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martedì 10 marzo 2026

Trump, la “sicurezza nazionale” e la guerra economica: lettura psico-economica di uno shock tariffario - Giuseppe Gagliano

 

 

Da misura tecnica a conflitto strategico

L’annuncio di nuove tariffe da parte di Washington — 100% sui farmaci di marca importati, 25% sui camion pesanti, 50% su cucine e bagni, 30% sui mobili imbottiti — non è un semplice ritocco doganale. Rientra in una strategia di guerra economica, dove lo strumento commerciale viene usato per rimodellare le catene del valore a vantaggio degli Stati Uniti, invocando la Sezione 232 (sicurezza nazionale) come base legale. La regola “100% salvo se l’azienda apre una fabbrica sul suolo americano” trasforma la barriera doganale in un mezzo di industrializzazione condizionata.

Le regole del gioco secondo la Scuola di guerra economica

Nella griglia analitica della Scuola di guerra economica di Parigi (Harbulot), l’economia è uno spazio di rivalità di potenza, strutturato su tre piani:

1. Coercizione normativa (leggi, standard, regolamenti) per imporre vincoli asimmetrici agli avversari;

2. Manovra informativa (narrazioni, segnali, minacce credibili) per influenzare aspettative e comportamenti;

3. Conquista di posizioni critiche (tecnologie, capacità industriali, risorse) per limitare l’accesso degli altri.

I dazi americani spuntano tutte e tre le caselle: sfruttano il diritto interno (232), lanciano un segnale psicologico (“rilocalizzate o pagate”) e colpiscono settori nodali — farmaceutica, logistica, arredamento — che incidono su costi, salute e consumi.

La dimensione psico-economica: costruire la percezione di dipendenza

Il messaggio non è rivolto solo ai partner stranieri: mira soprattutto all’elettorato interno, ri-inquadrando la dipendenza dalle importazioni come un rischio esistenziale. La minaccia tariffaria diventa strumento di persuasione: investitori, manager e sindacati interiorizzano l’idea che l’accesso al mercato USA sia condizionato alla produzione locale. In questa logica, l’incertezza fa parte dell’arma: più le regole appaiono mobili, più le imprese “sovrainvestono” negli Stati Uniti per proteggersi.

La guerra delle norme e l’arte di dividere le coalizioni

La contromossa di europei e giapponesi si fonda sui tetti tariffari negoziati (15% massimo sulla farmaceutica), che Washington dice di rispettare per queste aree — segno che la coercizione è accompagnata da esenzioni stratificate per dividere i partner (chi ha la deroga e chi no). Il Regno Unito, il cui accordo bilaterale non copre esplicitamente i farmaci, appare più esposto. Risultato: una coalizione teoricamente allineata (UE, Giappone, UK) finisce con l’avere interessi divergenti, indebolendo la capacità di risposta coordinata.

Il diritto come campo di battaglia

Lo spostamento verso basi giuridiche “collaudate” (232) riduce il rischio di annullamento interno, mentre altre offensive si preparano tramite nuove indagini 232 su robotica, macchine industriali ed equipaggiamenti medici. La giuridicizzazione del conflitto è tipica della guerra economica: non si sospende lo scambio, si ri-codifica lo scambio in un quadro che favorisce chi impone la regola.

Effetti sistemici: filiere, inflazione, scelte di investimento

Nel settore farmaceutico, l’impatto immediato è attenuato da due fattori: (a) la quota già domestica degli input; (b) l’accelerazione dei progetti di impianti negli USA da parte dei grandi gruppi, proprio per neutralizzare il 100%. Ma l’asimmetria psicologica resta: la minaccia può riattivarsi, perciò i piani industriali si ridisegnano attorno a un rischio politico americano divenuto strutturale.

Per i camion pesanti, l’aumento del 25% rincara il trasporto e alla fine si riflette sui prezzi al consumo: ne deriva un rischio di inflazione ritardata ma persistente se la misura diventa permanente. I mercati hanno reagito con calma nel breve termine, ma gli economisti avvertono del trasferimento di costi su famiglie e PMI della logistica.

Riflusso, elusione, spostamento: tre risposte dei partner

Sotto pressione tariffaria durevole, i partner adottano tre vie:

Riflusso: scelta di “produrre in USA” per garantirsi l’accesso al mercato (caso previsto nella farmaceutica);

Elusione: triangolazioni via Paesi terzi, frammentazione delle forniture, “kitizzazione” dei prodotti (classico dei conflitti doganali);

Spostamento: dirottamento dei flussi verso altri bacini (es. mobili asiatici verso l’UE), con rischio di shock d’offerta sull’industria europea del mobile e rafforzamento speculare della posizione USA come calamita per investimenti.

La logica di logoramento: erodere l’avversario nel tempo

Nella dottrina della Scuola, la guerra economica funziona anche per attrito: non mira a “vincere” subito, ma a consumare margini finanziari, giuridici e politici dell’altro. Le tariffe, combinate a indagini successive (robot, dispositivi medici, macchinari), creano un gradiente di pressione che spinge i gruppi a scegliere la soluzione politicamente meno rischiosa — localizzarsi negli USA — anche se non è economicamente ottimale nel breve periodo.

Dissuasione economica e messaggio agli emergenti

Il segnale inviato a Cina ed emergenti è chiaro: l’accesso preferenziale al primo mercato mondiale sarà condizionato a localizzazione e conformità normativa americane. È una forma di dissuasione economica: non si vieta, si rende più costosa l’opzione di restare fuori dall’orbita produttiva statunitense. L’effetto collaterale è la frammentazione della globalizzazione in sotto-regimi: un blocco USA ad alta integrazione verticale, un blocco sino-asiatico che accelera l’autonomia e, in mezzo, un’Europa costretta a scegliere tra allineamento regolatorio e difesa del proprio mercato interno.

Indicatori di allerta a 12–18 mesi

Per valutare se la manovra USA funziona, tre indicatori chiave:

1. Investimenti e fusioni in pharma/med-tech negli USA (messa in opera delle fabbriche annunciate, consolidamento intorno ad asset “localizzati”);

2. Diffusione dei prezzi: camion → trasporto → grande distribuzione; mobili → beni durevoli delle famiglie; farmaci di marca → ticket sanitario (monitorare l’indice PCE “core goods”);

3. Spostamenti commerciali: aumento della quota asiatica in UE su mobili e attrezzature, segnale che l’onda d’urto si scarica sul mercato europeo.

Conclusione: l’economia come teatro d’operazioni

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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

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mercoledì 3 settembre 2025

Dazi e alibi: perché l’export italiano deve guardarsi allo specchio - Vincenzo Imperatore

 

Troppo facile dare la colpa alle barriere commerciali. Per molte PMI il vero ostacolo è la scarsa diversificazione dei mercati e l’incapacità di tradurre il proprio valore in un linguaggio che il mondo digitale possa capire

Quando si parla di commercio internazionale, l’attenzione ultimamente finisce quasi sempre sui dazi, cioè tasse e barriere che rendono più difficile vendere all’estero. Ma per molte piccole e medie imprese questo tema rischia di diventare anche un comodo alibi, un modo per spiegare ogni difficoltà di vendita senza guardare ai limiti strutturali e strategici che frenano davvero la crescita. Il problema, per un Paese come l’Italia, è molto più profondo.

Oggi la nostra economia si regge in larga parte sull’export e ogni anno vendiamo fuori dai confini merci per oltre 700 miliardi di euro. Sembra tanto, e lo è, ma dobbiamo chiederci dove e a chi vendiamo. Il 75% delle nostre esportazioni va verso un pugno di Paesi ricchi, come Germania, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Spagna, che in totale contano meno di 400 milioni di abitanti. Il resto del mondo, con mercati enormi come Indonesia, Cina, India o Brasile, e miliardi di potenziali clienti, pesa pochissimo per le nostre aziende. Prendiamo un esempio concreto: in Germania ogni anno vendiamo prodotti italiani per oltre 70 miliardi di euro, mentre in Indonesia, con più di 280 milioni di abitanti, vendiamo appena un miliardo e mezzo. Questa concentrazione ci rende vulnerabili, perché se uno di questi mercati storici rallenta o chiude le porte, noi rischiamo grosso.

Per crescere non basta vendere in nuovi Paesi: bisogna capire cosa ci rende speciali e saperlo raccontare in un mondo dove contano soprattutto dati e algoritmi. Il nostro valore nella moda, nel cibo, nell’arredamento o nella meccanica di precisione è fatto di creatività e cura dei dettagli che un’intelligenza artificiale non riesce a cogliere se non glielo spieghiamo in modo chiaro. Oggi chi ha i dati in mano ha anche i mercati, e non si tratta di digitalizzare tanto per farlo, ma di tradurre il nostro talento in un linguaggio che la tecnologia possa capire. Altrimenti è come avere un’opera d’arte senza cartellino: affascinante per chi la conosce, ma invisibile per tutti gli altri.

 

Negli anni Duemila, le grandi linee ferroviarie ad alta velocità hanno accorciato le distanze tra città e reso più rapido lo scambio di persone e merci. Oggi serve lo stesso salto, ma nel mondo digitale: una rete nazionale capace di raccogliere, organizzare e mettere in circolo le informazioni che raccontano il meglio del nostro saper fare. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri Paesi, magari copiando, semplificando o banalizzando il nostro lavoro, e a quel punto resteremo soltanto il “Paese da cartolina”: bello da visitare, ma poco rilevante per chi deve comprare e investire.

Il futuro dell’export italiano non è sopravvivere ai dazi, ma imparare a parlare la lingua del mondo digitale senza perdere la nostra identità. Significa affiancare alla manualità degli artigiani un vocabolario di dati, immagini e storie che ci facciano emergere anche sugli schermi e non solo nelle vetrine. Diversificare i mercati di sbocco, rendere la nostra eccellenza comprensibile anche agli algoritmi e costruire un’infrastruttura nazionale per valorizzare ciò che sappiamo fare sono le vere priorità. Solo così potremo restare competitivi e non sarà un algoritmo a decidere chi siamo.

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mercoledì 30 luglio 2025

Le elites europee governanti hanno svenduto l’Europa alle multinazionali statunitensi. Chiediamo il ritiro della firma dall’accordo sui dazi! - Paolo Ferrero

 

L’accordo siglato tra Unione Europea e USA sui dazi è un disastro e costituisce un punto di passaggio periodizzante. Ci ricorderemo a lungo del campo da golf scozzese come del teatro di un atto di sottomissione che cambia la storia dell’Europa.

Riassumendo brevemente le merci europee pagheranno per entrare negli USA dazi dal 15% al 50%. Viceversa le merci USA non pagheranno praticamente nulla: scenderanno sotto allo 0,9%. In aggiunta l’Unione Europa si impegna a comprare in tre anni (entro la fine del mandato di Trump) dagli USA 750 miliardi di dollari di gas (ad un prezzo di 5 volte superiore a quello che veniva pagato alla Russia), centinaia di miliardi di armamenti ed a fare 600 miliardi di investimenti negli USA.

Non sappiamo ancora cosa prevede l’intesa nel dettaglio ed in particolare in merito agli “ostacoli non tariffari al commercio”. Gli USA hanno infatti sempre chiesto una modifica radicale dei regolamenti europei che aprisse il mercato europeo agli USA sul terreno bancario, assicurativo, dell’esportazione di carne (estrogeni, etc), di prodotti agricoli (OGM etc.), del riconoscimento dei farmaci (senza applicare il principio di precauzione) e così via.

Conosciamo quindi le linee generali di un disastro su più piani.

In primo luogo sul piano simbolico: la trattativa si è tenuta in un campo da golf scozzese di proprietà di Trump e l’accordo è stato firmato nella sala da ballo che il proprietario – Donald Trump – ha intitolato a se stesso. Questo quadretto, di cui tutto il mondo sta ridendo, esprime in forma plastica la completa e servile subordinazione della UE agli USA, dice chi comanda e chi ubbidisce scodinzolando.

In secondo luogo per la sua arbitrarietà che nuovamente parla della subordinazione europea: La narrazione che ha preceduto la trattativa ha descritto i rapporti economici tra gli USA e l’Unione Europea come completamente squilibrati, in cui l’Europa inonda di merci gli USA che si debbono difendere.

Si tratta di colossale mistificazione: Nei rapporti tra USA e UE infatti gli USA hanno un disavanzo di 213 miliardi per quanto riguarda le merci ma hanno un avanzo di 156 miliardi per quanto riguarda i servizi e di 52 miliardi per quanto riguarda i capitali.

In pratica una situazione che vede un disavanzo economico-finanziario reale tra USA e UE è di 5 (cinque) miliardi, è stata presentata come un enorme squilibrio e questa narrazione tossica è stata accettata dall’Unione Europea.

Che cosa succede invece per i servizi (Google, Microsoft, Amazon,etc etc.) in cui sono gli USA che invadono la UE? Nulla, nel senso che questi erano sostanzialmente detassati e tali rimangono: le grandi aziende tecnologiche statunitensi hanno nell’Europa – attraverso la porta irlandese – un gigantesco paradiso fiscale in cui non pagano le tasse, altro che i dazi!

In una situazione di equilibrio negli scambi economici l’Unione Europea ha quindi accettato di mettere i dazi sulle proprie esportazioni di merci mentre tutte le esportazioni di merci e servizi degli USA sono esentasse, come ovviamente è esentasse il flusso di capitali dall’Europa agli USA.

In terzo luogo per l’effetto distruttivo dell’apparato produttivo: i dazi e gli acquisti obbligati di gas determineranno un peggioramento netto della competitività delle imprese europee non solo rispetto alle imprese USA ma rispetto a quelle di tutto il mondo. Questo accordo infatti seppellisce qualsiasi possibilità di riaprire l’acquisto di gas a basso costo dalla Russia – e da altri paesi – obbligandoci a comprarlo dagli USA ad un prezzo esorbitante. Dopo decenni di attacchi al movimento operaio italiano ed europeo per ridurre il costo del lavoro, qui si accetta di peggiorare strutturalmente la competitività dell’industria europea, di impedire la crescita di aziende di servizi europei e probabilmente di mettere in discussione la tenuta delle strutture bancarie ed assicurative europee. Difficile trovare le parole per descrivere questo livello di sudditanza.

In quarto luogo non ci vuole un mago per capire che l’accettazione dei dazi porterà con se la richiesta di tagliare ulteriormente i salari al fine di mantenere la competitività internazionale e nel contempo di foraggiare le aziende colpite dai dazi con sovvenzioni statali, cioè con i soldi derivanti dalla tasse della classe lavoratrice e dei pensionati (che sono gli unici che pagano le tasse). Questo accordo sarà cioè lo scusa per un ulteriore attacco al salario diretto e indiretto della classe lavoratrice.

In quinto luogo porterà alla distruzione del welfare e alla sua sostituzione con un sistema assicurativo privato gestito dai fondi statunitensi. Non sfugge a nessuno il rapporto tra l’accordo sui dazi e la decisione della NATO di portare le spese militari europee al 5% del PIL in dieci anni. In una situazione in cui l’economia reale peggiora e in cui i salari reali sono destinati a diminuire, la scelta di porre in essere un piano di riarmo enorme – per l’Italia 6,4 miliardi di aumento della spesa militare ogni anno per i prossimi dieci anni – significa necessariamente tagliare la spesa sociale di un ammontare corrispondente. Quindi è il sistema pensionistico, sanitario, assistenziale, delle autonomie locali che verrà distrutto da questa scelta che – oltre al danno la beffa – non produrrà nemmeno un aumento di posti di lavoro in Europa perché la gran parte delle armi verranno prodotte negli USA (magari da aziende europee che delocalizzeranno).

In sesto luogo questo accordo segue di pochi giorni il pieno fallimento del vertice tra UE e Cina. In questo modo la dirigenza UE, avendo rotto le relazioni con la Russia e la Cina – e quindi con il grosso dei BRICS – in un mondo che vede la crisi verticale della globalizzazione, si è consegnata mani e piedi ad avere come unico mercato di sbocco per i propri prodotti quello statunitense. Il combinato disposto tra l’esito del vertice con la Cina e l’accordo sui dazi determina quindi una dipendenza sistemica dell’Europa dagli USA come non si era mai visto.

L’Unione Europea è diventata una colonia

L’accordo sui dazi è quindi destinato ad essere il punto di passaggio che sancisce la fine di una fase dell’Unione Europa e la sua consacrazione a colonia statunitense sul piano strutturale, non solo politico. L’accordo infatti non ha un carattere sovrastrutturale ma interviene a modificare i rapporti di forza tra gli apparati produttivi di merci e servizi ed a accentuare all’inverosimile elementi di dipendenza sistemica.

Questo accordo è stato fatto in nome della stabilità per rendere irreversibile il rapporto di dipendenza dell’Europa dagli USA. Questo dipendenza è vista dalle classi dominanti europee come l’unica via possibile per salvaguardare i propri interessi.

Questo accordo è stato fatto quindi per salvaguardare la posizione di privilegio subalterno da parte delle classi dominanti europee a scapito degli interessi dei popoli europei. E’ la genuflessione dei feudatari – di fronte all’imperatore e alla sua corte – che accettano di far morire di fame i propri sudditi pur di non perdere i propri privilegi e magari sostituiti.

Sono tutti responsabili

Questo disastro è così grande e sarà così visibile nei prossimi mesi, che tutti i governanti europei fanno a gara a criticare l’accordo per non assumersene la responsabilità.

Moltissimi membri dell’establishment europeo sostengono che la colpa è tutta della von der Leyen, che sta diventando il capro espiatorio della vicenda.

Ora, che la Presidente della commissione sia un personaggio squallido e immorale, venduta alle multinazionali e disposta a piegarsi al miglior offerente, è del tutto evidente. Il fatto che tutti critichino il risultato ma nessuno chieda di togliere la firma e di far saltare l’accordo però la dice lunga sulla malafede delle critiche.

L’accordo firmato dalla von der Leyen è in realtà il frutto delle politiche liberiste e di subalternità agli USA che la dirigenza dell’Unione europea sta seguendo da decenni e di cui sono stati protagonisti i Draghi, i Monti, i Macron le Meloni e così via. E’ con gli accordi di Maastricht ed in particolare con quelli di Lisbona, con il Fiscal compact e tutte le criminali scelte fatte da Draghi, dalla Merkel e soci nel 2012 che sono state poste le premesse per questo risultato. La scelta folle è stata di puntare tutto su un modello finanziarizzato che aveva al centro gli USA e su un modello produttivo finalizzato unicamente alla compressione dei costi e all’esportazione, scegliendo come unico mercato di sbocco di grande rilevanza gli USA. Questa scelta è stata fatta da decenni e la von der Leyen non è nulla più che la criminale esecutrice testamentaria di un disegno costruito negli anni dalle classi dominanti europee che sono state bravissime a distruggere il movimento operaio europeo ma hanno sacrificato a questa prospettiva il destino complessivo dell’Europa. Mai come oggi risulta evidente che gli interessi delle classi dominanti europee – occultati e infiocchettati dal complesso dei media europei e dai principali schieramenti politici – sono in contrasto radicale con gli interessi dei popoli europei.

Togliere la firma dall’accordo

Il nodo politico è quindi uno solo: l’accordo deve essere mantenuto o deve essere fatto saltare? E’ evidente che deve essere fatto saltare.

Tutte le critiche, anche le più dure se non chiedono di ritirare la firma e di azzerare l’accordo sono aria fritta, fumo negli occhi. Per evitare oltre al danno la beffa dobbiamo costruire una movimento di massa per chiedere le dimissioni della von der Leyen – e della Meloni – il ritiro della firma e la proclamazione della nullità dell’accordo.

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mercoledì 16 luglio 2025

Il messaggio dei Brics al mondo che ha terrorizzato Trump - Pepe Escobar

 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Eccoci qua. Le classi dirigenti dell'Impero del Caos, insieme all'attuale e buffo capocirco, hanno finalmente capito che i BRICS rappresentano una seria minaccia strategica – e una sfida esistenziale – al loro dominio unilaterale sull'attuale sistema di relazioni internazionali.

Non sono giunti a questa conclusione dopo aver esaminato attentamente il vertice annuale dei BRICS a Rio – né il rivoluzionario vertice dello scorso anno a Kazan: sono pessimi nel fare i compiti di base.

È più probabile che siano stati risvegliati dal loro torpore dal sentire sulla propria pelle da che parte tira il vento – globale –, in termini di tutti i tipi di modelli che vengono testati per aggirare il dollaro statunitense e il controllo ferreo delle istituzioni di Bretton Woods.

La conclusione era inevitabile: i BRICS hanno superato l'ultima linea rossa. Basta con i discorsi da bravi ragazzi. La dichiarazione di Rio di oltre 130 punti, rilasciata il primo giorno del vertice, lo dice chiaramente, in modo educato ma deciso: questo è ciò che siamo, un'alternativa sistemica; e scriveremo le regole del nuovo sistema a modo nostro.

Costruire la Geopolitica della Sovranità

Il vertice BRICS 2025 a Rio è stato una sorpresa sbalorditiva. Le aspettative iniziali erano basse – se si confronta la mite presidenza brasiliana con l'enorme lavoro svolto dalla Russia nel 2024 in vista di Kazan.

Eppure, alla fine, Rio ha concretizzato ciò che Kazan aveva annunciato: il nuovo sistema emergente sarà incentrato sulla sovranità, l'uguaglianza e l'equità – con un'enfasi sull'integrazione economica a livello continentale, il commercio in valute nazionali, un ruolo ampliato per le nuove istituzioni finanziarie globali come la NDB (la banca dei BRICS) e una miriade di piattaforme per lo sviluppo sostenibile.

Una Geopolitica della Sovranità deve essere costruita strutturalmente: il ferro e il cemento per il nuovo sistema proverranno da una nuova interconnessione del commercio in valute nazionali, sistemi di pagamento/regolamento indipendenti e nuove piattaforme di investimento.

Dal punto di vista geoeconomico, BRICS è già in pieno svolgimento. Basta dare una rapida occhiata a una mappa dell'Eurasia e dell'Afro-Eurasia per rendersi conto dell'interconnessione esistente ed emergente tra connettività, logistica e corridoi della catena di approvvigionamento. In tutti i paesi BRICS, questi collegamenti legano fonti energetiche, giacimenti di terre rare e una ricchezza di prodotti agricoli.

Per citare il Padrino del Soul James Bown, Papa's got a brand new (BRICS) bag [Papà ha una borsa nuova di zecca (BRICS)].

Non c'è quindi da stupirsi che una versione squallida del White Man's Burden [il fardello dell'uomo bianco], il direttore del circo, abbia scatenato una Guerra Totale contro i BRICS e i loro partner – con minacce, tariffe doganali e persino un certificato di morte (all'epoca era ancora più all'oscuro di cosa fossero i BRICS).

La seriale Tempesta Tariffaria Trumpiana (TTT) è ovviamente un'altra manifestazione del principio “divide et impera”, che cerca di far esplodere i BRICS dall'interno. E ora siamo saliti di diversi livelli, con una caratteristica lettera infantile che minaccia tariffe del 50% su tutti i prodotti Made in Brazil esportati negli Stati Uniti – più tariffe “settoriali” aggiuntivi.

Eppure questo non ha nulla a che vedere con il commercio. Negli ultimi 15 anni, il surplus commerciale degli Stati Uniti con il Brasile ha superato una cifra considerevole di 400 miliardi di dollari. Qualche sottoposto di Trump 2.0 avrebbe dovuto sussurrare questa cifra all'orecchio del suo capo.

Ma anche se lo avessero fatto, sarebbe irrilevante. Perché l'ultimo espediente costituisce in realtà una grossolana interferenza straniera nella politica interna di un'altra nazione e nella prossima corsa presidenziale, che è illegale e prevedibilmente ancora una volta una presa in giro del diritto internazionale.

Il capocirco ha iniziato urlando nei suoi post che il governo Lula – e il sistema giudiziario indipendente brasiliano – erano stati coinvolti in una caccia alle streghe contro il suo socio, l'ex presidente Jair Bolsonaro, che è stato perseguito legalmente con l'accusa di aver organizzato un colpo di stato per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2022 e impedire a Lula di prendere il potere.

È toccato al non tanto maestro della persuasione Steve Bannon svelare l'intero squallido gioco: se abbandonate il procedimento contro Bolsonaro, noi abbandoniamo i dazi del 50%.

La risposta del presidente Lula è stata misurata, ma ferma: “Il commercio del Brasile con gli Stati Uniti rappresenta solo l'1,7% del nostro PIL. Non si può definire questi dati vitali (...) Cercheremo altri partner.”

Naturalmente si farà molto duro. Una tariffa del 50% è come un uragano mortale. Esempio: il Brasile è il più grande esportatore mondiale di succo d'arancia. Il 95% della produzione interna viene esportato, quasi la metà negli Stati Uniti. Ci vorrà del tempo e molto duro lavoro per trovare “altri partner”. La soluzione potrebbe trovarsi nei paesi BRICS. Col tempo, dovrebbero esserci molti candidati per le principali esportazioni brasiliane come petrolio, acciaio, ferro, aerei e componenti, caffè, legname, carne e soia.

Sindacalizzare tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori statunitensi

Parallelamente, i due principali attori dei BRICS, Cina e Russia – entrambi già soggetti a innumerevoli sanzioni (Russia) e tariffe commerciali (Cina) – vedono la TTT di Trump come una spettacolare opportunità per minare ancora più rapidamente il controllo unilaterale degli Stati Uniti sui sistemi commerciali e valutari.

La guerra contro i BRICS è passata al livello successivo, ora che Russia, Cina, Iran e Brasile sono tutti confermati come obiettivi illegittimi. Spetta a questo punto di vista dello Sri Lanka riassumere in modo delizioso la posta in gioco:

“Trump ha efficacemente sindacalizzato tutti gli esportatori del mondo contro gli importatori americani.” Si tratta di un'equazione piuttosto semplice: “Se imponi una tariffa a una persona, hai più potere. Ma se imponi una tariffa a tutti, più potere a noi.”

“Più potere a noi” si traduce nel fatto che i BRICS e il più ampio Sud Globale sono perfettamente consapevoli che non c'è via d'uscita se non quella di andare avanti a tutta velocità con il progetto BRICS, che culminerà nella completa de-dollarizzazione. Da Kazan a Rio e oltre, è ormai chiaro che la TTT fuori controllo prenderà di mira qualsiasi nazione o partner che si allinei con i BRICS “anti-americani”.

Volete la guerra? Fatevi sotto.

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