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sabato 11 settembre 2021

Cronaca di un Afghanistan annunciato - Francisco Soriano

 

La caduta dell’Afghanistan nelle mani degli “studenti di dio” sembra aver sorpreso l’intera comunità internazionale, finalmente consapevole dell’errore storico e strategico durato per più di vent’anni senza che vi sia stato un solo risultato positivo frutto della visione di futuro degli americani e delle altre potenze occidentali in quei territori. Una tragica ellissi dal punto di vista politico, militare e umanitario che solo la storia e il tempo potranno definirci nella intensità del fallimento.

A qualcuno era bastato vedere la foto di famiglia fra talebani ed eminenze cinesi di qualche settimana fa per comprendere quello che si sarebbe verificato. Non una sola donna presente in questa straziante cornice di personaggi dell’orrore, già pronti a intessere buone relazioni e patti fraterni sulla pelle di milioni di diseredati, donne e bambini. La Cina all’indomani delle dichiarazioni della partenza degli americani aveva già compreso l’opportunità di insinuarsi in un territorio, dal punto di vista geopolitico ed economico, assolutamente irrinunciabile nello scacchiere delle potenze mondiali. La sete di dominio dei cinesi è inarrestabile e trova nel redivivo regime talebano, bisognoso di approdi e legittimazione politica, la possibilità di sancire qualsiasi patto che possa rafforzarli e favorirli in un momento di riorganizzazione strategica all’interno di un Paese vasto e deficitario di ogni infrastruttura.

Di motivi credibili per capire questa “avanzata-lampo” dei talebani nella presa del potere ce ne sono indiscutibilmente molti. In realtà è un ritiro programmato e pensato nel tempo. Fra questi non è possibile rinunciare alla amara constatazione, quasi come un incipit alla complessità del ragionamento, di affermare quanto ancora una volta, la strategia americana nel Vicino oriente sia stata tracotante, grossolana e “inconsapevole” al limite della più sensata ed elementare capacità di rendersi conto delle difficoltà delle realtà in cui ha inteso agire. Un rosario di insuccessi e ritirate che hanno destabilizzato popoli e nazioni, hanno prodotto guerre e carestie, esodi e atti di insensata disumanità ai limiti della sopportazione.

Oggi il ragionamento cinese con gli afghani è stato, come al solito, pragmatico e sostanziale. Il primo risultato dopo lo scellerato ventennio di occupazione è stato quello di consegnare l’Afghanistan nelle mani del miglior offerente: il ministro degli esteri Wang Yi incontrando una delegazione di nove membri dei talebani capeggiata dal Mullah Abdul Ghani Baradar, alla fine di luglio, ha proposto buoni affari ma ha anche imposto una condizione che non sarà mai contrattabile. La Cina è disponibile a costruire e dotare il Paese di infrastrutture ed energia con progetti già pronti. I cinesi hanno detto che riconosceranno la sovranità dell’Afghanistan a guida talebana, al fine di salvarli da un totale isolamento internazionale. Inoltre hanno promesso di non interferire mai nelle politiche interne e di sicurezza del Paese e di creare ogni condizione per la stabilizzazione e la normalizzazione in ogni settore della sua vita economica. In poche parole non affermeranno mai che il loro governo è un sistema shariatico che opprime con la violenza e utilizza strumenti tribali di tortura con tribunali guidati da elementi che praticano il terrore sulla popolazione. Lo faranno episodicamente e ipocritamente gli occidentali quando i talebani dimostreranno di essere quello che erano vent’anni fa, con l’oppressione delle donne e dei dissidenti, ammesso che ne rimanga in vita qualcuno. Alla fin dei conti per quanto riguarda la violazione dei diritti umani saranno in ottima compagnia. Tutto questo ha un prezzo decisamente accettabile per i talebani: quello di sublimare la condizione cinese che chiede agli studenti di dio di interrompere ogni relazione con l’East Turkestan Islamic Movement (ETIM), accusato da Pechino di aver perpetrato attacchi armati nella regione cinese dello Xinjiang. Questo gruppo islamico è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come organizzazione terroristica. Dunque per la Cina vi è anche una implicita condivisione internazionale sulla repressione degli uiguri, l’etnia racchiusa in una sorta di enclave molto agguerrita che minaccia la sicurezza nazionale di Pechino. Tradotto in termini drammaticamente realistici la Cina chiede l’ultimo semaforo verde per compiere il suo genocidio senza subire condanne o proteste di rilievo e senza che l’Afghanistan presti logistica e supporto agli islamici cinesi. Gli studenti intanto hanno subito dichiarato, da parte loro, con un messaggio tranquillizzante verso la comunità internazionale che il proprio territorio non sarà disponibile alla progettazione o al compimento di azioni contro la sicurezza di altri stati sovrani, accettando implicitamente la proposta cinese. La nuova linea pragmatica dei talebani desta a questo punto maggiori preoccupazioni dei tempi in cui, il loro massimalismo, non si consentiva nessuna deroga alla diplomazia. Che cosa avrebbero dovuto dire all’indomani della presa di Kabul? Ricacceremo le donne in casa a occuparsi di figli e piatti, rastrelleremo i quartieri di ogni città per la ricerca dei dissidenti, daremo supporto al terrorismo internazionale! Niente di tutto questo come invece avverrà quando la situazione si sarà finalmente stabilizzata in ogni arteria di questo stato martoriato. La loro pericolosità tuttavia e la mancanza di rispetto dei diritti umani si manifesterà molto prima di quanto possano affermare oggi analisti nostrani, privi di conoscenze profonde e di questi territori e delle loro popolazioni. 

La dichiarazione-promessa dei talebani dopo poche ore dalla presa di Kabul, di “rispettare le donne e la loro libertà”, appare subito come una tragica e dolorosa falsità, un tripudio di cinismo e malvagità che presto si manifesterà con le prime sentenze islamico-shariatiche in termini di lapidazioni, amputazioni, impiccagioni e frustrate per sanare le colpe commesse soprattutto dalle donne. Avevamo messo in guardia, proprio da queste pagine, sull’uccisione di diverse giornaliste con modalità orribili e sugli attentati alle scuole sciite femminili che avevano causato la morte di più di 60 studentesse. I talebani avevano cominciato la strategia del terrore avvertendo, con queste gesta criminose, che sarebbero tornati e che ogni resistenza sulla loro strada sarebbe stata punita. Le prime ad essere avvertite sono state le donne che si erano permesse di ritagliarsi le libertà facendo del giornalismo. Ora sono i talebani che promettono di concedere, il giorno dopo la conquista del potere, dei diritti alle donne per potersi realizzare come persone. Ma sempre nella cornice della Sharia! È chiaro che il substrato culturale è rimasto quello rurale e tribale, fertilissimo di visioni in cui la donna deve essere un mero strumento di riproduzione, piacere sessuale e servitù verso l’uomo e l’autorità. Il burka non è “mai passato di moda” ma ora diverrà lo strumento in cui, avvolte e dietro la grata di un ricamo all’altezza degli occhi, le donne potranno guardare un mondo di prevaricatori ed esecutori della legge del taglione.

Per quanto ci possa essere sorpresa, in realtà, la situazione attuale era prevedibilissima perché le dichiarazioni degli stati occupanti erano state chiare da un po’ di mesi a questa parte. Ci sarà stata una certa sottovalutazione circa i tempi della conquista territoriale, ma che i talebani si sarebbero ripresi l’Afghanistan era cosa certa. Il loro arrivo era irreversibile anche perché, a differenza di quello che si credeva, molti di loro in questi venti anni non se ne erano mai andati, “confusi” fra la popolazione e così i loro figli, nipoti e quella cultura di egemonia che trova nella religione legittimità e forza.

L’effetto di uno spirito della sconfitta già consolidato fra i “regolari” era irreversibile, seppur limitato solo nel tempo: si è verificato a velocità della luce il giorno dopo l’annuncio degli americani di volersene andare (dichiarato però almeno da due anni). Parole passate e ripassate almeno attraverso tre presidenti, sia repubblicani che democratici. Ora la pax talebana viene addirittura auspicata da quelli che sono stati sconfitti, non solo nella strategia politica e militare ma nei valori che volevano insediare, come se questi ultimi fossero delle sedie da posizionare nei parlamenti costruiti in un deserto di indisponibilità al confronto. Gli americani ora cercano di rimediare agli errori macroscopici con un ragionamento, finalmente lineare dal loro punto di vista, seppur cinico: che siano i talebani a fronteggiare tutte le formazioni terroristiche radicatesi con il tempo: Al Qaeda, l’Isis che si è stabilizzato in Afghanistan dopo la cacciata dall’Iraq e dalla Siria, poi altre strutture terroristiche, che sono circa venti e possono trascinare nel caos anche i paesi limitrofi. Questi paesi sono quelli dell’ex Unione Sovietica, Tagikistan, Kazakistan, ancora la Cina e, infine, l’Europa. Gli americani sono distanti oceani, certo, ma dimenticano però le Torri Gemelle. Dovranno farne ammenda. È probabile che gli americani possano tornarvi se riterranno necessario, con le già praticate “guerre chirurgiche”, ma solo se i talebani verranno nuovamente avvertiti come una minaccia reale. Lo faranno con altre strategie, con altri obiettivi, in tempi limitati e senza democrazie da esportare. Infatti finalmente anche Biden ha confessato la verità in televisione, surclassato da critiche e offese per il ritiro: “Non volevamo esportare la democrazia, ma solo porre argini al terrorismo”. Era tutto chiaro a chi, come noi, ha sempre ritenuto quell’occupazione una vendetta e un argine agli attentati che si succedevano quotidianamente in Occidente. Il tutto provocato da storiche e fallite politiche perpetrate con insistenza proprio dagli americani. Questi ultimi alla fine dei conti avranno anche speso molto, ma le fiorenti lobbies delle armi e delle guerre hanno fatto affari davvero strepitosi.

La realtà è che l’Afghanistan a queste condizioni era ormai inutile, come le idee e le donne che vi risiedono, le libertà e le conquiste seppur minime. Erano falliti i piani agricoli e l’oppio era tornato a imperare nell’economia di questo Paese, ben supportato dalla corruzione dei signori della guerra e da guadagni più facili della manovalanza criminale. Gli occidentali lo hanno lasciato fare senza opporsi nel modo che avrebbero dovuto, cercando equilibri locali, tribali e mafiosi radicati in centinaia di anni di violenze, soprusi, violazioni. Con Trump e Biden successivamente, con l’accordo di Doha si chiedevano cose abbastanza chiare: il cessate il fuoco, l’interruzione dei contatti con Al Qaeda e gli altri gruppi terroristici, l’inizio di colloqui “inter-afghani”, fra i talebani e il governo afghano. Tutto questo tradotto in politica reale significava che i colloqui non facevano altro che consegnare il Paese nelle mani degli studenti di dio, che dovevano ritornare a Kabul in tempi probabilmente più lunghi.

Le cause della fulminea conquista sono chiare: nessuno in questo momento avrebbe opposto resistenza, né l’esercito mal schierato né la popolazione, i confini erano pressoché incustoditi e, uno sgarbo finale agli americani, per far capire che il potere è stato davvero e sempre nelle loro mani, è molto plausibile. Dunque ora si capisce che il ritiro e la consegna dei territori sono avvenuti nell’arco di due o tre anni, non così velocemente come sembra, e che i talebani avevano già cominciato a incontrare istituzioni di altre nazioni per legittimarsi la ripresa del potere. Le parole degli americani che hanno espresso l’assenza totale di pentimento per quanto avvenuto, sono sincere, e ci fa capire quanto questa manovra sia stata organizzata e voluta con gli alleati e con i talebani. Una vera strategia di fuga: ma ora si dovrà capire se ricomincia la sfida agli americani che adesso attendono le vere intenzioni degli afghani, sempre inaffidabili: sono quelli di vent’anni fa o vi è stato un processo di cambiamento strutturale delle loro posizioni. Per chi conosce quei territori e i tempi di sedimentazione di quanto accade nel corso della storia non sarei molto ottimista, anche perché il fondamentalismo si alimenta di un massimalismo violento, sfrontato, antistorico e antioccidentale. Dunque nessun errore della logistica e dei tecnici sul territorio per quanto accaduto e neanche la solita e incredibile grossolanità, per questa volta, che molto spesso ha connotato i movimenti degli americani.

Un errore enorme invece ha riguardato la gestione dell’esercito regolare afghano, l’addestramento e le strategie di difesa improntate sul territorio. In questo campo gli esperti sono stati davvero chiari e ci fanno capire quanto potesse essere complicato cercare di plasmare i militari afghani nella direzione dei nostri modelli occidentali di intendere la difesa e la guerra perché, come ben si afferma, “un esercito è l’espressione della storia, della cultura, delle tradizioni e dell’ordine politico del proprio Paese”. Una imposizione di tattica e di tecniche di guerra non ben percepite dagli afghani che sono abituati a guerre “asimmetriche”, cioè di un sistema di combattimento non convenzionale basato sulla guerriglia in territori climaticamente e morfologicamente ostili. Gli unici che sembravano combattere in modo efficiente erano i 20.000 commandos addestrati, non a caso, con i sistemi della guerriglia in condizioni estremamente ostili. Gli afghani sono guerriglieri temibili riconosciuti per capacità, in combattimento asimmetrico, imbattibili.

Affermato il principio importantissimo che un esercito deve avere una “anima” nella sua determinazione a combattere, gli esperti affermano che vi è stata una enorme retorica sulle potenzialità reali dell’esercito addestrato dagli occidentali. Si parla di più di 300.000 uomini dell’esercito regolare contro i soli 50.000 talebani. La verità sembra emergere pian piano con affermazioni inattese, rilasciate dagli addetti ai lavori sul territorio: molti commilitoni dell’esercito afgano erano stati abbandonati per settimane e mesi da soli, senza scorte, con scarsi viveri e in condizioni di sopravvivenza pessime. Pochi erano i rifornimenti e alle prime avvisaglie di combattimento contro i guerriglieri talebani, elementi dell’esercito regolare si sono messi d’accordo con i talebani consegnando armi e posizioni e, soprattutto, facendo salva la vita. Sono stati 90 i miliardi stanziati dagli USA solo per l’addestramento, ma la corruzione ha vinto su tutto e, anzi, si è dimostrata efficientissima a insinuarsi in questo fiume di denaro. Molti militari erano inseriti nelle liste dei capi di reggimento ma erano nomi falsi, perché le buste paga le riscuotevano questi ultimi. Per non parlare degli acquisti e del vettovagliamento, di tutto quell’enorme economia che ruota intorno a un esercito di dimensioni davvero ragguardevoli. Una vera e propria debolezza sistemica che spiega davvero tutto.

Nel lungo Cahier de doléances degli errori occidentali non bisogna dimenticare scelte che vengono da lontano. Quando il presidente Bush nel 2003 distolse parti consistenti di esercito dall’Afghanistan per trasferirle in Iraq, in un momento per i talebani di grossa difficoltà e considerando che in quel momento avrebbero potuto subire la distruzione totale perché rimasti in poche migliaia e male armati, gli americani avrebbero potuto negoziare un accordo partendo da una base ben più solida. Poi ha continuato Obama quando aveva concesso l’invio di 30.000 uomini ma con la precisazione che sarebbero andati via dal 2011. I talebani dovevano solo attendere, come hanno fatto, per trattare con più forza e cancellare ogni sconfitta dimostrando di essere stati anche strategicamente più forti.

Un capitolo a parte merita l’Iran. Gli americani hanno ben individuato una delle ragioni più credibili al loro ritiro proprio considerando la contrapposizione storica dei talebani agli ayatollah di Teheran. Pochi ricordano che le occupazioni americane avevano consentito all’Iran di espandersi, quasi paradossalmente, su tutti i territori favorendo lo spirito nazionalista e di dominio su quelle aree degli sciiti iraniani. Era successo dappertutto, dove per tradizioni, lingua, storia, preponderanza di aspetti culturali e valoriali, l’Iran ha sempre dimostrato una superiorità e una stabilità incredibili. Gli iraniani con il solito intelligente pragmatismo hanno rilasciato dichiarazioni di apertura alla conquista talebana. Hanno fatto finta di nulla sugli attentati subiti dalle minoranze sciite, l’ultimo alla scuola femminile prima della ripresa del potere. Gli ayatollah tacciono le antiche e insanabili ruggini e le diversità strutturali fra religioni che mal si conciliano. Presto dovranno ricredersi perché i talebani non indietreggeranno nelle loro farneticanti elucubrazioni hanafite. Inoltre chi parla oggi di parallelismo o di un modello da ripercorrere, in stile teocratico iraniano per il neonato emirato islamico afghano, lascia trasparire una incompetenza senza limiti. A Teheran risiedono più di due milioni di afghani che hanno fornito braccia e sangue, in condizioni di vita al limite dello schiavismo più bieco, alla costruzione della metropoli: particolarmente nella rete idrica e fognaria e in tutto il settore edile, dove privi di ogni tutela e sicurezza muoiono ogni giorno senza mai rientrare neppure in una statistica numerica. Un’accoglienza molto interessata riservata ai soli fini dello sfruttamento.

Infine possiamo chiederci perché l’esercito afghano avrebbe dovuto combattere e morire contro gli efferati talebani. Per i corrotti signori della guerra che sono pronti ad allearsi al miglior offerente o commerciante d’oppio? Per gli stranieri che hanno occupato e non sempre si sono dimostrati comprensivi e disponibili? Per i corrotti e i ricchi che si sono ben riciclati fra gli stranieri di turno? Per quella democrazia che si è vista solo come appannaggio di qualche televisione di stato interessata a far apparire che qualcosa si è fatto? Per la povertà in cui si sono cacciati e per tutto quello, che in termini di benessere e dignità umana, non si è concluso? La realtà mostra il suo aspetto brutale: forse hanno ritenuto che non era necessario morire per coloro i quali avrebbero rappresentato una tragica, assurda e verosimile copia di quanti già li avrebbero sostituiti al potere, a casa, in ogni dove il giorno dopo la partenza.

È questo, oggi, l’Afghanistan, quello annunciato e ipocritamente dimenticato.


da qui

lunedì 24 maggio 2021

ricordo di Shadi Habash






Che non si dica Balaha - Francisco Soriano

 

Il 2 maggio è morto nelle carceri egiziane Shadi Habash. Il giovane regista era stato incarcerato e torturato per la sua collaborazione artistica con il cantante Ramy Essam, esiliato in terra svedese dal 2015 a causa delle persecuzioni per le sue attività dissidenti nei confronti del regime egiziano. Habash aveva realizzato nel 2018 un video musicale dal titolo “Balaha”: significa “dattero” ed è il nomignolo che gli egiziani hanno riservato al loro dittatore. In realtà il riferimento sarcastico si riferisce al personaggio di un film degli anni ottanta in cui si narra la storia di un malato psichiatrico di nome Balaha, finito in isolamento proprio per il suo disagio mentale. La canzone che ha reso Habash un detenuto dissidente conteneva parole di denuncia sociale e non semplicemente di ilarità nei confronti del regime: “Tu vivi nei giardini e noi, invece, dentro le celle… ti hanno rubato le terre promettendoti grappoli d’uva, ci hanno rubato il nostro Nilo e ti hanno lasciato qualche goccia …”.

Per comprendere il grave stato di persecuzione, tortura e violazione di qualsiasi diritto umano in Egitto è necessario riportare qualche statistica ufficiale. Nel mese di aprile di quest’anno sono stati giustiziati nove prigionieri: erano accusati dell’uccisione di altrettanti agenti durante gli attacchi al commissariato di Kerdasa nell’agosto del 2013. L’esecuzione è avvenuta nel mese sacro del ramadan e ha visto coinvolto nella mattanza anche un uomo di 82 anni. A causa di questa spirale di vendetta il sistema giudiziario egiziano ha triplicato le esecuzioni che, nel 2020, ha portato l’Egitto al terzo posto nel vergognoso primato dei Paesi che applicano questa orribile pratica. Le ultime esecuzioni sono solo una parte di quelle riservate a un gruppo di 183 persone condannate a morte con sentenza emessa nel 2014 da un tribunale di Giza e confermate dalla Corte di Cassazione. Nei due mesi di ottobre e novembre del 2020, secondo fonti di Amnesty International, ci sono state 87 esecuzioni di cittadini condannati alla pena di morte. Il Committee for Justice (CFJ) è una associazione indipendente dei diritti umani con sede a Ginevra e attiva negli studi e ricerche sulle violazioni dei diritti umani nell’area MENA, acronimo di Medio Oriente e Africa del Nord. Questa associazione ha stilato un ultimo report dal titolo emblematico: The Giulio Regenis of Egypt. Il documento rappresenta un quadro inquietante perché fa emergere il grado di disumanità delle autorità egiziane che, dalla seconda metà del 2013 (anno del golpe del generale Abdel Fattah Al-Sisi) all’ottobre del 2020, hanno intensificato nelle carceri le loro pratiche repressive: sono deceduti almeno 1.058 prigionieri a causa di torture o morti provocate dal rifiuto di prestare le adeguate cure mediche. In questo caso la pandemia da Covid-19 ha dato una mano al regime. La volontaria astensione da parte delle autorità alle cure mediche nei confronti dei detenuti è una delle modalità preferite dal regime del faraone Abdel Fattah Al-Sisi per spegnere il dissenso dei prigionieri politici. Infatti secondo le stime ufficiali delle associazioni umanitarie il 71% dei decessi totali nelle prigioni, dal 2013 al 2020, è determinato dalla carenza di cure mediche. Nel 2021 la percentuale potrebbe essere addirittura superiore: questa tragedia denota un’inaccettabile deriva umanitaria senza precedenti nel mondo.

Queste sono le stime ufficiali che non tengono conto delle sparizioni e delle detenzioni nei centri di carcerazione “informali”: attività che avvengono secondo modelli di tortura di tipo “sudamericano”, tristemente ricordati per il fenomeno dei “desaparecidos”, cioè persone uccise dopo strazianti torture e occultate in fosse comuni o lanciate ancora in vita nell’oceano da aerei in volo.

In particolare bisogna sottolineare il valore perverso di un articolo del codice penale egiziano, l’articolo 143, che prevede la custodia cautelare a tempo indeterminato quando si viene accusati di reati punibili con la pena di morte: terrorismo, sedizione, reati di opinione e pericolosità nei confronti dell’ordine pubblico. Come in Turchia il reato di terrorismo mantiene una volontaria ambiguità. Questo determina l’allargamento della sua sfera di applicabilità in pene severissime nei confronti di cittadini che, con il terrorismo non hanno nulla a che fare: è un atto pensato e programmato per poter perseguitare con maggiore legittimità e con una parvenza di “legalità”. Meglio sottolineare che, al contrario, i metodi di un terrorismo di stato si riconoscono meglio nei rastrellamenti, nella tortura, nella sparizione di inermi cittadini accusati di aver contestato il regime o, semplicemente, di averne studiato contraddizioni e illegalità. In questo quadro insopportabile di ingiustizie come non ricordare la vile messinscena della cattura e l’uccisione di fantomatici rapinatori accusati di essere coinvolti nell’uccisione di Giulio Regeni, al fine di depistare le indagini dei magistrati italiani nei confronti dei servizi di sicurezza egiziani. Secondo il Committee for Justice (CFJ), dal luglio al settembre del 2020 si sono verificati 557 casi di sparizione forzata nelle carceri e 20 casi di tortura che hanno provocato la morte o danni irreversibili nelle vittime. Questi sono numeri recenti che non considerano tutti i casi dal 2013. Un periodo in cui vi è stato un proliferare di migliaia di incredibili crimini nei confronti di cittadini inermi. Sembra a questo punto naturale sottolineare che le violazioni sono determinate e possibili in sede processuale dalla mancanza di indipendenza del potere giudiziario. Le persone vengono sottoposte all’insostenibile pratica delle carcerazioni preventive arbitrarie e prolungate secondo il sistema delle “porte girevoli”, condizione che si aggiunge alla mancanza di tutele ai fini di un processo equo fra chi accusa e chi si difende. Infatti è “normale” in Egitto la persecuzione dei difensori delle vittime anche attraverso la carcerazione con incriminazioni simili a quelle riservate ai propri clienti. In questo quadro come non ricordare la sorte riservata a Bahey El Din Hassan direttore del Center oh Human Rights Studies of Cairo, condannato in contumacia l’anno scorso a 15 anni di reclusione. Il caso di Patrick Zaki è ancora più paradossale se si pensa che il giovane studente copto è stato incarcerato e mai più rilasciato per aver scritto sui social media pensieri che offendevano e addirittura avrebbero messo in pericolo la sicurezza delle istituzioni egiziane. Il presidente del CFJ ben evidenzia, in molteplici interventi a mezzo stampa, che le autorità egiziane dispongono di elenchi che osiamo definire ‘preconfezionati’, contenenti una serie di accuse che possono essere mosse contro oppositori, difensori dei diritti umani e giornalisti: adesione e finanziamento di gruppi terroristici, spionaggio, incitamento alla violenza e al terrorismo. […] Sostanzialmente servono da pretesto per poter procedere con la custodia cautelare in carcere, da prolungare poi ad libitum, per sbarazzarsi dei cittadini scomodi”.

Nell’ottobre del 2019 Shadi Habash riusciva a far diffondere un suo messaggio con l’obiettivo di chiedere aiuto alle autorità internazionali e testimoniare la condizione dei detenuti politici in Egitto: Resistere in prigione significa resistere a te stesso. Proteggi te stesso e la tua umanità dall’impatto di quello che tu vedi ogni giorno. Ti fermi, vai di matto o lentamente muori perché sei stato buttato dentro una stanza due anni fa e sei stato dimenticato, non sapendo quando ne verrai fuori. Sono alcune settimane che l’attivista Alaa Abdel Fattah ha cominciato uno sciopero della fame e della sete per sensibilizzare l’opinione pubblica sul trattamento sanitario insufficiente o dolosamente assente nelle carceri, soprattutto nel contenimento del Covid-19. Ai familiari della donna sono state proibite le visite e la possibilità di farle pervenire medicinali. Altre due attiviste, Marwa Arafa e Kholoud Said, hanno subito una carcerazione dopo essere scomparse dalle loro abitazioni: sono ricomparse in mano alle forze di sicurezza egiziane qualche settimana dopo. Alle due donne viene tuttora riservato un trattamento davvero “speciale” perché detenute nella sezione Scorpion, che ospita detenuti politici accusati di reati d’opinione. Sembra segnato il destino di Patrick Zaki: nei suoi confronti le autorità si distinguono ancora una volta per la loro sistematica opera di annientamento psicologico e fisico dello studente. Il regime mostra sempre di più atteggiamenti paranoici, disumani e punitivi al limite della sopportazione. La verità è che il sistema economico egiziano getta sempre di più la popolazione in uno stato di depressione provocata da fame e disoccupazione: un sistema sfrontatamente liberista improntato alla corruzione e allo smantellamento dei servizi pubblici. Le risorse vengono spese in sistemi di controllo interno della popolazione e di acquisto di armi come deterrente esterno. Il Cairo è partner privilegiato dell’Italia nell’acquisto di strumenti bellici, secondo le stime più attendibili per un giro di affari di in decine di miliardi di euro. Secondo quanto riferisce la Rete italiana per la pace e il disarmo (Ripd), l’Egitto “è il Paese destinatario del maggior numero di licenze; è in aumento la propria quota fino a 991,2 milioni di euro grazie alla licenza di vendita delle due Fregate Fremm”. E questa è solo una parte delle spese egiziane nel nostro Paese.

Pertanto è evidente constatare che gli affari valgono molto di più della vita delle persone, anche se si tratta di un cittadino italiano come nel caso di Giulio Regeni. Una vergogna ben imbandita sull’altare dell’ipocrisia e della complicità silente a crimini efferati.

da qui

 

 

Shadi Habash, un nuovo caso oscuro dall’Egitto - Marco Magnano


Il regista e videomaker è morto nel carcere di Tora, vicino al Cairo, dopo due anni di detenzione senza processo. La sua colpa? Un videoclip

Ancora una volta, l’Egitto è protagonista di un caso di giustizia negata che si somma alle numerose storie di cui il Paese, negli ultimi anni, si è reso protagonista.

A rompere il generale silenzio sul sistema di incarcerazioni e sparizioni forzate che gli organi di sicurezza egiziani hanno allestito sin dal colpo di Stato che nel 2013 portò al potere Abdel Fattah Al-Sisi, è questa volta la morte di un fotografo e regista egiziano, Shadi Habash, morto a soli 24 anni venerdì 1 maggio nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, lo stesso in cui è rinchiuso Patrick George Zaki.

Habash era stato arrestato nel marzo 2018 e da allora era detenuto in attesa di processo. «La sua salute è andata peggiorando per diversi giorni», racconta all’agenzia stampa France Presse il suo avvocato, Ahmed el-Khwaga, «era stato portato in ospedale, poi è stato rimandato in carcere, dov’è morto». Le autorità egiziane non hanno commentato quanto accaduto, ma la ragione dell’arresto è chiara a tutti. «Come videomaker - spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - ha diretto una serie di video, compreso quello incriminato di questo cantante esule in Svezia che aveva scritto un brano satirico, Balaha, che in italiano si traduce con “dattero”, rivolto al presidente al-Sisi». “Balaha” non è soltanto il frutto, ma è un personaggio comico del cinema popolare egiziano degli anni Settanta, noto per mentire in modo patologico. Un messaggio forte ed evidentemente vietato in un Paese in cui, come ricorda ancora Noury, «c'è una linea rossa che supera inavvertitamente, perché è mobile, separa quello che è lecito per quello che è illecito e uno non si rende conto di averla oltrepassata fino a quando viene portato in carcere».

La canzone, tuttavia, non era nemmeno stata scritta da Habash, che aveva soltanto diretto il video, ma dal poeta Galal el Beheiry, anche lui in carcere, insieme al cantante Rami Essam, una delle voci più note della Rivoluzione del 2011, quando due suoi brani (Pane, libertà, giustizia sociale e Irhal, ”vattene”, indirizzato a Hosni Mubarak) furono cantati insieme a lui da milioni di manifestanti a piazza Tahrir.

A pochi giorni dalle elezioni del marzo del 2018, che videro la riconferma di al-Sisi, il video della canzone di Essam, che ora è in esilio in Svezia, aveva superato i tre milioni di visualizzazioni su Youtube. Troppo per un potere politico che non accetta di essere messo in discussione.

Proprio allora Habash venne portato in carcere, nella prigione di Tora, e tenuto in detenzione preventiva per indagini che non sono mai andate avanti. «È la prassi in Egitto. Quel carcere - continua Noury - o ti uccide di botte o ti uccide di mancate cure mediche o ti uccide di isolamento. Il 2 maggio è accaduto anche lui, così com’era accaduto ai suoi compagni di prigionia, come stanno raccontando le cronache degli esuli egiziani di questi ultimi giorni».

La condizione di sistematica incertezza a cui si è sottoposti nelle carceri egiziane porta ancora una votla all’attenzione mondiale le condizioni in cui i detenuti vivono all'interno delle prigioni del Paese, già normalmente pericolose e sovraffolate e in queste settimane rese ancora più pericolose dalla pandemia di coronavirus. In questa incertezza vive anche Patric George Zaki, il cui arresto preventivo è stato prorogato di 45 giorni in 45 giorni senza nemmeno una formalizzazione delle accuse.

Martedì 5 maggio i giudici egiziani hanno deciso che lo studente dell’Università di Bologna, rimarrà in carcere nonostante le sue preoccupanti condizioni di salute. Zaki, infatti, soffre d’asma e ha problemi respiratori seri, che nel contesto dell’emergenza sanitaria globale rappresentano un ulteriore elemento di allarme. «Sappiamo che è vivo - chiarisce il portavoce di Amnesty - per il semplice fatto che nessuno ci ha detto che è morto. L'ultima visita i suoi familiari l'hanno potuta effettuare il 9 di marzo, quindi siamo quasi a due mesi di distanza. Quello che sappiamo è che dovrebbe essere scarcerato, prima di tutto perché è innocente, e poi perché è un soggetto a rischio. E allora quello che Amnesty International ha deciso di fare in queste ultime settimane insieme all'Università di Bologna e al Comune di Bologna è di sollecitare un provvedimento umanitario di rilascio per motivi di salute. Lo abbiamo fatto coinvolgendo l'ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che ha risposto garantendo interessamento in una prima occasione e gli abbiamo riscritto proprio in questi giorni per chiedere che dia seguito alle sue buone intenzioni». Buone intenzioni che purtroppo, finora, non hanno portato a risultati concreti.

Il fatto è che queste violazioni, così evidenti, così documentate e dal rilievo internazionale, non sembrano avere alcuna conseguenza. «Politicamente - riflette Riccardo Noury - l’Egitto non rende conto a nessuno, perché i rapporti sono così forti sul piano bilaterale con tanti Paesi e sono rapporti di convenienza, di armonia, di scambi di varia natura. Dovrebbe rendere conto agli organi internazionali sui diritti umani, ai meccanismi sui diritti umani delle Nazioni Unite che però hanno un potere persuasivo pari a zero, possono fare dei report delle denunce e approvare delle risoluzioni, condannare, però tutto questo non incide. Inciderebbe una presa di posizione politica nei rapporti di alcuni paesi chiave con l'Egitto ma questa presa di posizione manca».

È legittimo chiedersi se la crisi del mercato degli idrocarburi, il crollo del prezzo del petrolio e in generale la flessione economica globale, possano ridurre la posizione di forza dell’Egitto, costringendolo a rendere conto delle proprie azioni di fronte alla comunità internazionale. Tuttavia, il Paese non è così dipendente dalle esportazioni di petrolio come lo sono altri nella regione, soprattutto nella Penisola arabica o nel Golfo persico, quindi anche questa ipotesi sembra da scartare. «L'Egitto - conclude infatti Noury - ha altre risorse che non sono semplicemente legate a fattori economici. La sua posizione lo rende un Paese chiave nella zona dell'Africa del Nord, in particolare rispetto alla Libia, ma anche rispetto a fenomeni come l'immigrazione. È stato il primo Paese a raggiungere la pace con Israele, quindi in qualche modo è considerato un esempio di moderazione e di progresso. Queste sono carte che l'Egitto gioca con intelligenza, minacciando che se venisse a mancare questo ruolo equilibratore e di pace nell'area il terrorismo esploderebbe, l'immigrazione ripartirebbe e la Libia si spezzerebbe ancora di più».

da qui

 

 

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

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martedì 19 maggio 2020

in ricordo di Yahya Hassan




Yahya Hassan, di poesia si muore - Francisco Soriano

Le dinamiche della prematura morte di Yahya Hassan, poeta, non sono ancora chiare. La scomparsa è stata annunciata dal suo editore, che ha definito come un “disastro” l’ellissi tragica di questo scrittore di 24 anni, morto una settimana fa a Copenhagen. Yahya aveva scritto versi incredibili e travolgenti, irriverenti e fecondi di spudorata onestà, che gli erano costati aggressioni fisiche, minacce di morte e una scorta che gli era stata assegnata al fine di garantirgli incolumità fisica. Il caso Yahya Hassan non si esaurisce certo nel silenzio della sua misteriosa morte che pone interrogativi, ma anche risposte che suscitano enorme indignazione.
La biografia di Yahya è storia di dolore, di una sofferenza che risiede in quell’altrove che non è affatto abitato da sirene e sogni concilianti, atmosfere apollinee e canti di primavera. Nasce nel 1995, ad Arhus, sulla costa orientale della penisola dello Jutland ma, in realtà, è figlio legittimo di quell’avamposto di profughi disperati e figli di una terra di confine e di confini che si chiama Palestina. I suoi genitori infatti sono apolidi palestinesi. Yahya non è solo un giovane musulmano di seconda generazione che risiede in qualche sobborgo delle luminose città europee: è soprattutto un poeta che a 18 anni ha scritto una raccolta di poesie che ha venduto in pochi mesi 120.000 copie nella sola Danimarca (mai nessuno aveva suscitato tanto interesse prima di lui in terra danese), ed è stato tradotto in venti lingue e in italiano, nel 2014.
In una delle sue poesie recita: NON AVEVAMO PROGETTI // PERCHÉ ALLAH LI AVEVA PER NOI. Affermare ciò, sarcasticamente, è condanna all’ostracismo, alla vergogna, al dissidio, alla vendetta. Yahya comincia in questo percorso di lotta a combattere con le armi della poesia, con le parole cocenti che penetrano la corteccia identitaria di un popolo in fuga che si sente oppresso. Sono soprattutto le parole di un musulmano che tradisce la sua fede percepita come monolitica identificazione del bene che trionferà sul male. Tuttavia, fra le giovani generazioni di figli di immigrati, soprattutto donne, non è l’unico giovane musulmano a ribellarsi alla propria cultura vista nell’ottica del patriarcato e dell’egemonia del potere come pratica imprescindibile delle regole divine. Infatti, la questione diventa politica ed etica, sociale e religiosa. Per la comunità mussulmana, Yahya rappresenta il pericoloso esempio di un “intemperante”, che ha sempre scatenato polemiche e violenze: TU VUOI LA PREGHIERA DEL VENERDI FINO AL PROSSIMO VENERDI // TU VUOI IL RAMADAN FINO AL PROSSIMO RAMADAN // E TRA LE PREGHIERE DEL VENERDI E I RAMADAN // TU GIRI CON IL COLTELLO IN TASCA.  Yahya ha uno stile moderno, scrive come un rapper, talvolta incastona voci del sottobosco urbano a parole raffinate di un vocabolario “alto”. In questo si legge anche la sua scelta apolide, il canto di guerra che rinnega la religione del padre, il padrone che torna a casa e picchia col bastone i figli. Yahya vede la sorella che sembra saltellare leggera sotto la gragnuola di botte e poi la madre, indifesa, a subire l’ennesimo oltraggio. La donna scappa, che importa, per il padre-padrone ne arriva un’altra, una “nuova” in bella posa dalla Tunisia. Non è tutto. Yahya rilascia un’intervista che oltraggia il pudore religioso e arriva, puntuale, la fatwa contro di lui: è il sigillo dell’infedele, l’ateo, il blasfemo. Solo la morte poteva dirimere la forza trasgressiva e il coraggio di questo “folle”.
Il dibattito intorno a questo poeta diventa dunque tema fondamentale e complesso in Danimarca. Alla fiera del libro di Copenhagen è lo scrittore di punta, lunghe file attendono le sue parole e i suoi autografi, il suo libro si esaurisce in poche ore. Yahya non è solo un poeta, è un combattente. La scrittura è tema dirompente nella letteratura danese, scrive solo in stampatello maiuscolo e dice, in un’intervista, che la scelta di questa modalità è per dare il senso di immediatezza, imprimere nettezza. L’utilizzo delle parole del giovane Yahya diventano a questo punto la sua scelta identitaria, si tatua la parola “ord” sul dorso della mano: il termine danese che significa “parola”, perché le parole sono la parte più essenziale nel mondo di oggi. Intanto, abbandona il genere di scrittura tipico del mondo musicale rap e sceglie la poesia che ritiene come l’unico modo con il quale può relazionarsi con la vita. Nella sua disputa con gli islamici residenti in Danimarca, Yahya traccia la sua critica senza mezzi termini, tacciandoli di incoerenza e, soprattutto, di incapacità ad accettare quel percorso di secolarizzazione che renderebbe questa religione forse più tollerante verso il prossimo. Per antonomasia, il poeta è permeato da valori indistruttibili come l’onestà, l’educazione, la capacità di verificare con le parole il dominio della bellezza e dell’armonia. Nelle sue opere poetiche però, il verso è incitamento alla pratica collettiva che desidera civiltà, è scrittura militante che odia l’indifferenza e parla chiaro in faccia agli ipocriti. Alla domanda se non pensa che nella raccolta di poesie si percepisca un evidente senso di smarrimento, religioso e sociale, così risponde: Io non mi sento un musulmano. Così come non mi sento danese. E nemmeno un semplice poeta. Secondo lei sembro un danese? L’origine conta. I miei genitori sono palestinesi. Mi sento palestinese. Uso il danese per scrivere, ma in famiglia parlo l’arabo. Più che altro, mi sento un essere umano. […] Quello che critico dell’Islam può essere detto anche di altre religioni, sia ben chiaro. Ma spesso la mia ex religione, a differenza di altre, purtroppo non riesce a uniformarsi alla modernità. E per questo trovo ipocrita quando i musulmani integralisti cercano rifugio in un Paese di “infedeli”. Trovo ipocrita campare sul welfare danese se non si condividono i principi di quel Paese. Trovo ipocrita, come racconto nel libro, andare in moschea il venerdì, non mangiare maiale e poi picchiare moglie e figli. Yahya diventa inesorabilmente preda di nemici piuttosto trasversali; critica gli islamisti e le destre nazionaliste, svergogna i fascisti populisti e gli indifferenti che non intravedono negli schieramenti, strutturati su valori ed etiche che si fondano su secoli di confronto, la possibilità di far parte di una lotta politica sincera e costruttiva: I musulmani danesi sono molto indottrinati. Che non significa essere terroristi, ci mancherebbe. Ma gli viene inculcata una visione del mondo molto tradizionalista, trasmessa di padre in figlio. E a volte risale a secoli fa. Colpa delle vessazioni subite per lunghissimo tempo, certo: campi profughi, povertà, violenze, nessuna istruzione. I problemi delle vecchie generazioni arrivano da lontano. Ma i giovani nati in Danimarca, come me, a volte neanche parlano arabo e non conoscono la storia del loro popolo. Così si crea una frattura insanabile. […] Le minacce di morte e la violenza purtroppo fanno parte della nostra società, non sono certo iniziate con il mio libro. Mi spiace solo che molti musulmani colti e capaci non si ribellino a tutto questo. […] Disprezzo i politici populisti di destra. Così come disprezzo i musulmani di destra. I fascisti sono sempre fascisti. Però, allo stesso tempo, rivendico il diritto di esprimere la mia opinione attraverso la poesia.  Restando nel campo dei suoi “oppositori trasversali”, Yahya pone l’accento su questioni che riguardano prettamente il tema dell’integrazione nei Paesi europei. Dopo aver ben descritto le ipocrisie del mondo a cui aveva appartenuto per origine e condizioni parla, con la dura nitidezza che lo contraddistingue, del sistema scolastico danese che lo ha espulso alla stregua di guardiani camuffati da educatori: TELECAMERE AL CANCELLO // GLI EDUCATORI MI CONFISCANO I VESTITI // E MI DANNO UN COMPLETO NERO // LE PRIME DUE SETTIMANE RESTO ISOLATO NELLA MIA CELLA // LO CHIAMANO ADATTAMENTO. Dunque, lo scrittore è vittima delle violenze del padre e della sua cultura dispotica ma anche della moderna società danese che, quasi contraddicendo i propri valori sui diritti, lo discrimina come soggetto difficile e lo esclude: il racconto a tinte fosche lo si trova nella poesia Dittatura educativa. Il tentativo di Yahya è quello di cambiare, mutare il sociale con il suo punto di vista facendo della letteratura la sua barricata. Lo stratagemma della mancanza di segni di interpunzione e l’apparente mancanza di connessioni sintattiche fra le frasi fanno di lui un poeta originale, ma non il preconizzatore di una nuova poesia. Tuttavia, accostarlo a un rapper è fuorviante e lui stesso dice di essersi sbarazzato, ad un certo punto, di questa modalità espressiva: Yahya è molto più intriso di medioriente di quello che sembra e le sue fulminee metafore e ossimori ne sono la prova provata.
L’esperienza e l’esperimento che Yahya fa della lingua utilizzata nelle sue poesie era nell’operazione coraggiosa di mescolare forme di socioletto al linguaggio appena più erudito, con l’inserzione di termini arabi che ben si insinuano nel contesto lirico creando dei veri e propri artifici sonori. In questo è innegabile il suo background di compositore di testi musicali a forte impatto multiculturale da sobborgo urbano e periferico, sociale ed economico. Dice di sé con il dovuto sarcasmo: UN GIORNO SONO UN POETA SANO E BEN INTEGRATO // ME CHE SCRIVO MAIL A LARS SKINNEBACH A PABLO LLAMBIAS A SIMON PASTERNAK // IL GIORNO DOPO SONO ACCUSATO DI FURTO D’AUTO E RAPINA IN STRADA E FURTO CON SCASSO // ME CHE SONO SOTTOPOSTO A INTERROGATORIO DI GARANZIA. A questo punto non è assolutamente irragionevole ritenere che le poesie di Yahya Hassan abbiano rappresentato per la Danimarca, ormai multiculturale per le ondate di migrazioni soprattutto dal medioriente, un nuovo standard linguistico. Come spesso accade molti hanno cercato di affiancarlo ai grandi poeti del passato, evocando addirittura il nome di Whitman o, in certi sprazzi rabbiosi e iperbolici, piuttosto Artaud. Sta di fatto che il suo stile gridato, la rabbia urlata in faccia con brevi parentesi di declamata vocazione al ricercato gergo della strada tipico di una certa poesia beat, ne hanno fatto un interprete di rilievo della nuova poesia danese. La sua scrittura è credibile, anche se troppo giovane e forse con una cultura informe per poter ambire a una forma poetica ben definita, Hassan è talmente viscerale e coinvolgente che si ama perché smaschera, chiarisce, rifugge la retorica, spiega l’ipocrisia. Ed ecco che lo scenario si fa duro, incombe la tragedia di un girovagare fra comunità di recupero e riformatori, anni spietati e crudeli che fanno della sua biografia un maledetto che si è riscattato.
Un riscatto che forse non è bastato a condurlo al di fuori dell’orrore della violenza e della intolleranza. Tuttavia, a chi dice che di poesia si può morire, Yahya Hassan ha risposto con l’eterna eco delle sue parole.

INFANZIA
CINQUE FIGLI IN FILA E UN PADRE CON LA MAZZA
POLIPIANTO E UNA POZZA DI PISCIO
SI TIRA FUORI LA MANO A TURNO
È QUESTIONE DI PREVEDIBILITÀ
QUEL RUMORE QUANDO ARRIVANO I COLPI
LA SORELLA CHE SALTA VELOCE
SU UN PIEDE POI SULL’ALTRO
IL PISCIO È UNA CASCATA SULLA GAMBA
PRIMA FUORI UNA MANO POI L’ALTRA
SE PASSA TROPPO TEMPO I COLPI VANNO A CASO
UN COLPO UN GRIDO UN NUMERO 30 O 40 A VOLTE 50
E UN ULTIMO COLPO SUL CULO USCENDO DALLA PORTA
PRENDE IL FRATELLO PER LE SPALLE LO RADDRIZZA
CONTINUA A COLPIRE E CONTARE
ABBASSO LO SGUARDO E ASPETTO IL MIO TURNO
MAMMA ROMPE PIATTI PER LE SCALE
E INTANTO AL JAZEERA TRASMETTE
BULLDOZER IPERCINETICI E MEMBRA ARRABBIATE
LA STRISCIA DI GAZA SOTTO IL SOLE
LE BANDIERE CHE VENGONO BRUCIATE
SE UN SIONISTA NON RICONOSCE LA NOSTRA ESISTENZA
SE POI DAVVERO ESISTIAMO
QUANDO SINGHIOZZIAMO ANGOSCIA E DOLORE
QUANDO BOCCHEGGIAMO IN CERCA D’ARIA O DI SENSO
A SCUOLA NON SI PUÒ PARLARE ARABO
A CASA NON SI PUÒ PARLARE DANESE
UN COLPO UN GRIDO UN NUMERO
YAHYA HASSAN (Rizzoli, 2014), trad. it. B. Berni