Visualizzazione post con etichetta letteratura Algeria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura Algeria. Mostra tutti i post

lunedì 9 agosto 2021

2084. La fine del mondo - Boualem Sansal

in un libro ambientato in un futuro, già presente da qualche parte, esiste un mondo terribile e chiuso, tutto il mondo è in mano a una potenza politico-religiosa (che sembra l'Islam), in un regime oppressivo, la ribellione e anche solo il dubbio si pagano con la morte.

è un regime che ha creato la sua mitologia e la sua epica e il suo regno del terrore.

Abi sta in un sanatorio lontano, sulle montagne, e quando esce capisce un po' del funzionamento del mondo, e ne soffre, incontra uno come lui, e vanno in cerca di un uomo che sa qualcosa, è una ricerca fra le spie e la onnipresente polizia.

se qualcuno pensa a un romanzo a tesi sbaglia, se pensa a un romanzo politico ci azzecca (nel senso che anche 1984 è un romanzo politico), ma sopratutto è un romanzo romanzo.

Abi vuole conoscere altro, esiste un altro mondo, oltre quello totalitario (e totalizzante)?

alla fine la spinta verso la libertà e la conoscenza vince, fosse l'ultimo uomo della terra.

è una storia che ci riguarda, e parla di noi (come sempre fanno i libri).


 

 

 

 

Leggo prevalentemente narrativa ormai da circa quarant'anni e, per giudicare un romanzo, rimango fedele a pochi e incrollabili principi; il primo è che il valore deve stare dentro l'opera, non fuori. In altre parole: prima il mezzo, poi il messaggio. Se il primo è scadente, probabilmente lo è anche il secondo. Non si fa perciò un buon servizio a Sansal se si parla di 2084 solo in termini "politici", perché prima di tutto questo è un romanzo, ed è ben scritto, con squarci narrativi potentissimi, in uno stile, che procede a passo lento e coerente con ciò che dice, dal tono cupo e privo di speranza. Cede un po' solo nel finale (l'epilogo mi è parso forzato e ridondante), ma si tratta di pelo nell'uovo a fronte dell'evidente angoscia che anima l'autore nel lanciare questo disperato grido d'allarme per un possibile (probabile?) futuro in cui dignità umana e libertà saranno calpestate da una dittatura politico religiosa, di evidente assonanza con l'islam politico, i cui esponenti sono già tra noi. La speranza è che voci come quella di Sansal, persona coraggiosa e dal pensiero libero, non si spengano nell'indifferenza generale e finiscano per far capire i pericoli all'orizzonte. ...purtroppo, però, nessuno di mia conoscenza ha letto o anche solo sentito parlare di 2084, il che non mi pare un segnale incoraggiante.

da qui

 

…La difficoltà di ogni romanzo ucronico sta nella capacità di creare un mondo e uno scenario credibili e coerenti. Boualem Sansal ci riesce benissimo. Grazie all’ausilio di una scrittura che sa essere enfatica, come è ogni lingua di ogni regime teocratico, senza mai essere pedante. Si parteggia per la solitudine di Abi e per la sua ricerca della verità, anche a costo della sua probabile sconfitta di fronte alla macchina repressiva. La critica all’uso della religione come arma del consenso è potentissima in questo romanzo visionario. Il più laico che abbia letto da molto tempo, non a caso scritto da un intellettuale che conosce le derive ideologiche del mondo arabo di questi anni. Perché è di oggi che si parla, come è ovvio, in questo romanzo ambientato in un futuro medievale, spaventosamente orwelliano. Sansaliano, anzi.

da qui

 

…2084 – La fine del mondo è un testo potente, forte e molto difficile da mandare giù. La scrittura è ossessiva, si perde in un’infinita serie di descrittivi e di approfondimenti culturali che spesso rendono difficile andare avanti. Per essere un romanzo, bisogna ricordarselo durante la lettura, ci si trova spesso davanti a un muro culturale che l’autore rende (credo volutamente) difficile da superare. Ogni parola sembra scritta per instillare paura nel lettore, per perorare la battaglia al Fondamentalismo che Sansal combatte da trent’anni.

Sinceramente non so se consigliare un testo del genere. Non è 1984, siamo ben lontani sia come leggibilità che come struttura, eppure è molto attuale. Forse troppo, come la paura e il preconcetto che ne emerge ad ogni pagina. Rispetto a “Sottomissione” di Houellebecq, in cui c’era una maggiore moderazione, qui viene mostrato solo il terrore della dominazione teocratica. Non c’è spazio per il dialogo, non c’è possibilità di convivenza. C’è noi e la morte per tutti gli altri.

Se letto per quello che dovrebbe essere, un romanzo, potrei suggerirvelo. Ma, se visto con gli occhi di chi oggi ha paura, potrebbe gettare benzina sul fuoco. Non so cosa dirvi… Sta a voi sapere se vi sentite abbastanza aperti da leggerlo senza farvi influenzare. 1984 aveva generato non poche paure tra i lettori dei suoi tempi, 2084 per i messaggi che porta rischia di fare altrettanto.

da qui

 

"2084. La fine del mondo" sviluppa le premesse del radicalismo islamista presente in una parte della società musulmana odierna e ne trae le logiche conseguenze in un medioevo futuro dai toni apocalittici. Sulla falsariga del 1984 di Orwell, nell'imprecisato domani del romanzo di Sansal il mondo intero è sotto il giogo dell'impero dell'Abistan, teocrazia totalitaria che ha occupato non soltanto ogni spazio pubblico e privato della società, ma i cervelli stessi di un'umanità serenamente asservita ad una nuova religione, quella di Yölah e di Abi, il suo immortale Delegato in terra. Al pari degli struumenti tipici di una feroce dittatura quali il terrore la delazione e la tortura, l'apparato repressivo che opera in nome di Yölah e di Abi usa il linguaggio: l'abilng, l'unica consentita in tutto l'impero, è una versione a tal punto impoverita delle lingue preesistenti da non consentire più agli esseri umani di formulare pensieri d libertà. Un Nemico fantomatico, chiamato in ultimo DEMOC, si cela forse oltre confini la cui esistenza è alquanto dubbia in un mondo che potrebbe coincidere con l'impero: tutto pare concepito dal sistema stesso per inglobare le pur labili ipotesi di rivolta. Rivolta che non a caso germoglia in uno sperduto sanatorio di montagna nella mente di un uomo malato di tisi con un'unica evidente qualità, la curiosità verso qualcosa di ormai incomprensibile, il concetto di libertà. E va detto che questo romanzo cupo e profetico risuona infine e soprattutto come uno straordinario canto di libertà.

da qui



giovedì 28 aprile 2016

Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini - Yasmina Khadra

un perfetto romanzo in cui tutti i nodi vengono al pettine, in un mondo corrotto, che qui è l'Algeria, ma potrebbe essere dovunque, nessuno si senta escluso.
romanzo noir, politico, poliziesco, dove coraggio, vendetta, vigliaccheria, eroismo,tradimento, amicizia, servilismo, senso del dovere, corruzione, verità e menzogna, vita e morte, si confrontano e si confondono in ogni momento.
Algeri è lo sfondo di un'indagine che non guarda in faccia nessuno, e questo non si fa.
tutto il mondo è paese, quando un potente è indagato è un complotto verso di lui o verso lo Stato, e le due cose coincidono nella mentalità proprietaria degli intoccabili.
Yasmina Khadra sa come si scrive e appassiona il lettore ogni volta.
il dio della letteratura lo conservi - franz






Khadra non è tuttavia un autore che scrive storie fini a se stesse, tutto ha un preciso significato. A partire dal prologo introduttivo al libro, che riporto integralmente.
“Ci sono quelli che di un barlume fanno una torcia e di una fiaccola un sole, rendendo grazie per tutta la vita a chi li onora per una sera; e ci sono quelli che gridano al fuoco appena intravedono una parvenza di luce in fondo al tunnel, trascinando in basso ogni mano che si tende verso di loro.
Questi ultimi in Algeria vengono chiamati “Beni Kelboun”.
Geneticamente nefasti, i Beni Kelboun hanno una loro trinità personale:
mentono per natura,
truffano per principio,
nuocciono per vocazione.
Questa è la loro storia.”
La storia che racconta Khadra è, tout court, la storia che viviamo quotidianamente anche noi. C’è il degrado, certo, la sconfitta amara e terribile, ma il riscatto è sempre all’orizzonte, ed è tra l'altro sempre possibile, come dimostra il comportamento di uno dei personaggi meno centrali ma che si svela determinante e inaspettatamente decisivo. Ci vuole solo un atto di coraggio, oltre a scelte coraggiose che solo gli spiriti liberi possono permettersi.
Non aggiungo altro. Provate solo a leggere il libro, perché vi stupirà. A partire dal titolo, Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini molto esemplificativo. Io non vi anticipo nulla della storia narrata. Prendete dunque il romanzo, e capirete.

…La religione salafita dei fondamentalisti, secondo Yasmina Khadra, ha contaminato tutte le istituzioni algerine, si tratta di un salafismo “predatore”, carrierista che cresce coabitando con il potere.
Quando nel 2001 Yasmina Khadra, faceva presente che non erano i militari ad uccidere in Algeria, come diceva la tesi accreditata in tutto l’Occidente, ma i terroristi islamici, fu accusato di essere un uomo del regime.
Quello che l’autore scrisse, allora, nel libro “Cosa sognano i lupi” (Feltrinelli, 2001), era un avviso a tutto il mondo di come stavano andando le cose e di come sarebbero poi peggiorate. Quando in Algeria vennero assassinati i più grandi filosofi e scrittori, il mondo lo ignorò, fece finta di nulla, lo si considerò un problema locale.
Yasmina Khadra non vede religione nel terrorismo e fa il paragone con la mafia italiana che frequenta chiese e processioni. Non è fede, non è religione, è solo criminalità.
Una criminalità che cresce dove impera la corruzione, dove regna l’ignoranza, dove la scuola non funziona bene, dove non c’è lavoro e la gente è disperata; tanto da credere alla soluzione più semplice (e a loro comprensibile) che le venga prospettata…

…Un libro sul potere, sulla sua usurpazione senza vergogna e senza limiti, quasi spettasse di diritto decidere della vita altrui, fino a determinare le sorti di un intero Paese.
Sullo sfondo Algeri, la bellissima città bianca che ha fatto sognare i poeti, che ha fatto innamorare intellettuali di tutto il mondo, sembra sconfitta dalle tenebre create apposta da chi la sfrutta, da chi si è autoproclamato suo salvatore e padrone. Ci sono i “cattivi” e ci sono gli onesti, ci sono i vigliacchi, i leccapiedi, i servili, i complici, e ci sono gli eroi…

giovedì 2 luglio 2015

Cerimoniale – Rachid Boudjedra

Rachid Boudjedra (qui una breve biografia) è una persona coraggiosa, tanto da dire in tv, in Algeria, di essere ateo (qui o qui).
Cerimoniale è un libro d'attualità, polizia e terroristi, i poliziotti non sono anonimi, hanno sentimenti, anche d'amore.
il libro è di quelli che leggi lentamente, per non perdere niente, una caccia all'uomo, piena d'orrore e violenza, così va il mondo.
un libro da non perdere, non ve ne pentirete - franz







…Come dice giustamente Boukra nella prefazione di Cerimoniale, Rachid Boudjedra ha scritto un romanzo importante, indispensabile, perché in grado di raccontare il periodo cupo dei Gruppi Islamici Armati in Algeria e della loro visione salvifica dell'assassinio: uccidere per mondare da ogni peccato. Un poliziesco sui generis in cui la figura principale subisce le conseguenze di un forte senso di empatia che la costringe ad entrare intimamente in contatto con l'anima delle diverse vittime coinvolte, per la maggior parte bambini indifesi. Un viaggio nell'abisso della crudeltà umana, delle mille sfaccettature che la compongono, degli ideali politici o religiosi con cui a volte sembra giustificarsi. La narrazione è veloce, intima, molto efficace perché radicata all'interno della personalità della voce narrante.

…In questo romanzo non appare soltanto la questione dell’Algeria, le ferite della sua storia, ma si pone una domanda inquietante: come si è potuti arrivare a quegli abissi di crudeltà? Come, nella prima metà degli anni ’90, l’Algeria è potuta cadere preda di una pura follia distruttrice e fratricida? Nel romanzo si svolge tutta una decodificazione del male, di un male che non può avere altro nome se non barbarie. Il romanzo ha una trama poliziesca, in cui un’ispettrice di polizia indaga su un efferato omicidio commesso dai terroristi islamici. In numerosi dialoghi emergono preoccupanti riflessioni: «Perché gli assassini torturano le loro vittime, e le stuprano prima di sgozzarle? Qualunque sia il loro sesso. (…)». 
Sono pagine terribili, che descrivono abissi sconosciuti, e che mostrano come la letteratura araba contemporanea si trovi condannata ad un corpo a corpo con la realtà, costretta a misurare la finzione letteraria con una realtà che supera la finzione. Una letteratura per cui oggi è quasi impraticabile il percorso della bellezza, cui è precluso il pensare in termini di sogni. Ma è anche una letteratura che non può non farsi testimonianza.

martedì 11 novembre 2014

La zingarata della verginella di via Ormea – Amara Lakhous

un giornalista calabrese a Torino, il suo direttore padronale e razzista (si chiama Salvini, sarà una coincidenza), storie di pregiudizi e di persone vere, mica di ideologie, speriamo che la realtà si avvicini al romanzo, dove tutto sembra possibile, la realtà sembra ingessata, incancrenita, senza vie d’uscita, senza fantasia (non è un gioco di parole).
il suo giornalista-investigatore è nel solco dei migliori personaggi della letteratura europea, che è molto meglio di quella degli Usa, per i miei gusti.
ogni libro che passa Amara Lakhous cresce, per stile e capacità di non far chiudere il libro fino alla parola fine, ed è un onore per la letteratura italiana (meritatamente o no, chissà) avere uno scrittore così bravo.
non perdetevelo, l’unica controindicazione è che poi molti altri scrittori che crede(va)te bravi saranno un po’ ridimensionati - franz



…La leggerezza dei toni e della lingua usati da Amara Lakhous rendono i suoi romanzi di facile lettura ma nello stesso tempo importanti per smascherare i troppi pregiudizi di cui siamo, ahimè, tutti permeati. Il personaggio più riuscito è quello di Patrizia, una bancaria in carriera che dopo aver contribuito a rovinare intere famiglie vendendo loro titoli “tossici” che le avevano ridotte in miseria, senza che la banca se ne sentisse responsabile, vive una profonda crisi di coscienza e di identità. Lascia la carriera e la sicurezza economica, la protezione sociale e la certezza di prospettive per scegliere di diventare una “Rom”: via trucco e parrucchiere, riveste abiti zingareschi e si mette al servizio della comunità che vive al Parco del Valentino improvvisando una competenza di lettura della mano, da qui il suo soprannome, che le consente di divenire un punto di riferimento per le giovani del campo e dei loro bambini….
da qui

martedì 28 ottobre 2014

Un pirata piccolo piccolo – Amara Lakhous

Hassinu racconta in tre giornate una città e un mondo che diventa insostenibile e l'unica via di salvezza è la fuga.
ha qualche amico, qualche parente, un lavoro che sta per evaporare, vive in una società corrotta e violenta, in un mondo che non è tanto estraneo al nostro, in parte almeno.
si sentono arie di Albert Cossery e Nagib Mahfuz e Alaa al-Aswani, di quel mondo urbano delle città dell'Africa del nord (o del Mediterraneo del sud, a scelta).
parafrasando Bertolt Brecht si può dire che "Sventurata è la terra che produce emigranti e profughi".
non è perfetto, ma è un libro che merita - franz






…Hassinu è un pirata piccolo piccolo, chiuso dentro i suoi comportamenti ossessivi, i rituali religiosi svuotati di significato autentico, i pensieri e i comportamenti ipocriti simili a quelli degli altri, baciapile e trasgressivo insieme, debole e vigliacco, non è capace di combattere e vedersi in una dimensione collettiva di lotta, perché è troppo deluso e l'orizzonte lo schiaccia con la sua piattezza. Capace solo di proposte paradossali quali gare di sonno contro la disoccupazione o la riduzione delle baguette per famiglia allo scopo di  ridurre le nascite. Forse, semplicemente, non sono ancora i tempi.
Il romanzo termina, in una malinconica depressione,  con una solenne ubriacatura in compagnia di un giovane che pensa che l'unica possibilità sia andarsene e migrare e di un vecchio con lo sguardo rivolto unicamente al passato. Un po' di speranza? Forse...
Il traduttore ha fatto miracoli per rendere questo linguaggio convulso e frammentato, scritto originariamente in arabo algerino e non in arabo classico, con un mix di registri alti e bassi: doppiamente coraggioso l'autore per il contenuto e la lingua non convenzionale. Il testo è corredato da una introduzione dello stesso  autore e da una postfazione del traduttore: il resto lo apprenderete lì.

…La storia si svolge in tre giorni: giovedì 27 febbraio, venerdì 28 febbraio, sabato 29 febbraio, giorno in cui il protagonista compie gli anni, in teoria ogni quattro anni, essendo l’anno bisestile. Hassinu quarantenne è nell’età in cui il profeta Maometto ricevette la Rivelazione, lui, invece, è un impiegatuccio piccolo piccolo che lavora alle poste. Scapolo in una società in cui l’essere celibe è visto come motivo di disordine…

… Romanzo divertente per l’uso di un linguaggio semplice, senza fronzoli, diretto, colorito (si pensi solo a tutte le volte che chiama in causa il suo “Fertàs”) e che riesce a trattare gli argomenti seri in modo leggero provocando, grazie anche all’ironia propria dell’autore, più di un sorriso.
E con questa ironia che fa sorridere in molti casi (anche se spesso di un sorriso amaro), l’autore riesce a mettere in evidenza la corruzione, il marcio e le storture di una cultura che tende a privilegiare poche persone a scapito della stragrande maggioranza della popolazione, mettendo in evidenza come soprattutto le donne siano colpite in quanto considerate socialmente inferiori e in quanto costituiscano a volte il bersaglio più facile su cui abbattersi…
da qui

domenica 21 settembre 2014

Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario - Amara Lakhous

un giornalista un po' investigatore,  un po' mediatore "culturale" nel suo quartiere, un omaggio a Jean Claude Izzo, un pasticciaccio brutto che può andare a finire male, e altro, per un romanzo che si legge davvero bene.
e a dimostrazione che i libri "gialli" raccontano la realtà come tanti saggi, senza annoiare un minuto.
a me è piaciuto molto, non entrerà nella storia del romanzo, ma neanche sfigura di fronte a tanti colleghi titolati, provateci, trascorrerete un paio d'ore piacevoli - franz




Ottobre 2006. Mancano pochi mesi all'entrata della Romania nell'Unione Europea, ma Torino è scossa da una serie di omicidi che coinvolgono albanesi e rumeni. È in corso una faida fra delinquenti, o c'è dietro la mano della criminalità organizzata che prima 'infesta' e poi 'bonifica' certe aree per speculare nel settore immobiliare? Enzo Laganà, nato a Torino da genitori calabresi, è un giornalista di cronaca nera che vuole vederci chiaro e scoprire il movente degli omicidi. Ma prima di far luce sul caso dovrà occuparsi di una spinosa vicenda che riguarda Gino, il maialino del suo vicino di casa, il nigeriano Joseph. Chi ha portato il maialino nella moschea del quartiere? E soprattutto perché? Enzo dovrà far luce su questi piccoli e grandi misteri usando un bel po' di fantasia, ironia e tanta pazienza. Un giallo multietnico per raccontare il nostro Paese multiculturale all'insegna della commedia all'italiana.

… Come negli altri romanzi si mescolano lingua e dialetti, registri linguistici, contenuti ‘alti ‘e contenuti ‘bassi’ e tanto, tanto cinema. Una scrittura che sa mescolare una informazione minuziosa su eventi e fatti drammatici di cui si parla con situazioni comicamente surreali, essendo l’autore provvisto di una grande capacità di saper dosare i diversi ingredienti. Le tematiche emergono dalle storie dei personaggi: si passa dalla mania dei quiz televisivi alle traversate del Sahara e del mare dei migranti, dalla migrazione di un nucleo di italiani in Romania allo sforzo dei volontari che intervengono nei quartieri  a rischio, dall’attenzione degli italiani per gli animali e l’indifferenza per la sorte dei migranti, dal mammismo dei maschi italici alla commistione mafia dei colletti bianchi - affari di riciclaggio - politica. Una scrittura leggera che ha il pregio di informare senza annoiare mai.

…Il romanzo di Amara Lakhous si svolge con leggerezza. Affascina il lettore che non viene sopraffatto da storie angosciose o tortuose. Le levità della narrazione è determinata in special modo dai continui interventi della madre del protagonista che gli telefona spesso, pur essendo a distanza di moltissimi chilometri da Torino perchè dimora in un paese del meridione,e gli raccomanda le più minuziose cure da adottare nella gestione della casa, perfino della scadenza dei cibi conservati nel frigo. La donna è informata di tutte le mosse del figlio da due persone, due donne anziane: una vicina di casa che Enzo chiama zia e la donna di servizio. E’ così osservato e “protetto” che intervengono anche quando dovrebbe essere lasciato in pace, così come avviene quando sta per concludere un approccio amoroso con una donna.
Una sottile ironia, proprio per questi elementi, serpeggia in tutto il romanzo. Ironia della professione di giornalista: “Il novanta per cento delle notizie pubblicate quotidianamente è falso. Il cinque per cento non è verificato e soltanto il resto sono notizie vere”. Ironia sulla onnipresenza delle madri meridionali. Ironia su conflitti che si instaurano fra gruppi di persone. In questo caso un maialino, a cui si vuole addirittura conferire la dignità di maialino italiano se non padano.
L’ultimo aspetto da sottolineare è quello dalla pluralità del registro linguistico, da quello dialettale, che fa capolino di tanto in tanto, a quello specialistico del giornalismo, a quello della parlata popolare quotidiana.

martedì 22 luglio 2014

Tagliato per l’esilio - Karim Metref

trovato in una libreria di libri a metà prezzo, è una bella sorpresa.
in una serie di racconti si ritrova l'Algeria che forse non esiste più, della penna di un cugino di Monsieur Lazhar, che ha lasciato (ha dovuto, ha voluto, o forse le due cose insieme) il suo paese e adesso vive in Italia.
c'è un capofamiglia un po' padre padrone, ci sono i colonizzatori francesi, c'è un ragazzino che cerca la sua strada, una famiglia allargata e un villaggio che è il mondo.
cercatelo e buona lettura, non ve ne pentirete - franz





…Tu hai pubblicato un libro che si intitola: Tagliato per l'esilio, ce ne puoi brevemente parlare?
È una raccolta di racconti. I primi li ho scritti in Cabilia, nella mia lingua madre poi li ho tradotti in italiano. Altri, invece, li ho scritti direttamente in italiano. Il filo conduttore dei racconti e della riflessione iniziale sulla mia vita, che dà il titolo alla raccolta, è il tema dell'esilio, della ghorba, come si dice da noi. Ma è una ghorba intesa come non sentirsi nel posto giusto, cosa che avviene anche stando nella propria casa, nella terra dei propri avi. La riflessione comincia con queste parole: "Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi (...)".
Come vivi tu la condizione di ghorba?
Lo stato di esilio, la nostalgia che si sente quando si vive lontani dalla propria terra, ci è imposto culturalmente e socialmente. Se abiti lontano da casa, allora tutti pensano, vogliono che tu abbia nostalgia. E va a finire spesso che la senti davvero quelli nostalgia. Invece l'esilio vero, quello spontaneo, quello non indotto da pressioni culturali o sociali, l'esilio autentico, uno lo può sentire anche stando nella propria casa tra i propri cari. È esule sempre chi è povero e senza risorse, è esule sempre chi non ha famiglia, gruppo di riferimento, clan, amici. È esule chi è nato diverso, chi sceglie di diventare diverso. Ma soprattutto è esule sempre e ovunque chi sceglie di pensare e di vivere liberamente e di non sottomettersi mai: lo zingaro di nascita, o per scelta. Il libro è dedicato a mio nonno, un uomo libero nella testa. Mio nonno mi ha insegnato a pensare con la mia testa e a non conformarmi... mai! Mi ha insegnato anche a dire quello che penso. È a lui che devo questa pesante eredità: quella di essere esule ovunque. Ma esule per scelta…
da qui

venerdì 18 luglio 2014

Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio - Amara Lakhous

un libro scritto da un algerino, ma scritto in italiano, ambientato a Roma, nel quale tutti i personaggi parlano in italiano, è a pieno titolo un libro che fa parte della letteratura italiana.
un po' giallo, un po' Gadda di via Merulana, un po' Kurosawa, la verità non è facile da trovare, ognuno ha le sue ipotesi e le sue idee.
un libro che si legge benissimo, e ti appassiona, se non l'hai letto, fallo, ti appassionerà.
se poi lo leggi con il sottofondo musicale dell'Orchestra di piazza Vittorio ti piacerà ancora di più - franz

qui un po’ di musica d’accompagnamento





Libro agile e piacevole questo dello scrittore algerino Amara Lakhous che in maniera divertente e leggiadra ci parla di temi importanti e sempre attuali come quelli dell'immigrazione, dell'integrazione e del razzismo. Ma ci parla anche di conoscenza e solidarietà, di amore e di dolore.
Il libro ha una struttura schematica e funzionale, la vicenda narrata, se così la vogliamo chiamare, è divisa in verità e ululati. Proprio così: verità e ululati. E le verità sono tante perché, come nella vita reale, quella di tutti i giorni, per ogni accadimento ognuno ha la propria verità e a ognuna di queste verità fanno seguito gli ululati di Amedeo, perno centrale intorno al quale ruotano le verità dei condomini dello stabile di piazza Vittorio a Roma, quello dell'ascensore del titolo…

…Bisognerebbe avere più origini di quante una sola persona possa averne. Per gli occhi che ha e che chiede, questo è un romanzo che arriva dove la realtà non arriva e che ci riguarda tutti. Gli immigrati, gli autoctoni e gli emigranti. Chi resta, chi parte, chi arriva. Ci riguarda tutti perché ci dimostra che la multiculturalità è un’esigenza, una realtà ancor prima che un’idea. Siamo già circondati da qualcosa che di solito non conosciamo. A volte amiamo l’estraneità, per principio o curiosità, a volte la disprezziamo, per pregiudizi equivalenti, ma quasi mai la conosciamo, questa identità straniera che sceglie l’Italia o che per caso ci capita.
Questo libro piccolo, quasi un romanzo da spiaggia, obbliga a rimettere in discussione termini che abitualmente usiamo non più - o non solo - perché potrebbero essere offensivi, ma perché sono ormai ambigui, inesatti. Restano vuoti finché non li si riempie di umanità. Già nel titolo appaiono le sfumature : uno scontro è un incontro? E le civiltà di cui si parla, sono civili ? C’è un solo termine che si staglia senza ambiguità, parola dai contorni precisi e protetta dalla sapienza tecnica: l’ascensore…

…Proprio a piazza Vittorio viene consumato un crimine, intorno al quale ognuno dei dodici protagonisti ci consegna la sua verità e la sua storia. Un bieco personaggio soprannominato "il Gladiatore" viene trovato morto nell'ascensore condominiale e l'indiziato principale è l'algerino Ahmed, meglio conosciuto come Amedeo, di cui ognuno prende le difese. E, come in un vero e proprio processo, i personaggi sfilano uno ad uno raccontando la loro testimonianza…

…Stranieri e italiani, uomini e donne sono sempre sul piede di guerra per quell’ascensore che, secondo il professor Antonio Marini, rappresenta “la barriera tra la civiltà e la barbarie”. Secondo la custode Benedetta è un sacro tempio inviolabile che lei protegge da invitati e forestieri, da ospiti indesiderati e da condomini che giudica maleducati. Al contrario per Amedeo l’ascensore è una scatola claustrofobica insopportabile e, per il cuoco Parviz, si tratta di un luogo di meditazione inuguagliabile. Infine il Gladiatore lo vede come uno spazio ideale per orinare e per morire, visto che qualcuno proprio lì mette fine alla sua esistenza. E saranno pochi quelli che piangeranno la scomparsa del giovane. Cominciano le ricerche. A poco a poco l’incastro dei pezzi del puzzle prende forma grazie alle indagini del commissario di polizia Bettarini che prova a ricomporre le storie del condominio di Piazza Vittorio…



giovedì 25 luglio 2013

Zero Kill - Y. B.

un libro divertente e serio, analizza e prende in giro il mondo estremista algerino, e vale, mutatis mutandis, per un sacco si gente sparsa nel pianeta.
se uno lo trova, merita la lettura, sicuro - franz


…Ciò che legge il lettore è invece un delirio grottesco che parla di questi anni, di una realtà infernale che fa il bagno nel sangue, nel petrolio, nei dollari.
Idea ingegnosa quella di tradurre nella nostra lingua Zero kill, satira “interna”, atto insolente, attacco viscerale, appuntito, che scorre alla velocità della luce e bersaglia/esorcizza tutti gli incubi pre-post 11 settembre. Sfruttati, cialtroni, canaglie di medio e grosso calibro, mujaheddin e carne da jihad. Y. B., burattinaio dalla fervida immaginazione, aggiunge al brodo di topoi da stracciare anche gli X-Files (ma io non vi ho detto niente: bisogna leggere, leggere, leggere...).
  
…non mancano elementi di interesse. La cosidetta "primavera araba" era lontana, ma si percepiscono chiaramente quei segni di quella che nel suo illuminante saggio Samir Kassir definiva "L'infelicità araba". Cioè quella situazione di scacco, senza via d'uscita, in cui si trovano i giovani e le donne in tutti i paesi dell'altra sponda del Mediterraneo. Yassir Benmiloud cerca una via di fuga nell'ironia e nel grottesco, nella provocazione e nell'umorismo pulp. Tutte cose che, alla lunga, possono risultare un po' noiose e certamente sterili. Ma se vogliamo prendere un po' più sul serio questo romanzo breve, rimane aperto il problema del "romanzo arabo", che raramente riesce a trovare il pubblico, in patria e all'estero, malgrado l'indubbio talento dell'autore.
da qui

martedì 17 aprile 2012

Storia di sogni e di assassini - Malika Mokeddem

diviso in due parti distinte, la prima nell'Algeria violentata degli anni '80 e '90, la seconda in Francia, per  salvarsi e cercare.
un bel libro - franz 


…Storia di sogni e di assassini si sofferma sulla storia di un’algerina che decide di emigrare. Malika Mokeddem non ha mai abbandonato completamente la professione di nefrologa, ma oggi la scrittura costituisce la sua attività principale…