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martedì 4 agosto 2026

Cosa si sa delle università telematiche - Paolo Barbieri

Nate per favorire studenti lavoratori e categorie fragili, vivono una crescita apparentemente inarrestabile e sono diventate una macchina da profitti. La destra spinge per liberalizzare ulteriormente il sistema. Ma con i test online esse diventano esamifici per lauree facili

 

“Dicette ’o pappice vicino ’a noce: damme ’o tiempo ca te spertose”. Letteralmente: “Disse il verme alla noce: dammi il tempo che ti perforo”. Detto napoletano che si addice particolarmente alla progressiva scoperta della torbida nebulosa delle università telematiche, che avviene attraverso il lento incedere delle inchieste giudiziarie, ma anche degli approfondimenti prodotti in varie sedi. La più recente delle indagini della magistratura si è sviluppata grazie alla procura di Napoli; al netto delle ovvie cautele da osservare in attesa dei possibili esiti giudiziari per i quaranta indagati, descrive, secondo la sintesi di “RaiNews.it”, “percorsi facilitati ed esami pilotati per ottenere lauree e titoli abilitativi, compresi master e percorsi post-laurea. Iscrizioni sospette con l’obiettivo di incrementare il numero di iscritti all’Università telematica UniPegaso”.

Si tratta di una delle realtà italiane più note, fa parte del gruppo Multiversity s.p.a., che ne controlla anche altre due: Mercatorum e San Raffaele Roma, e che nel complesso, secondo un recente studio di Mediobanca (qui una sintesi per il pubblico), produce più del 50% dei proventi realizzati sul mercato delle telematiche. Presidente onorario di Multiversity è l’eterno, onnipresente, Luciano Violante. Il gruppo si presenta così sul suo sito internet ufficiale (manco a dirlo, in inglese): “Nato per il digitale. Un modello educativo adatto a tutti, inclusivo e flessibile, lontano dall’apprendimento tradizionale e convenzionale, volto a coinvolgere tutti nella nuova rivoluzione digitale e a sfruttarne appieno il potenziale”. Oggi è nelle mani della società finanziaria britannica CVC Capital Partners, che attualmente, secondo fonti aperte reperibili sul web, risulta avere sede nel Baliato di Jersey, isola (e paradiso fiscale) nel canale della Manica.

Le università telematiche sono nate (legge 289/22) con l’obiettivo di offrire percorsi universitari a chi è impossibilitato a seguire i normali corsi in presenza, soprattutto quindi a chi è già inserito nel mondo del lavoro, o a soggetti socialmente o individualmente fragili. Ma con il progressivo taglio, da parte delle università statali, di sedi distaccate (da più di 160 a meno di 110, secondo la Flc Cgil) e corsi serali o estivi, e contestualmente con l’apertura progressiva alle logiche di mercato (da citare la riforma Gelmini del 2010 e il parere del Consiglio di Stato, maggio 2019, che ha consentito alle università̀ di diventare società di capitali) sì è creata una “bolla” che rischia di distorcere l’intero sistema. Insomma, il percorso abituale: tagli alla spesa statale, strutture pubbliche meno efficienti e meno capaci di soddisfare la domanda dei cittadini, privatizzazione progressiva. Dalla sanità ai trasporti, all’istruzione, nessun settore è immune dall’offensiva antistatalista – e antisociale – alla quale si sono prestati, negli ultimi trenta o quarant’anni, governi di vari colori politici.

Quella delle università telematiche è una realtà in costante espansione. In un ordine del giorno presentato dall’Alleanza verdi-sinistra alla Camera, nel corso dell’esame della riforma del reclutamento dei docenti voluta dalla ministra Bernini, le dimensioni del fenomeno sono riassunte così: “A partire dall’anno accademico 2016/2017, le iscrizioni alle università telematiche sono passate da 50mila a 305mila. Considerando che nell’ultimo decennio vi è stato un rinnovato aumento delle iscrizioni negli atenei italiani, 350mila in più, oltre i due milioni complessive lo scorso anno, 2/3 delle nuove iscrizioni riguarda proprio le telematiche”. Un’isola felice, apparentemente, ma le zone d’ombra non mancano, e riguardano innanzitutto la qualità della didattica: troppi studenti per ciascun docente. “Il rapporto tra iscritti e docenti di ruolo nel 2024 – sottolinea Mediobanca – si è collocato a 288,5 unità per gli atenei a distanza, un livello assai più elevato di quello delle statali (26,8) e liberi atenei (32,4), ma che tuttavia è calato di 67,4 punti dal 2019, con un forte ridimensionamento rispetto al quadriennio 2020-2023 in cui era sempre superiore alle 400 unità”.

Anche sul personale docente le differenze con le università pubbliche e le private tradizionali sono apprezzabili: nelle università statali, infatti, il personale di ruolo svolge il 78,4% delle ore di insegnamento, quota che scende al 52,5% nelle private per attestarsi, infine, al 37,1% nelle telematiche. “In queste ultime, quindi, l’attività didattica è prevalentemente in capo a docenti a contratto”, sottolinea il rapporto. Passando dalle ore impegnate nella didattica alla proporzione fra docenti a contratto e professori di ruolo, la tendenza è molto simile: nel complesso del sistema universitario, il 36% del personale impegnato in attività didattiche è costituito da docenti a contratto. Ma il ricorso a questa figura è molto maggiore nelle università non statali, settantaquattro ogni cento docenti, e in particolare, nelle università telematiche, ottantadue ogni cento (fonte: Elaborazioni su banche dati MUR – DGPBSS, Ufficio VI – Servizio Statistico, anno accademico 2024-25).

Tutto questo si traduce in risultati economici vistosamente in crescita: secondo Mediobanca, “nel 2024 gli utili aggregati del sistema universitario italiano si sono mantenuti al di sopra della soglia del miliardo di euro (1.088 milioni), crescendo dell’11,5% medio annuo dal 2019. Tale incremento deriva dal +7,1% delle università statali, dal +13,7% delle ‘private’ tradizionali e dal +38,2% delle telematiche. Queste ultime hanno chiuso il 2024 con utili pari a 234,9 milioni, il massimo dal 2019 e il doppio rispetto alle ‘private’ non statali tradizionali che hanno consuntivato 114,2 milioni”. Dove fioriscono i profitti crescono le pretese dei privati, e non sorprendentemente, nel febbraio scorso, è stato tentato un blitz in favore della liberalizzazione degli esami online, strumento principe della “facilitazione” del percorso universitario. Del resto, il cliente che paga va soddisfatto, altrimenti i fatturati rischiano di contrarsi. Ma un emendamento di maggioranza al decreto Milleproroghe, che andava in questa direzione, è stato riscritto lo scorso febbraio, limitando le deroghe all’obbligo degli esami in presenza a studenti di Paesi in guerra o coinvolti nel cosiddetto Piano Mattei del governo Meloni.

Qual è il segreto di questo apparentemente inarrestabile successo delle università telematiche? Elemento chiave è senz’altro la flessibilità della didattica online, che risponde soprattutto alle esigenze di chi persegue il completamento dei suoi studi, pur essendo già inserito nel mercato del lavoro. Secondo il rapporto 2023 redatto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) circa il 57% degli iscritti a università telematiche avevano almeno 28 anni e oltre il 45% (quasi la metà) più di 31. Ma ci sono anche altri fattori. L’Osservatorio nazionale Federconsumatori, in collaborazione con la Fondazione Isscon, ha pubblicato il report sui costi per gli studenti delle università italiane nel 2025, secondo il quale le università telematiche, prive di variazioni basate sull’Isee degli iscritti, si collocano tra 2.000 e 4.290 euro annui per i corsi di laurea triennale e magistrale. Tuttavia, grazie a convenzioni e agevolazioni, i costi medi effettivamente sostenuti oscillano tra 1.500 e 3.000 euro annui. “Le università telematiche – si legge in una sintesi dei contenuti dello studio – stanno guadagnando popolarità grazie alla maggiore flessibilità e alle numerose agevolazioni offerte a specifiche categorie, come studenti lavoratori, membri delle forze armate e dipendenti pubblici”. Ma è chiaro che la battaglia attorno agli esami online è quella veramente decisiva per le imprese del settore: “Gli esami a distanza – test standardizzati a risposta multipla per tutti i corsi e basati su dispense ad hoc – che sono al centro di questo modello”, si legge in una nota sul sito della Flc Cgil, “sebbene siano vietati espressamente dal dm 1835/2024 – erano stati resi possibili per ovvie ragioni solo in fase pandemica – gli atenei online hanno continuato a utilizzarli anche in questo anno accademico”. Qui si torna al citato ordine del giorno parlamentare di Avs: la cui finalità era esplicitata nel dispositivo finale, nel quale si chiedeva al governo di impedire alle telematiche di svolgere gli esami online, “rafforzando i reali poteri ispettivi del Mur e del Cun, nonché le eventuali sanzioni”.

Sorprende, ma non troppo, il parere negativo dato dal governo (e la conseguente bocciatura nel voto a Montecitorio). Forse l’accusa del sindacato Cgil, secondo cui “la ministra Bernini spinge per il totale via libera” si rivelerà fondata, se vedrà la luce il provvedimento “spesso annunciato ma mai circolato e tanto meno pubblicato, che secondo diverse ricostruzioni avrebbe proprio al centro la legittimazione e la regolazione degli esami online in tutto il sistema universitario italiano”. Una sorta di bollino governativo a quel sistema degli “esamifici”, che finora nessun ministro ha accettato di sottoscrivere, e di cui si occupano di tanto in tanto le procure della Repubblica. Per chi ha a cuore il sistema nazionale dell’istruzione, un tema da non perdere di vista: alle elezioni politiche mancano probabilmente pochi mesi, se si concretizzerà la spinta del destra-centro di anticiparle ad aprile. Ma il tempo per fare un decreto legge, e compiere così un altro passo verso la privatizzazione del sistema Italia, ci sarebbe eccome.

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