(intervista a Lorenzo Guadagnucci di Elisabetta Ambrosi, su ilfattoquotidiano.it))
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella
in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono
i musei, le scuole e i parchi della pace,
le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali?
Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda
Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso.
La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si
piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di
accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo
Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria –
Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da
ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria
– afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme,
perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz,
fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché
non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci
vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che
assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della
strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43
anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si
salvò).
Guadagnucci,
lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di
essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo
selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci
siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono
state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici.
Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute
dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia,
in Albania, in Grecia, in Montenegro.
Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una
distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali
dinamiche della violenza e della sopraffazione,
che riguardano anche noi.
Lei sostiene
che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere
realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito.
In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito
il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo,
l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale,
la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa
tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica,
nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.
Per lei una
memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che
non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come
viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un
antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria,
dall’altro però anche consolatoria e confermativa.
Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi
questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante
di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è
quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha
saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse
per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le
istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta
l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta,
qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.
Veniamo a
Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può
essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro
nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora
avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in
diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato
dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa
mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria
dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in
corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che
deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi
tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha
più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.
Lei quindi
pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una
possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che
abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella
della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio
nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di
non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e
a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui
in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele,
un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria
della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe
essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di
cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.
La memoria,
le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo
forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le
persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione,
è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque
abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della
memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione
autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti
trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale,
non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra,
guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette
una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili,
sono guerre contro una persona umana.
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