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domenica 7 aprile 2024

Un senso precipite d'abisso - Marino Badiale

  (lettere al futuro 9) 

 

Il messaggero giunse trafelato/ disse che ormai correva/ solo per abitudine/ il rotolo non aveva più sigilli/ anzi non c’era rotolo, messaggio,/ non più portare decrittare leggere/ scomparse le parole/ l’unica notizia essendo/ visibile nell’aria/ scritta su pietre pubbliche/ in acqua palese ad alghe e pesci./ Tutto apparve concorde con un giro/ centripeto di vortice/ un senso precipite d’abisso.

 

(B.Cattafi, La notizia)

   

1. Introduzione: un mondo condannato

L’attuale civiltà planetaria si sta avviando all’autodistruzione, a un collasso generalizzato che porterà violenze e orrori. Una organizzazione economica e sociale che ha come essenza della propria logica di azione il superamento di ogni limite è ormai arrivata a scontrarsi con i limiti fisici ed ecologici del pianeta. Non potendo arrestarsi, essa devasterà l’intero assetto ecologico del pianeta prima di collassare. Il fatto che questo sia il percorso sul quale è avviata la società globalizzata contemporanea emerge con chiarezza da molte ricerche, interessanti in sé e anche perché svolte da studiosi di formazione scientifica (nel senso delle scienze “dure”) e lontani da impostazioni teoriche legate al marxismo o in generale all’anticapitalismo. Uno dei centri di ricerca di questo tipo è lo Stockholm Resilience Center dell’Università di Stoccolma [1]. Al suo interno viene sviluppata da anni la ricerca relativa ai “limiti planetari” che la società umana non deve superare per non rischiare la devastazione degli ecosistemi planetari e quindi, in ultima analisi, l’autodistruzione. Gli studiosi del Resilience Center hanno individuato nove di questi limiti (fra i quali, ad esempio, la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani). Nelle prime versioni di tali studi [2] questi limiti non erano tutti quantificati in termini di un parametro oggettivo, mentre recentemente questo obbiettivo è stato raggiunto [3]. La buona notizia è allora che oggi è possibile misurare tali parametri e avere un’indicazione oggettiva sul superamento dei limiti planetari individuati dagli studiosi. La cattiva notizia è che sei su nove di questi limiti sono stati superati, vale a dire che la società umana contemporanea si sta muovendo in una zona altamente pericolosa.

Ulteriori interessanti considerazioni si possono trovare in un recente libro di Vaclav Smil [4]. L’autore mostra con molta chiarezza mostra come le basi concrete, materiali, della nostra attuale civiltà consistano in una massiccia produzione di alcuni materiali fondamentali: acciaio, cemento, ammoniaca (per i fertilizzanti), plastica. Senza questa produzione massiccia, che richiede enormi quantità di energia, non è pensabile poter fornire cibo, riparo, indumenti agli otto miliardi di esseri umani attualmente viventi (e in procinto di diventare nove o dieci); non è possibile, possiamo aggiungere, se intendiamo mantenere l’attuale organizzazione economica e sociale. Ma questa produzione massiccia e crescente è esattamente l’origine materiale di quel superamento dei limiti planetari del quale si è sopra parlato, e quindi dell’attuale crisi generalizzata degli ecosistemi terrestri. Ulrike Herrmann [5] e Andrea Fantini [6], d’altra parte, mostrano come non ci si possa aspettare una miracolosa soluzione tecnologica che ci permetta di continuare il “business as usual”, magari con qualche piccola correzione, come l’uso dell’auto elettrica al posto di quella tradizionale. Ad esempio, nota Herrmann, le fonti di energia rinnovabile (eolico, solare) hanno problemi di intermittenza, ben noti, che al momento non sappiamo come superare, e che rendono impossibile pensare che l’attuale struttura economica e sociale possa basarsi sul loro uso esclusivo. Un’altro problema significativo sta nel fatto che l’energia solare arriva sulla Terra con una intensità molto bassa. Per farne la base dell’attuale struttura industriale ed economica “avremmo bisogno di trasformare completamente i nostri attuali sistemi di cattura e stoccaggio dell’energia, creando una massiccia infrastruttura (di pannelli solari, turbine eoliche, impianti bioenergetici, turbine mareomotrici e, soprattutto, tecnologie per immagazzinare quell’energia, come le batterie) basata su risorse materiali che, a differenza della luce solare, non sono rinnovabili. Un’economia basata sul solare può contare solo sui materiali esistenti e dunque, a lungo termine, la sua crescita sarà limitata”[7].

Questi sono solo alcuni esempi dei problemi che sorgono se si vuole pensare una crescita economica indefinita nel rispetto dei vincoli posti dalla necessità di preservare gli ecosistemi terrestri. Ma questo vuol dire semplicemente che l’ecosistema planetario, che è l’ambiente nel quale la civiltà umana può esistere, non è in grado di reggere la crescita economica tipica del capitalismo, crescita che non può ammettere limiti. Di conseguenza, l’ecosistema planetario è sul punto di crollare, e le misure necessarie non possono essere ulteriormente dilazionate. Per fare l’esempio del cambiamento climatico (che è solo uno degli aspetti dell’incipiente crollo ecosistemico), alcuni obiettivi di riduzione delle emissioni dovrebbero essere raggiunti già entro il 2030, e al momento gli impegni assunti dai vari paesi non sono sufficienti. Come ricorda il rapporto UNEP 2022 dedicato a questi problemi (che si intitola significativamente “The closing window”) “si calcola che le politiche attualmente in essere, senza azioni ulteriori, porteranno ad un riscaldamento globale di 2,8 gradi nel ventunesimo secolo” [8].

Date queste premesse, che ci dicono in sostanza che la crescita illimitata del capitalismo porta al collasso degli ecosistemi terrestri e quindi all’autodistruzione della civiltà umana, la risposta, almeno sul piano teorico, sembra facile: è necessaria una rivoluzione che abbatta l’attuale organizzazione sociale ed economica capitalistica e al suo posto costruisca una società che rinunci alla crescita infinita, al superamento di ogni limite, e sappia comunque assicurare a tutti gli esseri umani una vita dignitosa; e per poterlo fare, dovrà essere una società molto più egualitaria dell’attuale. È questa la risposta che viene data, in un modo o nell’altro, da parte delle varie correnti di pensiero che, in tutto il mondo, si richiamano a una qualche versione di “ecomarxismo”. Si tratta di correnti di pensiero di grande valore: a mio parere, si può anzi affermare che esse producono alcune fra le più valide elaborazioni teoriche della cultura contemporanea [9]. Se si approfondisce l’abbondante letteratura che possiamo far rientrare nella categoria dell’ecomarxismo contemporaneo, emergono però con chiarezza alcuni problemi, che nel complesso privano queste acute analisi teoriche di efficacia politica. Un elenco approssimativo di tali problemi potrebbe essere il seguente: in primo luogo, non è affatto chiaro come possa essere concretamente organizzata una società non capitalista, equa, sicura, entro i limiti di sostenibilità degli ecosistemi terrestri. In secondo luogo, non è chiaro quali possano essere le forze sociali su cui basarsi per indirizzare l’attuale civiltà planetaria verso un superamento ecosocialista del capitalismo. In terzo luogo, le riflessioni ecomarxiste sono sempre piuttosto vaghe e generiche quando si viene al tema del “che fare?”, cioè alla proposta di un percorso politico concreto che, partendo dalla situazione attuale, riesca realmente a incidere sulla dinamica sociale. È abbastanza evidente che questi problemi, che ho appena elencato come se fossero punti distinti, sono in realtà strettamente collegati fra loro, sono sfaccettature diverse dello stesso problema: così, la mancanza di un’idea di società futura implica la difficoltà di pensare un percorso politico concreto, e questo comporta l’impossibilità di coinvolgere forze sociali significative, che possono aderire a un progetto politico solo se questo esiste. D’altra parte, è proprio la mancanza di un impegno da parte di grandi forze sociali che impedisce la creazione di immagini della società futura e di progetti politici concreti.

È chiaro che continuare la discussione sul piano di questi diversi fattori e delle loro interazioni ci porterebbe a restare imprigionati in un circolo di rimandi nel quale A causa B che causa C che a sua volta però causa A, e così via. Per uscire da questo circolo, e arrivare una comprensione unitaria della situazione fin qui descritta, ritengo sia necessario tentare la strada di un’ipotesi unitaria in base alla quale comprendere i vari fenomeni. Per arrivare a questo, mi sembra utile focalizzare quel carattere dell’odierna realtà sociale al quale abbiamo già accennato, cioè la sua “illimitatezza”, intesa come superamento di ogni limite. Questo aspetto, che è in contrasto con ogni forma di cultura umana precedente il capitalismo (anche con la cultura occidentale premoderna, fra l’altro) è chiaramente legata alla natura del rapporto sociale capitalistico. Il capitalismo è accumulo incessante di profitto, senza fine e senza fini; nella sua incessante ricerca di sempre nuove occasioni di profitto deve necessariamente superare ogni limite, naturale o sociale, che si trovi davanti. È proprio in questa “illimitatezza” che si trova la radice della crisi ambientale contemporanea, e questo punto è ben messo in luce dalla letteratura ecomarxista cui facevamo riferimento poc’anzi.

L’ipotesi che propongo è allora la seguente: questo rifiuto di ogni limite è stato assorbito e fatto proprio dall’umanità contemporanea.

Questa ipotesi, fondamentale per il resto della mia argomentazione, è a sua volta la specificazione di una tesi generale dovuta al compianto Massimo Bontempelli: si tratta della tesi della sussunzione della personalità umana sotto il capitalismo, nell’attuale fase storica [10]. La tesi di Bontempelli è cioè che il capitalismo nella fase attuale arriva a plasmare la personalità secondo la propria logica, in modo che, anche quando cercano di contrapporsi all’esistente, gli oppositori ne condividono la logica profonda:

“Così il sistema socioeconomico vigente ha avuto il suo funzionamento sempre più assicurato dagli automatismi comportamentali di massa, paradossalmente proprio da quando le sue contraddizioni lo hanno reso più vulnerabile, e da quando ha pienamente mostrato di non poter funzionare se non trascinando il genere umano nel baratro del disfacimento sociale e del collasso ambientale (…). I suoi oppositori per lo più non sanno comprendere la plasmazione capitalistica della loro personalità, e non ne sanno quindi correggere le determinazioni immediate.”[11].

La tesi che propongo è quindi che una forma di manifestazione della “plasmazione capitalistica della personalità”, teorizzata da Bontempelli, è l’assunzione generalizzata, da parte dell’umanità contemporanea, di quel rifiuto dei limiti che è intrinseco alla logica capitalistica di crescita illimitata. Un aspetto concreto e molto evidente di questo rifiuto del limite è il consumismo, che è ormai diventato un dato praticamente universale dell’umanità contemporanea, naturalmente in forme diverse nelle varie situazioni: nei ceti superiori è consumo di merci di lusso, nei ceti inferiori consumo di merci povere, nei paesi poveri è aspirazione al modello di vita occidentale e, appunto, ai suoi consumi. Il problema allora sta nel fatto che uscire dal capitalismo e cercare una forma sociale non distruttiva degli ecosistemi significa, fra molte altre cose, anche reintrodurre dei limiti. Ma questo, data l’attuale organizzazione della società, comporta cambiamenti radicali in ogni aspetto dell’organizzazione sociale e di conseguenza in ogni aspetto della vita quotidiana. Per di più, nessuno è in grado prevedere in maniera precisa quali potrebbero essere tali cambiamenti. Fuoriuscire dal capitalismo e costruire una società alternativa, e tutto questo in una situazione di crisi ecologica ormai attiva, è un’impresa talmente gigantesca che rende impensabile l’idea di poter preventivare quale sarà la realtà complessiva che potrebbe risultarne. In sostanza, l’impresa che l’umanità dovrebbe tentare si configura in primo luogo come la rinuncia ad una organizzazione della vita basata sui consumi, che per molti è diventata, in forma implicita o esplicita, l’unico modo di concepire una vita umana decente; in secondo luogo, come l’assunzione del rischio di muoversi in una direzione della quale non si sa esattamente dire dove porti. La situazione fin qui descritta presenta naturalmente aspetti diversi per i ceti dominanti e per quelli subalterni, ma la conclusione è in ambo i casi la stessa: nessuno vuole realmente questo tipo di radicale cambiamento. È per questo che mancano le forze sociali che potrebbero essere la base su cui costruire un movimento storico di superamento del capitalismo. È dunque facile prevedere che l’attuale sistema sociale, ormai esteso all’intero pianeta, proseguirà la sua spirale distruttiva e autodistruttiva fino al collasso sociale generalizzato.

Cerchiamo adesso di esaminare le diverse modalità con le quali questa dinamica di fondo si manifesta nelle diverse situazioni. Cercheremo di mostrare, con qualche argomento in più rispetto a quanto fin qui detto, perché non ci si può aspettare che qualche significativo strato sociale prenda in carico il compito della trasformazione necessaria a salvare la civiltà umana. Discuteremo separatamente ceti dominanti e ceti subalterni, nelle due sezioni seguenti. Faremo poi qualche rapida osservazione su altri aspetti della situazione attuale (passaggio al mondo multipolare, impotenza del radicalismo accademico) e chiuderemo con qualche parola sulla situazione italiana.

 

 

2. I ceti dominanti

In questa sezione riprendo alcuni degli argomenti già esposti in interventi precedenti [12]. Il dato di fondo è comprendere che i ceti dominanti, in tutto il mondo, sono immersi in dure lotte di potere. Per schematizzare, ogni gruppo dominante nazionale, oltre a essere attraversato da divisioni interne, deve da una parte riuscire a controllare i ceti subalterni del proprio paese, dall’altra scontrarsi, in molte forme diverse, fra cui quella militare, con i gruppi dirigenti degli altri paesi. Iniziamo esaminando il secondo punto, cioè il tema dello scontro con i ceti dominanti degli altri paesi, che si traduce naturalmente in scontro fra Stati o fra alleanze di Stati. Dopo due anni di guerra in Ucraina, credo non ci sia bisogno di insistere sull’importanza di questo tipo di dinamiche. Il punto teorico da comprendere qui è in fondo semplice: negli scontri, militari o no, in cui sono immersi i ceti dominanti, ciò che conta è la forza di cui si dispone, nelle sue varie dimensioni, fra cui quella militare. Ma il carattere illimitato del capitalismo e della sua crescita assicura, a chi lo cavalca, una crescita continua di forza (militare ed economica, e politica come conseguenza). È allora evidente che nessuna frazione statale dei ceti dominanti può neppure pensare a superare il capitalismo e costruire una organizzazione sociale che rispetti i limiti ecosistemici: farlo sarebbe un suicidio, perché significherebbe limitare il proprio potere di fronte agli avversari. Significherebbe avere meno carri armati, missili e aerei, e averli meno efficienti. Significherebbe essere sconfitti e spazzati via, negli scontri già in atto e in quelli che si preparano. I ceti dominanti non possono rinunciare alla crescita capitalistica. Non possono pensare a ciò che succederà alle generazioni future, perché il loro orizzonte è ristretto al breve periodo. E questo non dipende da limiti individuali (certo presenti), ma è una necessità logica: se negli scontri in atto oggi tu corri il rischio di essere spazzato via, non puoi pensare al futuro ma devi concentrarti sulla vittoria, perché la sconfitta implica che tutti i tuoi progetti sul futuro scompaiono assieme a te. È facile rendersi conto di questi fatti, nell’essenza piuttosto ovvi: nella guerra in corso, Ucraina e Russia usano tutti i mezzi a loro disposizione, e i loro alleati li riforniscono di tali mezzi, senza che nessuno, in tutto questo, si preoccupi di salvaguardia dell’ambiente o di emissioni di gas serra. Non se ne preoccupano nemmeno quei ceti dirigenti dell’Unione Europea che nei giorni pari parlano con molta serietà di riduzione delle emissioni, e nei giorni dispari di aumento della produzione di armi. Naturalmente, l’attuale guerra prima o poi finirà, ma non finiranno le tensioni e gli scontri, piccoli o grandi, e quindi non finirà la necessità, per i ceti dirigenti, di ottenere il potere che solo la crescita illimitata del capitalismo può dare.

Per quanto riguarda i problemi interni a ciascun paese, cioè lo scontro, attuale o potenziale, di ciascuna frazione nazionale dei ceti dominanti con i propri ceti subalterni, il ragionamento si sovrappone largamente a quello appena svolto: i ceti dominanti sono impegnati in aspre lotte interne per il potere, sia sul piano politico sia su quello economico, e non possono permettersi scelte politiche che effettivamente incidano sullo sviluppo illimitato della logica capitalistica, perché questo si tradurrebbe in una perdita di competitività (in un senso ampio, non solo economico, della parola) e in sostanza in una sconfitta e in una perdita della propria posizione dominante.

Per queste ragioni, non è dunque sensato immaginare che una svolta verso una società che accetti di vivere entro i limiti ecosistemici possa venire dai ceti dominanti dell’attuale società capitalistica globalizzata.

 

 

3. I ceti subalterni

I ceti subalterni sono quelli che maggiormente soffriranno del collasso prossimo venturo, e di conseguenza sono quelli che maggiormente dovrebbero sentire la necessità di attivarsi per evitarlo. È abbastanza evidente che non è quello che sta succedendo. Esistono certamente, in tutto il mondo, forme di resistenza e di lotta contro il degrado mortifero degli ecosistemi, generato dal capitalismo, e tali lotte talvolta possono persino ottenere qualche successo. È però evidente che quello che manca è la capacità di trasformare queste meritorie lotte in difesa del “locale” in capacità politica di contrastare il carattere distruttivo “globale” del capitalismo. Talvolta possono persino nascere, nei ceti subalterni, momenti di protesta quando misure penalizzanti nei loro confronti vengono giustificate con motivazioni di tipo ecologico: l’esempio più noto è quello della massiccia mobilitazione dei “gilets jaunes” francesi. In questo atteggiamento di rifiuto, da parte dei ceti subalterni dei paesi occidentali, vi è un elemento di verità: il fatto cioè che le politiche ecologiche dei ceti dominanti occidentali si configurano molto spesso come uno scaricare i costi della transizione sui ceti subalterni, preservando una situazione di profonda e ripugnante disuguaglianza. È chiaro che, per rendere accettabili le politiche di restaurazione dei limiti, che sono necessarie per preservare il funzionamento degli ecosistemi, bisognerebbe per prima cosa incidere sulle disuguaglianze sociali: bisognerebbe cioè, per essere espliciti, che a pagare per la transizione ecologica fossero, per primi e per la maggior parte, proprio i ceti superiori delle società occidentali. Di nuovo, è abbastanza evidente che i ceti dominanti non hanno nessuna intenzione di procedere in questa direzione. Potrebbe cambiare questa situazione? Dopotutto la storia del secondo dopoguerra mostra come sia stato possibile, per i ceti dominanti dei paesi occidentali, proporre ai ceti subalterni un compromesso avanzato, che non metteva in questione il loro dominio ma faceva ampie concessioni ai bisogni delle classi inferiori. Si potrebbe pensare che un nuovo compromesso di questo tipo dovrebbe essere possibile, di fronte all’evidenza sempre più angosciante del crollo degli ecosistemi terrestri. Purtroppo, sembra che questa sia una speranza non ben fondata. I “trent’anni dorati” del compromesso socialdemocratico del secondo dopoguerra hanno potuto basarsi su alcuni dati di realtà che oggi appaiono scomparsi e non più ripetibili. Senza tentare qui un’analisi dettagliata, mi concentro su due punti: in primo luogo si era in presenza, in quegli anni, di una crescita economica vigorosa che forniva la ricchezza necessaria per dare una base materiale al compromesso; in secondo luogo i paesi europei e il Giappone, dovendo recuperare vigore economico dopo il trauma della guerra, non erano in grado di esprimere una concorrenza che mettesse in questione l’egemonia statunitense. Entrambi questi dati di realtà sono radicalmente cambiati: l’economia capitalistica non è più in grado, da decenni, di esprimere i livelli di crescita del secondo dopoguerra, e lo sviluppo economico dei paesi europei e del Giappone (a cui si sono poi aggiunti altri paesi di più recente industrializzazione) ha portato ad una lotta economica durissima. La debolezza delle economie capitalistiche implica che ci sono poche risorse da mobilitare, e la durezza della concorrenza fra capitali e ceti dirigenti implica che tali risorse vanno indirizzate nell’acquisire posizioni in questa lotta: di conseguenza, non vi sono le risorse necessarie per un compromesso di tipo “socialdemocratico”. Il glorioso riformismo socialdemocratico, che ci ha dato il Welfare State, è stato spazzato via e non potrà tornare.

Si potrebbe allora pensare che, se non sono più possibili le riforme, l’unica alternativa sia la rivoluzione. In effetti è proprio così. Il problema è che oggi la rivoluzione anticapitalista appare altrettanto impossibile delle riforme interne al capitalismo. Non esiste né una forza politica organizzata e incisiva che sia lo strumento di una tale rivoluzione, né un significativo corpo di militanti, magari al momento disorganizzati, che possano costituire il nerbo di una tale forza politica, né uno strato sociale combattivo dal quale possano emergere militanti e ceti dirigenti della rivoluzione, né un’ideologia di riferimento sulla base della quale possano unirsi i militanti. Si può certo pensare che questa situazione sia solo una fase transitoria, e tutto quello che oggi non c’è possa sorgere in futuro. Ma a questo punto, dopo decenni di sconfitte e arretramenti subiti dai ceti subalterni, è forse il momento di cercare di capire perché le cose sono andate così male. Una semplice spiegazione potrebbe forse essere la seguente: se non c’è nessuno degli elementi necessari ad una rivoluzione anticapitalista, è probabilmente perché una tale rivoluzione anticapitalista non la vuole nessuno. E questo perché, secondo l’ipotesi che facevamo sopra, anche i ceti subalterni hanno introiettato il carattere “illimitato” del capitalismo, e non sono interessati a costruire una realtà sociale che rinunci alla crescita senza limiti. Non possiamo sapere come potrebbe essere una società post-capitalista in equilibrio con l’ambiente, ma è certo che essa non potrà oltrepassare le soglie di sostenibilità che rendono possibile il funzionamento degli ecosistemi planetari. Sarebbe una società sicuramente molto più egualitaria dell’attuale, ma in essa sarebbe impossibile il consumismo che oggi è la forma di vita ormai universale, come aspirazione se non come realtà. Ebbene, dobbiamo ripetere che una simile società, egualitaria e solidale, ma non consumistica, una società di “abbondanza frugale” (la bella espressione è di Serge Latouche), non la vuole nessuno, dove “nessuno” va inteso come “nessuno strato sociale significativo sul piano numerico, e capace di azione effettiva sul piano politico”.

Se tutto questo suona astratto, possiamo fare un esempio concreto, quello delle discussioni sull’auto a motore elettrico, che viene sostenuta da alcuni come un passaggio necessario alla transizione ecologica verso una società non distruttiva dell’ambiente, ma viene criticata da altri con vari tipi di argomentazioni. Ciò che mi sembra interessante è il fatto che buona parte della discussione verte sulle prestazioni e sulle comodità o scomodità dell’uso dell’auto elettrica. Coloro che criticano l’idea di un passaggio generalizzato all’auto elettrica sostengono, fra le altre cose, che essa è meno “performante” o più scomoda o più costosa rispetto all’auto a motore termico tradizionale. Questo a me pare interessante perché mette in grande evidenza il punto di cui stiamo discutendo. Infatti queste argomentazioni, per stare in piedi, richiedono un’ovvia premessa, che viene lasciata implicita: la premessa che i mutamenti tecnologici o di altro tipo, necessari alla transizione ecologica, devono lasciare immutata la vita quotidiana. Se volete che io usi l’auto elettrica, è la premessa implicita, questa deve funzionare esattamente come quella a motore termico, in maniera tale che io non debba cambiare nulla della mia vita e delle mie abitudini. Dovrebbe essere evidente che il punto è proprio questo, come abbiamo sopra spiegato: poiché è l’intera organizzazione sociale ed economica delle nostre società che si sta autodistruggendo, è l’intera forma di vita che in esse si sviluppa che va radicalmente cambiata. Per cui, tornando al problema dell’auto elettrica, è ovvio che dovremo, in un modo o nell’altro, passare dai motori termici ai motori elettrici, ma questo sarà solo un aspetto, e non il più importante, di una radicale riorganizzazione del nostro modo di vivere, che quasi sicuramente implicherà un abbandono sia dell’auto come elemento integrante della vita quotidiana, sia della forma di vita legata all’auto che si è imposta nel secondo dopoguerra. Le attuali discussioni sull’auto elettrica dimostrano il fatto che questi radicali cambiamenti sono esattamente ciò che nessuno vuole. E questo vale per l’auto e per ogni altro aspetto della nostra attuale organizzazione economica e sociale.

Come nel caso dei ceti dominanti, anche nel caso dei subalterni questo atteggiamento di sostanziale accettazione dell’esistente non deriva da limiti morali o cognitivi dei singoli, o almeno non in modo decisivo: si tratta di una scelta che ha una sua razionalità, almeno nel breve periodo. La vita dei ceti subalterni, nei paesi occidentali, nonostante il consumismo, è in realtà una vita difficile, stretta da infiniti vincoli, vita di persone sempre di corsa e sempre con l’ansia di non farcela. È chiaro allora che qualsiasi proposta di cambiamento della vita quotidiana genera sospetti, perché si ha paura che la renda ancora più difficile. È cioè naturale che la persona media si chieda se l’auto elettrica ha, oppure no, lo stesse prestazioni di quella tradizionale, perché una diminuzione di tali prestazioni può significare gravi complicazioni nella vita quotidiana. Ma, seguendo il filo di questa osservazione, in sé corretta, si torna sempre allo stesso punto: questa obiezione è sensata solo se si accetta l’attuale organizzazione della vita quotidiana come l’unico orizzonte possibile della vita stessa. Se si capisce che ciò che è richiesto per salvare la civiltà è il radicale cambiamento di ogni aspetto della vita, si capisce che le obiezione sopra riportate perdono completamente la loro rilevanza. Ma questo cambiamento radicale è appunto quello che nessuno vuol fare, perché tutti (ceti dominanti e subalterni) hanno fatto proprio l’assioma che non si dà vita al di fuori del capitalismo.

Concludendo: non ci sarà nessuna rivoluzione diretta a sostituire il capitalismo con una società ecosocialista, perché i ceti subalterni hanno introiettato il capitalismo e la forma di vita ad esso associata come dati imprescindibili, che non possono essere messi in discussione.

 

4. Ci salverà il mondo multipolare?

È ormai un luogo comune delle analisi geopolitiche il fatto che il mondo stia passando da una fase unipolare, cioè egemonizzata da un’unica superpotenza mondiale (gli USA), ad una fase multipolare caratterizzata da più forze in precario equilibrio (l’Occidente globale egemonizzato dagli USA, la Cina, la Russia, l’India, forse altre ancora). Mi sembra si tratti di un’ipotesi ragionevole, e in questo scritto non la esamino criticamente ma la prendo come base per la discussione. Partendo da questa ipotesi si potrebbe pensare che si aprano delle possibilità per un cambiamento radicale del rapporto fra le società umane e la natura. I momenti di transizione sono nella storia appunto quelli in cui diventano concretamente possibili svolte storiche prima quasi impensabili. Inoltre, è chiaro che oggi gli USA sono l’architrave fondamentale del capitalismo globalizzato ecocida, e se ne potrebbe dedurre che un loro relativo indebolimento comporti un rallentamento della distruzione ecologica oggi in corso. Purtroppo, mi sembra si possa affermare che queste speranze appaiono irrealistiche.

In primo luogo, è del tutto ovvio che il passaggio che stiamo considerando comporterà un periodo di vere guerre, piccole e grandi. Non è mai successo che un paese egemone si rassegni alla perdita dell’egemonia in maniera pacifica. Basta ricordare, a questo proposito, la classica ricostruzione fatta da Arrighi ne “Il lungo ventesimo secolo” [13]: in esso, la storia moderna viene esaminata come storia del succedersi delle egemonie di vari paesi, e i passaggi da una egemonia all’altra sono appunto sempre segnati da guerre. Per quanto riguarda la realtà contemporanea, è del tutto palese che si sta aprendo una fase di confronti militari. È però chiaro, e lo abbiamo già ricordato parlando della guerra in Ucraina, che la guerra è la situazione meno adatta possibile per operare i profondi cambiamenti economici e sociali che sono necessari per evitare il crollo degli ecosistemi planetari. Essa, tutto al contrario, spinge al saccheggio e al dispendio sempre maggiore delle risorse, perché ovviamente se si è in guerra la vittoria è l’obbiettivo fondamentale e tutto il resto passa in secondo piano. Si può aggiungere che il passaggio ad una società meno distruttiva richiederebbe una forte collaborazione internazionale fra le maggiori potenze, che è esattamente ciò che viene meno in una fase di scontri per l’egemonia.

in secondo luogo, occorre ricordare che le potenze impegnate nello scontro egemonico fanno comunque riferimento ad una economia di tipo capitalistico, in forme naturalmente abbastanza diverse: in particolare, è chiaro che in Cina (e anche in Russia, forse in grado minore) lo sviluppo capitalistico è sottoposto a un forte controllo politico. Non so se questo sia sufficiente a parlare di “socialismo” nel caso della Cina, e la cosa, rispetto al tema qui in discussione, non ha in realtà molta importanza: gli elementi di capitalismo presenti nell’economia cinese sono sufficienti a spingerla sul sentiero dell’accumulazione illimitata, che è quello che porterà la Terra al collasso ecosistemico. Nel caso di Russia e USA, il carattere capitalistico delle loro società non è ovviamente in discussione. Il problema è che, se tutti gli attori in lotta per l’egemonia sono avviati sul sentiero della crescita illimitata, rispetto al problema del collasso ecosistemico non fa nessuna differenza né la natura unipolare o multipolare dei rapporti geopolitici, né chi sia l’egemone, se ve n’è uno. Non è possibile sapere quale sarà la realtà geopolitica fra dieci o vent’anni, ma è assolutamente certo che il mondo continuerà il percorso autodistruttivo attuale.

In definitiva, la risposta alla domanda contenuta nel titolo di questa sezione è un convinto “No”. Il passaggio a un mondo multipolare, sebbene possa essere auspicabile da molti punti di vista, non appare rilevante rispetto al problema che stiamo qui discutendo.

 

 

5. Il radicalismo antisistemico.

Abbiamo detto sopra che, fra le tante mancanze che impediscono la formazione di una realtà politica antagonistica alla dinamiche mortifere contemporanee, c’è anche la mancanza di un pensiero forte capace di informare di sé una solida base militante. Questo può apparire strano, visto che abbiamo parlato sopra del valore dell’attuale pensiero ecomarxista, e visto che, oltre alla scuola ecomarxista, nel mondo accademico internazionale vi sono molte altre correnti fortemente critiche verso l’attuale organizzazione economica e sociale. Il punto, che abbiamo più volte sottolineato, è che tale imponente messe di elaborazioni teoriche non riesce a tradursi in una effettiva azione politica. Si potrebbe sospettare che tale impotenza politica sia la spia di qualche serio limite teorico, che essa mostri una specie di “punto cieco” nel mondo del radicalismo accademico. Un’indagine approfondita su questo tema sarebbe, io credo, assai utile, e dovrebbe ovviamente discutere quello “spirito del tempo” conosciuto sotto il termine generico di “politicamente corretto”, e che rappresenta una delle forme di manifestazione del radicalismo antisistemico contemporaneo. In questo scritto non è possibile una simile disanima approfondita, e mi limito quindi a rilevare alcuni aspetti generali che, mi sembra, contribuiscono a questa impotenza politica del radicalismo accademico contemporaneo. Prenderò spunto dal testo di Fantini sopra citato, che è significativo proprio perché in esso c’è un lodevole sforzo di mettere a fuoco i problemi di cui stiamo discutendo.

In primo luogo il radicalismo contemporaneo non sembra tirare le conseguenze che discendono dalla presa di coscienza del fatto che la caratteristica fondamentale del capitalismo contemporaneo è il suo carattere “illimitato”, cioè il suo spingere al superamento di tutti i limiti. Alcune correnti radicali chiedono anzi una illimitatezza ancora più spinta, e in sostanza si configurano come correnti ultracapitaliste, che criticano il capitalismo per non essere abbastanza veloce nel suo superamento di ogni limite (si tratta dei cosiddetti “accelerazionisti” vedi [14]). Queste correnti sono però minoritarie, mentre la maggioranza del pensiero critico contemporaneo mi sembra abbia una coscienza abbastanza chiara di come l’illimitatezza del capitale rappresenti un grave problema. Il punto delicato è però il fatto che questa coscienza non si traduce in una chiara presa d’atto della necessità per l’umanità di restare dentro i limiti degli equilibri planetari, e quindi della rinuncia al consumismo, sia esso attuale o solo desiderato. Questa rinuncia riguarda tutti, non solo i ceti dominanti. Se si vuole transitare dal capitalismo ad una società non distruttiva di se stessa e del mondo, anche i ceti subalterni devono ristrutturare completamente la propria vita, le proprie aspirazioni e i proprio desideri. Per fare un esempio concreto, occorre ridurre i viaggi, specie i viaggi aerei, e in generale il turismo.

Si può leggere facilmente questa difficoltà nel testo di Fantini, quando egli propone come base di rivendicazioni, da parte dei ceti subalterni, la richiesta di aumentare i salari e contemporaneamente ridurre la produzione di merci [15]. È facile rendersi conto della contraddittorietà di queste richieste: a che servono i salari, se non ad acquistare merci? Se si aumentano i salari, aumenta la domanda monetaria, e quindi deve aumentare la produzione di merci, altrimenti l’aumento dei salari si traduce semplicemente in inflazione. La contraddizione è interessante proprio perché non si tratta di un lapsus individuale dell’autore citato, ma esprime le contraddizioni interne all’ambiente del radicalismo contemporaneo.

Un secondo aspetto dell’impotenza politica del radicalismo contemporaneo è legato alla sua radicata diffidenza nei confronti dello Stato. In sostanza il pensiero radicale contemporaneo, nella quasi totalità, ha nei confronti dello Stato un pensiero di fondo che è di tipo anarchico. Lo si vede, utilizzando ancora una volta il testo di Fantini, nelle pagine che egli dedica al tema, dove in sostanza arriva a proporre di “rompere l’alleanza fra capitale e Stato” [16], ma non sembra porsi il problema della presa del potere statale e del suo uso. Di nuovo, non è un problema specifico del testo in questione, è l’intero pensiero radicale a trascurare tale tema. Il problema è che queste scelte teoriche condannano all’impotenza. Se c’è una cosa che l’aggressione russa all’Ucraina ha dimostrato con smagliante chiarezza, è che, per usare uno slogan, le cose le fanno gli Stati: sono gli Stati ad agire, a cambiare le carte in tavola (o magari a rovesciare il tavolo). È solo attraverso il potere statale che si può ottenere un radicale cambiamento economico e sociale, ed è solo la forza, anche militare, dello Stato che può proteggere un simile cambiamento dai suoi nemici. Con questo non intendo negare che l’azione dello Stato possa essere la manifestazione di una determinazione da parte di altri livelli della realtà sociale, per esempio, marxianamente, del modo di produzione storicamente dato. Ciò può benissimo essere vero, ma il punto fondamentale è che queste altre sfere sociali, per essere storicamente significative, devono appunto attingere al livello della politica dello Stato, che rimane un passaggio ineludibile. Senza di esso non si concretizza nulla, sul piano della storia. Il fatto che il pensiero radicale contemporaneo nella sostanza si disinteressi di questo passaggio, è solo l’altra faccia della sua impotenza e inesistenza politica.

Come abbiamo già osservato, un esame approfondito del radicalismo antisistemico contemporaneo richiederebbe uno spazio molto maggiore. Queste brevi osservazioni vogliono solo essere una prima indicazione dei motivi per i quali si può sostenere che tale radicalismo non può in nessun modo essere d’aiuto nel contrastare le dinamiche mortifere del capitalismo contemporaneo.

 

 

6. C’è un futuro per l’Italia?

Chiudiamo questo intervento con qualche rapida osservazione sulle prospettive dell’Italia. Esse appaiono piuttosto cupe. Il nostro paese è oppresso dal peso di una serie di problemi che appaiono irresolubili: la debolezza dell’economia, che rende difficile qualsiasi politica redistributiva a favore dei ceti subalterni, il livello ormai irrecuperabilmente degenere del dibattito pubblico, la passività di una massa di popolazione che, pur vivendo nel quotidiano il lento peggioramento della propria vita, non riesce in nessun modo ad esprimere una qualche forma di opposizione, la miseria di un ceto politico-mediatico che appare totalmente asservito agli interessi di potenze straniere, tanto da rendere lo status del paese sempre più simile a quello di una specie di semi-colonia. Ora, a tutti questi problemi che restano irrisolti da decenni, si sta aggiungendo quello del cambiamento climatico. Quando si viene all’area mediterranea, gli studi sembrano indicare che la prospettiva più probabile sia quella di un progressivo inaridimento dell’intera area. Per fare solo un esempio, nell’ultimo rapporto dell’IPCC si scrive che “nel Mediterraneo (…) il futuro inaridimento supererà di gran lunga la grandezza dei cambiamenti visti nell’ultimo millennio”[17]. Per l’Italia, questo potrebbe significare un clima simile a quello attuale del Nord-Africa. Ora, è vero che si può vivere anche in un clima “nordafricano”, e lo provano appunto gli attuali Stati della sponda Sud del Mediterraneo. Ma mi sembra davvero dubbio che, dati i problemi elencati all’inizio, un’Italia “nordafricana” possa reggere il peso di una popolazione di 60 milioni di abitanti (in via di invecchiamento, fra l’altro). E che riesca a fare questo affrontando il problema delle grandi migrazioni causate dal cambiamento climatico, che attraverseranno il paese in cerca di salvezza da un clima divenuto impossibile. L’unico fattore che potrebbe aiutare il nostro paese sarebbe il passaggio a un mondo multipolare, del quale abbiamo sopra discusso in termini generali. Nel caso specifico del nostro paese tale passaggio, se affrontato in modo abile, spregiudicato, avendo come riferimento l’interesse dei ceti subalterni, aprirebbe indubbiamente spazi interessanti per ricontrattare gli assetti economici e geopolitici dell’Italia. Ma per fare questo ci vorrebbe un vero ceto politico, capace di autonomia e coraggio, come non sono certamente gli attuali politici italiani, di destra e di sinistra, che sono persone di scarso valore il cui unico ruolo è quello, come dicevamo sopra, di servire interessi stranieri.

Mi sembra che, in queste condizioni, lo scenario più probabile sia quello del crollo della struttura statale, probabilmente in anticipo rispetto al collasso generale dell’attuale società globalizzata. Il crollo dello Stato darà luogo nel nostro paese a scontri, violenze, crisi umanitarie di vario tipo, e probabilmente alla fine di una continuità culturale che è ciò che continuiamo a chiamare “Italia”. Poiché non vedo possibilità di sfuggire a un simile destino, mi sembra che l’unica scelta sensata per i giovani italiani, uomini e donne, sia quella dell’emigrazione, seguendo il consiglio di Gaia Vince [18]. In questo testo, nel quale non si parla specificamente dell’Italia, Vince sostiene che se lo sviluppo dell’attuale crisi climatica dovesse realizzare le previsioni peggiori, è probabile che gran parte delle attuali terre emerse diventerebbe inadatta alla civiltà umana, per esempio perché l’agricoltura sarebbe impossibile o scarsamente redditizia. In una situazione estrema di questo tipo, che purtroppo non si può escludere, le uniche zone del globo nelle quali potrebbe sopravvivere una civiltà organizzata sarebbero quelle della parte nord dell’emisfero nord, in particolare Scandinavia, Russia, Canada, Alaska, che al momento sono sottopopolate. È probabile, vista la maggiore fragilità del nostro paese, che queste osservazioni siano per noi ancora più significative. Possiamo aggiungere, per concludere, che se una tale emigrazione, oltre a salvare le vite dei giovani, portasse alla nascita di zone “italiane”, linguisticamente omogenee, con scuole e mezzi di comunicazione, questo potrebbe rappresentare una possibilità di sopravvivenza della tradizione culturale italiana, e quindi in sostanza del popolo italiano, risultato che non è affatto scontato, nelle tempeste che si stanno preparando.

 

 

 

 

 

Note

 

[1] https://www.stockholmresilience.org/

 

[2] Si può vedere per esempio il cap.5 del seguente testo: J.Rockström, A.Wijkman, Natura in bancarotta, Edizioni Ambiente 2014.

 

[3] Richardson, K., Steffen, W., Lucht, W., Bendtsen, J., Cornell, S.E., Donges, J.F., Drüke, M., Fetzer, I., Bala, G., von Bloh, W., Feulner, G., Fiedler, S., Gerten, D., Gleeson, T., Hofmann, M., Huiskamp, W., Kummu, M., Mohan, C., Nogués-Bravo, D., Petri, S., Porkka, M., Rahmstorf, S., Schaphoff, S., Thonicke, K., Tobian, A., Virkki, V., Weber, L. & Rockström, J. 2023. Earth beyond six of nine planetary boundaries. Science Advances 9, 37.

 

Si veda anche:

 

https://www.stockholmresilience.org/research/research-news/2023-09-13-all-planetary-boundaries-mapped-out-for-the-first-time-six-of-nine-crossed.html

 

 

[4] V. Smil, Come funziona davvero il mondo, Einaudi 2022

 

[5] U.Herrmann, La fine del capitalismo, Castelvecchi 2023

 

[6] A.Fantini, Un autunno caldo, Codice 2023

 

[7] M.Schmelzer, A.Vetter, A. Vansintjan, Il futuro è decrescita, Ledizioni 2023, pag.125. Nel brano citato gli autori stanno esponendo alcune tesi di Georgescu-Roegen. Il numero di pagina si riferisce all’edizione in ebook.

 

[8] “Policies currently in place with no additional action are projected to result in global warming of 2.8°C over the twenty-first century. “, United Nations Environment Program, The closing window. Climate crisis calls for rapid transformation of societies, Emission gap report 2022 pag.XVI. Il successivo rapporto del 2023 descrive come gli aumenti di temperatura, di emissioni di gas climalteranti, e di concentrazione atmosferica di anidride carbonica, continuino indisturbati. I rapporti UNEP si possono trovare al seguente indirizzo:

https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2023

 

[9] Non è possibile dare conto in una nota della vigorosa e abbondante produzione teorica ecomarxista, che in Italia è purtroppo ancora relativamente poco nota. Il lettore interessato può cercare in rete i lavori di esponenti autorevoli di tale corrente, come J.Bellamy Foster, P.Burkett (purtroppo scomparso di recente), K.Saito, I.Angus. Si può inoltre consultare il sito gestito da Angus:

 

https://climateandcapitalism.com/

 

e naturalmente la “Monthly review”, storica rivista della sinistra statunitense, che oggi vede Bellamy Foster fra i redattori:

 

https://monthlyreview.org/

 

In italiano si posso trovare, a mia conoscenza, i seguenti testi

I.Angus, Anthropocene, Asterios 2020,

 

K.Saito, L’ecosocialismo di Karl Marx, Castelvecchi 2023

 

A. Cocuzza, G.Sottile (cura di), Frattura metabolica e Antropocene, Smasher 2023

 

Molti articoli tradotti si trovano sul seguente sito:

 

https://antropocene.org/

 

 

 

[10] Si veda il saggio “Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità”:

https://www.sinistrainrete.info/marxismo/1503-massimo-bontempelli-capitalismosussunzione-

nuove-forme-della-personalita.html

e inoltre i testi raccolti in M.Bontempelli, Un pensiero presente, Indipendenza-Editore

Francesco Labonia 2014, in particolare “Capitalismo e personalità antropologiche”,

pagg.49-62.

 

[11] M.Bontempelli “Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità”, cit.

 

[12] Si vedano le precedenti “lettere al futuro”:

http://www.badiale-tringali.it/2020/06/riflessioni-su-sinistra-radicale-e.html

http://www.badiale-tringali.it/2020/09/fra-antropocene-e-capitalocene.html

http://www.badiale-tringali.it/2020/10/il-muro.html

http://www.badiale-tringali.it/2021/03/fine-partita.html

http://www.badiale-tringali.it/2021/07/verso-il-collasso-lettere-al-futuro-5.html

http://www.badiale-tringali.it/2022/02/la-trappola-dellantropocene.html

http://www.badiale-tringali.it/2022/07/spiegare-lassurdo.html

http://www.badiale-tringali.it/2023/01/il-patto-suicida.html

e anche

http://www.badiale-tringali.it/2019/12/sulle-elite-contemporanee.html

 

[13] G.Arrighi, Il lungo ventesimo secolo, Il Saggiatore 2014

 

[14] A.Williams, N.Srnicek, Manifesto accelerazionista, Laterza 2018.

 

[15] A.Fantini, cit., pag.191.

 

[16] A.Fantini, cit., pag.210.

 

[17] “In the Mediterranean, south-western South America, and western North America, future aridification will far exceed the magnitude of change seen in the last millennium (high confidence).” Sesto rapporto IPCC-WGI, capitolo 8, pag.1058. I vari rapporti IPCC sono liberamente scaricabili dal sito https://www.ipcc.ch/

 

[18] G.Vince, Il secolo nomade, Bollati Boringhieri 2023.

 

Genova, inizio 2024 [testo corretto 31-3-24]

 

da qui

giovedì 30 agosto 2018

L'agonia della scuola italiana - Massimo Bontempelli


Questo testo riproduce il capitolo sesto del libro ''L'agonia della scuola italiana'', scritto da Massimo Bontempelli e pubblicato nel 2000 dalla Editrice C.R.T. © 2000 by Editrice C.R.T. I numeri tra parentesi quadra rinviano a note del curatore, non dell'Autore. Le note si trovano in fondo al testo. I numeri tra parentesi tonda indicano in quale pagina del libro si trova il testo. I riferimenti ad altri testi, legati a questo, si trovano nel sito Temi e Reti.
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La scuola del totalitarismo neoliberista.
L'attuale processo di innovazione nella scuola sostanzialmente conduce, in prospettiva, allo smantellamento del sistema statale della pubblica educazione, alla privatizzazione aziendalistica degli istituti scolastici, alla dequalificazione culturale dell'insegnamento, alla fine di ogni residua possibilità, per i ceti sociali più bassi, di avvalersi dell'istruzione pubblica come mezzo per migliorare la loro condizioni.

Questo processo è stato politicamente messo in movimento non già dalla destra, bensì dalla sinistra, ovvero proprio da quella parte politica, latamente intesa, nella cui tradizione complessiva stanno la difesa e l'ampliamento dei compiti delle istituzioni statali, il valore attribuito all'educazione e alla cultura, la promozione della mobilità sociale. Soltanto comprendendo questo nesso, apparentemente incongruo, tra sinistra politica e riforma antieducativa, anticulturale e aziendalistica del sistema dell'istruzione, si può arrivare a capire cosa stia realmente accadendo nella scuola.

Occorre però, a questo proposito, evitare due interpretazioni simmetricamente opposte, ma entrambe fuorvianti, fondate sulle categorie rispettivamente di tradimento e di continuità. I capi della sinistra, dicono alcuni, hanno tradito, per meschinità personale,
l'essenza della sinistra, facendo, sotto mentite spoglie, una politica di destra.
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Secondo altri, invece, il peggio di ciò che fanno è in continuità con la tradizione della sinistra, che fin dalle sue origini ha organizzato le masse per subordinarle ai poteri costituiti.

Non si può spiegare l'attuale politica della sinistra con il tradimento, da parte dei suoi capi, della vera natura della sinistra stessa. Quella di tradimento, infatti, è una rispettabile categoria interpretativa, che riguarda però le scelte individuali considerate sotto il profilo morale, non i comportamenti collettivi espressivi di dinamiche sociali. Ora, le devastanti pratiche di governo della sinistra non nascono dalle iniziative di singole, per quanto influenti, personalità, ma sono l'opera condivisa di un intero ceto politico, approdato nel suo insieme alle sponde della totale complicità con i poteri economici. Ma non basta: questo ceto politico può governare perché è sostenuto dal consenso, quanto meno passivo, di una parte cospicua della popolazione, tradizionalmente di sinistra, che continua a votarlo, e che non si sente quindi evidentemente ferita dai suoi comportamenti. E non basta ancora: tutto ciò accade non soltanto in Italia, ma nell'intera Europa, dove i ceti politici di sinistra sono potuti arrivare a smantellare garanzie sociali, e ad accordarsi servilmente alle guerre americane, rimanendo uniti e non perdendo un consenso di massa. È evidente, dunque, che siamo in presenza non di scelte individuali, bollabili come tradimenti, ma di tendenze sociali impetuose, fortemente radicate, e di carattere generale.

Se non si può spiegare l'attuale politica della sinistra con la categoria di tradimento, non la si può spiegare neppure con quella di continuità. È certamente vero che se la sinistra può operare in totale complicità con i poteri economici, su scala generalmente europea e senza perdere il suo elettorato tradizionale, ciò indica che c'era nel
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suo originario codice genetico qualcosa che rendeva possibile questo approdo. Ma è anche vero che la sinistra in altre epoche ha difeso con forza l'intervento statale nell'economia anche a favore dei ceti più svantaggiati, ha promosso con convinzione la creazione di una rete di garanzie sociali, ha inteso l'educazione come grande compito collettivo ed emancipatorio. Una sinistra che non vede più la società se non nell'ottica dell'azienda, e che intende ridurre ad aziende persino ospedali e scuola, ha quindi rotto la continuità con una parte significativa della propria scuola.

La questione di come la sinistra politica abbia potuto farsi promotrice di una riforma in chiave aziendalistica del sistema dell'istruzione è dunque storicamente complessa. Si può iniziare a chiarirla comprendendo come, storicamente, nel codice genetico della sinistra vi sono stati due caratteri fondamentali, vale a dire quello di essere emancipatrice, e quello di essere modernizzatrice.

La sinistra è nata come parte politicamente emancipatrice dei ceti socialmente subordinati della popolazione. Emancipatrice non vuol dire né liberatrice né eguagliatrice. Nel corso della sua storia la sinistra, sia nella sua versione comunista che in quella socialdemocratica e in quella radicalborghese, ha molte volte contribuito ad aprire spazi di libertà civile e di liberazione umana. Ma ha anche tante volte, in tutte le sue versioni, espresso una prassi negatrice della libertà. E, quando ha contribuito ad ampliare i diritti di libertà e ad attivare processi di liberazione, ha ottenuto questi risultati come effetto secondario di un'azione politica volta ad altri obiettivi. La sinistra, inoltre, non è mai stata, se non in ambienti e momenti circoscritti della sua storia, realmente egualitaria, Nella sua versione socialdemocratica e radicalborghese ha accettato la diseguaglianza fondamentale tra capitalisti e
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lavoratori. Nella sua versione comunista ha accettato la diseguaglianza fondamentale tra burocrati dell'apparato partitico e statuale e i lavoratori. In ogni sua versione ha mantenuto una diseguaglianza di status tra i ceti di cui intendeva rappresentare gli interessi e i rappresentanti professionali di tali interessi. Ma la sinistra è stata realmente emancipatrice delle classi socialmente più basse. Organizzandole e rappresentandole, le ha sottratte all'esclusione sociale. Attraverso le leve delle istituzioni statuali, ha promosso in alcune epoche una redistribuzione del reddito a loro favore, contribuendo così ad attenuare le diseguaglianze sociali. Ha ampliato l'accesso dei ceti inferiori alla previdenza, alla sanità e all'istruzione, attenuando anche per questa via le diseguaglianze sociali. La sua azione emancipatrice, quindi, evitando un allargamente delle diseguaglianze, ed anzi restringendole, sia pure in maniera limitata, ha potuto sembrare, anche senza esserlo, frutto di un'ispirazione egualitaria.

La sinistra è nata anche come parte politicamente modernizzatrice di tutti gli aspetti della vita sociale. È su questo terreno che essa si è originariamente contrapposta politicamente alla parte avversa: nelle assemblee rappresentative successive alla rivoluzione francese invalse l'uso che sedessero sui banchi di destra coloro che volevano mantenere le tradizioni del passato, e che cercavano di contrastare tutti i processi di innovazione, e che sedessero sui banchi di sinistra coloro che favorivano il distacco delle società dal loro passato, e che intendevano promuovere i mutamenti. Essere di sinistra ha sempre significato essere, per così dire, dalla parte del futuro, e guardare con ottimismo a tutte le tendenze di trasformazione sociale, di sviluppo economico, di sovvertimento dei costumi tradizionali e di innovazione tecnica. Ciò è stato tanto vero che la modernizzazione capitalistica è stata
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storicamente auspicata e promossa persino dalla sinistra anticapitalistica, convinta, in quanto sinistra, che l'avvento dei rapporti sociali più adatti al genere umano passasse comunque attraverso la rottura delle tradizioni ed il distacco dal passato che solo il capitalismo sapeva realizzare.

I due caratteri fondamentali originari della sinistra si sono per una lunga fase storica compenetrati a meraviglia. La sinistra ha potuto, in tutte le sue versioni, sentirsi emancipatrice in quanto modernizzatrice, perché sembrava che la direzione della storia fosse appunto quella di emancipare cerchie sempre più ampie della società, che cioè le trasformazioni storiche fossero di per se stesse emancipatrici. Per gran parte del nostro secolo, ad esempio, le politiche keynesiane di redistribuzione del reddito, gli interventi regolatori delle istituzioni statali nella vita economica, e le garanzie sociali accordate alle classi lavoratrici, sono stati elementi che hanno favorito il progresso tecnico, la realizzazione del plusvalore, e la modernizzazione capitalistica. Il cosiddetto compromesso fordista è stato così definito appunto perché ha soddisfatto non soltanto le richieste sociali delle classi lavoratrici, ma anche le esigenze accumulatrici e modernizzatrici delle classi capitalistiche.

L'emancipazione intesa come funzione della modernizzazione ha dato fin dalle origini alla cultura della sinistra, in tutte le sue espressioni, un'impronta irrimediabilmente nichilistica. La necessità di riscattare gli strati inferiori della società dalla miseria materiale e culturale è stata infatti sottratta ad ogni fondamento ontologico, ad ogni giustificazione metafisica, ad ogni imperativo etico. L'obiettivo dell'emancipazione è stato considerato valido in quanto richiesto dal processo di modernizzazione, e, di conseguenza, indicato dalla direzione della storia e
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socialmente vincente. Sulla base, quindi, di un nulla. Ciò che è socialmente vincente oggi, infatti, può diventare socialmente perdente domani. La direzione della storia cambia in ogni epoca. Il processo di modernizzazione non richiede sempre le medesime configurazioni sociali.

A questo punto abbiamo tutti gli elementi per spiegare l'attuale politica della sinistra, compresa quella sulla scuola, al di fuori delle categorie fuorvianti di tradimento e continuità. La sinistra è stata ad un tempo emancipatrice e modernizzatrice, concependo nichilisticamente l'emancipazione come funzione della modernizzazione, ma potendo egualmente perseguire con forza l'emancipazione in ragione dell'effettivo nesso che essa ha mantenuto, per diverse fasi storiche, con la modernizzazione.

Questo nesso si è spezzato all'incirca ai tre quarti del secolo appena concluso. Da allora in poi il capitalismo si è ristrutturato e rimondializzato lungo una linea di sviluppo che esige la deemancipazione di cerchie sempre più ampie della società. Da allora in poi, quindi, la sinistra configurata secondo le sue tradizioni storiche non ha avuto più la possibilità di esistere. Molti non lo hanno capito, perché sono rimasti ipnotizzati dalla fine rapida e impressionante del comunismo storico novecentesco. In realtà, però, insieme con il comunismo è giunta alla fine, come effetto della medesima dinamica storica, un'esperienza politica molto più ampia. Hanno cessato di esistere, infatti, sia pure in maniera meno appariscente, anche la democrazia progressista borghese e la socialdemocrazia. L'unica differenza tra gli ex-comunisti e gli ex-socialdemocratici nel loro essere ex è che i primi hanno rinnegato il comunismo e cambiato nome, mentre i secondi non solo non hanno rinnegato la socialdemocrazia, ma continuano a militare in partiti che sono organizzativamente
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e nominalmente gli stessi partiti socialdemocratici del passato. Un socialdemocratico di nome oggi è infatti nella realtà un ex socialdemocratico, in quanto una socialdemocrazia che nella sua pratica di governo privatizza anziché nazionalizzare, restringe le garanzie sociali anziché ampliarle, ed accetta la crescita spontanea delle diseguaglianze economiche anziché promuovere una redistribuzione del reddito, come oggi normalmente accade, non è più la socialdemocrazia esistita fino a ieri.

La sinistra dell'epoca attuale è dunque, nel suo insieme, un'altra da quella del passato fino a trent'anni fa. Per questo la categoria di continuità non è in grado di spiegarla. Tuttavia quel che di diverso essa è ora nasce dai suoi stessi caratteri d'origine. Era emancipatrice e modernizzatrice: l'epoca attuale, però, non consente più in assoluto di essere simultaneamente l'una e l'altra cosa. Era nichilista, perché non fondava l'obiettivo dell'emancipazione su alcunché di ontologico: quando perciò è stata posta nell'alternativa tra essere emancipatrice oppure modernizzatrice, ha scelto senza rimorsi di essere soltanto e solamente modernizzatrice. I comunisti e i socialdemocratici erano tali non su autentiche basi metafiche ed etiche, ma nella convinzione che il vento della storia soffiasse nelle loro vele. Perciò, quando il vento è cambiato, è sembrato loro naturale cambiare la direzione di viaggio, per continuare ad averlo nelle loro vele.

La sinistra, insomma, ha rinnegato la propria storia, ma sulla base di caratteri originari della propria storia: la sua fortissima istanza modernizzatrice, il suo mito del progresso, il suo radicale nichilismo, il suo voler procedere sempre nella direzione ritenuta storicamente vincente. Questi caratteri, che in altre epoche hanno alimentato la sua prassi emancipatrice, si sono rivelati nella
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nostra epoca particolarmente idonei a fare di essa lo strumento politico d'elezione di una modernizzazione deemancipatrice, e di un inedito totalitarismo planetario insito in tale modernizzazione.

L'odierna stupidità crede che l'epoca dei totalitarismi sia ormai trascorsa, in quanto dà per scontato che i totalitarismi siano soltanto fascismo, nazismo, comunismo. Ma cosa significa totalitarismo? Significa che i diversi ambiti e livelli della vita collettiva hanno perduto la loro specifica autonomia, ed obbediscono ad una medesima ed unica logica di potere. Questa logica di potere è rappresentata nel totalitarismo politico dallo Stato e dal partito unico variamente intrecciati (nell'Italia fascista, ad esempio, il totalitarismo, peraltro assai incompleto, faceva perno sullo Stato, mentre nella Germania nazista soprattutto sul partito). Ma quello politico non è l'unico totalitarismo concepibile,  e neanche quello compiuto. Noi oggi viviamo dentro un totalitarismo economico, gradualmente impostosi da un quarto di secolo, rispetto al quale quello di un qualsiasi Stato fascista è un totalitarismo all'acqua di rose. Certo, un totalitarismo economico non appare visibile come tale alla stessa stregua di un totalitarismo politico, e risulta anzi del tutto invisibile ai più, ma, proprio in ragione di questo suo rimanere ben nascosto, esso penetra molto più profondamente nelle anime, instupidendole ed anestetizzandole spiritualmente come nessun dittatore avrebbe mai potuto fare, e diventando così totalitario al massimo grado.[1]

Il mondo in cui oggi viviamo è compiutamente, esasperatamente totalitario.[2] Questo è semplicemente un fatto. Si è detto, infatti, che il totalitarismo indica, nella sua nozione, la mancanza di autonomia dei diversi ambiti e livelli della vita collettiva, subordinati tutti ad una medesima ed unica logica di potere. Ed oggi non c'è ambito e
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livello della vita collettiva che non sia assoggettato alla logica esclusiva dell'economia, ridotta a sua volta a pura logica mercantile del profitto aziendale. Il sindacalismo? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di perseguire il miglioramente progressivo delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, ma è spinto, attraverso l'imposizione del monopolio della rappresentanza sindacale di sindacati di regime, ad adattare il lavoro alle esigenze del profitto aziendale. La sanità? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di tutelare il diritto alla salute degli essere umani, ma le prestazioni sanitarie devono venire considerate merci con il cui pagamento assicurare il buono stato dei conti degli enti erogatori, organizzati come aziende. La previdenza? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di costituire il tramite attraverso cui la soceità garantisce un reddito dignitoso a quanti non possono più trarlo dal lavoro, ma deve operare solo nei limiti in cui può venire finanziata per via mercantile. L'alimentazione? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di fornire un sano nutrimento agli organismi, ma deve assicurare uno sbocco mercantile alla produzione capitalistica di cibo, al punto che i divieti di importazione di alimenti di supposta nocività sono ormai condannati dalle istituzioni internazionali come violazioni della libertà commerciale. La logica del mercato, dell'azienda e del profitto pervade insomma tutti gli ambiti, anche quelli che per loro originaria costituzione dovrebbero essere più lontani da una natura mercantile, della vita collettiva.

Questo totalitarismo estremo della politica si rivela in forma chiarissima nella sfera politica. Dovunque, in Europa, gli schieramenti politici che si contendono, talvolta con grande asprezza e senza esclusione di colpi, il governo dei vari paesi, governano poi tutti accettando gli
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esiti dei giuochi dei mercati, e considerando ineludibili le esigenze delle aziende. Lo svilupo della società è determinato esclusivamente dai poteri economici, in maniera non diversa se il governo politico è in mano ad un partito oppure ad un altro.

Il totalitarismo dell'economia che domina il mondo può essere correttamente definito totalitarismo neoliberista. Totalitarismo, perché non ammette, in nessun settore della società, alcun funzionamento delle istituzioni che non corrisponda a criteri aziendalistici, privatistici, e di accumulazione di profitti. Neoliberista, perché si basa, secondo l'ideologia liberista, sull'assenza di regole politiche limitatrici del libero giuoco mercantile, promuovendo, però, a differenza del liberismo tradizionale, incisivi interventi pubblici nella sfera economica. Questi interventi, che vengono rigorosamente esclusi per porre qualche limite ai poteri economici, sono invece ammessi e sollecitati, pur essendo a rigor di termini non liberisti, per favorire l'accumulazione capitalistica, creare situazioni conformi alle esigenze aziendali, e spazzare via dalla società ogni luogo istituzionale ancora dotato di finalità sue proprie estranee alla logica aziendalistica.

Il totalitarismo neoliberista è in grado di riprodursi con il governo dei più diversi schieramenti politici, perché quello che ancora chiamiamo governo è in realtà semplice amministrazione delle pratiche di favore ai poteri economici, e degli esiti sociali dello sviluppo da loro imposto, e le forze che ancora chiamiamo politiche sono in realtà gruppi professionali che si contendono il controllo dei poteri amministrativi di supporto ai poteri economici.

Non c'è dubbio, tuttavia, che il totalitarismo neoliberista, pur potendo facilmente convivere con qualsiasi tipo di governo tra quelli oggi in grado di imporsi, trova un
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più efficiente aiuto al finanziamento autoriproduttivo del proprio meccanismo economico in governi di sinistra. La sinistra, cioè, è più funzionale al totalitarismo neoliberista di quanto non lo sia la destra, e ciò proprio in virtù di caratteri che le sono stati costitutivi fin dalle origini della sua storia. La destra, con la quale comunque i poteri economici possono vantaggiosamente convivere (in quanto quel che ancora si chiama politica è, nell'ambito delle forze che contano, serva dell'economia), si propone bensì come più coerentemente liberista della sinistra, ma la sinistra ha nel suo codice genetico una natura completamente e convintamente modernizzatrice, mentre la destra conserva sempre almeno qualche tratto arcaicizzante. La sinistra, quindi, può più facilmente della destra eliminare quelle sopravvivenze di epoche passate che intralciano la sfrenatezza dell'accumulazione capitalistica. Si pensi, ad esempio, a come la sinistra abbia diffuso una cultura promotrice della modernizzazione del costume sociale che, sottraendo i comportamenti individuali ai condizionamenti premoderni dell'etica familiare, delle inibizioni religiose, e delle tradizioni comunitarie, ha reso l'individuo un perfetto consumatore di merci. La sinistra, inoltre, porta in dote al totalitarismo neoliberista la capacità, inscritta nel suo codice genetico, di tradurre in pratica le sue direttive attraverso una rete di seguaci capillarmente diffusi nel corpo sociale, e di amministrare il consenso ricevuto con un'abilità sufficiente a conservarlo. La destra ha seguaci che le sono legati sul piano delle opinioni. La sinistra ha invece, per effetto della sua storia, un seguito che non è solo di opinione, ma è formato da moti individui capaci di dare concreta attuazione a ciò che i loro capi vogliono nei diversi settori nei quali sono professionalmente inseriti. La dinamica sociale di progressiva deemancipazione delle classi subalterne, e di definitiva
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disarticolazione privatistica delle istituzioni pubbliche, che il totalitarismo neoliberista impone, può dunque venire amministrata in maniera più convincente per i poteri economici dalla sinistra piuttosto che dalla destra. Gestita dalla destra, infatti, tale dinamica crea maggiore disorganizzazione e incontra più forti resistenze di quanto non accada con la gestione della sinistra, che è in grado, attraverso le sue cinghie di trasmissione nei diversi settori della società, di mettere in moto tutte le mediazioni, tutti gli ammortizzatori e tutti i compensi clientelari capaci di scoraggiare, confondere e corrompere i potenziali oppositori. La sinistra, infine, incarna un nichilismo radicale e di massa che olia, per così dire, i meccanismi di funzionamento del totalitarismo neoliberista. Se infatti la destra esprime correnti di opinione che hanno come loro riferimento valori rozzi e distorti, la sinistra, dopo aver abbandonato con la massima disinvoltura le sue originarie ideologie, non ha valori affatto, è del tutto priva di un'anima. Il suo nichilismo radicale e di massa è manifesto nel comportamento di milioni di persone che accettano, gestiscono, amministrano, promuovono sordide clientele, meschini interessi, cinici giuochi di potere, in totale sottomissione ad una logica sistemica di cui un tempo, quando era molto meno devastante di oggi, si dicevano irriducibili nemici. Il giovane sessantottino rivoluzionario arrabbiato, oggi amministratore o pubblicista diessino, ovvero giornalista o politicante berlusconiano, è una delle figure antropologicamente più squallide e spiritualmente più aride che sia stato dato di vedere. Figure di tal genere, che quando militano nella destra non fanno che servire le loro sfrenate ambizioni personali, svolgono invece una funzione di ben ampia portata se sono rimaste nel loro campo originario, cioè nella sinistra. Esse contribuiscono infatti in maniera decisiva ad
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alimentare il nichilismo radicale diffuso in quel campo. Un elettore della destra cesserebbe di votarle se essa diventasse poniamo, da severa e poliziesca a lassista sull'ordine pubblico, oppure se non esaltasse più le forze armate, e si presentasse come antimilitarista e pacifista. Il nichilismo diffuso nella sinistra è invece tale che essa segue i suoi capi su qualsiasi strada. Li votata quando esaltavano l'Unione Sovietica, ed ha continuato a votarli quando hanno definito il comunismo nemico di ogni libertà. Li votata quando invocavano un maggior intervento pubblico nell'economia, ed ha continuato a votarli quando sono diventati promotori delle privatizzazioni. E gli esempi potrebbero continuare all'infinito. Per chi si sente appartenenete al cosiddetto popolo della sinistra, i valori, gli ideali, i progetti sulla società contano zero. Quel che conta è l'identità, è il ruolo, è la rete di relazioni che l'appartenenza a certi ambienti assicura. Questo nichilismo radicale, è bene ribadirlo, non è comparso oggi, bensì ha caratterizzato la sinistra anche nei tempi in cui essa aveva grande dignità politica. Il grigio amministratore diessino di oggi, che gestisce le sue clientele di potere senza un minimo raggio di eticità, senza neanche saper immaginare una deviazione della società dalla linea di sviluppo impostale dai poteri economici, e senza più alcun riferimento culturale, non è diventato un nichilista senz'anima da quando è diventato diessino. Se alcuni decenni fa era un sessantottino che urlava le sue frasi rivoluzionarie, che faceva militanza realmente politica, e non gestione amministrativa dell'esistente, che coltivava utopie anticapitalistiche, senza neppur sospettare di poter un giorno accettare ogni decisione dei poteri economici, e che citava i classici del marxismo come testi sacri, tuttavia già allora era il nichilista senz'anima che è oggi. Bastava avere capacità di osservazione psicologicea per
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poter vedere chiaramente come il suo rivoluzionarismo era narcisismo giovanilistico, il suo attivismo militante prorompente impulso autoaffermatorio, il suo linguaggio anticapitalistico un codice culturale di identità e appartenenza, il suo spirito rabbiosamente contestatario una spasmodica e violenta ricerca di successo personale. Tutto questo, in mancanza di veri punti di riferimento ontologici, di serietà morale, e di radicamento antropologico, non poteva che esser fatto scivolar via senza traccia dalla storia, man mano che l'epoca cambiava, le fiammate sociali interpretabili come rivoluzionarie si spengevano, ed alla ricerca di un'identità personale di successo si aprivano, per il giovane borghese di talento di allora, più concrete vie di realizzazione nell'ambito dell'ordine sociale dato. Certo, non proprio tutti i rivoluzionari sessantottini erano come li abbiamo descritti. Non tutti, infatti, sono poi diventati membri fissi delle cerchie associative, sindacali e partitiche della sinistra maggioritaria, digerendone ogni giravolta. C'è, non soltanto in Italia, ma in tutta Europa, per quanto ovunque molto minoritaria, anche una sinistra che non ha partecipato ai governi che si sono accodati alle guerre americane ed hanno lasciato carta bianca ai poteri economici. Giudicheremmo senza giustizia questa sinistra se la assimilassimo a quella di cui abbiamo fin qui parlato. Tuttavia, nonostante ogni differenza, anche questa sinistra si esprime attraverso un ceto politico professionale che non è riuscito a ripensare su nuove basi non nichilistiche la sua cultura d'origine, e che di conseguenza non sa pensare la sua prassi politica al di fuori delle istituzioni del potere, dalle quali teme come un male da evitare a tutti i costi di rimanere estromesso. Questa sinistra non ha quindi sciolto tutta una serie di residui legami con la sinistra governativa, e non ha valori così ben fondati da farle capire che la sinistra
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governativa non è neanche un po' meno cattiva e meno nociva della peggiore destra.

Il nichilismo è dunque coestensivo dell'intera sinistra. Esso rende il corpo maggioritario della sinistra così straordinariamente duttile rispetto a qualsiasi innovazione accettata dai suoi capi, e così capace di amministrarne l'esecuzione concreta, da farne l'ideale cinghia di trasmissione del totalitarismo neoliberista. Non c'è infatti schifezza così schifosa che chi appartiene al popolo della sinistra non riesca agevolemente a mandar giù, purché naturalmente provenga dalla sinistra stessa, perché se essa proviene invece dalla destra vi si oppone virtuosamente. E non c'è prassi sociale abbastanza insensata perché l'appartenente alla sinistra non sappia gestirne l'esecuzione, purché naturalmente nell'ambito di un ruolo connesso a tale appartenenza. Così, tutto ciò che il totalitarismo neoliberista genera, la sinistra agevola e fa accettare. Se ha bisogno di una giustificazione, sceglie la più imbecille, quella cioè che l'adesione alla sinistra è obbligata per scongiurare il pericolo della destra. La sinistra è così ridotta a mera appartenenza priva di ogni valore, incapace di suscitare nel suo popolo nichilista altra motivazione che quella di vincere, in una partita da cui è scomparsa ogni posta relativa all'effettivo stato della società, l'opposta appartenenza della destra.

L'innovazione nella scuola diventa ora chiara. Il totalitarismo neoliberista non può accettare una scuola ancorata alla sua specifica finalità educativa, in quanto non ammette alcun compito sociale autonomo dal meccanismo economico. Esso esige che tutte le finalità estranee alla logica aziendalistica, rispetto alla quale non sono che costi improduttivi, siano spazzate via da ogni luogo istituzionale, e quindi anche dalla scuola. Non può tuttavia ottenere questo risultato, per quanto riguarda la scuola,
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imponendolo direttamente ed esplicitamente come in altri campi, ma ha bisogno, per raggiungerlo, di una mediazione politica. Ha bisogno di una forza sufficientemente modernizzatrice da essere capace di liquidare senza rimpianto le tradizioni della scuola italiana. Ha bisogno di una forza sufficientemente nichilista da non tener conto, nel pensare la scuola, della necessità di assicurare la trasmissione di fondamentali valori cognitivi ed etici. Ha bisogno di una forza sufficientemente conquistata dalle illusioni ideologhe del nostro tempo da non esitare a inondare la scuola delle ultime novità sociali, facendone un luogo di semplice apprendimento dell'uso delle tecniche, di semplice orientamento ai consumi, di semplice acquisizione di una certa gamma di nozioni praticamente utili, senza alcuna base culturale. Ha bisogno di una forza dotata di sufficiente radicamento nel mondo accademico, nel personale burocratico, e nell'ambito stesso degli insegnanti della scuola secondaria, da poter effettivamente adattare gli istituti scolastici a nuovi modelli organizzativi e a nuovi dispositivi didattici, capaci di cancellarvi ogni carattere culturalmente disinteressato e liberamente educativo. Una simile forza corrisponde perfettamente a quello che è la sinistra.
La sinistra politica era dunque destinata, nell'attuale fase storica, a porsi al servizio del totalitarismo neoliberista anche per quanto riguarda la scuola. La scuola italiana che sta emergendo dalle innovazioni promosse da governi di sinistra, è infatti la scuola del totalitarismo neoliberista. È, cioè, una scuola da cui va progressivamente scomparendo la trasmissione di una cultura disinteressata, fondata su valori stabili ed organizzata in maniera sistematica e razionale, secondo quando richiesto da una regolazione puramente mercantile della società, per la quale non esiste se non quello che è
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immediatamente utile, continuamente modificabile, e del tutto convenzionale. È una scuola che sta gradualmente perdendo la sua fisionomia unitaria, pubblica e nazionale, sostituita dalla concorrenza reciproca, sul terreno dell'immagine, tra istituti scolastici sempre più legati ad interessi particolaristici, in conformità ad una logica totalitaria che esige dappertutto frantumazione invece che unità, concorrenza invece che organicità, immagine invece che sostanza. È una scuola in cui si vanno sempre più determinando gerarchie arbitrarie e poco sensate competizioni tra gli insegnanti, in base al modello organizzativo aziendalistico, con la sua moltiplicazione delle differenziazioni e la sua esasperazione delle rivalità, che il totalitarismo neoliberista ha già trasferito dalle aziende private agli uffici pubblici, e tende ora a trasferire anche nel sistema dell'istruzione. È una scuola orientata non più all'educazione, bensì all'acquisizione di abilità prive di finalizzazione educativa, in quanto l'educazione è un momento che trascende l'interesse economico e l'utilità immediata, e che quindi, apparendo economicamente superfluo, tende ad essere eliminato.

Non è necessario immaginare, per tutto questo, un disegno consapevole dei promotori della riforma. Bastano i loro vuoti culturali e le loro idee fasulle perché il totalitarismo neoliberista possa imporsi attraverso di loro.

* Note del curatore
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Aggiungo un collegamento ipertestuale a un intervento di Pasolini---riferimento che non è presente nello scritto di Bontempelli---perché mi sembra interessante far notare certe concordanze di vedute tra i due autori.
Bontempelli scrive, a pagina 98:
 ''[il totalitarismo neoliberista] penetra molto più profondamente nelle anime, instupidendole ed anestetizzandole spiritualmente come nessun dittatore avrebbe mai potuto fare, e diventando così totalitario al massimo grado.''

Pasolini dice, nel documentario della Rai ''La forma della città'':
Naturalmente questo brano di Pasolini andrebbe integrato da tutto il corpus delle sue riflessioni in merito alla società: Scritti Corsari, Lettere luterane, Descrizioni di descrizioni, Il volgar eloquio, Il caos, Il sogno del Centauro, e Le belle bandiere.

[2]

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