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sabato 27 giugno 2020

Pantere Nere e Palestina: l’internazionalismo Nero e la rivoluzione palestinese - Derek Ide




(traduzione: Associazione Amicizia Sardegna Palestina)

Introduzione
Il 19 agosto 2014, dieci giorni dopo l’uccisione del diciottenne Michael Brown da parte della polizia di Ferguson, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina ha rilasciato un comunicato in supporto alla lotta dei Neri negli Stati Uniti. Il sottotitolo del comunicato affermava in maniera sicura:  “L’impero imploderà”. Il Fronte definiva Michael Brown come un “martire”, in lotta contro dalla brutalità della polizia “come parte integrande del sistema razzista” degli Stati Uniti e affermava che, nonostante vivessero all’interno dei confini statunitensi, le comunità Nere si scontravano con “l’oppressione coloniale”. In particolare, il comunicato invitava “tutti i palestinesi, nello specifico la comunità palestinese negli Stati Uniti, a continuare e intensificare i loro sforzi in supporto al movimento di liberazione dei Neri. Supporto che ha una lunga tradizione ed è essenziale per espandere e approfondire questi legami di lotta e solidarietà per tutte le nostre comunità”[1].
Sei anni dopo, come conseguenza dell’omicidio di George Floyd da parte della polizia, abbiamo assistito al primo colpo “dall’interno” contro l’impero statunitense, nel momento in cui i manifestanti di Minneapolis hanno invaso un intero distretto e hanno dato fuoco a una stazione di polizia. In un clima del genere, la “lunga tradizione” di solidarietà merita di essere ricordata, celebrando la connessione tra le Black Panthers e la Palestina.
Il 20 Agosto 1969, un titolo della rivista The Black Panther recitava: “Sionismo (Nazionalismo Kosher) Imperialismo = Fascismo”. Ripercorrendo le tracce storiche del Sionismo e la creazione dello stato di Israele, le Pantere analizzavano in maniera eloquente il “Nazionalismo Kosher” come una faccia dell’imperialismo internazionale[2].
Il Pan-African Festival di Algeri nel 1969 si era appena concluso il mese precedente e il rivoluzionario in esilio Eldridge Cleaver svolse un ruolo fondamentale in quell’evento internazionale. La famosa foto di Cleaver e il Feldmaresciallo delle Black Panthers Donald Cox mentre sollevavano la mano di Yassir Arafat in segno di solidarietà appartiene a quel periodo. Il messaggio era chiaro: il Sionismo era nemico dei movimenti di liberazione in Palestina, nell’America Nera e nel piu vasto Tezo Mondo.
Due settimane dopo la denuncia del “Nazionalismo Kosher” nella rivista The Black Panther, in una nota della CIA si leggeva: “Il Generale Bonesteel è preoccupato” perché “Eldridge Cleaver è apparso a Panmunjom dove si sta mobilitando per diverse cause, inclusa quella per una Palestina libera”[3].
Tale preoccupazione nasceva a seguito della decisione del governo Nord Coreano di invitare Cleaver a partecipare alla International Conference of Journalists of the Whole World in the Fight Against U.S. Imperialist Aggression nel Settembre 1969 a Pyongyang. Destare l’ira di Charles Bonesteel, comandante delle forze statunitensi in Corea, durante un tour nella Repubblica Popolare Democratica di Korea, stava a indicare per Cleaver una genuina paura del radicalismo Nero ai vertici militari e dell’intelligence statunitense.
Il fatto che Bonesteel, rappresentante dei più alti ranghi militari in Asia, fosse in allarme  per la mobilitazione di Cleaver per una Palestina libera, era una conferma ulteriore che il legame tra l’internazionalimo Nero e la Palestina era una delle preoccupazioni dell’establishment e delle sue reti di intelligence.
Se la storia della relazione tra le Black Panthers e Palestina è ben nota, due altri casi meritano di essere approfonditi: quello di Robert F. Williams della Carolina del Nord e la Lega dei Lavoratori Rivoluzionari Neri di Detroit.
Con il primo, si vuole evidenziare la creazione di circuiti transnazionali di produzione e scambio di conoscenza; come anche l’importanza di avere accesso a stati e spazi rivoluzionari in cui questo scambio potesse avvenire.
Il secondo esempio, la Lega dei Lavoratori Neri, esemplifica il potenziale e i limiti della solidarietà transnazionale per incoraggiare la rivoluzione domestica.

Robert F. Williams e la “scellerata alleanza di brutali sterminatori”
Robert F. Williams era il rivoluzionario transnazionale per eccellenza durante gli anni ‘60 e il suo esempio ha inaugurato una nuova era dell’internazionalismo Nero. Come capo del Monroe, sezione del NAACP nella Carolina del Nord,  prese le difese di Hanover Thompson e Fuzzy Simpson, due ragazzi neri accusati di aver baciato una ragazza bianca. È salito alla ribalta esprimendo la necessità per i neri di adottare la tattica dell’autodifesa armata, dopo che la sua sezione del NAACP venne presa di mira alcuni membri locali del Klu Klux Klan. Il suo pensiero era che i razzisti sono “più feroci e violenti quando possono praticare la violenza impunemente”[4].
L’obiettivo di Williams era quello di spogliare i bianchi di questa impunità. Dopo essere stato incastrato per rapimento (mentre ospitava una coppia di bianchi per proteggerli da una folla inferocita), Williams è fuggito a Cuba, dove ha fondato Radio Free Dixie con la benedizione di Fidel Castro, riuscendo a trasmettere fino al sud degli Stati Uniti. Ha inoltre curato una pubblicazione chiamata The Crusader.  Nel 1965 Williams si reca nel Vietnam del Nord, e più tardi in quello stesso anno si trasferisce in Cina dove, durante alcune manifestazioni di massa insieme a Mao Zedong a Pechino, avrebbe tenuto discorsi per condannare il razzismo e l’imperialismo degli Stati Uniti.
L’attaccamento di Williams alla causa palestinese si è consolidato proprio durante il suo soggiorno in Cina, quando ha avuto l’opportunità di incontrare due rappresentanti di Fatah nell’aprile 1968. Questo episodio è significativo perché avvenuto un mese dopo l’eroica battaglia di Karameh, dove le forze di Fatah e quelle giordane hanno respinto un feroce assalto israeliano e, di conseguenza, il movimento di guerriglia palestinese ha raccolto sostenitori in tutto il mondo. Come ha osservato Williams, questo “incontro molto fruttuoso mi ha dato una comprensione più ampia delle questioni legate alla lotta patriottica del popolo arabo contro l’aggressione israeliana e il sionismo espansionistico”. Firmata “Presidente in esilio del Movimento d’Azione Rivoluzionaria”, l’analisi di Williams recita:
…sono convinto che Israele sia impegnato in una sinistra missione di genocidio contro il popolo arabo… Con il sostegno del mondo sionista statunitense e britannico, il Sionismo sta cercando di emulare il saccheggio e la conquista da parte degli europei della terra dei nativi, ora chiamata America. Il popolo arabo oggi è minacciato dal Sionismo, con la stessa sorte degli indiani d’America…Ci sono grandi somiglianze tra le lotte del popolo arabo e quelle del popolo afroamericano. Stiamo lottando per la sopravvivenza contro una scellerata alleanza di brutali sterminatori. Siamo impegnati in una causa comune di giustizia e sopravvivenza. Trionferemo ad ogni costo. In uno spirito di resistenza comune contro le forze malvagie della tirannia, proclamo con orgoglio la solidarietà con i nostri fratelli palestinesi in lotta e con l’intero popolo arabo”[5].
L’identificazione di Israele come parte di una “scellerata alleanza di brutali sterminatori” era tanto più appropriata se si considera il piano congiunto israelo-marocchino di rapire e assassinare il marocchino di sinistra Mehdi Ben Barka, uno dei progenitori intellettuali della Conferenza Tricontinteniale del 1966 all’Avana[6].  Inutile dire che la valutazione di Williams sulla situazione palestinese ha influenzato i suoi seguaci all’estero.
Finalmente rientrato negli Stati Uniti, Williams è tra i 56 firmatari di un importante documento pubblicato il 1° novembre 1970 sul New York Times intitolato An Appeal by Black Americans Against United States Support for the Zionist Government of Israel. La dichiarazione esprimeva “completa solidarietà con i nostri fratelli e sorelle palestinesi” e denunciava a gran voce il sostegno degli Stati Uniti per “il massacro di Re Hussein ai rifugiati palestinesi e ai combattenti per la libertà” durante il Settembre Nero. Le critiche più dure erano riservate a Israele. I firmatari dichiaravano che Israele è uno Stato colonizzatore bianco, alla pari di Sudafrica e la Rhodesia. In virtù di ciò, hanno sostenuto la proclamazione da parte di Arafat, nel gennaio 1969, di una visione politica per una “Palestina libera” caratterizzata da “uno Stato democratico, laico, non razziale, dove tutti i palestinesi – cristiani, ebrei e musulmani – avranno uguali diritti”[7].
 Importante il fatto che la firma da parte di Williams sia avvenuta dalla città di Detroit e non dalla Carolina del Nord. Infatti, Williams aveva già vissuto brevemente a Detroit in due diverse occasioni, nel 1942 e nel 1948 (l’anno, per inciso, della Nakba palestinese), dove lavorò come autotrasportatore e membro dell’UAW 600. Le sue richieste di autodifesa armata contro il razzismo bianco gli valsero molti sostenitori, e quando fu accusato di rapimento nel 1961, gli attivisti di Detroit formarono il Comitato di Difesa Robert Williams. Williams visse nuovamente a Detroit nel 1969, inserendosi in questa rete di sostenitori, ma in una società molto diversa da quella che aveva lasciato. Le sue idee erano state ora riprese da importanti organizzazioni rivoluzionarie di prestigio nazionale e internazionale. Non è un caso, infatti, che una delle organizzazioni internazionaliste Nere più spiccatamente pro-palestinesi, la Lega dei Lavoratori Neri Rivoluzionari, abbia avuto origine a Detroit. Dei giovani attivisti che hanno formato la Lega, molti erano stati ardenti studenti di Williams e alcuni lo visitarono durante il suo esilio a Cuba.

La Palestina a Detroit: “l’anno della guerriglia eroica”
Alla fine degli anni Sessanta, la città di Detroit ospitava una delle organizzazioni Nere più militanti pro-palestinesi degli Stati Uniti, la Lega dei Lavoratori Neri Rivoluzionari. La Lega si era formata nel 1969 come organizzazione composta da una serie di sindacati rivoluzionari, tra cui il Dodge Revolutionary Union Movement (DRUM) che aveva guidato uno sciopero a gatto selvaggio nella fabbrica di Dodge Main nel maggio 1968. I membri del DRUM avrebbero alla fine ottenuto il controllo editoriale del South End, il quotidiano studentesco della Wayne State University, che stampava 18.000 copie al giorno e vantava un budget di 125.000 dollari[8].
I sostenitori del DRUM, e in particolare John Watson, avrebbero trasformato il giornale nel loro organo mediatico. La teoria di base di Watson era che il South End “non apparteneva all’università, allo Stato, e nemmeno agli studenti come studenti[9]“.  Il giornale era invece una “risorsa pubblica” che “apparteneva a tutta la popolazione”. Questo significava che doveva agire come un organo che rappresentava qualcosa di più di semplici studenti nel campus. Come tale, era destinato principalmente ad organizzare i lavoratori Neri dopo lo sciopero a gatto selvatico presso lo stabilimento di Hamtramck.
Watson riunì immediatamente una cerchia di radicali Neri, tra cui Luke Tripp, Mike Hamlin, il generale Baker, Charles “Mao” Johnson e l’avvocato Kenneth Cockrel, gruppo che sarebbe andato a formare il quadro principale della Lega dei Lavoratori Rivoluzionari Neri.  Quasi tutti avevano legami con Robert F. Williams: il generale Baker per esempio era stato membro del Comitato di difesa di Robert Williams, formatosi nel 1961[10]; altri lo avevano visitato all’Avana in delegazioni di solidarietà.
Mentre The South End era inteso come uno strumento di agitazione tra i lavoratori, era anche un repertorio di notizie e analisi rivoluzionarie provenienti da tutto il mondo. Il primo editoriale proclamava i nuovi obiettivi del giornale: “The South End torna alla Wayne State con l’intenzione di promuovere gli interessi dei poveri, degli oppressi, degli sfruttati e delle vittime impotenti del capitalismo monopolistico e dell’imperialismo bianco e razzista”. Promettendo di “tenere sempre la linea dura”, la testata del giornale recitava: “L’anno della guerriglia eroica”[11].  Il giornale era spesso distribuito fuori dal campus, in particolare nelle fabbriche della città. Una delle sue pubblicazioni più controverse arrivò alla fine del gennaio 1969, quando pubblicò un articolo in difesa dell’organizzazione rivoluzionaria palestinese Fatah. William Keast, presidente del WSU, condannò immediatamente The South End come “antisemita” e “che ricorda la Germania di Hitler”[12].  Nonostante le confutazioni e le lettere al direttore che difendeva Israele, i funzionari della città e dello Stato si unirono all’attacco. I giornali locali come il Detroit News e il Detroit Free Press, così come le stazioni televisive, rincaravano la dose di attacchi sul giornale. Il 3 febbraio, l’ufficio del giornale fu vittima di un tentativo di incendio doloso.
Watson e il suo staff rimasero sinceramente sorpresi da questa reazione, imparando rapidamente che non ci si poteva permettere di essere solidali con la Palestina. Un membro dello staff ricorda che “l’editoriale su Al Fatah” aveva aperto un “vaso di Pandora”[13].  Watson difese il giornale dalle accuse di antisemitismo, spiegando pazientemente che anche i membri ebrei dello staff avevano appoggiato le critiche alle politiche di Israele. Si spinse oltre sostenendo che, grazie a Detroit e Toledo, l’Ohio ospitava all’epoca le più grandi comunità di lingua araba del Nord America, e The South End rappresetava una voce per loro come per chiunque altro[14]. Watson stesso avrebbe in seguito fatto un viaggio in Medio Oriente all’inizio del 1971, dove incontrò i rappresentanti delle organizzazioni rivoluzionarie arabe e portò dei film per pubblicizzare la causa palestinese negli Stati Uniti. 

Conclusioni
Le storie di Robert F. Williams, della Lega dei Lavoratori Neri Rivoluzionari, e del Partito delle Black Panthers sono tutti esempi di interconnessione tra l’internazionalismo Nero e la rivoluzione palestinese. La mobilità di Williams mette in luce i circuiti transnazionali di produzione e scambio di conoscenza che esistevano tra gli stati rivoluzionari; sottolinea, inoltre, la dipendenza dei rivoluzionari transnazionali da questi spazi e da questi stati per la circolazione e diffusione delle esperienze rivoluzionarie.
L’esperienza della Lega evidenzia i modi in cui la solidarietà internazionalista può contribuire ad alimentare la rivoluzione interna. E l’esempio del Partito delle Black Panthers mostra come l’internazionalismo possa rafforzare il prestigio internazionale e la legittimità delle organizzazioni rivoluzionarie che sfidano il capitalismo, il razzismo e l’imperialismo.
I combattenti in prima linea a Minneapolis dovrebbero ricordarci le parole del ventunenne martire Fred Hampton, presidente della sezione di Chicago delle Black Panthers: “Se hai il coraggio di lottare, hai il coraggio di vincere. Se non osi lottare, allora, dannazione, non meriti di vincere”[15]. 
L’articolo è stato pubblicato in arabo su Al Adab

[1] Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, “PFLP salutes the Black struggle in the US: The empire will fall from within,” Aug. 19, 2014, http://pflp.ps/english/2014/08/19/pflp-salutes-the-black-struggle-in-the-us-the-empire-will-fall-from-within/
[2] The Black Panther, “Zionism (Kosher Nationalism) Imperialism = Fascism,” August 30, 1969
[3] General CIA Records, “MEMORANDUM FOR THE RECORD FROM L. K. WHITE,” CIA-RDP80R01284A001800120074-4, September 16, 1969.
[4] Robert F. Williams, Negroes with Guns (1962), 4.
[5] Robert F. Williams, “Statement of Robert F. Williams in Support of the Palestine National Liberation Movement,” April 13, 1968. University of Michigan Archives.
[6] Per approfondimenti circa il ruolo di Israele nell’assassinio di Mehdi Ben Barka, si veda Ronen Bergman’s Rise and Kill first: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations (Random House, 2018), 66-94.
[7] “An Appeal by Black Americans Against United States Support for the Zionist Government of Israel,” New York Times, November, 1970.
[8] Georgakas and Surkin, 44
[9] Ibid., 45.
[10] Mullen, 195.
[11] Georgakas and Surkin, 46
[12] Ibid., 52.
[13] Ibid., 51.
[14] Ibid., 53.
[15] Fred Hampton discorso tratto da “The Murder of Fred Hampton” (1971).


sabato 14 aprile 2018

La doppia morale degli ebrei bravi - Gianni Lixi



Una parola sul titolo prima di iniziare. Questo è un titolo che si presta ad essere attaccato dai demagoghi dell’antisemitismo. Si tratta di sionisti privi di argomenti che utilizzano lo spauracchio dell’antisemitismo senza che questo c’entri un fico secco. Fa parte dell’armamentario oratorio che ogni sionista deve conoscere, messo a punto dalla Hashbara (propaganda) israeliana. C’è una brava professoressa israeliana, Nurit Peled, che ha fatto uno studio dettagliato sui libri di testo dei ragazzi delle scuole medie ed inferiori israeliane. Da questo studio emerge che la deumanizzazione ed il disprezzo del popolo arabo inizia proprio dai banchi di scuola. Se consideriamo che il popolo arabo è un popolo semita allora ne consegue che uno dei popoli dove il sentimento antisemita è più diffuso è proprio il popolo israeliano. Ora veniamo all’argomento di cui mi volevo occupare.
C’è forse una cosa che mi indigna più del leggere della deportazione dei profughi di cui si sta parlando ora in Israele ed è l’appello di Amos Oz , David Grossman, Abraham Yehoshua, per condannarlo. Insieme ad altri 32 intellettuali israeliani scrivono: “Vi chiediamo di agire moralmente, umanamente e con compassione, degni del popolo ebraico. E vi chiediamo di fermare, prima che inizi, la deportazione dei rifugiati nell’inferno da cui provengono. Altrimenti non avremo nessuna ragione di esistere”.
Questi tre esponenti della cultura israeliana sono gli stessi animi sensibili che appartengono a un popolo che sta costringendo la popolazione palestinese che abita in quelle terre occupate a vivere un “inferno” che loro giorno dopo giorno gli costruiscono? Sono gli stessi compassionevoli signori che appartengono a una nazione senza confini, perché i suoi confini cambiano ogni giorno a secondo della terra che riesce ad occupare?
Perché non provano lo stesso tormento del “non aver ragione d’esistere” anche per i fratelli palestinesi che hanno a qualche centinaia di metri da casa loro? Dov’è la moralità, l’umanità e la compassione del popolo ebraico? Parlo del popolo ebraico perché Israele si definisce stato ebraico. Grossman, Oz , Yehoshua appartengono a quello stato ebraico e non si battono contro esso. La loro credibilità quando parlano di morale, di umanità e di compassione è pari allo zero.
La religione ebraica è stata strumentalizzata per avallare la decisione sionista di fondare un paese sulla terra dove viveva un altro popolo. La memoria di 3000 anni fa (memoria un pò forzata visto che erano un popolo minoritario in quelle terre, e dopo che i cristiani li hanno cacciati sono stati riaccolti dai mussulmani)  impedisce il ricordo. Il ricordo, ben più recente della memoria, di alcuni decenni fa, quando i miei amici palestinesi, ed intendo amici reali, non ideali, sono stati cacciati via dalle proprie case. La memoria sì, il ricordo no. La strumentalizzazione è talmente stridente che sembra anche solo assurdo scriverci sopra.
I cattolicissimi e cristianissimi europei non sono da meno. Sanno perfettamente chi è l’oppresso e chi è l’oppressore in Palestina. L’Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini proprio in questi giorni ha accolto Abu Mazen con grandi abbracci promettendogli solidarietà, ma poi le sue dichiarazioni sono state di una ignavia degna delle nostre migliori tradizioni italiche. Ha sì detto che per l’Europa Gerusalemme non sarà la capitale di Israele (anzi in verità non ha neanche detto questo ma ha detto che sarà la capitale di Israele e della Palestina) ma senza neanche minimamente ipotizzare delle sanzioni a Israele . Vale a dire: Israele, che continua a considerare il diritto internazionale carta straccia e mette una pietra tombale sulle trattative di pace in una delle zone più delicate del pianeta non merita, secondo l’Alto rappresentante europeo, non solo delle sanzioni, ma neanche la minaccia che queste vengano applicate. Per meno, ma molto molto meno, hanno mandato i nostri ragazzi ad ammazzare persone in Irak, Afghanistan, Libia.Tutto questo in ossequio a quella lorda parola che è la real politik.
La real politik è quella cosa che giustifica tutto in barba ai principi e alla morale. Viene anche tradotto con “pragmatismo politico”un termine che serve a darle un significato più positivo. Insomma: sino a quando l’America avrà bisogno di quella portaerei messa così bene nel Mediterraneo (la Palestina storica), possiamo toglierci dalla testa discorsi di legalità e giustizia internazionale e, men che meno, di moralità.
Mentre scrivo arriva sul mio telefonino una notifica del giornale israeliano Haaretz: il vice presidente americano Pence, in visita ufficiale in Israele ha appena detto che ora le trattative di pace sono nelle mani palestinesi. Questo dopo che ieri, alla Knesset, il parlamento israeliano, ha detto che l’America accelererà le pratiche per spostare l’ambasciata a Gerusalemme, perché Gerusalemme da 3000 anni è la capitale di Israele. È proprio vero che alla strafottenza ed all’indecenza non c’è limite!
No, non sono le religioni che possono salvare i popoli oppressi e tantomeno il “pragmatismo politico”. Anzi sembra sia vero il contrario!
Il popolo palestinese e tutti i popoli oppressi li potrà salvare solo chi crede veramente nella libertà e nella dignità dell’uomo e per queste  lotta. Non ci sono scorciatoie.


venerdì 13 aprile 2018

Gaza 2018 – Lettera aperta alle istituzioni sarde




Al Presidente del Consiglio della Regione Sardegna Gianfranco Ganau
Al Presidente della Giunta Regionale Sarda Francesco Pigliaru
Al Rettore dell’Università di Cagliari Maria Del Zompo
Al Sindaco di Cagliari Massimo Zedda

L’assemblea di cittadini e studenti sardi, riunitasi il giorno 4 aprile 2018 presso la sede dell’Associazione Culturale Amicizia Sardegna Palestina, chiede alla Vostra autorevole funzione, a seguito dei fatti di Gaza, la condanna degli eccidi di inermi cittadini palestinesi e la richiesta di porre fine a tutte le azioni di aggressione in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Il popolo palestinese ha diritto di protestare contro Israele per l’usurpazione della terra. Si sottolinea, ancora una volta, il fatto che il popolo palestinese ha diritto ad un proprio Stato riconosciuto da tutte le istituzioni internazionali. Chiediamo di fare propria la protesta da noi espressa in nome della democrazia e la solidarietà contro la violenza attuata da Israele e che tutte le istituzioni sarde non si rendano complici di quanto accaduto. Tutte le associazioni di volontariato presenti all’assemblea sottoscrivono questo appello.
Associazione Amicizia Sardegna Palestina
Comunità Palestinese in Sardegna
Cagliari Social Forum Associazione Italia Cuba,
Circolo José Martí
Associazione A.Gramsci Eureka
Associazione degli Studenti Medi USB
Unione Sindacale di Base
Laboratorio 28
L’Associazione Studentesca Unica 2.0
Associazione Antimafie Peppino Impastato di Tempio Pausania

mercoledì 12 luglio 2017

Lettera da Gaza - Ghassan Kanafani


Caro Mustafa,
ho ricevuto la tua lettera, nella quale mi dici di aver fatto tutto il necessario per consentirmi di stare con te a Sacramento. Mi hanno comunicato di essere stato accettato al dipartimento di Ingegneria civile nell’Università della California. Devo ringraziarti per ogni cosa, amico mio. Ma quello che sto per rivelarti ti sorprenderà piuttosto inaspettatamente: non ho dubbi in proposito; non mi sento di esitare affatto; ne sono così convinto che non ho mai visto chiaramente le cose come le vedo adesso. No, amico mio, ho cambiato idea. Non ti seguirò “nella terra dove c’è vegetazione, acqua e facce attraenti”, come hai scritto. No, sto qui, non partirò più.
Sono veramente turbato che le nostre vite non continuino a seguire lo stesso corso. Quasi mi sembra di sentirti, mentre mi ricordi della nostra promessa di andare avanti insieme, e il modo in cui eravamo soliti gridare “diventeremo ricchi”. Ma non c’è niente che possa fare, amico mio. Sì, ancora ricordo il giorno in cui stavo nella hall dell’aeroporto del Cairo, stringendo la tua mano e fissando il motore ronzante dell’aereo. In quel momento ogni cosa ruotava in sincronia con l’assordante rumore del motore, e tu mi stavi di fronte, la tua faccia rotonda silenziosa.
La tua faccia non era cambiata, era la solita di quando crescevi a Shajia, nel quartiere di Gaza, a parte quelle lievi rughe. Siamo cresciuti insieme, in piena sintonia, e insieme ci siamo promessi di andare avanti sino alla fine. Ma…
“Manca un quarto d’ora prima che l’aereo parta. Non fissare il vuoto così. Ascolta! Andrai in Kuwait il prossimo anno, e metterai da parte abbastanza dal tuo salario per sradicarti da Gaza e trapiantarti in California. Abbiamo iniziato insieme e insieme dobbiamo andare avanti…”
In quel momento guardavo le tue labbra muoversi rapidamente. Che poi era il tuo solito modo di parlare, senza virgole o punti. Ma per qualche oscura ragione, sentivo che non eri completamente felice di andartene. Non riuscivi a fartene una ragione. Anche io ho sofferto questo strazio, ma la cosa sicura era: perché non abbandoniamo questa Gaza e fuggiamo? Perché non fuggiamo? Comunque, la tua situazione iniziò a migliorare. Il Ministero dell’Educazione del Kuwait ti diede un incarico, mentre a me non lo diede. Mi mandasti un po’ di denaro, perché ero immerso nella miseria e nella depressione. Ma volevi che considerassi quei denari come dei prestiti, perché avevi paura che fosse una mancanza di riguardo nei miei confronti. Conoscevi nei dettagli le condizioni finanziarie della mia famiglia; sapevi che il misero salario della scuola dell’UNRWA era inadeguato a sostenere mia madre, la vedova di mio fratello e i suoi quattro figli. “Ascolta attentamente. Scrivimi ogni giorno… ogni ora… ogni minuto! L’aereo sta partendo. Addio! O piuttosto, al prossimo incontro!”
Le tue labbra fredde sfiorarono la mia guancia, allontanasti la faccia e voltasti lo sguardo verso l’aereo, e quando mi guardasti di nuovo potei vedere le tue lacrime.
In seguito il Ministero dell’Educazione del Kuwait mi fece il contratto. Non è necessario ripeterti nei dettagli come andò da quelle parti la mia vita. Ti ho sempre scritto ogni cosa. La mia vita da quelle parti era collosa, e vacua, come se fossi stato una piccola ostrica. Ero smarrito in un opprimente isolamento, a combattere lentamente con un futuro buio come il calar delle tenebre, impigliato in una disgustosa routine, era una lotta inarrestabile contro il tempo. Ogni cosa era opprimente e disgustosa, sfuggiva dalla vita, e c’era una voglia matta di arrivare alla fine del mese. A metà anno, di quell’anno, gli ebrei bombardarono il distretto centrale di Sabha e attaccarono Gaza, la nostra Gaza, con bombe e lancia fiamme. Quell’avvenimento avrebbe potuto produrre dei cambiamenti nella mia vita abitudinaria, ma non c’era niente per me di così interessante; stavo lasciando dietro di me questa Gaza per andare in California, dove avrei vissuto la mia vita, tutta la vita per me stesso, la vita che avevo sofferto così tanto. Odiavo Gaza e i suoi abitanti. Ogni cosa nella città mutilata mi ricordava quadri grigi abbandonati, dipinti da un pittore malato. Sì, avrei mandato a mia madre, alla vedova di mio fratello e ai suoi figli un po’ di denari per aiutarli a vivere, ma avrei anche liberato me stesso da questo ultimo legame, lì, nella verde California, lontano dal fetore di sconfitta che per sette anni ha riempito le mie narici. L’affetto che mi legava ai bambini di mio fratello, alla loro madre e a mia madre, non sarebbe mai stato abbastanza da giustificare la mia tragedia, il mio salto all’ingiù. E questo non doveva trascinarmi più a fondo più di quello che aveva già fatto. Dovevo fuggire!
Conosci questi sentimenti, Mustafa, perché ci sei passato anche tu. Che cosa è questo maldefinito legame che noi abbiamo con Gaza, che smorza il nostro entusiasmo per volare? Perché non abbiamo analizzato la faccenda in modo da darle un chiaro significato? Perché non abbiamo lasciato questa sconfitta con i suoi feriti dietro di noi e ci siamo mossi verso un futuro più luminoso che ci avrebbe dato una più profonda consolazione? Perché? Non lo sapevamo esattamente.
Quando andai in vacanza a giugno, e misi insieme i miei averi, avevo voglia di una dolce partenza, l’inizio verso quelle piccole cose che danno alla vita un piacevole, luminoso significato. Trovai Gaza proprio come la conoscevo: chiusa come fosse un involucro interno, attorcigliato su se stesso, del guscio corroso di una lumaca scaraventata dalle onde sulla collosa, sabbiosa spiaggia vicino al mattatoio. Questa Gaza, più stretta del respiro di uno che sogna un incubo terribile, con l’odore particolare dei suoi stretti vicoli, l’odore della povertà e della sconfitta, e le case con i protuberanti balconi… questa Gaza! Ma quali sono gli oscuri motivi che attirano un uomo verso la sua famiglia, la sua casa, le sue memorie, come una sorgente attira un piccolo gregge di capre montanare? Non lo so. Tutto quello che so è che andai da mia madre, a casa nostra, quella mattina. Quando arrivai, incontrai la moglie del mio defunto fratello che mi chiese, piangendo, di far visita a Nadia quella sera, la figlia ferita ricoverata in ospedale, secondo il suo desiderio. Conosci Nadia, la bella figlia tredicenne di mio fratello?
Quella sera comprai un po’ di mele e mi preparai a fare visita a Nadia in ospedale. Sapevo che c’era qualcosa che mia madre e mia cognata mi stavano nascondendo, qualcosa che le loro labbra non potevano pronunciare, qualcosa di strano che non potevo cogliere. Volevo bene a Nadia con naturalezza, la stessa naturalezza che mi faceva voler bene a tutta quella generazione che era stata allevata sulle sconfitte e sulla rimozione, pensando che una vita felice fosse un genere di devianza sociale.
Cosa successe al momento? Non lo so. Entrai con calma nella stanza bianca. I bambini malati avevano qualcosa della santità; la malattia del bambino sembrava il risultato di ferite dolorose, crudeli. Nadia era sdraiata sul letto, con la schiena appoggiata su un grande cuscino, sul quale si spargevano i suoi capelli come una folta chioma. C’era un profondo silenzio che veniva dai suoi occhi spalancati, e una lacrima brillava nell’intensità delle sue pupille nere. Il suo viso era imperturbabile ma eloquente, come può essere la faccia di un profeta torturato. Nadia era ancora una bambina, ma sembrava più che una bambina, molto di più, e più grande di una bambina, molto più grande.
“Nadia!”
Non avevo idea se fossi stato io a parlare, o se ci fosse qualcun altro dietro di me. Ma lei sollevò gli occhi verso di me e sentii che questi si dissolvevano come una zolletta di zucchero caduta dentro una tazza di tè caldo.
Assieme al delicato sorriso sentii la sua voce. “Zio! Vieni dal Kuwait?”
La voce le si ruppe in gola; si alzò da sola con l’aiuto delle mani tendendo il collo verso di me. Le accarezzai le spalle e le sedei vicino.
“Nadia! Ti ho portato dei regali dal Kuwait, diversi regali. Aspetto che lasci il letto, completamente guarita, verrai a casa e te li darò. Ti ho comprato i pantaloni rossi che mi hai chiesto nella lettera. Sì, li ho comprati.”
Era una bugia, generata dalla tensione della situazione, ma come la pronunciai sentii che stavo dicendo per la prima volta la verità. Nadia tremò come se le avessero fatto l’elettro shock, e abbassò la testa in un terribile silenzio. Sentivo le sue lacrime bagnare il dorso della mia mano.
“Dimmi qualcosa, Nadia! Non vuoi i pantaloni rossi?” Sollevò lo sguardo verso di me e fece come parlare, ma poi si fermò, strinse i denti e sentii ancora la sua voce, come se venisse da lontano.
“Zio!”
Tese le mani, sollevò il bianco copriletto con le sue dita e indicò la sua gamba, amputata dalla coscia.
Amico mio… Non potrò mai dimenticare la gamba di Nadia, amputata dalla coscia. No! Non dimenticherò mai il dolore che modellò il suo viso e si fuse per sempre nei suoi tratti. Quel giorno uscii dall’ospedale di Gaza con la mano che stringeva, in silenzioso scherno, le monete che avevo portato per Nadia. Il sole cocente riempiva le strade con il colore del sangue. E Gaza era come marchiata a nuovo, Mustafa! Non abbiamo mai visto niente di simile, io e te. Le pietre accatastate all’ingresso del quartiere di Shajia, dove vivevamo, avevano assunto un significato, e sembrava che fossero state messe lì per spiegare qualcosa e non già per altre ragioni. Questa Gaza dove abbiamo vissuto e la gente con la quale abbiamo passato sette anni di disfatte, era qualcosa di nuovo. Mi sembrava giusto un inizio. Non so perché ho pensato che fosse proprio un inizio. Ho immaginato che la strada principale che ho percorso rientrando a casa, fosse solo l’inizio di una lunga, lunga strada che porta a Safad. Ogni cosa in questa Gaza emanava tristezza, non confinata al pianto. Era una sfida: di più, era qualcosa come la restituzione di una gamba amputata.
Andai fuori per le strade di Gaza, strade piene di luce accecante. Mi dissero che Nadia aveva perso la sua gamba mentre si lanciava sui fratellini e sorelline per proteggerli dalle bombe e dalle fiamme che avevano avviluppato la casa. Nadia poteva salvarsi, poteva scappare, salvare la sua gamba. Ma non lo fece.
Perché?
No, amico mio, non andrò a Sacramento, e non me ne rammarico. No, e neppure finirò quello che abbiamo iniziato insieme nella nostra infanzia. Questo oscuro sentimento che hai avuto come hai lasciato Gaza, questo piccolo sentimento deve crescere dentro di te come un gigante. Deve espandersi, e devi cercarlo per trovare te stesso, qui tra le brutte macerie della sconfitta.
Non verrò da te. Ma tu, tu torna da noi! Rientra, per imparare dalla gamba amputata di Nadia, amputata dalla coscia, che cosa è la vita e cosa il valore dell’esistenza.
Rientra, amico mio! Siamo tutti quanti
qui ad aspettarti.

Kuwait, 1956


domenica 26 giugno 2016

adesso è ufficiale, Israele appoggia l'Isis

ma se tutto l'Occidente appoggia Israele, per la proprietà transitiva noi appoggiamo l'Isis.

si erano lette cose strane, in questi anni (vedi qui e qui), roba da complottisti, diranno i miei lettori, poi ogni cosa è illuminata, per usare le parole di Alex (nel libro di Jonathan Safran Foer) - franz



Dice il capo dell'intelligence israeliana: non vogliamo che l'Isis sia sconfitta in Siria

In un discorso alla Conferenza di Herzliya, il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Herzi Halevy, ha confermato l’ormai nota posizione di Israele  che al governo Siriano preferisce l’ISIS. Ha infatti apertamente dichiarato che israele non ha interesse a che l’ISIS venga sconfitto (letteralmente: non vuole vedere una sconfitta dell’ISIS ndt).
Citato nel sito NRG in lingua ebraica, legato a Maariv (il secondo quotidiano più venduto in israele ndt), il Gen.Magg Halevy ha espresso preoccupazione per le recenti offensive contro il territorio ISIS, ed ha detto  che negli ultimi tre mesi il gruppo islamico sta affrontando una delle  situazioni “più difficili” dall’inizio della  dichiarazione di fondazione del califfato.
I funzionari israeliani non hanno mai nascosto  il loro apprezzamento all’idea che l’ISIS conquisti tutta la Siria, perché come alleati sarebbero migliori di un governo filo Iraniano, ma non erano mai stati così  apertamente favorevoli all’ ISIS ed alla sua sopravvivenza.
Halevy ha continuato mostrando  preoccupazione per una eventuale  sconfitta dell’ ISIS. Questo infatti  potrebbe portare le  “superpotenze” a disimpegnarsi dalla Siria, e questo, dopo che  israele ha manifestato energicamente la  contrarietà alla sopravvivenza del governo siriano la metterebbe “in una difficile posizione “.
Ha poi detto che Israele farà “tutto quello che è nelle nostre possibilità  per non trovarci in una situazione del genere”, suggerendo che l’esercito israeliano sta cercando delle vie per dare un supporto diretto all’ ISIS perché questa è ormai una importante questione politica, e non solo pura retorica.

mercoledì 22 giugno 2016

In USA la Società Civile è Sempre Più Vicina ai Palestinesi – Gianni Lixi, Ben Ehrenreich




Ho scelto di  tradurre  questo articolo sia per il  contenuto (seppure  non sono cose nuove)  sia perchè ha  generato molte polemiche in USA. 
POLITICO, Il sito che lo ha pubblicato è un sito americano di area democratica liberale (in USA vorrebbe dire vicino alla sinistra moderata) , tra i cinque siti più visitati in America con circa 15 milioni di contatti mensili. Che un sito come quello abbia  pubblicato questo articolo ha un significato politico di indubbio interesse. Questo articolo può fare breccia sulla narrativa sionista “dell’arabo terrorista” e del “guardate quanto gli arabi ci odiano”, molto diffusa nei media americani. Le polemiche più accese sono venute da CAMERA. Il nome (che tradotto in italiano sarebbe macchina fotografica) non ha niente a che fare con la fotografia ma paradossalmente è l’acronimo per Committee for Accuracy in Middlle East Reporting in America (Comitato per una corretta informazione sulle problematiche medio orientali in America) . In buona sostanza un comitato di ebrei sionisti, il cui unico scopo è quello di discreditare e delegittimare qualsiasi mezzo di comunicazione che riporti notizie critiche nei confronti di israele. Questo comitato   ha esortato i suoi aderenti a scrivere al sito che ha pubblicato il pezzo  ed al suo direttore perché si lamentino della pubblicazione di un articolo che contesta la politica israeliana. Naturalmente non manca l’invito a spedire tweet non certo amichevoli anche a Ben Ehrenreich, autore dell’articolo.
In risposta a questo, lo stesso Ehrenreich il 17/06/16 ha chiesto ai suoi lettori, tramite la sua pagina faceboock, di scrivere a POLITICO per ringraziare la testata giornalistica per avergli concesso la pubblicazione del suo scritto.
Farsi prendere da facili   entusiasmi non è giusto, soprattutto nei confronti di chi ancora soffre una barbarica occupazione  a Gaza  ed in Cisgiordania. Io credo però che si  possa  dire che la pubblicazione di questo articolo su quel particolare sito  ci dice che  qualcosa si sta muovendo. La macchina della controinformazione, fatta di centinaia di associazioni in Palestina ed in tutto il mondo, che hanno a cuore i palestinesi e la loro lotta, centinaia  di giornalisti free lance, centinaia di siti dedicati a singole tematiche che ogni giorno ci aiutano a conoscere ed a capire, è ormai messa in moto e non c’è Hasbara o propaganda sionista che nonostante tutti i miliardi a disposizione, potrà spegnerla.
Un consiglio per la lettura dell’articolo. E’ un po’ lungo,  se potete stampatelo e leggetelo su carta (fronte retro su carta riciclata se è possibile) come fosse un capitolo di un libro. In effetti parte dell’articolo è preso proprio  dal suo ultimo libro appena pubblicato, “ The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” by Penguin Press (14/06/16).
Ben Ehrenreich è uno scrittore e  giornalista freelance.

COME ISRAELE ALIMENTA LA VIOLENZA di Ben Ehrenreich (fonte)
La notizia è di quelle  purtroppo consuete , ma non per questo meno allarmante per il   brutto déjà vu : quattro israeliani uccisi nella notte di Mercoledì (08/06/16) da uomini armati palestinesi nel cuore di Tel Aviv. Il governo di Israele, il più di destra nella storia del paese, ha risposto con misure che l’ONU ha prontamente etichettato come “ punizioni collettive”: ha invaso  la Cisgiordania di militari, sigillando la Cisgiordania e Gaza, e revocando  permessi di ingresso che aveva già concesso a 83.000  palestinesi per  entrare in Israele per lavoro, per culto o per  problemi sanitari. Giovedì  il giorno dopo la sparatoria di Tel Aviv,  Ron Huldai, sindaco della città, ha trovato il coraggio di affermare l’ovvio: che la violenza persisterà fino a che non finisce l’occupazione. “Israele”- ha detto Huldai- “è forse l’unico paese al mondo, che tiene un’altra nazione sotto occupazione, senza diritti civili”. Di questi tempi una affermazione così può sembrare coraggiosa , ma anche Huldai sta minimizzando la verità. Non è solo l’occupazione militare della Palestina , che provoca tali attacchi. Da oltre Atlantico o anche dalla tranquilla Tel Aviv può essere difficile da comprendere, ma l’occupazione, come ho altre volte scritto nei resoconti che faccio dalla Cisgiordania dal 2011, funziona come un enorme meccanismo capace di creare incertezza, spoliazione  e sistematica umiliazione. Non è  solo una questione di soldati e pistole, ma una struttura di vasta portata che affligge tutti gli aspetti della vita dei palestinesi: una complessa rete di posti di blocco, mobilità negata , umilianti permessi, muri e recinzioni, tribunali e prigioni, vincoli infiniti sulle iniziative economiche, demolizioni di case, espropri di  terra, furto delle risorse naturali, e, troppo spesso, esecuzioni sommarie. Nessuna repressione preventiva ne  punizione collettiva potrà mai essere abbastanza per  porre fine al bagno di sangue a Tel Aviv o altrove. Fino a quando questo sistema oppressivo rimane in piedi, e gli Stati Uniti continuano a sostenerlo con miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, la disperazione si diffonderà, e con essa la morte.
Due estati fa ho avuto una conversazione con un ex soldato israeliano di nome Eran Efrati (in questo link Efrati ci spiega chi è ndt.) che mi ha aiutato a  capire  come funziona l’occupazione. Ci siamo incontrati a Gerusalemme, all’inizio della  guerra a Gaza che avrebbe lasciato alla fine più di 2.000 morti palestinesi. Efrati ha da tempo lasciato l’esercito ed è diventato un attivista anti-occupazione, ma nel 2006 e nel 2007 ha trascorso molto tempo da militare  nella città di Hebron, a sud della Cisgiordania.
Quando è arrivato lì aveva 19 anni ed a quel tempo aveva  pochi strumenti per mettere in dubbio la presenza militare israeliana nella città. Nel  suo primo briefing, ricorda,  un ufficiale  chiede alle truppe come agirebbero se vedessero  un palestinese correre verso  un colono con un coltello. “Naturalmente la risposta è stata: devi sparargli al  centro del  corpo”, disse Efrati. Poi l’ufficiale ha posto la domanda al contrario: e se fosse stato il colono con un coltello? “La risposta è stata: non devi fare nulla. L’unica cosa  che puoi fare è chiamare la polizia, ma non ti è permesso toccarli. Fin dal primo giorno l’ordine  era, ‘non toccare i coloni.’ “Si capiva come per lui tutto avesse una logica”- disse  Efrati – “ I palestinesi erano il nemico; i  coloni per quanto sembrassero un pò folli, erano ebrei”.
Pochi giorni dopo, da tutta la Cisgiordania arrivarono migliaia di coloni per celebrare una festa religiosa. L’esercito impose  il coprifuoco per tenere i palestinesi lontano dalle strade. Il primo compito di Efrati ad  Hebron da soldato è stato quello di lanciare granate stordenti in una scuola elementare per segnalare  l’inizio del coprifuoco. “Lo feci come  tutti gli altri”, disse, “e in pochi secondi, centinaia di bambini corsero fuori. Ero in piedi all’ingresso e molti di loro mi guardavano negli occhi – è in quella occasione che per la priva volta ho accusato il colpo. Tutto ad un tratto ho capito quello che stavo facendo. Ho capito come potevo essere visto. Quel fine settimana, Efrati ricorda, i coloni hanno riempito il centro della città. Gli fu  assegnato il compito di scortare un gruppo di loro alla Tomba dei Patriarchi, un luogo sacro sia per i mussulmani che per gli ebrei , ed in cui si ritiene siano sepolti  Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli Sara, Rebecca, e Leah. Ai coloni fu concesso di entrare nel lato palestinese del sito, nella moschea. Quello che vide lo sconvolse: bambini israeliani urinavano sui pavimenti e bruciavano  i tappeti. I loro genitori erano lì, la moschea era piena di coloni, ma nessuno li fermò. Lui e un altro soldato afferrarono uno dei bambini e presero dalla sua mano l’accendino. “Iniziò ad urlare contro di noi”, disse Efrati, “gli ridemmo in faccia.” Cinque minuti più tardi, “uno dei nostri ufficiali di grado molto molto elevato venne dentro la mosche e disse, ‘Avete rubato qualcosa al ragazzo?’” Cercarono di spiegare, ma l’ufficiale ripeté la domanda “Dicemmo sì.” L’ufficiale ordinò loro di rendere l’accendino e chiedere scusa. Trovarono il bambino si scusarono e restituirono l’accendino. Il ragazzo corse dritto  nella stanza accanto, disse , e riprese a dar fuoco ai tappeti.
Le cose poi si sono fatte ancora  più strane. Efrati fu messo a capo di un checkpoint che separa la piccola zona di Hebron abitata da coloni, dalla parte più grande della città abitata dai palestinesi. Ha descritto quel lavoro come estenuante, noioso, bisognava stare  in piedi al freddo per almeno  16 ore, di solito affamati e sempre assonnati. Parte del nostro compito era umiliare i palestinesi. Gli insegnanti palestinesi  attraversavano il check point in giacca e cravatta. I soldati li facevano spogliare di fronte ai loro studenti ed  “a volte li facevamo aspettare per ore in mutande “, ha detto Efrati.
Il pretesto era quello di controllare che non avessero armi. “Non c’era nessuno di noi che pensava che qualcosa potesse accadergli “, ha detto, ma alle truppe veniva costantemente  detto dai loro superiori che tutti i palestinesi erano potenziali minacce, che chiunque li avrebbe potuti colpire  se avessero abbassato l’attenzione per un attimo. Questa prospettiva , disse Efrati , “ci ha fatto diventare molto, molto aggressivi. Gli ordini erano di spingerli   contro un muro, spogliarli e colpirli più volte con un arma li. Se dice qualcosa, colpitelo. Se si gira, colpitelo. Dovete stare attenti ad avere tutto completamente sotto controllo. ” Sono incominciati i primi sensi di colpa. Cominciò a portare dei pacchetti  di Bamba  -un popolare snack israeliano fatto con burro di arachidi –  per offrirli  ai bambini al checkpoint. 
Dopo un paio di giorni ” il ragazzino più coraggioso si avvicinò, prese un sacchetto di Bamba e corse via.” Efrati era entusiasta. Non molto tempo dopo un bambino palestinese di circa otto anni gli chiese se gli offriva  un pacchetto di Bamba. Questo bambino però non si mise a correre via. Aprì il pacchetto  e ne offrì un po ad Efrati. Si sedettero e mangiarono i chips insieme. Quando il ragazzo se ne andò, Efrati si sentì in estasi. Si sentiva in effetti  l’uomo che voleva essere, un soldato , amato per la sua gentilezza e che, allo stesso tempo, come disse, “proteggevo il mio paese da un secondo Olocausto “.
Quando tornò alla base, quella notte, gli fu ordinato di mangiare velocemente e prepararsi per un altro turno, non al posto di blocco questa volta , ma in una spedizione  di “mappatura” nella parte della città governata dall’Autorità Palestinese. Era ancora così eccitato dal successo con il Bamba che non gli importava di fare un altro turno. Il lavoro di “mappatura in fondo è semplice: ” Si va nelle case nel cuore della notte, sbatti tutti fuori di casa, fai una foto della famiglia, ed inizi a andare in giro per la casa distruggendo le cose”. Il pretesto è sempre quello di cercare le armi, “ma a noi interessava  inviare un messaggio “, disse Efrati, cioè assicurarsi che i residenti abbiano sempre ” la sensazione di essere continuamente  inseguiti. “(la frase  inglese, “sensazione di essere continuamente  inseguiti” può sembrare un pò strana,  ma in ebraico è una sola parola;  e questa parola i suoi superiori la usavano continuamente).Il suo compito era quello di redigere la mappa di ogni casa, disegnare dove erano le camere, le porte e le finestre. “Se da quella  specifica casa fosse partito un attacco terroristico,” l’esercito sarebbe stato pronto.
Quella notte, perlustrarono, misero a soqquadro  e mapparono due case nel quartiere di Abu Sneineh. Faceva freddo e nevicava. Quando ebbero finito, il sole non era ancora sorto, ed allora l’ufficiale scelse un’altra casa, apparentemente a caso. Fecero uscire la famiglia  fuori,  nella neve, entrarono in casa ed iniziarono a mettere tutto sotto sopra. Efrati aprì  la porta della camera di un bambino dove  si ricordò di aver visto un dipinto di Winnie-the-Pooh su una parete, e cominciò a fare la piantina della casa, ad un certo punto si accorse che sul letto c’era qualcuno. Un bambino, senza vestiti,  balzò fuori da sotto le coperte. Sorpreso, Efrati alzò la sua arma e mirò al bambino. Era il bambino che di pomeriggio aveva incontrato al checkpoint. “Iniziò a farsi la pipì addosso”, disse Efrati, “stavamo tremando, tutti e due stavamo tremando senza dire una parola.” Il padre del bambino,  che  scendeva le scale con un ufficiale,  vide che puntavo il fucile contro suo figlio e corse nella stanza. “Ma invece di spingermi indietro”, disse Efrati, “schiaffeggiò il bambino fino sul pavimento, lo prese a schiaffi  davanti a me e guardandomi mi disse, ‘Per favore, per favore non prendere il mio bambino. Qualunque cosa abbia fatto lo puniremo. ” Alla fine, l’ufficiale decise che il comportamento dell’uomo era sospetto, “stava nascondendo qualcosa.” Ordinò ad  Efrati di arrestarlo. “Così prendemmo il padre, gli bendammo gli occhi, ammanettammo  le mani dietro la schiena e lo mettemmo nella jeep militare.” Lo scaricammo come un sacco all’entrata della base e li “rimase seduto in mezzo alla neve per tre giorni in mutande e con una camicia tutta strappata ”. Alla fine, Efrati trovò il coraggio di chiedere al suo superiore  che cosa sarebbe accaduto al padre del ragazzo. “Non sapeva nemmeno di cosa stessi parlando”, disse  Efrati. “Cominciò a dire, ‘Quale padre?’” Efrati gli ricordò dell’uomo e l’ufficiale disse: “ah si lo puoi rilasciare . Ha imparato la lezione.”
Dopo aver tagliato le fascette di plastica che legavano i polsi dell’uomo e sciolto la benda che aveva negli occhi  lo vidi correre per la strada  in mutande ed a piedi nudi. A quel punto Efrati si rese conto che non aveva mai dato al suo comandante le mappe che aveva disegnato. Si affrettò a tornare nella stanza dell’ufficiale. “Ho fatto  davvero una cazzata”, gli disse, scusandosi per la sua negligenza. L’ufficiale, per nulla arrabbiato disse :  “Va tutto bene, non c’è problema, le mappe le puoi buttare via.” Efrati era confuso. Protestò: non era un compito vitale che avrebbe potuto  salvare la vita di altri soldati? L’ufficiale era infastidito. Disse :” avanti Efrati smettila di lamentarti. Vai via ‘ “. Ma Efrati continuava a parlare, voleva cercare di capire. Quando divenne evidente che non stava andando da nessuna parte, l’ufficiale gli disse: “Ascolta, è da quaranta anni che  ogni notte facciamo mappature delle case; tre o quattro case per notte.” La casa di quel bambino era stata mappata da lui stesso con altre unità altre due volte. Efrati si sentiva sempre più confuso. L’ufficiale provò un senso di compassione per Efrati e spiegò : “Se noi continuiamo ad irrompere  nelle loro case ed ogni volta ne arrestiamo qualcuno, li teniamo costantemente terrorizzati e  non ci attaccheranno mai . Si sentiranno sempre con il fiato sul collo”.  Questa, disse Efrati  “è stata la prima volta che ho capito che tutto quello che mi era stato detto erano delle totali stronzate”. “Da quel momento in poi non ho smesso di fare le cose che ho fatto, ho solo smesso di pensare.”
Naturalmente l’ufficiale di Efrati stava sbagliando. Se terrorizzi  la gente a lungo, alla fine perdono la loro paura. E allora sale la rabbia. Lo scorso ottobre, dopo un anno di relativa calma, giovani palestinesi hanno cominciato ad attaccare soldati israeliani, poliziotti e civili, raramente con armi o automobili, ma il più delle volte con articoli che si trovano comunemente in casa: coltelli, forbici, cacciaviti.
Sono stati attacchi scoordinati ed al di fuori del controllo della leadership palestinese o delle tradizionali fazioni armate. Molti si sono verificati nella zona di Hebron, spesso in posti di blocco o di altri siti di attrito tra civili palestinesi e militari israeliani, ma anche su autobus e tram a Gerusalemme, nei supermercati e nelle strade.
Nel mese di novembre, il generale Herzl Halev, il più alto grado dell’intelligence militare di Israele, ha spiegato al gabinetto del primo ministro Benjamin Netanyahu che gli attacchi non erano attacchi ideologici. Erano, ha detto, motivati da rabbia e frustrazione e realizzati da giovani -per lo più adolescenti- che “sentivano di non aver nulla da perdere.” In realtà avevano molto da perdere, come chiunque altro, la vita che stava davanti di loro. Ma il fatto che tanti sono disposti a buttarla via, e con la loro anche quella di molti altri, testimonia la profondità della disperazione, generata dall’occupazione Israeliana.
Quando, all’inizio di questo mese, sono tornato in Israele e in Cisgiordania, la violenza sembrava che stesse scemando. Fino alla sparatoria  di mercoledì (08/06/16), nessun israeliano è stato ucciso da palestinesi dal 18 febbraio. Nello stesso periodo, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 34 palestinesi, tra cui una bambina di sei anni, e il suo fratello di 10aa che sono morti per un  attacco aereo che con un missile ha colpito la loro casa nella Striscia di Gaza. I loro nomi erano Israa e Yasin Abu Khussa. Queste morti  raramente fanno notizia qui, ma per  palestinesi il loro ricordo rimane sempre vivido. Se tutto continua così, e l’occupazione va avanti, le occasioni per rattristarci non mancheranno.

lunedì 20 giugno 2016

la detenzione amministrativa, senza accusa né processo, nell' "unica democrazia del medio oriente"

Rinnovata la detenzione amministrativa a artista circense palestinese

La detenzione amministrativa dell’allenatore e artista circense palestinese Mohammad Abu Sakha è stata rinnovata per altri sei mesi, dal 13 giugno al 12 dicembre 2016. Ordini di detenzione amministrativa possono essere rinnovati indefinitamente.

Mohammad Abu Sakha è stato arrestato il 14 dicembre dello scorso anno, alle 16:00 circa (ora locale), mentre stava attraversando il check-point militare di Zaatara, vicino a Nablus, per andare al lavoro nella cittadina di Birzeit, vicino a Ramallah.

Abu Sakha fa parte della Scuola palestinese di Circo dal 2007. È diventato un allenatore e artista nel 2011. Ha partecipato in diverse esibizioni in Europa e negli Stati Uniti e ha anche partecipato in diversi tour in Palestina. Avrebbe dovuto partecipare agli allenamenti internazionali circensi tra marzo e giugno di quest’anno.

I primi sei mesi della sua detenzione amministrativa sono iniziati il 25 dicembre e finivano il 13 giugno 2016. Tuttavia, sono stati rinnovati per altri sei mesi.

Nella Cisgiordania palestinese occupata, l’esercito israeliano è autorizzato a usare ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell’Ordine Militare 1651. Tale ordine dà potere ai comandanti militari di trattenere un individuo per periodi rinnovabili di sei mesi, se esistono “motivi fondati per credere che la sicurezza dell’area o la sicurezza pubblica necessitino l’arresto”. Durante o poco prima della data finale, l’ordine è frequentemente rinnovato. Il processo può continuare all’infinito.

Un’udienza di convalida dell’ordine di detenzione amministrativa corrente contro Mohammad è previsto per il 15 di giugno, quando un giudice militare potrà confermare, limitare o cancellare il mandato.

Traduzione di F.H.L.
Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it

Bilal Kayed, prigioniero palestinese di cui era previsto il rilascio, è stato nuovamente imprigionato senza accuse

La stessa mattina in cui era prevista la sua uscita dal carcere (13 giugno), Bilal Kayed prigioniero palestinese, che ha passato 14 aa e mezzo di reclusione nelle carceri israeliane, è stato improvvisamente condannato a sei mesi di detenzione amministrativa, cioè detenzione senza nè accusa né processo,.
Durante la sua detenzione Kayed, 34 aa, di Asira al-Shamaliya vicino a Nablus, è stato più volte posto in isolamento e gli sono state impedite le  visite dei propri  familiari. Durante la prigionia ha praticato  numerosi scioperi della fame, tra cui, nel febbraio di quest’anno, quello per protestare contro il suo isolamento nella prigione di Ashkelon.
Prima di essere trasferito in isolamento in Ashkelon, Kayed, nella prigione israeliana di  Megiddo, era stato il rappresentante dei prigionieri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il partito politico palestinese di sinistra.  Nel  settembre 2015 è stato tra le  decine di prigionieri trasferiti da Megiddo.  Questo rientra in una campagna di repressione che prevede trasferimenti, incursioni ed attacchi ai prigionieri.
Kayed aveva 19 aa quandop è entrato  in prigione  il 14 dicembre del 2001. In prigione ha studiato a lungo e  tra i suoi compagni di prigionia è diventato  un  leader.
Sono  750 i prigionieri politici che insieme a Kayed si trovano  in detenzione amministrativa senza né accusa né processo. Gli ordini di detenzione amministrativa  sono emessi dal comandante militare degli occupanti  israeliani in  Cisgiordania. Durano da  uno a sei mesi e sono rinnovabili a tempo indeterminato . Le prove che hanno determinato l’ordine di detenzione sono segrete.

La detenzione amministrativa di Bilal Kayed ha  chiaramente lo scopo  di non concedere la libertà ad  un combattente palestinese,  prigioniero nelle carceri israeliane  da più di 14 anni, che fin dalla sua giovinezza si è distinto tra i suoi coetanei palestinesi per le sue capacità di leader. Questo dimostra ancora una volta l’uso della detenzione amministrativa come una pratica coloniale che utilizza il  metodo di colpire le persone più rappresentative della collettività  e della società palestinese. Isolare queste personalità significa costringere il popolo palestinese  a  fare a meno di queste importanti figure. Samidoun, la rete per la solidarietà con i prigionieri palestinesi, chiede l’immediato rilascio di Bilal Kayed e di tutti i compagni palestinesi prigionieri  nelle carceri israeliane e sollecita tutti gli amici del popolo palestinese ad organizzarsi, a protestare ed ad agire per chiedere la sua libertà e la libertà dei 7.000 palestinesi dietro le sbarre. (fonte samidoun)


91 ORGANIZZAZIONI PALESTINESI ED INTERNAZIONALI CHIAMANO ALL’AZIONE: 24-25 GIUGNO – GIORNATE PER LA LIBERAZIONE DI BILAL KAYED E LA FINE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA

91 organizzazioni palestinesi ed internazionali indicono congiuntamente una giornata di azione per la liberazione del prigioniero palestinese Bilal Kayed e la fine della detenzione amministrativa. Queste organizzazioni stanno sollecitando azioni in tutto il mondo per Venerdì 24 e Sabato  25 giugno – o prima – per chiedere la libertà per Kayed, che è in stato di detenzione amministrativa, detenzione senza accusa né processo, dopo aver scontato una pena di oltre 14 anni nelle prigioni israeliane.
Kayed è uno dei 700 palestinesi in detenzione amministrativa, su un totale di circa 7.000 prigionieri.
Questo invito all’azione arriva in risposta alle proteste annunciate all’interno delle carceri israeliane, lanciate dai prigionieri palestinesi, e coinciderà con uno sciopero della fame di due giorni che coinvolgerà centinaia di palestinesi incarcerati, per chiedere la libertà di Kayed. Il caso di Kayed è una priorità assoluta per i prigionieri palestinesi, che vedono la sua detenzione amministrativa immediatamente dopo aver scontato una lunga detenzione, come  potenziale e pericoloso precedente che minaccia tutti i prigionieri  palestinesi con periodo indefiniti di detenzione amministrativa.
Firma anche tu l’appello proposto da Samidoun
L’invito all’azione sarà aggiornato e ulteriori organizzazioni firmatarie sono benvenute. Le proteste e le azioni sono attualmente in programma a Berlino, Sakhnin, New York City, e Asira al-Shamaliyeh (città natale di Kayed), negli Stati Uniti  è previsto un bombing telefonico verso la Casa Bianca per il 24 giugno  col seguente modello di messaggio:

Bilal Kayed, prigioniero politico palestinese, è stato in sciopero della fame dal 14 giugno per protestare contro la sua detenzione amministrativa senza accusa né processo da parte di Israele, dopo essere stato condannato a 14 1/2 anni da un tribunale militare israeliano.
·         Gli Stati Uniti devono esigere l’immediato rilascio di Bilal interrompere il supporto alla politica carceraria israeliana verso i prigionieri e ad  altri crimini contro i palestinesi.
·         l’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele è una violazione universalmente riconosciuta dei diritti umani e del diritto internazionale.
·         Gli aiuti americani a Israele infrangono la legge Leahy, che esclude l’assistenza alle unità militari note per violare i diritti umani impunemente.
·         I miliardi di dollari inviati ad Israele dagli Stati Uniti potrebbero essere meglio spesi per pressanti esigenze all’interno del paese. (Indicando eventuali priorità nazionali, come l’assistenza sanitaria, la creazione di posti di lavoro o le scuole, che sono particolarmente importanti per voi).

Il 13 giugno, era prevista la liberazione del prigioniero palestinese Bilal Kayed  dopo 14 anni e mezzo di carcere israeliano. La sua famiglia lo stava aspettando, insieme ai suoi compagni e amici; tuttavia, la liberazione di  Bilal non è avvenuta- perché invece di essere rilasciato, è stato condannato dai militari dell’occupazione israeliana ad altri sei mesi di detenzione amministrativa senza accusa né processo. Ora è in uno sciopero della fame, iniziato la mattina del 15 giugno – chiedendo la sua libertà e la fine della detenzione amministrativa.
Bilal Kayed, 35 anni, è uno dei 750 palestinesi imprigionati senza accusa né processo, sotto detenzione amministrativa, sulla base di prove segrete,  7.000 sono in totale palestinesi nelle carceri di occupazione. La detenzione amministrativa è a tempo indeterminato e rinnovabile- i palestinesi possono passare anni in detenzione amministrativa, senza mai sapere quando saranno liberati.
Kayed è conosciuto come un leader tra i prigionieri palestinesi – come rappresentante del Fronte Popolare per la Liberazione dei prigionieri palestinesi nel carcere di Megiddo, è stato preso di mira e messo in isolamento per un anno e mezzo. I suoi compagni prigionieri palestinesi sono impegnati in una serie di proteste e azioni per chiedere il suo rilascio e stanno organizzando il loro terzo sciopero della fame di due giorni, il 24 e 25 giugno, per chiedere la libertà di Kayed e la fine alla detenzione amministrativa.
Questo è un tentativo per creare un precedente per tutti i prigionieri palestinesi- che, alla data di rilascio, dopo cinque, dieci, quindici o venti anni di carcere, invece di essere rilasciati, possono essere trattenuti a tempo indeterminato senza accusa né processo, in base  all’ordinamento della “Detenzione Amministrativa”.  La negazione della libertà a Bilal Kayed è una minaccia per la libertà di tutti i prigionieri palestinesi.
Mohammad Faisal Abu Sakha was detained by Israeli soldiers on 14 December 2015
·         Kayed,  leader Fronte Popolare, prevista scarcerazione;
·         Mohammed Abu Sakha, artista circense e insegnante;
·         Hasan Safadi, Gerosolimitano difensore dei diritti umani;
·         Bilal Abu Diab, animatore e organizzatore;
·         Abdel-Jaber Fuquha e Hatem Kufaisha, membri del Consiglio legislativo palestinese;
·         Omar Nazzal, giornalista e dirigente sindacale
insieme a centinaia di altri, denunciano il livello di impunità dello Stato di Israele che imprigiona i leader emergenti palestinesi e le figure di spicco della comunità senza accusa né processo. Centinaia di prigionieri palestinesi hanno aderito con  i loro corpi e le loro vite agli scioperi della fame per chiedere la fine di detenzione amministrativa.
Facciamo sentire la nostra voce in tutto il mondo aderendo all’appello per liberare Bilal Kayed e tutti i suoi compagni in detenzione amministrativa e per  porre fine alla stessa pratica della detenzione amministrativa. Chiediamo la libertà di tutti i prigionieri palestinesi –  per la causa per la quale lottano, la libertà della Palestina e della sua gente.
Noi aderiamo alla manifestazione, che con azioni ed eventi in tutto il mondo il 24 e 25 giugno sostiene i prigionieri palestinesi in sciopero per la libertà e sollecitiamo le organizzazioni e le persone di coscienza in tutto il mondo di unirsi in azioni per chiedere la libertà per Bilal Kayed e dei suoi compagni imprigionati, anche con campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per isolare a livello internazionale Israele, le sue istituzioni e le sue imprese – tra le quali G4S che trae profitto  dai carcerati, dall’occupazione, il razzismo, il colonialismo e l’ingiustizia.
Bilal Kayed e tutti i prigionieri palestinesi liberi!
Fine detenzione amministrativa!


Adesioni:
Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network
Abna’a el-Balad Movement – Palestine
Actions4Palestine – Toronto, Canada
AFPS Association France Palestine Solidarité
Al-Awda, the Palestine Right to Return Coalition NY
Al-Awda Palestine Right to Return Coalition – US
Alternative Information Center
Asociación Palestina BILADI
Association Belgo-Palestinienne
Association for Protection of Democratic Rights (APDR) – India
Association of Academics for the Respect of International Law in Palestine – AURDIP
Association of the Palestinian Community in Scotland
Associazione Amicizia Sardegna Palestina
BAYAN USA
BDS Action Calgary
BDS Berlin
BDS Slovenija
BDS Turkey (Filistin Için Israil’e Boykot Girisimi)
BDS Vancouver
Belgian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (BACBI)
Boycott! Supporting the Palestinian BDS Call from Within (Israeli citizens for BDS)
Byron Friends of Palestine
Campaign to Boycott Supporters of “Israel” in Lebanon
Campaign to Free Ahmad Sa’adat
Campaign to Free Georges Ibrahim Abdallah
Canada Palestine Association
CAPJPO – EuroPalestine
Citizens International – Malaysia
Coalition for Justice and Peace in Palestine (Sydney)
Collectif Judeo Arabe et Citoyen pour la Palestine
Comité Palestina Libre / Uruguay
Comite Salta de solidaridad con Palestina
Committee of the Greater ABC/SP of Solidarity with the Palestinian People – Brazil
Committee to Stop FBI Repression
Committees for a Democratic Palestine – Brazil
Corvallis-Albany Palestine Solidarity
Coup Pour Coup 31
Democratic Lawyers’ Alliance – Palestine
Democratic Palestine Committees – Germany
docP (Diensten en Onderzoek Centrum Palestina , Netherlands)
Education Equals Making Community Connections
European Coordination of Committees and Associations for Palestine (ECCP)
Euro-Mediterranean Human Rights Monitor
Faculty for Palestine (Canada)
February 20 Movement – USA
Filipino Refugees in the Netherlands
Finnish-Arab Friendship Society
Freedom Archives
Freedom Road Socialist Organization
Friends of Ain el-Helweh, Grenoble
Fronte Palestina Milano
Gerechtigkeit und Frieden für Palästina
Gesellschaft Schweiz Palästina
Gruppo Azione Palestina – Parma
Handala Center for Prisoners and Former Prisoners
Handala Cultural Center – Vienna
Hilton Head for Peace
Human Rights Foundation of Turkey (Türkiye Insan Haklari Vakfi)
Human Rights Institute – Bratislava, Slovakia
Human Rights March – Denmark
Hunter College Students for Justice in Palestine
Initiative for a Just Peace in the Middle East – Slovakia
Inminds.com
International Action Center
International Committee for Peace, Justice and Dignity
International Concerned Family and Friends of Mumia Abu-Jamal
International League of Peoples Struggle in Canada
International Solidarity Movement – Palestine
International Solidarity Movement – Northern California
International Solidarity Movement Czech Republic group
Ireland-Palestine Solidarity Campaign
Jewish Voice for Peace, San Diego
Jews for Palestinian Right of Return
Labor for Palestine
Landless Workers ‘ Movement (MST) – Brazil
Lefterianews – Greece
Leuvense Actiegroep Palestina
London Palestine Action
Los Otros Judios
Mouvement Citoyen Palestine
National Jericho Movement
National Lawyers Guild – Palestine Subcommittee
New York City Students for Justice in Palestine
Northeast Political Prisoner Coalition
NY 4 Palestine Coalition
NYC Free Peltier
NYC Friends of MOVE
Palästinensische Kulturzentrum Schweiz
Palestijnse Gemeenschap in Nederland
Palestina Rossa
Palestina Solidariteit
Palestinian Arab Cultural Center in Brazil – Rio Grande do Sul
Palestinian Arab Cultural Center in Brazil – Sao Paulo
Palestinian Arab Society – Corumba (Brazil)
Palestinian Child and Youth Institute – Lebanon
Palestinian Democratic Coalition – Chicago
Palestinian Documentation Center
Palestinian Prisoners’ Committee – Palestine
Palestinian Youth Organization
Plate-forme Charleroi-Palestine
Plateforme des ONG françaises pour la Palestine
Philippines-Palestine Friendship Association
Progressive Palestinian Youth Union – Palestine
Progressive Student Labor Front – Palestine
Raja’een Folkloric Dance Troupe
Red Sparks Union
Resistance for Free Palestine – Greece
Revolutionaire Eenheid
Revolutionary Communist Group/Fight Racism! Fight Imperialism!
Sawt al-Shaab (Voice of the People Radio) – Palestine
SODePAZ Balamil
Solidarity with Novorossiya and Antifascists in Ukraine – NYC
Stichting Groningen-Jabalya
Studenten Voor Rechtvaardigheid in Palestina- Nijmegen
Studenten voor Rechtvaardigheid in Palestina (SRP) – Vrije Universiteit Amsterdam
Students for Justice in Palestine – Liège, Belgium
Students for Justice in Palestine at the College of Staten Island
UDAP – Unione Democratica Arabo-Palestinese
UJFP French Jewish Union for Peace
Union of Palestinian Women’s Committees – Palestine
US Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel
U.S. Palestinian Community Network (USPCN)
Vlaams-Socialistische Beweging
Voice of Palestine
Women in Black (Vienna)

Trad. Invictapalestina.org