Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.
Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e
ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti
anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani
Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.
Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le
proteste anti-Trump.
La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia
che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement
(Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di
detenzione per migranti irregolari.
L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di
essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti
dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in
Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è
finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence
nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata
fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità
tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.
A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre
500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella
memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la
sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità
native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di
fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.
Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze
dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora.
Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le
condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il
dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio
immediato.
Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto
l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana
dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per
senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux
arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE
a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una
dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali
per l’immigrazione.
Fort Snelling ha
una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto
militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra
Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha
affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso
l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.
“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha
detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza
dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.
Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano
membri della tribù.
L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i
cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati
fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della
comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata
arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima
che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.
Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della
riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un
agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli
agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo
documento d’identità tribale sembrava falso.
“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali
non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione
sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti
sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala
Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla
loro detenzione non sono chiari.
Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza
Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è
rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli
uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare
ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo
sull’immigrazione con l’ICE”.
Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì
sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare
un accordo con l’ICE.
I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of
Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini
tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano
contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.
“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità
tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice
esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che
abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.
Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli
del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone
manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo
l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee
Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili.
L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui
viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco,
uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a
disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello
realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli
spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente
rischio per il poliziotto federale.
Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di
Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George
Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e
proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando,
alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di
violenza a danno dei cittadini.
Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti
dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump.
Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata
da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del
presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non
solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini
di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti
umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono
stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la
giustizia.
Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di
immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione.
Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma
che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio
sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”.
Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo
schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler
colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare
sulla loro terra.
Ha scritto Umberto
Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda:
“Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono
vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di
Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio
che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di
sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo
documenti.”
Fonti:
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