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venerdì 5 gennaio 2024

Non in nostro nome

articoli, video, immagini di Andrea Catone, Angelo D’Orsi, Fabio Marcelli, Gaza,Vincenzo Barone,Patrizia Cecconi,Chris Hedges, Mr Fish, Lina Abojaradeh,Michele Santoro, Gaetano Colonna, Belisario, Giacomo Gabellini,Geminello Preterossi, Enrico Campofreda



Non in nostro nome: Lettera aperta al presidente Sergio Mattarella

Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.

 Signor Presidente, 

noi sottoscritti cittadini e cittadine Suoi connazionali, impegnati nel mondo della cultura, dell’insegnamento, dell’associazionismo, ci permettiamo di ricordarLe la situazione in atto in Palestina: circa 30.000 vittime civili a Gaza, senza contare i presumibili 10.000 sotto le macerie. 70.000 feriti che non possono essere adeguatamente curati in ospedali distrutti da Israele.
1000 bambini che hanno perso uno o entrambi gli arti inferiori o superiori.
90% degli edifici rasi al suolo: “non è rimasto brandello di muro”, dichiarano i pochi osservatori ONU rimasti sul campo.


Una economia, una società, un paesaggio annichilati.
Oltre 2 milioni di persone sono senza un tetto, né acqua, né cibo, né medicinali, né carburanti, e sono spinte dall’esercito israeliano in una piccola sacca a Gaza sud, che peraltro continua ad essere bombardata.


Intanto si susseguono dichiarazioni di governanti israeliani sulla necessità di espellere dal territorio di Gaza i palestinesi sopravvissuti, e sul progetto di ricolonizzazione di Gaza da parte dei coloni israeliani, mentre addirittura si pubblicano annunci di lussuosi villaggi turistici da costruire sulle macerie e sui corpi insepolti della popolazione palestinese.


In Cisgiordania (secondo l’ONU, “Territori Occupati”) gli oltre 700.000 coloni israeliani, che hanno occupato illegalmente il territorio e rendono molto problematica, per non dire impossibile, la soluzione “due popoli, due Stati”, spalleggiati dall’esercito di Israele attaccano quotidianamente e uccidono i contadini palestinesi, compresi donne, anziani, adolescenti.
Israele ha ucciso 138 funzionari dell’ONU e continua a bombardare i convogli dell’agenzia per i rifugiati dell’ONU. Colpisce le ambulanze che trasportano i feriti.


Cattura, e umilia denudandoli e ingiuriandoli, centinaia di cittadini colpevoli semplicemente di essere palestinesi.
Israele ha trucidato un centinaio di giornalisti e fotografi nell’esercizio del loro lavoro.

Il segretario generale dell’ONU Guterres ha denunciato ripetutamente la “catastrofe umanitaria”, l’Assemblea generale dell’ONU approva la risoluzione che chiede l’immediato cessate il fuoco.Alcuni stati, come il SudAfrica deferiscono Israele alla Corte penale internazionale per violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario e di fronte alla Corte internazionale di giustizia per genocidio. Migliaia chiedono alla Corte penale internazionale di arrestare, giudicare e condannare Netanyahu e la cupola politicomilitare israeliana per questi motivi. Altri Paesi della UE annunciano varie azioni contro Israele, mentre il nostro governo appare silente o complice dei crimini in corso.

Quando l’Armata Rossa sovietica liberò Auschwitz il 27 gennaio 1945 e vennero alla luce gli orrori della Shoah, alcuni giustificarono il loro silenzio e la loro inazione dicendo di ignorare cosa stesse accadendo nei lager nazisti. Oggi assistiamo in diretta alla pulizia etnica e all’olocausto del popolo palestinese. Nessuno può dire “non so”.


È per noi grave che Ella nel Suo messaggio riduca il genocidio in corso a “un’azione militare [di Israele] che provoca anche [evidenziazione nostra] migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti”. Nient’altro. Ella, Signor Presidente, avrebbe potuto, e riteniamo dovuto, riprendere le dichiarazioni del segretario dell’Onu, le risoluzioni dell’Assemblea generale e levare una voce per l’immediato cessate il fuoco in Palestina. Come anche alcuni leader europei hanno chiesto.

Ella, invece, ha taciuto, Signor Presidente.

Nelle sue parole il genocidio del popolo palestinese in corso (è la definizione dello storico israeliano Ilan Pappé, costretto ad abbandonare il suo paese e la sua università per le minacce di cui è stato oggetto) è stato ridotto alla reazione israeliana “che provoca anche migliaia di vittime civili”. Durante la Resistenza antifascista i massacri operati dai nazifascisti si chiamavano “rappresaglia”; alle Fosse Ardeatine i nazisti applicarono la formula del “10 italiani per un tedesco”. La rappresaglia di Israele (se di rappresaglia si può parlare e non di un piano preordinato di svuotare Gaza della popolazione palestinese e riportarla sotto il diretto controllo israeliano) supera di molto il criterio nazista delle Fosse Ardeatine.

Tra l’altro, Ella evita di dare un nome al popolo vittima del massacro: nel Suo discorso sono “moltitudini di persone”. NO, non sono “moltitudini”, “volgo disperso che nome non ha”: è il popolo palestinese che subisce da 75 anni l’occupazione di Israele, è il popolo che si oppone e resiste all’occupazione, come fecero i nostri patrioti nel Risorgimento e i partigiani nella Resistenza antinazifascista italiana.


Ella dice che i giovani vanno educati alla pace, ma non si educa se non si compie un’operazione di verità, e la verità non è solo non dire il falso, ma dare un quadro completo delle cose. Il Suo discorso – un discorso ufficiale, a reti televisive unificate a tutto il Paese – per quel che dice e per quello che NON dice, viola i principi cui pure Ella dichiara di ispirarsi, non educa alla verità, né alla giustizia, in difesa morale di ogni popolo oppresso.


La parte del Suo discorso dedicata al conflitto in Medio Oriente è in definitiva schiacciata sulla politica bellicistica e disumana del governo di Israele, che annuncia un 2024 di guerra. Legando mani e piedi il nostro Paese alla politica oltranzista di Israele, Ella rompe con quella politica mediterranea di apertura ed equilibrio con i paesi arabi e di riconoscimento delle ragioni del popolo palestinese, promossa tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso da statisti come Moro, Andreotti, Craxi, o da un sindaco eccezionale testimone di pace e costruttore di ponti fra i popoli, come Giorgio La Pira.

Il Suo discorso, Signor Presidente, non è solo un inaccettabile silenzio sul genocidio palestinese in corso, è anche un tradimento della storia italiana, e un colpo ai nostri interessi nazionali.

Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.

 

Angelo D’Orsi, Torino; già Ordinario di Storia del pensiero politico, Universita degli Studi di Torino, Direttore di “Historia Magistra. Rivista di storia critica” e di “Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”.

Fabio Marcelli, Roma, giurista, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia

Andrea Catone, Bari, direttore editoriale edizioni Marx Ventuno

 

Inviare firme di adesione a:

italiapalestina2024@gmail.com

e in copia a segreteria@invictapalestina.org

indicando Nome Cognome – attività – città

da qui

 

 

Il Genocidio di Israele tradisce l’Olocausto - Chris Hedges

Oscurando e falsificando gli insegnamenti dell’Olocausto perpetuiamo il male che lo ha definito.

 

Il piano generale Lebensraum (Spazio Vitale) di Israele per Gaza, preso a prestito dallo spopolamento nazista dei ghetti ebraici, è chiaro. Distruggere le infrastrutture, le strutture mediche e i servizi igienico-sanitari, compreso l’accesso all’acqua potabile. Bloccare le spedizioni di cibo e carburante. Scatenare la violenza di massa indiscriminata per uccidere e ferire centinaia di persone al giorno. Lasciamo che la fame, secondo le stime delle Nazioni Unite più di mezzo milione di persone stia già morendo di fame, e le epidemie di malattie infettive, insieme ai massacri quotidiani e allo sfollamento dei palestinesi dalle loro case, trasformino Gaza in un cimitero. I palestinesi sono costretti a scegliere tra la morte per bombe, malattie, freddo o fame o essere cacciati dalla loro Patria.

Presto si raggiungerà un punto in cui la morte sarà così onnipresente che la deportazione, per coloro che vogliono vivere, sarà l’unica opzione.

Danny Danon, ex ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite e stretto alleato del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha dichiarato alla radio israeliana Kan Bet di essere stato contattato da “Paesi dell’America Latina e dell’Africa che sono disposti ad accogliere i rifugiati dalla Striscia di Gaza”. “Dobbiamo rendere più facile per gli abitanti di Gaza partire verso altri Paesi”, ha detto. “Sto parlando della migrazione volontaria dei palestinesi che vogliono andarsene”.

Il problema per ora “sono i Paesi che sono disposti ad accoglierli, e stiamo lavorando su questo”, ha detto Netanyahu ai parlamentari del Likud.

Nel ghetto di Varsavia i tedeschi distribuivano tre chilogrammi di pane e un chilo di marmellata a chiunque si registrasse “volontariamente” per la deportazione. “Ci sono stati momenti in cui centinaia di persone dovevano aspettare in fila per diverse ore per essere deportate”, scrive Marek Edelman, uno dei comandanti della rivolta del Ghetto di Varsavia, in: “Il Ghetto di Varsavia Lotta”. “Il numero di persone ansiose di ottenere tre chilogrammi di pane era tale che i trasporti, che ora partono due volte al giorno con 12.000 persone, non potevano accoglierle tutte”.

I nazisti spedivano le loro vittime nei campi di sterminio. Gli israeliani spediranno le loro vittime in squallidi campi profughi in Paesi al di fuori di Israele. I vertici israeliani stanno anche pubblicizzando cinicamente la proposta di Pulizia Etnica come un gesto volontario e umanitario per risolvere la catastrofe che hanno creato.

Questo è il piano. Nessuno, specialmente l’amministrazione Biden, intende fermarlo.

La lezione più inquietante che ho imparato come corrispondente dai conflitti armati per due decenni è che tutti abbiamo la capacità, con poca difficoltà, di diventare volontariamente dei carnefici. Il confine tra vittima e carnefice è sottile come un rasoio. Le oscure concupiscenze della supremazia razziale ed etnica, della vendetta e dell’odio, dello sradicamento di coloro che condanniamo perché incarnano il male, sono veleni che non sono circoscritti dalla razza, dalla nazionalità, dall’etnia o dalla religione. Tutti possiamo diventare nazisti. Ci vuole pochissimo. E se non vigiliamo costantemente sul male, il nostro male, diventeremo, come coloro che hanno commesso le uccisioni di massa a Gaza: dei mostri.

Il grido di chi sta morendo sotto le macerie a Gaza è il grido dei ragazzi e degli uomini giustiziati dai serbi bosniaci a Srebrenica, del milione e mezzo di cambogiani uccisi dai Khmer Rossi, delle migliaia di famiglie Tutsi bruciate vive nelle chiese e delle decine di migliaia di ebrei giustiziati dagli Einsatzgruppen a Babi Yar in Ucraina. L’Olocausto non è una reliquia storica. Vive, in agguato nell’ombra, in attesa di innescare il suo feroce contagio. (Le Einsatzgruppen erano speciali reparti tedeschi, composti da uomini delle SS, della polizia e della Wehrmacht che operavano sotto il controllo di Reinhard Heydrich.)

Siamo stati avvisati. Raúl Hilberg. Primo Levi. Bruno Bettelheim. Hanna Arendt. Aleksandr Solženicyn. Comprendevano gli oscuri meandri dello spirito umano. Ma questa verità è amara e difficile da affrontare. Preferiamo il mito. Preferiamo vedere nella nostra specie, nella nostra razza, nella nostra etnia, nella nostra nazione, nella nostra religione, virtù superiori. Preferiamo santificare il nostro odio. Alcuni di coloro che hanno testimoniato questa terribile verità, tra cui Levi, Bettelheim, Jean Améry, l’autore di “Ai Limiti della Mente: Contemplazioni di Un Sopravvissuto su Auschwitz e le Sue Realtà” e Tadeusz Borowski, che ha scritto: “Signore e Signori, Da Questa Parte Per le Camere a Gas”, si sono suicidati. Il drammaturgo e rivoluzionario tedesco Ernst Toller, incapace di risvegliare un mondo indifferente per assistere le vittime e i profughi della guerra civile spagnola, si impiccò nel 1939 in una stanza del Mayflower Hotel di New York. Sulla scrivania della sua stanza c’erano foto di bambini spagnoli morti.

“La maggior parte delle persone non ha immaginazione”, scrive Toller. “Se potessero immaginare le sofferenze degli altri, non li farebbero soffrire così. Che cosa distingue una madre tedesca da una madre francese? Slogan che ci hanno assordato al punto da non farci sentire la verità”.

Primo Levi si scagliò contro la narrazione falsa e moralmente edificante dell’Olocausto che culmina nella creazione dello Stato di Israele, una narrazione abbracciata dal Museo dell’Olocausto di Washington D.C. La storia contemporanea del Terzo Reich, scrive, potrebbe essere “riletta come una guerra contro la memoria, una falsificazione orwelliana della memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà”. Si chiede se “noi che siamo tornati” siamo stati “in grado di capire e far capire agli altri la nostra esperienza”.

Levi ci vedeva riflessi in Chaim Rumkowski, il collaboratore nazista e tiranno dispotico del ghetto di Łódź. Rumkowski vendette i suoi compagni ebrei per privilegi e potere, anche se fu mandato ad Auschwitz con l’ultimo trasporto dove il Sonderkommando ebraico, prigionieri costretti ad aiutare le vittime nelle camere a gas e a smaltire i loro corpi, in un atto di vendetta, secondo quanto riferito, lo picchiarono a morte fuori da un crematorio.

“Siamo tutti Rumkowski”, ci ricorda Levi. “La sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito. La sua frenesia è la nostra, la frenesia della civiltà occidentale, che scende agli inferi con trombe e tamburi, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale”. Noi, come Rumkowski, “siamo così accecati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità. Volenti o nolenti facciamo i conti con il potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è murato, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte, e che lì vicino c’è il treno che aspetta”.

Levi insiste sul fatto che i campi “non potevano essere ridotti ai due blocchi di vittime e carnefici”. Egli sostiene: “È ingenuo, assurdo e storicamente falso credere che un sistema infernale come il nazionalsocialismo santifichi le sue vittime; anzi; le svilisce, le fa somigliare a sé stesso”. Racconta quella che ha definito la “Zona Grigia” tra corruzione e collaborazione. Il mondo, scrive, non è bianco e nero, “ma una vasta zona di coscienze grigie che si frappone tra i fautori del male e le vittime innocenti”. Abitiamo tutti in questa Zona Grigia. Tutti noi possiamo essere indotti a diventare parte dell’apparato di morte per ragioni futili e ricompense irrisorie. Questa è la terrificante verità dell’Olocausto.

È difficile non essere cinici di fronte alla moltitudine di corsi universitari sull’Olocausto, data la censura e il divieto di gruppi come Students for Justice in Palestine (Studenti per la Giustizia in Palestina) e Jewish Voices for Peace (Voci Ebraiche per la Pace), imposti dalle amministrazioni universitarie. Che senso ha studiare l’Olocausto se non per capire la sua lezione fondamentale: quando si ha la capacità di fermare il Genocidio e non lo si fa, si è colpevoli? È difficile non essere cinici sugli “interventisti umanitari”: Barack Obama, Tony Blair, Hillary Clinton, Joe Biden, Samantha Power, che parlano in rime ipocrite circa la “responsabilità di proteggere” ma tacciono sui crimini di guerra quando parlare apertamente minaccerebbe il loro status e la loro carriera. Nessuno degli “interventi umanitari” da loro sostenuti, dalla Bosnia alla Libia, si avvicina a replicare le sofferenze e i massacri di Gaza. Ma difendere i palestinesi ha un costo, un costo che non intendono pagare. Non c’è nulla di morale nel denunciare la schiavitù, l’Olocausto o i regimi dittatoriali che si oppongono agli Stati Uniti. Tutto ciò significa che si difende la narrativa dominante.

L’universo morale è stato capovolto. Coloro che si oppongono al Genocidio sono accusati di sostenerlo. Si dice che coloro che compiono il Genocidio abbiano il diritto “all’autodifesa”. Porre il veto al cessate il fuoco e fornire a Israele bombe da 2.000 libbre (900 kg) che lanciano frammenti di metallo per centinaia di metri è la strada verso la pace. Rifiutarsi di negoziare con Hamas libererà gli ostaggi. Bombardare ospedali, scuole, moschee, chiese, ambulanze e campi profughi, insieme all’uccisione di tre ostaggi israeliani, a torso nudo, che sventolano una bandiera bianca improvvisata e invocano aiuto in ebraico, sono normali atti di guerra. Uccidere oltre 21.300 persone, tra cui più di 7.700 bambini, ferirne oltre 55.000 e rendere sfollati quasi tutti i 2,3 milioni di persone che vivono a Gaza, è un modo per “deradicalizzare” i palestinesi. Niente di tutto ciò ha senso, come si rendono conto i manifestanti di tutto il mondo.

Un nuovo mondo sta nascendo. È un mondo in cui le vecchie regole, spesso onorate nella violazione che nell’osservanza, non contano più. È un mondo in cui vaste strutture burocratiche e sistemi tecnologicamente avanzati realizzano davanti al pubblico vasti progetti di sterminio. Le nazioni industrializzate, indebolite, timorose del caos globale, stanno inviando un messaggio minaccioso al Sud del Mondo e a chiunque possa pensare alla rivolta: vi uccideremo senza riserve.

Un giorno saremo tutti palestinesi.

“Temo che viviamo in un mondo in cui la guerra e il razzismo sono onnipresenti, in cui i poteri di mobilitazione e legittimazione del governo sono potenti e crescenti, in cui il senso di responsabilità personale è sempre più attenuato dalla specializzazione e dalla burocratizzazione, e in cui un gruppo di pari esercita enormi pressioni sul comportamento e stabilisce norme morali”, scrive Christopher R. Browning in Ordinary Men (Uomini Comuni), a proposito di un battaglione di polizia riservista tedesco nella Seconda Guerra Mondiale che alla fine fu responsabile dell’assassinio di 83.000 ebrei. “In un mondo del genere, temo, i governi moderni che desiderano commettere omicidi di massa raramente falliranno nei loro sforzi per non essere in grado di indurre uomini comuni a diventare volontariamente i loro esecutori”.

Il male è mutevole. Trova nuove forme e nuove espressioni. La Germania orchestrò l’assassinio di sei milioni di ebrei, nonché di oltre sei milioni di zingari, polacchi, omosessuali, comunisti, testimoni di Geova, massoni, artisti, giornalisti, prigionieri di guerra sovietici, persone con disabilità fisiche e intellettuali e oppositori politici. Subito dopo la guerra ha deciso di espiare i suoi crimini. Ha abilmente trasferito il suo razzismo e la sua demonizzazione sui musulmani, mantenendo la supremazia razziale saldamente radicata nella psiche tedesca. Allo stesso tempo, la Germania e gli Stati Uniti riabilitarono migliaia di ex nazisti, soprattutto provenienti dai servizi segreti e dalla comunità scientifica, e fecero poco per perseguire coloro che avevano diretto i crimini di guerra nazisti. La Germania oggi è il secondo più grande fornitore di armi di Israele dopo gli Stati Uniti.

La presunta campagna contro l’antisemitismo, interpretata come qualsiasi dichiarazione critica nei confronti dello Stato di Israele o che denuncia il Genocidio, è in realtà la difesa del Potere Bianco. È per questo che lo Stato tedesco, che ha di fatto criminalizzato il sostegno ai palestinesi, e i suprematisti bianchi più radicali negli Stati Uniti, giustificano il massacro. Il lungo rapporto della Germania con Israele, compreso il pagamento di oltre 90 miliardi di dollari (81,4 miliardi di euro) dal 1945 in risarcimenti ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro eredi, non riguarda l’espiazione, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé, ma il riscatto.

“L’argomento a favore di uno Stato Ebraico come compensazione per l’Olocausto era un argomento potente, così potente che nessuno ascoltò il rifiuto totale della soluzione delle Nazioni Unite da parte della stragrande maggioranza del popolo palestinese”, scrive Pappé. “Ciò che emerge chiaramente è un desiderio europeo di espiazione. I diritti fondamentali e naturali dei palestinesi dovrebbero essere messi da parte, sminuiti e dimenticati del tutto in nome del perdono che l’Europa stava cercando dal neonato Stato Ebraico. Era molto più facile riparare al male nazista nei confronti del movimento sionista che affrontare gli ebrei del mondo in generale. Era meno complesso e, cosa più importante, non comportava il confronto con le stesse vittime dell’Olocausto, ma piuttosto con uno Stato che pretendeva di rappresentarle. Il prezzo di questa espiazione più conveniente è stato quello di derubare i palestinesi di ogni diritto fondamentale e naturale di cui disponevano e di permettere al movimento sionista di effettuarne la Pulizia Etnica senza timore di alcun rimprovero o condanna”.

L’Olocausto è stato utilizzato come arma fin dal momento stesso in cui è stato fondato Israele. È stato snaturato per servire lo Stato dell’Apartheid. Se dimentichiamo le lezioni dell’Olocausto, dimentichiamo chi siamo e cosa siamo capaci di diventare. Cerchiamo il nostro valore morale nel passato, piuttosto che nel presente. Condanniamo gli altri, compresi i palestinesi, a un ciclo infinito di massacri. Diventiamo il male che condanniamo. Consacriamo l’orrore.

Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell’Ufficio per il Medio Oriente e dell’Ufficio balcanico per il giornale. In precedenza ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello spettacolo RT America nominato agli Emmy Award On Contact.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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mercoledì 20 dicembre 2023

A Gaza sventola bandiera bianca


articoli, video e disegni di Guido Viale, Alberto Bradanini, Elena Basile, Gideon Levy, John Mearsheimer, Piero Orteca, Giacomo Gabellini, Maha Hussaini, Maurizio Brignoli, Alon Pinkas, Caitlin Johnstone, Ramzy Baroud, Chris Hedges, Mustafà Barghouti, Domenico Gallo, Pubble, Manlio Dinucci, Tareq Hajjaj, Bruna Bianchi, Khaled El Qaisi, Scott Ritter, Yisroel Dovid Weiss, Lina Abojaradeh, Carlos Latuff.

SE IL TITOLO NON FOSSE CHIARO…

Per gli assassini israeliani in divisa tre uomini a torso nudo, disarmati, con una bandiera bianca sono una minaccia.


Due Stati, uno o nessuno? – Guido Viale

Non è vero che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Lo è solo nel suo ordinamento giuridico, che prevede un Parlamento elettivo e un governo eletto dal Parlamento. Ma di fatto è una repubblica razzista (“Stato ebraico”, cioè degli ebrei), militarista (armato fino ai denti, compresa l’atomica; anche se protetto dalle eventuali atomiche altrui, che ucciderebbero, insieme ai bersagli ebrei, anche milioni di arabi), che pratica apartheid e stragi (di un’organizzazione non statuale diremmo “terrorista”, come lo erano le organizzazioni armate ebraiche prima di costituirsi in Stato). L’unica vera democrazia del Medio Oriente è quella confederale del Rojava, fondata sulla convivenza di popoli, culture e religioni diverse (curdi, arabi, yazidi, sunniti, sciiti e cristiani), su un comunitarismo che si esprime nella partecipazione di tutti alla vita politica, su una cultura con una forte impronta femminista (la principale minaccia per il fondamentalismo degli Stati islamici, la cultura patriarcale e il maschilismo delle loro popolazioni).

Niente giustifica il razzismo e il militarismo di Israele. È vero che ha di fronte un’organizzazione militare che non esita a compiere stragi e un popolo i cui esponenti predicano l’eliminazione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei dai territori della Palestina; ma il Rojava non sembra aver meno nemici, anche molto potenti e molto violenti, che ha combattuto e combatte senza imboccare per questo una deriva analoga. D’altronde, forse con meno iattanza, il presupposto della costituzione dello Stato ebraico – “un popolo senza terra per una terra senza popolo” – non sono differenti: la negazione della esistenza degli abitanti della Palestina in quanto popolo. Fiamma Nirenstein insiste sul fatto che al momento dell’insediamento dei profughi ebrei in Palestina, questa non era uno Stato (infatti era una colonia, anzi un “mandato” inglese). Il presupposto è che per essere un popolo bisogna essere anche uno Stato. Israele lo è; la Palestina no. E da entrambe le parti si è sostanzialmente lavorato per anni perché non lo fosse. Ora questo passato di guerre e di sangue che dura da 75 anni, e anche più, non può essere dimenticato. Farlo ci impedirebbe di capire il presente; ma non può neanche essere tirato in ballo dagli uni e dagli altri per rendere sempre più difficile la ricerca di una soluzione che non comprometta, insieme alla vita dei due popoli, anche la pace in Medio Oriente e forse in tutto il mondo. Per questo occorre partire dall’oggi, ma cercando di guardare oltre l’orrore delle stragi di questi giorni.

La soluzione più invocata dalla comunità internazionale è quella dei due Stati; ma è sempre più irrealistica e rischia di essere un alibi per lasciare incancrenire ancora di più la situazione. Il territorio da riconoscere alla Palestina non esiste più: la “striscia di Gaza, con i suoi due milioni e mezzo di confinati, è inabitabile; la West bank è stata frantumata dagli insediamenti di 700mila coloni, da un muro che si insinua in tutto il territorio, dal sequestro di molti territori, da strade riservate solo agli occupanti, con contini check-point. Restituire al costituendo Stato palestinese quei territori richiederebbe la cacciata dei coloni. Ma se Sharon aveva dovuto usare la forza per trasferire fuori dalla striscia di Gaza 8mila coloni, nessuno può pensare che sia possibile cacciare dalla West bank i suoi 700mila occupanti abusivi. Poi i territori assegnati al costituendo Stato palestinese non rendono possibile la sua continuità territoriale: dunque la libera circolazione dei suoi cittadini, lo sbocco al mare, un proprio spazio aereo, e molto altro, senza sottostare al controllo di Israele. Infine, c’è la sproporzione delle forze: Israele ha una sua struttura industriale, un’agricoltura florida, una finanza autosufficiente, un esercito super armato, la bomba atomica. La Palestina e la sua popolazione sono state espropriate di tutto, vivono di sussidi dell’Onu, dell’Unione europea e di diversi paesi arabi che ne condizionano e ne condizionerebbero le politiche; non ha un’economia autosufficiente e non avrebbe mai un armamento anche lontanamente paragonabile.

Di fronte a questa impasse, nota a tutti ma ipocritamente taciuta per far finta di perseguire la pace, si è andata facendo strada l’ipotesi di un unico Stato, entro cui costruire nel tempo una pacifica convivenza dei due popoli, facendo leva sulle comunità e le reti che anche oggi, e nonostante tutto, antepongono le ragioni della pace e della convivenza a quelle, più che comprensibili, dell’inimicizia e del rancore. Ma l’ostacolo principale a questa soluzione non risale al passato, né ai più che fondati timori del presente, ma riguarda il futuro: la popolazione araba dell’intero territorio ormai supera per numero quella ebrea, nonostante gli apporti fortemente incentivati, soprattutto della popolazione ebraica delle colonie. Con la maggioranza molti ebrei di Israele temono di perdere anche la loro identità di Stato ebraico, l’approdo dopo 2000 anni di diaspora e persecuzioni, mentre molti palestinesi contano evidentemente sulla forza dei numeri per prendersi una rivincita sui 75 anni delle loro sofferenze.

Ma forse l’ostacolo maggiore sta proprio qui: nel non riuscire a concepire la convivenza se non nella forma di uno o più Stati e non in quella della loro dissoluzione a favore di una democrazia “dal basso” e confederale, che metta al centro i bisogni e le aspirazioni di ogni sua comunità. Può sembrare un’utopia, ma bisogna cominciare a parlane; e non solo a proposito di Israele e della Palestina. Il Rojava dimostra che è una strada percorribile. Certo un intervento della “comunità internazionale” (un’entità che esiste sempre meno) a tutela dei diritti e della incolumità di tutte le comunità sarebbe indispensabile; ma lo sarebbe anche nel caso che si optasse seriamente per le soluzioni dei due o di un solo Stato. Si tratterebbe in ogni caso non di una utopia, ma di un esperimento anticipatore di soluzioni da riproporre in tutte le situazioni sempre più numerose di conflitto e di crisi “interetnica”; un “esperimento” senza il quale il mondo sembra destinato a farsi seppellire dalle guerre o ad autodistruggersi per aver trascurato la minaccia che incombe su tutti più di ogni altra: quella del collasso climatico. La globalizzazione senza Stati è già stata in gran parte realizzata dalla finanza internazionale. Adesso è ora che perseguirla siano invece i popoli.

Senza pretendere di essere esaustivi, i passi che nella situazione concreta sono ineludibili mi sembrano essere:

L’abbattimento delle barriere fisiche e di controllo su tutti i territori;

L’istituzione di una commissione mista per la verità e la riconciliazione sull’esempio di quella messa in atto in Sudafrica;

La presa in consegna da parte di una commissione internazionale di tutti gli armamenti noti di entrambe le parti: dai kalashnikov all’atomica (molti sfuggiranno al controllo, ma si tratta di un work in progress);

La promozione di milizie miste per mantenere l’ordine pubblico composta di individui disposti a farne parte e a rispettarne le finalità;

La promozione di comunità miste tra tutte quelle reti che già ora ritengono di poter svolgere un lavoro comune (e tra queste un ruolo di primo piano spetta fin da subito alle donne);

La consegna a ogni comunità di territori sufficienti a garantirne la sopravvivenza;

Lo stanziamento di ingenti finanziamenti internazionali sotto un controllo congiunto degli enti donatori e dei rappresentanti delle due comunità.

da qui

 

John Mearsheimer: morte e distruzione a Gaza.

<<Non credo che qualsiasi cosa io dica su ciò che sta accadendo a Gaza influenzerà la politica israeliana o americana in quel conflitto. Ma voglio che sia messo a verbale in modo che quando gli storici guarderanno indietro a questa calamità morale, vedranno che alcuni americani erano dalla parte giusta della storia.

Quello che Israele sta facendo a Gaza alla popolazione civile palestinese – con il sostegno dell’amministrazione Biden – è un crimine contro l’umanità che non ha alcuno scopo militare significativo. Come afferma J-Street, un’importante organizzazione della lobby israeliana, “la portata del disastro umanitario in atto e delle vittime civili è quasi insondabile”.

1) Israele sta massacrando di proposito un numero enorme di civili, di cui circa il 70% sono bambini e donne

2) Israele sta affamando di proposito la disperata popolazione palestinese limitando enormemente la quantità di cibo, carburante, gas da cucina, medicine e acqua che possono essere portati a Gaza

3) leader israeliani parlano dei palestinesi e di ciò che vorrebbero fare a Gaza in termini scioccanti [il che porta importanti studiosi] a concludere che Israele ha un ‘intento genocida.

4) Israele non si limita a uccidere, ferire e affamare un numero enorme di palestinesi, ma distrugge sistematicamente le loro case e le loro infrastrutture critiche – tra cui moschee, scuole, siti del patrimonio, biblioteche, edifici governativi chiave e ospedali

5) Israele non si limita a terrorizzare e uccidere i palestinesi, ma sta anche umiliando pubblicamente molti dei loro uomini che sono stati radunati dall’IDF durante le perquisizioni di routine

6) Anche se gli israeliani stanno facendo il massacro, non potrebbero farlo senza il sostegno dell’amministrazione Biden

7) Mentre la maggior parte dell’attenzione è ora rivolta a Gaza, è importante non perdere di vista ciò che sta accadendo contemporaneamente in Cisgiordania. I coloni israeliani, in stretta collaborazione con l’IDF, continuano a uccidere palestinesi innocenti e a rubare la loro terra.

Mentre guardo questa catastrofe per i palestinesi, mi rimane una semplice domanda per i leader di Israele, i loro difensori americani e l’amministrazione Biden: non avete un po’ di decenza? >>

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Pietra: materiale sovente impiegato per la costruzione di cuori – Alberto Bradanini

Nelle righe che seguono è assunta quale base di riflessione la coraggiosa analisi[1] della tragedia di Gaza da parte del politologo americano di scuola realista, John J. Mearsheimer.

Solo un cupo cinismo che rispecchia l’esecrabile deficit di etica umana che permea una società asservita a una capillare manipolazione consente di obliterare l’immensità dei crimini contro l’umanità che Israele (e personalmente i singoli membri del governo/esercito israeliani) continuano a commettere a Gaza contro persone inermi, uomini, donne e bambini, che muoiono sotto le bombe della sola democrazia del Medio Oriente, come i media al libro paga amano definire lo Stato Ebraico dell’Apartheid. Ciò che si dipana ogni istante sotto lo sguardo impotente del mondo eticamente evoluto costituisce un massacro deliberatamente pianificato. Insondabile è la profondità della tragedia umanitaria che si abbatte sul corpo di persone innocenti[2]. Che tale condotta cada o no sotto la definizione di genocidio è una questione che va lasciato ai legulei giustificazionisti.

Di certo non saranno queste parole di esecrazione a fermare i responsabili di tali atrocità, impermeabili come sono a ogni umana empatia. La storia, tuttavia, resta implacabile, ogni accadimento viene registrato e alla fine rimbalza. Sebbene oggi appaia improbabile, non si può tuttavia escludere che i criminali impuniti vengano un giorno tradotti sul banco degli imputati.

In ogni caso, se non a quello degli uomini essi dovranno rispondere delle loro nefandezze al tribunale della storia. A quel punto, insieme agli aguzzini, vedremo allungarsi le ombre dei loro complici, in prima fila le oligarchie americane che tollerano tutto ciò e a seguire quelle europee (e nella sua nota posizione del missionario anche quella italiana). A fianco di costoro vedremo quindi sfilare la schiera degli indifferenti, non certo caratterizzata da umana partecipazione, che farà i conti con la lacerazione della coscienza o quel che di essa sarà rimasto.

Resta dunque imperativo che il pensiero di chi si ostina a voler appartenere al genere umano non si confonda con la complicità degli indifferenti cosicché, quando in futuro gli storici volgeranno lo sguardo inorridito sul nostro tempo, potrà almeno apprezzare la differenza.

Lo Stato Ebraico – con il fondamentale sostegno politico e militare degli Stati Uniti (dove le potenti lobby pro-Israele controllano media e politica[3]) e l’usuale copertura dei vassalli europei – commette ogni istante crimini di pace e di guerra contro civili palestinesi (70% donne e bambini), senza nemmeno ottenere apprezzabili risultati contro il terrorismo. Del resto, solo i deboli di mente (o i corrotti) possono credere che esso si combatta massacrando civili innocenti e distruggendo città popolate da milioni di persone. È banale rilevare che rabbia e brama di vendetta cresceranno a dismisura tra i sopravvissuti.

I politici israeliani confessano candidamente di essere indifferenti al rischio di fare vittime civili. Secondo il portavoce dell’IDF (10 ottobre[4]),”l’enfasi è sul danno, non sulla precisione”, mentre il ministro della Difesa, Yoav Gallant, precisa: “non abbiamo restrizioni, uccideremo con ogni mezzo tutti coloro contro cui combattiamo”.

Secondo la stampa israeliana “i bombardamenti a Gaza sono una fabbrica di omicidi di massa di civili innocenti”[5], che aggiunge “l’esercito israeliano non ha freni, i dati mostrano uccisioni senza precedenti[6]“. Secondo il New York Times (novembre 2023) “I civili a Gaza vengono uccisi dal fuoco israeliano a un ritmo storicamente inaudito[7]“. Persino il mite Segretario Generale delle N.U., Antonio Guterres, afferma: “Stiamo assistendo a un massacro di civili che non ha precedenti dal tempo della mia nomina, nel gennaio 2017 (e sarebbe potuto andare assai più indietro!)[8]“.

Un ulteriore obiettivo di Israele che appartiene alla categoria della vendetta o pulizia etnica, non certo della lotta al terrorismo, è quello di affamare la misera popolazione palestinese, limitando l’ingresso a Gaza di cibo, carburante, gas per cucinare, medicine, e i risultati si vedono: l’assistenza medica è pressoché impossibile per gli oltre 50.000 civili feriti, anche molto gravi, al punto che persino i bambini (e ci si spezza il cuore al solo pensarci) vengono talora operati senza anestesia! Israele però non si limita a impedire gli approvvigionamenti per i pochi ospedali rimasti, ma li bombarda direttamente, ambulanze e pronto-soccorsi inclusi.

Risuonano poi umanamente sinistre le parole del citato ministro della cosiddetta Difesa, sempre lui Yoav Gallant (9 ottobre): “Ho ordinato un assedio totale a Gaza. Niente elettricità, cibo e carburanti, tutto chiuso. Stiamo combattendo animali umani e operiamo di conseguenza[9]“. Dietro (le minime) pressioni internazionali, Israele ha consentito qualche rifornimento, ma le quantità sono così esigue che secondo le Nazioni Unite: “metà della popolazione sta morendo di fame[10] e nove famiglie su dieci trascorrono giorni interi senza cibo[11]“.

Israele propone costantemente una narrativa piena di menzogne. Per tale ragione non siamo sorpresi quando vediamo che i responsabili dei crimini commessi a Gaza sono gli stessi che evocano come un ritornello gli orrori dell’Olocausto (v. in merito: L’industria dell’Olocausto, Norman Finkelstein). Secondo Omar Bartov e altri eminenti israeliani studiosi dell’Olocausto, è ormai evidente che “Israele punta al genocidio[12]“. Sia chiaro, a scanso di equivoci, che Israele e la sua orrifica strategia di distruzione della Palestina non ha a che fare né con la religione né con l’etnia ebraica. Razzismo e antisemitismo (che dovremmo semmai chiamare antigiudaismo) dovrebbero essere stati relegati per sempre alla spazzatura della storia.

I leader israeliani qualificano tutti i palestinesi “bestie umane, orribili animali disumani[13]“. Secondo il presidente israeliano, Isaac Herzog, “non solo Hamas, ma è l’intera nazione palestinese, là fuori, a essere responsabile[14]“. Il New York Times riporta che l’intero sistema politico israeliano vuole “la cancellazione di Gaza”[15]. Un ex generale dell’IDF afferma che “Gaza deve diventare un luogo in cui nessun essere umano potrà mai più vivere[16]” e aggiunge che “gravi epidemie nel sud della Striscia faciliteranno la vittoria[17]”. Un ministro israeliano, pur anche si presume in un momentaneo stato alterato, ma non tuttavia un isolato estremista, suggerisce di sganciare su Gaza un ordigno nucleare[18].

I palestinesi ricordano con orrore indelebile la Nakba del 1948 e gli israeliani (nelle parole del ministro dell’Agricoltura[19]) avrebbero in mente di riproporla nel 2023, a Gaza e in Cisgiordania[20]. Un’ulteriore, agghiacciante evidenza dell’abisso morale in cui è sprofondata la società israeliana è costituita da un video di bambini che celebrano in una canzone la distruzione di Gaza: “Entro un anno annienteremo tutti e torneremo così ad arare i nostri campi[21]“.

Israele non si limita a uccidere, ferire e affamare il popolo palestinese, perché ne distrugge anche le case e le infrastrutture critiche, moschee, scuole, siti storici, biblioteche, edifici governativi, luoghi di cura[22]. Al 1° dicembre 2023, l’IDF aveva sinistrato o distrutto almeno 100.000 (centomila!) edifici, interi quartieri ora ridotti in macerie[23]. Oltre il 90% dei 2,3 milioni di palestinesi di Gaza sono stati cacciati dalle loro case[24]. La NPR[25] rileva che Israele intende cancellare l’intero patrimonio culturale palestinese a Gaza: “più di cento siti sono già stati demoliti[26]“.

Israele poi umilia pubblicamente gli uomini arrestati. I soldati israeliani li obbligano a restare in mutande, li bendano e li espongono al pubblico nei loro quartieri, facendoli sedere in gruppo sul marciapiede o sfilare per le strade, prima di chiuderli in prigione per qualche tempo e poi rilasciarli, non avendo essi nulla a che vedere con Hamas[27].

Gli israeliani uccidono e massacrano perché possono contare sul perenne e incondizionato sostegno degli Stati Uniti, che con il veto impediscono l’approvazione di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle N.U. a favore del cessate il fuoco e che forniscono a Israele le armi per condurre in porto questo massacro[28]. Secondo il generale israeliano, Yitzhak Brick: “Tutti i missili, munizioni, bombe di precisione, aerei e via dicendo sono statunitensi. Se gli Usa lo volessero, con la fine dei rifornimenti cesserebbero anche i massacri. Punto[29].” L’amministrazione Biden invece accelera l’invio di munizioni a Israele, aggirando le normali procedure sulle esportazioni di armi[30].

L’attenzione mediatica è al momento concentrata su Gaza, sebbene non a sufficienza. Giornali e TV obliterano infatti le drammatiche immagini di distruzione e massacri di esseri umani (bambini compresi) sepolti sotto le macerie. Da qualche giorno inoltre relegano tali atrocità al fondo pagina o ne riferiscono solo sotto il profilo politico, omettendo di riferire che altre migliaia di persone rischiano di morire nei prossimi giorni (Israele ne ha già uccise 17.000), mentre tutti i 2,3 milioni di abitanti di Gaza rischiano di essere cacciate verso l’Egitto o altrove, per passarvi il resto della vita da rifugiati. Questo appare invero l’intento di Israele.

Occorre però non perdere di vista ciò che accade anche in Cisgiordania. I coloni israeliani, in coordinamento con l’esercito, continuano a uccidere palestinesi innocenti e a rubare loro casa e terra. In un articolo apparso sulla New York Review of Books, David Shulman riferisce di una conversazione con un colono che riflette la dimensione morale del comportamento israeliano verso i palestinesi. “è vero quello che stiamo facendo a queste persone è disumano”, ammette candidamente il colono, “ma se ci pensate bene, tutto è dipeso da Dio, che ha promesso questa terra agli ebrei, e solo a loro[31]“.

In buona sostanza, il governo israeliano si comporta allo stesso modo, violando sistematicamente il diritto umanitario, sia a Gaza che in Cisgiordania. Secondo Amnesty International, vi sono prove schiaccianti che i prigionieri palestinesi, spesso arrestati con futili pretesti, vengono regolarmente torturati o sottoposti a trattamenti degradanti “dalla sola democrazia esistente in Medioriente[32]. Ecco perché non dovrebbe sorprendere che alcuni preferiscono le autocrazie…

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Elena Basile – Sui burocrati che parlano di “soggettività esterna dell’Europa” e dimenticano il genocidio a Gaza

Leggo il solito burocrate sulla Repubblica, ottima carriera all’ombra della politica. Scrive quale secondo lui dovrebbe essere al Consiglio europeo di domani la ripresa della ” soggettività esterna del’Europa” .

Linguaggio burocratico e volutamente ermetico. Voi pensereste che si auguri un’Europa capace di battere un colpo sulle guerre in corso? Non so che si distacchi per motivi umanitari dagli USA e chieda il cessate il fuoco a Gaza procedendo a un riconoscimento simbolico della Palestina libera.

O un’Europa che spinga a una mediazione un popolo stremato ucraino cercando di evitare ulteriori morti e feriti?
Ma no! Il catechismo che ripete a pappagallo è il seguente : Gaza non viene nominata. L’inferno calato su una popolazione inerme, bambini operati senza anestesia o che muoiono sotto le macerie, una popolazione ridotta alla fame, preda delle infezioni, il genocidio di Gaza non merita l’attenzione dell’Europa: “l Europa deve dare un segnale di chiarezza e non di stanchezza”

Come? Nuovi miliardi ( oltre i 162 già dati) a Kiev per far vedere che non abbiamo perso.

Perchè nessuno possa pensare che “l invasione dell’ Ucraina sia foriera di dividendi politici”. Pierino, la Russia ha conquistato 4 Stati : Donesk, Lugansk zaporizhzhia e Kerson.
L’Ucraina è dimezzata e distrutta. 200.000 diciottenni morti. Altri mutilati feriti. Sopravvive grazie al sostegno estero.

Nel marzo del 2022 se l ‘Europa non si fosse opposta l’Ucraina neutrale avrebbe recuperato la sua integrità territoriale. E tu vuoi far continuare la guerra per dimostrare a chi che non abbiamo perso? Ai ciechi come te?
Cinismo e stupidità imperversano. Pierino addormentando il cervello ha fatto una bella carriera e forse ora si candida con quel partito di notabili che è il PD

Spero non con i 5 stelle. Un linguaggio cosí cinico sull Europa non dovrebbe essere di Conte che chiede il cessate il fuoco a Gaza e stop delle armi a Kiev.
Ah Pierino dove hai perso la tua anima? Leggete Alberto Bradanini uno dei pochi Ambasciatori integri. Il suo articolo è un grido di dolore e di indignazione.

Pierino scrive sulla Repubblica. L’Ambasciatore Bradanini su la Fionda. I venduti sono visibili. I competenti e integri sono oscurati

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Cercando di umiliare Gaza nel profondo, è Israele a essere umiliato – Gideon Levy

Come se tutto ciò non bastasse: le migliaia di bambini morti, il bilancio delle vittime che sfiora i 20.000, le centinaia di migliaia di persone sradicate dalle loro case, le decine di migliaia di feriti e la fame, le malattie e la distruzione a Gaza, oltre a tutto questo, devono anche essere umiliati. Umiliati fino in fondo, affinché imparino.

Dobbiamo mostrare loro (e noi stessi) chi sono (e chi siamo). Per mostrare quanto siamo forti e quanto loro sono deboli. Fa bene al morale. Fa bene ai soldati. È positivo per il fronte interno. Un dono di Hanukkah per i palestinesi umiliati: cosa potrebbe portare più gioia?

Non c’è prova più grande del fatto che abbiamo perso la strada degli spregevoli tentativi di umiliare pubblicamente i palestinesi, affinché tutti possano vederlo. Non c’è prova più grande di debolezza morale della necessità di umiliarli nella loro sconfitta.

Siamo come Hamas; se loro sono tali mostri, allora possiamo esserlo anche noi, solo un po’. Dopo aver cancellato le vite degli abitanti di Gaza, le loro proprietà, le loro case e i loro figli, ora distruggeremo anche ciò che resta della loro dignità. Li costringeremo a inginocchiarsi, fino a quando non si arrenderanno.

Immagini e video della scorsa settimana: decine di uomini in ginocchio, con indosso solo le mutande, le mani legate dietro la schiena, gli occhi bendati, lo sguardo abbassato. Un gruppo è su una strada spianata con le ruspe, un altro in una cava di sabbia, con i soldati in piedi sopra di loro.

Bingo, un’immagine di vittoria. Alcuni soldati sono mascherati; forse si vergognano del loro comportamento, possiamo solo sperare. Le loro vittime sono giovani e anche anziani; alcuni sono paffuti, con la pancia, altri scarni, alcuni hanno la pelle pallida e altri sono segnati dalle difficoltà della guerra. Forse i loro figli li osservavano, forse le loro mogli; ciò aumenterebbe il risultato.

Secondo i rapporti, sono stati prelevati da un rifugio dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego (UNRWA) a Beit Lahia e arrestati per essere interrogati. Nessuno sa con certezza se qualcuno di loro fosse membro di Hamas. Dopo la foto della vittoria, sono stati portati in un luogo sconosciuto, il loro destino non era chiaro. A chi importa, oltre ai loro cari?

A cosa serve? Questa non è la prima volta che l’esercito israeliano spoglia i palestinesi in questo modo per umiliarli. Tali “marcie della vergogna” si sono svolte in passato nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Uomini ricercati e indesiderati in mutande, sotto gli occhi di tutti.

Questo è ciò che fa Israele, ed è importante registrare l’evento e diffondere le immagini. Ma la verità è che le immagini umiliano le Forze di Difesa Israeliane molto più di quanto umiliano le sue vittime nude.

Ma anche questa pubblica svestizione non fu sufficiente per umiliarli in questa guerra maledetta. Due settimane dopo lo scoppio della guerra, le forze dell’IDF e dei servizi di sicurezza dello Shin Bet hanno preso il controllo della casa dell’alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri, nel villaggio di Aroura in Cisgiordania, Arouri ora si trova in Libano, e hanno attaccato alla sua facciata un enorme striscione in lingua araba che recita: “Qui c’era la casa di Arouri, che divenne il quartier generale di Abu Al-Nimr dello Shin Bet”. Povero Abu Al-Nimr: il suo quartier generale è stato distrutto pochi giorni dopo, e con esso la spettacolare dimostrazione di forza, ma rimane il sapore puerile dell’umiliazione.

A Gaza, le nostre forze hanno distrutto il palazzo del Parlamento e il tribunale. Perché? Perché no? Nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, hanno distrutto tutti i monumenti, compresa la “Chiave del Ritorno” all’ingresso.

L’esercito ha anche distrutto e saccheggiato il grande cavallo di latta all’ingresso dell’ospedale, costruito da uno scultore tedesco con i rottami delle ambulanze palestinesi distrutte, un monumento alle vittime. A Tul Karm è stato demolito il memoriale di Yasser Arafat. Presto bruceremo anche la loro coscienza.

E il culmine del grottesco: il comandante del 932° Battaglione della Brigata di Fanteria Nahal, in un video dell’Unità del Portavoce dell’IDF, ostenta la carta di credito di Ismail Haniyeh, scaduta nel 2019. Complimenti all’IDF. “Siete fuggiti come dei codardi e siamo arrivati anche alla vostra carta di credito”, balbetta l’ufficiale.

I commentatori hanno spiegato che forse si trattava della carta di credito di qualcuno con il suo stesso nome: Il nostro Haniyeh non vive qui da molto tempo. Ma il figlio di Haniyeh vive qui, e il Portavoce dell’IDF non riposa né dorme: ecco le ricevute che dimostrano che ha acquistato gioielli. La grande vittoria è più vicina che mai.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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