tervuren, fu fondato da re Leopoldo II nel 1897, all’apice del periodo coloniale, e funse da primo contatto per i belgi con la colonia africana anche se tramite pregiudizi razzisti costruiti ad arte per giustificare il dominio straniero.

Centinaia di migliaia di oggetti etnografici – principalmente frutto di saccheggi ma anche di alcune “donazioni” – furono portati a Tervuren e sono conservati ancora oggi all’interno del museo.

Successivamente a questo cambiamento paradigmatico generale, nell’ottobre del 2020 la Libera Università di Bruxelles ha acconsentito alla restituzione all’Università di Lubumbashi di alcuni resti umani provenienti dal Congo e, a marzo del 2022, il primo ministro belga Alexander De Croo ha annunciato la restituzione di 84.000 manufatti congolesi.

Il terzo passaggio è rappresentato dalla lettera che re Filippo ha inviato al presidente Felix Tshisekedi il 30 giugno del 2020, data dell’anniversario dell’indipendenza congolese. Nella lettera il monarca ha espresso il suo profondo rammarico per le ingiustizie coloniali commesse in Congo. Tutto ciò è accaduto anche nel contesto del movimento globale Black Lives Matter durante il quale le proteste contro il razzismo e le omissioni sulla storia coloniale sono andate via via crescendo all’interno della popolazione belga.

È stata la prima volta che un membro della famiglia reale si è rivolto alla popolazione congolese con tali parole. Quello stesso giorno anche il primo ministro belga Sophie Wilmès ha espresso il suo rammarico riguardo il passato coloniale. Anche in questo caso si è trattato di una prima volta, rappresentando una svolta paradigmatica nella storia politica del Paese.

Il piano di risarcimenti proposto dal Belgio

A ottobre del 2021 il Parlamento belga ha istituito una commissione per esaminare le ingiustizie coloniali. Dieci esperti sono stati incaricati di discutere diverse questioni, inclusa la possibilità di compensazioni finanziarie e una presenza più forte della storia coloniale belga nei programmi di istruzione e nella società.

La commissione dovrà anche fornire le basi per la riorganizzazione delle relazioni internazionali con i territori delle ex colonie.

Per quanto riguarda la restituzione degli oggetti provenienti dal contesto coloniale, il Governo belga ha stanziato 2 milioni di euro per risalire all’effettiva provenienza degli oggetti.

Per molti congolesi della diaspora in Belgio e nel Congo stesso tutto ciò non è abbastanza. Chiedono, infatti, anche le scuse ufficiali per le atrocità coloniali compiute, poiché quelle pronunciate da re e Governo finora non sono state altro che espressioni di rammarico.

Le possibilità di migliorare i rapporti diplomatici

Affinché le relazioni possano davvero migliorare, è necessario che lo Stato belga ammetta con maggiore risolutezza le proprie responsabilità e avvii dei negoziati politici in cui i due Paesi siano sullo stesso piano.

Anche i risarcimenti economici rappresentano una questione importante. Sebbene molti belgi credano di non poter essere ritenuti responsabili dei crimini commessi dai loro antenati, l’economia belga ha tratto enormi benefici dallo sfruttamento coloniale e, in teoria, continua a trarne tuttora. Alla società congolese, al contrario, è stato negata la potenzialità di “svilupparsi” a causa di sfruttamento, schiavitù e genocidio.

Le differenti situazioni economiche dei due Paesi sono la dimostrazione di una discrepanza provocata da ciò che è accaduto in passato e per cui una compensazione è doverosa. Un dibattito più ampio su questi temi, però, può essere affrontato nella società belga esclusivamente insieme alla controparte congolese.

da qui