Visualizzazione post con etichetta Repubblica Democratica del Congo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Repubblica Democratica del Congo. Mostra tutti i post

venerdì 8 luglio 2022

RDC e Belgio, il passato e il tentativo di costruire nuove relazioni - Julien Bobineau

 

[Traduzione di Rosamaria Castrovinci dell’articolo originale di pubblicato su The Conversation]

 

Di recente i sovrani belgi, re Filippo e la regina Matilde, con una delegazione al seguito, si sono recati nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) per una visita di Stato della durata di una settimana. Il viaggio è stato annunciato come una possibilità per ricalibrare i rapporti tra i due Paesi dopo un oscuro passato coloniale. The Conversation ha parlato della visita con Julien Bobineau, ricercatore universitario, che si occupa delle narrazioni riguardanti i rapporti tra Belgio e Congo, per capire se vi siano le basi per una nuova partnership tra le due nazioni.

 

La storia della presenza del Belgio nella RDC

Quella che lega Belgio e Repubblica Democratica del Congo è una storia piuttosto cupa che affonda le sue radici nel XIX secolo.

Tra il 1884 e il 1885 le potenze europee avviarono una serie di negoziati per formalizzare le rispettive rivendicazioni territoriali in Africa, che culminarono nella Conferenza di Berlino, durante la quale però gli interlocutori africani non vennero coinvolti o interpellati.

Durante la conferenza, il re belga Leopoldo II ottenne la legittimazione internazionale per la proprietà delle terre che oggi corrispondono al Congo.

Da quel momento divenne il sovrano “privato” dello Stato Indipendente del Congo, che era 80 volte più grande del suo regno in Belgio. Re Leopoldo II morì nel 1909 senza aver mai messo piede nella “sua” colonia, ma avendo ottenuto enormi profitti dalle materie prime provenienti dal Congo.

Si stima che circa la metà degli allora 20 milioni di abitanti del Congo abbia perso la vita a causa delle durissime condizioni a cui furono costretti per estrarre le materie prime, principalmente la gomma. Alcuni storici l’hanno definito un genocidio.

A seguito delle numerose proteste internazionali, nel 1908 Leopoldo II decise di vendere la sua colonia privata allo Stato del Belgio. Dopo il passaggio di gestione il Paese fu rinominato Congo belga, ma gli interessi rimasero gli stessi. Nel Sud-Est i belgi scoprirono grandi giacimenti minerari ed esportarono rame, legno, cotone, cacao e caffè in Europa.

Dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù, nel 1910, i lavoratori congolesi iniziarono a ricevere un salario per il loro lavoro nelle miniere e nelle piantagioni. Tuttavia, si trattava di una paga molto inferiore a quella che ricevevano gli europei per lo stesso tipo di lavoro.

Questo razzismo coloniale proseguì anche nella vita quotidiana dei congolesi fino alla metà del XX secolo. Le città erano divise in quartieri “bianchi” e quartieri “neri”. Ai congolesi era permesso frequentare ristoranti, bar e cinema degli europei bianchi solo tramite permessi speciali.

Negli anni ’50 prese vita nel Congo belga un ampio movimento di protesta contro il dominio straniero. Il 30 giugno 1960 il re belga Baldovino finalmente concesse l’autonomia alla RDC. Joseph Kasavubu fu eletto primo presidente della nuova Repubblica, con Patrice Lumumba come primo ministro.

Tuttavia, poco dopo l’indipendenza, ci fu dell’attrito tra il Governo indipendente e le potenze occidentali, principalmente USA e Belgio. Queste, infatti, volevano mantenere il controllo sulle materie prime del Congo.

Nel settembre del 1960, dopo soli due mesi al Governo, Lumumba fu destituito e a gennaio del 1961 venne assassinato in Katanga per mano dei suoi avversari politici con l’aiuto dei servizi segreti belgi e statunitensi.

Il coinvolgimento del Belgio nell’omicidio politico venne occultato fin quando una commissione d’inchiesta, promossa dal Parlamento belga nel 1999, non ne ha riscontrato la parziale responsabilità.

Cosa è accaduto alle relazioni tra i due Stati dopo l’indipendenza

Da quel momento in avanti si sono verificati tre passaggi importanti.

Il primo è avvenuto nel 1965, quando Joseph-Désiré Mobutu, comandante dell’esercito, salì al potere instaurando una dittatura autocratica che durò fino al 1997.

Le relazioni diplomatiche tra Belgio e Congo durante la dittatura di Mobutu furono caratterizzate da alti e bassi. Da un lato il Belgio voleva mantenere i legami con l’ex colonia per ragioni economiche e geopolitiche, dall’altro lato il Governo doveva rispondere diplomaticamente alle innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse dal regime di Mobutu.

Questa già difficile situazione fu ulteriormente aggravata da due aspetti. In primis Mobutu aveva ripetutamente sottolineato la responsabilità morale del dominio coloniale, soprattutto nelle situazioni di crisi. In secondo luogo vi era una sorta di nostalgia coloniale tra la popolazione belga in quanto il dominio coloniale era stato romanticamente idealizzato.

Un secondo passaggio avvenne molti anni dopo. Nel 2020 l’African Museum modificò le sue linee guida riguardo gli oggetti provenienti da contesti coloniali, con l’obiettivo di rendere possibili le trattative per la restituzione dei manufatti.

Il museo, situato nel comune di Tervuren, fu fondato da re Leopoldo II nel 1897, all’apice del periodo coloniale, e funse da primo contatto per i belgi con la colonia africana anche se tramite pregiudizi razzisti costruiti ad arte per giustificare il dominio straniero.

Centinaia di migliaia di oggetti etnografici – principalmente frutto di saccheggi ma anche di alcune “donazioni” – furono portati a Tervuren e sono conservati ancora oggi all’interno del museo.

Successivamente a questo cambiamento paradigmatico generale, nell’ottobre del 2020 la Libera Università di Bruxelles ha acconsentito alla restituzione all’Università di Lubumbashi di alcuni resti umani provenienti dal Congo e, a marzo del 2022, il primo ministro belga Alexander De Croo ha annunciato la restituzione di 84.000 manufatti congolesi.

Il terzo passaggio è rappresentato dalla lettera che re Filippo ha inviato al presidente Felix Tshisekedi il 30 giugno del 2020, data dell’anniversario dell’indipendenza congolese. Nella lettera il monarca ha espresso il suo profondo rammarico per le ingiustizie coloniali commesse in Congo. Tutto ciò è accaduto anche nel contesto del movimento globale Black Lives Matter durante il quale le proteste contro il razzismo e le omissioni sulla storia coloniale sono andate via via crescendo all’interno della popolazione belga.

È stata la prima volta che un membro della famiglia reale si è rivolto alla popolazione congolese con tali parole. Quello stesso giorno anche il primo ministro belga Sophie Wilmès ha espresso il suo rammarico riguardo il passato coloniale. Anche in questo caso si è trattato di una prima volta, rappresentando una svolta paradigmatica nella storia politica del Paese.

Il piano di risarcimenti proposto dal Belgio

A ottobre del 2021 il Parlamento belga ha istituito una commissione per esaminare le ingiustizie coloniali. Dieci esperti sono stati incaricati di discutere diverse questioni, inclusa la possibilità di compensazioni finanziarie e una presenza più forte della storia coloniale belga nei programmi di istruzione e nella società.

La commissione dovrà anche fornire le basi per la riorganizzazione delle relazioni internazionali con i territori delle ex colonie.

Per quanto riguarda la restituzione degli oggetti provenienti dal contesto coloniale, il Governo belga ha stanziato 2 milioni di euro per risalire all’effettiva provenienza degli oggetti.

Per molti congolesi della diaspora in Belgio e nel Congo stesso tutto ciò non è abbastanza. Chiedono, infatti, anche le scuse ufficiali per le atrocità coloniali compiute, poiché quelle pronunciate da re e Governo finora non sono state altro che espressioni di rammarico.

Le possibilità di migliorare i rapporti diplomatici

Affinché le relazioni possano davvero migliorare, è necessario che lo Stato belga ammetta con maggiore risolutezza le proprie responsabilità e avvii dei negoziati politici in cui i due Paesi siano sullo stesso piano.

Anche i risarcimenti economici rappresentano una questione importante. Sebbene molti belgi credano di non poter essere ritenuti responsabili dei crimini commessi dai loro antenati, l’economia belga ha tratto enormi benefici dallo sfruttamento coloniale e, in teoria, continua a trarne tuttora. Alla società congolese, al contrario, è stato negata la potenzialità di “svilupparsi” a causa di sfruttamento, schiavitù e genocidio.

Le differenti situazioni economiche dei due Paesi sono la dimostrazione di una discrepanza provocata da ciò che è accaduto in passato e per cui una compensazione è doverosa. Un dibattito più ampio su questi temi, però, può essere affrontato nella società belga esclusivamente insieme alla controparte congolese.

da qui

lunedì 22 marzo 2021

storie di donne

 

Troppo bella per essere umana - Linda Bergamo

 

Sono nata nella Repubblica Democratica del Congo, a Kinshasa, che è la capitale. Quando avevo 7 anni, è morto mio padre. I soldi mancavano sempre a casa, ce la cavavamo a stento grazie a lui e al suo lavoro giornaliero. Abbiamo fatto un funerale, c’erano tante persone in quella chiesa non molto grande. Andavamo spesso nella Chiesa del Risveglio, il pastore parlava dell’Apocalisse e di come i buoni sarebbero stati salvati da Dio. Dio era la risposta a tutto, qualsiasi cosa succede per volontà di Dio.

Il pastore ha indicato me, in mezzo alla folla, come strega responsabile della malasorte di mio padre. Ero io a portare il malocchio alla famiglia. Ero troppo bella per essere soltanto umana. Durante la notte mi trasformavo in una donna bellissima, incantavo gli uomini, rubavo loro l’anima. Potevo far sparire il loro pene o decidere della loro impotenza. Ero una sirena.

Nascosto, mistico, parallelo al mondo in cui viviamo e che vediamo coi nostri occhi c’è quello che chiamiamo il Secondo Mondo. È popolato di spiriti, sirene, uomini-leopardo, zombie che sono responsabili delle sfortune della gente, delle malattie, della morte, della povertà. Il pastore in chiesa parla della potenza del mondo occulto, è la stregoneria che regola e influenza i nostri rapporti sociali.

Il dito puntato su di me. Strega tra i presenti, maleficio del secondo mondo, dovevo essere guarita. L’orrore negli occhi di mia madre. Il fiato sospeso dei miei fratelli. Il disprezzo negli occhi dei miei nonni. Il silenzio.

Il pastore ha sentenziato la mia condanna, e poi ha proposto a mia madre l’esorcismo. La cura. Per la somma di 10mila franchi, sarei stata purificata dal male che era in me.

Mi hanno tenuta in una stanza buia per tre settimane. Non ho visto la luce. Mi hanno lasciata senza cibo finché non sono svenuta, per purificare il mio corpo, dicevano. Mi hanno spruzzato l’acqua salata negli occhi. Avevo solo sette anni, urlavo, piangevo, spiegavo che non ero una sirena, non avevo fatto niente.

C’erano dei momenti di terapia collettiva, per esempio il pastore ci chiamava alla preghiera a mezzanotte, perché è a quest’ora che si svegliano gli spiriti. Abbiamo fatto anche delle sedute private, il pastore mi faceva delle domande sui miei poteri, ricostruiva la storia delle sventure della mia famiglia e del mio ruolo distruttore. Sono stata torturata fino a confessare. Anzi, fino a crederci davvero.

La terapia della liberazione è finita.

Ma la porta di casa è chiusa. Non mi vogliono. Hanno troppa paura di me. I vicini li hanno messi in guardia, mi hanno vista vestita come una donna matura affamata di uomini.

A Kinshasa ci sono tanti bambini per strada. Quando andavamo in giro mia madre mi impediva di parlarci, erano sporchi e pericolosi. Li chiamavamo “monaci” o “shege“. Sono abitati dagli spiriti: rubano, uccidono e poi mangiano le loro vittime.
A otto anni sono entrata in una casa in cui c’erano già altre bambine e ragazze di strada. Mi hanno accolta, e mi hanno spiegato come guadagnare dei soldi con gli uomini. Le ragazze più grandi spiegano alle più piccole come fare, dove andare, dove trovare i clienti che pagano meglio.

Sono stata in strada per tanto tempo, all’inizio mi prostituivo da sola. Un cliente si avvicinava, parlavamo rapidamente del prezzo, della prestazione e poi andavamo in un hotel pagato da lui, o nei posti che conoscevo. La concorrenza è feroce, siamo tante e i prezzi sono bassi. Guadagnavo quanto bastava per mangiare e comprare altri vestiti. Vivevo con le altre bambine, ascoltavamo la musica di giovani un po’ più grandi di noi che avevano avuto successo.

Poi un giorno, un uomo che veniva regolarmente mi ha proposto di lavorare per lui. Aveva un giro di clienti, teneva una specie di agenda coi numeri di telefono. Organizzava lui gli incontri, spesso avvenivano in un bar, e si teneva il 60% del totale. Guadagnavo comunque di più che da sola e in strada.

Gli affari andavano bene per Jean Michel, non ero la sola con cui “collaborava“. Ha deciso che avrei potuto ambire ancora di più, all’Europa. Ha organizzato un viaggio per la Turchia, eravamo in quattro ragazze. Mi ha fatto giurare di rimborsare un debito di 8000 euro in un anno. Avevo quindici anni, nessuna famiglia da cui tornare, nessun parente che mi accettasse, nessun legame, solo gli spiriti nella testa che mi guidavano nel rapporto con gli uomini.

Sono arrivata in Turchia. Li’ ho incontrato Jolie. Era lei a fare da tramite tra noi e Jean Michel a Kinshasa. L’impatto con la violenza nella prostituzione che ho vissuto ad Ankara è stato uno shock. Ero sorvegliata, gli scagnozzi di Jolie mi picchiavano, i clienti mi trattavano con disprezzo. Non capivo la lingua, negoziavo il prezzo della prestazione, mi davano meno della metà, perché sapevano che ero straniera e non capivo quello che dicevano. E ancora botte perché non guadagnavo abbastanza. E i furti. Jolie mi ha spiegato come fare, cosa dire, come contrattare. Tra Ankara e Istanbul, ho resistito otto mesi.

Sono scappata in Grecia, mi ha aiutato un trafficante che ho pagato ottocento euro, faticosamente messi da parte, nascosti, complici della mia fuga su uno zodiac di notte. Sono arrivata a Moria. Tra i trafficanti di passaporti falsi e i trafficanti di droga, e i trafficanti di donne e uomini disperati.

Ricordo ancora una donna incinta che mi guarda, che ci guarda, dalla porta. Anche lei si prostituiva, la vedevo ogni tanto nella sala delle donne. Noi eravamo nella sala dei bambini. Della prostituzione dei minori. Ci guardava con un misto di orrore, sconforto, pena, paura. Forse pensava al suo bambino nella pancia, se anche lui un giorno sarebbe finito qui tra noi.

Ho 22 anni e sono a Grenoble da uno. Ho abitato con una coppia di congolesi qualche mese, ma le cose si sono complicate quando l’uomo di casa mi ha messo gli occhi addosso.

La moglie mi ha buttato fuori: sirena, strega, incantatrice. Non posso farci niente. Ho uno spirito nella testa che mi guida da sempre, da quando sono stata nella Chiesa del Risveglio per l’esorcismo. Ho provato a smettere la prostituzione. Ci penso spesso, soprattutto quando i clienti mi picchiano, mi trattano come un oggetto, arrivano gentili per ottenere un trattamento di favore e mi sputano addosso quando ripartono, “puttana“.

Faccio la prostituta da quando avevo otto anni. Non conosco nient’altro che questo. Lo spirito è li per ricordarmelo ogni giorno.


La storia di Ryta potrebbe essere quella di migliaia di altri bambini di Kinshasa e altre città della Repubblica Democratica del Congo.

Accusare i bambini, femmine e maschi, di stregoneria è un fenomeno molto recente le cui origini sono da cercare nel cambiamento sociale, economico e politico di un’Africa che vive un momento di transizione, di frenetica richiesta di modernità. Il paesaggio urbano cambia, ma anche le gerarchie sociali: i bambini partecipano al commercio dei diamanti, all’esercito, le bambine guadagnano con la prostituzione, padroneggiano lo spazio mediatico, mentre i capofamiglia sono spesso disoccupati. Un cambiamento che va di pari passo con l’evoluzione dello stato post-coloniale e della mondializzazione: le tensioni tra modernità e tradizione trovano una sorta di ragione nella magia.

Tutto cambia molto velocemente, tra crisi economica e frattura generazionale, e le cosiddette Chiese del Risveglio l’hanno capito, e ne approfittano. Non solo contribuiscono alla definizione del “secondo mondo“, alimentando l’immaginario collettivo, ma si prestano a una dinamica particolare: le famiglie che non riescono a mantenere diversi figli, le matrigne o i patrigni che vogliono sbarazzarsi del figlio avuto dal partner con la precedente moglie o marito ingaggiano il pastore per accusare pubblicamente di stregoneria il figlio di cui liberarsi. Le chiese del risveglio, dal canto loro, raccontano la stregoneria, accusano, e poi propongono la cura, l’esorcismo, a pagamento. È un business. È una truffa.

Ryta racconta che lo sfruttamento e la violenza sessuale sono ovunque, in famiglia, in strada. In Congo, la prostituzione delle ragazze e delle bambine è un fenomeno diffuso che trascende le classi sociali. L’entrata in prostituzione è stimata all’età di 6 anni.

Linda Bergamo fa parte della redazione Community di Melting Pot e collabora con Comune

da qui

 

 

Essere creduta… - Alessandra Ballerini

 

Ci eravamo scritte tramite altre donne che a vario titolo l’hanno accolta e si prendono cura di lei. Mi hanno fatto male quasi tutte le sue parole. Avevo tante cose da chiederle e lei a me. Cosi ci siamo incontrate: ero un po’ inquieta mentre l’aspettavo, sono purtroppo abituata a confrontarmi con la sofferenza ma la sua temevo sarebbe stata devastante.

Appena entrata ho ammirato le sue lunghissime trecce blu, ho sorriso istintivamente e mi sono rilassata. Ho voluto credere che se aveva ancora la voglia di concedersi un po’ di colore forse non erano riusciti a spezzarla.

Non c’erano riusciti i genitori che l’avevano ceduta da infante ad una signora che l’aveva ridotta in schiavitù. Aveva sofferto la fatica, la fame, le botte e persino le ustioni, era stata ferita, piegata, ma non l’avevano spezzata. Neppure l’uomo che violando i suoi tredici anni aveva iniziato ad abusare di lei sessualmente, era riuscito a spegnerla. Lei è rimasta viva e vitale tanto da reagire mentre veniva violata e colpire il suo aguzzino con una bottiglia. Resta viva anche quando la vogliono arrestare e deve iniziare a scappare. Non si spezza neppure quando scopre che le persone che si sono offerte di aiutarla per fuggire sono uguali all’uomo che la abusava.

Non la spezzano gli stupri e né i successivi nove anni in Libia dove viene costretta a suon di botte a prostituirsi. Non la uccidono gli uomini che la usano, né la “cannuccia” che le infilavano tra le gambe una, due, sei volte per costringerla ad abortire ogni volta che restava incinta. Non l’uccide l’infezione contratta nell’ultimo aborto prima di prendere la barca né il dolore di vedere la sua amica inghiottita tra le onde.

Neppure il rapimento in Italia da parte della sorella del trafficante al quale doveva ancora “saldare il debito”, le successive violenze, o il disgusto per i nuovi clienti sono mai riusciti a romperla completamente. Una parte di lei resta incredibilmente intatta e si colora.

Ora è seduta di fronte a me e mette insieme tutto il male che ha subito, le ferite del corpo e dell’anima che dovremmo fare refertare: “Sì il mio corpo ha segni: ho delle cicatrici sull’addome per le violenze patite quando ero bambina a casa della signora che mi ospitava: mi tagliava la pancia con un un oggetto simile a un coltello”, si alza la maglia per farmi vedere i tagli che le attraversano l’addome. “Sulle gambe ho segni di bruciature perché questa signora quando avevo sei anni mi faceva cucinare e mi torturava facendomi tenere in mano pentole pesantissime colme di acqua bollente che regolarmente mi cadevano sulle gambe ustionandomi”. Inghiottisce e si ferma a pensare: “Ho subito molte altre violenze ma non si vedono più i segni”.

Le dico che mi spiace tanto per tutto quello che ha dovuto sopportare fino a poche settimane fa e che spero che da adesso in poi il male resterà alle sue spalle. Vorrei anche dirle che finora ha conosciuto solo l’abisso di cui sono capaci gli uomini ma esiste anche altro e che forse lo sta già iniziando a sperimentare tra queste donne che si prendono cura di lei, ma il nodo in gola mi impedisce di formulare altre parole. Mi aggrappo con lo sguardo al blu delle sue trecce.

Rompe lei il silenzio “Non riesco a dimenticarmi tutto quello che ho subito, è come se quest’incubo non finisse mai perché sopraggiungono alla mente ricordi e immagini… Spero di riuscire a dimenticare ma poi risento sempre dolore e sofferenza e ricomincio a stare male”. Alla vigilia del’8 marzo la sua educatrice mi scrive festosa informandomi che le è stata finalmente riconosciuta la protezione da parte della commissione. Non l’ho mai vista così felice, aggiunge. Essere creduta e ricevere protezione sono l’abc della felicità. E la felicità oggi è blu.

da qui

 

 

Donne sempre in rinascita - Paola Fabiani

 

I finanziamenti e il sistema di assegnazione annuale degli appalti per i centri antiviolenza sono sufficienti e funzionali per il tipo di servizio? È una domanda che le addette ai lavori spesso rivolgono alle istituzioni che si occupano dei finanziamenti e degli appalti, ma considerata la situazione generale, è una domanda che non trova ancora riscontro. Gli appalti per la gestione dei centri antiviolenza continuano ad essere, per la maggior parte dei casi, di durata annuale e con finanziamenti poco adeguati.

Alcune casi locali in materia sono molto significativi.

È trascorso un anno da quando Marinella Mariotti, responsabile del centro antiviolenza “Le tre lune” di Setteville di Guidonia (Roma) ha redatto l’ultima relazione della sua attività del centro e i numeri fanno impressione: in un anno ben oltre ottanta donne si sono rivolte al centro “le tre lune”, ma per l’appalto ormai giunto al termine, il Comune sta preparando una nuova gara per l’assegnazione del servizio. Le donne che si sono rivolte al centro fino a quel momento si pongono l’interrogativo di quando e da chi verranno accolte e per quanto tempo.

Dopo un “vuoto” di circa un mese il lavoro del centro antiviolenza riprende grazie alla cooperativa Il Girotondo di Velletri che si aggiudica l’appalto e inizia il servizio a fine marzo 2020. La cooperativa ha esperienza in questo ambito avendo la gestione di altri due centri antiviolenza, uno ad Ariccia e uno a Rocca Priora. Anche il centro ha cambiato nome e ora si chiama Gea che si riferisce alla dea della Terra ma anche in omaggio ad una loro collega che è venuta a mancare.

La responsabile del centro, Camilla Annibaldi, riferisce che il lavoro svolto dal centro antiviolenza da marzo dello scorso anno è stato complicato per alcuni aspetti derivanti dagli obblighi di confinamento a casa delle famiglie e dalle modalità di lavoro che ha dovuto fare più affidamento alla tecnologia che agli incontri di persona. Ma poi il suo tono di voce sembra riprendere energia e aggiunge: “Un anno difficile, ma anche ricco di buone sinergie. Il confinamento a casa dei mesi scorsi può aver acuito alcune situazioni di violenza ma non ha spezzato il desiderio di rinascita delle donne vittime di violenza, donne più consapevoli che riescono a dire con decisione ‘io con quello un’altra quarantena non la faccio’“.

È invece il sistema dei bandi con assegnazioni annuali che può spezzare l’evoluzione di un percorso, un sistema di appalti che non è funzionale per questo tipo di servizio che si trova dopo dodici mesi a tessere nuovamente i rapporti istituzionali, a garantire nuovamente fiducia alle donne che sono sostenute dal centro e molto altro.

Sta volgendo ormai al termine anche il mandato della cooperativa Il Girotondo. Infatti a breve dovrebbe avere termine l’appalto e il servizio verrà messo di nuovo a bando. Per Giulia, Roberta, Michela (nomi di fantasia) e tutte le altre donne che si sono rivolte al centro in questi mesi è il momento di cambiare, ancora una volta, le persone a cui dovranno rivolgersi per proseguire il proprio percorso.

Ricorrendo ad un anglicismo, forse, si potrebbe avere più chiaro il senso e l’obiettivo del lavoro svolto in un centro antiviolenza. ‘To cure’ e ‘to care’ sono due verbi inglesi che foneticamente e graficamente sono molto simili, ma traducendo il loro significato in italiano la differenza è sostanziale: “to cure”, significa curare, mentre “to care” prendersi cura, preoccuparsi per. Un lavoro quest’ultimo che richiede tempo e attenzione, continuità e fiducia.

Il lavoro del centro antiviolenza non si basa sulla cura ma si basa sulla fiducia e ha come oggetto l’intimità e la vita della donna che si rivolge al centro, e già solo per questo, non meriterebbe un’attenzione e una cura diversa? Le istituzioni, si rendono conto che si frammenta il lavoro dei centri antiviolenza con appalti annuali e brevi proroghe per coprire l’attesa del nuovo bando?

A queste domande sembra difficile avere risposte univoche a livello nazionale, ma si spera che possano sollecitare un dibattito e soluzioni concrete, ricordando alle istituzioni che anche il rapporto del Grevio pubblicato il 13 gennaio 2020 esorta ad elaborare soluzioni che permettano di fornire una risposta coordinata e interistituzionale alla violenza, ma soprattutto evidenzia che si dovrebbero stanziare finanziamenti adeguati. Altro annoso problema…. Insomma, mettere a disposizione qualche migliaia di euro, senza garanzia di una continuità di tempo per la piena realizzazione delle attività, non può essere considerata la modalità da prediligere per un centro antiviolenza.

da qui

 

 

La guerra di Erdogan contro le donne - Marina Mastroluca

 

 

E alla fine lo ha fatto davvero. Il governo turco ha annunciato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, un accordo di cui la Turchia era stata prima firmataria nel 2011, dando agio a  Recep Tayyp Erdogan di vantare una larghezza di vedute sulle condizione femminile sempre più misconosciuta nei fatti. Era tempo che se ne parlava nelle stanze della politica, mentre le piazze si riempivano della protesta delle donne, come sta accadendo in queste ore in tutto il Paese. Femministe alla sbarra e sconti di pena per gli assassini, la Turchia fanalino di coda nel ranking internazionale sulle disuguaglianze di genere: 130esima su 149 nella classifica del World economic forum. Erdogan  ha sacrificato le donne alla sua idea di potere e società tradizionale, da ultimo sposando le tesi dei gruppi islamici più conservatori nel momento in cui la sua autorità vacilla sotto il peso di un’economia sull’orlo del baratro e si teme ad ore un tracollo della lira alla riapertura dei mercati, dopo la sostituzione del terzo governatore della Banca centrale. Parlare d’altro, in questo momento, è comunque meglio.


Femminicidi non registrati

Nessuna statistica, nessun conteggio ufficiale. Delle donne uccise, da mariti, fidanzati, parenti o pretendenti, non resta traccia, finiscono genericamente tra i casi di morte violenta, senza note a margine mentre nei tribunali torna a risuonare la parola onore, per derubricare un femminicidio a reato minore. Secondo la piattaforma turca “Fermiamo i femminicidi” solo nel 2020 ci sono state 300 donne uccise e 171 casi sospetti: troppe morti vengono classificate come suicidi, quando non come banali incidenti: un fucile inceppato, una caduta. Una corda al collo, un volo dalla finestra. La bilancia della giustizia pende dalla parte dell’uomo che uccide, perché si è sentito respinto, disonorato, “offeso nella propria mascolinità”.

La Convenzione di Istanbul non si è mai tradotta in Turchia in politiche di prevenzione, ma uscirne è comunque un gigantesco passo indietro, tanto più se ispirato da presunte motivazioni religiose. Gli ambienti più conservatori dell’Akp, il partito di Erdogan, sostengono che l’accordo sarebbe in contrasto con i principi dell’islam, minerebbe la solidità della famiglia e favorirebbe l’omosessualità. Il richiamo, espresso esplicitamente dal vicepresidente turco, Fiat Oktay, è alla necessità di  «elevare la dignità delle donne turche» prendendo ispirazione «nelle nostre tradizioni e nei nostri costumi»: non dunque in un accordo internazionale che sancisce la parità dei generi.

Occhi bassi e ventri pieni

Le tradizioni sono quelle che vengono ribadite ad ogni occasione. Perché la guerra di Erdogan contro le donne è cominciata ben prima di quest’ultima sciagurata decisione. Dal suo governo è stato un continuo stillicidio. Ministri che hanno affermato che la disoccupazione è colpa delle donne che pretendono di lavorare (l’occupazione femminile è appena al 34% e, inutile dirlo, in ambiti informali o comunque sottopagati) o che le donne non dovrebbero ridere troppo forte quando sono in pubblico. Occhi bassi e ventri pieni. Erdogan ha paragonato la contraccezione al tradimento, ha affermato che ogni donna turca dovrebbe mettere al mondo almeno tre figli, ha fatto di tutto per rendere l’aborto un diritto solo sulla carta. “Una donna non può essere trattata come un uomo”, sono sue parole. In un G20 del 2019 ha detto che avrebbe promosso università solo per donne, perché si concentrino meglio sugli studi, quando in Turchia come altrove nel mondo il successo scolastico vede una netta supremazia femminile: per le associazioni femministe il rischio della segregazione culturale è quello di un’ulteriore marginalizzazione delle donne.

Segnali che nella società turca sono risuonati come tanti via libera a violenze e discriminazioni. Nei primi 65 giorni del 2021, complice anche la pandemia e i lockdown, ci sono state 65 vittime, una al giorno.

Ma autoritarismo e guerra alle donne non sono prerogativa solo di Erdogan. Nell’Unione Europea, per l’ingresso nella quale la Turchia resta ancora candidata, Polonia e Ungheria hanno fatto del loro meglio per distinguersi in questa attitudine. La prima ha minacciato di uscire dalla Convenzione di Istanbul, la seconda non l’ha ratificata. Sarà il caso che da qualche parte qualcuno si ricordi che i diritti delle donne sono diritti umani, inderogabili.

da qui

 


sabato 13 marzo 2021

Co-co-co-co-co: cobalto, coltan, Congo, complicità e colonialismo

Congo: una zona grigia tra conflitti e silenzi - Alessandro Spinnato

 

Il 22 febbraio 2021, un convoglio del World Food Programme delle Nazioni Unite è stato attaccato vicino a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Nell’attacco hanno perso la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e un autista congolese del WFP, Mustapha Milambo.

Time For Africa, un’organizzazione no-profit che opera nel campo della cooperazione e solidarietà internazionale, ha tenuto un webinar riguardo all’accaduto. L’obiettivo è quello di commemorare le tre vittime e di focalizzare l’attenzione su ciò che avviene in Africa e, in particolare, nella provincia del Kivu della RDC.

I conflitti in quest’area sono causati soprattutto dagli interessi che le grandi multinazionali hanno nei confronti delle ricchezze e dei minerali che si trovano nel sottosuolo congolese. Beni che dovrebbero essere una benedizione, ma che, in realtà, sono diventati una maledizione per molte persone. Uomini, donne e bambini sono infatti costretti a lavorare in condizioni disumane per estrarre i materiali per conto di grandi imprese come Microsoft, Apple e Sony.

Questo perché il sottosuolo congolese è ricco di giacimenti di Coltan e di Cobalto. Si tratta di materiali fondamentali per le batterie degli smartphone e per la fabbricazione di molti apparecchi elettronici. I cittadini che vivono nella regione orientale del Paese sono spesso costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre, le quali vengono espropriate per perseguire gli interessi economici dei colossi dell’elettronica. Questi ultimi, come è stato riconosciuto anche dell’ONU, pagano e finanziano i gruppi ribelli, che hanno il solo scopo di cacciare la gente per garantire l’assalto alle immense ricchezze del sottosuolo.

Ciò che sta avvenendo nella RDC è un vero e proprio olocausto che prosegue da più di vent’anni. A oggi si contano più di undici milioni di morti, quarantotto stupri ogni ora e quarantamila bambini ridotti in schiavitù. I colpevoli sono da ricercare, oltre che nelle grandi imprese del settore elettronico, nel mondo occidentale e, più recentemente, anche in quello asiatico e arabo. Molti Paesi stranieri cercano di interferire negli affari congolesi, come sta facendo negli ultimi anni la Cina, interessata anch’essa ai preziosi minerali.

Il problema principale a livello globale è il fatto che la comunità internazionale chiuda gli occhi di fronte alla situazione congolese. Ci si dimentica e si considera conclusa una guerra che non è mai finita. Si tratta infatti di una guerra congelata, di una zona grigia molto pericolosa in cui ormai è naturale che gli scontri siano aperti, dato che colpiscono solo la gente del luogo e il mondo occidentale pensa di esserne escluso. Inoltre, sembra esserci un certo interesse a mantenere instabile e conflittuale questo scenario, in modo da poter prender parte a traffici illeciti di materie prime senza farsi notare e nascondendosi dietro la facciata della guerra.

La provincia del Kivu è sicuramente una delle zone più calde,. Avvengono continui scontri tra i gruppi armati Tutsi, presumibilmente sostenuti dal vicino governo ruandese, e le bande Hutu, che usufruiscono del sostegno finanziario e logistico del Burundi. Il coinvolgimento più o meno diretto dei due Paesi è motivato dalla volontà di destabilizzare la RDC servendosi di milizie etniche per controllare i traffici illeciti di oro, diamanti e minerali.

Inoltre, c’è un altro aspetto da tenere in considerazione. Il comportamento di individualismo sfrenato, da parte dei giovani africani, volto alla ricerca ossessiva della prosperità, che è frutto dell’ultramoderna mentalità globalizzata. Quest’ultima ha cambiato il modo di pensare dei ragazzi ed è stata una conseguenza del fatto che costoro si siano sentiti doppiamente abbandonati. Dallo Stato e dalla comunità internazionale. Si sono quindi affermati nuovi paradigmi sociali all’interno della popolazione. Il modello del giovane aggressivo-competitivo e quello autoritario di libero mercato, il quale sta riempiendo i cuori e le menti dei leader africani.

Stiamo assistendo dunque a una crisi della classe politica congolese, incapace di presentare e portare avanti un progetto comune in cui i cittadini possano credere e riconoscersi. I politici di oggi, purtroppo, non danno la possibilità ai congolesi di poter sognare giorni migliori.

In conclusione, è necessario un cambio di rotta. Oltre che di un progetto politico comune e condiviso, infatti, bisogna soprattutto lavorare sulla diplomazia politica. Occorre mostrare e far sapere alla comunità internazionale ciò che accade in Congo. C’è bisogno di politici capaci che denuncino le barbarie e i crimini disumani che avvengono ogni giorno sul territorio. Servono leader capaci di rompere il leitmotiv della classe politica attuale.

Come sostiene Guido Barbera, uno dei relatori del webinar e presidente del CIPSI (Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionali):

«Per dare un senso alla morte di Luca, Vittorio e Mustapha e a queste tragedie, dobbiamo assumere la loro eredità. Dobbiamo impegnarci insieme per completare ciò che loro non hanno potuto fare, a causa della morte barbara e prematura. Dobbiamo diventare costruttori di pace, giustizia e fraternità. Non possiamo continuare a stare tranquilli, pensando che le guerre e le ingiustizie siano lontano da noi. Si deve avere la forza di cambiare il mondo».

da qui

 

 

Metalli: in Italia dal 3 marzo regole forti. Una giusta cura per i conflitti - Francesco Gesualdi

 

Il 3 marzo, in forza del decreto 13/2021, diventerà operativa anche in Italia la legislazione europea che obbliga gli importatori di metalli, con provenienza estrattiva da zone segnate da guerre o da altri tipi di conflitti e di rischi, a vigilare sulle filiere di approvvigionamento in modo da escludere qualsiasi connessione con i ‘signori della guerra’ e altri soggetti colpevoli di violazione dei diritti umani.

I minerali in questione sono stagno, tantalio, tungsteno, oro e ci riguardano molto da vicino perché sono di uso comune. Molti di loro contribuiscono alla fabbricazione di cellulari, computer e ogni altro dispositivo elettronico. Ed è un fatto che per il tramite di 400 importatori, la Ue assorbe circa il 35% del commercio mondiale dei quattro minerali in questione, collettivamente indicati con la sigla 3T& G. Non c’è forse modo migliore, nel nostro Paese, per onorare la memoria e l’impegno dell’ambasciatore Luca Attanasio ucciso, con chi accompagnava la sua missione politica e umanitaria, in terra congolese.

Un po’di storia. Il primo Paese ad avere imposto alle imprese importatrici di minerali e metalli l’obbligo di vigilanza sulle filiere di approvvigionamento sono stati gli Stati Uniti, che nel 2010 vararono il così detto Dodd Frank Act.

Constatato che i conflitti presenti in Paesi come, appunto, Repubblica Democratica del Congo, ma anche la gemella Repubblica del Congo, Repubblica Centrafricana, Sudan del Sud, Ruanda, Uganda, Zambia, Angola, Burundi, Tanzania, erano condotti da regimi e gruppi armati che si finanziano con i proventi derivanti dalla vendita di minerali estratti nei propri territori, non di rado col lavoro forzato spesso minorile, si assunsero misure con lo scopo di interrompere il flusso di denaro che alimenta i conflitti. Anche la società civile europea esercitò tutta la pressione di cui era capace affinché nella Ue si arrivasse a un provvedimento analogo, ma solo nel 2014 la Commissione europea redasse una prima bozza di regolamento nella stessa direzione. Poi, ci vollero altri tre anni per concludere l’iter legislativo e finalmente, nel 2017, il regolamento 821 venne assunto congiuntamente da Parlamento e Consiglio europei. Pur rimandandone l’attuazione al 1° gennaio 2021.

In ambito aziendale il concetto di vigilanza è meglio conosciuto come due diligence, alla lettera ‘dovere di diligenza’, anche traducibile come dovere di perizia, cura, controllo. Un precetto dalla forte valenza morale che trova la sua applicazione nell’adozione di una serie di misure organizzative tese a evitare il rischio di errori, violazioni, omissioni.

Se rispetto a tematiche di carattere fiscale, contabile, tecnico, la due diligence è ormai pratica abbastanza diffusa, non è ancora così sviluppata nei confronti di obiettivi sociali come la tutela dei diritti umani, della dignità del lavoro, del benessere collettivo. Un ritardo preoccupante perché la due diligence è universalmente riconosciuta come un pilastro della responsabilità sociale d’impresa. Non a caso, assieme alla trasparenza e alla disponibilità a porre rimedio alle violazioni, essa è nella strategia-chiave individuata dall’Onu per ottenere il rispetto dei diritti umani in ambito produttivo.

Lo testimoniano i Guiding Principles on Business and Human Rights, le linee guida adottate nel giugno 2011 dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Nel caso dell’importazione di metalli e minerali connessi con zone di guerra, la legislazione europea impone che la due diligence sia condotta secondo le modalità previste dalle linee guida messe a punto dall’Ocse. Esse chiedono che le imprese si dotino di un sistema organizzativo interno capace di tracciare l’intero percorso seguito dai loro prodotti, di conoscere tutti i passaggi di denaro avvenuti nella loro catene di acquisto, di censire tutti gli attori intervenuti a qualsiasi titolo nelle loro filiere di approvvigionamento (imprese estrattive, intermediari commerciali, fonderie, imprese metallurgiche), di eseguire controlli sui fornitori e di sapere imporre azioni correttive in caso di violazioni di qualsiasi genere. Inoltre l’Ocse chiede alle imprese di sottomettersi periodicamente all’azione i- spettiva di soggetti esterni oltre che di redigere rigorosi e completi rapporti annuali.

Varie testimonianze rivelano che in alcune aree minerarie dell’Africa persistono situazioni di violenza e di guerra, in particolare nella regione dei Grandi Laghi, che interessa la Repubblica Democratica del Congo, il Burundi, il Ruanda e l’Uganda. Ma un rapporto redatto nel 2020 dal Gao, il centro studi che compie ricerche per il Congresso degli Stati Uniti, certifica che dal 2008 al 2014 nella zona dei Grandi Laghi si è registrata una riduzione significativa di violenza sessuale, evento sempre collegato a una minore intensità di conflitti armati. Lo stesso periodo è stato anche quello in cui negli Usa si è avuto il maggior numero di imprese che hanno aderito agli obblighi imposti dal Dodd Frank Act. Segno di quanto le imprese possano essere determinanti per il superamento dei conflitti se scelgono la via della responsabilità, della cura e della trasparenza.

Ma come consumatori possiamo giocare anche noi la nostra parte. Seguendo, magari, l’esempio delle 23 guide escursionistiche di Domodossola (‘Avvenire’, 24 febbraio 2021 lettera con risposta del direttore) che hanno scritto a Garmin, la principale compagnia produttrice di strumenti Gps, per sollecitarla a verificare la provenienza dei minerali incorporati nei suoi prodotti, altrettanto possiamo fare noi verso i produttori dei nostri telefonini. Se gli importatori di minerali devono rispondere oltre che alla legge anche a una pressione ‘dal basso’ hanno una ragione di più per comportarsi correttamente. La responsabilità, da qualsiasi parte si attivi, porta sempre buoni frutti.

(pubblicato sul quotidiano “Avvenire” de 28 febbraio)

 

da qui