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lunedì 12 maggio 2025

Referendum: trasformare ogni intervista in un invito al voto - Luigi Ferrajoli

La destra ha deciso di sabotare i cinque referendum abrogativi dell’8 e del 9 giugno. Di questi referendum i giornali non parlano, su di essi le televisioni non informano, i dibattiti pubblici li ignorano. L’obiettivo delle destre è il loro fallimento. Il successo dei referendum dipende infatti dal raggiungimento del quorum, cioè dal fatto che vada a votare almeno la metà degli elettori. La destra punta sull’astensionismo, sull’apatia, sull’egoismo, sull’indifferenza morale, sul disimpegno civile, sul disinteresse politico delle persone per problemi che direttamente non le riguardano.

Eppure si tratta di cinque quesiti la cui condivisione è una scelta di civiltà. Sono tutti quesiti sull’uguaglianza, o meglio sulla riduzione delle disuguaglianze e delle discriminazioni. Il referendum sull’abbassamento da 10 a 5 anni del tempo di residenza legale in Italia necessario a ottenere la cittadinanza, vale a ridurre le disuguaglianze formali, di status, abbreviando i tempi nei quali i migranti sono non-persone, esclusi anziché inclusi nella nostra società. È un referendum contro il razzismo, contro l’esclusione, contro le paure, contro le diffidenze e le ossessioni identitarie, sulle quali le nostre destre hanno speculato, ottenendo consenso alle loro politiche disumane e così abbassando il senso morale dell’intera società.

I referendum sul lavoro, per la cui promozione dobbiamo essere grati soprattutto alla Cgil, sono diretti a ridurre le disuguaglianze sostanziali tra i lavoratori generate dalla precarietà e dalla potestà di licenziare. Sono referendum contro l’arbitrio, per la sicurezza contro gli infortuni e a sostegno della dignità del lavoro. Sono contro leggi che hanno distrutto l’uguaglianza nei diritti dei lavoratori, e con essa la solidarietà sulla quale si basava la soggettività politica del movimento operaio. Privando i lavoratori dei loro diritti e mettendoli in concorrenza tra loro, queste leggi hanno ridotto i lavoratori a merci. Hanno ribaltato la direzione del conflitto sociale: non più verso l’alto, ma verso il basso, nei confronti dei migranti e dei devianti di strada; non più contro le disuguaglianze ma contro le differenze – di nazionalità, di religione, di sesso, di condizioni economiche e sociali.

Sono tutti, questi referendum, altrettanti quesiti sul nostro grado di adesione e di condivisione della nostra Costituzione. Giacché tutti sono a sostegno dei fondamenti della Repubblica scritti nei primi articoli della nostra carta costituzionale: il lavoro, la dignità, l’uguaglianza di tutte le persone solo perché tali, siano esse migranti o lavoratori. Soprattutto, questi referendum abrogativi non equivalgono a una qualsiasi votazione. Con essi non ci si limita a votare su chi ci governerà. Il voto nei referendum non equivale a una delega, ma a una concreta decisione destinata a migliorare la vita di milioni di persone. Rispondendo “Sì” ai quesiti referendari, i cittadini decidono, direttamente e personalmente, su questioni di fondo. Operano una scelta per l’uguaglianza e contro il razzismo, le discriminazioni e lo sfruttamento. Fanno un passo nel senso dell’attuazione della nostra Costituzione. Difendono, con la dignità di migranti e lavoratori, la dignità di tutti noi.

Per questo è necessaria una mobilitazione dell’intero elettorato democratico diretto a indurre la maggioranza della popolazione ad andare a votare. Per questo, al silenzio-stampa e alla disinformazione con cui le destre intendono far fallire i referendum, è giusto opporre una risposta civile e di sicuro impatto mediatico. Tutti gli esponenti dell’opposizione – dal partito democratico ai Cinque Stelle, da Alleanza Verdi e Sinistra ai centristi antifascisti – tutte le volte che, in occasione dei telegiornali, vengono interpellati sulle svariate questioni del giorno, dovrebbero utilizzare questi brevi spazi di comunicazione per invitare le persone ad andare a votare. Dovrebbero trasformare le battute rituali e inutili, che sono loro richieste, in informazioni sui contenuti dei referendum e in inviti ad andare a votare. Dovrebbero farlo in maniera apertamente provocatoria, ostentando la totale incongruenza di questi inviti con la questione sulla quale, volta a volta, vengono interpellati. Proprio perché la destra controlla la Rai e gran parte della stampa, proprio perché punta sull’ignoranza e la disinformazione, è necessario che quanti vengono intervistati su qualunque problema mostrino di voler far uso dei brevi spazi di comunicazione loro concessi per dire: «L’8 e il 9 giugno andate a votare nei referendum».

Un successo di questi referendum abrogativi equivarrebbe a un risveglio della ragione e, soprattutto, della coscienza democratica del nostro paese. Varrebbe a bocciare non solo le pessime leggi sottoposte ai quesiti referendari, ma l’intera politica di questo governo, illiberale e antisociale, e la sua penosa istigazione all’astensione e al qualunquismo. Rifonderebbe la fiducia nella democrazia. Restituirebbe vigore e vitalità alle nostre malandate istituzioni. Suonerebbe come un appello all’unità delle forze di opposizione e a un atto radicale di sfiducia popolare, e virtualmente di sfratto, nei confronti di questa destra al governo. È un’occasione storica irripetibile: la possibilità di una svolta, di un’inversione di rotta della nostra politica. Spetta a tutti noi non perdere questa occasione.

L’articolo è stato pubblicato anche su il manifesto

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domenica 9 febbraio 2025

Comunicato difensori No Tav su ingerenze illegittime nel Processo Sovrano

E’ stato reso pubblico poche ore fa il comunicato scritto dal collegio difensivo del “processo Sovrano”, alle ultime battute (la sentenza è prevista a fine febbraio). Un atto di accusa molto forte che denuncia ingerenze non legittime sul Tribunale che è chiamato ad esprimersi sull’accusa di associazione a delinquere ed altri reati di cui sono accusati attivisti del Movimento No Tav e del centro Sociale Askatasuna. Come movimento No Tav da tempo denunciamo la propaganda di parte contro la nostra esperienza di lotta, alimentata oggi dai partiti al governo e dalla lobby dei sindacati di polizia, ospiti in tv e sui giornali un giorno sì e l’altro pure, per lamentare l’assenza di vendetta da parte dello Stato nei confronti di chi pratica il conflitto sociale nelle piazze e non porge i fiori ai reparti antisommossa. La magistratura Torinese da anni ha indossato l’elemetto facendosi portavoce degli interessi di Telt, dei partiti delle Grandi Opere e dei dirigenti e funzionari della Questura, solo ieri sera l’ex pubblico ministero Rinaudo lo si poteva vedere sulle reti Mediaset a raccontare la sua esperienza in trincea (scusate se ci scappa una risata). Inebriati dal potere, servi dei grandi interessi, tutti questi personaggi senza arte nè parte continuano a voler riscrivere la storia, cercando un epilogo (loro sperano) nelle aule di tribunale, oltre che nei talk show televisivi. La nuova Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello  per il Piemonte e la Val D’Aosta nel suo discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 ha sollecitato la condanna da parte del Tribunale mentre un mebro laico del CSM plaude alla richiesta milionaria di risarcimento a dei cittadini per i costi dell’imposizione del Tav in valle. Alla faccia della presunzione di non colpevolezza e buona notte alla giustizia che, scrivono loro, dovrebbe essere uguale per tutti.

Che qui qualcosa non torna è per noi chiaro da molto tempo. Forse da oggi, con un uso così spregiudicato e illegittimo dei poteri e delle funzioni statali, lo sarà ad un più ampio numero di persone. Non ci resta che esprimere solidarietà a tutt* imputat* e al collegio difensivo che si trova a svolgere il proprio lavoro in un contesto, evidentemente, pregiudizievole.

Qui di seguito riportiamo il comunicato:

Siamo i difensori di alcuni attivisti del centro sociale Askatasuna e del movimento No Tav, imputati in un processo attualmente in corso avanti alla prima sezione del Tribunale di Torino. Tra le tante imputazioni formulate dalla Procura (sono 72 i reati contestati), spicca quella per il reato associativo – originariamente qualificato come associazione sovversiva e poi derubricato nel delitto di associazione per delinquere aggravata rivolto a 16 militanti del centro sociale Askatasuna. Il processo è ormai alle ultime battute, si sono quasi del tutto esaurite le discussioni delle diverse parti processuali, ma si sono verificati in questi giorni alcuni fatti che meritano di essere segnalati. Sono stati trasmessi in data 20 e 27 gennaio, sul canale televisivo di Retequattro, dei servizi giornalistici, nell’ambito della trasmissione Quarta Repubblica, fortemente ostili nei confronti di Askatasuna e del suo ruolo nell’ambito del conflitto sociale torinese e valsusino, con evidenti richiami al processo in corso. Si tratta di servizi che accostano disinvoltamente le vicende che riguardano il centro sociale con filmati che poco o nulla c’entrano con lo stesso, che utilizzano e mostrano, in contrasto con una specifica previsione legislativa, del materiale
prodotto dalla Digos nel corso delle indagini.
In secondo luogo, a Torino, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 25 gennaio scorso, Enrico Aimi, che interveniva in qualità di membro laico e rappresentante del CSM, si è pubblicamente complimentato con l’Avvocatura distrettuale dello Stato per la richiesta di risarcimento dei danni (avanzata nei confronti degli imputati nell’interesse della presidenza del consiglio e dei ministeri
dell’interno e della difesa), per oltre 6 milioni di euro, a fronte, sono le sue parole, “delle devastazioni causate da alcuni centri sociali nei cantieri TAV in Val di Susa”. Subito dopo, nella stessa occasione, la Procuratrice Generale presso la Corte d’Appello ha rincarato la dose, richiamando esplicitamente nel suo intervento le indagini svolte nel processo penale in corso, che dimostrerebbero che i militanti del centro sociale “hanno strutturato una progettualità volta ad innalzare il livello di conflittualità contro le Istituzioni intercettando le tensioni sociali al fine di permearle dentro un’apparente solidarietà, hanno assunto la regia della mobilitazione violenta in Val di Susa, hanno realizzato una struttura organizzativa complessa che consentisse loro di confidare anche sul consenso di una parte dell’opinione pubblica”.
Si tratta di un resoconto abbondantemente ripreso dai giornali locali e nazionali, con intere pagine dedicate alla questione e titoli come “Affondo di Musti su Askatasuna. E’ loro la regia della violenza, Torino capitale dell’eversione”. Tutto ciò ci inquieta profondamente come avvocati e come cittadini.
Tale esposizione mediatica rischia di compromettere profondamente la necessaria tranquillità e riservatezza, nonostante il suo carattere pubblico, che deve circondare un processo penale. Per dirla con Hanna Arendt, la giustizia “richiede isolamento, vuole più dolore che collera, prescrive che ci si astenga il più possibile dal mettersi in vista”.

Al di là dei servizi televisivi, della cui correttezza risponderanno al più gli autori nelle opportune sedi giudiziarie, che il rappresentante di un organo di rilievo costituzionale approvi, senza nemmeno conoscerla (perché se avesse avuto modo di leggerla forse avrebbe intuito le innumerevoli lacune e incongruenze che, a nostro parere, la costellano), una richiesta vertiginosa di danno nei confronti di alcuni cittadini è cosa che lascia stupiti.

Ma ancor di più stupiscono le parole di un’autorevole magistrata della Procura Generale che, davanti ad una platea composta di giudici dello stesso distretto in cui si svolge il processo, commenti lo stesso con accenti di particolare perentorietà, in contrasto con il valore del dubbio e la prudenza del giudizio, entrando nel merito di una concreta vicenda giudiziaria e anticipandone quasi l’esito. Tutto ciò in contrasto con un principio assiologico del nostro ordinamento, costituito dalla presunzione di non colpevolezza degli imputati, con le regole di galateo istituzionale e anche di specifiche norme di legge, che dovrebbero sconsigliare gli interventi pubblici su un processo in via di definizione.

Torino, 28 gennaio 2025.
Valentina Colletta
Sara Gamba
Danilo Ghia
Valentina Groppo
Roberto Lamacchia
Claudio Novaro
Gianluca Vitale

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Askatasuna, No Tav e le nuove frontiere della repressione - Luigi Ferrajoli

Ha senso supporre che un gruppo di 16 persone, accomunato da anni di battaglie di protesta nel movimento No Tav e, a Torino, nel centro sociale Askatasuna, decida di dar vita a una specifica associazione finalizzata a compiere atti di violenza e resistenza a pubblici ufficiali? È questa l’accusa singolare ad esse rivolta dalla Procura di Torino, ovviamente in aggiunta alle imputazioni di violenza e resistenza ai medesimi pubblici ufficiali. Sarebbe accaduto, secondo la pubblica accusa, che queste persone, “in Torino e altrove dal 2009” in poi, si sarebbero associate “allo scopo” non già di esprimere le loro proteste, bensì di opporre resistenza ai pubblici ufficiali che quelle espressioni di dissenso avessero ostacolato. Di qui l’ulteriore imputazione, contro la logica e il buon senso, di associazione a delinquere.

A queste accuse l’Avvocatura di Stato, costituitasi in giudizio per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero dell’interno e del Ministero della difesa, ha aggiunto una spaventosa richiesta di risarcimento dei danni, quantificandoli in svariati milioni di euro: 3.595.047 euro a titolo di danno patrimoniale in favore del Ministero dell’interno per il “costo dell’attività investigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a titolo di straordinari, indennità accessorie ed indennità di ordine pubblico corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i danni”; altri 3.208.230 euro a titolo di danno non patrimoniale, in favore del Ministero dell’interno, del Ministero della difesa e della Presidenza del consiglio per il danno alla loro “immagine” e precisamente al loro “prestigio” e alla loro “credibilità”.

È lecito domandarsi, di fronte a una simile furia persecutoria, quale altro senso, se non la volontà di infierire sugli imputati, abbia l’aggiunta, alle accuse di violenza e resistenza a pubblici ufficiali, di queste ulteriori richieste del Pubblico ministero e dell’Avvocatura dello Stato. L’associazione a delinquere “finalizzata” a commettere la resistenza è semplicemente un non senso. Il danno patrimoniale consistente nel costo delle indagini è un’assoluta novità, dato che dovrebbe ravvisarsi in qualunque reato. Quanto al danno d’immagine alla Pubblica amministrazione lamentato dall’Avvocatura, non si capisce in che cosa consista. Semmai un danno d’immagine proviene proprio da questa abnorme richiesta risarcitoria.

Purtroppo questa vicenda ci dice che la libertà di riunione in Italia non ha mai conosciuto, in ottanta anni dalla Liberazione, un momento altrettanto buio. È precisamente contro le manifestazioni pubbliche del dissenso che questo Governo si è maggiormente accanito con il disegno di legge S.1236, cosiddetto “di sicurezza”, già approvato dalla Camera e in discussione al Senato: dal blocco stradale punito, se commesso da più persone, con la reclusione da sei mesi a due anni, all’aggravante dei reati di violenza e resistenza se commessi “al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica”, come per esempio il Tav in Val di Susa o il ponte sullo Stretto; dalle norme sulle rivolte negli istituti penitenziari o nei centri di detenzione dei migranti, che qualificano come “atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva”, fino all’aumento delle pene per i reati di resistenza o lesioni in danno di agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni.

È triste che taluni magistrati partecipino, con successo, a questa gara con il Governo nell’aggressione alle libertà fondamentali. I magistrati, quando procedono per violenza o resistenza nel corso di pubbliche manifestazioni, non dovrebbero mai dimenticare che questi reati sono stati commessi simultaneamente all’esercizio dei diritti di libertà garantiti dalla Costituzione. Queste manifestazioni di piazza, infatti, consistono nell’esercizio non solo della libertà di riunione ma anche della libertà di manifestazione del pensiero. Giacché la riunione e la pubblica manifestazione sono il solo medium di cui dispongono i comuni cittadini – che non pubblicano libri, non vanno in televisione e non scrivono sui giornali – per esprimere il loro pensiero e il loro dissenso. Sta invece accadendo un fenomeno di gravissima irresponsabilità civile e politica. Giornalisti e perfino esponenti delle istituzioni hanno associato queste manifestazioni di protesta all’eversione e al terrorismo. Hanno confuso le lotte sociali con la lotta armata, l’impegno collettivo e le battaglie civili in difesa dei più deboli con la sovversione, la cittadinanza attiva con la violenza arbitraria. Stanno costruendo nemici, identificandoli con i dissenzienti. Come avviene in tutti i regimi autoritari.

È un capovolgimento della realtà. Contro il quale non dobbiamo stancarci di ripetere che le formazioni sociali e le manifestazioni del dissenso devono sempre essere considerate un valore, soprattutto da parte di chi, magistrato o poliziotto, è chiamato ad applicare il diritto e a difendere i diritti dei cittadini costituzionalmente stabiliti. Per questo la contestazione dei reati di violenza e resistenza commessi in occasione di manifestazioni di piazza dovrebbe sempre essere accompagnata da una specifica circostanza attenuante – l’aver agito, dice il codice penale, per un motivo “di particolare valore morale” quale è appunto la manifestazione del dissenso – e dalla valutazione della sua prevalenza sulle circostanze aggravanti. Almeno se ancora si ritiene che i principi costituzionali abbiano maggior valore del codice fascista Rocco.

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venerdì 25 agosto 2023

Riace resiste - Emilio Sirianni

 

Oramai quattro anni fa parlavo di miracoli a Riace (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/05/13/riace-qui-si-fanno-miracoli/) e siamo ancora qui a sperare in quello più grande. Di questo borgo e del suo sindaco (per sempre suo sindaco, per me e migliaia di altri in mezzo mondo) ho, da allora, evitato di scrivere e parlare in pubblico e adesso me ne vergogno. Ho evitato di farlo per vicende personali che hanno messo scompiglio nel mio lavoro e nella mia famiglia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/07/19/un-giudice-pericoloso-o-un-ritorno-agli-anni-50/), ma non avrei dovuto. A fronte dei prezzi che si pagano in giro per difendere diritti come quello che ora esercito, un privilegiato come me, ben sistemato nella piccola parte privilegiata del mondo, avrebbe dovuto mostrare più coraggio. Proverò, da oggi, a rimediare.

Riace resiste ancora, questa è la buona notizia. Non parlo certo dell’amministrazione comunale, in mano alla Lega (quella che ieri tappezzava la Lombardia di cartelli contro i terroni e oggi lavora per scipparci, con l’autonomia differenziata, quel po’ di sanità, istruzione e welfare rimasti) che ha potuto conquistare il comune solo grazie alla magistratura e vi rimane avvinghiata, mentre gli anni scorrono e il cemento sulla costa pure. Parlo del borgo, instancabilmente percorso dal sindaco Lucano insieme a donne e uomini che accorrono a sostenerne il sogno. E che erano qui anche nei giorni scorsi per l’avvio dell’Estate del Villagio Globale, che prosegue e si concluderà il 18 agosto con un concerto di Eugenio Bennato.

Il borgo, le cui case (prive di agibilità, come segnalarono gli accigliati ispettori prefettizi: al pari del Tribunale, come ebbe a ricordar loro un magistrato che ne fu presidente) di emigrati nelle Americhe, concesse in fitto o in dono alle associazioni e restaurate in economia ancora accolgono una quarantina di famiglie di migranti richiedenti asilo. Grazie alle centinaia di migliaia di euro raccolti dall’associazione di Luigi Manconi. Inizialmente destinate a pagare le pesanti sanzioni pecuniarie inflitte a Lucano, che ha rifiutato di prenderli a tale scopo preferendo usarli per ospitare ancora.

Il borgo, dove Alex Zanotelli, missionario comboniano e profeta, conduce e raccoglie il suo piccolo gregge di boy scout, fra mille lavoretti di manutenzione, installazione di teepee e preghiere. Il borgo, dove i ragazzi di “Spostiamo mari e monti” continuano ogni anno a venire da Torino e Nichelino (luoghi superstiti in cui parole come socialismo e fraternità conservano un senso) per “impastare umanità”, donando a tutti il loro pane fragrante e profumato che sa di resistenza.

Il borgo, le cui strade e la cui storia ha percorso Donata Marrazzo per realizzare quel magnifico podcast in cui raccoglie decine di profonde e commoventi testimonianze di quel che Riace è stato e il mondo intero ha visto, ma non i giudici. Podcast intitolato con le parole che Lucano ha dedicato ai delitti di cui è accusato: “rifarei tutto” (https://www.spreaker.com/show/rifarei-tutto). Il borgo, in cui la luce arriva ancora nelle case dei migranti grazie a un altro di quei mille miracoli che genera: l’istituzione di una raccolta permanente di fondi che alcune belle persone di Bologna hanno messo in piedi chiamandola “diamo luce a Riace” (https://www.riacestoriasbagliata.org/la-raccolta-fondi/: c’è anche l’IBAN per contribuire…).

Il borgo, dove nelle giornate del 5 e 6 agosto abbiamo potuto ascoltare Luigi Ferrajoli, uno che fra i giuristi non ha bisogno di presentazioni (per gli altri basti dire che è uno dei più noti e importanti filosofi del diritto del mondo). Ferrajoli, venuto a parlarci della “Costituzione della terra”, non l’utopia, ma il solo realismo che ci è dato. Il realismo di chi vede, come noi tutti, i “crimini di sistema” costituiti dalla “terza guerra mondiale a pezzi”, dalla folle corsa agli armamenti, dalle diseguaglianze abissali e intollerabili (https://volerelaluna.it/materiali/2023/01/19/la-disuguaglianza-non-conosce-crisi/), dagli sfregi quotidiani a diritti, libertà e dignità in ogni angolo del mondo, dai cambiamenti climatici che legittimano il nome di antropocene dato a quest’era geologica che potrebbe esser l’ultima per l’umanità (https://volerelaluna.it/ambiente/2023/08/01/contro-lantropocentrismo-il-creato-non-e-solo-per-luomo/). Il realismo di chi, però, è anche in grado di regalarci una visione. L’ultima, probabilmente, cui aggrapparsi: quei 100 articoli della bozza di Costituzione della terra, che egli ci propone (L. Ferrajoli, Per una costituzione della terra, Feltrinelli, 2022), sollecitandoci a farne agenda di lotta culturale e politica dal basso in ogni luogo del mondo in cui vi è ancora resistenza. Ferrajoli, venuto a parlarci anche del processo a Lucano, con parole taglienti e nette come acciaio. Il più clamoroso esempio di processo offensivo – ci ha detto – nell’accezione datane da Beccaria. In cui il giudice non attende all’imparziale ricostruzione dei fatti, ma cerca nell’imputato le stimmate della colpa, dando rilevanza solo a ciò che la conferma e scartando tutto ciò che la nega, sentendosi perso se non riesce a perderlo. Un processo che a lui ha portato alla mente quello di Socrate, il quale sapeva che i suoi giudici sarebbero stati ben lieti di assolverlo se avesse fatto abiura delle proprie idee e della propria storia, ma non aveva intenzione di farlo, conscio che la sua condanna sarebbe stata la loro condanna. Come puntualmente avvenne. Esattamente quel che ci dice Lucano, con il suo “rifarei tutto”, terribile monito per noi giudici.

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venerdì 4 dicembre 2020

Il nuovo populismo che penalizza i soccorsi - Luigi Ferrajoli

 

Sulla questione migranti si gioca il futuro della nostra civiltà: dell’identità democratica dell’Italia, ma anche dell’Europa e di tutti i paesi ricchi dell’Occidente, oggi accomunati da una guerra crudele contro i migranti e dalla perdita di memoria dei «mai più» opposti, all’indomani della Liberazione, ai razzismi e ai genocidi, ai campi di concentramento e ai fili spinati, alle oppressione e alle discriminazioni razziali.

Questa identità sta crollando a causa della stridente contraddizione tra i principi costituzionali di libertà e di uguaglianza che informano le nostre democrazie e le nostre politiche di esclusione dei migranti, fino all’assurda penalizzazione di chi salva vite umane in mare. È una contraddizione che, se non risolta, renderà impronunciabili i diritti fondamentali, i quali sono universali e indivisibili o non sono, e non potranno essere ancora proclamati se continuerà la loro lesione, ogni anno, in danno di milioni di esseri umani che muoiono per fame e mancanza di farmaci salva-vita e delle migliaia di persone che affogano in mare nel tentativo di raggiungere i nostri paesi.

Lo stesso diritto di emigrare, non dimentichiamo, è un diritto fondamentale vigente, stabilito dalla nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Non solo. È anche il più antico dei diritti umani, essendo stato formulato fin dal secolo XVI da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del «nuovo mondo», e poi rivendicato da John Locke, che lo pose alla base del diritto alla sopravvivenza, la quale, egli scrisse, è garantita a tutti dalla possibilità di emigrare «negli incolti deserti dell’America» giacché c’è «terra sufficiente nel mondo a bastare al doppio dei suoi abitanti». Oggi che non sono più gli occidentali, ma quanti fuggono dai paesi impoveriti dalle nostre politiche predatorie a far uso del diritto di emigrare, l’esercizio di questo diritto si è capovolto in delitto, e lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione.

C’è poi un altro capovolgimento perverso e ancor più paradossale che contrassegna, in particolare, le politiche italiane contro gli immigrati: il capovolgimento dello stesso populismo penale in tema di sicurezza, esplicitamente operato dal secondo decreto Salvini ma di fatto confermato, sia pure dietro un mistificante giro di parole, dal recente decreto n. 130 dell’ottobre di quest’anno. Il vecchio populismo penale faceva leva sulla paura per la criminalità di strada, cioè per fenomeni enfatizzati ma pur sempre illegali, onde produrre paura e ottenere consenso a misure inutili e demagogiche ma pur sempre giuridicamente legittime, come gli inasprimenti delle pene decisi con i vari pacchetti di sicurezza. Il nuovo populismo securitario fa leva, esattamente al contrario, sull’istigazione all’odio e sulla diffamazione di condotte non solo lecite ma virtuose e addirittura eroiche, come il salvataggio di vite umane in mare, al fine di alimentare paure e razzismi e ottenere consenso a misure esse stesse illegali, come la chiusura dei porti, le preordinate omissioni di soccorso, i sequestri delle persone salvate e le lesioni dei diritti umani dei migranti.

Questo nuovo populismo ha così prodotto e continua a produrre, oltre alle morti in mare, un danno gravissimo alle basi sociali e ideali della nostra democrazia: l’abbassamento del senso morale e dello spirito pubblico nella cultura di massa. Quando l’indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l’immoralità di formule come «prima gli italiani» a sostegno dell’omissione di soccorso sono praticate e ostentate dalle istituzioni, esse non soltanto sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano.

Non capiremmo, senza questa corruzione del senso morale operata dall’esibizione dell’immoralità ai vertici dello Stato, il consenso di massa di cui godette il fascismo e di cui godono oggi, nei loro paesi, Trump e Bolsonaro, Orban ed Erdogan. Queste politiche crudeli hanno avvelenato e incattivito la società. Hanno seminato la paura e l’odio per i diversi. Hanno fascistizzato il senso comune.

Hanno screditato, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita e, con essa, i normali sentimenti di umanità che formano il presupposto della democrazia.

Per questo per non vergognarci dei nostri governanti ci aspetteremmo, da questo governo, una svolta radicale, consistente nella cancellazione pura e semplice della parte del decreto in via di conversione che ancora lascia aperta la possibilità di impedire e sanzionare l’accesso nelle nostre acque territoriali delle navi che salvano vite umane in mare. È in questione non solo il diritto alla vita e la dignità di persone dei naufraghi, ma anche la nostra dignità e la dignità della nostra Repubblica.

È l’intervento svolto dall’autore nel convegno “Europa: migranti e richiedenti asilo. Per una svolta di civiltà” organizzato a Roma il 14 ottobre da Fondazione Basso, Asgi, Magistratura democratica, Cgil, Cisl e Uil, pubblicato anche da il manifesto, in uno speciale comprensivio di ulteriori interventi, il 20 novembre.

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martedì 6 novembre 2018

Quelle marce che cambiano il mondo - Lorenzo Guadagnucci



Le marce di protesta e di proposta sono state nella storia fra gli strumenti più potenti di cambiamento sociale dal basso. La Marcia del sale guidata da Gandhi in India nel 1930, la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963 chiusa con il celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream”, la nostra stessa Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza fra i popoli: sono quelle che prime saltano alla mente e fanno ormai parte di quella che potremmo definire una storia popolare del mondo.
Le marce sono tuttora un potente strumento politico di cambiamento, grazie alla dimostrata capacità di portare alla ribalta temi ignorati dalla politica ufficiale, dai media mainstream, da opinioni pubbliche assuefatte all’agenda imposta dal sistema economico-finanziario che domina il mondo.

Di recente, in Afghanistan, un paese in apparenza impossibile, devastato da guerre infinite, annichilito dai lutti e dall’occupazione militare, è stato attraversato da una straordinaria marcia della pace. Sono così venute alla luce risorse sociali inaspettate. La marcia ha mostrato che c’è un Afghanistan in lotta, che vuole dire la sua, che non accetta d’essere preda e vittima di interessi altrui; è un Afghanistan che non si accontenta della democrazia formale, diciamo pure fasulla, calata dal cielo insieme con gli ordigni dei bombardieri. La storia del paese è già cambiata; i cittadini afghani che si sono messi in marcia, c’è da scommetterci, saranno protagonisti della vita pubblica anche nei mesi e anni a venire.
Un’altra marcia è in corso, stavolta nel continente americano: migliaia di persone sono partite dall’Honduras dirette negli Stati Uniti; aspirano a una vita migliore, a un’opportunità da cogliere nel ricco paese nordamericano, storica meta dei migranti di tutto il mondo. Marciano intere famiglie, cercano lavoro e l’occasione di condurre vite normali, come quelle dei cittadini statunitensi, eppure sono descritti dai media, e dalla politica mainstream, con un lessico preso dal mondo militare: si parla di un esercito di migranti, di un’armata. I camminanti vengono additati come una minaccia per i sacri confini della più grande potenza militare del mondo.
Il presidente Trump ha già messo in campo una risposta delle sue, schierando 5.000 marines e descrivendo il popolo in cammino come un’accozzaglia di indesiderabili che mette a rischio la sicurezza del paese, in un’escalation verbale ormai collaudata, tutta spesa sul mercato elettorale della paura. Da questo punto di vista la marcia è un toccasana propagandistico: permette al presidente, alla vigilia di una scadenza elettorale, di esasperare i toni,  agitare lo spauracchio dell’invasione e proporsi come comandante in capo pronto a difendere, costi quel che costi, il popolo statunitense.

Non sappiamo come andrà a finire questa storia. I camminanti saranno probabilmente bloccati alla frontiera e dovranno accomodarsi nella tendopoli in allestimento, ma di certo la marcia non sarà un fallimento, qualunque cosa avvenga: che sia la dispersione delle persone o la trasformazione del cammino in un inedito sit-in di massa. Non sarà un fallimento perché le immagini della marcia hanno già fatto il giro del mondo e messo in allarme le cancellerie di numerosi paesi (non solo centro e nordamericani), portando sulla scena pubblica quello che potrebbe diventare un principio ordinatore delle lotte di liberazione di questo inizio di millennio: il diritto di emigrare (e quindi il corrispondente diritto di immigrazione).
È un diritto che ha radici storiche antiche, come ci ricorda Luigi Ferrajoli, e che è servito per affermare il capitalismo nel mondo, nonché, per l’appunto, ciò che intendiamo per civiltà occidentale: il diritto di occupare nuove terre, impiantarvi attività e più tardi cercarvi lavoro, è stato una prerogativa implicita, considerata naturale, per chi sia nato e vissuto nella nostra parte di mondo. Oggi il diritto di migrare è rivendicato dall’altra parte di mondo e si tenta quindi di trasformarlo in delitto. È quanto avviene negli Stati Uniti di Trump, ma anche in quell’Europa che il diritto di emigrare lo ha esercitato per secoli, sia nelle sue élite sia nelle sue masse popolari.
La marcia in Centro America ricorda al mondo che il diritto di emigrare è uno dei diritti fondamentali del nostro tempo, in un mondo segnato da diseguaglianze mai viste prima, da un’inedità facilità di spostamento e da minacce incombenti di natura politica, sociale, ambientale. Donatella Di Cesare afferma con argomenti persuasivi che lo “jus migrandi” è il diritto di questo millennio, tutto da conquistare.
Non basteranno i marines per fermare il movimento di liberazione incarnato oggi dagli honduregni, salvadoregni, guatemaltechi in cammino: queste persone sono testimoni e protagoniste di un processo di trasformazione che va oltre la lotta del momento.
È una lotta che ci riguarda, perché il diritto di emigrare è il traguardo che dovrebbe oggi ispirare chi si batte in difesa della democrazia e del principio di giustizia sociale. La libertà di movimento è oggi l’utopia concreta da coltivare per opporsi con la mente e con i corpi a chi sta sfruttando la cosiddetta emergenza immigrazione per trasformare in senso autoritario le già carenti democrazie occidentali. Quella marcia è la nostra marcia.



lunedì 28 novembre 2016

Referendum costituzionale, le ragioni del No - Luigi Ferrajoli


Le ragioni del No al referendum sull’aggressione in atto alla nostra Costituzione investono sia il metodo con cui la riforma è stata approvata, sia i suoi contenuti.
Anzitutto le ragioni di metodo. Questa riforma, cambiando 47 articoli su 139, non è una “revisione” dell’attuale costituzione, ma un’altra costituzione, diversa da quella del 1948. Ma la nostra Costituzione non consente l’approvazione di una nuova costituzione, neppure ad opera di un’ipotetica as­semblea costituente che pur decidesse a larghissi­ma maggioranza. Il solo potere ammesso dall’articolo 138 della Costitu­zione è un potere di revi­sio­ne, che non è un pote­re costituen­te ma un potere co­stitui­to. Di qui il primo profilo di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo.
In secondo luogo questa nuova costituzione, per il modo in cui è stata promossa e approvata, è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e perciò tendenzialmente sorrette da un consenso generale quale fu quello con cui fu approvata la Costituzione del ’48. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti.
La Costituzione di Renzi, invece, è una costituzione che divide, non essendo neppure di maggioranza, ma di minoranza – la minoranza rappresentata dall’attuale coalizione di governo, trasformata in maggioranza dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale – approvata e imposta, però, con lo spirito arrogante delle maggioranze. Non è con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Per il metodo con cui è stata approvata – su iniziativa e pressione del governo, strozzando il dibattito con “tagliole” e “canguri”, rimuovendo i parlamentari dissenzienti, fino all’approvazione conclusiva in un’aula semivuota per l’Aventino delle opposizioni – questa legge di revisione deve essere perciò respinta indipendentemente dai contenuti. Questa nuova costituzione sarà infatti percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarà la costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente. Indipendentemente, ripeto, dai suoi contenuti.
Ma sono proprio i contenuti l’aspetto più allarmante di questa riforma. Per votare No basterebbe leggerla, o meglio tentare di leggerla visto il carattere confuso e talora contraddittorio del testo. Ma questa lettura e questa conoscenza saranno impedite ai cittadini dal quesito ingannevole e accattivante su cui saranno chiamati a votare, trasmesso ossessivamente in televisione e perciò in grado di compromettere l’autenticità del voto: “approvate… il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi” della politica e altre piacevolezze. I contenuti della legge sono infatti, come i pochi informati ben sanno, assai più gravi e certamente diversi.
I sostenitori del Sì difendono il quesito dicendo che esso riproduce il titolo della legge, come prevede l’art. 16 della legge n. 352 del 1970 istitutiva del referendum. Ma è proprio qui l’imbroglio: questo titolo è stato preordinato dal governo al fine di trarre in inganno gli elettori. Siamo perciò di fronte a un condizionamento premeditato dell’esercizio della sovranità popolare nel quale consiste il referendum costituzionale. Il governo ha dato alla sua legge di revisione il titolo accattivante riportato in quei quesiti al fine di ingannare gli elettori chiamati a pronunciarsi sul referendum oppositivo previsto dalla legge medesima. Giacché ciò su cui i cittadini voteranno non è il titolo della legge di revisione, ma le norme in essa contenute.
Ebbene, quali sono questi contenuti, e quali le ulteriori ragioni del No, relative ai contenuti? Sono innumerevoli. Mi limito a ricordare tre assurdità. In primo luogo la complicazione del procedimento legislativo, dato che il bicameralismo perfetto non è affatto soppresso, bensì sostituito con cinque o sei tipi di bicameralismo imperfetto quanti sono i procedimenti legislativi diversi introdotti dal nuovo art. 70 e differenziati sulla base delle diverse materie assegnate alla loro competenza, con l’inevitabile incertezza in materia di fonti e gli interminabili contenziosi che ne seguiranno.
In secondo luogo l’assurda configurazione del Senato, non più elettivo ma composto da membri eletti dai consigli regionali secondo i criteri incerti e contraddittori formulati nell’art. 57 e di fatto, se preso sul serio, non in grado di funzionare per il groviglio di scadenze – 10, 15, 30 giorni entro i quali andranno esercitate le diverse funzioni legislative – che costringeranno i consiglieri-senatori e i sindaci-senatori a rimanere in permanenza in Senato. In terzo luogo la riduzione delle autonomie delle regioni ordinarie, in contrasto con il decantato “Senato delle autonomie”, simultaneamente, peraltro, al rafforzamento di quelle a statuto speciale.
Ma l’aspetto più grave della riforma è la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, che dovrebbe preoccupare soprattutto quanti temono la vittoria del No, in un sistema politico basato sulla centralità e l’onnipotenza del governo. L’eventuale vittoria del Sì consegnerebbe infatti al vincitore delle prossime elezioni politiche – Renzi, o Grillo, o Berlusconi o Salvini o chiunque altro – una maggioranza assoluta e, di fatto, un potere illimitato e incontrollato, vincolato non più alla fiducia del Parlamento ma alla fiducia del suo solo partito.
Grazie all’azione congiunta della riforma costituzionale e della legge elettorale maggioritaria – l’Italicum, ma anche qualunque altra legge maggioritaria, quale quella prospettata da chi oggi ne prevede la riforma – verrà infatti sostanzialmente soppresso il tratto distintivo delle costituzioni antifasciste del secondo dopoguerra: il loro ruolo di limitazione del potere politico e la stessa garanzia della rigidità costituzionale, cioè l’impossibilità di modificare la Costituzione se non con larghissime maggioranze. Se questa riforma passerà, chi vincerà le elezioni entrerà in possesso, di fatto, dell’intero assetto costituzionale.
Ma le elezioni saranno vinte dalla maggiore minoranza: nell’attuale sistema tripolare, da un partito o da una coalizione votati, verosimilmente, dal 25 o dal 30% dei votanti, corrispondenti, tenuto conto delle astensioni, al 15 o al 20% degli elettori. Grazie alla legge elettorale maggioritaria, questa infima minoranza otterrà la maggioranza assoluta dei seggi, con la quale potrà fare ciò che vuole, incluse le manomissioni della Carta costituzionale. Questo, del resto, è esattamente ciò che ha fatto la maggiore minoranza presente in questo Parlamento, approvando la sua riforma con la maggioranza fittizia conferitagli dal Porcellum pur dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e sostanzialmente riprodotto dal cosiddetto Italicum.
Non solo. L’artificiosa maggioranza assoluta assegnata automaticamente e rigidamente alla maggiore minoranza consentirà al vincitore delle elezioni di eleggere da solo, a sua immagine e somiglianza, tutte le istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica, i membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e delle altre autorità cosiddette “indipendenti”. L’intero sistema politico ne risulterà squilibrato per il venir meno di tutti gli checks and balances, cioè dell’intero sistema dei freni e contrappesi. Le istituzioni di garanzia non saranno più tali, cioè in grado di limitare e controllare i poteri di governo, ma saranno ridotte a espressioni della maggioranza e del suo governo e, di fatto, con questo solidali.
Ne risulta smentita anche la tesi, ripetuta dai sostenitori del Sì, che la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, cioè i diritti fondamentali e le garanzie, ma solo la seconda parte, dedicata all’ordinamento della Repubblica. Formalmente, questo è vero. Nella sostanza, purtroppo, è vero il contrario. Alla fittizia maggioranza assoluta generata dalla legge elettorale maggioritaria e dalla nuova Costituzione, sarà possibile cambiare anche la prima parte della Costituzione e i diritti in essa stabiliti. Di più: l’aggressione ai diritti fondamentali, e in particolare ai diritti sociali – alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla sussistenza – potrà avvenire, come l’esperienza insegna ma come avverrà assai più agevolmente con questa nuova costituzione, anche senza alterare la prima parte del testo costituzionale.
È infatti la “governabilità”, ripetono i sostenitori del Sì, la grande conquista realizzata da questa riforma. Riservando la fiducia al governo alla sola Camera, nella quale la maggiore minoranza avrà automaticamente la maggioranza assoluta dei seggi, la sera delle elezioni sapremo non solo chi ha vinto, come ripetono i sostenitori della riforma, ma anche chi sarà il capo che ci governerà per cinque anni, senza limiti, né controlli, né compromessi parlamentari.
Matteo Renzi ripete che non c’è nessuna norma nella riforma che aumenti i poteri del presidente del Consiglio. Di una simile norma, infatti, non c’è affatto bisogno, essendo l’aumento e la concentrazione dei poteri nel governo e nel suo capo l’ovvio risultato dell’esautorazione del Parlamento, della neutralizzazione delle istituzioni di garanzia e dell’indebolimento delle autonomie regionali. Grazie a questo squilibrio nei rapporti tra i poteri, la nostra democrazia parlamentare si trasformerà in un sistema autocratico, verticalizzato e personalizzato, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio gli Stati Uniti, dove è comunque garantita, oltre alla separazione tra Stati federati e governo federale, la totale indipendenza del Congresso dal Presidente e perciò la separazione del potere legislativo in capo al primo dal potere esecutivo in capo al secondo.
Domandiamoci allora, cosa vuol dire questa decantata governabilità? Può voler dire capacità di governo. In questo senso, certamente, la massima governabilità si è avuta nei primi 35 anni della Repubblica: allorquando – grazie a questa Costituzione, al sistema elettorale proporzionale, alla centralità e rappresentatività del Parlamento e, insieme, alla più forte opposizione e al conflitto di classe più aspro di tutto l’occidente capitalistico – è stata costruita la democrazia e lo Stato sociale e l’Italia, che era tra i paesi più poveri dell’Europa, è diventata la quinta o sesta potenza economica mondiale.
Ma “governabilità”, nel lessico politico odierno, vuol dire soltanto potere di comando, senza limiti dal basso, grazie alla smobilitazione sociale dei partiti, e senza limiti e vincoli dall’alto, grazie al venir meno dei freni e contrappesi e la scomparsa della Costituzione dall’orizzonte della politica. È questa la governabilità inseguita da 30 anni – prima da Craxi, poi da Berlusconi e oggi da Renzi – attraverso la semplificazione e la verticalizzazione dell’assetto costituzionale intorno al governo e al suo capo: una governabilità necessaria alla rapida e fedele esecuzione dei dettami dei mercati.
“Ce le chiede l’Europa”, ripetono i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme. Domandiamoci: perché? Perché mai i mercati, l’Unione Europea, l’ambasciatore degli Usa, le agenzie di rating, il gigante finanziario americano JP Morgan si preoccupano della riforma costituzionale italiana, delle nuove competenze del nostro Senato e della nostra legge elettorale? Evidentemente l’Europa, e tramite l’Europa i mercati, ci chiedono di sostituire alla centralità del Parlamento la centralità del governo e del suo capo perché solo così può realizzarsi questa agognata governabilità, cioè l’onnipotenza della politica nei confronti dei cittadini e dei loro diritti, necessaria perchè si realizzi la sua impotenza nei confronti dei grandi poteri economici e finanziari. Solo se avrà mani libere nei tagli alle spese sociali, il governo potrà trasformarsi in un fedele esecutore dei dettami di quei nuovi sovrani invisibili, anonimi e irresponsabili nei quali si sono trasformati i cosiddetti “mercati”.
Si capisce allora il nesso tra la lunga crisi della democrazia italiana nell’ultimo trentennio e l’aggressione alla Costituzione del 1948. All’aggravarsi di tutti gli aspetti della crisi – il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, l’opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale – ha fatto costantemente riscontro, nei tanti tentativi di riforma, il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo tramite modifiche sempre più gravi delle leggi elettorali e della seconda parte della Costituzione repubblicana.
Di nuovo, come sempre, ciò che accomuna tutti questi tentativi, oltre all’argomento della “governabilità”, è l’intento del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine. Del resto queste riforme costituzionalizzano ciò che di fatto in gran parte è già avvenuto. Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, la schiacciante maggioranza delle leggi è di fonte governativa. Già oggi, grazie alle mani libere dei governi, si è prodotto un sostanziale processo decostituente in materia di lavoro e di diritti sociali, con l’abbattimento dell’ultima garanzia della stabilità dei rapporti di lavoro – l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori – e la monetizzazione di farmaci e visite che pesa soprattutto sui poveri, al punto che ben 11 milioni di persone nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure.
Ebbene, l’attuale riforma punta alla legittimazione popolare e al perfezionamento istituzionale di questo tipo di governabilità, nonché del processo decostituente che ne è seguito, interamente a spese dei soggetti più deboli. Si parla sempre del Pil come della sola misura della crescita e del benessere; mentre si tace sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà e sul fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, sono diminuite le aspettative di vita delle persone.
Dall’esito del referendum dipenderà dunque il futuro della nostra democrazia: la conservazione sul piano normativo e la rivendicazione popolare della restaurazione di fatto del suo carattere parlamentare, oppure la legittimazione e lo sviluppo dell’attuale deriva anti-parlamentare; la riaffermazione della sovranità popolare, oppure la consegna del sistema politico alla sovranità anonima, invisibile e irresponsabile dei mercati; la legittimazione del governo dell’economia e della finanza, oppure la riaffermazione e il rilancio del progetto costituzionale; lo sviluppo degli attuali processi decostituenti, oppure il rafforzamento, contro future aggressioni, della procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 138, rivelatasi debolissima ed esposta a tutti gli strappi e a tutte le incursioni più avventurose nel nostro tessuto istituzionale.