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sabato 23 agosto 2025

Quando domina il profitto: gli incentivi vaccinali e la deriva della medicina pubblica - Eugenio Serravalle

 

Negli Stati Uniti, una recente inchiesta di Children’s Health Defense ha portato all’attenzione del pubblico un aspetto poco noto della pratica vaccinale pediatrica: l’attribuzione di incentivi economici ai medici per ogni bambino completamente vaccinato entro una certa età. Un pediatra può ricevere fino a 400 dollari per ogni paziente se raggiunge, ad esempio, l’80% di copertura vaccinale nel proprio studio per l’intero panel di vaccini raccomandati.

Questa dinamica può apparire estrema o lontana, la domanda da porci oggi è: in Italia esiste forse un modello simile?

Il modello americano è già realtà anche in Italia

In Italia, il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV), attualmente in vigore nella versione 2023-2025, stabilisce obiettivi numerici di copertura vaccinale, imponendo alle Regioni di garantire almeno il 95% di adesione per i vaccini obbligatori e percentuali crescenti per i raccomandati.

livelli essenziali di assistenza (LEA) – stabiliti con DPCM 12 gennaio 2017 – legano strettamente le prestazioni vaccinali agli standard da rispettare per l’erogazione di fondi statali. Inoltre, il Sistema Nazionale di Verifica e Controllo sull’Assistenza Sanitaria (SiVeAS) valuta le performance regionali anche sulla base dei tassi vaccinali.

Di conseguenza:

·         le ASL ricevono finanziamenti legati ai risultati raggiunti;

·         dipartimenti di prevenzione sono incentivati economicamente per le coperture ottenute;

·         in alcune Regioni e aziende sanitarie, sono previsti premi di risultato anche per singoli operatori coinvolti nella campagna vaccinale.

Anche se in forma indiretta e distribuita, l’incentivo economico esiste ed è attivo, ed è difficile non notare le analogie con quanto avviene negli Stati Uniti.

Nel caso della Regione Toscana, un esempio emblematico, si stabilisce al punto 4.3 dell’AIR (Accordo Integrativo Regionale) del 2001, ancora vigente, che stabilisce che, per le attività connesse alle vaccinazioni – informazione, promozione, acquisizione del consenso informato, somministrazione, registrazione, segnalazione degli inadempienti e recupero – il pediatra ha diritto a due livelli di retribuzione:

 Compenso per prestazione:

·         15,00 € per ogni atto vaccinale, sia mono che pluri-somministrazione.

Premi per obiettivi di copertura (valutati annualmente):

·         1.000 € per copertura >95% della terza dose di esavalente

·         1.000 € per copertura >95% del morbillo

·         1.000 € per copertura >80% del papilloma virus nelle femmine

I premi vengono dimezzati in caso di coperture inferiori, e annullati del tutto sotto una certa soglia (es. <92% per esavalente e morbillo). Sono esclusi dal conteggio solo i soggetti irreperibili o con dissenso formale firmato.

Tutto regolare, tutto lecito, tutto “in nome della salute pubblica”… ma è davvero etico?

Il conflitto di interessi è sistemico

Questi incentivi economici trasformano di fatto il pediatra da consulente sanitario a promotore retribuito della campagna vaccinale, creando una situazione in cui:

·         l’obiettivo clinico (il benessere del singolo) viene subordinato all’obiettivo statistico (la copertura di massa);

·         la firma del consenso informato diventa un passaggio obbligato per il pagamento della prestazione;

·         il recupero degli “inadempienti” – cioè delle famiglie che scelgono legittimamente di non aderire – viene incentivato come parte dell’attività professionale.

In tale contesto, il consenso informato perde ogni autenticità: non è più un atto libero e consapevole, ma una condizione necessaria perché il sistema remuneri il medico.

E se da un lato l’art. 32 della Costituzione afferma che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario, dall’altro l’intero impianto normativo e organizzativo lo spinge a farlo “spontaneamente”, ma sotto pressione economica, burocratica, sociale. Questa asimmetria di potere mette le famiglie in una posizione vulnerabile e snatura il rapporto fiduciario con il pediatra, che non può più essere percepito come neutrale, ma come portatore di un interesse economico nel convincere (o forzare) l’adesione.

Vaccini separati: perché non si possono fare? E soprattutto… chi ci guadagna?

Sempre più genitori chiedono di poter separare i vaccini: un’esigenza legittima, dettata da buon senso e attenzione al benessere del bambino. Eppure, la risposta del sistema è quasi sempre la stessa: “Non si può”. Ma è proprio vero? La legge Lorenzin non ha stabilito obbligo per l’esavalente o per il quadrivalente (MPRV), ma per quelle 10 vaccinazioni.  La circolare 0001174 del 15/01/2018 del Ministero della Salute prevede questa possibilità con lo schema per il recupero dei minori inadempienti agli obblighi vaccinali, introdotto dal Decreto Legge 73/2017.

In Italia non sono disponibili vaccini monocomponenti per morbillo, parotite, rosolia, difterite e pertosse. Una scelta strategica, non scientifica. Per epatite B e Haemophilus influenzae B i monovalenti esistono, per cui l’esavalente si potrebbe tecnicamente scomporre in:

·         un quadrivalente (DTPa + polio)

·         due monovalenti (epatite B e Hib)

per assolvere all’obbligo vaccinale.

(i monovalenti contro tetano, poliomielite e varicella sono disponibili)

Questa possibilità non viene mai offerta ai genitori, anzi spesso si sostiene che tali vaccini NON ESISTONO!

Nel 2011, lo stesso Working Group pediatrico dell’AIFA raccomandava di evitare il vaccino MPRV (morbillo-parotite-rosolia-varicella) per la prima dose perché il rischio di convulsioni febbrili è più che doppio rispetto a MPR + varicella somministrati separatamente.

Eppure… la somministrazione separata non è mai la prassi. Nemmeno oggi.

Una scelta clinica saggia e prudente è stata trasformata in un’opzione scomoda e raramente praticata.

In pratica, il pediatra ha un interesse economico diretto nel non separare, nel non dilazionare, nel non offrire alternative. Ogni genitore che chiede una personalizzazione rischia di abbassare le performance, far saltare gli obiettivi e tagliare i bonus.

Questa è una medicina che ha perso la sua anima.
Una medicina che premia chi si adegua, non chi riflette.
Una sanità che non ascolta le famiglie, ma impone protocolli pensati per fare statistica, non per proteggere la persona. Il consenso informato è stato svuotato. La personalizzazione delle scelte cliniche è scoraggiata.
Il dialogo con le famiglie è sostituito da automatismi retribuiti.

I vaccini separati “non si possono fare” non per ragioni scientifiche, ma per logiche economiche e organizzative. La salute non è un target e il bambino non è un dato statistico. Il medico non è un esecutore premiato per l’adesione cieca ai piani. Essere medici significa custodire l’integrità della cura, difendere l’autonomia professionale, agire per coscienza, anche quando è scomodo.
Tutto il resto è burocrazia che si disinteressa del paziente, è gestione amministrativa mascherata da atto medico, è un’illusione di scientificità piegata alla logica dell’obbedienza.

da qui

domenica 17 agosto 2025

Scienza & Libertà - Gaetano Colonna

Che la fede nella scienza sia oggi diventata tanto o addirittura più popolare di quella nella religione, è un fatto abbastanza evidente. Purtroppo però la scienza sta oggi assumendo due delle peggiori tendenze che le religioni hanno spesso manifestato, quelle che in epoca moderna hanno causato la loro perdita di credibilità: imporre dogmi e diventare centri di potere.

L’ultimo episodio che conferma lo sviluppo di queste due tendenze verso una vera e propria dittatura scientifica, con tutto ciò che questo comporta in tema di libertà di opinione e di scelta, è dimostrato dalla levata di scudi contro la nomina da parte governativa di due scienziati reputati no-vax nell’ambito del Nitag (National immunization technical advisory group), il “Gruppo consultivo nazionale sulle vaccinazioni”, istituito nel 2021 allo scopo di «supportare, dietro specifica richiesta e su problematiche specifiche, il Ministero della Salute nella formulazione di raccomandazioni evidence-based1 sulle questioni relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali, raccogliendo, analizzando e valutando prove scientifiche».

A chiedere la revoca dell’incarico al prof. Paolo Bellavite ed al pediatra dott. Eugenio Serravalle, sono stati alcuni organismi associativi, espressione politica della categoria medica e sanitaria: per “espressione politica” intendiamo, a scanso di equivoci, il fatto che questi organismi dichiarano di tutelare gli interessi di tali categorie, al tempo stesso definendo le regole cui i professionisti stessi devono a loro avviso attenersi.

La focalizzazione politica di questi organismi è ben chiara ad esempio nel caso del Patto trasversale per la Scienza, che, fin dal suo pubblico appello del giugno 2019, chiede che «tutte le forze politiche italiane si impegnino a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell’umanità», e che «nessuna forza politica italiana si presti a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica».

Di conseguenza, «tutte le forze politiche italiane si impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati», «ad implementare programmi capillari di informazione sulla Scienza», assicurando «alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici».

Appello come si vede totalitario, al quale si dà quindi oggi attuazione invocando l’allontanamento dei due esperti, cui addirittura si nega il titolo di scienziati, osservando che essi non sarebbero sufficientemente titolati per questo incarico, in particolare per il fatto che hanno assunto posizioni critiche verso la politica delle vaccinazioni obbligatorie.

Rispetto al primo punto, è sufficiente leggersi online i curricula del prof. Bellavite e del dott. Serravalle per verificare che entrambi vantano percorsi professionali e pubblicazioni che nulla hanno da invidiare rispetto agli altri componenti del Nitag. Quanto al secondo punto, quelle posizioni critiche, stigmatizzate da chi chiede oggi il loro allontanamento dal Nitag, sono state espresse attraverso una serie nutrita di studi che Bellavite e Serravalle hanno pubblicato.

Eccoci dunque al punto fondamentale, cioè al rischio evidente che la scienza, imponendo posizioni dogmatiche, tradotte in legge dal potere politico, violi un presupposto fondamentale della scienza moderna: cioè che la ricerca scientifica e la formulazione di assunti e presupposti scientifici debbano essere assolutamente liberi.

Non lo diciamo noi. Senza risalire qui al provando e riprovando di Galileo Galilei, lo dicono un coro di documenti, oggi forse dimenticati, pubblicati da organizzazioni internazionali da decenni. Citiamo qui per brevità un solo documento, che correttamente individua tre elementi-chiave per assicurare la academic freedom, cioè il diritto alla libertà di ricerca scientifica in qualsiasi campo del sapere:

«(a) Diritto individuale di ampia portata in materia di libertà di espressione per i membri della comunità accademica (sia docenti che studenti), principalmente in qualità di liberi ricercatori, compresa la libertà di studiare, la libertà di insegnare, la libertà di ricerca e di informazione, la libertà di espressione e di pubblicazione (compreso il “diritto di sbagliare”) e il diritto di svolgere attività professionali al di fuori dell’impiego accademico;

(b) Autonomia collettiva o istituzionale per l’accademia in generale, e/o per le sue sottosezioni (facoltà, unità di ricerca, ecc.). Tale autonomia implica che i dipartimenti, le facoltà e le università nel loro complesso hanno il diritto (e l’obbligo) di preservare e promuovere i principi della libertà accademica nella conduzione dei loro affari interni ed esterni;

(c) L’obbligo per le autorità pubbliche di rispettare e proteggere la libertà accademica e di adottare misure volte a garantire l’effettivo godimento di tale diritto, nonché a proteggerlo e promuoverlo».

Questo documento, intitolato “La libertà accademica come diritto fondamentale”, pubblicato nel 2011 dalla League of European Research Universities (LERU), contiene fra l’altro puntuali riferimenti ad una serie di altre pronunce formali di organismi internazionali, come l’Unesco e l’Unione Europea, e di costituzioni politiche, tra cui quella italiana (art. 33. «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»): tutte affermano la libertà di ricerca scientifica come un diritto fondamentale.

Non si può quindi non sottoscrivere parola per parola quanto il dott. Serravalle ha molto semplicemente osservato in una sua replica alla levata di scudi di cui stiamo parlando:

«Anti scientifici? Al contrario: la scienza non è un dogma. La scienza è un metodo che si basa sulla verifica con metodo scientifico di teorie anche contrapposte: alla fine ‘vince’ chi porta i dati e le prove più valide e forti. Personalmente ho una ricca bibliografia ed esperienza clinica a sostegno del mio approccio prudente e sono desideroso di confrontarmi con i colleghi proprio sulla base dei dati scientifici più validi. Questo è uno dei fondamenti del metodo scientifico, che si basa sul dubbio costruttivo e sul confronto basato su prove, non su dogmi e censure. Di fronte a prove migliori di quelle che posso presentare, ho preso l’impegno a riconoscerlo pubblicamente. Auspico analoga disponibilità da parte degli interlocutori».

Questa è, a nostro avviso, la giusta impostazione, almeno per chi crede nella libertà di ricerca come fondamento del progresso scientifico in una società libera.

Altrimenti, può essere fondato il sospetto che, nell’imposizione di politiche totalitarie alle collettività, la scienza si sia posta al servizio di giganteschi ed opachi interessi economici, come quelli che, prima durante e dopo le pandemie, hanno fatto moltiplicare i fatturati di un ristretto numero di multinazionali, quelle appunto che dominano l’enorme e assai redditizio mercato mondiale della salute.

  1. it.: «basate su prove». 

 https://clarissa.it/wp/2025/08/11/scienza-liberta/