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domenica 15 giugno 2025

L’Europa fa schifo, no?

di Francesco Masala

Il primo ministro tedesco Merz è un’emanazione di Blackrock (leggi qui); il presidente francese Macron è un’emanazione di Rothschild (qui) e un grande terrorista in Africa; la prima ministra italiana Meloni, maggiordomo di Biden e Trump, erede del fascismo (qui) e (qui), e grande sostenitore della democrazia (qui), ha affidato i servizi segreti agli israeliani (qui); il primo ministro Starmer ha fatto per anni l’aguzzino di Julian Assange, e, mentre Corbyn passava per le forche caudine dell’antisemitismo, Starmer scalava il partito laburista, espellendo tutti i veri laburisti, da Jeremy Corbyn a Ken Loach, fra gli altri. Su Starmer oggetto delle minacce delle spie di Putin George Galloway si fa qualche domanda (qui).

Tutti e quattro sostengono, amano e armano il regima nazisionista, che ha una differenza col nazismo tedesco, negli anni ’40 il genocidio non era televised (citando Gil Scott-Heron).

Ma adesso finalmente il dado è tratto: tutti i servizi di comunicazione Internet e di linea fissa nella Striscia di Gaza sono stati interrotti in seguito all’attacco all’ultima linea principale in fibra ottica rimasta (qui), il genocidio continua al buio.

 

Se si pensa alle grida e alle sanzioni dell’Europa contro la Russia, che sta combattendo una guerra contro un altro esercito (quello ucronatonazi), senza compiere nessun genocidio, stona la complicità con i nazisionisti nel genocidio in Palestina.

 

La spiegazione è semplice, i quattro paesi europei hanno nel loro curriculum colonialismo, genocidi, crimini di guerra e crimini di pace, terrorismo, occupazioni, come potrebbero Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che non hanno mai fatto i conti con le loro storie ignobili, non essere sostenitori dei genocidi a Gaza, e delle occupazioni dei territori non propri? Israele è il modello per loro, è quello che avrebbero voluto essere, il loro migliore erede.

 

Ma c’è di più.

Il governo italiano ospita e cura qualche sopravvissuto del genocidio a Gaza (qui), cioè il governo italiano sostiene e arma i criminali israeliani, e poi, marketing del dolore e della compassione, italiani brava gente, a reti unificate.

 

Che ipocrisia, e che schifo!


ps: se, per ipotesi, qualcuno leggesse che il Mossad è coinvolto nell'attacco alle Torri Gemelle del 2001, e nell'assassinio di John Kennedy (che, come tutti non sanno, non voleva che Israele avesse la bomba atomica) la risposta sarebbe sempre quella: Israele ha il diritto di difendersi.

sabato 13 luglio 2024

Keir Starmer è stato uno degli aguzzini di Julian Assange, da non dimenticare mai.

 

Una vittoria disillusa per un Labour inoffensivo - Daniel Finn

Starmer prende soltanto il 33,7% dei voti. Bene gli indipendenti di sinistra e i Verdi, che hanno contestato le scelte su Gaza. Corbyn batte il suo ex partito. Ma nel paese cresce il razzismo di Nigel Farage

Quando sono arrivati i risultati delle elezioni generali britanniche, il politico laburista scozzese Jim Murphy ha fatto un’osservazione eloquente. Murphy, che nel 2015 aveva portato il Partito laburista a una pesante sconfitta in Scozia, questa volta si è rallegrato nel vedere il Partito nazionale scozzese (Snp) andare male: «Non hanno perso voti solo rispetto ai laburisti, anche rispetto ai non votanti. E in politica è molto più difficile rianimare le persone che se ne sono andate e hanno deciso di non votare».

Murphy non riusciva a nascondere la propria eccitazione al pensiero di un tale disimpegno dalla politica elettorale. Il suo partito è stato portato all’apice del potere da un’ondata di apatia. Con il 60%, l’affluenza alle urne è diminuita di oltre il 7% rispetto alle ultime elezioni del 2019. Si tratta di uno dei dati più bassi da quando la Gran Bretagna ha adottato il suffragio universale.

Il numero assoluto di voti espressi per il Labour è stato inferiore a quello del 2019. Se si tiene conto del calo dell’affluenza, Keir Starmer ha aggiunto meno del 2% ai voti ottenuti cinque anni fa. Il risultato finale del Labour, 33,7%, è stato ben al di sotto della quota media di voti del Labour sotto la leadership di Jeremy Corbyn, per non parlare del 40% ottenuto nel 2017. Eppure Starmer ha conquistato una maggioranza schiacciante di seggi alla Camera dei Comuni, grazie al crollo dei conservatori e al sistema elettorale britannico «winner-takes-all».

Come ha dichiarato l’esperto di sondaggi John Curtice: «Sembra più un’elezione persa dai conservatori che vinta dai laburisti». La quota di voti dei Tories è scesa del 20%. Nel 2019, il partito della Brexit di Nigel Farage aveva eliminato centinaia di candidati spianando la strada per la vittoria a Boris Johnson. Questa volta, il veicolo di Farage – ribattezzato Reform UK – si è prefisso di danneggiare i Tory e ha ottenuto il 14% dei voti, creando un cuneo nella loro base elettorale.

Fin dal primo giorno, questo era il risultato che Starmer e il suo team speravano di ottenere. Non avrebbero mai voluto andare al governo in mezzo a un’ondata di entusiasmo con un ambizioso programma di riforme per affrontare la sfaccettata crisi sociale della Gran Bretagna. Il loro obiettivo era quello di rendere il Labour completamente inoffensivo per tutti coloro che beneficiano di un modello economico disfunzionale.

Una grande maggioranza di seggi dopo una campagna elettorale sottotono e con un tasso di astensione del 40% è, dal loro punto di vista, una situazione abbastanza ideale. Ma non sarà certamente il trampolino di lancio per un governo riformatore. Sebbene i conservatori si meritino ampiamente il loro momento di umiliazione dopo aver preso a colpi di motosega i servizi pubblici britannici negli ultimi quattordici anni, la nuova amministrazione ha tutta l’intenzione di mantenere al potere la loro eredità distruttiva.

Risultati promettenti

Per coloro che vogliono qualcosa di più di un cambio di personale ai vertici, ci sono stati diversi risultati promettenti. Dopo essere stato cacciato da Starmer dal Partito laburista, Jeremy Corbyn ha mantenuto il suo seggio nel nord di Londra come indipendente. Un sondaggio condotto poco prima delle elezioni suggeriva che Corbyn fosse destinato alla sconfitta per mano del candidato laburista, un imprenditore del settore sanitario privato di nome Praful Nargund. Alla fine, però, ha battuto Nargund con una mobilitazione di sostenitori che ha ricordato l’uso della propaganda di massa da parte dei laburisti nel 2017.

Corbyn sarà affiancato alla Camera dei Comuni da altri quattro indipendenti che hanno preso i seggi dai laburisti dopo aver condotto campagne contro il sostegno di Starmer ai crimini di guerra israeliani a Gaza. Molti altri indipendenti filo-palestinesi hanno sfiorato la vittoria, tra cui Leane Mohamad, a cui sono mancati appena cinquecento voti per scalzare il segretario ombra alla Sanità del Labour, Wes Streeting. Sarebbe stato un grande risultato per Mohamad mettere fuori gioco Streeting, una figura autoreferenziale e ambigua che ha manifestato il desiderio di accelerare la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma in ogni caso dovrebbe essere orgogliosa della propria performance.

Lo stesso Starmer ha dovuto affrontare una sfida nel suo collegio elettorale di Londra da parte dell’attivista contro la guerra Andrew Feinstein. Feinstein, sbucato dal nulla, ha ottenuto un buon 19% dei voti, mentre Starmer è calato drasticamente, pur senza rischiare il seggio. Il Partito Verde, che si è opposto con forza all’attacco a Gaza, ha ottenuto quasi il 7% dei voti complessivi e ha conquistato quattro seggi, la migliore performance della sua storia.

Il voto per i candidati anti-guerra e verdi suggerisce il potenziale di un movimento di sinistra che combina un programma di riforme interne, sia sociali che ecologiche, con una politica estera basata sulla pace, sui diritti umani e sulla giustizia climatica. Sapevamo già dal periodo in cui Corbyn è stato leader laburista che c’era un ampio sostegno a queste idee nella società britannica. Ora sappiamo che è possibile ottenere un sostegno politico al di fuori del Partito laburista, nonostante il sistema elettorale britannico con le sue barriere all’ingresso per i gruppi più piccoli.

Un’ascesa resistibile

D’altra parte, il Labour ha ripreso la maggior parte dei suoi seggi scozzesi dall’Snp, che era stato lo sfidante più efficace nell’ultimo decennio. L’Snp ha conquistato quei seggi per la prima volta nel 2015 con una piattaforma che evidenziava la sua opposizione all’austerità e alle armi nucleari. Tuttavia, dopo essersi posizionata con tanto successo a sinistra dei laburisti, la leader dell’Snp Nicola Sturgeon ha iniziato a spostarsi verso il centro sia in termini di politica che di stile politico, soprattutto dopo il referendum sulla Brexit del 2016.

Possiamo far risalire le origini dell’attuale crisi dell’Snp al periodo in cui la Sturgeon era leader, anche se alla fine i nodi sono venuti al pettine dopo che Humza Yousaf prima e John Swinney poi hanno assunto la guida del partito. I laburisti la prenderanno senza dubbio come una prova che la causa più ampia dell’indipendenza scozzese si è esaurita e che le cose possono tornare come erano prima del referendum del 2014. In linea di principio, questo atteggiamento compiacente dovrebbe offrire all’Snp l’opportunità di riconquistare il sostegno dei laburisti in vista delle prossime elezioni del Parlamento scozzese nel 2026, anche se la capacità del partito di rinnovarsi dopo un lungo periodo di istituzionalizzazione è molto in dubbio.

La quota di voti per il Reform UK di Nigel Farage non è stata molto più alta del risultato ottenuto dal Partito per l’Indipendenza del Regno Unito nel 2015, ma questa volta il partito ha conquistato quattro seggi, tra cui uno per Farage, e ha ottenuto una serie di secondi posti. La performance di Reform dovrebbe smentire l’idea che si possa insidiare il sostegno ai partiti anti-immigrati abbracciando le loro idee.

I due partiti principali hanno adottato la posizione di Farage del 2015 sull’immigrazione e hanno gestito la campagna elettorale promettendo di aumentare le deportazioni. Il loro unico risultato è stato quello di legittimare la retorica di Farage e dei suoi alleati. Ora che hanno una piattaforma a Westminster, i parlamentari di Reform faranno tutto il possibile per indicare immigrati e rifugiati come capro espiatorio per i problemi sociali che il governo Starmer lascerà incancrenire.

Ciò non significa che ci riusciranno. Starmer diventa primo ministro con una grande maggioranza di seggi, ma si trova di fronte a una sfida a sinistra che non esisteva quando Tony Blair salì al potere nel 1997. Ci vollero diversi anni e tre elezioni perché il malcontento nei confronti del New Labour raggiungesse un livello simile. Non c’è motivo per cui la destra estrema debba avere il monopolio dell’opposizione allo starmerismo, se le forze della sinistra britannica sapranno trarre le giuste lezioni dall’esperienza dell’ultimo decennio.

*Daniel Finn è redattore di Jacobin. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the Ira (Verso, 2019). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

 

UK: IL “LABURISTA” È STATO SCELTO DA BLACROCK - G.Zibordi 

E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017 culminato alla fine oggi con il Labour pro finanza e sionista che stravince, ma con pochi voti. Prima hanno purgato il partito laburista di Jeremy Corbin, che hanno cacciato e hanno rifatto il partito laburista per Blackrock, la finanza della City e la lobby sionista. Poi hanno inserito Sunak nei Conservatori per demolire il partito, dividere l’elettorato in 6 gruppi e così far vincere il nuovo “Labour” della finanza e sionista. In questo modo hanno installato ora il partito immigrazionista più spinto, più trans-gay ecc.. e però anche fedele al 100% alla finanza e Blackrock.

Qui sembra che nessuno sappia niente di cosa è successo in UK negli ultimi anni

In #Uk, il #Labour di Keir #Starmer, appoggiato pubblicamente da #Blackrock dall’inizio https://independent.co.uk/news/uk/politics/labour-starmer-blackrock-support-fink-b2432113.html , con il 34% dei voti ha avuto 410 seggi su 650. Ma ha preso molti meno voti del Labour “autentico” di Jeremy Corbin nel 2017. Jeremy #Corbin fu cacciato dal partito, dicendo che con lui “non si vinceva” e orchestrando accuse di “antizemitizmo” https://firstpost.com/world/2024-uk-general-elections-jeremy-corbyn-antisemitism-hamas-labour-party-independent-candidate-13789549.html(perché criticava Israele sui palestinesi) con le quali accuse centinaia di militanti importanti sono stati purgati dal partito.

Corbin era temuto da Blackrock e dalla City della finanza di Londra, era un socialista, antisionista e prendeva più voti di Starmer. Dopo aver installato Starmer (accusandolo Corbin di anti-semitismo e cacciandolo dal partito), allora quello che allora hanno fatto è stato bruciare nel partito conservatore Liz #Truss, la nuova leader Conservatore dopo Boris Johnson, che cercava di spendere ed era relativamente popolare.

La Bank of England nel settembre 2022 allora quello che aveva fatto la BCE con Berlusconi nel 2011: appena la Truss ha presentato la manovra di bilancio ha creato un crac dei titoli di stato inglesi facendo dimettere Liz Truss Al suo psto hanno messo un indiano, sposato ad una miliardaria indiana, trader di hedge fund assolutamente impopolare nella base dei conservatori come Sunak. ù

In questo modo #Sunak, che oltre odioso è anche incapace, in due anni ha distrutto i conservatori anche perchè è un incapace, un giovane maraja indiano nato nella ricchezza Questo ha consentito a Keir #Starmer e il suo Labour versione sionista e pro-finanza di prendere ora 410 seggi su 650 con solo il 34% dei voti, una percentuale con cui si perdeva l’elezione una volta

Perchè il sistema inglese è assurdo, se ci sono 5 partiti e uno prendendo solo il 34% risulta però primo in 3/4 delle circoscrizioni prende i 3/4 dei seggi. L’importate è frazionare gli altri voti tra: partito autonomistra scozzese, liberal-democratici, Reform di Farrage, Conservatori e candidati laburisti indipendenti.

In mezzo a questi 6 partiti, il Labour “finto” di Starmer risulta primo in 3/4 dei distretti e prende 410 seggi su 650 E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017, prima per purgare il partito laburista e rifarlo per Blackrock e la loggy sionista, poi demolire i Conservatori, dividere l’elettorato in 6 gruppi e installare ora il partito immigrazionista più spinto e però anche della finanza Il Labour di Starmer, purgato degli elementi autentici come Corbin, è un partito terribile perchè è “woke” al massimo, pro-trans/gay-lesbian ecc. e immigrazionista al massimo, più dei conservatori, che pure sono stati un disastro per l’immigrazione. In più è sionista e pro-finanza come loro E’ stato un colpo di stato, graduale, orchestrato dal 2017 dopo che i laburisti rischiavano di essere guidati da uno che se non altro era sincero e popolare come Corbin.

da qui

giovedì 19 ottobre 2023

Perché i nostri movimenti di massa popolari falliscono - Chris Hedges


Dal 2010 fino alla pandemia globale del 2020 ci sono stati dieci anni di rivolte popolari. Queste rivolte hanno scosso le fondamenta dell’ordine globale. Hanno denunciato la dominazione delle corporation, i tagli delle politiche di austerità e chiesto giustizia economica e diritti civili. Ci sono state proteste a livello nazionale negli Stati Uniti incentrate sugli accampamenti Occupy durate 59 giorni. Ci sono state sollevazioni popolari in Grecia, Spagna, Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Siria, Libia, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Cile, la Rivoluzione delle candele della Corea del  Sud. Politici screditati furono cacciati dalle loro cariche in Grecia, Spagna, Ucraina, Corea del Sud, Egitto, Cile e Tunisia. Le riforme, o almeno la loro promessa, ha dominato il discorso pubblico. Sembrava annunciare una nuova era.

Poi la reazione negativa. Le aspirazioni dei movimenti popolari furono schiacciate. Il controllo statale e la disuguaglianza sociale si espansero. Non c'è stato alcun cambiamento significativo. Nella maggior parte dei casi le cose sono peggiorate. L’estrema destra è emersa trionfante.

Quello che è successo? In che modo un decennio di proteste di massa che sembravano annunciare l’apertura democratica, la fine della repressione statale, l’indebolimento del dominio delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie e un’era di libertà si sono trasformati in un ignominioso fallimento? Che cosa è andato storto? Come hanno fatto gli odiati banchieri e politici a mantenere o riprendere il controllo? Quali sono gli strumenti efficaci per liberarci dal dominio aziendale?

Vincent Bevins nel suo nuovo libro “If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” racconta come abbiamo fallito su diversi fronti.

I “tecno-ottimisti” che predicavano che i nuovi media digitali fossero una forza rivoluzionaria e democratizzante non prevedevano che governi autoritari, aziende e servizi di sicurezza interna avrebbero potuto sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza all’ingrosso, censura e veicoli di propaganda e disinformazione. Le piattaforme di social media che hanno reso possibili le proteste popolari si sono rivolte contro di noi.

Molti movimenti di massa, poiché non sono riusciti a implementare strutture organizzative gerarchiche, disciplinate e coerenti, non sono stati in grado di difendersi. Nei pochi casi in cui i movimenti organizzati hanno raggiunto il potere, come in Grecia e in Honduras, i finanzieri e le multinazionali internazionali hanno cospirato per riconquistare spietatamente il potere. Nella maggior parte dei casi, la classe dominante ha rapidamente riempito i vuoti di potere creati da queste proteste. Hanno offerto nuovi marchi per riconfezionare il vecchio sistema. Questo è il motivo per cui è stata nominata la campagna di Obama del 2008 ‘Venditore dell'anno’ secondo Advertising Age. Ha ottenuto il voto di centinaia di operatori di marketing, capi di agenzie e fornitori di servizi di marketing riuniti alla conferenza annuale dell'Association of National Advertisers. Ha battuto i secondi classificati Apple e Zappos.com. I professionisti lo sapevano. Il marchio Obama era il sogno di ogni operatore di marketing.

Troppo spesso le proteste somigliavano a flash mob, con persone che si riversavano negli spazi pubblici creando uno spettacolo mediatico, invece di impegnarsi in uno sconvolgimento sostenuto, organizzato e prolungato del potere. Guy Debord  coglie l’inutilità di questi spettacoli/proteste nel suo libro “ La società dello spettacolo”, sottolineando che l’età dello spettacolo significa che coloro che sono estasiati dalle sue immagini sono “modellati secondo le sue leggi”. Anarchici e antifascisti, come quelli del black bloc, spesso rompevano finestre, lanciavano sassi contro la polizia e ribaltavano o bruciavano automobili. Atti casuali di violenza, saccheggi e vandalismo erano giustificati nel gergo del movimento, come componenti di un’insurrezione “feroce” o “spontanea”. Questo “riot porno” ha deliziato i media, molti di coloro che vi si sono impegnati e, non a caso, la classe dirigente che lo ha utilizzato per giustificare ulteriori repressioni e demonizzare i movimenti di protesta. L’assenza di una teoria politica ha portato gli attivisti a utilizzare la cultura popolare, come il film “V per Vendetta”, come punti di riferimento. Gli strumenti molto più efficaci e paralizzanti delle campagne educative di base, degli scioperi e dei boicottaggi sono stati spesso ignorati o messi da parte.

Come aveva capito Karl Marx, “coloro che non possono rappresentare se stessi saranno rappresentati”.

“If We Burn : The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” è un’analisi brillante e magistralmente raccontata dell’ascesa dei movimenti popolari globali, degli errori autodistruttivi che hanno commesso, delle strategie che le élite aziendali e dominanti hanno impiegato per mantenere il potere e schiacciare le aspirazioni di una popolazione frustrata, nonché un’esplorazione delle tattiche che i movimenti popolari devono impiegare per reagire con successo.

“Nel decennio delle proteste di massa, le esplosioni nelle strade crearono situazioni rivoluzionarie, spesso per caso”, scrive Bevins. “Ma una protesta è molto poco attrezzata per trarre vantaggio da una situazione rivoluzionaria, e quel particolare tipo di protesta è particolarmente dannoso”.

Gli attivisti esperti intervistati da Bevins fanno eco a questo punto.

“Organizzarsi”, dice a Bevin nel libro Hossam Bahgat, l’attivista egiziano per i diritti umani. “Creare un movimento organizzato. E non abbiate paura della rappresentanza. Pensavamo che la rappresentanza fosse elitarismo, ma in realtà è l’essenza della democrazia”.

Artem Tidva, esponente della sinistra ucraina, è d'accordo.

“Una volta ero più anarchico”, dice Tidva nel libro. “Allora tutti volevano fare un’assemblea; ogni volta che c'era una protesta, sempre un'assemblea. Ma penso che qualsiasi rivoluzione senza un partito laburista organizzato non farà altro che dare più potere alle élite economiche, che sono già molto ben organizzate”.

Lo scrive lo storico Crane Brinton nel suo libro “The Anatomy of Revolution”  che le rivoluzioni hanno precondizioni riconoscibili. Cita il malcontento che colpisce quasi tutte le classi sociali, sentimenti diffusi di intrappolamento e disperazione, aspettative non soddisfatte, una solidarietà unitaria in opposizione a una ristretta élite di potere, un rifiuto da parte di studiosi e pensatori di continuare a difendere le azioni della classe dominante, un’incapacità del governo per rispondere ai bisogni primari dei cittadini, una costante perdita di volontà all’interno della stessa élite al potere e defezioni dalla cerchia ristretta, un isolamento paralizzante che lascia l’élite al potere senza alleati o sostegno esterno e, infine, una crisi finanziaria. Le rivoluzioni iniziano sempre, scrive, avanzando richieste impossibili che, se il governo soddisfacesse, significherebbe la fine delle vecchie configurazioni di potere. Ma, cosa ancora più importante, i regimi dispotici crollano sempre prima a livello interno.

Ma queste forme di controllo interno durante il decennio delle proteste raramente vacillarono. Possono, come in Egitto, rivoltarsi contro le figure di spicco del vecchio regime, ma hanno anche lavorato per indebolire i movimenti popolari e i leader populisti. Hanno sabotato gli sforzi volti a strappare il potere alle multinazionali e agli oligarchi. Hanno impedito o rimosso i populisti dalle cariche. La feroce campagna condotta contro Jeremy Corbyn e i suoi sostenitori quando era alla guida del partito laburista durante le elezioni generali britanniche del 2017 e del 2019, ad esempio, è stata orchestrata da membri del suo stesso partito,  aziende,  opposizione conservatrice, commentatori famosi, una  stampa mainstream  che  amplificato le  calunnie e la diffamazione , dei membri dell'esercito  britannico e dei servizi di sicurezza nazionali. Sir Richard Dearlove, ex capo dell’MI6, il servizio segreto di intelligence britannico, ha pubblicamente avvertì  che il leader laburista rappresenta un “pericolo attuale per il nostro Paese”.

Organizzazioni politiche disciplinate non sono, di per sé, sufficienti, come ha dimostrato il governo greco di sinistra Syriza. Se la leadership di un partito anti-establishment non è disposta a liberarsi dalle strutture di potere esistenti, verrà cooptata o schiacciata quando le sue richieste verranno respinte dai centri di potere regnanti.

Nel 2015, “la leadership di Syriza era convinta che se avesse rifiutato un nuovo piano di salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte ai disordini finanziari e politici generalizzati”, Costas Lapavitsas, ex deputato di Syriza e professore di economia alla School of Oriental and Studi africani, Università di Londra,  osservò nel 2016.

“I critici ben intenzionati hanno ripetutamente sottolineato che l’euro ha un rigido insieme di istituzioni con una propria logica interna che semplicemente respingerebbero le richieste di abbandonare l’austerità e cancellare il debito”, ha spiegato Lapivistas. “Inoltre, la Banca Centrale Europea era pronta a limitare la fornitura di liquidità alle banche greche, soffocando l’economia – e con essa il governo Syriza”. 

Questo è esattamente quello che è successo. 

“Le condizioni nel paese sono diventate sempre più disperate man mano che il governo ha assorbito le riserve di liquidità, le banche si sono prosciugate e l’economia si è ripresa a malapena”, ha scritto Lapivistas. “Syriza è il primo esempio di un governo di sinistra che non semplicemente ha mancato di mantenere le sue promesse, ma ha anche adottato in blocco il programma dell’opposizione”.

Non essendo riuscita a ottenere alcun compromesso dalla Troika – Banca Centrale Europea, Commissione Europea e FMI – Syriza “ha adottato una dura politica di surplus di bilancio, ha aumentato le tasse e ha svenduto le banche greche a fondi speculativi, ha privatizzato aeroporti e porti, e sta per tagliare drasticamente pensioni. Il nuovo piano di salvataggio ha condannato una Grecia impantanata nella recessione al declino a lungo termine poiché le prospettive di crescita sono scarse, i giovani istruiti stanno emigrando e il debito nazionale pesa”, ha scritto.

“Syriza ha fallito non perché l’austerità sia invincibile, né perché un cambiamento radicale sia impossibile, ma perché, disastrosamente, non è stata disposta e impreparata a lanciare una sfida diretta all’euro”, ha osservato Lapavitsas. “Il cambiamento radicale e l’abbandono dell’austerità in Europa richiedono un confronto diretto con l’unione monetaria stessa”. 

Il sociologo iraniano-americano  Asef Bayat, che secondo Bevins ha vissuto sia la rivoluzione iraniana del 1979 a Teheran che la rivolta del 2011 in  Egitto, distingue tra condizioni soggettive e oggettive per le rivolte della primavera araba scoppiate nel 2010. I manifestanti potrebbero essersi opposti al movimento neoliberista politiche, ma sono anche state modellate, sostiene, dalla “soggettività” neoliberista.

“Le rivoluzioni arabe mancavano del tipo di radicalismo – nella prospettiva politica ed economica – che ha caratterizzato la maggior parte delle altre rivoluzioni del ventesimo secolo”,  scrive Bayat  nel suo libro “Rivoluzione senza rivoluzionari: dare un senso alla primavera araba”. “A differenza delle rivoluzioni degli anni ’70 che sposavano un potente impulso socialista, antimperialista, anticapitalista e di giustizia sociale, i rivoluzionari arabi erano più preoccupati dalle questioni generali dei diritti umani, della responsabilità politica e della riforma legale. Le voci prevalenti, sia laiche che islamiste, davano per scontati il libero mercato, i rapporti di proprietà e la razionalità neoliberista – una visione del mondo acritica che avrebbe prestato solo un’adesione formale alle autentiche preoccupazioni delle masse per la giustizia sociale e la distribuzione.

Come scrive Bevins, “una generazione di individui cresciuti per vedere tutto come se fosse un’impresa commerciale si è de-radicalizzata, è arrivata a considerare questo ordine globale come ‘naturale’ ed è diventata incapace di immaginare cosa serva per realizzare una vera rivoluzione”.

Steve Jobs, l'amministratore delegato di Apple, è morto nell'ottobre 2011 durante l'accampamento Occupy a Zuccotti Park.

Le rivolte popolari, scrive Bevins, “hanno fatto un ottimo lavoro nel creare buchi nelle strutture sociali e creare vuoti politici”. Ma i vuoti di potere in Egitto furono rapidamente riempiti dai militari. In Bahrein, dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e a Kiev, da un “insieme diverso di oligarchi e nazionalisti militanti ben organizzati”. In Turchia è stato infine ricoperto da Recep Tayyip Erdogan. A Hong Kong era Pechino.

“La protesta di massa strutturata orizzontalmente, coordinata digitalmente e senza leader è fondamentalmente illeggibile”, scrive Bevins. “Non puoi fissarlo o fargli domande e trovare un’interpretazione coerente basata sull’evidenza. Puoi mettere insieme fatti, assolutamente: milioni. Semplicemente non sarai in grado di usarli per costruire una lettura autorevole. Ciò significa che il significato di questi eventi verrà loro imposto dall’esterno. Per capire cosa potrebbe accadere dopo ogni esplosione di protesta, non bisogna prestare attenzione solo a chi sta aspettando dietro le quinte per riempire un vuoto di potere. Bisogna prestare attenzione a chi ha il potere di definire la rivolta stessa”.

In breve, dobbiamo contrapporre il potere organizzato al potere organizzato. Questa è una verità che tattici rivoluzionari come Vladimir Lenin, che considerava controproducente la violenza anarchica , capirono. La mancanza di strutture gerarchiche nei recenti movimenti di massa, fatta per prevenire un culto della leadership e assicurarsi che tutte le voci siano ascoltate, pur essendo nobili nelle sue aspirazioni, rende i movimenti facili prede. Quando, ad esempio, Zuccotti Park contava centinaia di persone che partecipavano alle Assemblee Generali, la diffusione di voci e opinioni significava paralisi. 

“Senza una teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”,  scrive Lenin.

Le rivoluzioni richiedono organizzatori esperti, autodisciplina, una visione ideologica alternativa, arte e educazione rivoluzionarie. Richiedono interruzioni prolungate del potere e, soprattutto, di leader che rappresentino il movimento. Le rivoluzioni sono progetti lunghi e difficili che richiedono anni per essere realizzati, corrodendo lentamente e spesso impercettibilmente le fondamenta del potere. Le rivoluzioni di successo  del passato, insieme ai loro teorici, dovrebbero essere la nostra guida, non le immagini effimere che ci incantano sui mass media. 

da qui

mercoledì 1 marzo 2023

“Labour”: guerra alla sinistra - Michele Paris

Il leader laburista britannico, Keir Starmer, ha cacciato di fatto dal partito il suo predecessore e, virtualmente il politico più popolare della sinistra d’oltremanica, Jeremy Corbyn. La decisione rappresenta la logica conseguenza di una penosa involuzione del “Labour” dopo che la leadership dello stesso Corbyn aveva fatto intravedere, sia pure per un periodo molto breve, una possibile svolta progressista dello storico partito britannico.

La deriva destrorsa dei laburisti è stata a tutti gli effetti ammessa da Starmer nel discorso con cui questa settimana ha liquidato Corbyn. Starmer ha affermato che “il Partito Laburista odierno non è più quello del 2019 [sotto la guida di Corbyn] e non tornerà mai più indietro”. In altre parole, il “Labour” ha operato una svolta definitiva verso destra, liberandosi di tutti i residui di progressismo che ancora lo caratterizzavano, quanto meno all’interno della propria leadership.

Rivolgendosi direttamente all’ex numero uno e ai suoi alleati, Starmer ha aggiunto: “Se non vi piace [questa nuova realtà]; se non vi piacciono i cambiamenti che abbiamo fatto, la porta è aperta e potete andarvene”.

La resa dei conti tra i laburisti è stata possibile, almeno a livello formale, grazie alla colossale caccia alle streghe contro la sinistra del partito in base all’accusa, interamente fabbricata, di anti-semitismo. Ovvero una campagna ferocissima condotto contro membri del partito di qualsiasi livello che, come Corbyn, hanno espresso nel corso degli anni anche una minima critica nei confronti di Israele o un qualche sostegno alla causa palestinese.

Un’indagine altamente politicizzata della commissione britannica per l’Uguaglianza e i Diritti Umani era stata avviata nel 2020 ed aveva appunto accertato l’esistenza del problema dell’antisemitismo nel partito, favorito anche dall’atteggiamento troppo permissivo dei suoi vertici, ovviamente nel periodo in cui Corbyn ne era il segretario. La commissione aveva indicato una serie di provvedimenti da adottare per risolvere il presunto problema e proprio questa settimana ha stabilito che la leadership laburista ha fatto a sufficienza per mettere fine alla sorta di periodo di supervisione che durava da oltre due anni.

Starmer ha dunque stabilito che Jeremy Corbyn non sarà candidato dal Partito Laburista nelle prossime elezioni parlamentari in Gran Bretagna. L’ex leader, da parte sua, ha emesso un comunicato per condannare il provvedimento nei suoi confronti, lasciando intendere che potrebbe essere presentato un qualche ricorso nel prossimo futuro. Corbyn era già stato rimosso dal gruppo parlamentare laburista nell’ottobre del 2020 sempre per il suo atteggiamento ritenuto troppo permissivo nei confronti della “piaga” dell’anti-semitismo nel partito.

Nel suo intervento pubblico, Starmer ha spiegato le differenze tra il suo partito e quello di Corbyn. Quello attuale non sarebbe più il partito del “dogmatismo”, ma del “patriottismo”, non più un partito “di protesta”, ma “del servizio pubblico”. Inoltre, nonostante la dedizione assoluta di Starmer e la sua leadership ai poteri forti, agli Stati Uniti e alla NATO, a suo dire il “Labour” non sarà “mai più ostaggio di interessi particolari”.

La campagna che Starmer ha fatto propria fin dall’inizio del suo mandato nella primavera del 2020 è sostanzialmente un affare dei vertici del Partito Laburista e trova poco seguito tra gli iscritti. Tant’è vero che dalla sua elezione alla guida del partito, i laburisti hanno perso almeno 140 mila tesserati. Questa emorragia era seguita all’impennata dell’entusiasmo per il successo a valanga di Corbyn nel 2015. Contro la sua leadership era però subito iniziata una campagna di boicottaggio promossa dall’ala “blairita” del partito, culminata nel tracollo elettorale del 2019.

Corbyn non aveva peraltro mai rivolto nessun appello alla base del partito per combattere seriamente la destra del “Labour”. Al contrario, la sua strategia mirava a un compromesso con gli oppositori interni, ma le continue concessioni per allentare la pressione erano sfociate in attacchi ancora sempre più feroci. Dopo l’arrivo di Starmer alla segreteria, l’offensiva contro la sinistra interna non si è fermata e svariati esponenti del partito sono stati espulsi con la solita assurda accusa di anti-semitismo.

I parlamentari più vicini a Corbyn si sono nel frattempo in buona parte piegati alla linea di Starmer e, dopo una spaccatura del gruppo “socialista”, si è verificato un sostanziale allineamento alle posizione ultra-atlantiste della leadership in seguito all’esplosione del conflitto in Ucraina nel febbraio dello scorso anno. Nonostante la sua storia di militante pacifista e anti-NATO, Corbyn non ha mai rinunciato a cercare la riammissione in un partito spostatosi nettamente a destra, né ha mostrato interesse a promuovere un movimento alternativo malgrado il seguito che aveva raccolto ai tempi del suo mandato alla guida del “Labour”.

L’attitudine complessiva nei confronti della vicenda Corbyn degli ambienti generalmente riconducibili alla sinistra del Partito Laburista è stata in definitiva scoraggiante nei giorni scorsi. Il clima soffocante aggravatosi dall’inizio delle operazioni militari russe ha finito per estinguere quasi del tutto l’opposizione alla leadership di Starmer e al pensiero unico pro-NATO. Ciò che prevale sono per lo più sterili appelli all’unità del partito che fanno emergere opportunismo e disfattismo politico, nel tentativo di accreditare il “Labour”, agli occhi dei poteri forti in Gran Bretagna e a Washington, come forza di governo “responsabile” votata, né più né meno dei conservatori, all’austerity e al militarismo.

da qui


ps (mio): chi ha letto Il potere segreto, di Stefania Maurizi, sa che a Londra l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, innocente, probabilmente Keir Starmer era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che è diventato segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

giovedì 29 settembre 2022

Sullo scandalo dell'antisemitismo nel Labour: "C'è stata una manipolazione politica" - David Hearst


Geoffrey Bindman è uno dei più illustri avvocati britannici nel campo dei diritti umani; è egli stesso ebreo e ha vissuto in prima persona l'esperienza dell'antisemitismo; è stato per tutta la vita membro del Partito Laburista ed è amico dei due principali protagonisti di questa battaglia, l'ex leader Jeremy Corbyn e il suo successore Keir Starmer, che tanto ha fatto per contrapporsi all’ex leader.

La caccia alle streghe    Le denunce di antisemitismo contro militanti del partito si stanno ancora moltiplicando. Sebbene ciò sia avvenuto già prima che Starmer assumesse la carica di leader, le accuse sono rivolte ai militanti ebrei che criticano Israele, molti dei quali sono membri di Jewish Voice for Labour (JVL), di cui Bindman stesso è membro. JVL è a conoscenza di 54 militanti ebrei sottoposti a procedimenti disciplinari in relazione ad accuse di antisemitismo. Di questi, 47 sono membri effettivi della JVL. Tutti gli 11 membri del comitato esecutivo della JVL hanno dovuto affrontare azioni disciplinari, nove delle quali in risposta ad accuse di antisemitismo. Come ha osservato il cancelliere ombra di Corbyn, John McDonnell, in una lettera a Starmer e a David Evans, segretario generale del Labour, essere un membro della JVL significa avere 35 volte più probabilità di essere accusato di antisemitismo rispetto a qualsiasi altro membro del partito. Sette sono stati espulsi, uno reintegrato. Quattordici sono stati autoesclusi a causa dell'appartenenza a "Labour Against the Witchhunt" (Laburisti contro la caccia alle streghe), un'organizzazione che si batte contro quelle che sostiene essere accuse di antisemitismo politicamente motivate e che è stata proscritta dal partito l'anno scorso. Alcuni sono stati "sospesi in modo punitivo" e altri hanno ricevuto un "richiamo alla condotta".

Per Bindman, l'intero processo, in particolare il deferimento del partito davanti alla Commissione per l'Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC=Equality and Human Rights Commission),   la quale ha poi  riscontrato una violazione della legge sull’Uguaglianza (1) da parte del Labour di Corbyn, è stato gestito in modo tendenzioso.

"C'erano buone ragioni per mettere in discussione le procedure del partito per la gestione delle denunce di discriminazione razziale, compreso l'antisemitismo, e il partito ha giustamente provveduto a cambiarle. Ma non c'erano prove concrete che il partito stesso avesse violato la Legge sull'Uguaglianza", spiega a Middle East Eye.   "La cosa peggiore è che il partito ha preso tutto con filosofia. Violare la legge è una cosa seria. Hanno accettato il giudizio quando avrebbero dovuto invece respingerlo".

Ma andiamo per ordine: che cos'è l'antisemitismo secondo Bindman?   La definizione di Bindman è come quella del dizionario Oxford: "ostilità o pregiudizio contro gli ebrei in quanto ebrei".  "Per me è questo. Purtroppo, nella nozione di antisemitismo si è insinuata l'idea di ostilità nei confronti dello Stato di Israele, che credo sia stata introdotta in modo piuttosto cinico da persone che sostengono fortemente Israele, compreso lo stesso governo israeliano, allo scopo di reprimere le critiche alle politiche di Israele riguardo al trattamento dei palestinesi".

Bindman non ha solo studiato l'antisemitismo per tutta la vita. Lo ha sperimentato. Quando andava a scuola nel nord-est della Gran Bretagna,(anni ‘50, NdR) l'antisemitismo era moneta corrente. Si dava per scontato che gli ebrei fossero una minoranza culturale, generalmente da disapprovare. "Eravamo trattati con sospetto e con una certa dose di paura".  Durante la sua infanzia, Bindman fece parte della comunità ebraica: il nonno era ministro della sinagoga e lui seguì una formazione intensiva per il suo Bar Mitzvah. A scuola, nella Royal Grammar School di Newcastle, i ragazzi ebrei non andavano a pregare, ma avevano una stanza separata per il loro culto.

La emarginazione Bindman la avvertì quando iniziò a muovere i primi passi come avvocato, fine anni ‘50. Aveva conosciuto un socio anziano di un importante studio legale di Newcastle, che accolse a braccia aperte il promettente laureato di Oxford. Lo convinse a rinunciare al tirocinio presso l'Ordine degli Avvocati per diventare subito avvocato nel suo studio.  A settembre, quando avrebbe dovuto iniziare, lo zio di Bindman, anch'egli avvocato, gli chiese: "Lo sa che sei ebreo?". A Bindman, la cui famiglia era molto conosciuta a livello locale, non era venuto in mente di pensarci. “Così, mentre uscivo dall'ufficio dopo una chiacchierata preliminare con il mio nuovo capo, gli ho detto: "Lei sa che sono ebreo, vero?". E lui rispose, e ricordo le sue parole: 'Certo che lo sapevo. Ma visto che ne ha parlato, forse dovrei mettere in chiaro una cosa: lei non potrà mai diventare socio di questo studio". Me ne andai e non lo vidi mai più". 

"Ho studiato molto l'antisemitismo. Oggi ne abbiamo pochissimo, se ci atteniamo a come lo definisce la legge. Tutte le barriere, le restrizioni formali, gli studi che escludevano del tutto gli ebrei, e ce n'erano diversi, sono scomparsi. Da allora, nella mia vita quotidiana ho incontrato raramente gravi episodi di antisemitismo. Ma sono molto sensibile ai segni sottili, come le espressioni facciali di disapprovazione, che interpreto come antisemiti".

Bindman ha avuto una storia lunga nel Partito Laburista, come consigliere, vice leader del consiglio di Camden e presidente della Society of Labour Lawyers (Associazione degli Avvocati Laburisti). Ha assistito diverse figure di spicco del partito, anche se non Corbyn. "Ho avuto uno stretto coinvolgimento con il Partito Laburista per molti anni e posso dire di non aver mai avvertito l'antisemitismo tra i compagni di partito o nelle riunioni laburiste". Non è il solo a esprimere questo giudizio.

L'idea che un ebreo sia antisemita è, nelle sue parole, "piuttosto difficile da digerire". Bindman non nega che l'antisemitismo esista nel partito, come ovunque, ma concorda con la valutazione di Corbyn in risposta al rapporto dell'EHCR, e cioè che in tale rapporto il problema dell'antisemitismo era stato esagerato - una valutazione che ha determinato l'espulsione di Corbyn dal gruppo parlamentare laburista. "Egli riteneva che il problema fosse stato ingigantito all'interno del Partito Laburista. Non ha detto che l'antisemitismo in sé non fosse molto importante, ma ha detto che non era così diffuso come era stato detto e su questo ha assolutamente ragione.  "Si possono esaminare tutte le statistiche e gli studi che sono stati fatti. Se si guardano i fatti, non si può giustificare ciò che Keir Starmer ha detto o fatto, a meno che non li abbia usati come pretesto. Una strategia politica. Questo è tutto ciò che posso dire".

Jeremy non è antisemita  Per quanto riguarda Corbyn, Bindman è categorico nel suo giudizio: "Jeremy non è antisemita".  Bindman si rimette a Geoffrey Alderman, nel suo ricordo del sostegno di Corbyn alla comunità ebraica nel suo collegio elettorale.  "Nel 1987 la Sinagoga di West London si rivolse al Consiglio di Islington con una proposta sorprendente: vendere il suo cimitero originario a dei promotori immobiliari, distruggendo le lapidi e scavando e seppellendo nuovamente i corpi che giacevano sotto di esse", ha scritto Alderman sullo Spectator. Questo cimitero (risalente al 1840) non era solo di grande interesse storico e architettonico: secondo gli ebrei ortodossi, la distruzione deliberata di un cimitero è sacrilega". Così, quando il Consiglio di Islington accolse la domanda di costruzione, fu lanciata una campagna guidata dagli ebrei della zona, che alla fine ebbe successo, per far revocare la decisione. Io partecipai a questa campagna. E Jeremy Corbyn pure.   "A quel tempo, l'allora Presidente del Consiglio di Islington (1982-92), la cui decisione di permettere la distruzione del cimitero fu alla fine annullata, era nientemeno che Margaret Hodge (1) (anche se non è chiaro se fosse personalmente a favore della proposta)".

Corbyn non ha mai usato questo e molti altri atti compiuti a favore della comunità ebraica del suo collegio elettorale per difendersi, un errore per una persona la cui posizione personale come leader è stata continuamente soggetta dall'incessante accusa di tollerare il razzismo tra i suoi sostenitori. 

I continui attacchi ai membri del Labour da parte di chi si autoproclamava alfiere nella Campagna Contro l'Antisemitismo, sono diventati troppo anche per Hodge, che pure aveva avuto un ruolo centrale in questa vicenda.  Nel 2018, in una furiosa lite alla Camera dei Comuni, Hodge affrontò Corbyn dopo un voto cruciale sulla Brexit. Risulta che gli abbia detto: "Sei un fottuto antisemita e un razzista. Hai dimostrato di non volere persone come me nel partito".   Queste parole erano protette dalla riservatezza parlamentare, ma lei ha poi ripetuto l'accusa di razzismo contro Corbyn in un articolo per il Guardian. Corbyn non si è difeso né verbalmente né legalmente, rifiutando il consiglio del suo avvocato personale di farlo. 

Oggi Hodge cerca di mettere fine a questa campagna. Ne ha abbastanza dei continui tentativi di denunciare i membri del suo partito per antisemitismo.  Dopo le critiche del gruppo a Starmer per aver utilizzato il memoriale dell'Olocausto di Berlino in un video politico, Hodge ha twittato: "Sono stufa che la CAA (Campaign Against Antisemitism) usi l'antisemitismo per attaccare il Labour. È ora di chiamarli per quello che sono e per chi sono veramente: più preoccupati di minare il Labour che di sradicare l'antisemitismo".

Bindman afferma: "Jeremy mi piace moltissimo. È stato un ottimo parlamentare. Nessuno lo mette in dubbio. Ma ha i suoi difetti. E parte del suo problema è che è troppo onesto e troppo riservato per essere un leader ideale. Non è tattico. Dice solo quello che pensa, il che lo mette nei guai. E non si difende mai".

EHRC: un'indagine pasticciata    Ma è la decisione stessa dell'EHRC di condurre un'indagine che indigna Bindman.   Bindman, che aveva partecipato alla formulazione della legge antidiscriminazione (2010)come consulente legale ai predecessori dell'EHRC, definisce il rapporto stilato dell'organismo "un animale molto strano" e afferma che le denunce iniziali sono "quasi tutte prive di fondamento, come lo stesso EHRC ha riscontrato".   Il principale tipo di comportamento illegale ai sensi dell'Equality Act è la discriminazione, che può essere diretta o indiretta, per motivi razziali o altri motivi che fanno parte di un elenco. Bindman concorda sul fatto che i motivi razziali comprendono chiaramente l'antisemitismo, a patto di definire cosa sia l'antisemitismo. Esistono anche reati sussidiari, tra cui le molestie.  "Le molestie devono riguardare un motivo, in questo caso la razza o la religione. Le denunce, che furono almeno 200, riguardavano quasi tutte critiche a Israele in relazione alla Palestina. Tutte le accuse, tranne quattro, sono state giustamente respinte,e così come avrebbero dovuto fare con le altre". 

L'EHRC richiese al Partito Laburista i documenti relativi a 20 persone, tutte di sinistra. Corbyn collaborò. Avviò anche una propria inchiesta che avrebbe dovuto aiutare l'indagine dell'EHRC i cui contenuti vennero fatti trapelare. Martin Forde, l'avvocato a cui Starmer chiese di indagare sul rapporto trapelato, fece passare la tesi, ampiamente riportata all'epoca, secondo cui Corbyn sarebbe intervenuto nel processo disciplinare con la propria inchiesta con lo scopo di  proteggere gli amici. 

Forde dichiarò che è "del tutto fuorviante" insinuare che le indiscrezioni ed e-mail trapelate siano la prova che l'ufficio di Corbyn si sia "inserito senza preavviso nel processo disciplinare per motivi di fazione".  Il rapporto promosso da Corbyn è stato l'indagine più dettagliata mai condotta sul funzionamento interno di un partito politico, con 860 pagine e decine di migliaia di e-mail interne. Ma tale rapporto è stato ignorato dall'EHCR. L'EHCR ha ammesso di averlo ricevuto, ma non ha chiesto l'allegato, i documenti e tutte le e-mail. 

L'EHCR ha fatto quattro constatazioni di atti illegali da parte del Partito laburista. Due si riferivano a Ken Livingstone e a un consigliere locale. Secondo l'EHCR, i due erano colpevoli di pressioni politiche illegali, ma che anche il Partito laburista era responsabile in quanto essi agivano a nome del partito. 

Bindman definisce questa affermazione "un'assurdità giuridica".   "Se agivano per conto del partito, significa che ogni iscritto agisce a nome del Partito laburista. Non ha senso. Questi due risultati non hanno senso".  Gli altri due rilievi riguardavano pratiche discriminatorie indirette, come la presunta interferenza dell'ufficio di Corbyn nella gestione delle denunce. Quel che sappiamo da Forde è che l'organismo che conduceva l'indagine chiedeva aiuto all’ufficio di Corbyn, e che quel che faceva l’ufficio era di dare aiuto molto più che interferire. Nella misura in cui si può dire che abbiano interferito, è stato soprattutto per aiutare a far accelerare denunce, non per influenzare il risultato".   L'altra denuncia accolta riguardava la formazione. "Non c'era nulla che indicasse una discriminazione nella formazione. Forse c'è stata una cattiva formazione, ma non ci sono prove che le denunce di antisemitismo siano state trattate in modo discriminatorio". 

Bindman non risparmia le sue conclusioni: "Penso che ci sia stata una manipolazione politica e che le accuse fossero quasi del tutto false. L'antisemitismo è presente ovunque, ma è stato sbagliato accusarne il Partito Laburista, individuare Jeremy Corbyn, avviare un'indagine sul Partito Laburista".

Persona non grata   C'è un poscritto a questa triste storia, e riguarda il rapporto di Bindman con Starmer. I due hanno lavorato insieme per molti anni e si conoscono bene.  Inoltre, Bindman non è un corbynista senza riserve. Dal punto di vista politico, rifiuta una netta divisione tra sinistra e destra e trova ancora difficile ritenere Starmer personalmente responsabile di tutto ciò che è accaduto nel partito.  Recentemente Bindman e Starmer si sono incontrati e i due si sono scambiati delle e-mail. "Mi ha mandato un'e-mail qualche mese fa dicendomi di prendere un caffè. Gli ho risposto immediatamente dicendogli l'ora e il luogo e non l'ho più sentito. Poi l'ho visto circa sei settimane fa. Gli ho detto: "Cosa è successo al nostro caffè?". Lui si è scusato e mi ha detto: 'Non ho il controllo della mia agenda'". Bindman non ha ancora sentito Starmer. "Ho la sensazione di essere una persona non grata".

(1) La Legge sull'Uguaglianza (Equality Act) è una legge del 2010 che offre protezione contro la discriminazione basata su nazionalità, cittadinanza, religione o convinzioni personali, disabilità, età, sesso, orientamento sessuale e genere

(2) Hodge è figlia del fondatore di Stemcor, acciaieria di cui è tutt’ora azionista di riferimento

NdR:   Corbyn, eletto segretario del Labour nel 2015, venne subito osteggiato dall’apparato del Labour ereditato dal precedente segretario Miliband. Su come l’apparato, sostenuto dalla lobby filo-israeliana Jewish Labour Movement (JLM), abbia boicottato i candidati di sinistra nella campagna elettorale del 2019, con il pessimo risultato elettorale di cui fece poi le spese Corbyn, vedi:

Labour's Forde report is devastating on factional war against Corbyn, Peter Oborne https://www.middleeasteye.net/opinion/uk-labour-forde-inquiry-corbyn-factional-war-devastating

How the EHRC antisemitism report added fire to Labour's simmering civil war, Jonathan Cook https://www.middleeasteye.net/opinion/ehrc-labour-antisemitism-civil-war-fire-added

Praying for defeat: Labour insiders accused of w

recking Corbyn campaign in leaked report, https://www.middleeasteye.net/news/labour-party-leaked-corbyn-antisemitism-hyper-factional


(Traduzione a cura di Claudio Lombardi di Associazione di Amicizia Italo Palestinese)


da qui

venerdì 13 maggio 2022

La guerra abbonda nella bocca degli stoltenberg

 articoli e video di Paolo Rumiz, Peppe Sini, Daniela Fassini, Danilo Tosarelli, Andrea Zhok, Giorgio Bianchi, Vincenzo Costa, Franco Cardini, Barbara Spinelli, Sandro Mezzadra, Marco Bascetta, Alberto Bradanini, Enrico Vigna, Mario Agostinelli, Fulvio Scaglione, Alan Woods, Francesco Masala, Gaetano Lamanna, Maurizio Acerbo, Lucia Capuzzi, Lucio Caracciolo, Manlio Dinucci, Matteo Saudino, Vittorio Rangeloni, Ugo Giannangeli, Alessandro Ghebreigziabiher, Franco Astengo, Yanis Varoufakis, Jeremy Corbyn ed Ece Temelkuran

 

Memorie del fantapassato – Francesco Masala

 

A volte un atteggiamento rigido è conseguenza di una paralisi – Stanislaw J. Lec

Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso – Mark Twain

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita! – Ernest Hemingway

 

Dice qualcuno che l’undici settembre del 2001 è stato il primo passaggio (gestito dal complesso militare-industriale e politico) di una serie di eventi che spiegherebbero i decenni successivi.

Quello strano atto di terrorismo a New York, spettacolo al massimo grado, era necessario per la nuova strategia per il Nuovo Secolo Americano, per avere una scusa per rubare il petrolio iracheno, apparentemente, in realtà per installarsi in Afghanistan, e far sentire ai nemici il fiato americano sul collo.

Poi in Afghanistan le cose non sono andate bene per l’Impero e i suoi cavalieri serventi, allora verso il 2010 si è passati al piano B, attaccare i nemici uno per uno, la Russia per primo, attraverso la testa di ponte dell’Ucraina.

Solo così si spiega una quasi guerra mondiale, per una delle 169 guerre locali al mondo, per dei confini sacri, finché durano.

Chiunque avrebbe ceduto, con sollievo, ai russi le due province del Donbass e la Crimea, regioni russofone, per evitare una guerra.

Invece, a sorpresa, di chi non lo sapeva, la Nato (e tutti gli affiliati) ha usato la strategia della fornitura di armi all’esercito ucraino (neonazisti compresi), come sempre si è fatto, questa volta in maniera palese e in non modiche quantità, fino all’ultimo ucraino; materialmente, ma non formalmente, la Nato è in guerra.

Iran, India, Cina, anche se non si può dire, fanno il tifo per la Russia, se soccombe i prossimi saranno loro, lo sanno.

In Polonia qualcuno aspetta di riavere la Galizia e Leopoli, a proposito dei sacri confini.

L’Europa, intanto, ha abbandonato  qualsiasi politica industriale (ad eccezione della produzione di armi), ed è diventata, nei decrescenti spazi liberi da basi militari, un immenso villaggio-vacanze, finché dura il turismo.