Visualizzazione post con etichetta Immigration and Customs Enforcement (ICE). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Immigration and Customs Enforcement (ICE). Mostra tutti i post

mercoledì 11 febbraio 2026

Le reti di risposta rapida di Minneapolis. Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato

È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Gabriele Battaglia lo ha tradotto in italiano per metterlo a disposizione, perché crediamo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.

Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà. (Effimera)

* * * * *
Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili.

Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti. Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese.

Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti.

L’onda

Nei mesi che hanno preceduto il ​​grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze. Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.

In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti. I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.

Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE. Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata.

Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze.

Contro-sorveglianza

Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali.
Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota.

Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.
L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli.
Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.

Whipple Watch persegue tre obiettivi principali:

  • Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli;
  • La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli;
  • Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio.

Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.

Come funziona

Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal.
Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe. Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri.
Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.

Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero.
Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.

Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.

“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita.”

Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo. Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.

Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE.
Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp.

Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.
Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato.
I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità.

Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.

“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”

La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita.
Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori.
I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti.
Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada. Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.

Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione.
Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento. L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.

Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara

Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.

Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte. Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale.

I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere. Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo. Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento. L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.

Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.

Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale.
È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto.
Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.

La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce.
Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma.
Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.

Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.

Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso.

Questo resoconto è stato scritto da visitatori delle Twin Cities che hanno avuto il piacere di essere accolti nella rete per alcuni giorni. Grazie a tutti coloro che ci hanno mostrato la loro città, spiegato come funzionano i loro sistemi e ci hanno portati in pattuglia . Amore e rabbia .

Tratto da Effimera.

Appendice:
Fotogallery a cura della Dildo Distribution Delegation:


****
da qui

mercoledì 28 gennaio 2026

Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini” - Lorenzo Poli

 

Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.

Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.

Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.

La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.

L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.

A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.

Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.

 

Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.

Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.

“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.

L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.

Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.

“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.

Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.

Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.

I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.

“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.

 

Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale.

Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini.

Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia.

Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”.

Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra.

Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda:

“Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”

Fonti:

https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/


da qui