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sabato 9 agosto 2025

Tramontata la deterrenza, resta solo l’atomica - Francesco Strazzari

«Quel colpo pose fine alla guerra… non voglio usare l’esempio di Hiroshima e Nagasaki, ma fu la stessa cosa…». Così parlava Trump applaudendo il «lavoro fenomenale» svolto dalle sue superbombe contro gli impianti nucleari iraniani.

Il presidente Usa pubblicava poi un messaggio dell’ambasciatore israeliano che gli tributava il ruolo di scelto da Dio, paragonandolo al presidente Truman nel 1945. Alla fine di quell’anno, in Giappone si contarono circa 140mila morti; altre decine di migliaia si aggiunsero a causa degli effetti a lungo termine di un bombardamento atomico per il quale i giapponesi non hanno mai ricevuto le scuse.

Dai campi di battaglia ucraini – sui quali continua la mobilitazione e il corrispondente accumulo di cadaveri – alla devastazione genocida di Gaza – che offre all’occhio uno scenario post-atomico – le guerre di oggi ci riportano alla dimensione della massa e dei grandi numeri.

I nove stati dotati di atomica spendono miliardi di dollari per modernizzare e ampliare gli arsenali. In Ucraina, la Russia ha dato sfoggio ai propri missili ipersonici. Più volte Putin ha cercato di trasmettere la minaccia atomica, per far temere che, se la guerra prende una piega sfavorevole, potrebbe arrivare, nonostante i moniti cinesi, a rompere il tabù vigente dal 1945. Giorni fa, in risposta a una velata minaccia nucleare da parte dell’ex presidente Medvedev, Trump ha dato ordine di avvicinare due sottomarini nucleari alla Russia. Medvedev ha risposto con il seguente messaggio: «Trump non dovrebbe pensare che l’archivio video delle sue immoralità passate sia solo nelle mani del Mossad».

Come scrive il Guardian, siamo minacciati da leader che sono «versioni ambulanti della triade nera – narcisismo, psicopatia e machiavellismo – in un mondo minacciato da crisi climatica, armi nucleari, intelligenza artificiale e robot killer». Il contesto vede la spesa globale per la difesa raggiungere nel 2024 i 2,46 trilioni di dollari, con un aumento del 7,4% in termini reali, ben superiore agli incrementi del 6,5% e del 3,5% già registrati nel 2023 e nel 2022. Per significativa coincidenza, del 7,4% è anche l’aumento del budget militare cinese, mentre in Europa si registra un 11,7% (con picco del 23,2% in Germania) e in Russia un 41,9%. Si tratta di stime dell’Iiss di Londra, che esprime seri dubbi sulla sostenibilità economica, sociale e climatica di questo trend.

Qualcuno ricorda il presidente Obama a Praga nel 2009 parlare di un mondo libero dalle armi atomiche? La logica paradossale che reggeva la Guerra Fredda, secondo la quale essere pronti a scatenare l’apocalisse nucleare serve a prevenirla, sembrava un ricordo sbiadito. E invece abbiamo assistito al deterioramento, fino al collasso, dei meccanismi di controllo degli armamenti. Torniamo a parlare di guerra nucleare e di guerra come grandi numeri. Il New Start, l’ultimo trattato che limita le armi nucleari, scadrà il prossimo febbraio, senza che sia in vista un sostituto: Usa e Russia non saranno più vincolati dal limite di 1.550 testate strategiche, mentre gli sviluppi tecnologici (comunicazioni, satelliti, vettori ipersonici) e il protagonismo nucleare cinese (proiettato verso le mille testate) destabilizzano i calcoli della deterrenza.

Negli Usa si discute dei costi spropositati degli scudi missilistici e dell’utilità della capacità nucleare terrestre. I silos di lancio dei missili intercontinentali, essendo noti, diventano un obiettivo prioritario. Davanti a un attacco ipersonico, il presidente avrebbe pochissimi minuti per decidere se usare i propri missili per rispondere o rischiare di perderli. Il risultato sono maggiori rischi di errore di calcolo e di escalation.

La regione Indo-pacifica, su cui si concentra il tatuatissimo segretario alla difesa Usa, offre scenari di guerra con la Cina solcati da navi e punteggiati da basi aeree su piccole isole. Qualcuno pensa possibile, qui, una «guerra nucleare combattuta» con atomiche a basso potenziale. Ma non si tratta solo di speculazioni. I bombardieri strategici russi, tenuti esposti in ottemperanza ai trattati, sono già stati raggiunti e colpiti dai droni ucraini. Nel momento in cui questi attacchi sono visti come un proxy del nemico atlantico, lo scontro è già innescato. I recenti scontri tra Pakistan e India hanno fatto temere il rischio di un’escalation a 360 gradi (dal terrorismo all’atomica) in una regione ad alta densità di popolazione. Nell’Europa delle potenze nucleari francesi e britanniche, il dibattito prende la piega dell’autonomia strategica e dell’ombrello nucleare. Per dirla senza mezzi termini: se l’Ucraina perde la guerra, con convergenze tra Mosca e Washington e crescita ulteriore delle destre sovraniste, i problemi che l’Europa dovrà affrontare saranno molto seri anche sul versante nucleare.

Trump ha espresso il desiderio di dimezzare le spese militari tramite colloqui con la Cina e la Russia, ma si è trattato di una boutade: né Pechino né Mosca hanno preso sul serio l’offerta, mentre l’establishment repubblicano ritiene che ci sia bisogno di più armi nucleari e – in linea con la revisione della postura voluta da Trump nel 2018 – di più flessibilità nel pensare anche a scenari regionali. Biden non ha invertito la rotta, lasciando in eredità una forte espansione degli arsenali atomici.

Anche sul versante civile siamo in piena era di rinascita nucleare, che l’industria presenta come guidata dalla spinta verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, proiettandola verso il Sud del mondo, come dimostrano gli investimenti annunciati in Paraguay e in Uganda.

A ottant’anni dai bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, la Croce Rossa internazionale dichiara che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate e vanno eliminate prima che la storia si ripeta. Sono in pochi a parlare di controllo degli armamenti e in molti a sparare sulla croce rossa.

da qui

lunedì 13 maggio 2024

La logica perversa della deterrenza - Pasquale Pugliese

 

Negli ultimi anni, i governi non hanno mai speso così tanto per la guerra e, di conseguenza, la guerra dilaga ovunque. La deterrenza, che ad esempio non ha impedito l’aggressione militare della Russia all’Ucraina, è prima di tutto rinuncia alla costruzione di un sistema di strumenti e saperi capaci di intervenire e operare la trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle varie fasi: prima che degenerino in violenza (attraverso la prevenzione, l’eliminazione, la riduzione delle cause della violenza), durante la violenza (attraverso l’interposizione, la mediazione, il dialogo tra le parti), dopo la violenza (attraverso la riconciliazione, la ricostruzione, la risoluzione). Il resto è soltanto odiosa ipocrisia di governi, mercanti di armi e improvvisati “pacifisti”.

 

“La pace non si costruisce con i sentimenti e le buone parole, la pace è soprattutto deterrenza e impegno, sacrificio”, ha detto la presidente del consiglio Giorgia Meloni in visita al contingente italiano in Libano alla vigilia di Pasqua. Siamo d’accordo con lei sul fatto che la pace non si costruisca a parole, con i soli “buoni sentimenti”, ma necessiti di “impegno” e “sacrificio”, purché questi siano orientati alla costruzione di mezzi funzionali al fine, ossia mezzi di pace per fini di pace, come previsto dalla Costituzione italiana e dalla Carta delle Nazioni Unite e come suggerisce la ragione umana. Mentre la “deterrenza” va esattamente nella direzione opposta: è la corsa agli armamenti che, mentre prepara la guerra – e ottiene la guerra – risucchia e brucia nelle spese militari infinite risorse sottratte alla sicurezza sociale e al progresso civile.

La deterrenza militare, e dopo Hiroshima nucleare, è fondata sull’obsoleto e inefficace principio del “se vuoi la pace prepara la guerra”, ripetuto ormai ossessivamente a tutti i livelli nazionali e internazionali. Lo abbiamo scritto più volte: è un vuoto e irrazionale ossimoro, che non ha nessuna aderenza con la verità dei fatti. I governi nel loro complesso – come certifica anno dopo anno il SIPRI, l’autorevole Istituto di ricerca di Stoccolma – non hanno mai speso così tanto per la guerra e, di conseguenza, la guerra dilaga ovunque.

Nel 2022 i paesi Nato hanno speso per preparare la guerra 1230 miliardi di dollari, ossia il 55 per cento dei 2240 miliari di dollari spesi globalmente in armamenti, a fronte degli 86,4 miliardi spesi dalla Russa. Ma questo non ha impedito – non è stato un deterrente! – a quest’ultima di invadere l’Ucraina, oltre a farci precipitare a soli 90 secondi dalla mezzanotte nucleare nell’Orologio dell’Apocalisse, monitorato dagli Scienziati atomici. Sostenere il contrario, dunque, è abuso della credulità popolare, a beneficio dei profitti dell’industria degli armamenti, a rischio della sopravvivenza dell’umanità.

Lo scriveva già Aldo Capitini, il filosofo della nonviolenza, nel 1968, in riferimento alla precedente corsa agli armamenti:

“Si sa che cosa significa, oggi specialmente la guerra e la sua preparazione: la sottrazione di enormi mezzi allo sviluppo civile, la strage degli innocenti e di estranei, l’involuzione dell’educazione democratica ed aperta, la riduzione della libertà e il soffocamento di ogni proposta di miglioramento della società e delle abitudini civili, la sostituzione totale dell’efficienza distruttiva al controllo dal basso”.

La deterrenza è la logica perversa della preparazione continua della guerra come orizzonte permanente, che implica la costruzione del “nemico” per definizione, che ammorba le coscienze, militarizza la società, trasforma l’informazione in propaganda, la cultura in indottrinamento, la costruzione di ponti di dialogo in tradimento.

La deterrenza è rinuncia alla costruzione della “pace positiva”, ossia – come insegnava il recentemente scomparso Johan Galtung, fondatore del Peace studies internazionali – non la mera assenza di guerra, ma la costruzione di un sistema di sicurezza globale che si dota di strumenti e saperi capaci di intervenire e operare la trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle varie fasi: prima che degenerino in violenza, attraverso la prevenzione, l’eliminazione, la riduzione delle cause della violenza; durante la violenza, attraverso l’interposizione, la mediazione, il dialogo tra le parti; dopo la violenza, attraverso la riconciliazione, la ricostruzione, la risoluzione. È la costruzione della pace con mezzi pacifici, che richiede “impegno” e “sacrificio”, appunto, ma funzionali.

La deterrenza nucleare è, inoltre, vietata dal diritto internazionale, perché armi e deterrenza nucleari sono stati messi fuorilegge dal Trattato TPNW delle Nazioni Unite, in vigore dal 2021. Il TPNW proibisce agli Stati di sviluppare, testare, produrre, realizzare, trasferire, possedere, immagazzinare, usare o minacciare di usare gli armamenti nucleari, o anche permettere alle testate di stazionare sul proprio territorio. Trattato che il nostro Paese non ha ancora ratificato, pur avendo sul proprio territorio decine di testate nucleari, tra le basi militari statunitensi di Ghedi ed Aviano, che ne fanno primario target nucleare, come si evince anche dalla terrificante e realistica simulazione messa a punto dall’Università di Princeton nel 2019, secondo la quale già nelle prime ore di guerra con epicentro l’Europa morirebbero oltre 90 milioni di persone.

Infine, meglio non dimenticare che la deterrenza, cioè la corsa agli armamenti, avrebbe già portato alla guerra nucleare tra Nato e Patto di Varsavia se il presidente sovietico Michail Gorbačëv non avesse deciso di spezzare l’escalation, praticando attivamente il suo contrario: il disarmo unilaterale. Ben tre anni prima dell’abbattimento del Muro di Berlino, Gorbačëv aveva sottoscritto con il presidente indiano Rajiv Gandhi l’articolata Dichiarazione di Delhi, che si concludeva con questo impegno: “La costruzione di un mondo libero dalle armi nucleari e nonviolento esige una trasformazione rivoluzionaria della mentalità degli uomini, l’educazione dei popoli nello spirito della pace, il rispetto reciproco e la tolleranza. Occorre vietare la propaganda della guerra, dell’odio e della violenza e rinunciare agli stereotipi della mentalità di chi vede un nemico in altri paesi e popoli” (Dichiarazione di New Delhi, 27 novembre 1986). Gorbačëv era pienamente consapevole del fatto che, per preservare la sopravvivenza dell’umanità, fosse necessario cambiare radicalmente strada nel rapporto tra gli Stati e vi mise mano attraverso un’evoluzione graduale del bipolarismo da antagonistico a cooperativo verso un sistema fondato sull’“interdipendenza”, partendo dalla progressiva dismissione del proprio apparato bellico, nucleare e non solo. Come, anche allora, indicavano i movimenti pacifisti e nonviolenti. Ma oggi folli Stranamore sono tornati al potere ovunque, da Mosca a Washington, passando per un’Europa (e un’Italia), sorda alla ragione e incapace di mettere in campo un’azione di pace con mezzi pacifici.

da qui