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martedì 3 maggio 2022

la solitudine dei saharawi

 

Sánchez volta le spalle al popolo saharawi - Marco Santopadre


La svolta di Sánchez sulla vicenda saharawi i cittadini spagnoli l’hanno incredibilmente appresa, venerdì scorso, grazie ai notiziari dei media marocchini; «senza alcun dibattito parlamentare né previa comunicazione ai media del paese» ha scritto il quotidiano progressista El Diario.
Finora tutti i governi spagnoli avevano difeso (almeno formalmente) una soluzione basata su quanto stabilito dalle risoluzioni dell’ONU e sul rispetto del diritto all’autodeterminazione della popolazione saharawi. Ma in una lettera inviata a Mohammed VI, il leader socialista ha comunicato di condividere il piano di Rabat che chiede un riconoscimento internazionale della sovranità marocchina sull’ex Sahara spagnolo in cambio della concessione di un certo grado di autonomia ai territori occupati dal 1975.
Nella missiva, Sánchez giudica «l’iniziativa di autonomia marocchina, presentata nel 2007, come la base più seria, realistica e credibile per risolvere la controversia».
Madrid si allinea così alla 
decisione di Donald Trump, che nel dicembre 2020 diede l’ok all’annessione marocchina dell’ex 53esima provincia spagnola in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv (che nel frattempo hanno fatto molti progressi, anche sul fronte militare).

 

La reazione del Fronte Polisario
Scontata e rabbiosa la reazione del “Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro” – l’organizzazione che storicamente rappresenta la popolazione saharawi e porta avanti la resistenza – e del governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui territorio è occupato, per l’80%, dal Marocco. In un comunicato l’esecutivo della RASD condanna la decisione di Madrid definendola in «totale contraddizione con la legalità internazionale e le risoluzioni dell’Onu». Da parte sua il Fronte Polisario ha deplorato la mossa di Sánchez definendola un «ulteriore ostacolo» agli sforzi diretti a una soluzione negoziale del conflitto e riaffermando «la propria volontà di continuare la lotta armata per la liberazione». Del resto, dopo circa 30 anni di congelamento delle ostilità – in attesa che l’Onu organizzasse il previsto referendum per l’autodeterminazione contemplato dalle sue risoluzioni, che però non si è mai visto – nel novembre del 2020 i combattimenti sono ripresi – per quanto a bassa intensità – dopo la violazione da parte del Marocco del cessate il fuoco siglato nel 1991

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Spagna. Contrari destra e sinistra
Tornando alle reazioni in casa, a destra il blitz di Sánchez non è piaciuto. Il leader in pectore del PP, il galiziano Alberto Núñez Feijóo, ha bollato la presa di posizione del premier come «drastica e sconsiderata». Temendo concessioni alle rivendicazioni marocchine sulle enclavi nordafricane di Ceuta e Melilla se non addirittura sulle Canarie, la stampa conservatrice, unanime, parla di «cedimento al Marocco». L’ex premier popolare José Maria Aznar ha invece definito la svolta della Moncloa sul Sahara Occidentale un «errore storico» che il paese «pagherà caro».

Sul fronte opposto, la mossa del PSOE ha prodotto l’ennesimo strappo con gli alleati di governo di Podemos, che hanno informato di non condividerla affatto, così come le formazioni nazionaliste e di sinistra basche, catalane e galiziane. Anche la Ministra del Lavoro e vicepremier Yolanda Díaz e il ministro Alberto Garzòn (di Izquierda Unida) si sono smarcati.
Per la leader dei morados, Ione Belarra, la Spagna deve rispettare il diritto internazionale e il conflitto nel Sahara richiede «una soluzione politica equa, duratura e accettabile per tutte le parti in conformità con le risoluzioni dell’ONU, a partire dall’autodeterminazione del popolo saharawi». Per quanto in disaccordo, però, i viola non sono certo intenzionati a mettere in discussione l’alleanza di governo con i socialisti.
L’avallo di Sánchez alle richieste marocchine mira al varo di relazioni preferenziali – sul piano geopolitico, commerciale e militare – con il paese nordafricano, dopo anni di relazioni burrascose.

 

Madrid in cerca della normalizzazione
Agli inizi degli anni Duemila, Madrid e Rabat si sono affrontati militarmente per il controllo dell’isolotto di Perejil, nello Stretto di Gibilterra. Nel 2021, poi, la crisi è di nuovo esplosa dopo l’accoglienza riservata da Sánchez a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario a lungo ricoverato sotto falso nome in un ospedale della Rioja a causa di alcune complicanze dovute al Covid 19. La vendetta marocchina è giunta il 18 maggio, quando 8000 migranti riuscirono a raggiungere Ceuta grazie alla “distrazione” delle guardie di frontiera di Rabat. Madrid accusò il Marocco di utilizzare i profughi come strumento di ricatto e Rabat imputò a Sánchez una connivenza con gli avversari della sua integrità territoriale.
Ora però Madrid vuole voltare pagina e cerca una base legale sulla quale basare il soddisfacimento dei suoi interessi nell’area, a partire dallo sfruttamento delle risorse ittiche dei pescosi mari al largo delle coste del Sahara Occidentale o dei giacimenti di fosfati. «Cominciamo una nuova tappa basata sul rispetto degli accordi, l’assenza di azioni unilaterali, la trasparenza e la comunicazione permanente» recita un comunicato diffuso dalla Moncloa, che mette l’accento sulla necessità di fare dei progressi nella comune gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Secondo indiscrezioni, il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovrebbe presto recarsi a Rabat per preparare la visita del premier spagnolo, che intanto il 23 marzo si è recato a Ceuta e Melilla.
Alle prese con una fronda nel suo stesso partito, Sánchez può comunque contare sul sostegno pubblico espresso dall’ex premier Zapatero e dell’ex ministro degli Esteri (anch’egli socialista) Moratinos, che durante il loro mandato provarono a convincere l’esecutivo – ma dovettero desistere – a sostenere il piano marocchino di annessione.

 

L’Algeria disapprova
Ora si attendono però le reazioni dell’inviato speciale dell’Onu per il Sahara, Staffan de Mistura (nominato da poco dopo due anni durante i quali la carica era rimasta vacante), e del governo algerino, da sempre principale sponsor della lotta dei saharawi per l’indipendenza, utilizzata spesso come arma contro i nemici di Rabat. Il governo di Algeri, al quale Madrid ha chiesto un aumento delle forniture di gas, ha richiamato “per consultazioni” il proprio ambasciatore a Madrid, Said Moussi, dicendosi stupito per il cambio di posizione della Spagna. Contemporaneamente, l’ambasciatrice marocchina in Spagna, Karima Benyaich, è tornata a Madrid dopo il suo ritorno in patria nel maggio del 2021.

Nei mesi scorsi il governo algerino ha già interrotto le relazioni con il Marocco bloccando il flusso del gas che prima arrivava in Spagna e Portogallo transitando sul territorio di Rabat attraverso il condotto Maghreb-Europa. Ora il gas algerino fluisce verso Madrid attraverso un altro condotto – il MedGaz – che bypassa il territorio marocchino ma che però ha una portata limitata, a cui Algeri sopperisce inviandolo in Spagna e in Portogallo attraverso delle navi cisterna.
Secondo alcuni media iberici, ora l’Algeria potrebbe provare a far pressione sul governo spagnolo, per convincerlo a tornare indietro sulla decisione di sostenere l’annessione marocchina del Sahara Occidentale, aumentando i prezzi del gas venduto a Madrid fino al 2024. L’Algeria fornisce il 43% del gas importato dalla Spagna, seguita a distanza dagli Stati Uniti (14%) e dalla Nigeria (11%).
Il governo algerino avrebbe recentemente rifiutato le richieste statunitensi di riapertura del gasdotto Maghreb-Europa (GME), ed anzi avrebbe chiesto al governo spagnolo di non rivendere al Marocco una parte del combustibile che Madrid importa dall’Algeria.
Il Marocco nel frattempo, avrebbe raggiunto un accordo con la società petrolifera Sound Energy per collegare i suoi giacimenti di gas di Tendrara al GME.
Dal canto suo l’Algeria starebbe lavorando ad un progetto volto a realizzare un lungo gasdotto che la collegherebbe alla Nigeria attraverso il Niger, e che potrebbe far arrivare fino all’Europa circa 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Le autorità algerine avrebbero già preso accordi in questo senso con il governo del Niger.


LINK E APPROFONDIMENTI

https://pagineesteri.it/2021/12/29/africa/il-sahara-occidentale-tra-occupazione-e-greenwashing/

https://www.publico.es/actualidad/carta-sanchez-rey-mohamed-vi-propuesta-marroqui-autonomia-base-seria-creible-realista.html

https://www.africarivista.it/algeria-continua-il-braccio-di-ferro-sul-gasdotto-maghreb-europa/199056/

https://www.publico.es/politica/decision-gobierno-espanol-sahara-no-cumple-derecho-internacional.html

https://www.aljazeera.com/news/2022/3/19/algeria-recalls-spain-envoy-over-western-sahara-policy-change

 

da qui

 

 

La pessima salute di ferro del governo Sánchez - Maurizio Matteuzzi

Qualcuno tracciando, nel gennaio scorso, un bilancio di metà mandato della coalizione fra i socialisti del PSOE e la “nuova sinistra” di Unidas Podemos, scrisse della “pessima salute di ferro del governo progressista spagnolo”. Un ossimoro azzeccato.

Ma in pochi mesi lo scenario anche in Spagna è drammaticamente cambiato e l’attacco in febbraio della Russia di Putin all’Ucraina con la relativa risposta NATO-UE – e anche molto altro – ha mandato giudizi e previsioni a carte quarantotto. E se oggi lo stato di salute del governo guidato da Pedro Sánchez resta pessimo, non appare più nemmeno così di ferro. Molti in Spagna considerano questo il passaggio più critico da quando nel gennaio 2020 il governo ottenne l’investitura delle Cortes. C’è anche chi, non solo in una destra colpita anch’essa dalla crisi, vede non più così sicuro l’approdo della legislatura alla sua naturale scadenza elettorale nel 2023.

Fino a fine 2021, nell’imperversare della pandemia, il governo di coalizione fra due soci che non si amano ha in buona sostanza tenuto fede agli impegni presi e implementato la “agenda progressista” faticosamente pattuita. Livelli record di spesa in sede di bilancio, misure sociali, riforme delle pensioni e del lavoro, leggi a forte impatto simbolico e politico quali eutanasia, riders, reddito minimo vitale, affitti, trans e LGBT, violenze di genere e femminicidio, memoria democratica, clima e transizione energetica verde, campagna di vaccinazione che ha toccato l’80% della popolazione, sblocco dell’impasse catalana con tanto di indulto per i leader indipendentisti…

La ripresa economica, dopo il disastro provocato nel 2020 dal covid, non ha però assecondato, finora, le speranze di Sánchez.  Nel ’21 l’occupazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007, ma la crescita del 7.2% annunciata dal governo per quell’anno è andata via via riducendosi: prima al 6.5% per poi scendere al 5%. Il maggior tasso di crescita dell’ultimo ventennio ma pur sempre troppo basso. Soprattutto considerando che nel dicembre scorso il tasso d’inflazione era già schizzato oltre il 6% per poi lambire, con gli effetti collaterali della guerra in Ucraina – bollette di luce e gas, prezzo di gasolio e benzina, annunciato aumento delle spese militari dei paesi NATO, etc. etc. – la soglia insostenibile del 10% a fine marzo.

Pedro Sánchez e il suo governo, sotto assedio di una rabbiosa destra storica – il Partido Popular – che non si rassegna a non essere più al potere e di una nuova destra cavernicola – i fascio-franchisti di VOX – che è ormai il terzo partito spagnolo, non possono fare a meno di una economia che corra veloce, pena il rischio di regalare le bandiere della protesta alla piazza e ai gilet gialli di cui si vedono già i sintomi nelle massicce manifestazioni e scioperi di trasportatori, agricoltori, pescatori, autonomi, etc.; nonché il rischio che, come accaduto in altri paesi (la Francia, l’Italia), i ceti popolari delusi dalla sinistra riversino i loro voti sulla destra.

Sánchez lo sa bene. Per questo a fine di marzo ha annunciato un “Plan de Choque de Respuesta a la Guerra”, un “piano d’urto” anticrisi da 16 miliardi di euro che prevede uno “escudo social” con tagli fiscali e aumento del reddito minimo vitale.

Se basterà e funzionerà è da vedere. Decisivo sarà il fattore tempo. Perché il 2023, anno di elezioni regionali e politiche, è vicino mentre il rimescolamento fra e nelle forze politiche è al massimo.

Il PSOE, dopo la svolta centrista nel congresso di ottobre, è forse tentato di rompere con Podemos (almeno questo è il timore di Podemos che non si fida di Sánchez) per giocare la carta della grande coalizione con il PP che ha appena cambiato la leadership.

Il Partido Popular, che si è liberato del fallimentare Pablo Casado e  ha appena eletto col 98% dei voti il suo nuovo leader,  Alberto Núñez Feijóo, presidente della Galizia, “moderato e centrista”, è chiamato a decidere se continuare e formalizzare  l’alleanza con l’ultra-destra di VOX come già accade in molte città e regioni (la linea della presidente della Comunidad di Madrid, la sfegatata trumpista Isabel Díaz Ayuso) o  rilanciare una linea di centro-destra e/o avventurarsi in una qualche forma di appeasement con il PSOE .

Podemos che perde peso elettorale e ingoia rospi (l’ultimo la clamorosa giravolta con cui Sánchez riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, a danno del Fronte Polisario) ma non rompe perché “siamo l’unica garanzia che il governo faccia politiche progressiste”. E aspetta con crescente nervosismo che la comunista Yolanda Díaz, popolarissima ministra del lavoro, avvii il suo progetto di “Frente Amplio” nell’arduo tentativo di riunire gruppi e gruppuscoli della nuova sinistra che si sono andati frantumando.

Poi c’è VOX, che incalza il PP di Núñez Fejóo intimandogli di “decidere con chi vuole negoziare”, se con Pedro Sánchez e il suo governo chavista in salsa iberica o con i patrioti anticomunisti di VOX.

Saranno due anni di fuoco.

da qui



venerdì 22 febbraio 2019

Venezuela. Petrolio e non solo - Maurizio Matteuzzi


Lo storico Howard Zinn ha contato 103 interventi militari USA nel mondo fra il 1798 e il 1895, un calcolo che non tiene conto di tutti quelli – un’infinità – nel corso del ‘900 e neppure di quello auspicato dal futuro presidente Theodore Roosevelt, allora Assistente segretario alla Marina, che in una lettera del 1897 scriveva di “sperare in una qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. In effetti l’anno dopo, 1898, gli Stati uniti dichiararono guerra alla Spagna, naturalmente, parole di Roosevelt, sia in nome “dell’umanità e per il bene dei cubani” sia come “ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America dal dominio europeo”.
Sono passati 120 anni e lo scenario è ancora lo stesso. Perfino le parole – la narrazione, come si usa dire adesso – sono praticamente le stesse. Venezuela, gennaio-febbraio 2019. Il paese deve essere liberato dal giogo chavista, con qualsiasi mezzo, sia in nome dei diritti umani e per il bene dei venezuelani, sia come ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America latina dalla macchia rossa del quindicennio di governi di sinistra o quantomeno progressisti , e dalla crescente interferenza di Cina e Russia.
E’ la riproposizione della vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 e attualizzata alle condizioni del secolo XXI. Con una batteria di ultradestri già schierata – Duque e il suo burattinaio Uribe in Colombia, Macri in Argentina, Bolsonaro in Brasile, Piñera in Cile – Washington guarda al Venezuela chavista come all’ultima pedina del domino da abbattere (poi non resteranno che Cuba e Bolivia in attesa di “scoprire” il Messico di López Obrador) prima del ritorno dell’America latina all’ovile del cortile di casa.
Petrolio, come sempre. Ma non solo. Dopo l’auto-etero-proclamazione a presidente “incaricato”, il 23 gennaio scorso, del carneade Juan Guaidó (un pollo d’allevamento ben conosciuto dalla CIA e dal NED, National Endowment for Democracy, ma sconosciuto al mondo esterno e, secondo un sondaggio di una settimana prima dell’auto-etero-proclamazione, all’81% dei venezuelani), il Venezuela corre sul filo. E più passa il tempo, più quel filo rischia di spezzarsi.
Ad oggi l’intervento USA, aperto e neanche più dissimulato, non è ancora al livello dell’attacco militare. Ma nei frenetici giorni successivi al 23 gennaio, mentre si moltiplicavano gli appelli al dialogo e ai negoziati, il vice di Trump, Mike Pence ha detto chiaro e tondo che ormai “non è più il tempo del dialogo ma dell’azione” e lo stesso pollo d’allevamento Guaidó per la prima volta non ha escluso il suo appoggio a un intervento militare USA (“faremo tutto quello che è necessario per salvare vite umane”: una tempo, dall’altra parte della cortina di ferro si chiamava richiesta dell’ “aiuto fraterno” di Mosca) e in un articolo sul New York Times ha scritto che è possibile finirla con il regime dell’ “usurpatore” Nicolás Maduro “con un minimo di spargimento di sangue”.
Un intervento “umanitario” a guida USA o, ancor meglio, accompagnato da un “esercito di liberazione” latino-americano sarebbe però estremamente rischioso, con ricaschi imprevedibili. Il dramma potrebbe finire in tragedia. Al momento Guaidó e chi lo manovra non vogliono sentir parlare di dialogo, mediazione o compromessi, né quelli di papa Francesco né quelli di Messico-Uruguay (il “meccanismo di Montevideo” abortito sul nascere,) né quelli proposti dal segretario dell’ONU António Guterres. Vogliono tutto e subito. Maduro si dice pronto al dialogo per guadagnare tempo, offre elezioni per l’Assemblea nazionale (già in mano all’opposizione dal 2015) ma rifiuta di rigiocarsi il mandato presidenziale del maggio 2018.
Ancora non è chiaro a chi giovi il tempo. Agli USA (con annessa appendice Guaidó) per portare a termine lo strangolamento? A Maduro per disvelare fino in fondo la natura golpista e il marchio tardo-colonialista dell’operazione 23 gennaio? Di certo non alla gran massa dei venezuelani, stremati da anni di guerra civile strisciante, penuria, iper-inflazione, violenza, boicottaggi.
Ma è altrettanto certo che, almeno finora, in Venezuela l’opposizione, golpista e no, da sola non ce la può fare con il regime, più o meno buono che sia, avviato vent’anni fa da Hugo Chávez. Maduro non si è dimostrato all’altezza del suo predecessore. La sua politica sicuramente e probabilmente anche la sua etica possono, e in buona misura devono, essere messe in discussione. Ma lui rimane il presidente costituzionale eletto in elezioni considerate passabilmente pulite da gente come l’ex premier spagnolo Zapatero e l’ex-presidente USA Carter, non proprio estremisti rossi.
Il resto è golpismo (“un golpe è un golpe”, ha detto Alfred de Zayas, rapporteur dell’ONU in Venezuela), neo-colonialismo allo stato puro (Noam Chomsky), vecchia e già vista “storia di regime change” (Roger Waters, il fondatore dei mitici Pink Floyd). Resi ancor più insopportabili dalla penosa subalternità agli USA di Trump, Pence, Bolton, Abrams, mostrata da almeno 20 dei 28 paesi della Unione europea subito corsi ad arruolarsi fra quella sessantina che hanno riconosciuto il golpe.
(Una parentesi sull’Italia. Che sta a metà, che come ha scritto spiritosamente qualcuno apre le porte ai golpisti ma non ancora le braccia, l’Italia del sì-però-no e del no-però-sì. Con Mattarella che spinge tornando al 1999, quando era ministro della difesa del governo D’Alema e mandò i caccia italiani targati NATO a bombardare la Serbia, e facendo il Napolitano del 2011 che forzò un recalcitrante Berlusconi a partecipare all’avventura libica contro Gheddafi. Con il “sovranista” Salvini che fa a chi ce l’ha più duro con la “sinistra” alla Renzi. E con almeno una parte dei Cinquestelle che per una volta assumono una posizione ragionevole. Chiusa parentesi.
In Venezuela, ora come ora gli scenari possibili sono tre: una rivolta delle forze armate nel caso gli USA riescano a rompere il cordone ombelicale che le lega al chavismo; una (improbabile) rinuncia di Maduro per l’insostenibilità delle pressioni politiche e delle sanzioni economiche internazionali; un intervento militare straniero sul tipo di quello del 1989, eufemisticamente definito “chirurgico” (tremila morti), con cui gli USA invasero Panama e catturarono Manuel Noriega, ex agente della CIA caduto in disgrazia.
Ma il Venezuela non è Panama. E Chávez non era Noriega. A meno di una implosione del regime, il rischio di una guerra civile, probabilmente sanguinosa, è reale. Si vedrà allora se i pruriti umanitari di Stati Uniti ed Europa in difesa della popolazione venezuelana assoggettata al chavismo finiranno come nello Yemen dove i sauditi affamano e sterminano a man salva la popolazione nel silenzio generale (forse perché le vittime sono arabi e le armi all’Arabia saudita gliele vendiamo noi occidentali).

lunedì 18 febbraio 2019

Venezuela. Petrolio e non solo - Maurizio Matteuzzi


Lo storico Howard Zinn ha contato 103 interventi militari USA nel mondo fra il 1798 e il 1895, un calcolo che non tiene conto di tutti quelli – un’infinità – nel corso del ‘900 e neppure di quello auspicato dal futuro presidente Theodore Roosevelt, allora Assistente segretario alla Marina, che in una lettera del 1897 scriveva di “sperare in una qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. In effetti l’anno dopo, 1898, gli Stati uniti dichiararono guerra alla Spagna, naturalmente, parole di Roosevelt, sia in nome “dell’umanità e per il bene dei cubani” sia come “ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America dal dominio europeo”.
Sono passati 120 anni e lo scenario è ancora lo stesso. Perfino le parole – la narrazione, come si usa dire adesso – sono praticamente le stesse. Venezuela, gennaio-febbraio 2019. Il paese deve essere liberato dal giogo chavista, con qualsiasi mezzo, sia in nome dei diritti umani e per il bene dei venezuelani, sia come ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America latina dalla macchia rossa del quindicennio di governi di sinistra o quantomeno progressisti , e dalla crescente interferenza di Cina e Russia.
E’ la riproposizione della vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 e attualizzata alle condizioni del secolo XXI. Con una batteria di ultradestri già schierata – Duque e il suo burattinaio Uribe in Colombia, Macri in Argentina, Bolsonaro in Brasile, Piñera in Cile – Washington guarda al Venezuela chavista come all’ultima pedina del domino da abbattere (poi non resteranno che Cuba e Bolivia in attesa di “scoprire” il Messico di López Obrador) prima del ritorno dell’America latina all’ovile del cortile di casa.
Petrolio, come sempre. Ma non solo. Dopo l’auto-etero-proclamazione a presidente “incaricato”, il 23 gennaio scorso, del carneade Juan Guaidó (un pollo d’allevamento ben conosciuto dalla CIA e dal NED, National Endowment for Democracy, ma sconosciuto al mondo esterno e, secondo un sondaggio di una settimana prima dell’auto-etero-proclamazione, all’81% dei venezuelani), il Venezuela corre sul filo. E più passa il tempo, più quel filo rischia di spezzarsi.
Ad oggi l’intervento USA, aperto e neanche più dissimulato, non è ancora al livello dell’attacco militare. Ma nei frenetici giorni successivi al 23 gennaio, mentre si moltiplicavano gli appelli al dialogo e ai negoziati, il vice di Trump, Mike Pence ha detto chiaro e tondo che ormai “non è più il tempo del dialogo ma dell’azione” e lo stesso pollo d’allevamento Guaidó per la prima volta non ha escluso il suo appoggio a un intervento militare USA (“faremo tutto quello che è necessario per salvare vite umane”: una tempo, dall’altra parte della cortina di ferro si chiamava richiesta dell’ “aiuto fraterno” di Mosca) e in un articolo sul New York Times ha scritto che è possibile finirla con il regime dell’ “usurpatore” Nicolás Maduro “con un minimo di spargimento di sangue”.
Un intervento “umanitario” a guida USA o, ancor meglio, accompagnato da un “esercito di liberazione” latino-americano sarebbe però estremamente rischioso, con ricaschi imprevedibili. Il dramma potrebbe finire in tragedia. Al momento Guaidó e chi lo manovra non vogliono sentir parlare di dialogo, mediazione o compromessi, né quelli di papa Francesco né quelli di Messico-Uruguay (il “meccanismo di Montevideo” abortito sul nascere,) né quelli proposti dal segretario dell’ONU António Guterres. Vogliono tutto e subito. Maduro si dice pronto al dialogo per guadagnare tempo, offre elezioni per l’Assemblea nazionale (già in mano all’opposizione dal 2015) ma rifiuta di rigiocarsi il mandato presidenziale del maggio 2018.
Ancora non è chiaro a chi giovi il tempo. Agli USA (con annessa appendice Guaidó) per portare a termine lo strangolamento? A Maduro per disvelare fino in fondo la natura golpista e il marchio tardo-colonialista dell’operazione 23 gennaio? Di certo non alla gran massa dei venezuelani, stremati da anni di guerra civile strisciante, penuria, iper-inflazione, violenza, boicottaggi.
Ma è altrettanto certo che, almeno finora, in Venezuela l’opposizione, golpista e no, da sola non ce la può fare con il regime, più o meno buono che sia, avviato vent’anni fa da Hugo Chávez. Maduro non si è dimostrato all’altezza del suo predecessore. La sua politica sicuramente e probabilmente anche la sua etica possono, e in buona misura devono, essere messe in discussione. Ma lui rimane il presidente costituzionale eletto in elezioni considerate passabilmente pulite da gente come l’ex premier spagnolo Zapatero e l’ex-presidente USA Carter, non proprio estremisti rossi.
Il resto è golpismo (“un golpe è un golpe”, ha detto Alfred de Zayas, rapporteur dell’ONU in Venezuela), neo-colonialismo allo stato puro (Noam Chomsky), vecchia e già vista “storia di regime change” (Roger Waters, il fondatore dei mitici Pink Floyd). Resi ancor più insopportabili dalla penosa subalternità agli USA di Trump, Pence, Bolton, Abrams, mostrata da almeno 20 dei 28 paesi della Unione europea subito corsi ad arruolarsi fra quella sessantina che hanno riconosciuto il golpe.
(Una parentesi sull’Italia. Che sta a metà, che come ha scritto spiritosamente qualcuno apre le porte ai golpisti ma non ancora le braccia, l’Italia del sì-però-no e del no-però-sì. Con Mattarella che spinge tornando al 1999, quando era ministro della difesa del governo D’Alema e mandò i caccia italiani targati NATO a bombardare la Serbia, e facendo il Napolitano del 2011 che forzò un recalcitrante Berlusconi a partecipare all’avventura libica contro Gheddafi. Con il “sovranista” Salvini che fa a chi ce l’ha più duro con la “sinistra” alla Renzi. E con almeno una parte dei Cinquestelle che per una volta assumono una posizione ragionevole. Chiusa parentesi.
In Venezuela, ora come ora gli scenari possibili sono tre: una rivolta delle forze armate nel caso gli USA riescano a rompere il cordone ombelicale che le lega al chavismo; una (improbabile) rinuncia di Maduro per l’insostenibilità delle pressioni politiche e delle sanzioni economiche internazionali; un intervento militare straniero sul tipo di quello del 1989, eufemisticamente definito “chirurgico” (tremila morti), con cui gli USA invasero Panama e catturarono Manuel Noriega, ex agente della CIA caduto in disgrazia.
Ma il Venezuela non è Panama. E Chávez non era Noriega. A meno di una implosione del regime, il rischio di una guerra civile, probabilmente sanguinosa, è reale. Si vedrà allora se i pruriti umanitari di Stati Uniti ed Europa in difesa della popolazione venezuelana assoggettata al chavismo finiranno come nello Yemen dove i sauditi affamano e sterminano a man salva la popolazione nel silenzio generale (forse perché le vittime sono arabi e le armi all’Arabia saudita gliele vendiamo noi occidentali).

martedì 5 febbraio 2019

Il golpe in slow motion del Venezuela - Maurizio Matteuzzi



Dopo il golpe blando in Brasile del 2016 contro il governo del PT – l’impeachment di Dilma Rousseff, la proscrizione di Lula mediante le manipolazioni giudiziarie del giudice Moro, la (ir)resistibile ascesa del proto-nazista Bolsonaro -, ecco il golpe del 23 gennaio in Venezuela contro il governo chavista di Nicolás Maduro.
Magari, come Dilma, Maduro è un pessimo presidente ma, come era Dilma, è il presidente legittimo. E tutto lascia credere che in Venezuela il golpe – dall’esito incerto, tuttora in corso in questi giorni, in queste ore drammatiche – non sarà blando come quello in Brasile. I morti, di entrambe le parti, negli scontri delle ultime settimane sono già una quarantina, gli arresti diverse centinaia.
Un golpe di nuova generazione. In slow motion. Prima i golpe si facevano all’ora x e quasi sempre in uniforme, con una sequenza precisa: prendere il potere all’interno e poi aspettare il riconoscimento internazionale. Con il golpe in corso in Venezuela, l’ordine dei fattori è invertito: prima si annuncia il golpe e si ricevono i riconoscimenti internazionali a cascata, poi si aspetta che il potere arrivi come una pera matura.
Questo è accaduto – sta accadendo – in Venezuela. Dove tutto è reso ancor più complicato dal fatto che le forze armate, da cui l’opposizione auspica il golpe in cambio dell’amnistia, non solo stanno (finora) con Maduro ma sono parte integrante del potere bolivariano.
Tutto è cominciato il 5 gennaio quando l’Assemblea nazionale – messa da parte con metodi spicci da Maduro dopo che nel dicembre 2015 l’opposizione aveva vinto la maggioranza dei due terzi, e soppiantata nel 2017 dall’Assemblea costituente che ne ha fagocitato le funzioni – ha approvato una risoluzione in cui si certificava che Maduro è un “usurpatore” e si eleggeva il giovane carneade Juan Guaidó, del partito Voluntad Popular (nominalmente social-democratico ammesso all’Internazionale Socialista), come nuovo capo “ad interim” dell’esecutivo.
La via era spianata per la proclamazione del giovanotto, che mercoledì 23 gennaio ha giurato (sulla costituzione bolivariana) quale presidente provvisorio in vista di prossime elezioni.
Proclamazione o meglio auto-proclamazione, o meglio ancora etero-proclamazione: il video di Mike Pence, il vicepresidente USA (“siamo con voi”), il twitter del senatore di origine cubana della Florida Marco Rubio (“un gran giorno per la democrazia”), poi lo stesso Trump che dopo pochi minuti lo ha “ufficialmente” incoronato come presidente. A seguire riconoscimenti a cascata. In America, oltre agli USA, il fedele Canada, i 13 latino-americani del Gruppo di Lima (costituito nel 2017 ufficialmente per cercare una soluzione alla crisi venezuelana) e buona parte di quelli dell’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che sotto la guida del “compagno” socialista uruguayano Luís Almagro (ex ministro degli esteri con il presidente Pepe Mujica e poi, grazie a dio, espulso dal Frente Amplio) è tornata a essere “il ministero delle colonie” di Washington. In Europa la Spagna a tirare la volata rivendicando il suo ruolo storico passato e soprattutto futuro nell’Eldorado venezuelano (il premier socialista Pedro Sánchez a complimentarsi con Guaidó per il suo “grande coraggio”, gli immarcescibili “compagni” Felipe González e Alfonso Guerra: Maduro “peggio che un dittatore” dice il primo, Maduro “peggio di Pinochet” dice il secondo, con tanti saluti al povero Rodríguez Zapatero che fino all’ultimo si è provato a mediare); la Unione Europea che, senza distinzioni fra i liberal-liberisti al potere a Bruxelles e i “sovranisti-populisti”, sostiene il diktat imperiale USA (buffo, no?) e dà gli otto giorni a Maduro, scadenza sabato 2 febbraio: o nuove elezioni “libere e trasparenti” subito o riconoscimento immediato di Guaidó. Poi Israele, Australia e via andare.
Unici a mettersi di traverso, al momento, la Bolivia di Evo Morales e Cuba, che sostengono senza se e senza ma il regime bolivariano; il Messico del neo-presidente López Obrador e l’ Uruguay del Fronte Ampio che, in nome dell’ “autodeterminazione” e della “non interferenza”, auspicano un improbabile dialogo; papa Bergoglio che, con prudenza, non si fa risucchiare dall’episcopato venezuelano, tradizionalmente anti-chavista (il segretario di stato Pietro Parolin fu a suo tempo nunzio apostolico nel Venezuela di Chávez); Russia e Cina (che in Consiglio di sicurezza hanno stoppato l’offensiva del segretario di stato USA, Mike Pompeo, a nome delle “forze della libertà”), Turchia e Iran.
Una riesumazione tardo-imperialista della dottrina Monroe, che Spagna e UE cercano di contrastare sullo stesso terreno. Uno scenario da guerra fredda con gli USA dell’ “isolazionista” Trump impegnati a rifare dell’America latina il cortile di casa.
D’altra parte non si può non ricordare che, così come il famoso muro che Trump vuole costruire lungo il confine con il Messico cominciò a costruirlo il “liberal” Bill Clinton, fu il simpatico Barak Obama, marzo 2015, a firmare un decreto in cui definiva il Venezuela “una minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale” degli Stati uniti (con relative sanzioni economiche e attività coperte di destabilizzazione).
Un copione già visto, scritto da fuori, senza per questo voler sminuire la terribile crisi umana, politica, economica del Venezuela. 17 anni fa, aprile 2002, gli USA di Bush organizzarono il golpe (appoggiato subito dalla Spagna di Aznar) che portò al potere, per qualche giorno, il capo degli industriali Pedro Carmona. Ora ci riprovano con il carneade Guaidó in una situazione tragica (inflazione prevista dall’FMI per il 2019 a 10 milioni per cento, povertà al 60%, tre milioni di emigrati, violenza, corruzione) e in un contesto favorevole: la primavera latino-americana del primo decennio del secolo XXI è finita e in America latina è tornato l’inverno. La spinta inclusiva e integratrice che aveva in Hugo Chávez (e nel suo petrolio) il fiammeggiante caudillo si è esaurita. Ora, dopo la grande crisi economica globale, lo scacchiere sembra tornato quello di prima. Al governo non ci sono più i Lula, i Chávez, i Correa, i Kirchner, la pur pallida Bachelet ma i Bolsonaro, i Macri, i Piñera, i Moreno in Ecuador, i Duque in Colombia (dove il consigliere per la sicurezza nazionale USA Bolton ha appena fatto sapere che stanno arrivando 5000 marines…).
E l’ “isolazionista” Trump (via dalla Siria, via dall’Afghanistan), guarda caso, ha riesumato per l’occasione i vecchi arnesi dell’imperialismo neo-con: i Bolton, gli Elliot Abrams (Iran-contra-gate, guerra sporca in Centramerica) che si occupano del dossier Venezuela e dicono: “siamo pronti”. Non solo all’asfissia e alle sanzioni economiche e petrolifere già in atto: a tutto.
Maduro non è Chávez, che con le sue luci ed ombre (prima fra tutte non aver saputo diversificare il micidiale modello petro-estrattivista dell’economia venezuelana) è stato un grande. Maduro non è il “nostro” eroe, ammesso che esistano ancora eroi. Come diceva nel giugno 2017 François Houttart, prete cattolico e sociologo marxista, a proposito del Venezuela, “una rivoluzione che non assicuri (qualunque sia la ragione) le basi materiali per la vita della popolazione non ha futuro, e i suoi avversari lo sanno bene”.
La deriva del Venezuela di Maduro non può essere letta solo come il risultato del complotto interno della borghesia e dell’accerchiamento esterno, statunitense e ora latino-americano, anche se ci sono stati, ci sono e fanno sentire la loro stretta soffocante. Il Venezuela di Maduro probabilmente non è la Stalingrado dei popoli in lotta per l’auto-determinazione come scrivono gli ultrà, e come fu la Cuba castrista nella seconda metà del secolo scorso.
Ma è certo che dietro la guerra in e per il Venezuela di questi giorni, di queste ore, s’intravvede sempre più nitidamente e si può materializzare un incubo: il modello Libia. Diritti umani? No, petrolio.
Improbabile che l’offerta lanciata da Maduro mercoledì 31 – elezioni anticipate, ma per il parlamento, non per la presidenza che scadrà (scadrebbe?) nel 2025– sia sufficiente ad allontanare gli scenari più cupi.